Da Monte Sole ai genocidi di oggi: la storia come bussola per la pace e il disarmo
Nel pomeriggio del primo giorno del Cammino per la pace e il disarmo, il gruppo
di camminatori “In cammino per la Pace e il disarmo”si è fermato tra i ruderi
della Chiesa di San Martino a Monte Sole. Una tappa fondamentale per ascoltare
una complessa riflessione dello storico e divulgatore Daniel Degli Esposti,
accompagnato dalle letture dell’attore Federico Benuzzi. L’incontro ha guidato i
presenti attraverso un’analisi profonda degli eccidi di Monte Sole, la
delicatezza metodologica della ricostruzione storica e il legame inscindibile
tra le opzioni etiche della Resistenza, la critica ai genocidi contemporanei e
la lotta contro la deriva autoritaria del capitalismo finanziario
1. LA STORIA COME STRUMENTO OPERATIVO PER IL PRESENTE
La tappa ai ruderi della chiesa di San Martino non è stata una semplice
commemorazione rituale. Nelle intenzioni degli organizzatori e dei relatori, la
memoria deve farsi strumento attivo, una vera e propria bussola per orientare le
decisioni e le posizioni politiche da assumere nel presente. Come ha evidenziato
Daniel Degli Esposti introducendo la riflessione, lo studio della storia ha
l’impagabile vantaggio di metterci di fronte alle scelte compiute da esseri
umani in contesti di crisi estrema. Analizzare quello che accadde nel 1944 a
Monte Sole e comprendere quali conseguenze abbiano prodotto le decisioni di
riarmo, di occupazione e di aggressione militare permette di decifrare con
occhio critico le dinamiche di guerra dei nostri giorni.
L’esperienza proposta ai camminatori intreccia la ricerca d’archivio con la
forza narrativa del teatro. Attraverso la voce e la sensibilità dell’attore
Federico Benuzzi, i documenti d’archivio, le deposizioni processuali e le
memorie dei superstiti prendono di nuovo vita, restituendo la dimensione umana,
traumatica o reticente dei protagonisti di allora. La storia esce così dalla
freddezza dei manuali per farsi materia viva di discussione collettiva.
2. LA LOGICA DELL’«ECCIDIO ELIMINAZIONISTA»: DA MONTE SOLE ALLA STRISCIA DI GAZA
Dal punto di vista storiografico, la strage di Monte Sole – nota nella memoria
collettiva come “strage di Marzabotto” – viene classificata come un «eccidio
eliminazionista». Degli Esposti ha spiegato come questa categoria concettuale
presenti sovrapposizioni e analogie dirette con il concetto giuridico e politico
di genocidio.
L’operazione condotta tra il 29 e il 30 settembre 1944 dalle truppe tedesche
della 16ª Divisione Reichsführer-SS (affiancate da reparti della Wehrmacht e da
collaborazionisti fascisti) non fu un’azione di repressione o un mero
rastrellamento antipartigiano. Si trattò di una strategia pianificata di tabula
rasa. I comandi superiori, in particolare Max Simon e Walter Reder,
individuarono nella fascia compresa tra i fiumi Reno e Setta una “zona rossa”
all’interno della quale nulla e nessuno doveva sopravvivere.
Per giustificare l’annientamento totale, l’ideologia nazifascista applicò alla
popolazione civile la categoria biologica del “bacillo”. Le comunità contadine
che abitavano le borgate montane non venivano considerate come esseri umani da
sottomettere, ma come la fucina infetta della ribellione. In questa logica
disumanizzante:
* Gli anziani venivano massacrati in quanto custodi della memoria e colpevoli
di aver trasmesso ai giovani i valori della libertà e del rifiuto del
fascismo.
* Le donne venivano uccise in quanto madri, mogli o sorelle dei partigiani, o
perché esse stesse protagoniste di una resistenza quotidiana che rompeva gli
schemi patriarcali imposti dal regime.
* I bambini, compresi i neonati di poche settimane, dovevano essere eliminati
preventivamente per evitare che, crescendo, potessero trasformarsi in nuovi
combattenti.
Questa medesima struttura concettuale – la disumanizzazione del nemico, la
punizione collettiva e la politica della terra bruciata – è stata rintracciata
dallo storico nelle tragedie del nostro presente. Esiste un filo conduttore
drammaticamente evidente tra la logica eliminazionista della Seconda guerra
mondiale, il genocidio in corso nella Striscia di Gaza, la pulizia etnica
attuata nei territori occupati della Cisgiordania e i vari fenomeni di
colonialismo di insediamento che insanguinano il pianeta. In tutti questi
contesti, la popolazione civile smette di essere protetta dai diritti
internazionali e viene trasformata in un bersaglio legittimo ed eradicabile.
