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Naufragio di Cutro, il capitano Barbera: la Finanza non ha colpe. Seconda parte
La prima parte dell’articolo si può leggere a questo link. Il mancato intercetto in mare Le domande del pm, così come quelle dell’avvocato Marilena Bonfiglio – difensore del capitano di corvetta Francesca Perfido, ufficiale della Guardia Costiera in servizio presso l’IMRCC di Roma – hanno provato a chiarire i motivi per i quali le due unità della Guardia di Finanza, la motovedetta V5006 e il pattugliatore d’altura Barbarisi, non fossero andate a intercettare il caicco. “L’obbligo di dover raggiungere il target direttamente non c’è, perché non c’era una situazione di pericolo”, ha ripetuto costantemente Barbera ogni volta che ha potuto, anteponendo lunghe premesse alle sue risposte. “L’unico caso che obbliga qualsiasi unità a dover raggiungere un’imbarcazione in difficoltà per operare è se questa si trova in pericolo”. L’ufficiale ha sostenuto che le comunicazioni della sala operativa del Roan di Vibo Valentia – “opereremo sottocosta e mare permettendo” – alla sala operativa della Direzione marittima di Reggio Calabria fossero state chiare e complete: “Significa – ha specificato – che le altre amministrazioni erano a conoscenza del fatto che la Guardia di Finanza non sarebbe mai andata con le proprie unità a raggiungere il target, a intercettare il target. Sono due affermazioni chiare e inequivoche.” Incalzato dall’avvocato Bonfiglio e dal pubblico ministero sull’ipotesi in cui l’imbarcazione a 40 miglia avesse trasportato droga, contrabbandieri o terroristi, Barbera ha ribadito la sua posizione: “Confermo quello che vi ho detto, è un’attività di polizia. Confermo che le procedure non cambiano nel senso dell’attività di polizia giudiziaria”, per cui “non c’è sicuramente l’obbligo di dover andare all’intercetto di un target, anche se segnalato per la polizia”.  Riguardo a precedenti simili attività l’ufficiale ha nuovamente sottolineato: “Se non c’è una situazione di pericolo, non ho mai ordinato di dover raggiungere il target a 24-40 miglia”. Anche in merito all’assenza fisica dalla sala operativa del comandante del Roan di Vibo Valentia, Antonino Lopresti (su domanda del difensore, l’avvocato Tiziano Saporito), il teste ha giustificato la gestione da remoto affermando che “non è obbligatorio essere in sala operativa; Lopresti non c’era”. Ha poi specificato a domanda: “Ha in dotazione strumenti propri, personali, quindi può usare il telefono, può usare il computer, si arrangia con i propri strumenti”. Le procedure tattiche della Finanza Il teste ha rivendicato la scelta tattica dell’osservazione occulta e persino dello sbarco controllato: “Le investigazioni vengono fatte chiaramente attraverso un’osservazione occulta, il cosiddetto monitoraggio, mediante strumentazione sufficientemente adeguata della Finanza”, spiegando che nei casi di stupefacenti “noi a volte la lasciamo spiaggiare e facciamo convergere sul posto delle pattuglie proprio allo scopo di individuare e arrestare i sodali dell’organizzazione che stanno aspettando a terra il carico”. Il problema anche qui è che, come ha detto Barbera in udienza, il caicco è stato battuto dal radar alle 3.50 “ma non era certo che fosse il nostro target, ne abbiamo avuto certezza solo dopo la telefonata dei carabinieri che ci avvisava della richiesta di aiuto in quella zona”. A quel punto l’avvocato Marilena Bonfiglio ha chiesto perché la Finanza avesse contattato la Direzione marittima se l’attività di polizia era autonoma: “È una questione di opportunità, di rapporto – si è giustificato Barbera. Abbiamo chiamato per sincerarci che la segnalazione di Frontex fosse arrivata anche alla sala operativa della Direzione marittima di Reggio Calabria e per capire come fosse stata considerata la segnalazione. Visto che anche per loro non c’erano pericoli, è stato rappresentato che si sarebbe operato con i propri mezzi, inizialmente con la V5006, sottocosta e mare permettendo. Sono stati comunicati all’altra amministrazione dello Stato dati precisi”. Non era obbligatorio andare all’intercetto Sul rientro delle unità che erano partite per intercettare il caicco prima del naufragio di Cutro, Barbera ha affermato: “In assenza di una segnalazione certificata si evita di sottoporre a stress l’unità, con il rischio di rompere gli apparati e di stressare il personale”. Un’affermazione che contrasta con quanto avvenuto, ovvero l’uscita delle due unità alle 2.30: se non c’era obbligo, perché sono andate in quelle condizioni meteo che avevano provocato l’annullamento del pattugliamento del Barbarisi la mattina e il ridimensionamento dell’attività della V5006? Anche perché l’ufficiale, rispondendo alle domande riguardanti la partenza alle 2:30 delle unità della Finanza, ha confermato che era stato fatto il lavoro per tracciare le rotte di intercetto: “Il target intorno alle 5 si sarebbe dovuto trovare a 14 miglia da terra e, intorno alle 6, a 6 miglia da terra. Sia il pattugliatore veloce Barbarisi sia la V5006 lo avrebbero intercettato, nella peggiore delle ipotesi, intorno alle 5 il target, tra le 5 e le 6 al massimo”. Una volta appreso del rientro in porto dei mezzi navali, Barbera ha confermato di aver ordinato, alle 4:12, di predisporre delle pattuglie a terra. Nella chat con il comandante della V5006 aveva scritto: “Non appena in porto, prendete le autovetture e uscite di pattuglia; portati anche uno dei due piantoni, così da formare due pattuglie da tre, comunicandolo alle due Salop, VV e KR, al fine di dirigervi sul punto ove pensi che possano sbarcare, così da provare a prendere gli scafisti”. Barbera ha specificato: “Io diedi ordine alle pattuglie di intervenire per fermare gli scafisti, ma salvaguardando la vita”. Le tensioni con la Guardia Costiera nelle chat Sempre nella chat tra ufficiali, il capitano Barbera era stato protagonista di un commento sull’attività della Capitaneria. È stata l’avvocato Bonfiglio a chiedere all’ufficiale di chiarire perché quella notte avesse scritto in chat “sono fulminati” riferendosi alla Guardia Costiera. Barbera ha spiegato che l’espressione era legata a una richiesta del collega della Capitaneria, Arcangeli, di inviare i gommoni veloci BSO da 9 metri quando il caicco era già “a 40 metri dalla battigia”: “Impiegare un’unità navale così piccola – ha detto il capitano della Finanza – in quel tratto di mare era impossibile, per cui ho risposto di no”, definendo quel termine “riconducibile solo ed esclusivamente a quella richiesta, che mi sembrava fuori luogo, e alla circostanza del momento”. Si trattava dello stesso tratto di mare dove, secondo Barbera, il caicco sarebbe potuto spiaggiare, ed era la stessa Guardia Costiera che, sempre per l’ufficiale, aveva correttamente valutato di non dover considerare in pericolo il caicco e quindi di non attivare il piano SAR. Inoltre, in una delle chat di quella notte agli atti del processo, Barbera individuava proprio nell’inerzia della Capitaneria la radice della crisi operativa, scrivendo ai colleghi: “Cmq, mi pare di capire che il problema principale sia presso la Direzione marittima…”, e contestando direttamente ad Arcangeli: “La vostra sala operativa ha riferito che non avrebbe inviato alcuna unità perché non c’erano richieste di soccorso; adesso che il target è prossimo a spiaggiare fate uscire l’unità, mah”. Scibona ridimensiona le dichiarazioni del teste L’ultimo elemento di dibattito lo ha introdotto il presidente del collegio penale Alfonso Scibona. Barbera, che ha confermato di non essere stato in servizio quella notte, ha spiegato di “aver seguito le chat del gruppo OTC di cui facevo parte in qualità di comandante di reparto fino a una certa ora, intorno a mezzanotte, per poi riprendere la lettura delle chat intorno alle due”. Il presidente Scibona ha fatto notare come gran parte degli elementi tecnici riferiti da Barbera derivasse dalle indagini svolte successivamente ai fatti: “Ho partecipato e sono stato delegato nell’ambito dell’altro procedimento penale, quello sugli scafisti, e abbiamo fatto una ricostruzione dettagliata sui fatti”, ha confermato il teste. Proprio su questa sovrapposizione tra percezione diretta e studio successivo delle carte, il giudice Scibona ha ridimensionato la portata testimoniale delle valutazioni espresse dall’ufficiale: “Tutte le ricostruzioni e tutte le informazioni che oggi ha fornito in quest’aula si fondano su una lettura successiva degli atti. Quando lei dice ‘sulla base degli atti’, ‘documenti che ho letto’, lei ha letto tutto successivamente; lei ha avuto contezza di quello che è successo in quella data, come ha detto, alle ore 4:11. Quindi quello che è successo prima – il Barbarisi, il bunkeraggio della V5006, se stessero rientrando o verso dove fossero diretti e quant’altro – si basa sulla sua interpretazione e sulla sua lettura degli atti che lei ha visto successivamente”. In tutto questo l’operazione di polizia non è mai stata portata a termine.   Redazione Italia
October 19, 2026
Pressenza
Naufragio di Cutro, il capitano Barbera: la Finanza non ha colpe. Prima parte
Giustificati i motivi del mancato intercetto: “Non era obbligatorio andare, non era Sar. La brusca virata vicino alla spiaggia ha causato la tragedia”. Il giudice Scibona ridimensiona l’analisi dell’ufficiale. Una difesa a spada tratta dell’attività di law enforcement intrapresa dalla Guardia di Finanza (ma mai portata a termine) nella drammatica notte del naufragio di Cutro. È questo il senso della testimonianza resa dal capitano Gaetano Barbera, all’epoca dei fatti di Steccato comandante della Sezione operativa navale della Guardia di Finanza di Crotone, nel corso della diciottesima udienza del processo sui ritardi nei soccorsi al caicco Summer Love, lo schianto del quale, il 26 febbraio 2023, causò la morte di 94 persone. “L’operazione di quella notte – ha dichiarato con sicurezza Barbera rispondendo alle domande del pm Matteo Staccini – era un’operazione di polizia. Non era stato attivato il cosiddetto accordo tecnico dal Comando operativo navale proprio perché non c’era la certificazione della presenza dei migranti su quella barca. C’è stata tutta una serie di analisi da parte delle autorità preposte, da cui è emerso che non c’erano situazioni di pericolo nei confronti dell’imbarcazione, che navigava autonomamente senza alcun problema. L’analisi è stata fatta da esperti che hanno valutato nel merito, ma anche noi abbiamo dato un’occhiata a quella che era la messaggistica che era arrivata. Effettivamente non c’erano situazioni per le quali ipotizzare un pericolo.” In ogni caso, ribadendo che “nel caso di Cutro l’attivazione dell’accordo tecnico era in capo al Comando operativo aeronavale, che non ha ritenuto opportuno doverlo attivare”, Barbera ha sottolineato continuamente nel corso delle sue risposte: “La Guardia di Finanza non è deputata a queste valutazioni; la Guardia di Finanza non può attivare un piano SAR a tavolino, se non avendo l’imbarcazione a vista e constatando che c’è un serio e imminente pericolo di vita”. Barbera ha attribuito la responsabilità esclusiva della qualificazione SAR alla Guardia Costiera: “In ogni caso la Guardia di Finanza non è deputata a queste valutazioni. L’autorità marittima ha correttamente valutato di non dover considerare in pericolo il natante, e quindi di non attivare il piano SAR”. Invece, ha aggiunto l’ufficiale, “il velivolo di Frontex che ha avvistato l’imbarcazione, se avesse valutato che c’era in quel momento una situazione per la quale dichiarare il SAR, avrebbe