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Attacco trasversale
Il 22 agosto, sulle pagine de Il Foglio, è apparso un articolo di Camillo Langone che stigmatizza la presunta empietà di Sigfrido Ranucci, perché, insieme all’Associazione Culturale Cameo e al MOA, il giornalista ha presentato ad Eboli il suo ultimo libro, “Il ritorno della casta”, nel complesso di Sant’Antonio. A distanza di oltre due mesi da quell’evento, che all’epoca non aveva destato scandalo, l’attacco non trova alcuna giustificazione, né nei fatti, né nella natura dell’iniziativa, né tanto meno, nel giudizio delle autorità competenti. L’incontro infatti, libero e gratuito come ogni iniziativa di Cameo, si era tenuto il 7 giugno 2026, nella Chiesa di Sant’Antonio. Pur essendo stato inizialmente pianificato per svolgersi negli spazi del MOA, a causa dell’altissimo numero di prenotazioni da parte della cittadinanza, sì è reso necessario lo spostamento nella chiesa attigua. La scelta è stata dunque dettata esclusivamente da ragioni di sicurezza, capienza e acustica, per garantire al numerosissimo pubblico la possibilità di assistere dignitosamente. Chi parla di “megalomania” ignora quindi deliberatamente i criteri con cui si gestisce la sicurezza pubblica di fronte a un simile sold out. La serata è stata un’agorà civile: la sala era gremita, con persone in piedi lungo le navate. Il dibattito, coordinato da Filomena Domini, ha visto dialogare Ranucci con Gregorio de Falco sui temi della legalità, dell’etica pubblica e della libertà di informazione, ed è stato arricchito dai contributi artistici del maestro Daniele Gibboni e di Gerardina Letteriello. Nessun simbolo di partito, nessuna scadenza elettorale ed ovviamente nessuna richiesta di voto.  È stata la presentazione di un’indagine giornalistica, non un comizio. Ritrovare in questo uno scandalo a mesi di distanza, conferma la natura puramente strumentale dell’operazione. Troppo spesso, infatti, esponenti di governo utilizzano contesti religiosi per promuovere agende politiche ed elettorali, e quando ciò avviene la gran parte della stampa resta silente,  sembra che se è  iniziativa di Governo non si sollevi indignazione. È il caso di Tor Bella Monaca, dove il 18 marzo 2026 il Ministro Carlo Nordio e il Vicepresidente della Camera dei deputati, Fabio Rampelli, insieme ad altri esponenti di Fratelli d’Italia, tennero un incontro nella parrocchia di Santa Rita, per chiedere di votare SI al referendum sulla giustizia. Quel comizio, a pochi giorni dalle urne e senza contraddittorio, non scandalizzò Il Foglio, ma fu giustamente definito dal Vicariato di Roma una «sala parrocchiale utilizzata come tribuna politica». Si era suscitato il malumore della Diocesi e le proteste di molti fedeli. A Eboli, al contrario, nessun’autorità ecclesiastica ha mosso alcuna contestazione, forse perché, semplicemente, qui non si è discusso di come votare, ma di come informare. L’attacco de Il Foglio affiora solo ora, a fine agosto 2026, in perfetta coincidenza con una tempesta mediatica e giudiziaria che coinvolge Ranucci: l’arresto di Valter Lavitola, le accuse di avance, le polemiche per il post a Falcone e Moro, le richieste di rimozione da Report avanzate da Fratelli d’Italia. Questa sincronia non è un caso: è la prova della bieca strumentalità. L’episodio di Eboli, ineccepibile in sé e per sé, viene recuperato retroattivamente come munizione aggiuntiva in una campagna di delegittimazione coordinata. Se la violazione fosse stata reale, la denuncia sarebbe arrivata il 7 giugno, forse l’8, ma non 80 giorni dopo. Parlare di scandalo a distanza di tanto tempo dimostra che non si voleva tutelare un luogo sacro, ma costruire un caso politico a tavolino per colpire un giornalista indipendente e per tentare di comprimere la stessa libertà di informazione. L’Associazione Cameo esprime la sua più profonda