3. LA FRAGILITÀ DELLE FONTI: LE VOCI DEL PROCESSO E LA VERITÀ DEL TRAUMA
Un passaggio centrale della lezione di San Martino ha riguardato il metodo
storico e la gestione delle fonti. La storia non è un blocco di verità assolute,
ma un lavoro di interpretazione critica delle testimonianze, ognuna delle quali
porta con sé interessi, dimenticanze o traumi. Attraverso le letture di Benuzzi,
sono emersi due sguardi radicalmente opposti sullo stesso evento:
Il carnefice reticente: Julien Legault
Julien Legault era uno dei soldati integrati nel 16° Battaglione SS che
partecipò alle operazioni a San Martino. Originario dell’Alsazia – regione di
confine contesa tra Francia e Germania – Legault rappresenta la figura del
giovane arruolato nelle correnti filonaziste locali. Interrogato negli anni del
dopoguerra come collaboratore di giustizia, la sua deposizione appare calcolata
e parziale. Legault ammette che la sua unità sparò per dieci minuti contro il
villaggio disarmato e che un suo camerata scagliò una bomba a mano dentro una
casa uccidendo un’anziana donna. Sorvola però del tutto sul bilancio finale
delle 65 vittime civili di San Martino e sul mandato distruttivo
dell’operazione. Al contrario, si preoccupa di sottolineare tre volte la propria
fede cattolica per aver rifiutato di distruggere l’altare della chiesa. È
l’esempio tipico del documento d’archivio: ufficiale e conservato, ma intriso
delle reticenze e delle autodifese di chi deve ripulire la propria posizione
processuale.
La testimonianza del trauma: Salvina Astrali ed Elide Ruggeri
Dall’altro lato vi sono le memorie delle sopravvissute, raccolte a distanza di
decenni. I ricordi di Salvina Astrali (scampata all’eccidio di Caprara) e di
Elide Ruggeri (sopravvissuta alla carneficina nel cimitero di Casaglia)
raccontano scene d’orrore puro: bambine che vagano insanguinate per i boschi,
madri morte con i figli tra le braccia, mitragliamenti a bruciapelo e fiamme
lanciate dentro i rifugi.
Dal punto di vista storiografico, come puntualizzato da Degli Esposti citando il
grande storico Marc Bloch, chi vive un trauma tende a ricostruire i fatti
attraverso figure simboliche e metafore espressive (come l’immagine del
sacerdote trucidato direttamente sull’altare o i racconti sui maltrattamenti dei
neonati). Anche laddove il singolo dettaglio verbale non trovi un riscontro
documentale esatto, la testimonianza della vittima conserva una verità etica e
profonda inconfutabile: la rappresentazione dell’annientamento totale della
dignità umana operato dalla guerra.
4. LA PLURALITÀ DELLE “RESISTENZE” E I NODI IRRISOLTI DI MONTE SOLE
L’intervento ha poi guidato i camminatori verso il superamento di una visione
edulcorata o monolitica della Resistenza, introducendo il concetto di
“Resistenze” al plurale. A Monte Sole coesistettero diverse forme di opposizione
al nazifascismo, spesso caratterizzate da visioni strategiche e valori etici
differenti:
1. La Resistenza civile e comunitaria: Composta dai contadini e dalle famiglie
del territorio che garantirono rifugio, sostentamento e copertura ai
combattenti, condividevano le sofferenze e pagarono il prezzo più alto.
1. La Resistenza etica e spirituale: Incarnata da figure di religiosi come Don
Giovanni Fornasini (ucciso nell’ottobre 1944) e Don Ubaldo Marchioni. Essi
scelsero di rimanere accanto alle loro comunità fino all’ultimo, operando
come scudi umani e mediatori di pace senza mai imbracciare le armi.