potuto dichiararlo tranquillamente.” Il mancato avvio del piano SAR Il cardine della linea esposta da Barbera risiede proprio nei motivi per cui non fu attivato l’accordo tecnico che avrebbe permesso l’intervento della Guardia Costiera con i mezzi ognitempo per andare in soccorso al caicco in un’operazione SAR. Sollecitato dall’avvocato Alice Massara, difensore del colonnello Nicola Vardaro, a specificare quali elementi determinassero l’attivazione dell’accordo tecnico, Barbera ha spiegato, citando con precisione articoli e dati: “L’accordo tecnico, all’allegato 2, tra le 17 voci prevede di dover annotare il numero di possibili migranti a bordo, a partire da una telefonata da parte dei migranti alle forze di polizia in cui si dice che sta arrivando un’imbarcazione, oppure dalla captazione di 30-40 utenze telefoniche, tali da far comprendere al velivolo che si trova sopra che effettivamente possano esserci migranti a bordo”. Quando il pm Staccini gli ha fatto notare, nella segnalazione di Frontex la dicitura “possible additional people”, l’ufficiale ha sostenuto che l’agenzia europea utilizza tale formula in modo standardizzato: “Quando Frontex segnala, segnala sempre come possible POB (people on board). Poi c’è un’analisi che ha fatto Frontex e, all’esito di quella, è stata fatta un’ulteriore analisi da parte del Comando operativo navale. Nessuno ha certificato la presenza dei migranti a bordo”. Sul punto il presidente del collegio penale, il giudice Alfonso Scibona, ha contestato al teste le risultanze istruttorie secondo cui in 9 casi su 10 le segnalazioni di Frontex riguardavano migranti. L’ufficiale, apparendo sorpreso, ha ridimensionato la statistica affermando sicuro: “No, non è così. Può succedere magari che su 10, che ne so, 6 volte abbiano ragione e 4 volte no, ma non 9 su 10”. Le stufette a bordo del caicco La linea di Barbera ha ricalcato quella delle ‘stufette’ tenuta finora da tutti gli imputati e dai loro comandanti nell’ambito del processo sul naufragio di Cutro riguardo alla forte risposta termica rilevata all’interno del caicco Summer Love dall’aereo Eagle One di Frontex: “Si vede una persona in coperta e la significativa rilevazione termica è associata al fatto che fossimo a febbraio, e quindi bastava una piccola fonte di calore perché si registrasse questa rilevazione termica”. E ancora, a giustificazione della mancata attivazione del SAR, ha addotto il fatto che “c’era la captazione di una sola utenza telefonica, quindi non 30-40 come in genere avviene quando ci sono numerosi migranti a bordo”, aggiungendo che di norma la presenza di migranti si percepiva “perché c’è tutta una serie di elementi, tipo i parabordi che vengono lasciati fuori così, i migranti in coperta, delle tende strane, o barche con un bordo libero ridotto, che indica la linea di galleggiamento”. Il capitano Barbera ha anche evidenziato il ruolo del velivolo Frontex: “In caso di dubbi può anche interrogare l’imbarcazione, quindi può chiamare con il VHF sul canale 16, canale internazionale, e chiedere informazioni all’unità, assicurandosi che sia tutto a posto”, poiché “se non rispondono c’è qualcosa che non va, perché una barca che naviga normalmente non ha motivo di non rispondere sul canale 16”. Non era una tradizionale barca di migranti Nel corso della testimonianza, l’ufficiale – citandolo in una delle sue digressioni – ha introdotto un tema che da qualche tempo la difesa stava cercando di inserire nel dibattimento per evidenziare come il caicco non fosse un’imbarcazione “tradizionale” per il traffico di esseri umani: i controlli effettuati negli anni precedenti su natanti simili. Con dovizia di particolari Barbera ha ricordato: “Era stato effettuato un controllo proprio dalla V5006 qualche tempo prima, con tre turchi a bordo che erano in navigazione ordinaria. Dalla consultazione delle banche dati SDI sui soggetti che erano a bordo, né tantomeno sull’imbarcazione, non risultavano elementi tali da ricondurre ad attività illecita”. Ha inoltre precisato che, nella sua esperienza calabrese, “i migranti viaggiavano su barche a vela, imbarcazioni a motore in ferro o pescherecci, ma barche di questo tipo che trasportassero migranti, a mia memoria, non ne ricordo”. La virata e l’analogia con l’incidente stradale Secondo l’ufficiale, la tragedia sulle coste del naufragio di Cutro fu causata dalla brusca virata effettuata dagli scafisti davanti alla spiaggia: “In questi quattro anni di servizio in Calabria non mi è mai capitato di vedere una manovra del genere e non era neanche pensabile: una manovra impossibile, una manovra che non si può fare. Senza quell’accostata, quell’imbarcazione sarebbe arrivata a terra, così come ne sono arrivate tante altre nello stesso tratto di mare e in altri tratti di mare, e non è mai successo nulla di così tragico, in quelle stesse condizioni di mare. Consideri che lì c’è un fondale di 3 metri e mezzo, quindi quell’imbarcazione, con un pescaggio di 2 metri o 2 metri e mezzo, sarebbe arrivata sospinta dal moto ondoso dritta sulla battigia”. L’ufficiale è ricorso a un’analogia stradale per escludere le responsabilità della Finanza: “È come se noi avessimo contezza che sta arrivando un camioncino, un furgone con dei migranti che deve attraversare Crotone, e decidessimo nell’ambito dell’autonoma attività di polizia di fermarlo dopo Crotone. Che succede? Che durante questo frangente l’autista del pulmino si schianta contro un albero e succede quello che succede. Non può essere imputata la Guardia di Finanza di tutto questo”. Redazione Italia
October 19, 2026
Pressenza
Processo naufragio Cutro, le incongruenze sui diari della Guardia di Finanza
Nell’udienza del 9 ottobre sui presunti ritardi nei soccorsi al vaglio dei Tribunale di Crotone gli spostamenti e la posizione della motovedetta V5006. Il diario degli avvenimenti del Gruppo aeronavale di Taranto della Guardia di Finanza, compilato nella notte del naufragio di Steccato di Cutro, è stato al centro dell’udienza del 9 ottobre 2026 del processo sui presunti ritardi nei soccorsi al caicco Summer Love, il cui schianto sulla costa calabrese ha causato 94 morti. Il processo, in corso al Tribunale di Crotone, coinvolge quattro militari della Guardia di Finanza e due della Capitaneria di Porto accusati di omicidio e naufragio colposo: Giuseppe Grillo, 58 anni, all’epoca capo turno della sala operativa del Reparto operativo aeronavale (Roan) della Guardia di Finanza di Vibo Valentia; Alberto Lippolis, 52 anni, all’epoca comandante del Roan di Vibo Valentia; Antonino Lopresti, 53 anni, all’epoca ufficiale in comando tattico della Guardia di Finanza; Nicolino Vardaro, 54 anni, all’epoca comandante del Gruppo aeronavale della Finanza di Taranto; Francesca Perfido, 42 anni, all’epoca ufficiale della Guardia Costiera in servizio presso l’IMRCC di Roma, e infine Nicola Nania, 53 anni, all’epoca in servizio al V MRSC della Capitaneria di Porto di Reggio Calabria. Le incongruenze nel diario degli avvenimenti del Gan Dal diario degli avvenimenti della sala operativa del Gan di Taranto, infatti, emergono alcune incongruenze. L’udienza ha mostrato ancora una volta come quella notte le comunicazioni tra chi era sul campo non abbiano funzionato: non solo sono mancate quelle tra Guardia di Finanza e Capitaneria, ma anche tra i vari reparti della stessa Guardia di Finanza. Tra il Gan di Taranto e il Roan di Vibo Valentia ci sono solo due comunicazioni segnate sul diario degli avvenimenti: la prima alle 23.45 (il Roan comunica di aver avuto la segnalazione del caicco da Frontex) e l’altra alle 2.05, quando si dà notizia dell’impiego del pattugliatore Barbarisi, unità del Gan di Taranto che era di stanza a Crotone. Gli spostamenti della motovedetta V5006 L’udienza è stata incentrata sulla verifica della presenza e della posizione della motovedetta V5006 del Roan di Vibo Valentia nell’area del naufragio. È ormai risaputo che la motovedetta V5006 del Roan di Vibo Valentia, in servizio a Crotone, stava svolgendo attività di pattugliamento dalle 20 del 25 febbraio; a causa delle condizioni meteomarine aveva rivisto il suo piano di navigazione ed era rimasta sottocosta tra il fiume Neto e Capocolonna, perché oltre non si poteva andare per via del mare grosso. Quando alle 23.26 del 25 febbraio è arrivata la segnalazione di Frontex, che aveva avvistato il Summer Love a 40 miglia dalla costa calabrese, l’unità navale, poco prima di mezzanotte, ha fatto rientro in porto a Crotone per il bunkeraggio e per prepararsi a ripartire al fine di intercettare il caicco. Nel diario degli avvenimenti del Gan – dove sono annotati tutti i fatti di quella notte – però, questo rientro a mezzanotte non è segnato, sebbene fosse a conoscenza della sala operativa. Verrà inserito nel diario solo alle 2.30, quando viene annotata la partenza del pattugliatore Barbarisi insieme alla motovedetta. Lo ha confermato al collegio penale del Tribunale di Crotone il brigadiere Corrado Panico, capoturno della sala operativa del Gan di Taranto quella notte: “Sul diario mettiamo i fatti salienti. Non l’ho annotato perché non era rilevante in quel momento. Serviva a poco saperlo o non saperlo”. Le mancate informazioni tra reparti Ma non basta. Come era emerso anche nella precedente udienza, nel diario degli avvenimenti del Gan è scritto che il Roan di Vibo Valentia aveva comunicato al Gan che quella motovedetta si trovava a circa due miglia da Le Castella, mentre in realtà non aveva mai superato il promontorio di Capocolonna, che è distante oltre 20 miglia da Le Castella. Su questo aspetto l’avvocato di parte civile Lidia Vicchio ha chiesto conferma al testimone, il quale ha affermato che “il Roan aveva riferito che c’era una loro unità a Le Castella”. Sul punto l’avvocato Marilena Bonfiglio, difensore di Francesca Perfido, ha incalzato il testimone chiedendo perché non avesse ritenuto la notizia del rientro in porto della motovedetta di interesse operativo, visto che, secondo il Roan, si trovava a Le Castella e che per raggiungere Crotone, distante 20 miglia, sarebbero servite diverse ore: “Perché non gestisco io la V5006”, ha risposto Panico, spiegando che la motovedetta era di competenza del Roan e non del Gan. Allo stesso modo, il testimone ha chiarito perché non è stato avvisato il Coan (il Centro operativo aeronavale della Finanza di Pratica di Mare): “Io avviso il Coan per la mia unità, non per quella che non è del mio reparto”. “Il comandante Vardaro sempre notiziato via telefono” Incalzato dal presidente del collegio penale Alfonso Scibona, il brigadiere Panico ha ribadito: “Vardaro era costantemente notiziato via telefono”, ma ha pure riconosciuto che sul Diario degli avvenimenti non risulta che  il comandante del Gan fosse stato informato a mezzanotte del rientro della V5006. “Se l’ho comunicato, l’ho fatto dopo le 2, non nell’immediatezza. Perché era ininfluente che fosse tornata a fare bunkeraggio”, ha detto Panico spiegando: “L’ho comunicato a quell’ora perché il nostro pattugliatore, il PV6 Barbarisi, intraprende insieme alla V5006 la navigazione. Il fatto che ci sia anche la V5006 del Roan a quel punto ha valenza operativa”. Poi Panico ribadisce che aveva informato Vardaro della V5006 “perché nel frattempo era rientrata a Crotone: l’avevamo lasciata a Le Castella… quindi come ultima notizia ho dato questa al mio Otc”. Era una nave di migranti, lo aveva scritto Frontex Il testimone ha anche spiegato che “Vardaro aveva dato ordine di restare a disposizione di Roan Vibo. E che sarebbe uscito anche il pattugliatore nel caso avessero deciso di intercettare il natante. Il comandante Vardaro chiese di verificare possibilità di usare velivoli per proseguire attività di Eagle. Ho chiesto ad Icc se c’erano velivoli e mi è stato riferito negativamente. Il colonnello ha chiamato in sala alle 2 ed ha disposto l’uso del Barbarisi per fare un controllo di polizia”. Panico ha anche spiegato che con il collega di sala, Verdaro, “abbiamo fatto una presunta rotta ma non l’abbiamo comunicata a nessuno”. Nel corso dell’udienza il pm Matteo Staccini ha chiesto a Panico se in base alla sua esperienza avesse ipotizzato cosa potesse essere quel natante. La domanda è stata contestata dai difensori di Vardaro, ma ammessa dal presidente Scibona perché nei verbali agli atti Panico aveva parlato di sospetto di migranti. La risposta del brigadiere è stata come un macigno sul muro delle difese: “L’ipotesi era fatta sulla scorta di quello che scrive l’equipaggio dell’Eagle1 nel report: possibile migrant. Però” ha specificato il teste “era un’opinione personale che a poco serve perché la valutazione non è di mia competenza”. Redazione Italia