gratitudine all’Arcivescovo Mons. Andrea Bellandi, che con la sua statura morale è naturalmente al di sopra di queste miserande questioni. Definendo i contenuti del libro un’opera di «alta spiritualità», l’Arcivescovo ha infatti chiaramente legittimato l’uso degli spazi. In un momento storico in cui la politica tenta di esercitare il massimo controllo sui cittadini, la posizione della Curia rappresenta un esempio di libertà intellettuale: la navata di una chiesa può e deve essere anche luogo di crescita morale e sociale, ben lontano dalle miserie del dibattito partitico. L’Associazione culturale Cameo, nata per promuovere la bellezza, il pensiero critico e il dibattito democratico sul nostro territorio, sdegna le campagne d’odio sempre, a maggior ragione quando esse sono volte a privare i cittadini del presupposto democratico fondamentale: conoscere per deliberare. Noi continueremo a portare a Eboli voci libere e occasioni di confronto, convinti che la informazione sia elemento essenziale della democrazia, come la cultura è il  motore di crescita di ogni comunità. Gregorio De Falco
August 25, 2026
Pressenza
Il governo all’attacco di Food For Profit, il documentario sugli allevamenti intensivi
Prima di diventare un caso politico, era stato il caso cinematografico del 2024: primo film d’inchiesta e terzo lungometraggio in assoluto negli incassi italiani dell’anno, premiato all’Innsbruck Film Festival e proiettato in decine di città nel mondo, prima ancora di andare in onda su Report il 5 maggio, per essere visto da due milioni di spettatori. È Food for Profit, il documentario sugli allevamenti intensivi firmato da Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi, il film finito a inizio agosto sotto quello che la stessa autrice ha definito sui social «un attacco senza precedenti»: un dossier vecchio di due anni sui suoi finanziamenti, riaperto da Il Giornale e rilanciato dal Corriere della Sera con affermazioni che Innocenzi e Report hanno bollato come false, seguito in pochi giorni da interrogazioni parlamentari annunciate dai partiti di maggioranza. Il primo articolo de Il Giornale ha attribuito al documentario un finanziamento di 5mila euro arrivato da un investitore olandese specializzato nel settore vegano, sollevando l’ipotesi di un conflitto di interessi. Innocenzi, che sottolinea come gli attacchi al suo lavoro siano in realtà diretti alla trasmissione di inchiesta della Rai, ha replicato spiegando di aver raccolto personalmente, senza un euro di fondi pubblici né una casa di produzione alle spalle, i circa 350mila euro necessari a realizzare il film, attraverso donazioni di fondazioni e cittadini sensibili ai diritti degli animali: la lista dei donatori è pubblicata sul sito di Food for Profit fin dal primo giorno. La testata è poi tornata sull’argomento contestando il fatto che le inchieste avviate dopo il documentario siano sostenute anche da una raccolta fondi su GoFundMe e dal 5 per mille destinato a Unlocked, l’ente del terzo settore con cui Innocenzi collabora per i reportage su allevamenti e macelli. La giornalista non ha negato la circostanza, rivendicandola anzi come garanzia di indipendenza dai poteri economici che il documentario mette sotto accusa. Nel frattempo il Corriere della Sera ha pubblicato un pezzo, simile a quello de Il Giornale, in cui si sosteneva che il documentario promuovesse «il maggior consumo di cibi a base di insetti e carne a base cellulare» e che la puntata di Report fosse al vaglio della Commissione per il codice etico Rai. Sia Innocenzi sia Ranucci hanno definito entrambe le affermazioni false: il tema degli insetti, in particolare, non compare mai nel documentario, e la seconda circostanza sarebbe, nelle parole del conduttore di Report, «destituita di ogni fondamento». Innocenzi ha anche accusato Il Giornale di vivere di soldi pubblici, sottolineando