
Da Monte Sole ai genocidi di oggi: la storia come bussola per la pace e il disarmo
Pressenza - Thursday, August 6, 2026Nel pomeriggio del primo giorno del Cammino per la pace e il disarmo, il gruppo di camminatori “In cammino per la Pace e il disarmo”si è fermato tra i ruderi della Chiesa di San Martino a Monte Sole. Una tappa fondamentale per ascoltare una complessa riflessione dello storico e divulgatore Daniel Degli Esposti, accompagnato dalle letture dell’attore Federico Benuzzi. L’incontro ha guidato i presenti attraverso un’analisi profonda degli eccidi di Monte Sole, la delicatezza metodologica della ricostruzione storica e il legame inscindibile tra le opzioni etiche della Resistenza, la critica ai genocidi contemporanei e la lotta contro la deriva autoritaria del capitalismo finanziario
1. La storia come strumento operativo per il presente
La tappa ai ruderi della chiesa di San Martino non è stata una semplice commemorazione rituale. Nelle intenzioni degli organizzatori e dei relatori, la memoria deve farsi strumento attivo, una vera e propria bussola per orientare le decisioni e le posizioni politiche da assumere nel presente. Come ha evidenziato Daniel Degli Esposti introducendo la riflessione, lo studio della storia ha l’impagabile vantaggio di metterci di fronte alle scelte compiute da esseri umani in contesti di crisi estrema. Analizzare quello che accadde nel 1944 a Monte Sole e comprendere quali conseguenze abbiano prodotto le decisioni di riarmo, di occupazione e di aggressione militare permette di decifrare con occhio critico le dinamiche di guerra dei nostri giorni.
L’esperienza proposta ai camminatori intreccia la ricerca d’archivio con la forza narrativa del teatro. Attraverso la voce e la sensibilità dell’attore Federico Benuzzi, i documenti d’archivio, le deposizioni processuali e le memorie dei superstiti prendono di nuovo vita, restituendo la dimensione umana, traumatica o reticente dei protagonisti di allora. La storia esce così dalla freddezza dei manuali per farsi materia viva di discussione collettiva.
2. La logica dell’«eccidio eliminazionista»: da Monte Sole alla Striscia di Gaza
Dal punto di vista storiografico, la strage di Monte Sole – nota nella memoria collettiva come “strage di Marzabotto” – viene classificata come un «eccidio eliminazionista». Degli Esposti ha spiegato come questa categoria concettuale presenti sovrapposizioni e analogie dirette con il concetto giuridico e politico di genocidio.
L’operazione condotta tra il 29 e il 30 settembre 1944 dalle truppe tedesche della 16ª Divisione Reichsführer-SS (affiancate da reparti della Wehrmacht e da collaborazionisti fascisti) non fu un’azione di repressione o un mero rastrellamento antipartigiano. Si trattò di una strategia pianificata di tabula rasa. I comandi superiori, in particolare Max Simon e Walter Reder, individuarono nella fascia compresa tra i fiumi Reno e Setta una “zona rossa” all’interno della quale nulla e nessuno doveva sopravvivere.
Per giustificare l’annientamento totale, l’ideologia nazifascista applicò alla popolazione civile la categoria biologica del “bacillo”. Le comunità contadine che abitavano le borgate montane non venivano considerate come esseri umani da sottomettere, ma come la fucina infetta della ribellione. In questa logica disumanizzante:
- Gli anziani venivano massacrati in quanto custodi della memoria e colpevoli di aver trasmesso ai giovani i valori della libertà e del rifiuto del fascismo.
- Le donne venivano uccise in quanto madri, mogli o sorelle dei partigiani, o perché esse stesse protagoniste di una resistenza quotidiana che rompeva gli schemi patriarcali imposti dal regime.
- I bambini, compresi i neonati di poche settimane, dovevano essere eliminati preventivamente per evitare che, crescendo, potessero trasformarsi in nuovi combattenti.