October 10, 2026
Pressenza
Frontex senza freni
«Nessun potere dev’essere accordato a un’Agenzia senza la possibilità di chiamarla a rispondere delle proprie azioni» – David Yambio, Refugees in Libya. Questo è il messaggio emerso forte e chiaro dalla conferenza di giovedì 1° ottobre al Parlamento Europeo di Bruxelles, dove europarlamentari, ricercatorə, avvocatə e organizzazioni della società civile hanno gettato luce sulla nuova riforma di Frontex, la cui proposta ufficiale è attesa per la fine di ottobre. La riforma prevede un’espansione senza precedenti di fondi, poteri esecutivi ed equipaggiamento tecnico-militare a disposizione dell’Agenzia, senza intervenire sui meccanismi di controllo e responsabilità che associazioni della società civile in tutta Europa chiedono da ormai vent’anni. L’Agenzia è infatti accusata di ostacolare le operazioni di salvataggio in mare (SAR) e di favorire respingimenti illegali, con conseguenze troppo spesso letali per le persone in viaggio sulle rotte balcaniche, nel mar Egeo e nel Mediterraneo centrale. Per comprendere la nuova proposta di riforma di Frontex, bisogna guardare all’evoluzione dell’agenzia negli ultimi 20 anni. Laura Salzano, ricercatrice del Ludwig Boltzmann Institute for Fundamental and Human Rights ha ricostruito la progressiva trasformazione di Frontex: nata nel 2004 come organismo di coordinamento tra gli Stati membri, l’Agenzia ha acquisito nel tempo capacità operative, personale, mezzi propri e poteri sempre più estesi. Il passaggio decisivo è avvenuto con la riforma del 2019, che ha portato alla creazione dello Standing Corps, alla possibilità per Frontex di acquistare direttamente armi, navi e altri equipaggiamenti e a un forte aumento del budget (passato da 6,2 milioni di euro nel 2005 a 1,2 miliardi di euro nel 2026). L’Agenzia può oggi svolgere controlli e attività di sorveglianza alle frontiere, raccogliere e condividere dati e organizzare operazioni di espulsione dai Paesi membri. Con la nuova riforma i finanziamenti all’Agenzia potrebbero raggiungere – tra il 2028 e il 2034 – gli 11 miliardi di euro e il totale dei suoi agenti effettivi potrebbe arrivare alle 30mila unità. A questa crescita dei poteri non corrisponde però un analogo rafforzamento dei meccanismi di controllo. Come ha sottolineato Salzano, Frontex è «la prima agenzia dell’UE con poteri di law enforcement, senza essere un’agenzia di law enforcement»: agisce come un corpo di polizia, senza essere sottoposta agli stessi standard di trasparenza e controllo. Frontex permette e coordina il sistema di respingimenti nel Mar Egeo e nel Mediterraneo Centrale. Nell’Egeo, Francesca Ruzzetta del Legal Centre Lesvos ha descritto un sistema di respingimenti sistematici. Tra il 2020 e il 2023 sono stati documentati oltre 1.000 pushback, che hanno coinvolto più di 27.000 persone. Frontex sarebbe stata direttamente coinvolta in oltre cento casi e a conoscenza di centinaia di altri. Particolarmente significativo è il modo in cui l’Agenzia registra questi episodi: 135 operazioni di pushback risultano infatti classificate nei database interni come “prevenzioni delle partenze dalla Turchia”. In un caso, quasi 200 persone espulse da Creta nell’ottobre 2020 sono state registrate come se l’operazione non fosse mai avvenuta. Anche l’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF) aveva aperto un’inchiesta evidenziando gravi criticità nella gestione dell’Agenzia e il suo coinvolgimento, anche attraverso omissioni e mancati interventi, nei respingimenti illegali nell’Egeo. La vicenda portò a una profonda crisi di governance di Frontex e, come risultato, Fabrice Leggeri lasciò l’incarico di direttore esecutivo il 29 aprile 2022 (e dal 2024 è diventato europarlamentare con il Rassemblement National). Oggi il suo successore Hans Leijtens cerca di ripulire l’immagine dell’Agenzia attraverso investimenti in una comunicazione “dal volto umanitario” che continua ad infrangersi con la realtà documentata dalle organizzazioni della società civile. Ruzzetta ha infatti ricordato il naufragio della Adriana, nel giugno 2023: tra le 750 persone a bordo, circa 650 morirono. L’aereo di Frontex aveva individuato l’imbarcazione ore prima del naufragio e l’Agenzia aveva offerto ulteriori voli di sorveglianza alle autorità greche. Il SAR fu dichiarato solo 13 ore dopo il primo avvistamento. Nel Mediterraneo centrale, Sea-Watch ha documentato un meccanismo analogo, anche attraverso i Mayday Relay. Il 25 giugno, la nave Aurora dell’ONG tedesca tenta di contattare un aereo di Frontex che ha emesso un Mayday Relay, per ricevere maggiori informazioni utili a svolgere il soccorso in mare. Frontex ha ignorato le comunicazioni e persino l’offerta di mediare le informazioni dell’aereo di pattugliamento di Sea-Watch. Il 30 agosto, un altro Mayday Relay di Frontex viene ascoltato dalla nave di soccorso civile Solidaire, che però non riceve aggiornamenti sulla posizione dell’imbarcazione. Al contrario, la Guardia costiera libica riceve da Frontex le coordinate aggiornate, intercetta le persone a bordo e le riporta in Libia. «Così anche se vediamo un incremento nei Mayday Relay lanciati da Frontex, non vediamo alcun cambiamento sostanziale nel sistema di salvataggio, che rimane un sistema di intercettazioni e morti in mare», ha spiegato Dorothee Krämer di Sea-Watch. Nuovi fondi per nuove tecnologie di sorveglianza e armamenti L’espansione di Frontex significa anche nuovi investimenti in tecnologie sempre più sofisticate per la sorveglianza delle frontiere. Come ha spiegato Mark Akkerman, di Stop Wapenhandel, una parte consistente del bilancio dell’Agenzia viene destinata a «equipaggiamento e servizi per la sicurezza e il controllo delle frontiere» e decine di milioni di euro vengono spesi ogni anno per voli di sorveglianza con aerei e droni, affidati anche a grandi aziende del settore militare.  Un grande punto di contatto tra Frontex e l’industria bellica sono gli “Industry Days”, durante i quali le aziende presentano all’Agenzia, alla Commissione europea ma anche a Paesi membri e sempre più rappresentanti di Paesi partner extra-UE, le proprie “soluzioni” tecnologiche e operative per specifiche “problematiche” e per la sorveglianza delle frontiere. Secondo uno studio di Access Now nel solo 2024 le 10 maggiori compagnie che partecipano a questi incontri, tra cui vi sono Leonardo, Airbus e Thales, hanno investito circa 7,5 milioni di euro in attività di lobbying presso la Commissione europea e specifichə europarlamentari. Questi incontri sono direttamente promossi dalla Commissione europea, che coinvolge le aziende in gruppi consultivi e processi di elaborazione delle politiche europee sulla securizzazione e la sorveglianza delle frontiere. Si crea così un circuito in cui le stesse industrie che traggono profitto dall’espansione della sicurezza delle frontiere vengono sempre più coinvolte nella definizione delle tecnologie e delle politiche che ne alimentano la crescita. «La narrativa che accompagna queste politiche è stata fortemente promossa dall’industria degli armamenti. La percezione della migrazione come una minaccia, come una questione di sicurezza, è direttamente funzionale all’industria» – Mark Akkerman. Tra le tecnologie in sviluppo ci sono anche satelliti, droni e le High-Altitude Platforms (HAPS), piattaforme autonome che volano nella stratosfera anche per 10 o 12 mesi e mirano a colmare il divario tra la sorveglianza tramite satelliti e quella effettuata con aerei e droni. Il giornalista Matthias Monroy di Digit/netzpolitik ha sottolineato come Frontex stia sperimentando questi strumenti insieme a grandi aziende dell’industria militare, tra cui Thales e Airbus, trasformando il Mediterraneo in un vero e proprio laboratorio per la sorveglianza militare. «Al momento i droni di grandi dimensioni non possono sorvolare i confini terrestri, ed è per questo che il mare è diventato un banco di prova per questi velivoli. Nel prossimo futuro comunque li vedremo anche sui confini terrestri. La Germania, infatti, ha già modificato la propria normativa in materia di volo per consentire il passaggio anche ai droni di grandi dimensioni» – Matthias Monroy.  «Solo i giudici possono fermare Frontex» – Iftach Cohen, Front-lex. Le persone sopravvissute a questo sistema mortifero di intercettazioni e respingimenti chiedono giustizia. Iftach Cohen di Front-lex ha raccontato il lavoro di contenzioso strategico iniziato nel 2021 con il primo ricorso contro Frontex presentato per conto di due persone bloccate in Turchia dopo un pushback nell’Egeo. Le prime azioni sono state respinte, anche a causa di requisiti di ammissibilità e standard probatori difficili da soddisfare. Un passaggio fondamentale è arrivato nel dicembre 2025, con la sentenza della Grande Camera della Corte di giustizia dell’Unione europea nel caso Hamoudi v. Frontex, che ha stabilito nuovi criteri sull’onere e sullo standard della prova nei casi di pushback, riconoscendo lo squilibrio strutturale nell’accesso alle evidenze tra l’Agenzia e le persone che ne denunciano le condotte. Per Cohen «tutte le misure volte al controllo democratico, alla trasparenza e alla responsabilità hanno fallito. Frontex è preposta alla sorveglianza delle frontiere e non sarà mai in grado di rispondere adeguatamente alle situazioni di emergenza. Non abbiamo bisogno di una Frontex migliore o di una Frontex riformata, ma abbiamo chiaramente bisogno di porre fine a Frontex». La questione centrale riguarda quindi il rapporto tra potere e responsabilità. Più potere deve sempre equivalere a più responsabilità e meccanismi di bilanciamento democratico. L’evoluzione di Frontex dimostra una tendenza opposta e chiama in causa le scelte delle Istituzioni europee, che in un momento in cui in Europa aumentano le disuguaglianze e diminuiscono risorse e accesso a servizi fondamentali, favoriscono l’industria bellica e privata generando la progressiva militarizzazione dello spazio pubblico europeo. La proposta di riforma arriva dunque come uno schiaffo in faccia alle associazioni animate dalle persone sopravvissute a questo sistema necropolitico e alla società civile nel suo complesso, che dopo anni di denunce e battaglie esige giustizia, trasparenza e soprattutto un uso radicalmente diverso dei fondi pubblici dei contribuenti. Anche per questo la conferenza si conclude con l’appello di attivistə, ricercatorə ed europarlamentari per una mobilitazione diffusa contro la riforma UE che sarà presto discussa a Bruxelles.