che la testata ha come editore l’imprenditore e parlamentare della Lega Antonio Angelucci: il quotidiano ha respinto l’accusa, sostenendo di vivere di vendite e pubblicità e di aver ricevuto in passato solo un contributo, non più erogato dal 2023. Sulla vicenda dei finanziamenti al documentario intanto si è aperto un fronte istituzionale. I componenti di Fratelli d’Italia nella Commissione di vigilanza Rai hanno annunciato un’interrogazione, parlando di conflitto di interessi ai danni del settore agroalimentare e zootecnico italiano; la Lega ha accusato Report di essersi trasformato nel «megafono di una lobby», mentre il capogruppo di Forza Italia al Senato Maurizio Gasparri ha annunciato un’interrogazione e una segnalazione alla Guardia di Finanza. Sollecitata anche da Confagricoltura, la Commissione per il codice etico Rai avrebbe avviato verifiche: sul tema è intervenuto il consigliere d’amministrazione Roberto Natale, secondo cui «l’etica della professione è una cosa seria, non un randello di parte». Il caso dei finanziamenti si intreccia, nelle stesse settimane, con un secondo fronte che riguarda direttamente Ranucci ed è distinto da Food for Profit. Dopo l’arresto, il 10 agosto, dell’imprenditore Valter Lavitola come presunto mandante dell’attentato dinamitardo subito dal giornalista nell’ottobre 2025, il vicepremier Matteo Salvini ha chiesto più volte che Ranucci venga sospeso dalla conduzione di Report, sostenendo che «coloro che sono coinvolti direttamente in questa vicenda oscura debbano prendersi una pausa». L’eurodeputato del PD Sandro Ruotolo ha scritto alla vicepresidente esecutiva della Commissione europea Henna Virkkunen, chiedendo se le dichiarazioni di Salvini configurino un’interferenza politica sulle decisioni editoriali del servizio pubblico, in violazione degli articoli 4 e 5 dell’European Media Freedom Act, che tutelano rispettivamente l’indipendenza editoriale dei media e quella dei media di servizio pubblico. «Trasformare la vittima di un attentato nell’imputato politico della vicenda è inaccettabile», ha dichiarato Ruotolo. Guardati in sequenza, i due fronti aperti in queste settimane si aggiungono a un elenco di pressioni che accompagna Report da anni: le querele dell’intero partito di Fratelli d’Italia, del presidente del Senato Ignazio La Russa, della ministra Daniela Santanchè e di numerosi altri esponenti di governo; lo scontro sulle dimissioni in blocco del Garante della Privacy, dopo un’inchiesta della trasmissione sull’Autorità, fino ai tagli alle risorse pubbliche del programma e lo stop deciso dalla Rai alle repliche estive. Arrivano ora, a un anno dalle elezioni politiche del 2027, in un momento in cui il conduttore è indebolito dall’inchiesta sull’attentato e dalle pressioni per la sua sospensione: più che un tentativo isolato di delegittimare un singolo documentario, il caso Food for Profit sembra l’ultimo tassello di una strategia più ampia, che punta a logorare la credibilità del programma d’inchiesta più seguito della televisione pubblica proprio alla vigilia della campagna elettorale. 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August 14, 2026
L'INDIPENDENTE
Attentato a Ranucci: Lavitola confessa, il governo punta a far fuori il conduttore di Report
La dichiarazione spontanea rilasciata da Valter Lavitola ai pm cancella ogni dubbio: è lui il mandante dell’attentato contro il giornalista Sigfrido Ranucci. L’imprenditore, però, nega che vi sia una qualunque connotazione politica, e ai pubblici ministeri racconta che lo scopo ultimo sarebbe stato portare nella scorta del giornalista un numero maggiore di uomini. Secondo Lavitola, infatti, Ranucci era oggetto di non meglio specificati «attentati» che richiedevano un rafforzamento della sua protezione. La confessione è giunta ieri sera, nelle stesse ore in cui nel governo si cercava già un appiglio