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Apartheid globale: le migrazioni, la classe e la razza in un libro di Gennaro Avallone
Pochi mesi fa DeriveApprodi pubblica “Libertà di movimento. Nessuna persona deve morire di frontiere”, di Gennaro Avallone sociologo dell’Università di Salerno. Un libro che si dipana tra il pensiero dell’autore e alcune interviste che vengono inserite per intero nel testo, a costruire un discorso collettivo (Margherita Grazioli nella presentazione del […] L'articolo Apartheid globale: le migrazioni, la classe e la razza in un libro di Gennaro Avallone su Contropiano.
July 5, 2026
Contropiano
Processo Naufragio Cutro, non era una barca con migranti… anzi sì
La differenza lessicale tra dubbio e incertezza sullo sfondo di una certezza, purtroppo, indubbiamente certa: 94 persone morte sulla spiaggia di Steccato di Cutro. È stata caratterizzata anche da questa discussione semantica la tredicesima udienza del processo ai sei militari (quattro della Guardia di Finanza e due della Capitaneria di Porto) accusati dei presunti ritardi nei soccorsi al caicco Summer Love, il cui naufragio, avvenuto il 26 febbraio 2023 sulla spiaggia di Cutro, ha causato 94 morti accertati e decine di dispersi. Protagonista, nella tredicesima udienza svolta il 30 giugno, è stato ancora il capitano di fregata Gianluca D’Agostino, all’epoca dei fatti capo dell’Italian Maritime Rescue Coordination Center. La sua è stata una deposizione proseguita nel segno delle contraddizioni in merito alla valutazione dei fatti di quella notte. “L’aereo di Frontex aveva avvistato una decina di barche quella notte, ma segnalò solo il caicco perché faceva rotta verso terra, era stata intercettata una telefonata verso la Turchia e sottocoperta c’erano altre persone”, ha dichiarato il capitano di fregata rispondendo a una domanda diretta e precisa del presidente del collegio penale del Tribunale di Crotone, Alfonso Scibona. Una risposta che ha destato un boato di sorpresa nell’aula – nella quale era presente anche l’europarlamentare Mimmo Lucano – perché fino a quel momento D’Agostino aveva sempre sostenuto che, a suo avviso, su quella barca non ci fossero persone, né tantomeno migranti. Le divergenze con Frontex nel processo di Cutro D’Agostino ha ribadito di aver avallato la valutazione dell’International Coordination Centre (struttura interforze istituita presso il Comando Operativo Aeronavale della Guardia di Finanza), secondo cui non si trattava di una barca di migranti. Questo nonostante – come emerge dagli atti, ma anche dal dibattimento e dalle stesse parole di D’Agostino – l’imbarcazione viaggiasse senza Ais acceso (il sistema di tracciamento automatico), non avesse una bandiera visibile, presentasse un’alta risposta termica sottocoperta e da Frontex fossero giunti messaggi che descrivevano il caicco come “possible migrant vessel”. Rispondendo all’avvocato di parte civile Lidia Vicchio, il capitano di fregata è arrivato a sostenere che: “Frontex cita i migranti solo per un errore di trascrizione”. Inoltre, replicando a una domanda dell’avvocato di parte civile Stefano Bertone, ha contestato le dichiarazioni fatte dal direttore di Frontex, Hans Leijtens, durante un’audizione del 23 maggio 2023 alla commissione Libe dell’Europarlamento (vedi il Crotonese del 26 maggio 2023), secondo il quale c’erano molte persone sottocoperta: “Il direttore di Frontex è un poliziotto, la sua affermazione è eccessiva”, ha chiosato D’Agostino. Ha poi ripetuto che il calore registrato dall’Eagle 1 di Frontex poteva essere provocato anche da due o tre persone, da stufette o dalla porta della sala macchine aperta: “Che ci siano due o 300 persone, la colorazione del rilievo termico non fa differenze”. La Finanza non era dove avevano detto che si trovava A proposito della sigla IM posta davanti al numero della segnalazione di Frontex, ha dichiarato: “È un codice usato perché Frontex di quello si occupa. Non è il codice IM solo perché sono immigrati. Si deve andare a controllare… e nella maggior parte dei casi si tratta di migranti.” Ricordando di aver visto in diretta il video di Frontex “un’ora prima della segnalazione ufficiale”, D’Agostino ha ribadito più volte che il caicco Summer Love – senza Ais, senza bandiera e con telefonate dirette verso la Turchia – “non era la barca tipica dello scenario e della rotta turca”. Quindi si è sfogato sulla mancata presenza di unità in mare durante il controesame del pm Matteo Staccini: “L’informazione che avevo ricevuto era che la V5006 fosse indicata nell’area delle operazioni dalle 20:00 del 25 febbraio alle 6:00 del 26 febbraio. Invece, sedici minuti dopo la telefonata che ci informava di questo, era agli ormeggi a Crotone. Vuol dire che, quando ci hanno chiamato, era praticamente in porto. Questo ha fatto scattare la mia domanda di chiarimento al generale Caci e quella mia dichiarazione di cui mi scuso: perché io sapevo che fino alle 6:00 avevo una barca lì, e invece quella barca era in un posto diverso. Una nave del genere, quando esce, non va a fare bunkeraggio (operazione di rifornimento di combustibile). Se so che dalle 20:00 alle 6:00 sei lì, fare bunkeraggio due ore dopo l’inizio delle operazioni stride un po’”. I dettagli anomali: salvagenti e telefonate nel naufragio di Cutro Il presidente Scibona, anche sulla scorta della sua esperienza nei processi agli scafisti, ha sollecitato il testimone su alcuni particolari, come l’assenza di salvagenti in coperta e la mancanza di telefonate dalla barca ai parenti o ai numeri di emergenza, elementi che D’Agostino aveva utilizzato per spiegare i motivi per cui il caicco non era stato considerato una barca di migranti. “Quanti salvagenti vengono posizionati sulla coperta di una nave di migranti? Sono sempre abbandonati in modo caotico? Ci sarebbero dovuti essere 200 salvagenti?”, ha domandato Scibona. D’Agostino ha replicato: “Solitamente sulla coperta c’è grande caos, con salvagenti di ogni tipo. Non avevo mai visto prima una barca di migranti i cui passeggeri fossero nascosti in questo modo, né una simile capacità degli scafisti di interdire le comunicazioni telefoniche.” Il presidente Scibona ha ribattuto: “Mi risulta che, proprio per evitare che telefonino e vengano intercettati, si tolgano i telefonini ai migranti. L’ho riscontrato in diversi processi.”   Redazione Italia
July 1, 2026
Pressenza
I cani dei ricchi abbaiano sempre ai poveri
…Interessante vero? I cani dei ricchi abbaiano sempre ai poveri. A chi abbaiano? Alla negazione dell’altro compiuta dal ricco. Sto usando il termine ‘ricco’ per riferirmi a una persona che nega l’altro perché ha paura di perdere quello che possiede. Il mio cane sa esattamente chi sono i miei nemici.  Sono parole estratte da Emozioni e linguaggio in educazione e politica. L’autore è Humberto Maturana, biologo e filosofo morto il 6 maggio del 2021 a Santiago nel Cile. Durante il mio soggiorno nei pressi di Abano Terme alla periferia di Padova ero stato colpito dalla moltitudine dei cartelli ‘attenti al cane’. La messa in guardia, con tanto di disegno esplicativo, si voleva come un deterrente per eventuali visite indesiderate nelle ricche (e ben difese elettronicamente) ville dei vicini. Anche la nostra ‘ricca’ società o civiltà occidentale ha deciso quali sono i suoi nemici e le frontiere di questo particolare spazio geopolitico ne assumono compiutamente le scelte. Ad esempio nella cosiddetta ‘Rotta Balcanica’, che incammina a Trieste e, più in generale nell’Est europeo, sono i migliaia di esiliati dall’Afghanistan, Pakistan, Bangladesh e Nepal. In molti dei musei o istituzioni preposte alla memoria degli anni della ‘Cortina di Ferro’, c’è sempre la figura del cane inteso come unità cinofila legata alle polizie di frontiera. Memoria e