1. La Brigata Stella Rossa di Mario Musolesi (“Lupo”): Una formazione autonoma,
legata visceralmente al territorio. Musolesi rifiutava la logica dei comandi
militari centrali della Resistenza emiliana (l’UMER). In quanto profondo
conoscitore dei luoghi, sosteneva che il partigiano fosse forte solo
rimanendo attaccato alla propria terra e alle proprie popolazioni. Una
scelta radicata ma tragica: rimanere arroccati su un nodo strategico tra la
Via Porretana e la Valle del Setta – area che i tedeschi dovevano bonificare
a tutti i costi per proteggere le retrovie della Linea Gotica – espose
tragicamente la popolazione civile alla furia della rappresaglia.
1. Le Brigate Garibaldi: Espressione di una strategia politica e militare
strutturata sui comandi centrali, spesso in polemica con l’autonomismo e la
rigidità tattica della Stella Rossa.
La discussione ha affrontato apertamente anche i nodi più delicati della memoria
post-bellica. Nel dopoguerra, ambienti reazionari e revisionisti di destra
cercarono a lungo di colpevolizzare i partigiani, accusandoli di aver
“provocato” l’eccidio con le loro azioni di disturbo. La ricerca storica ha
ampiamente dimostrato la falsità di questa tesi: i comandi tedeschi avevano
programmato l’eliminazione della “zona rossa” a prescindere dalla presenza o
meno di formazioni armate. Tuttavia, il dolore dei superstiti rimasti sotto le
bombe e il senso di abbandono provato da chi vide i combattenti ripiegare nei
boschi per salvare la vita rimangono ferite aperte ed umane che la storiografia
deve saper ascoltare ed elaborare senza censure ideologiche.
5. L’«ECCESSO DI MEMORIA» E LA RIMOZIONE DEL COLLABORAZIONISMO FASCISTA
Un altro passaggio di grande rilevanza politica ha riguardato i meccanismi con
cui l’Italia repubblicana ha costruito la propria memoria istituzionale. La
scelta di trasformare Marzabotto e Monte Sole nel luogo-simbolo per eccellenza
della barbarie nazista (assieme alle Fosse Ardeatine) ha generato una sorta di
“eccesso di memoria” concentrato su un unico territorio. Questo processo ha
finito paradossalmente per lasciare nell’ombra decine di altri massacri
ugualmente sanguinosi avvenuti lungo l’Appennino e in Toscana (da Sant’Anna di
Stazzema a Civitella in Valdichiana, da Monchio a Boves).
Inoltre, la narrazione pubblica ha per decenni concentrato tutta la
responsabilità delle stragi su capri espiatori ideali, primo tra tutti il
comandante delle SS Walter Reder. Questa focalizzazione sul “mostro tedesco” ha
steso un comodo velo di oblio sul ruolo massiccio e determinante del
collaborazionismo fascista italiano. Molti dei soldati che indossavano la divisa
delle SS e che condussero le esecuzioni parlavano perfettamente il dialetto
bolognese. Erano vicini di casa, spie o giovani del posto incorporati nelle
strutture repressive. La mancata resa dei conti con il fascismo locale e il loro
reingresso nella società civile del dopoguerra rappresentano una delle rimozioni
più profonde e problematiche della storia nazionale.
CONCLUSIONI: DISARMARE IL PRESENTE PARTENDO DALLA DIGNITÀ UMANA
Il pomeriggio di studio e ascolto a San Martino si è concluso riannodando i fili
con gli obiettivi del Cammino per la pace e il disarmo. La riflessione storica
si fa strumento di critica al presente: di fronte al riaffermarsi della guerra
come mezzo di risoluzione dei conflitti, alla deriva militarista e a un
capitalismo finanziario sempre più aggressivo e deregolamentato che erode i
diritti sociali e umani, la lezione di Monte Sole risuona con urgenza profonda.
Sostenere il pacifismo e l’antimilitarismo non significa rifugiarsi in
un’ingenua neutralità o in una facciata di comodo, ma assumere la sfida
quotidiana della nonviolenza attiva. Come ha ribadito Daniel Degli Esposti, la
trappola più pericolosa è quella di dividere l’umanità tra individui di “serie
A” e individui di “serie B”, arrivando a giustificare l’annientamento del nemico
o dei più deboli. Equiparare sul piano etico e politico le scelte di chi ha
lottato per la liberazione e di chi ha collaborato con gli stermini significa
smarrire la bussola morale. Ricordare i 770 morti di Monte Sole impone di
difendere l’eguale dignità di ogni essere umano, opponendosi a qualsiasi forma
di colonialismo, occupazione e riarmo, per continuare a cercare la pace anche
nelle tempeste della storia contemporanea.
Paolo Mazzinghi