UE, la crisi migratoria è solo politica: gli sbarchi diminuiscono, ma aumentano i morti
Mentre i governi europei intensificano il dibattito – e gli scontri – sulla
gestione «emergenziale» dei flussi migratori, arrivano i numeri a smentire
questa narrazione. Secondo Frontex, infatti, nei primi sette mesi del 2026 gli
attraversamenti irregolari delle frontiere dell’Unione sono diminuiti del 37% su
base annua. Nello stesso periodo, però, il Mediterraneo è diventato più letale:
un recente rapporto dell’OIM mostra che, mentre gli arrivi calano, morti e
dispersi aumentano drasticamente. Nel pieno dell’attuazione delle logiche
repressive del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, applicabile dal 12
giugno e recepito da molti Paesi, tra cui l’Italia, l’emergenza non riguarda
insomma il numero di chi arriva (in netto calo), ma quanti continuano a morire
nel tentativo di raggiungere l’Europa.
«La priorità dell’Europa sia proteggere le frontiere esterne dall’immigrazione
incontrollata», ha tuonato negli ultimi giorni, tra gli altri, anche la premier
italiana Giorgia Meloni. Eppure, i dati diramati da Frontex raccontano una
realtà diversa: con circa 61mila rilevamenti complessivi, dal 1° gennaio al 31
luglio 2026 gli attraversamenti irregolari sono crollati. La rotta del
Mediterraneo centrale, che interessa da vicino il nostro Paese, ha registrato un
numero più che dimezzato (16.454 ingressi irregolari rispetto ai 36.656 del
2025, con un -55%). Anche il Mediterraneo orientale e la rotta dei Balcani
occidentali hanno fatto rilevare cali significativi, rispettivamente del 28% e
del 26%. L’unica eccezione è il Mediterraneo occidentale, che interessa la
Spagna, dove gli arrivi sono aumentati del 37%. «La diminuzione complessiva
registrata finora riflette una serie di fattori, tra cui la continua
cooperazione con i paesi partner e le misure preventive adottate nei principali
paesi di partenza, che hanno contribuito a ridurre le partenze verso l’Europa»,
ha scritto Frontex nel suo report.
Il paradosso più crudele emerge dal rapporto dell’OIM. Nei primi quattro mesi
del 2026, lungo la rotta del Mediterraneo centrale, 821 persone sono morte o
risultano disperse, con un aumento del 111% rispetto allo stesso periodo del
2025, mentre gli arrivi diminuivano del 46%. Oltre la metà di queste vittime –
ben 430 – si sono verificate nel solo mese di gennaio, quando il ciclone Harry
ha colpito la regione. Ancora più drammatico è il dato del Mediterraneo
orientale, dove i decessi sono aumentati del 259%, raggiungendo 244 vittime,
molte delle quali coinvolte in naufragi avvenuti nelle acque intorno a Creta.
«Meno arrivi non significano viaggi più sicuri», ha dichiarato il vicedirettore
generale dell’OIM, Ugochi Daniels. «Dietro ognuno di questi numeri c’è una
famiglia in attesa di notizie che non arrivano mai. Man mano che i viaggi
diventano più lunghi e pericolosi, salvare vite umane in mare e sulla terraferma
rimane una responsabilità condivisa, che nessun Paese può assolvere da solo».
Il rafforzamento dei controlli e gli accordi con i Paesi di origine e transito
possono insomma ridurre le partenze da determinati punti, ma non hanno la
capacità di eliminare le cause della mobilità globale, che risente pesantemente
di dinamiche strutturali e interconnesse quali profondi conflitti, mutamenti
climatici e pressioni economiche, come evidenziato dall’impatto delle recenti
ostilità in Medio Oriente sugli sfollamenti di massa verso Libano e Siria.
L’eccezionale afflusso verificatosi a Ceuta il 30 luglio, escluso dalle
statistiche preliminari di Frontex, mostra quanto rapidamente una pressione
contenuta possa concentrarsi su un singolo confine e trasformarsi in crisi
politica e umanitaria. Eppure, il dibattito europeo continua a semplificare il
fenomeno. Daniels ha sottolineato questa distorsione prospettica, chiarendo che
«l’attenzione tende a concentrarsi su poche rotte», ma «quasi la metà dei 304
milioni di migranti internazionali nel mondo vive all’interno della propria
regione, spostandosi per lavoro, famiglia, istruzione e sicurezza».
Il tutto avviene mentre l’UE corre per rendere pienamente operativo il Patto
sulla migrazione e l’asilo, duramente criticato per aver minato l’accesso alle
procedure di asilo e le garanzie fondamentali. Esso amplia infatti le procedure
accelerate e i controlli di massa alle frontiere esterne, prevedendo uno
screening obbligatorio – con raccolta di dati biometrici anche per bambini a
partire dai sei anni – e la detenzione in strutture chiuse per molti
richiedenti, incluse persone vulnerabili. Introduce una “finzione giuridica” di
“non ingresso” nel territorio UE e stabilisce che i ricorsi contro il diniego
dell’asilo non sospendano più l’espulsione, consentendo allontanamenti anche a
procedimento giudiziario in corso. I respinti possono essere rimpatriati in
paesi terzi “sicuri” senza legami personali, con il supporto di Frontex. Il
Patto non riforma il Regolamento di Dublino, che grava sui Paesi di primo
ingresso, e il nuovo “meccanismo di solidarietà” permette agli Stati di eludere
l’accoglienza in cambio di denaro. Per i sindacati del settore, la sua
introduzione rappresenta «un regresso senza precedenti nei diritti fondamentali»
e una minaccia al principio di non respingimento, basato su sospetto e
repressione.
The post UE, la crisi migratoria è solo politica: gli sbarchi diminuiscono, ma
aumentano i morti appeared first on L'INDIPENDENTE.