politica camminano assieme e non è difficile cogliere il legame con i nazisti, i cani, i campi e la caccia al povero e al diverso. Un rapporto a cura di Border Violence Monitoring Network è un elenco di testimonianze raccolte di brutali attacchi di cani che da allora si sono susseguiti sul confine con la Bosnia-Erzegovina. Frontex, la gestione delle frontiere esteriori europee, ha eseguito diversi programmi di formazione canina a Zagabria, in Croazia, durante l’estate del 2019. In Tunisia invece dei cani c’è il mare, preso come ostaggio dalle politiche esterne dell’Europa e degli accordi bilaterali. Per una questione di giustizia le mamme dei giovani che scompaiono in mare hanno creato nel 2016 l’Associazione delle madri dei dispersi. Cercano di dare un senso al dolore di chi non ha più notizie dei figli partiti per avere un futuro e ingoiati da un Mediterraneo che spesso non restituisce neppure i corpi. In Tunisia tante mamme, tanti famigliari, non riescono ad accettare che il proprio ragazzo scomparso, a volte giovanissimo, sia morto. Non riescono a mettere la parola ‘fine’ al dramma di un distacco, a volte senza neanche un saluto, un abbraccio, e continuano a cercare. Come una nuova versione delle Madri di Plaza de Mayo in Argentina, girano con le foto dei propri figli per uffici ministeriali, prefetture, sedi di Ong, e attendono. Molti giovani, almeno una volta nella vita, programmano l’ḥarga, come si chiama il ‘viaggio’ irregolare, dal verbo ḥaraqa ‘incendiare’, utilizzato per indicare l’atto di bruciare i confini europei e al tempo stesso i documenti sostanzialmente inutili per l’impossibilità di ottenere visti regolari. La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’ONU sui Territori Palestinesi Occupati e Israele ha pubblicato il 23 giugno scorso un rapporto dettagliato di 100 pagine. In esso si documenta il sistematico uso della violenza brutale contro i bambini palestinesi da parte dello Stato d’Israele e del suo esercito. Il titolo del rapporto è eloquente: “L’essenza dell’infanzia è stata distrutta”. La Commissione indipendente ha esaminato violenze e attacchi sui bambini nei diversi territori palestinesi occupati, non solo a Gaza, e i crimini che essi hanno subito, compresi i crimini psicologici. Si nota l’uso strumentale di termini come ‘terrorista, animale, bestia, abusivo’ o il temine di ‘prostituta’ usato come insulto nei confronti di attiviste. Il numero stesso dei casi indagati e documentati dalla Commissione evidenzia un chiaro schema secondo cui i bambini sono stati presi di mira direttamente dalle forze di sicurezza israeliane. Ciò costituisce un elemento chiave dell’intento genocida delle autorità israeliane di eliminare il gruppo palestinese a Gaza. La Commissione ritiene che l’uccisione e le gravi lesioni fisiche e mentali inflitte ai bambini palestinesi facciano parte di una strategia volta a distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del popolo palestinese a Gaza. Le autorità israeliane e le sue forze di sicurezza hanno commesso il crimine di genocidio a Gaza uccidendo e causando gravi lesioni fisiche o mentali ai membri del gruppo, compresi i bambini palestinesi, ivi presenti. (Kritica, giugno 2026) Beninteso i cani come tali sono esenti da colpe o responsabilità poiché non fanno che accompagnare, appunto da cani fedeli e amici dell’uomo, le emozioni e le scelte del padrone. Lo sguardo dovrebbe centrarsi, invece, su colui che Maturana definisce il ricco e cioè colui che nega l’altro perché teme di perdere quello che possiede. Detto in altri termini ciò implica l’adesione attuale alla spesso dimenticata ‘lotta di classe’ che molti hanno interesse a trattare come relitto ideologico del passato. Lo ricordava bene il citato miliardario americano Warren Buffet in una intervista di vent’anni fa: La lotta di classe esiste, ed è stata la mia classe, quella dei ricchi, a vincerla. Questo