per estromettere il giornalista dalla conduzione del suo programma, Report. Il pressing di Matteo Salvini e dei giornali governativi è stato tale da spingere la RAI a organizzare una riunione per valutare il da farsi. «[Lavitola] ha confermato l’ipotesi accusatoria, e cioè che lui sia stato il mandante dell’attentato, e ha riferito anche le ragioni per cui si è spinto a fare questo atto indubbiamente delittuoso: l’ha fatto per il bene di Ranucci, perchè era oggetto di attentati (chiaramente non so dire quale sia la fonte)» spiega Sergio Cola, l’avvocato dell’imprenditore, ai giornalisti. La bomba piazzata sotto la sua macchina ha avuto l’effetto di portare la scorta di Ranucci da due a otto uomini, esattamente quanto l’imprenditore desiderava ottenere, aggiunge. Quando un giornalista ha domandato all’avvocato se Ranucci fosse a conoscenza dei piani di Lavitola, l’avvocato ha risposto con un secco «No» (contrariamente a quanto riportato da molti giornali questa mattina, che interpretano quella risposta come un “no comment”) e aggiunto: «non dico assolutamente altro, ho detto a voi [giornalisti] quello che potevo dire, non fatemi queste domande altrimenti verrei meno a un fatto deontologico». Successivamente, a una giornalista di Sky, l’avvocato afferma: «sapete meglio di me che nell’ordinanza del gip, che voi avete avuto prima di me, emerge che Ranucci non era a conoscenza. Già lo si dice nell’ordinanza». I fatti hanno avuto luogo nella serata del 16 ottobre 2025, quando un ordigno ha fatto esplodere l’auto del giornalista e conduttore della trasmissione televisiva Report, Sigfrido Ranucci, e della figlia. Quanto accaduto ha avuto sin da subito una ampia eco e le indagini si sono svolta in maniera piuttosto celere. Lo scorso 10 agosto, la gip di Roma, Iole Moricca, ha emesso la prima ordinanza sul caso e Valter Lavitola, imprenditore ed ex giornalista vicino a Ranucci, è stato arrestato con l’accusa di aver orchestrato l’attentato. La gip aveva individuato Lavitola come «mandante dell’azione», mentre il suo uomo di fiducia, Gomes Clesio Tavares, avrebbe svolto il ruolo di intermediario e coordinatore degli esecutori materiali. L’ordinanza spiega che Lavitola e Ranucci sarebbero entrati in confidenza a seguito di alcune inchieste della trasmissione, che avevano coinvolto lo stesso Lavitola. Nel 2024, questi avrebbe iniziato a stuzziare Ranucci, cercando di convincerlo che, alla luce della popolarità progressivamente acquisita e dei numerosi attacchi ricevuti, la discesa nell’agone politico potesse rappresentare una scelta vantaggiosa ed efficace. La proposta sarebbe stata ripetuta più volte negli anni, fino a quando, lo scorso ottobre, sarebbe stato organizzato l’attentato che avrebbe dovuto avere lo scopo di «accrescere la popolarità» di Ranucci e favorirne «l’ascesa politica». Un possibile obiettivo, spiega la gip, sarebbe stato quello di diventare una sorta di “consulente ombra” di Ranucci, lasciandolo però completamente all’oscuro del piano. Nella sua ordinanza, la gip spiega che Ranucci sarebbe stato completamente ignaro dell’azione criminale di quello che considerava un amico. Questo, ancora prima della confessione di Lavitola, sarebbe stato sufficiente a mettere a tacere le tante illazioni comparse su organi di stampa e profili social di vari politici, che negli ultimi mesi hanno sfruttato quanto accaduto per mettere i bastoni tra le ruote a Report – l’unica trasmissione d’inchiesta dell’emittente televisiva nazionale. Eppure così non è stato. «Fino a che non sarà fatta chiarezza sui rapporti tra Ranucci e Lavitola il denaro pubblico degli italiani non deve più andare a finanziare qualcuno che è coinvolto in questa triste vicenda», ha commentato Matteo Salvini, premendo per la rimozione di Ranucci. Sigfrido Ranucci, l’ultimo piagnisteo, titola polemicamente Libero, mentre Il Giornale dà Ranucci