UE, la crisi migratoria è solo politica: gli sbarchi diminuiscono, ma aumentano i morti

L'INDIPENDENTE - Saturday, August 15, 2026

Mentre i governi europei intensificano il dibattito – e gli scontri – sulla gestione «emergenziale» dei flussi migratori, arrivano i numeri a smentire questa narrazione. Secondo Frontex, infatti, nei primi sette mesi del 2026 gli attraversamenti irregolari delle frontiere dell’Unione sono diminuiti del 37% su base annua. Nello stesso periodo, però, il Mediterraneo è diventato più letale: un recente rapporto dell’OIM mostra che, mentre gli arrivi calano, morti e dispersi aumentano drasticamente. Nel pieno dell’attuazione delle logiche repressive del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, applicabile dal 12 giugno e recepito da molti Paesi, tra cui l’Italia, l’emergenza non riguarda insomma il numero di chi arriva (in netto calo), ma quanti continuano a morire nel tentativo di raggiungere l’Europa.

«La priorità dell’Europa sia proteggere le frontiere esterne dall’immigrazione incontrollata», ha tuonato negli ultimi giorni, tra gli altri, anche la premier italiana Giorgia Meloni. Eppure, i dati diramati da Frontex raccontano una realtà diversa: con circa 61mila rilevamenti complessivi, dal 1° gennaio al 31 luglio 2026 gli attraversamenti irregolari sono crollati. La rotta del Mediterraneo centrale, che interessa da vicino il nostro Paese, ha registrato un numero più che dimezzato (16.454 ingressi irregolari rispetto ai 36.656 del 2025, con un -55%). Anche il Mediterraneo orientale e la rotta dei Balcani occidentali hanno fatto rilevare cali significativi, rispettivamente del 28% e del 26%. L’unica eccezione è il Mediterraneo occidentale, che interessa la Spagna, dove gli arrivi sono aumentati del 37%. «La diminuzione complessiva registrata finora riflette una serie di fattori, tra cui la continua cooperazione con i paesi partner e le misure preventive adottate nei principali paesi di partenza, che hanno contribuito a ridurre le partenze verso l’Europa», ha scritto Frontex nel suo report.

Il paradosso più crudele emerge dal rapporto dell’OIM. Nei primi quattro mesi del 2026, lungo la rotta del Mediterraneo centrale, 821 persone sono morte o risultano disperse, con un aumento del 111% rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre gli arrivi diminuivano del 46%. Oltre la metà di queste vittime – ben 430 – si sono verificate nel solo mese di gennaio, quando il ciclone Harry ha colpito la regione. Ancora più drammatico è il dato del Mediterraneo orientale, dove i decessi sono aumentati del 259%, raggiungendo 244 vittime, molte delle quali coinvolte in naufragi avvenuti nelle acque intorno a Creta. «Meno arrivi non significano viaggi più sicuri», ha dichiarato il vicedirettore generale dell’OIM, Ugochi Daniels. «Dietro ognuno di questi numeri c’è una famiglia in attesa di notizie che non arrivano mai. Man mano che i viaggi diventano più lunghi e pericolosi, salvare vite umane in mare e sulla terraferma rimane una responsabilità condivisa, che nessun Paese può assolvere da solo».

Il rafforzamento dei controlli e gli accordi con i Paesi di origine e transito possono insomma ridurre le partenze da determinati punti, ma non hanno la capacità di eliminare le cause della mobilità globale, che risente pesantemente di dinamiche strutturali e interconnesse quali profondi conflitti, mutamenti climatici e pressioni economiche, come evidenziato dall’impatto delle recenti ostilità in Medio Oriente sugli sfollamenti di massa verso Libano e Siria. L’eccezionale afflusso verificatosi a Ceuta il 30 luglio, escluso dalle statistiche preliminari di Frontex, mostra quanto rapidamente una pressione contenuta possa concentrarsi su un singolo confine e trasformarsi in crisi politica e umanitaria. Eppure, il dibattito europeo continua a semplificare il fenomeno. Daniels ha sottolineato questa distorsione prospettica, chiarendo che «l’attenzione tende a concentrarsi su poche rotte», ma «quasi la metà dei 304 milioni di migranti internazionali nel mondo vive all’interno della propria regione, spostandosi per lavoro, famiglia, istruzione e sicurezza».

Il tutto avviene mentre l’UE corre per rendere pienamente operativo il Patto sulla migrazione e l’asilo, duramente criticato per aver minato l’accesso alle procedure di asilo e le garanzie fondamentali. Esso amplia infatti le procedure accelerate e i controlli di massa alle frontiere esterne, prevedendo uno screening obbligatorio – con raccolta di dati biometrici anche per bambini a partire dai sei anni – e la detenzione in strutture chiuse per molti richiedenti, incluse persone vulnerabili. Introduce una “finzione giuridica” di “non ingresso” nel territorio UE e stabilisce che i ricorsi contro il diniego dell’asilo non sospendano più l’espulsione, consentendo allontanamenti anche a procedimento giudiziario in corso. I respinti possono essere rimpatriati in paesi terzi “sicuri” senza legami personali, con il supporto di Frontex. Il Patto non riforma il Regolamento di Dublino, che grava sui Paesi di primo ingresso, e il nuovo “meccanismo di solidarietà” permette agli Stati di eludere l’accoglienza in cambio di denaro. Per i sindacati del settore, la sua introduzione rappresenta «un regresso senza precedenti nei diritti fondamentali» e una minaccia al principio di non respingimento, basato su sospetto e repressione.

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