scritto è pubblicato nel giorno anniversario della morte di don Lorenzo Milani, priore di Barbiana. Ha offerto gli ultimi anni della sua vita, minata dalla leucemia, consacrandola ai figli di contadini che lui ardeva dalla voglia di vedere crescere e camminare come uomini liberi sui sentieri del mondo. Amandoli tanto che in punto di morte si preoccupò di aver forse voluto più bene a loro che a al Signore. Espresse il bisogno di giustificarsi nel suo testamento col dire: Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma spero che Lui non stia attento a queste sottigliezze.           Redazione Genova
June 27, 2026
Pressenza
Processo naufragio Cutro, l’Imrcc classificò l’evento come barca migranti
Le contraddizioni in aula del capitano D’Agostino sulla scelta di non dichiarare l’evento finito tragicamente come migratorio. Non era una barca con migranti, ma venne classificata come barca di migranti. Ci sono delle evidenti contraddizioni in quello che è accaduto nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 quando il caicco Summer Love si schiantò sulla costa di Steccato di Cutro causando la morte di 94 persone. Contraddizioni emerse nel corso della testimonianza del capitano di vascello Gianluca D’Agostino al processo in corso a Crotone per i presunti ritardi nei soccorsi, nel quale sono imputati 4 militari della Guardia di Finanza e 2 della Capitaneria di Porto per omicidio e naufragio colposo. Le segnalazioni di Frontex nel processo sulla strage di Cutro L’avvocato di parte civile, Francesco Verri (che rappresenta superstiti e familiari delle vittime), ha chiesto a D’Agostino se sapesse che la Guardia di Finanza, nell’immediatezza della segnalazione di Frontex, riportò alle 23:20 sul registro di sala del Roan di Vibo Valentia la comunicazione della centrale operativa (Cenop) Natante con migranti. “Non so cosa abbia scritto allora la Finanza” ha detto l’ufficiale. “Anche noi l’abbiamo inserita nel nostro protocollo come barca con migranti perché viene catalogata così per natura statistica. C’è un protocollo parallelo nel quale classifichiamo tutte le segnalazioni provenienti da Frontex come barche con migranti. Da Frontex arrivano una decina di segnalazioni al giorno in media. Tutte sono classificate come evento migranti, poi la percentuale che non corrisponde è sotto il 10%. Ci azzeccano.” L’IMRCC (Italian Maritime Rescue Coordination Center), in particolare, ha classificato l’evento come IM533, dove IM – ha spiegato lo stesso ufficiale – sta evidentemente per immigrazione. Le valutazioni sul natante prima della strage di Cutro D’Agostino ha ribadito quanto aveva già detto al pm Staccini poco prima: “Il dubbio che sia una barca di migranti c’è sicuramente. Secondo me, però, non era una barca di migranti. Il dubbio non mi è sorto, c’era una possibilità, ma anche oggi dopo aver rivisto il video ribadisco che non era una barca con migranti. Quella era una barca di cui non si aveva contezza di cosa stesse facendo. Poteva portare droga o armi, come era stato fatto in precedenti occasioni.” L’avvocato Verri ha riportato all’ufficiale una serie di raccomandazioni della Commissaria Europea per i diritti umani ‘Lives saved. Rights protected’, secondo la quale le barche di migranti devono essere considerate in pericolo appena iniziano il viaggio. D’Agostino, pur condividendo le raccomandazioni, è rimasto sui suoi convincimenti nonostante il caicco fosse stato classificato appunto come barca con migranti sia dalla Capitaneria che dalla Guardia di Finanza: “È corretta questa raccomandazione se si tratta di un’imbarcazione giudicata con migranti. Se fosse stata un’imbarcazione con migranti ci saremmo comportati in modo diverso. Il dubbio esisteva non solo per la Guardia Costiera, ma anche per la Finanza e l’operazione di polizia nasce per dirimere il dubbio. Se si fossero palesati quegli elementi lo scenario si sarebbe