Il Patto UE e la frontiera dei dati
Il 12 giugno 2026 è entrato in vigore il Patto sulla Migrazione e l’Asilo, un pacchetto legislativo introdotto dall’Unione europea per gestire più efficacemente la migrazione e istituire un sistema europeo comune di asilo. Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE SU MIGRAZIONE E ASILO Quattro conversazioni con Martina Tazzioli, Miguel Mellino, Sandro Mezzadra e Enrica Rigo Francesco Ferri 19 Settembre 2026 Il fine del Patto, così come affermato dal Consiglio dell’Unione europea, è quello di rendere le procedure più efficienti e uniformi e di garantire la solidarietà e un’equa ripartizione delle responsabilità tra gli Stati membri 1.  Data la recente approvazione di tale strumento legislativo, risulta al momento ancora prematuro e difficoltoso comprenderne l’impatto e le conseguenze che ne deriveranno. Tuttavia, come evidenziato da numerose organizzazioni non governative – tra cui Amnesty International, PICUM, Border Violence Monitoring Network, European Digital Rights ed ENAR – il Patto presenta rilevanti criticità.  I timori principali riguardano una contrazione del diritto di asilo, causata dalla progressiva criminalizzazione delle persone in movimento, dalla crescente securitizzazione ed esternalizzazione delle frontiere e dal potenziamento dei meccanismi di sorveglianza e repressione 2. In particolare, a suscitare maggiori preoccupazioni è stato il pilastro operativo del nuovo Patto, ovvero il ricorso alle procedure di frontiera accelerate: un insieme di meccanismi volti a gestire, direttamente al confine, gli arrivi e i tentativi di ingresso irregolari nell’Unione europea. Ciò che più ha creato allarme è l’uso sistematico di queste ultime che, proprio in virtù del loro essere “accelerate”, comportano una riduzione dei termini per l’esame delle domande d’asilo e delle garanzie giurisdizionali. Il pericolo è dunque una facilitazione dei rimpatri, che rischiano di essere eseguiti prima ancora che le autorità giudiziarie possano esaminare gli eventuali ricorsi successivi a una decisione negativa sulla domanda d’asilo. Un altro aspetto critico del nuovo Patto europeo riguarda il ricorso alla detenzione amministrativa, che questo strumento rischia di rendere sempre più frequente. Infatti, sebbene la detenzione sia presentata come una misura di extrema ratio non necessaria durante le procedure di frontiera, essa viene giustificata qualora occorra impedire l’ingresso non autorizzato nel territorio 3. Inoltre, il Patto stabilisce che chiunque sia sottoposto alle procedure di frontiera debba risiedere presso il confine, in una zona di transito o in appositi centri designati 4: una condizione che, nei fatti, può risultare in significative restrizioni alla libertà di movimento e tradursi in una vera e propria detenzione de facto 5. L’adozione di procedure di frontiera accelerate e sommarie e il crescente ricorso alla detenzione amministrativa sembrano confermare l’intento del nuovo Patto di ostacolare l’ottenimento dell’asilo e di tenere il maggior numero possibile di migranti al di fuori dei confini dell’Unione, criminalizzando così una quota sempre più ampia di persone in movimento. COSTRUIRE LA FORTEZZA La ratio alla base del Patto sulla Migrazione e l’Asilo non rappresenta tuttavia una novità, ma è il risultato di un percorso intrapreso ormai da diversi anni e la cui genesi coincide con i flussi migratori che hanno interessato l’Unione europea nel 2014-2015.  Approcciandosi a questo strumento legislativo risulta infatti fondamentale tener conto del contesto politico, economico e sociale da cui esso emerge e che rende il Patto il culmine politico e normativo di un processo di securitizzazione ed esternalizzazione delle frontiere europee, il quale ha trasformato il continente in una vera e propria fortezza 6. D’altronde fu la stessa Ursula von der Leyen ad affermarlo durante lo Schengen Forum del 2020: per garantire uno spazio europeo sicuro in cui gli spostamenti interni siano sempre più semplici e rapidi, il rafforzamento delle frontiere esterne è un presupposto imprescindibile 7. Così si sono innalzati nuovi muri, intensificati i controlli sia lungo le aree di confine sia all’interno degli Stati membri, stretti accordi di esternalizzazione e aumentati i respingimenti illegali; si è investito nella costruzione di centri di detenzione e si è esteso l’elenco dei Paesi considerati sicuri verso cui respingere chi chiede asilo, fino a teorizzare la creazione di return hubs in Paesi terzi al di fuori dell’Unione Europea.  Tutte queste misure rispondono a una precisa logica selettiva: garantire una mobilità fluida e privilegiata a quanti sono considerati “desiderabili”, in virtù del possesso di un determinato capitale economico, sociale e culturale (turisti, lavoratori che contribuiscono all’economia capitalista, studenti che partecipano a programmi di scambio, soggetti bianchi e occidentali), sbarrando al contempo l’accesso agli individui ritenuti “indesiderabili”. > In questa prospettiva, la frontiera cessa di essere una semplice linea di > demarcazione e si trasforma in un filtro asimmetrico 8.  Tale necessità di selezione incarna ciò che la letteratura definisce il “dilemma tra facilitazione e controllo” 9: l’esigenza di agevolare una mobilità rapida ed efficiente per i soggetti ritenuti funzionali alla prosperità economica, mantenendo al contempo a distanza chi viene percepito come una minaccia o un peso per l’Unione. LA TECNOLOGIA COME ALLEATO PERFETTO: DALLA BLINDATURA DEI CONFINI ALLA SORVEGLIANZA DATI  Nel corso degli anni, la soluzione ottimale a tale dilemma è stata individuata sempre di più in un massiccio dispiegamento di sistemi digitali sia ai confini sia all’interno degli Stati membri. Tali tecnologie, in particolare quelle biometriche, si sono rivelate alleati formidabili per intercettare e identificare la mobilità ritenuta indesiderata, assolvendo così a quella decisiva funzione di filtraggio delle persone in movimento. Tesi di laurea, ricerche e studi SOCIO-TECHNICAL IMAGINARIES OF SECURITY IN EU MIGRATION GOVERNANCE Tesi di laurea magistrale di Valeria Gentili 5 Settembre 2026 Ci troviamo dunque di fronte a una frontiera sempre più sorvegliata e blindata sul piano tecnologico: torri di controllo dotate di sensori capaci di intercettare movimenti anche a chilometri di distanza, telecamere termiche per il tracciamento notturno nelle zone di confine, impiego di droni MALE – come gli IAI Heron 1 o gli Elbit Hermes 900 di produzione israeliana – per il pattugliamento del Mediterraneo, e centri di detenzione gestiti tramite complessi sistemi di sicurezza informatica. A questa dimensione materiale e visibile del controllo si affianca un’infrastruttura digitale meno evidente, ma altrettanto pervasiva. Nello specifico, per infrastruttura digitale si intendono qui i cosiddetti “Sistemi IT europei su grande scala” o, più semplicemente, le banche dati europee.  Nate alla fine degli anni Novanta con finalità amministrative specifiche per la gestione dei flussi – come il controllo dei visti o l’esame delle richieste di asilo -, tali banche dati sono diventate nel corso del tempo degli strumenti di controllo ben più articolati, impiegati non più solo per questioni migratorie in senso stretto, ma per più ampi scopi di sorveglianza dei cittadini di paesi terzi.  Non si tratta dunque di meri strumenti gestionali, bensì di enormi archivi di dati sia biografici sia biometrici (impronte palmari, campioni di DNA, impronte digitali, immagini del volto) riguardanti quasi tutte le categorie di cittadini di paesi terzi. Tali informazioni vengono conservate per anni e risultano accessibili non più soltanto alle autorità di frontiera e per l’immigrazione, ma anche alle forze di polizia e alle agenzie europee come Europol e Frontex, fino a coinvolgere perfino attori privati 10. In questo modo, i database comunitari si sono trasformati in pervasivi strumenti investigativi e di sorveglianza, eccedendo di gran lunga le finalità originarie per cui erano stati concepiti. DALLA SECURITIZZAZIONE ALLA TECNO-SECURITIZZAZIONE  Tale ricorso alla tecnologia nella gestione e nel controllo dei flussi è il risultato di un preciso paradigma tecno-securitario che sovrappone la sicurezza al massimo grado di digitalizzazione e innovazione tecnica. Ampiamente consolidata ai vertici dell’Unione Europea e condivisa da istituzioni, attori privati, rappresentanti politici, esperti tecnologici e burocrati nazionali operanti nei settori della polizia e delle politiche migratorie, questa visione promuove l’idea che un confine altamente digitalizzato sia intrinsecamente sicuro ed efficiente 11. Tale convinzione poggia sulla fiducia nella capacità della tecnologia di semplificare la realtà, ottimizzare i processi e razionalizzare il controllo. Tuttavia, un simile approccio, si rivela profondamente problematico quando applicato al fenomeno migratorio, in quanto tende a ridurre questioni politiche e sociali complesse a meramente tecniche e logistiche. In questo modo si rischia di depoliticizzare la raccolta dei dati sulle persone in movimento, riducendo queste ultime a una mera “popolazione di dati” da elaborare, condividere e governare, con la conseguente svalutazione della loro dimensione umana e dei loro diritti.  In questo contesto, il nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo incarna appieno tale visione della sicurezza e il conseguente affidamento alle tecnologie digitali, configurandosi –  come denunciato da diverse organizzazioni per i diritti umani – come l’ingresso in una “nuova e letale era della sorveglianza digitale” 12. Il suo pilastro operativo, rappresentato dalle procedure di frontiera, poggia infatti interamente sulla rete delle banche dati europee. Il primo passaggio vincolante consiste nello screening obbligatorio, una procedura basata sulla raccolta estensiva di dati biografici e biometrici delle persone intercettate ai confini o condotte a terra dopo operazioni di salvataggio. Tali informazioni vengono inserite nel sistema Eurodac e incrociate con quelle presenti negli altri database europei, permettendo alle autorità di verificare se l’individuo sia già stato registrato o se risulti segnalato come minaccia per la sicurezza pubblica o nazionale. Lo screening si configura così come un ingranaggio indispensabile per l’architettura dell’intero Patto, poiché è soltanto attraverso la registrazione nei database che si può procedere al rapido smistamento delle persone in movimento verso i diversi canali giuridici dell’asilo o del rimpatrio. Le procedure di frontiera previste dal Patto sembrano dunque rispondere alla precisa esigenza di rendere i processi più rapidi ed efficienti, esattamente tramite l’utilizzo dei dati biometrici e dei database europei, i quali rappresentano lo strumento perfetto per raggiungere tale obiettivo.  DISUMANIZZAZIONE, CIRCOLAZIONE DI DATI SENSIBILI E BIAS ALGORITMICI  A questo punto ci si potrebbe chiedere: qual è, dunque, il problema? Se la tecnologia velocizza e semplifica le procedure, non si tratta forse di un vantaggio sia per chi le gestisce sia per chi vi è sottoposto? In realtà, questo approccio porta con sé numerosi aspetti critici e profondamente preoccupanti. Un primo elemento riguarda il rischio di deumanizzazione insito nel sistema, legato alla riduzione della persona a un mero insieme di dati che ne determinano il destino. L’esame di una domanda di asilo è una procedura complessa e delicata, che richiede tempo, ascolto e contestualizzazione delle storie individuali. Ridurre questa valutazione al responso che appare su uno schermo a seguito dell’inserimento di dati biometrici rischia di impedire un’analisi adeguata e personalizzata dei singoli casi. Esistono infatti vissuti, traumi e sfumature delle esistenze umane che non possono essere tradotti in dati quantificabili, né essere presi in considerazione all’interno di procedure sommarie come quelle previste dal nuovo Patto. Vi è poi una questione cruciale legata alla natura altamente sensibile di queste informazioni. I pericoli in questo ambito sono molteplici: dalle vulnerabilità informatiche e dal rischio di attacchi hacker, fino all’ampliamento della possibilità di accesso a un insieme sempre più ampio di soggetti, inclusi attori privati e agenzie di sicurezza. Infine, un ulteriore e grave rischio riguarda l’impiego di algoritmi e sistemi di intelligenza artificiale nei processi decisionali. Tali strumenti vengono utilizzati per valutare se una persona rappresenti una minaccia per la sicurezza nazionale, così come per l’impiego di rilevatori di bugie o di sistemi di riconoscimento dialettale volti a verificare la veridicità delle dichiarazioni rese dai richiedenti asilo. Oltre alle evidenti minacce per la riservatezza e la privacy delle persone coinvolte, si aggiunge così il pericolo che vengano impiegate tecnologie strutturalmente caratterizzate da un’elevata propensione all’errore e da marcati bias sistemici 13. Oltre a sollevare timori circa il rischio di una progressiva compressione del diritto d’asilo, il nuovo Patto desta dunque preoccupazione per quanto riguarda un utilizzo non-neutrale della tecnologia. Quest’ultima, infatti, difficilmente può essere considerata un mero strumento di semplificazione se viene impiegata per finalità di sorveglianza e di repressione. Facilmente, invece, si trasforma in un mezzo che rischia di rinforzare e riprodurre dinamiche di criminalizzazione e securitizzazione.  