18 giovani curdi nel Mediterraneo, un viaggio iniziato con la speranza
Non erano soltanto «migranti». Erano 18 giovani curdi che avevano deciso di
lasciare la propria terra con una speranza semplice: raggiungere l’Europa e
costruire una vita migliore, una vita normale, con sicurezza, dignità e la
possibilità di guardare al futuro.
Secondo le informazioni raccolte da Ranj Peshdari, attivista impegnato nel campo
della migrazione, il viaggio è iniziato il 5 Mordad. Quattro giorni dopo i
contatti tra i passeggeri della barca e le loro famiglie si sono interrotti
completamente. A metà dello stesso mese, le famiglie hanno iniziato a contattare
l’attivista per cercare notizie sui propri figli.
Nel tentativo di ricostruire quanto accaduto, Peshdari si è recato in Italia e
ha svolto ricerche a Palermo e in Calabria. Secondo quanto riferito, ha
contattato ospedali, carceri, stazioni di polizia e la Croce Rossa, senza
trovare informazioni ufficiali che confermassero il salvataggio o l’arresto di
questi giovani.
Successivamente, secondo le informazioni fornite dall’attivista,
un’organizzazione tedesca impegnata nel soccorso dei migranti attraverso un
aereo di sorveglianza, avrebbe documentato i resti di una barca affondata nel
Mediterraneo. Nelle immagini sarebbero visibili i corpi di 11 persone sui resti
dell’imbarcazione.
Tra le immagini c’è una scena particolarmente dolorosa: sul petto di uno dei
giovani è visibile un tatuaggio con due parole in curdo: «Dayê gian», «Mamma
mia». Due parole che raccontano una vita intera.
Non cercavano una vita perfetta. Cercavano una vita normale. Questi giovani
provenivano da una regione segnata da guerre, instabilità, difficoltà economiche
e profonde crisi sociali. Non cercavano necessariamente ricchezza o una vita
privilegiata. Cercavano sicurezza, lavoro, dignità e un futuro.
Per raggiungere quella speranza, hanno scelto una delle rotte migratorie più
pericolose del mondo e il Mediterraneo, ancora una volta, potrebbe essere
diventato il luogo in cui quella speranza si è spezzata.
Da anni assistiamo a tragedie simili. Persone che, nel tentativo di raggiungere
l’Europa, affrontano violenza, sfruttamento, criminalità e condizioni disumane.
Altre scompaiono lungo il percorso. Altre ancora muoiono in mare prima di
raggiungere la loro destinazione. Dietro ogni numero c’è una persona.
18 giovani significano 18 vite, 18 famiglie, madri, padri, fratelli e sorelle
che aspettano una risposta.
Per questo non possiamo permettere che questa tragedia diventi soltanto un’altra
notizia destinata a essere dimenticata. Prima di essere migranti, queste persone
erano esseri umani. Hanno diritto alla vita, alla sicurezza e alla dignità.
Il mio appello è rivolto a tutte le persone libere: non restiamo indifferenti.
Ascoltiamo le famiglie, cerchiamo la verità e diamo voce a chi non ha più la
possibilità di parlare.
Nessuno dovrebbe essere costretto a rischiare la propria vita in mare
semplicemente per poter vivere una vita normale.
Il Mediterraneo dovrebbe essere un ponte tra le persone, non un cimitero delle
loro speranze.
Shayan Moradi