modificato”. Il lato umano e la difesa delle procedure di soccorso Quando l’avvocato di parte civile ha chiesto a D’Agostino se oltre all’errore di essersi fidati della Finanza ci fossero stati altri sbagli quella notte, l’ufficiale si è sfogato: “Io ho soccorso migliaia di persone, ma ti ricordi quelle che non sei riuscito a salvare. Siamo delle persone, Guardia di Finanza e Guardia Costiera sono le uniche che la notte piangono insieme ai familiari quando hanno perso delle persone in mare.” Poi, recuperato l’aplomb, il capitano D’Agostino ha ribadito: “Non ci sono stati errori di procedura. Forse, a posteriori, quella telefonata con il mio omologo della Finanza, che non è procedurale ma che forse ho fatto mille altre volte… Questo me lo sono posto come uomo, non come tecnico”. Infine D’Agostino, rispondendo a una precisa domanda, ha detto che la rotta della barca non era verso alcun porto ma verso la costa e ha ammesso che “non avevamo valutato un eventuale spiaggiamento perché le barche che hanno migranti a bordo tendenzialmente arrivano sottocosta, alzano il telefono, chiamano, si fermano e non si schiantano.”   Redazione Italia
June 20, 2026
Pressenza
Processo Naufragio Cutro, Frontex scrisse che era una barca con migranti
Frontex ha chiaramente scritto nelle sue comunicazioni che era da considerare l’ipotesi che il caicco Summer Love fosse una barca con migranti. E’ quanto emerso dal duro scontro tra avvocati avvenuto il 5 giugno durante l’udienza del processo sui ritardi nei soccorsi all’imbarcazione il cui naufragio a Cutro il 26 febbraio 2023 ha causato la morte di 94 persone. La polemica è scoppiata dopo una domanda dell’avvocato Enrico Calabrese durante la testimonianza del capitano di corvetta Giovanni Paolo Arcangeli, all’epoca dei fatti Capèo del servizio operativo della Capitaneria di porto di Crotone. Il difensore di parte civile aveva chiesto se l’ufficiale avesse visto la comunicazione di Frontex che parlava di barca con migranti. Una domanda alla quale si sono opposti gli avvocati degli imputati, sostenendo che Frontex non aveva mai scritto quell’affermazione. Un’opposizione molto vivace che, però, qualche minuto dopo – mentre era continuata la testimonianza di Arcangeli – è stata subito smentita. L’avvocato Calabrese ha mostrato la comunicazione di Frontex presente agli atti che riportava testualmente “possible migrant vessel” (probabile imbarcazione di migranti).Calabrese ha specificato che si trattava della seconda comunicazione di Frontex sull’evento, arrivata alle 23,29 (la prima è delle 23.10) precisando che era “contenuta in un atto a firma del colonnello Vardaro”.   Redazione Italia
June 8, 2026
Pressenza
Border Labs: un report sul ruolo delle università nella gestione dei confini europei
Nel giugno del 2025, in viaggio verso il centro di Palermo, Michele Lancione, docente al Politecnico di Torino, chiacchiera con il CEO di un fondo di Zurigo specializzato in start-up accademiche che gli racconta, con estrema franchezza, che oggi i capitali non cercano più solo innovazione: cercano menti brillanti disposte a progettare le “soluzioni” per la guerra del futuro, una guerra che non si vincerà con i carri armati, ma con le bioscienze, la cybersicurezza e i sistemi di armi autonome. Questa istantanea, che apre il rapporto Border Labs: how universities power Europe’s border regime, pubblicato dal Transnational Institute 1 e Stop Wapenhandel Amsterdam 2 , svela una mutazione fondamentale del sistema educativo europeo. Lungi dall’essere collaborazioni sporadiche, assistiamo all’emergere di un vero e proprio complesso di confine industriale-accademico. Come denuncia Michele Lancione nell’introduzione, la difesa sta ridefinendo il ruolo della conoscenza scientifica non come ricerca di verità, ma come strumento di costruzione dell’identità europea, la quale “non emerge come un’idea emancipatrice, ma come