FONTI: Belhadj Mohamed, Leila. “La deportazione come infrastruttura: la digitalizzazione dei confini europei.” Tecnopolitica dell’Europa che si svuota. Podcast, March 3, 2026 Broeders, Dennis and James Hampshire. “Dreaming of Seamless Borders: ICTs and the Pre-Emptive Governance of Mobility in Europe.” Journal of Ethic and Migration Studies 39, No. 8 (2013): 1201-1205.  Celoria, Eleonora. “Gli accertamenti alle frontiere esterne e sul territorio: focus su Regolamento Screening. Cenni sul Regolamento Eurodac” (ciclo di formazione ASGI sul Patto europeo sulla Migrazione e l’Asilo) Chiusi, Fabio. La fortezza automatica. Se l’IA decide chi può varcare i confini. Bollati Boringhieri, 2025.  Consiglio dell’Unione europea. “Il Patto dell’UE sulla migrazione e l’asilo” European Network Against Racism (ENAR). Policy Briefing: Structural Racism in the New European Union Pact on Migration: A Devastating Blow to the Right to Asylum. 21 dicembre 2023. Ferri, Francesco. Una cassetta degli attrezzi al tempo del Patto UE. In: Melting Pot Europa [online]. 19 settembre 2026 [consultato il 19 settembre 2026]. Fritz, Pauline and Alyna Smith. Invisible Borders. Episode 2. “Hostile Politics.” Border Violence Monitoring Network. 43. min., 44 sec. January 14, 2026. Garelli, Elena. “I principi generali in materia di procedure d’asilo e l’esame della domanda – focus su Regolamento Procedure” (ciclo di formazione ASGI sul Patto europeo sulla Migrazione e l’Asilo) Parlamento europeo e Consiglio. Regolamento (UE) 2024/1348, art. 43(2). Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants (PICUM). PICUM Analysis of the Asylum Procedure Regulation and Return Border Procedure Regulation. New Migration Pact Series. Bruxelles: PICUM, dicembre 2024. Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants (PICUM). «EU Pact on Migration and Asylum». PICUM Blog ProtectNotSurveil Coalition. Joint Statement – The EU Migration Pact: A Dangerous Regime of Migrant Surveillance. Pubblicato da Access Now, 10 aprile 2024. Trauttmansdorff, Paul and Ulrike Felt. “Experimentation and Collective Imagination: The Digital Transformation of the EU Border Regime.” Science, Technology, & Human Values 48, No. 3 (2022). Von der Leyen, Ursula. “Speech by President von der Leyen at the Schengen Forum.” European Commission. Nov. 30, 2020.   Vavoula, Niovi. “The ‘Puzzle’ of EU Large-Scale Information Systems for Third-Country Nationals: Surveillance of Movement and Its Challenges for Privacy and Personal Data Protection.” European Law Review (2019).  Wonders, Nancy. “Global Flows, Semi-permeable Borders and New Channels of Inequality.” In Borders Mobility and Technologies of Control, edited by Sharon Pickering and Leanne Weber. Springer, 2006.  1. Consiglio dell’Unione europea, «Il Patto dell’UE sulla migrazione e l’asilo» ↩︎ 2. European Network Against Racism (ENAR), Policy Briefing: Structural Racism in the New European Union Pact on Migration: A Devastating Blow to the Right to Asylum; Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants (PICUM), «EU Pact on Migration and Asylum», PICUM Blog; Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants (PICUM), PICUM Analysis of the Asylum Procedure Regulation and Return Border Procedure Regulation, New Migration Pact Series (Bruxelles: PICUM, dicembre 2024); ProtectNotSurveil Coalition, Joint Statement – The EU Migration Pact: A Dangerous Regime of Migrant Surveillance, Access Now, 10 aprile 2024 ↩︎ 3. Parlamento europeo e Consiglio, Regolamento (UE) 2024/1348, art. 43(2) ↩︎ 4. Ibid., art. 54(1) ↩︎ 5. PICUM, Analysis of the Asylum Procedure Regulation ↩︎ 6. Leila Belhadj Mohamed, “Return Hub: Cosa prevedono i nuovi regolamenti europei sui rimpatri,” Wired Italia, December 17, 2025; Pauline Fritz and Alyna Smith, Invisible Borders, episode 2, “Hostile Politics,” Border Violence Monitoring Network, 43. min., 44 sec. ↩︎ 7. Ursula von der Leyen, “Speech at the Schengen Forum”, European Commission, 30 November  2020 ↩︎ 8. Nancy Wonders, “Global Flows, Semi-permeable Borders and New Channels of Inequality,” in Borders Mobility and Technologies of Control, ed. Sharon Pickering and Leanne Weber (Springer, 2006), 73. ↩︎ 9. Dennis Broeders and James Hampshire, “Dreaming of Seamless Borders: ICTs and the PreEmptive Governance of Mobility in Europe,” Journal of Ethic and Migration Studies 39, no. 8 (2013): 1201-1205 ↩︎ 10. Niovi Vavoula, “The ‘Puzzle’ of EU Large-Scale Information Systems for Third-Country Nationals: Surveillance of Movement and Its Challenges for Privacy and Personal Data Protection,” European Law Review (2019) ↩︎ 11. Paul Trauttmansdorff and Ulrike Felt, “Experimentation and Collective Imagination: The Digital Transformation of the EU Border Regime,” Science, Technology, & Human Values 48, no. 3 (2022) ↩︎ 12. The #ProtectNotSurveil Coalition, “The EU Migration Pact: A Dangerous Regime of Migrant Surveillance,” PICUM (blog), April 11, 2024 ↩︎ 13.  #ProtectNotSurveil Coalition (Access Now, Equinox Initiative for Racial Justice, European Digital Rights (EDRi), Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants (PICUM), Refugee Law Lab, AlgorithmWatch, Amnesty International, Border Violence Monitoring Network (BVMN), EuroMed Rights, European Center for Not-for-Profit Law (ECNL), European Network Against Racism (ENAR), Homo Digitalis, Privacy International, Statewatch, Dr Derya Ozkul, Dr. Jan Tobias Muehlberg, and Dr Niovi Vavoula), “The EU Migration Pact ↩︎
September 29, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Frontex usa i droni di Leonardo per favorire i respingimenti illegali in Libia
“Sono riuscito a segnalare posizione alla Guardia Costiera libica”. Frontex non si nasconde più e rivendica la sua partecipazione nei respingimenti illegali verso la Libia. A pagarne le conseguenze le circa 65 persone catturate dalle milizie libiche e riportate nei lager libici. La comunicazione è arrivata dal drone Falcon01, che da marzo sorvola il Mediterraneo, senza che i suoi tracciati siano visibili. È gestito da Frontex e costruito da Leonardo, la più grande azienda italiana produttrice di armi. Questo sistema illegale è finanziato interamente anche grazie ai contributi degli italiani. L’azienda a partecipazione statale Leonardo produce droni che facilitano i respingimenti delle milizie libiche, anch’esse finanziate dall’Italia: oltre 1 miliardo di euro dal 2017 ad oggi. Quando il governo lamenta mancanza di fondi per migliorare la sanità pubblica, costruire nuove scuole o frenare il rincaro dei carburanti, consigliamo di iniziare a tagliare i finanziamenti a chi schiavizza, uccide e traffica esseri umani. Sea Watch
September 27, 2026
Pressenza
Naufragio Cutro, l’equipaggio: “Il radar non ha battuto nulla”
Ripresa l’udienza a carico dei 6 militari indagati sui presunti ritardi nei soccorsi. Il pm chiede i motivi della sosta prolungata della motovedetta V5006 a Crotone. “Alle 3.20 del 26 febbraio quando siamo arrivati a Capocolonna non si poteva procedere in sicurezza e il comandante ha deciso di rientrare in porto”. Lo hanno ribadito all’unisono venerdì 18 settembre due componenti dell’equipaggio della motovedetta della Guardia di Finanza V5006 nel corso della loro testimonianza al processo sui presunti ritardi nei soccorsi al caicco Summer Love, il cui naufragio a Steccato di Cutro ha causato 94 morti e decine di dispersi. Udienze ricominciate per sei imputati Processo che vede imputati quattro militari della Guardia di Finanza e due della Capitaneria di porto. Sul banco degli imputati, per omicidio e naufragio colposo, figurano Giuseppe Grillo, 57 anni, capo turno della sala operativa del Reparto operativo aeronavale (ROAN) della Guardia di Finanza di Vibo Valentia; Alberto Lippolis, 51 anni, comandante del ROAN di Vibo Valentia; Antonino Lopresti, 52 anni, ufficiale in comando tattico della Guardia di Finanza; Nicolino Vardaro, 53 anni, comandante del Gruppo aeronavale della Finanza di Taranto; Francesca Perfido, 41 anni, ufficiale della Guardia Costiera in servizio presso l’IMRCC di Roma e, infine, Nicola Nania, 52 anni, in servizio al V MRSC della Capitaneria di Porto di Reggio Calabria. L’udienza, davanti al collegio penale presieduto dal giudice Alfonso Scibona, è ripresa dopo la pausa estiva con l’audizione di due finanzieri scelti: Alessandro Erdas, motorista della V5006, e Roberto Camarretta, radarista a bordo dell’unità. I due sono stati interrogati dal pubblico ministero Matteo Staccini, mentre gli avvocati degli imputati e quelli di parte civile hanno scelto di acquisire agli atti le relazioni di servizio. La ricostruzione attraverso le relazioni di servizio Relazioni che fanno un resoconto freddo di quanto accaduto quella notte del 26 febbraio, quando la motovedetta V5006 dalle 20 si trovava in mare per attività di pattugliamento. Alle 23.30 la motovedetta riceveva la comunicazione della segnalazione di Frontex che avvisava della presenza di un caicco sospetto (possible migrant vessel scrive Frontex nell’avvistamento delle 21.26 del 25 febbraio 2023, ndr) che faceva rotta verso la Calabria. A quel punto il comandante dell’unità, il luogotenente Pasquale Lombardo, disponeva il rientro in porto per bunkeraggio. L’unità entrava nel porto vecchio di Crotone a mezzanotte e lì restava fino alle 2.20 del 26 febbraio, quando riprendeva il mare per andare a intercettare il caicco. Un’ora dopo, alle 3.20, all’altezza di Capocolonna a causa delle condizioni meteo avverse la V5006 invertiva la rotta tornando verso Crotone, dove giungeva alle 4.45. Da ricordare che né il primo rientro, né il secondo sono stati comunicati alla Guardia Costiera che aveva offerto il suo supporto per dirigersi verso il caicco. Soprattutto, come è ormai noto, il Roan di Vibo Valentia aveva comunicato alle 23.36 al comando regionale della Capitaneria di porto di Reggio Calabria che “per il momento è un’attività di polizia che stiamo valutando noi, abbiamo la… una nostra vedetta, la 5006, che l’attenderà… mare permettendo”. Le due ore di attesa al porto vecchio Il pm Staccini ha chiesto ai due testimoni il motivo delle due ore di attesa al porto dopo il primo rientro: “Sono serviti 40 minuti per il rifornimento, abbiamo fatto 800 litri di carburante – ha spiegato il finanziere scelto Erdas – poi ci sono ormeggio e disormeggio, pratiche burocratiche per il rifornimento. Il comandante ci ha anche chiesto di sistemare la barca per affrontare il mare successivamente. Da quando abbiamo finito alla nuova partenza, che è stata decisa dal comandante non ricorodo quanto tempo è trascorso, mi pare meno di un’ora”. Il finanziere Camarretta ha precisato: “Non abbiamo fatto solo rifornimento, ma abbiamo rifatto le stime per capire dove il caicco si sarebbe trovato e quando sarebbe arrivato in acque nazionali in base a segnalazione Frontex, che è stata l’unica avuta durante navigazione. Inoltre, abbiamo messo in sicurezza tutta l’apparecchiatura prima di uscire. Non ricordo se c’è stato un intervallo temporale tra quando eravamo pronti e quando siamo uscire”. Il sostituto procuratore ha chiesto chiarimenti sulle condizioni meteo. Entrambi i testimoni hanno dato la medesima risposta: “Alle 21 quando eravamo già in mare si poteva proseguire, alle 3.20 a Capocolonna era impossibile proseguire. Il comandante ha deciso e come prassi penso che abbia informato la sala operativa di Vibo Valentia”. Nel corso della testimonianza del motorista, l’avvocato Francesco Vetere, difensore di Alberto Lippolis, ha chiesto al finanziere Erdas se avesse mai incontrato prima imbarcazioni simili al caicco durante la sua esperienza in mare. Il militare ha iniziato a rispondere con dovizia di particolari di fatti avvenuti