per spacciato e menziona indiscrezioni secondo le quali sarebbe stata prevista una sua partenza per il «prossimo 8 novembre». Il pressing di politici e giornali di area governativa è stato accompagnato da una frattura interna agli stessi organi che dovrebbero tutelare il giornalista: se la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI), il sindacato unitario dei giornalisti, si è schierata dalla parte del conduttore, ribadendo che Ranucci «è stato vittima di un attentato», tra alcuni dirigenti RAI è emersa l’ipotesi di fare a meno del giornalista. Paolo Corsini, direttore dell’Approfondimento RAI in quoda FdI, ha ventilato una possibile sostituzione alla conduzione di Report, mentre, secondo le ricostruzioni della stampa, il Comitato etico potrebbe inoltrare il suo parere sul caso all’amministratore delegato Giampaolo Rossi già oggi, giovedì 13 agosto, affinchè questi possa prendere una decisione già entro Ferragosto. Nonostante gli attacchi pubblici a Ranucci, per ora lo stesso Rossi non ha rilasciato dichiarazioni sulla vicenda. The post Attentato a Ranucci: Lavitola confessa, il governo punta a far fuori il conduttore di Report appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 13, 2026
L'INDIPENDENTE
Cosa è emerso dall’ordinanza del GIP sull’attentato a Sigfrido Ranucci
Lo avrebbe fatto per «accrescere la popolarità» di Sigfrido Ranucci e favorirne «l’ascesa politica», mirando con tutta probabilità e a diventarne una sorta di “consulente ombra”. Secondo il gip di Roma Iole Moricca, sarebbe questa la motivazione della bomba fatta esplodere lo scorso 16 ottobre sotto la casa del conduttore di Report a Pomezia: lo si legge nell’ordinanza di arresto nei confronti di Valter Lavitola, da ieri ristretto nel carcere di Rebibbia. Con una sottolineatura importante: Ranucci, secondo tutti gli elementi raccolti, sarebbe stato completamente ignaro dell’azione criminale di quello che considerava un amico. Le carte, infatti, dimostrano come il giornalista «sia stato vittima della manipolazione dell’indagato», da un lato in ragione «della raffinata astuzia di quest’ultimo», dall’altro «del profondo legame» instauratosi nel tempo tra i due. Una sonora risposta alle tante illazioni che hanno campeggiato su organi di stampa e profili social di vari politici e opinionisti negli ultimi mesi, che hanno colto in questa storia un ottimo trampolino per cercare di porre un freno al successo di Report. Il gip, convinto che «Lavitola sia stato il mandante dell’azione, demandando al suo uomo di fiducia, Tavares, di trovare e istruire le persone a cui affidare il compito», opera innanzitutto una ricostruzione dei fatti. «Il 7 settembre 2025, Lavitola aveva fatto visita a Ranucci presso la sua abitazione e, una volta preso contezza dei luoghi, il 15 settembre 2025 li aveva mostrati a Clesio Tavares», il quale «il 10 ottobre 2025, a sua volta, li aveva mostrati a Antonio D’Avino, Saverio Mutone e De Filippis Marika». Il 16 ottobre 2025, giorno dell’attentato, Mutone «era tornato sui luoghi con Pellegrino Passariello e quest’ultimo aveva collocato l’esplosivo proprio tra il cancello di ingresso dell’abitazione di Ranucci e le due auto». L’esplosione aveva distrutto le auto di Ranucci e di sua figlia. Lavitola e Ranucci erano entrati in un rapporto di confidenza in seguito ad alcune inchieste di Report che avevano coinvolto l’uomo che ora si trova in carcere. Nel 2024 Lavitola iniziava a stuzzicare Ranucci per convincerlo del fatto che, data la popolarità progressivamente acquisita e i numerosi attacchi ricevuti, la discesa nell’agone politico potesse risultare una scelta vantaggiosa ed efficace. L’indagato, ricostruisce il gip, «approfittando dei momenti di difficoltà» gli suggeriva più volte di «lasciare la sua attività (‘sarebbe il momento di andarsene’ messaggio del 29 luglio 2024) e dedicarsi alla politica