una che richiede la costituzione e il mantenimento delle alterità razzializzate per rimanere in piedi e riprodursi”. In questo scenario, le università diventano i laboratori dove l’identità europea viene ricostruita sulla necessità costante di sicurezza e sull’esclusione dell’altro. Il rapporto si concentra sui progetti e le infrastrutture politiche ed economiche che negli ultimi vent’anni hanno contribuito a creare questa complessa relazione tra conoscenza e sicurezza. I Framework Programmes (FP) dell’Unione Europea, da FP7 a Horizon Europe, operano come architetture politiche che orientano la ricerca verso la militarizzazione. La dipendenza degli atenei dai fondi esterni negli anni ha creato una forma di servitù accademica, dove la sicurezza nazionale e sovra-nazionale detta l’agenda dei laboratori. I dati sono inequivocabili: tra il 2002 e il 2025, oltre 100 milioni di euro sono stati incanalati verso più di 200 università e accademie attraverso 110 progetti legati al controllo delle frontiere. Inoltre, già nel 2003, la Commissione Europea istituiva il Group of Personalities (GoP) nel campo della ricerca sulla sicurezza, un organo consultivo dominato dai giganti delle armi che ha gettato le basi per l’attuale sistema. I tre maggiori beneficiari accademici sono la Laurea University of Applied Sciences della Finlandia, (5,1 milioni di euro); l’University of Reading in Regno Unito (4 milioni di euro) e la KU Leuven in Belgio (3,2 milioni di euro). Ma la rete vede protagonisti anche istituti di ricerca, come il tedesco Fraunhofer (presente in ben 17 consorzi). Questi atenei operano a stretto contatto con colossi come Thales, Airbus e, soprattutto, Leonardo. Quest’ultima utilizza le partnership universitarie per un’operazione di massiccio “techno-washing”: mentre promuove master in “cybersecurity” o “management”, l’80% del suo budget resta ancorato ad attività militari. Un esempio lampante è la Cittadella dell’Aerospazio a Torino: un hub finanziato dai fondi del Recovery Fund dove Leonardo, il Politecnico e la NATO convergono per trasformare le tasse dei cittadini in catene di profitto legate alla guerra.  Progetti come EU-HYBNET, coordinato da Laurea University, interpretano la migrazione come una “minaccia ibrida”. Questa narrativa trasforma i richiedenti asilo in “pedine” o “armi” di un gioco geopolitico, legittimando reazioni che dovremmo considerare aberranti. La sorveglianza si fa inoltre predittiva e invasiva. Il progetto ITFLOWS, nonostante le dichiarate finalità umanitarie, ha generato lo strumento EUMigraTool, un software di previsione dei flussi che gli stessi esperti temono possa essere convertito in mezzo di coercizione da parte delle autorità. Ancora più inquietante è l’uso di “dati alternativi” in progetti come QuantMig e HumMingBird: qui la ricerca accademica scivola nella sorveglianza digitale di massa, esplorando il monitoraggio dei social media e il tracciamento dei cellulari per mappare i movimenti in tempo reale. Il passaggio dalla teoria al mercato avviene tramite aziende spin-off che trasformano le scoperte dei laboratori in hardware di controllo. La ricerca accademica sta contribuendo nell’automatizzare il confine, eliminando il fattore umano e, con esso, la responsabilità etica. Più nello specifico, ciò riguarda i sistemi di rilevamento, con progetti come DOGGIES, SNIFFLES e SNOOPY che hanno visto università italiane e britanniche impegnate a sviluppare sensori capaci di scovare persone nascoste tramite tracce olfattive o battiti cardiaci e aziende come ClanTect, specializzata in rilevatori di battito cardiaco, sono il terminale commerciale di questa scienza basata sul sospetto; i dati biometrici: il progetto iMARS (biometria e riconoscimento facciale), che vede coinvolta la KU Leuven, opera in un’ambiguità legale cercata, dato che l‘AI Act europeo esclude specificamente il controllo delle frontiere