Cosa è emerso dall’ordinanza del GIP sull’attentato a Sigfrido RanucciLo avrebbe fatto per «accrescere la popolarità» di Sigfrido Ranucci e favorirne
«l’ascesa politica», mirando con tutta probabilità e a diventarne una sorta di
“consulente ombra”. Secondo il gip di Roma Iole Moricca, sarebbe questa la
motivazione della bomba fatta esplodere lo scorso 16 ottobre sotto la casa del
conduttore di Report a Pomezia: lo si legge nell’ordinanza di arresto nei
confronti di Valter Lavitola, da ieri ristretto nel carcere di Rebibbia. Con una
sottolineatura importante: Ranucci, secondo tutti gli elementi raccolti, sarebbe
stato completamente ignaro dell’azione criminale di quello che considerava un
amico. Le carte, infatti, dimostrano come il giornalista «sia stato vittima
della manipolazione dell’indagato», da un lato in ragione «della raffinata
astuzia di quest’ultimo», dall’altro «del profondo legame» instauratosi nel
tempo tra i due. Una sonora risposta alle tante illazioni che hanno campeggiato
su organi di stampa e profili social di vari politici e opinionisti negli ultimi
mesi, che hanno colto in questa storia un ottimo trampolino per cercare di porre
un freno al successo di Report.
Il gip, convinto che «Lavitola sia stato il mandante dell’azione, demandando al
suo uomo di fiducia, Tavares, di trovare e istruire le persone a cui affidare il
compito», opera innanzitutto una ricostruzione dei fatti. «Il 7 settembre 2025,
Lavitola aveva fatto visita a Ranucci presso la sua abitazione e, una volta
preso contezza dei luoghi, il 15 settembre 2025 li aveva mostrati a Clesio
Tavares», il quale «il 10 ottobre 2025, a sua volta, li aveva mostrati a Antonio
D’Avino, Saverio Mutone e De Filippis Marika». Il 16 ottobre 2025, giorno
dell’attentato, Mutone «era tornato sui luoghi con Pellegrino Passariello e
quest’ultimo aveva collocato l’esplosivo proprio tra il cancello di ingresso
dell’abitazione di Ranucci e le due auto». L’esplosione aveva distrutto le auto
di Ranucci e di sua figlia.
Lavitola e Ranucci erano entrati in un rapporto di confidenza in seguito ad
alcune inchieste di Report che avevano coinvolto l’uomo che ora si trova in
carcere. Nel 2024 Lavitola iniziava a stuzzicare Ranucci per convincerlo del
fatto che, data la popolarità progressivamente acquisita e i numerosi attacchi
ricevuti, la discesa nell’agone politico potesse risultare una scelta
vantaggiosa ed efficace. L’indagato, ricostruisce il gip, «approfittando dei
momenti di difficoltà» gli suggeriva più volte di «lasciare la sua attività
(‘sarebbe il momento di andarsene’ messaggio del 29 luglio 2024) e dedicarsi
alla politica approfittando del fatto che gli attacchi che subisce ne aumentano
la popolarità e il consenso». Il 17 ottobre 2024, Ranucci mandava a Lavitola
alcune fotografie scattate in occasione della presentazione del suo libro a
Foggia, commentando soddisfatto «che a tale evento avevano partecipato 600
persone e che altre 300 erano state mandate via (verosimilmente per la ridotta
capienza dei locali)». Lavitola gli rispondeva che «questi incontri gli
sembravano dei test di campagna elettorale, come quelli che si fanno negli Usa
(Questi mesi mi sembrano tanto un test di campagna elettorale come si fanno
negli Stati Uniti) ricevendo la risposta divertita del giornalista con delle
emoticon».
All’inizio del 2025 Lavitola diventava ancora più esplicito, avvertendo Ranucci
dell’intenzione di commissionare un sondaggio riferito al grado di popolarità
dei personaggi pubblici «finalizzato a verificare l’indice di gradimento del
giornalista, propedeutico a una discesa in campo». Lavitola, come dimostrano le
carte, si interfacciava anche con alcuni giornalisti nazionali, che nella
primavera del 2026 gli fornivano via whatsapp «suggerimenti disinteressati alla
preparazione dei quesiti a Lavitola». Il 9 giugno 2026 Ranucci veniva informato
dei contatti intrattenuti a tal fine da Lavitola – era proprio quest’ultimo a
inviargli lo screenshot della chat – con il giornalista di Repubblica Stefano
Cappellini. Ranucci reagiva inviando un messaggio vocale a Lavitola: «Ma perché
gli ha detto di Ranucci? Ma perché ha detto Ranucci? … Ranucci mica si candiderà
mai!», evidenzia il Gip.
Come ricostruito dal giudice, Lavitola ha più volte commentato la vicenda
delittuosa «dicendo che se era stato lui il mandante allora voleva dire che era
d’accordo anche Ranucci, quando allo stato non è emerso alcun elemento, come si
evince dalle risultanze acquisite, per ritenere che il giornalista fosse
d’accordo con Lavitola». Anzi, il gip sottolinea che «le risultanze acquisite
inducono a ritenere che il giornalista sia stato vittima della manipolazione
dell’indagato, in ragione, da un lato, della raffinata astuzia di quest’ultimo,
dall’altro, in ragione del profondo legame tra i due instauratosi tanto da
indurre la persona offesa ad avere quella reazione di stupore e incredulità
appena appresa la notizia dell’incriminazione dell’amico». D’altra parte, si
legge ancora nell’ordinanza, «è certo, perché emerso in plurime intercettazioni,
che Lavitola abbia continuato a manipolare la persona offesa e ad alimentare in
lui il convincimento che la tesi seguita dagli inquirenti sia assolutamente
inverosimile, essendo convinto che finché avrà il sostegno della vittima del
reato, la sua posizione ne risulterà avvantaggiata». Una vicenda che definire
conturbante sarebbe eufemistico, la cui piena verità appare ancora tutta da
scrivere.
A luglio, mentre l’inchiesta sull’attentato accelerava con perquisizioni e
interrogatori, la Rai sceglieva nel frattempo di sospendere «cautelativamente»
le repliche estive del programma, scatenando la reazione indignata dello stesso
Ranucci e della redazione, che hanno parlato di «censura senza precedenti».
Arrivata il giorno stesso in cui il giornalista aveva annunciato sui social le
repliche estive invitando il pubblico a segnalare nuove storie, la decisione è
stata giustificata dalla Direzione Approfondimento Rai come «a tutela di un
patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico». In una nota
diffusa dall’avvocato Roberto De Vita, Ranucci ha subito dichiarato che la
sospensione rappresenta invece una «delegittimazione» non solo della sua persona
ma anche di tutto il lavoro dei singoli giornalisti» che «in modo autonomo e
indipendente hanno curato inchieste importanti e che sono vero patrimonio per
l’informazione e la democrazia».
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