Questa medesima struttura concettuale – la disumanizzazione del nemico, la punizione collettiva e la politica della terra bruciata – è stata rintracciata dallo storico nelle tragedie del nostro presente. Esiste un filo conduttore drammaticamente evidente tra la logica eliminazionista della Seconda guerra mondiale, il genocidio in corso nella Striscia di Gaza, la pulizia etnica attuata nei territori occupati della Cisgiordania e i vari fenomeni di colonialismo di insediamento che insanguinano il pianeta. In tutti questi contesti, la popolazione civile smette di essere protetta dai diritti internazionali e viene trasformata in un bersaglio legittimo ed eradicabile.
3. La fragilità delle fonti: le voci del processo e la verità del trauma
Un passaggio centrale della lezione di San Martino ha riguardato il metodo storico e la gestione delle fonti. La storia non è un blocco di verità assolute, ma un lavoro di interpretazione critica delle testimonianze, ognuna delle quali porta con sé interessi, dimenticanze o traumi. Attraverso le letture di Benuzzi, sono emersi due sguardi radicalmente opposti sullo stesso evento:
Il carnefice reticente: Julien Legault
Julien Legault era uno dei soldati integrati nel 16° Battaglione SS che partecipò alle operazioni a San Martino. Originario dell’Alsazia – regione di confine contesa tra Francia e Germania – Legault rappresenta la figura del giovane arruolato nelle correnti filonaziste locali. Interrogato negli anni del dopoguerra come collaboratore di giustizia, la sua deposizione appare calcolata e parziale. Legault ammette che la sua unità sparò per dieci minuti contro il villaggio disarmato e che un suo camerata scagliò una bomba a mano dentro una casa uccidendo un’anziana donna. Sorvola però del tutto sul bilancio finale delle 65 vittime civili di San Martino e sul mandato distruttivo dell’operazione. Al contrario, si preoccupa di sottolineare tre volte la propria fede cattolica per aver rifiutato di distruggere l’altare della chiesa. È l’esempio tipico del documento d’archivio: ufficiale e conservato, ma intriso delle reticenze e delle autodifese di chi deve ripulire la propria posizione processuale.
La testimonianza del trauma: Salvina Astrali ed Elide Ruggeri
Dall’altro lato vi sono le memorie delle sopravvissute, raccolte a distanza di decenni. I ricordi di Salvina Astrali (scampata all’eccidio di Caprara) e di Elide Ruggeri (sopravvissuta alla carneficina nel cimitero di Casaglia) raccontano scene d’orrore puro: bambine che vagano insanguinate per i boschi, madri morte con i figli tra le braccia, mitragliamenti a bruciapelo e fiamme lanciate dentro i rifugi.
Dal punto di vista storiografico, come puntualizzato da Degli Esposti citando il grande storico Marc Bloch, chi vive un trauma tende a ricostruire i fatti attraverso figure simboliche e metafore espressive (come l’immagine del sacerdote trucidato direttamente sull’altare o i racconti sui maltrattamenti dei neonati). Anche laddove il singolo dettaglio verbale non trovi un riscontro documentale esatto, la testimonianza della vittima conserva una verità etica e profonda inconfutabile: la rappresentazione dell’annientamento totale della dignità umana operato dalla guerra.
4. La pluralità delle “Resistenze” e i nodi irrisolti di Monte Sole
L’intervento ha poi guidato i camminatori verso il superamento di una visione edulcorata o monolitica della Resistenza, introducendo il concetto di “Resistenze” al plurale. A Monte Sole coesistettero diverse forme di opposizione al nazifascismo, spesso caratterizzate da visioni strategiche e valori etici differenti:
- La Resistenza civile e comunitaria: Composta dai contadini e dalle famiglie del territorio che garantirono rifugio, sostentamento e copertura ai combattenti, condividevano le sofferenze e pagarono il prezzo più alto.
- La Resistenza etica e spirituale: Incarnata da figure di religiosi come Don Giovanni Fornasini (ucciso nell’ottobre 1944) e Don Ubaldo Marchioni. Essi scelsero di rimanere accanto alle loro comunità fino all’ultimo, operando come scudi umani e mediatori di pace senza mai imbracciare le armi.