qualche mese prima del naufragio, ma è stato fermato dal presidente Scibona, il quale ha fatto notare come la domanda non c’entrasse con il tema della testimonianza, che era sulla relazione di servizio data per acquisita e né poteva essere desunto da domande fatte dal pm. L’avvocato a quel punto non ha insistito. Domande del pm sulle comunicazioni e sul radar Più approfondite le domande al radarista della V5006 sulle comunicazioni e sulla procedura seguita per tentare di intercettare il Summer Love. Il finanziere ha evidenziato un dato: “La comunicazione di Frontex con i dati delle coordinate del caicco quando è arrivata a noi era già di un’ora prima. Il target era a 40 miglia a sud est di Capo Rizzuto, ma per la rotta che faceva era a 50 miglia da punto di arrivo previsto, Copanello. Per andare a intercettare l’imbarcazione ci siamo basati sulla segnalazione di Frontex, che indica rotta e velocità, verificando ogni ora il punto dove presumibilmente sarebbe arrivato. Quando siamo usciti alle 2.20 l’idea era quella di intercettare il caicco; secondo i calcoli che avevamo fatto sarebbe entrato in acque nazionali alle 3, quando sarebbero mancate 25 miglia per arrivare al punto previsto di approdo. In base ai dati di Frontex il caicco sarebbe arrivato sulla costa alle 7 del mattino.” La radio non funzionava bene Il finanziere Camarretta ha spiegato al Tribunale che “quella sera la radio, probabilmente per le condizioni meteo, non funzionava bene e per questo le comunicazioni il comandante le faceva per telefono” e poi ha specificato al pm: “Il radar di bordo può avere una portata anche di 96 miglia, ma non batterebbe nulla. Quella notte non ha battuto alcun target, per le condizioni meteo che c’erano la portata non andava oltre le due, massimo 3 miglia”. E la motovedetta non è mai arrivata a quella minima distanza. Infine, nel corso delle domande degli avvocati difensori l’avvocato Alice Massara ha letto anche le sommarie informazioni testimoniali che Camarretta ha fatto alla Procura militare di Napoli che aveva aperto un’indagine in seguito al cosiddetto “Contributo civico” presentato da Cittadinanzattiva di Napoli al Tribunale militare del capoluogo campano e al Comando generale delle Capitanerie di porto.     Redazione Italia
September 19, 2026
Pressenza
Se non lo vedi, non esiste. Reportage “Come in mare così in cielo”
Come in mare così in cielo è il racconto di una settimana a Lampedusa insieme all’equipaggio dell’Albatross, l’aereo di monitoraggio di SOS Méditerranée.   Questo reportage prova ad  esplorare cosa significhi sorvegliare una frontiera dall’alto, a raccontare come l’assenza di soccorso si manifesti nelle rotte tracciate sui monitor, nelle parole dell’equipaggio -ostinato e talvolta impotente – che vola e sorveglia, nei corpi visti e non raggiunti.  Narra la violenza strutturale che colpisce le persone in movimento nel central Med, tra respingimenti, complicità istituzionali e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. Come in mare così in cielo vuole aprire una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo centrale, questa volta osservato da un cielo che è diviso,  frammentato e sorvegliato tanto quanto il mare. Reportage e inchieste IL VOLO. REPORTAGE “COME IN MARE COSÌ IN CIELO” A bordo dell'Albatross, l'aereo che sorveglia il Mediterraneo centrale Roberta Derosas 1 Settembre 2026 PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE – Vedute aeree del mare e della Ocean Viking SE NON LO VEDI, NON ESISTE Il cielo ha confini strani. Ma la sua organizzazione non è poi diversa da quella del mare. E se è difficile immaginare i confini liquidi, quelli aerei sembrano ancora più labili. Gli spazi aerei si dividono su più livelli, uno dei quali è la giurisdizione, attraverso le FIR – Flight Information Region. Si tratta di aree di dimensioni variabili, ciascuna affidata a un’autorità che fornisce due servizi: il Servizio Informazioni Volo (FIS – flight information service) ed il servizio di allarme (ALS – alerting service). Ogni porzione di cielo ricade quindi sotto una specifica FIR: i paesi più piccoli hanno l’intero spazio aereo racchiuso in un’unica FIR, mentre per i paesi più grandi lo spazio aereo è suddiviso in un certo numero di FIR regionali. Questa ripartizione di competenze non è arbitraria: è stabilita da accordi internazionali sotto l’egida dell’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile (ICAO). Il Mediterraneo centrale ha linee tracciate nel mare con le zone SAR e nel cielo con quelle FIR. In cielo ne esistono quattro: Italiana, Maltese, Libica e Tunisina. Ogni volo che attraversa più FIR deve annunciare via radio (VHF) il cambio di zona, con quota, intenzioni e distanza. Non tutti i paesi, però, autorizzano i voli nella propria zona aerea di competenza e controllo: la Tunisia è uno di questi. Alcuni, invece autorizzano il sorvolo, ma non il soccorso. Un precedente simile riguarda la Grecia: dopo alcuni tentativi di soccorso a Cipro, un decreto ha vietato ai velivoli civili di sorvolare la FIR greca: un vuoto di osservazione che pesa oggi sulla nuova rotta che da Tobruk punta proprio verso la Grecia. Quando la capo missione, Mila, me lo racconta penso a quanto la Tunisia stia diventando impenetrabile dal cielo, da terra, dal mare. Come accade in mare, anche dal cielo si monitora la frontiera. Mezzi tecnologici d’avanguardia sono utilizzati a questo fine dall’agenzia europea Frontex, responsabile di spostare il controllo dal mare al cielo. Frontex sorveglia il Mediterraneo centrale dall’alto; con le sue navi, i suoi droni, i suoi funzionari fa esistere la frontiera come ostacolo fisico. Un muro. Efficace. La sua funzione dichiarata è semplice: sorvegliare, analizzare e respingere. Sorveglia acque, terre e cielo di un confine sempre più torbido e violento, sempre più lontano e oscuro. Analizza dati e flussi e ne rende conto agli stati di cui è l’esercito. Respinge i movimenti grazie a una tecnologia d’avanguardia, spesso prodotta da Israele. Dal 2018 utilizza droni Heron e diversi aerei ed equipaggi con basi a Malta e in Italia; l’area da cui partono le imbarcazioni dirette in Europa è sistematicamente pattugliata. Ripresa dall’Albatross durante la Missione 05 Imbarcazione in difficoltà: ADC082 è stata avvistata durante un volo dell’Albatross, permettendo così il successivo intervento di soccorso da parte della Humanity 1 (12 agosto 2026) PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE Fa pensare ad un grande rastrello che passa nel mare e nel cielo e poi ancora a terra, che scandaglia al millimetro gli spazi aerei, terrestri e marini per respingere ogni impurità, ogni elemento esterno. Frontex è la vergogna dell’UE, una delle molteplici. Se si pensa al dispiegamento aereo, appare dal report di Human Rights Watch e Border Forensic che nel 2021 le ore di volo sono più che raddoppiate rispetto al 2018, passando da 1.396 a 2.869. Nello stesso periodo l’agenzia ha ridotto il proprio raggio operativo navale da 70 a 24 miglia nautiche dalla costa italiana. L’inchiesta “Airborne Complicity“, pubblicata da Human Rights Watch e Border Forensics nel dicembre 2022 1, quantifica cosa produce questo spostamento. Quasi un terzo delle intercettazioni operate dalle forze libiche nel 2021 – su oltre 32.400 persone complessive – è stato facilitato da informazioni raccolte tramite la sorveglianza aerea di Frontex. L’analisi statistica stabilisce una correlazione significativa: nei giorni in cui i mezzi aerei volano più ore, la Guardia Costiera libica intercetta più imbarcazioni. Nel report si cita un caso del 30 luglio 2021 e questo illumina il funzionamento in concreto. Un drone Frontex individua un’imbarcazione con circa 20 persone a bordo. La Guardia Costiera libica la intercetta poco dopo. Nessuna nave umanitaria presente nella zona riceve l’allerta. Il report non lascia margini di interpretazione: la strategia attuata da Frontex non è costruita per salvare vite, ma per impedire gli arrivi. E nella misura in cui questo comporta la riconsegna sistematica di persone in Libia – paese in cui sono più che documentati i trattamenti disumani e degradanti riservati alle persone migranti – l’agenzia, e per estensione l’Unione, possono essere considerate complici di tali abusi 2. Attraverso la sua strategia di sorveglianza dal cielo e la trasmissione delle informazioni alla GC libica, Frontex permette che la responsabilità del controllo si allontani dalle coste europee, aumentando il rischio per chi fugge: il contatto diretto con le navi che operano search and rescue si riduce e con esso il tasso di soccorso. Frontex non dispiega solo aerei ed elicotteri, ma anche droni che rappresentano, per chi è a bordo sui barchini, il primo vero incontro con il confine europeo: un confine che sorveglia e resta invisibile e che al contempo rende invisibili i migranti per il sistema d’asilo europeo, impedendo loro di toccare le coste dell’Unione. Il ritiro navale dell’UE dal Mediterraneo – causa anche delle numerose violazioni dei diritti umani attribuite a Frontex – non equivale a un disimpegno dall’area, ma solo a uno spostamento dal mare al cielo. Il confine si divide così in una componente terrestre rigida e una componente aerea più flessibile ed efficiente nel controllo 3. > Invisibile è la parola ricorrente tra attivisti e operatori in frontiera. “Persone invisibili, confini invisibili, movimenti invisibili”. Anche le ragazze della crew di questo aereo la usano, ma con precisione: le persone non scelgono di essere invisibili, piuttosto è la gestione politica dei confini che le rende tali. E poi, mi ripetono spesso “è semplice. Se non vedi, non esiste”. PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE COSÌ IN CIELO COME IN MARE Il lavoro si svolge in cielo e a terra, quando il velivolo volteggia in aria e quando è fermo. Un’attività costante e una comunicazione continua tra equipaggio che sta nella casa ufficio e osserva i monitor e quello che si trova in volo. Sono proprio questi monitor, per primi, ad attirare la mia attenzione: disegnano le linee ricamate dagli aerei, rotte tracciate dai velivoli della flotta aerea civile e governativa. Mille fili di Arianna, altrettanti Tesei e Minotauri. Le informazioni non sono criptate; i siti non sono segreti, ma di libero accesso. La capo missione mi spiega che in ogni organizzazione il sistema è uguale: ore passate davanti ai monitor per verificare quali aerei siano presenti e in volo, scrutando i ricami che si disegnano sui monitor e che indicano le rotte di tutti gli aerei. E se le linee si attorcigliano e si accavallano in uno stesso punto, probabilmente significa che al di sotto c’è una barca che contiene persone. La HoM 4 mi racconta che osservare la posizione di Frontex su siti di tracciamento pubblico come Flightradar è già una pista per capire dove siano presenti dei target. E poi aggiunge: “spesso però Frontex, non dà segnalazione perché informa direttamente la GC libica”. In cielo come in mare, chi sorvola una zona ha l’obbligo di segnalare agli enti competenti ciò che avvista in acqua. Ma non è sempre così: i velivoli di Frontex non rispettano sempre questo obbligo. È un problema serio, perché un soccorso dovrebbe portare le persone in un luogo sicuro, ma se chi avvista un’imbarcazione in difficoltà nella zona SAR libica non segnala l’evento, o lo segnala solo alla Libia, il risultato è che le persone vengono riportate proprio nel paese da cui fuggono, che di sicuro non ha nulla. Secondo quanto mi racconta la HoM, la guardia costiera libica si muove con gli assetti più veloci tra tutte le flotte del Mediterraneo, sotto la protezione politica ed economica dell’Unione europea arrivando ben oltre la zona SAR di cui dovrebbe essere competente, la più vasta tra quelle in cui si divide il Mediterraneo centrale. Che vuol dire osservare il cielo dall’altro? Quanto è difficile vedere e non poter intervenire fisicamente? Cosa vuol dire vedere corpi che galleggiano, respingimenti dall’alto e non avere il potere di avvicinarsi? Carla mi dice che non si pone la domanda e che questo è il suo modo di avvicinarsi al soccorso aereo: “in fondo, potrebbe non succedere. E poi, c’è sempre il rischio di non volare”. Cassandra. Mentre discutiamo, Mila, la HoM, ci dice che l’aereo ha avuto un problema tecnico. E che sperano siano problemi risolvibili. La profezia di Carla pare avverarsi: potrei non volare. Perché allora chiedermi cosa significhi vedere il mare dal cielo? I giorni che seguono continuano così, tra messaggi che rimandano il mio volo senza annullarlo e incontri con