Per raffreddare le città in alcuni Paesi stanno rimuovendo l’asfalto dalle strade

L'INDIPENDENTE - Wednesday, August 12, 2026

Lunedì scorso il Comune di Padova ha lanciato il primo Piano di depavimentazione del Veneto: quattrocento aree pubbliche individuate, un investimento da 40 milioni di euro per restituire alberi e suolo drenante dove oggi c’è solo asfalto. Il punto di partenza è che Padova è tra le città italiane che consumano più suolo in assoluto, e secondo l’assessore Andrea Ragona il cambiamento necessario, prima ancora che tecnico, è culturale. La logica dietro questo tipo di interventi è che un suolo impermeabilizzato assorbe e trattiene il caldo, alimentando l’effetto isola di calore urbana: gli alberi possono abbassare le temperature locali tra 3 e 5 gradi. Un suolo tornato permeabile assorbe l’acqua piovana invece di scaricarla nelle fognature, riducendo il rischio di allagamenti; crea habitat per insetti impollinatori e piccola fauna; e restituisce ai quartieri spazi che diversi studi associano a una riduzione dello stress.

Il caso più strutturato resta quello di Genova. Il 26 marzo la giunta ha approvato una delibera che nessun’altra città italiana aveva mai firmato: l’inserimento della depavimentazione nel Piano Urbanistico Comunale. Non un progetto pilota, ma una regola di governo del territorio: da settembre chi toglie l’asfalto da un piazzale privato e lo sostituisce con verde permeabile ottiene sgravi sugli oneri di urbanizzazione, a patto di mantenere l’area per almeno dieci anni. Il primo cantiere sarà a Cornigliano dove il piazzale davanti a Villa Bombrini diventerà un parco di tredici ettari, finanziato con oltre tre milioni di euro dalla Regione Liguria. Dal 2022 la città ha già rimosso più di 50mila metri quadrati di superfici impermeabili.

Milano ha inserito la pratica nel Piano Aria e Clima e ha già creato quasi 340mila metri quadrati di nuovo verde al posto dell’asfalto, con altri 367mila in cantiere. Bologna punta a rimuovere oltre 100mila metri quadrati di cemento nell’ambito del programma Bologna Verde, e l’Emilia-Romagna ha inserito la depavimentazione nella propria legge urbanistica regionale. A Firenze, dove il suolo consumato copre il 42% del territorio comunale, la giunta ha già tolto oltre 10mila metri quadrati di asfalto da cortili scolastici e giardini, con nuovi cantieri in arrivo a via Novelli e alla scuola Capponi. A Torino i lavori sono partiti a luglio a San Salvario; a Roma la depavimentazione ha già ridato forma al parco di via Ipponio, mentre a Piazzale Clodio i cantieri sono aperti.

Prima di tutti, però, c’era stata Lecce. Tra il 2013 e il 2014, quando in Italia questa pratica era ancora sconociuta, il collettivo franco-argentino Coloco arrivò alla Manifattura Knos, centro culturale nato da un’ex scuola industriale dismessa, guidato dal paesaggista francese Gilles Clément. Il grande parcheggio asfaltato del Knos diventò il campo di questo primo esperimento: smontare a mano l’asfalto e restituire lo spazio alla terra. Nacque così Asfalto mon amour, oggi citato come il primo caso italiano della pratica.

Il modello, però, non arrivò dalla Francia, ma da Portland, Oregon. Nel 2007 un abitante della città, Arif Khan, si ritrovò un giardino interamente ricoperto di asfalto e cominciò a romperlo a mano insieme a un amico, per farne un orto. L’anno dopo l’esperienza diventò un’organizzazione, Depave, fondata nel 2008 da un gruppo di volontari attorno a un’idea semplice: rimuovere l’asfalto per lasciare respirare la terra. Il primo evento pubblico si tenne all’incrocio tra Fargo Street e North Williams Avenue; da allora Depave ha “smontato” oltre 70 parcheggi e rimosso circa 14mila metri quadrati di pavimentazione, dando vita a una rete di gruppi affiliati tra Stati Uniti e Canada.

In Europa il fenomeno si è sviluppato più in parallelo che per imitazione. Nei Paesi Bassi la competizione nazionale Tegelwippen, dal 2021, spinge i comuni a gareggiare per rimuovere il maggior numero di piastrelle di cemento: oltre 11 milioni già tolte. In Belgio, è stato lanciato il programma Ontharden all’interno del piano carbon-neutral al 2050. A Parigi si sta trasformando Place de Catalogne, rimuovendo 4mila metri quadrati di cemento per piantare quasi 500 alberi. A spingere ulteriormente il fenomeno arriverà, dal primo settembre, il regolamento europeo sul ripristino della natura, approvato nell’agosto 2024, che inserisce la depavimentazione tra gli strumenti per recuperare aree naturali nei territori urbanizzati.

Resta un problema che nessun comunicato mette in evidenza. Sotto decenni di asfalto, avverte chi studia il fenomeno da vicino, il suolo non è più terra viva: è sedime compattato e sterilizzato. Paolo Pileri, docente di pianificazione territoriale al Politecnico di Milano, lo ha spiegato in modo chiaro: non basta scrostare la superficie, serve ricostruire un materasso di suolo vivo spesso almeno 30 centimetri, capace di drenare acqua e sostenere un ecosistema. È un dettaglio tecnico fondamentale, che fa la differenza tra un intervento che funziona o resta solo scenografia. E mentre le città discutono e pianificano, l’Italia continua a consumare suolo a un ritmo che rende il conto impietoso: quasi 84 chilometri quadrati di nuove superfici artificiali nel 2024, secondo Ispra, contro appena 5 chilometri quadrati recuperati.

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