approfittando del fatto che gli attacchi che subisce ne aumentano la popolarità e il consenso». Il 17 ottobre 2024, Ranucci mandava a Lavitola alcune fotografie scattate in occasione della presentazione del suo libro a Foggia, commentando soddisfatto «che a tale evento avevano partecipato 600 persone e che altre 300 erano state mandate via (verosimilmente per la ridotta capienza dei locali)». Lavitola gli rispondeva che «questi incontri gli sembravano dei test di campagna elettorale, come quelli che si fanno negli Usa (Questi mesi mi sembrano tanto un test di campagna elettorale come si fanno negli Stati Uniti) ricevendo la risposta divertita del giornalista con delle emoticon». All’inizio del 2025 Lavitola diventava ancora più esplicito, avvertendo Ranucci dell’intenzione di commissionare un sondaggio riferito al grado di popolarità dei personaggi pubblici «finalizzato a verificare l’indice di gradimento del giornalista, propedeutico a una discesa in campo». Lavitola, come dimostrano le carte, si interfacciava anche con alcuni giornalisti nazionali, che nella primavera del 2026 gli fornivano via whatsapp «suggerimenti disinteressati alla preparazione dei quesiti a Lavitola». Il 9 giugno 2026 Ranucci veniva informato dei contatti intrattenuti a tal fine da Lavitola – era proprio quest’ultimo a inviargli lo screenshot della chat – con il giornalista di Repubblica Stefano Cappellini. Ranucci reagiva inviando un messaggio vocale a Lavitola: «Ma perché gli ha detto di Ranucci? Ma perché ha detto Ranucci? … Ranucci mica si candiderà mai!», evidenzia il Gip. Come ricostruito dal giudice, Lavitola ha più volte commentato la vicenda delittuosa «dicendo che se era stato lui il mandante allora voleva dire che era d’accordo anche Ranucci, quando allo stato non è emerso alcun elemento, come si evince dalle risultanze acquisite, per ritenere che il giornalista fosse d’accordo con Lavitola». Anzi, il gip sottolinea che «le risultanze acquisite inducono a ritenere che il giornalista sia stato vittima della manipolazione dell’indagato, in ragione, da un lato, della raffinata astuzia di quest’ultimo, dall’altro, in ragione del profondo legame tra i due instauratosi tanto da indurre la persona offesa ad avere quella reazione di stupore e incredulità appena appresa la notizia dell’incriminazione dell’amico». D’altra parte, si legge ancora nell’ordinanza, «è certo, perché emerso in plurime intercettazioni, che Lavitola abbia continuato a manipolare la persona offesa e ad alimentare in lui il convincimento che la tesi seguita dagli inquirenti sia assolutamente inverosimile, essendo convinto che finché avrà il sostegno della vittima del reato, la sua posizione ne risulterà avvantaggiata». Una vicenda che definire conturbante sarebbe eufemistico, la cui piena verità appare ancora tutta da scrivere. A luglio, mentre l’inchiesta sull’attentato accelerava con perquisizioni e interrogatori, la Rai sceglieva nel frattempo di sospendere «cautelativamente» le repliche estive del programma, scatenando la reazione indignata dello stesso Ranucci e della redazione, che hanno parlato di «censura senza precedenti». Arrivata il giorno stesso in cui il giornalista aveva annunciato sui social le repliche estive invitando il pubblico a segnalare nuove storie, la decisione è stata giustificata dalla Direzione Approfondimento Rai come «a tutela di un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico». In una nota diffusa dall’avvocato Roberto De Vita, Ranucci ha subito dichiarato che la sospensione rappresenta invece una «delegittimazione» non solo della sua persona ma anche di tutto il lavoro dei singoli giornalisti» che «in modo autonomo e indipendente hanno curato inchieste importanti e che sono vero patrimonio per l’informazione e la democrazia». 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August 11, 2026
L'INDIPENDENTE