Per raffreddare le città in alcuni Paesi stanno rimuovendo l’asfalto dalle strade
Lunedì scorso il Comune di Padova ha lanciato il primo Piano di depavimentazione
del Veneto: quattrocento aree pubbliche individuate, un investimento da 40
milioni di euro per restituire alberi e suolo drenante dove oggi c’è solo
asfalto. Il punto di partenza è che Padova è tra le città italiane che consumano
più suolo in assoluto, e secondo l’assessore Andrea Ragona il cambiamento
necessario, prima ancora che tecnico, è culturale. La logica dietro questo tipo
di interventi è che un suolo impermeabilizzato assorbe e trattiene il caldo,
alimentando l’effetto isola di calore urbana: gli alberi possono abbassare le
temperature locali tra 3 e 5 gradi. Un suolo tornato permeabile assorbe l’acqua
piovana invece di scaricarla nelle fognature, riducendo il rischio di
allagamenti; crea habitat per insetti impollinatori e piccola fauna; e
restituisce ai quartieri spazi che diversi studi associano a una riduzione dello
stress.
Il caso più strutturato resta quello di Genova. Il 26 marzo la giunta ha
approvato una delibera che nessun’altra città italiana aveva mai firmato:
l’inserimento della depavimentazione nel Piano Urbanistico Comunale. Non un
progetto pilota, ma una regola di governo del territorio: da settembre chi
toglie l’asfalto da un piazzale privato e lo sostituisce con verde permeabile
ottiene sgravi sugli oneri di urbanizzazione, a patto di mantenere l’area per
almeno dieci anni. Il primo cantiere sarà a Cornigliano dove il piazzale davanti
a Villa Bombrini diventerà un parco di tredici ettari, finanziato con oltre tre
milioni di euro dalla Regione Liguria. Dal 2022 la città ha già rimosso più di
50mila metri quadrati di superfici impermeabili.
Milano ha inserito la pratica nel Piano Aria e Clima e ha già creato quasi
340mila metri quadrati di nuovo verde al posto dell’asfalto, con altri 367mila
in cantiere. Bologna punta a rimuovere oltre 100mila metri quadrati di cemento
nell’ambito del programma Bologna Verde, e l’Emilia-Romagna ha inserito la
depavimentazione nella propria legge urbanistica regionale. A Firenze, dove il
suolo consumato copre il 42% del territorio comunale, la giunta ha già tolto
oltre 10mila metri quadrati di asfalto da cortili scolastici e giardini, con
nuovi cantieri in arrivo a via Novelli e alla scuola Capponi. A Torino i lavori
sono partiti a luglio a San Salvario; a Roma la depavimentazione ha già ridato
forma al parco di via Ipponio, mentre a Piazzale Clodio i cantieri sono aperti.
Prima di tutti, però, c’era stata Lecce. Tra il 2013 e il 2014, quando in Italia
questa pratica era ancora sconociuta, il collettivo franco-argentino Coloco
arrivò alla Manifattura Knos, centro culturale nato da un’ex scuola industriale
dismessa, guidato dal paesaggista francese Gilles Clément. Il grande parcheggio
asfaltato del Knos diventò il campo di questo primo esperimento: smontare a mano
l’asfalto e restituire lo spazio alla terra. Nacque così Asfalto mon amour, oggi
citato come il primo caso italiano della pratica.
Il modello, però, non arrivò dalla Francia, ma da Portland, Oregon. Nel 2007 un
abitante della città, Arif Khan, si ritrovò un giardino interamente ricoperto di
asfalto e cominciò a romperlo a mano insieme a un amico, per farne un orto.
L’anno dopo l’esperienza diventò un’organizzazione, Depave, fondata nel 2008 da
un gruppo di volontari attorno a un’idea semplice: rimuovere l’asfalto per
lasciare respirare la terra. Il primo evento pubblico si tenne all’incrocio tra
Fargo Street e North Williams Avenue; da allora Depave ha “smontato” oltre 70
parcheggi e rimosso circa 14mila metri quadrati di pavimentazione, dando vita a
una rete di gruppi affiliati tra Stati Uniti e Canada.
In Europa il fenomeno si è sviluppato più in parallelo che per imitazione. Nei
Paesi Bassi la competizione nazionale Tegelwippen, dal 2021, spinge i comuni a
gareggiare per rimuovere il maggior numero di piastrelle di cemento: oltre 11
milioni già tolte. In Belgio, è stato lanciato il programma Ontharden
all’interno del piano carbon-neutral al 2050. A Parigi si sta trasformando Place
de Catalogne, rimuovendo 4mila metri quadrati di cemento per piantare quasi 500
alberi. A spingere ulteriormente il fenomeno arriverà, dal primo settembre, il
regolamento europeo sul ripristino della natura, approvato nell’agosto 2024, che
inserisce la depavimentazione tra gli strumenti per recuperare aree naturali nei
territori urbanizzati.
Resta un problema che nessun comunicato mette in evidenza. Sotto decenni di
asfalto, avverte chi studia il fenomeno da vicino, il suolo non è più terra
viva: è sedime compattato e sterilizzato. Paolo Pileri, docente di
pianificazione territoriale al Politecnico di Milano, lo ha spiegato in modo
chiaro: non basta scrostare la superficie, serve ricostruire un materasso di
suolo vivo spesso almeno 30 centimetri, capace di drenare acqua e sostenere un
ecosistema. È un dettaglio tecnico fondamentale, che fa la differenza tra un
intervento che funziona o resta solo scenografia. E mentre le città discutono e
pianificano, l’Italia continua a consumare suolo a un ritmo che rende il conto
impietoso: quasi 84 chilometri quadrati di nuove superfici artificiali nel 2024,
secondo Ispra, contro appena 5 chilometri quadrati recuperati.
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