la crew. L’isola è piena di turisti. Via Roma è un vai e vieni di gente che passeggia, ignara, forse di quello che succede a poche miglia da qui. Nelle spiagge trovo resti di barche che sono riuscite a raggiungere l’isola. Le vedo, esistono. Riprese aeree del mare e della Ocean Viking Operazione aerea dall’Albatross Uno, Missione 05: avvistamento di un gommone libico non identificato PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE IL LUCCHETTO DI FRONTEX E continuo ad attendere questo volo che non arriva. Due tecnici sbarcano direttamente da Malta per capire se e cosa si possa fare. La capo missione però mi autorizza ad accompagnare Lisa, la TACCO e il pilota, Peter, in aeroporto. Ho il tesserino di riconoscimento e passiamo un primo controllo in questa che è l’area militare. Oltre la soglia incontriamo i due esperti arrivati direttamente da Malta: a soli 30 o 40 minuti di volo. Tutto è possibile: l’aereo potrebbe essere riparato qui oppure forse dovrebbe essere aggiustato a Malta. Non so cosa accadrà, però almeno posso osservare da vicino il velivolo su cui dovrei salire. O sarei dovuta salire. Ci avviciniamo all’area dove sono parcheggiati tutti gli aerei. Il “nostro” è grigio proiettile, brillante. È lungo circa otto metri e mezzo e ha un’apertura alare di 13 metri e mezzo. Ha due eliche che lo fanno volare. Quattro sedili. Per salirci basta appoggiare un piede su un gradino e poi poggiare l’altro sull’ala. Sembra strano che una cosa così piccola possa volare. Sembra una zanzara e immagino lo stesso rumore fastidioso, in volo. Mi siedo al posto del pilota e mi trovo tra le gambe la barra di comando: sembra un giocattolo, uno di quei simulatori di volo da sala giochi. Davanti, un monitor con bottoni e pulsanti. Il vetro lucido: la prima operazione prima di partire in volo è proprio quella di pulire i vetri e fare in modo che la visibilità sia perfetta. Il cielo da questa prospettiva è un’ellisse. Questo piccolo velivolo costa alcune centinaia di migliaia di euro; una sola delle termocamere che Frontex monta sui propri mezzi ne varrebbe, da sola, circa duecentomila. Riprese aeree durante la Missione 05 / Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE Nello stesso spazio in cui è parcheggiato questo aereo piccolo piccolo ce ne sono altri 7: Frontex ne ha due e anche un elicottero. Per controllare la frontiera, i mezzi a disposizione dell’esercito UE sono di un livello superiore rispetto a quelli della flotta civile. Negli anni il suo ruolo è cresciuto molto rispetto alle origini nel 2004: da agenzia di coordinamento tecnico è diventata un attore operativo con poteri propri, incluso il dispiegamento di personale ed equipaggiamento senza necessità di invito esplicito da parte dello Stato membro. Altri velivoli della flotta civile, mi dicono, sono dipinti apposta in rosso e blu, colori diversi dal grigio-bianco di Frontex: per essere riconosciuti, dal basso, da chi è in mare. Qui, in quest’area dell’aeroporto di Lampedusa, ci sono oggi altri quattro aerei: se si esclude quello dei tecnici maltesi, i tre che restano sono proprietà di turisti arrivati qui col loro velivolo personale. La disparità tra esseri umani è indecente: chi viaggia sui barchini e chi su un aereo di proprietà. Questione di passaporti e conti in banca. La stanza in cui sono custoditi gli oggetti utili al volo, è condivisa da tutte le organizzazioni che perlustrano il cielo, quasi a lasciare immaginare una prossimità che in realtà non esiste. Un solo armadio ha un lucchetto. È quello di Frontex. Mentre io e Lisa aspettiamo Peter, una ragazza inglese che lavora con di Frontex si avvicina e ci racconta del caldo che ha avuto in volo: l’aria condizionata di cui dispone l’aereo che pilota oggi non funzionava. È giovane, gentile. Forse lei, in volo, quando avvista una barca, dà l’informazione a tutti gli operatori che sono in mare e in cielo. Forse non si limita a contattare la Libia. Prima di lasciare l’aeroporto, copriamo l’aereo: un telo pesante a proteggerne i vetri che devono essere perfetti in volo. Lo lasciamo lì, senza sapere ancora se la riparazione sarà rapida o richiederà il tempo di un tragitto a Malta. Se così fosse, la possibilità di volare si allontana per me. Resto nell’isola una settimana: ripartirò sabato ed è già mercoledì. PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE 1. Leggi l’inchiesta ↩︎ 2. Human Rights Watch & Border Forensics, Airborne Complicity: Frontex Aerial Surveillance Enables Abuse, Human Rights Watch, 8 dicembre 2022 (disponibile anche in italiano). Autori principali: Judith Sunderland e Lorenzo Pezzani, con il team di Border Forensics Sunderland, Judith, EU Misses Opportunity on Frontex Transparency, Accountability, Human Rights Watch, Dispatches, 24 aprile 2024 ↩︎ 3. “Eyes in the Sky: EU Border Technology in the Mediterranean” by Ahlam Chemlali and Mikkel Nørregaard Jørgensen e Airborne Complicity ↩︎ 4. Head of Mission: capo missione ↩︎
Socio-technical imaginaries of security in EU migration governance
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli Studi di Bologna Department of Political and Social Sciences Master’s Degree in International Relations SOCIO-TECHNICAL IMAGINARIES OF SECURITY IN EU MIGRATION GOVERNANCE: CHALLENGING THE MYTH OF TECHNOLOGICAL NEUTRALITY IN EU MIGRATION PACT AND RETURN REGULATION Dissertation in Criminology of the Borders Di Valeria Gentili (2025-2026) Scarica l’elaborato (EN) INTRODUZIONE Da diversi anni, il settore della sicurezza e della difesa è profondamente attraversato da processi di trasformazione digitale che ne hanno ridefinito strumenti, pratiche e modalità operative attraverso l’impiego di un articolato ecosistema tecnologico. Quest’ultimo ricomprende banche dati, algoritmi decisionali, sistemi di intelligenza artificiale, droni, sensori di movimento, telecamere di sorveglianza e tecnologie di identificazione biometrica. Si tratta di un ambito caratterizzato da una pluralità di attori e da una salda sinergia tra governi e colossi tecnologici, comunemente noti come Big Tech. Tali società si configurano come le principali produttrici di tecnologie di sorveglianza, fungendo da fornitrici privilegiate per gli Stati, che ne costituiscono i clienti primari. All’interno di questo intreccio – frequentemente definito security-industrial complex – convergono e si alimentano a vicenda gli interessi di imprese private, imprenditori, partiti politici, esperti di IT, forze dell’ordine, centri di ricerca e consulenti di sicurezza. La gestione delle frontiere e della mobilità umana è da tempo integrata nel comparto della sicurezza e rappresenta, di conseguenza, uno degli ambiti in cui le tecnologie digitali trovano l’applicazione più pervasiva. Nel corso del tempo, i confini sono divenuti veri e propri laboratori di sperimentazione per nuovi dispositivi tecnologici, testati sul campo sia su persone documentate sia su individui irregolari. Da un lato, le frontiere – storicamente concepite come linee fisse e visibili – si sono ulteriormente fortificate grazie a sistemi avanzati, dalle torri di sorveglianza alle reti radar e di sensori schierate lungo i tratti confinari. Dall’altro, proprio in virtù di tali tecnologie, la frontiera è sfuggita al controllo visivo immediato, facendosi mobile, invisibile e onnipresente. Non è più necessario raggiungere il confine fisico per essere identificati: la frontiera si proietta potenzialmente ovunque, manifestandosi nelle termocamere in dotazione alle forze di polizia nelle foreste balcaniche, nei sistemi TVCC dei centri commerciali o nei varchi aeroportuali europei, dove dispositivi automatizzati tracciano e identificano istantaneamente le persone in movimento. L’impiego delle tecnologie digitali nella gestione dei flussi migratori si inserisce in un mutamento di paradigma che ha ridefinito la concettualizzazione e il governo della mobilità umana. A partire dagli ultimi decenni del Novecento, infatti, il fenomeno migratorio è stato progressivamente riletto in chiave emergenziale e associato alla criminalità e al terrorismo. Di conseguenza, la migrazione è stata inquadrata prevalentemente come una minaccia alla sicurezza nazionale anziché come un fenomeno sociopolitico, orientando le risposte istituzionali verso un approccio rigidamente securitario. Ciò si è tradotto nel potenziamento del controllo confinario e nel consolidamento dei meccanismi di espulsione e respingimento, contesti nei quali il ricorso agli strumenti digitali ha conosciuto una costante crescita. All’interno dell’Unione Europea questa dinamica trova riscontri paradigmatici: dall’impiego dei droni di Frontex per il pattugliamento del Mediterraneo centrale – volti a guidare le intercettazioni in mare delle guardie costiere – all’installazione lungo i confini terrestri di torri di sorveglianza automatizzate con termocamere a lungo raggio. Tale tendenza emerge altresì nel finanziamento europeo a progetti di ricerca altamente controversi come iBorderCtrl, fondato su algoritmi per l’analisi delle micro-espressioni facciali a scopo di “lie detection”. Un controllo pervasivo analogo si ritrova nei centri di detenzione greci, strutturati su reti di sensori, telecamere, droni e varchi biometrici, così come nell’espansione delle banche dati europee per il tracciamento sistematico di chi fa ingresso nel territorio dell’Unione. Infine, questa logica trova la sua massima formalizzazione politica e giuridica nel Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo e nel collegato Regolamento sui Rimpatri, due cornici normative che basano i processi di identificazione e sorveglianza sull’interoperabilità dei dati biometrici e digitali. Muovendo da tale contesto, il presente lavoro di tesi intende indagare criticamente questo massiccio dispiegamento di strumenti digitali, mettendo in discussione l’idea – sostenuta dai loro fautori – secondo cui essi possano essere impiegati in modo neutrale, razionale e con benefici diffusi per tutti gli attori coinvolti. A questo scopo, si rende necessario interrogare le motivazioni politiche e sociali, nonché gli orizzonti ideologici, che alimentano il crescente affidamento alla tecnologia nei processi di sicurezza e controllo confinario. Ci si chiede pertanto se, entro un quadro segnato da dinamiche di securitizzazione ed esternalizzazione delle frontiere e dalla criminalizzazione di determinate categorie di migranti, le tecnologie digitali possano davvero operare quali strumenti oggettivi, o se, al contrario, non contribuiscano a consolidare e riprodurre tali processi. Per rispondere a tale interrogativo, l’indagine si articolerà lungo due assi principali. In primo luogo, verranno esaminate le banche dati europee per la gestione delle frontiere – i cosiddetti sistemi IT su larga scala -, analizzandone l’architettura originaria e l’evoluzione riformatrice fino allo scenario attuale, per comprendere come tali infrastrutture si siano adeguate alle crescenti istanze di sorveglianza. In secondo luogo, l’attenzione si sposterà sulle novità introdotte dal Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo e dalla proposta di Regolamento sui Rimpatri, approfondendo il modo in cui entrambi gli strumenti normativi imperniano la propria efficacia sull’uso del digitale. In quest’ambito, un focus specifico sarà dedicato all’evoluzione del sistema Eurodac e all’implementazione delle tecnologie biometriche – quali il riconoscimento facciale e la rilevazione delle impronte digitali – impiegate sia nelle procedure di screening ai confini sia all’interno dello spazio europeo. Attraverso la disamina di questi dispositivi e del loro utilizzo nell’ambito delle politiche migratorie dell’Unione, l’obiettivo finale sarà verificare se e in che misura la concreta attuazione di tali tecnologie alimenti le logiche di controllo, tracciamento ed esclusione che caratterizzano la governance europea dei confini. Occorre infine sottolineare la profonda interconnessione tra i due ambiti di analisi: il Patto trova infatti la propria chiave di volta nell’interoperabilità delle banche dati europee e, in particolare, in Eurodac, che ne costituisce il vero e proprio braccio operativo informatico. Comprendere il contesto specifico in cui le tecnologie digitali vengono implementate, gli interessi che servono e le pratiche che facilitano è di fondamentale importanza. Tale architettura tecnologica si inserisce infatti entro un quadro sempre più repressivo e orientato al controllo, una realtà che sia il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo sia il Regolamento sui Rimpatri consolidano formalmente. L’urgenza