dalla definizione di spazi pubblici accessibili, permettendo l’uso di tecnologie che altrove sarebbero proibite; la collaborazione con Frontex, un utente finale, ma anche un catalizzatore di profitti, spesso intesa come utilizzatrice diretta della ricerca guidata dalle università e come un ponte verso l’industria. Nel dicembre 2022, Frontex ha lanciato il proprio Programma di borse di ricerca sulla tecnologia per la sicurezza delle frontiere, finanziando progetti su piccola scala in gran parte guidati dalle università, attraverso iBorderCtrl, ad esempio, che commercializza fantomatici “lie detector” basati sull’intelligenza artificiale. Perché il mondo accademico non reagisce? Il rapporto parla di una “dissonanza positivista”. Come specifica Lancione, “positivista”, perché la conoscenza prodotta oggi nelle istituzioni europee, dopo molteplici ondate di sconvolgimenti femministi, culturali e ontologici, continua a poggiarsi su ricerche, guidate da principi coloniali, di fatti universali, leggi trasferibili ed esiti praticabili. “Dissonanza”, perché la posizione emotiva e professionale della ricerca convenzionale – certamente nei contesti italiani – presuppone distanza da ciò che esamina e, cosa più importante, dalle conseguenze che tale esame scatena sul mondo.  Abbiamo, quindi, una forma di schizofrenia professionale in cui il ricercatore si convince che il proprio lavoro sia “neutrale”, ignorando come esso venga armato una volta uscito dal laboratorio. Questa servitù accademica si manifesta nell’indebolimento dei comitati etici, spesso ridotti a passacarte burocratici. Il caso della collaborazione con la Naif Arab University for Security Sciences (NAUSS), legata alla famiglia reale saudita, dimostra come la ricerca della “sicurezza” non si fermi davanti ai regimi più repressivi del pianeta.  La clausola della “difesa dello Stato” funge poi da scusante etica: un concetto così elastico da includere la prevenzione della migrazione, l’azione militare preventiva e persino la schedatura dei minori. Sotto questa copertura, si giustificano pratiche come il fotosegnalamento di bambini di sei anni, trasformando l’eccellenza scientifica in uno scudo per violazioni sistematiche dei diritti umani. Il rischio finale di questa deriva è la “Netanyahuizzazione” delle università europee: “la repressione del dissenso e il rafforzamento del controllo governativo sulle università hanno le loro basi nella nuova economia politica della necessità di difesa. Gli effetti di questo processo, di mettere le università al servizio del nuovo dogma culturale ed economico, saranno devastanti. Come in Israele, perderemo l’Università come spazio istituzionale pubblico di critica”. Sul modello israeliano, gli atenei rischiano di diventare soggetti collettivi servili alle logiche militari, perdendo ogni capacità di dissenso e di immaginazione politica e smettendo di essere uno spazio pubblico di critica, per diventare un’officina di interessi statali e sovra-nazionali. L’appello finale del report Border Labs è dunque per uno smantellamento radicale di questi legami. Ciò che occorre, invece, è fare ricerca in modo critico ed emancipatorio, rifiutando la rassegnazione burocratica e la complicità silenziosa.  1. Il Transnational Institute (TNI) è un istituto internazionale di ricerca e advocacy impegnato nella costruzione di un pianeta giusto, democratico e sostenibile. Dal 1974, il TNI funge da punto di incontro unico tra movimenti sociali, studiosi impegnati e decisori politici ↩︎ 2. Stop Wapenhandel è un’organizzazione indipendente che si occupa di ricerca e campagne contro il commercio di armi e l’industria degli armamenti. Si batte contro l’esportazione di armi verso i paesi poveri, i regimi antidemocratici e i paesi situati in zone di conflitto. Si oppone inoltre al finanziamento del commercio di armi da parte di governi, banche e fondi pensione. ↩︎