- La Brigata Stella Rossa di Mario Musolesi (“Lupo”): Una formazione autonoma, legata visceralmente al territorio. Musolesi rifiutava la logica dei comandi militari centrali della Resistenza emiliana (l’UMER). In quanto profondo conoscitore dei luoghi, sosteneva che il partigiano fosse forte solo rimanendo attaccato alla propria terra e alle proprie popolazioni. Una scelta radicata ma tragica: rimanere arroccati su un nodo strategico tra la Via Porretana e la Valle del Setta – area che i tedeschi dovevano bonificare a tutti i costi per proteggere le retrovie della Linea Gotica – espose tragicamente la popolazione civile alla furia della rappresaglia.
- Le Brigate Garibaldi: Espressione di una strategia politica e militare strutturata sui comandi centrali, spesso in polemica con l’autonomismo e la rigidità tattica della Stella Rossa.
La discussione ha affrontato apertamente anche i nodi più delicati della memoria post-bellica. Nel dopoguerra, ambienti reazionari e revisionisti di destra cercarono a lungo di colpevolizzare i partigiani, accusandoli di aver “provocato” l’eccidio con le loro azioni di disturbo. La ricerca storica ha ampiamente dimostrato la falsità di questa tesi: i comandi tedeschi avevano programmato l’eliminazione della “zona rossa” a prescindere dalla presenza o meno di formazioni armate. Tuttavia, il dolore dei superstiti rimasti sotto le bombe e il senso di abbandono provato da chi vide i combattenti ripiegare nei boschi per salvare la vita rimangono ferite aperte ed umane che la storiografia deve saper ascoltare ed elaborare senza censure ideologiche.
5. L’«eccesso di memoria» e la rimozione del collaborazionismo fascista
Un altro passaggio di grande rilevanza politica ha riguardato i meccanismi con cui l’Italia repubblicana ha costruito la propria memoria istituzionale. La scelta di trasformare Marzabotto e Monte Sole nel luogo-simbolo per eccellenza della barbarie nazista (assieme alle Fosse Ardeatine) ha generato una sorta di “eccesso di memoria” concentrato su un unico territorio. Questo processo ha finito paradossalmente per lasciare nell’ombra decine di altri massacri ugualmente sanguinosi avvenuti lungo l’Appennino e in Toscana (da Sant’Anna di Stazzema a Civitella in Valdichiana, da Monchio a Boves).
Inoltre, la narrazione pubblica ha per decenni concentrato tutta la responsabilità delle stragi su capri espiatori ideali, primo tra tutti il comandante delle SS Walter Reder. Questa focalizzazione sul “mostro tedesco” ha steso un comodo velo di oblio sul ruolo massiccio e determinante del collaborazionismo fascista italiano. Molti dei soldati che indossavano la divisa delle SS e che condussero le esecuzioni parlavano perfettamente il dialetto bolognese. Erano vicini di casa, spie o giovani del posto incorporati nelle strutture repressive. La mancata resa dei conti con il fascismo locale e il loro reingresso nella società civile del dopoguerra rappresentano una delle rimozioni più profonde e problematiche della storia nazionale.
Conclusioni: disarmare il presente partendo dalla dignità umana
Il pomeriggio di studio e ascolto a San Martino si è concluso riannodando i fili con gli obiettivi del Cammino per la pace e il disarmo. La riflessione storica si fa strumento di critica al presente: di fronte al riaffermarsi della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti, alla deriva militarista e a un capitalismo finanziario sempre più aggressivo e deregolamentato che erode i diritti sociali e umani, la lezione di Monte Sole risuona con urgenza profonda.
Sostenere il pacifismo e l’antimilitarismo non significa rifugiarsi in un’ingenua neutralità o in una facciata di comodo, ma assumere la sfida quotidiana della nonviolenza attiva. Come ha ribadito Daniel Degli Esposti, la trappola più pericolosa è quella di dividere l’umanità tra individui di “serie A” e individui di “serie B”, arrivando a giustificare l’annientamento del nemico o dei più deboli. Equiparare sul piano etico e politico le scelte di chi ha lottato per la liberazione e di chi ha collaborato con gli stermini significa smarrire la bussola morale. Ricordare i 770 morti di Monte Sole impone di difendere l’eguale dignità di ogni essere umano, opponendosi a qualsiasi forma di colonialismo, occupazione e riarmo, per continuare a cercare la pace anche nelle tempeste della storia contemporanea.