di analizzare questo fenomeno deriva innanzitutto dal fatto che sia le riforme relative ai sistemi IT europei sia il Nuovo Patto comportano conseguenze profonde e destabilizzanti per la vita di migliaia di cittadini di paesi terzi. Eppure, questi sviluppi spesso sfuggono al controllo pubblico, con decisioni cruciali prese in uno stato di diffusa inconsapevolezza. Tuttavia, i cambiamenti strutturali introdotti ai vertici dell’Unione Europea, insieme alle modalità operative di questo impianto tecnologico, portano con sé implicazioni significative per le pratiche contemporanee di sorveglianza, controllo e raccolta dati. Infatti, come questa tesi intende dimostrare, queste ultime stanno diventando sempre più totalizzanti, estendendo la loro portata su uno spettro sempre più ampio di individui. Tale scenario richiede dunque monitoraggio rigoroso, una profonda comprensione e una critica sistematica di ogni deriva che si traduca in violazioni dei diritti fondamentali anziché nel bene pubblico – specialmente in considerazione del fatto che questo apparato risponde agli interessi dei centri di potere, i quali definiscono chi debba essere sorvegliato in funzione di precisi obiettivi politici. Allo stato attuale, questi obiettivi appaiono saldamente diretti verso la sorveglianza di un numero sempre maggiore di individui e il controllo totale della mobilità umana. I processi decisionali in questo campo procedono in modo sottile, lento e incrementale, consolidandosi nell’arco di decenni attraverso il coinvolgimento di una pluralità di attori che mettono a punto le politiche pubbliche sulla base di interessi stratificati. Nel caso dell’Unione Europea, il percorso verso le riforme analizzate in questo lavoro è il risultato di dinamiche di lunga data guidate dagli interessi politici ed economici dei governi, delle Big Tech e delle multinazionali private. Oggi, questo complesso di sicurezza-industriale trova nella tecnologia il proprio perno: prodotta dai mercati privati, essa viene impiegata dalle istituzioni statali nella gestione migratoria e, più ampiamente, nelle politiche di sicurezza. Alla luce di ciò, demistificare le ragioni e le forme di questa strumentalizzazione diventa un imperativo analitico. Tale prospettiva porta a chiedersi se la tecnologia possieda un potenziale emancipatorio destinato a rimanere inespresso finché la sua progettazione risponde prevalentemente alle esigenze degli attori egemoni. In questo senso, il problema non risiede nella tecnologia in sé, ma piuttosto i quadri sociali, politici ed economici all’interno dei quali viene sviluppata e dispiegata. Come suggerito da esempi quali le tecnologie utilizzate per la giustizia climatica, per favorire decisioni trasparenti e responsabili o per colmare le disuguaglianze sistemiche, un uso giusto ed etico degli strumenti digitali è del tutto possibile e i risultati dipendono dalle logiche che ne governano la progettazione e l’uso. Infine, nell’esaminare un dispiegamento così pervasivo di strumenti digitali all’interno delle politiche migratorie europee, sorge una domanda ancora più ampia: è la tecnologia a servire le frontiere, o sono le frontiere a servire la tecnologia? Interrogare questa dinamica è fondamentale per evitare che questo apparato tecnologico – e gli interessi nascosti che lo guidano – continui a infliggere danni sistemici a popolazioni che sono già emarginate, o che rischiano di diventarlo proprio perché la tecnologia viene usata come un’arma per profitto economico e politico. Soprattutto nell’attuale clima legislativo plasmato dal Patto e dal Regolamento sui Rimpatri, e all’interno di un contesto sociale caratterizzato da proposte legislative sulla “re-migrazione” in Italia e da violente proteste anti-immigrazione a Belfast, è impossibile non temere che la tecnologia venga usata come un’arma per allinearsi a queste tendenze xenofobe e restrittive. Pertanto, è imperativo comprendere a fondo come questo strumento venga dispiegato, perché la conoscenza è potere, ed è fondamentale che questo potere sia detenuto da coloro le cui azioni sono guidate da interessi diversi dal profitto economico e dalla sorveglianza. Per condurre la ricerca svolta, si è scelto di adottare le lenti teoriche della criminologia digitale (digital criminology) e degli studi critici sulla sicurezza (Critical Security Studies). La criminologia digitale muove dal presupposto che la realtà contemporanea si configuri come una dimensione tecnosociale, in cui società e tecnologia risultano ormai inscindibili, influenzandosi reciprocamente in modo continuo. Questa costante interazione ha ridefinito le pratiche di sicurezza e di controllo sociale, con un impatto significativo sulla gestione della mobilità. Tale prospettiva permette dunque di decostruire l’infrastruttura tecnologica delle frontiere europee, sfidando la sua immagine di mero insieme di strumenti neutrali al fine di mostrarla, al contrario, come un complesso di dispositivi denso di implicazioni politiche e sociali. Inoltre, questo approccio evidenzia come la dimensione digitale possa trasformarsi in un vettore di controllo e di riproduzione delle disuguaglianze, un aspetto che trova ampio spazio di approfondimento all’interno della presente tesi. Per quanto riguarda i Critical Security Studies, si tratta di un quadro concettuale che fornisce gli strumenti analitici per connettere l’implementazione dell’infrastruttura tecnologica europea con le dinamiche di securitizzazione, esternalizzazione e criminalizzazione di specifiche categorie di persone in movimento. In particolare, questa lente teorica consente un’analisi del contesto politico e discorsivo che caratterizza i casi di studio presi in esame, focalizzandosi su come la percezione della migrazione sia mutata al punto da inquadrare il fenomeno come una minaccia e sul conseguente impatto che tale cambiamento ha avuto sulle politiche migratorie europee. Così, l’integrazione di questi due quadri teorici permette un approccio di ricerca critico volto a smantellare i discorsi istituzionali sulla sicurezza e a stimolare una profonda riflessione sulle reali logiche nascoste dietro l’uso della tecnologia. Per raggiungere questo obiettivo, è stata condotta un’analisi qualitativa del contenuto di fonti normative e documenti ufficiali, tra cui Regolamenti e decisioni dell’UE, direttive, proposte legislative e comunicazioni della Commissione Europea, nonché documentazione istituzionale delle Agenzie europee. L’obiettivo di questo esame non è stato semplicemente quello di decodificare il testo letterale, ma di portare alla luce le logiche sottostanti e di verificare se la tecnologia si configuri effettivamente come uno strumento neutrale. Tra le fonti supplementari consultate figurano testi della letteratura scientifica e accademica di riferimento, fonti giornalistiche e di attualità e contenuti multimediali. All’interno di questo quadro, un’importanza centrale è stata attribuita ai rapporti e ai briefing di ONG e coalizioni di esperti di diritti digitali, utilizzati in particolare per lo studio del Patto sulla Migrazione e l’Asilo e della proposta di Regolamento sui Rimpatri. Questa scelta si è resa necessaria trattandosi di un campo normativo estremamente recente e in continua evoluzione; un terreno inedito le cui reali conseguenze a lungo termine su piano pratico e tecnologico potranno essere verificate solo in futuro. Il primo capitolo di questa tesi esaminerà le motivazioni socio-politiche e gli eventi che hanno portato alla creazione della cosiddetta “frontiera digitale” (denominata anche “technoborder”). In particolare, esplorerà come l’impiego delle tecnologie digitali nella gestione dei confini e della mobilità sia strettamente connesso alle dinamiche della globalizzazione e del neoliberismo. Questi processi hanno infatti condotto a una securitizzazione delle frontiere che si è evoluta oggi in una vera e propria “tecno-securitizzazione” grazie alle più recenti innovazioni tecnologiche. L’analisi mostrerà come questa tendenza abbia ridefinito il fenomeno migratorio, identificandolo come una minaccia alla sicurezza e consolidando così il nesso tra migranti irregolari e criminalità. In questo contesto, un ruolo catalizzatore è stato svolto dalla paura: sebbene il dibattito sulla securitizzazione fosse già in atto, gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti hanno legittimato un’accelerazione della digitalizzazione delle frontiere, specialmente attraverso l’uso delle tecnologie biometriche. Successivamente, il capitolo approfondirà le trasformazioni strutturali subite dalle frontiere a seguito della loro digitalizzazione e il loro impatto su chi le attraversa. Si discuterà di come esse siano diventate “semi-permeabili” in relazione alla funzione di filtraggio che svolgono, proprio attraverso le tecnologie digitali. Queste ultime, infatti, permettono la raccolta di dati sulla base dei quali avviene una rapida selezione – il cosiddetto social sorting – che distingue i soggetti “desiderabili”, i quali attraversano i confini senza ostacoli, da quelli “indesiderabili”, che vengono invece intercettati. Per comprendere appieno questo meccanismo, verranno introdotti i concetti di profilazione del rischio (risk profiling) e di governance preventiva della mobilità (pre-emptive mobility governance), evidenziando come l’obiettivo sia quello di intercettare le potenziali minacce tramite la profilazione prima che gli individui raggiungano fisicamente la frontiera, esercitando così un controllo anticipato sulla mobilità. Il secondo capitolo sposterà l’attenzione sull’infrastruttura tecnologica europea per il controllo e la gestione delle frontiere, occupandosi nello specifico delle banche dati progettate a tal fine. Verrà innanzitutto esaminato il ruolo dell’Agenzia dell’Unione Europea per la Gestione Operativa dei Sistemi IT su Larga Scala (eu-LISA), che gestisce i database europei dal 2012. Il ruolo di eu-LISA sarà analizzato per portare alla luce gli immaginari, i progetti politici e le visioni del futuro che guidano questo attore, condizionando direttamente la progettazione e la riforma degli archivi digitali. Saranno presi in considerazione sia i primi sistemi informativi, come SIS, VIS ed Eurodac, sia quelli più recenti, come EES ed ETIAS. L’obiettivo è tracciarne l’evoluzione nel corso degli anni, identificando gli interessi politici e l’approccio ideologico dietro ogni modifica. L’analisi dimostrerà come sia le vecchie che le nuove banche dati convergono verso un’unica direzione e un’identica necessità: estendere la sorveglianza e il controllo sul maggior numero possibile di persone in movimento. Infine, il terzo capitolo esaminerà il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo, in vigore dal 12 giugno 2026, e la proposta di Regolamento sui Rimpatri. L’obiettivo sarà quello di analizzare come entrambi gli strumenti legislativi si affidino pesantemente all’uso massiccio di tecnologie digitali e biometriche. Nello specifico, si vedrà come l’efficacia del Patto dipenda fortemente dall’interoperabilità delle banche dati europee (in primis Eurodac) e dall’identificazione biometrica all’ingresso delle frontiere, che diventa fondamentale per reindirizzare rapidamente i migranti verso le corrette procedure di asilo o di rimpatrio. La parte finale del capitolo si concentrerà sulla proposta di Regolamento sui Rimpatri, evidenziando il rischio di un’estensione della sorveglianza digitale anche all’interno degli Stati membri, in particolare attraverso misure di rintracciamento per identificare i cittadini di paesi terzi in situazione irregolare. Sia la proposta di Regolamento sui Rimpatri sia il nuovo Patto prevedono una raccolta massiccia di dati sensibili, un aspetto di cui verranno sottolineati rischi e criticità. Infine, l’analisi esaminerà anche come entrambi gli strumenti normativi rischino di estendere la detenzione amministrativa, la quale ha luogo in strutture notoriamente iper-tecnologizzate al fine di garantire sorveglianza e sicurezza. Il terzo capitolo lascerà aperta una questione cronologica: mentre il Patto entrerà in vigore nel giugno 2026, la proposta di Regolamento sui Rimpatri, al momento della stesura di questa tesi, è ancora in fase di discussione. Tuttavia, il quadro delineato da entrambi gli strumenti solleva notevoli preoccupazioni circa il loro carattere repressivo. L’intento sembra infatti essere quello di facilitare le espulsioni e ostacolare l’esercizio del diritto di asilo; in questo scenario, la tecnologia gioca un ruolo fondamentale nel veicolare tali obiettivi.