
Un attivista per la Palestina porta il decreto sicurezza davanti alla Consulta
L'INDIPENDENTE - Friday, July 31, 2026La stretta repressiva del governo Meloni finisce (di nuovo) al vaglio della Corte Costituzionale. I legali di un attivista per la Palestina arrestato a Cagliari per un blocco stradale durante una manifestazione del settembre 2025 hanno infatti depositato un’istanza di legittimità costituzionale contro il Decreto sicurezza. I difensori sollevano due profili di incostituzionalità: il ricorso al decreto legge senza i presupposti di necessità e urgenza richiesti dall’articolo 77 della Carta e la criminalizzazione del blocco stradale in cortei pacifici, che lederebbe i diritti di riunione, manifestazione del pensiero e sciopero. È il secondo caso portato alla Consulta dopo quello della procura di Torino a giugno, che aveva chiesto di sollevare una questione di legittimità costituzionale anche e soprattutto in riferimento all’articolo che concerne il blocco stradale.
I fatti al vaglio della magistratura riguardano una manifestazione che andò in scena lo scorso 22 settembre a Cagliari, in occasione di uno sciopero generale promosso dalla Usb a supporto della Global Sumud Flotilla. Secondo la ricostruzione dei pm, alcuni attivisti avrebbero interrotto il traffico in due diverse strade – via Roma e Viale la Plaia – attraverso un blocco stradale. Prima della riforma, chi impediva la circolazione con il proprio corpo rischiava solo una sanzione amministrativa tra i 1.000 e i 4.000 euro; oggi, con il decreto Sicurezza, la condotta è tornata penalmente rilevante: se il fatto è commesso da una sola persona, la pena arriva fino a un mese di reclusione o a una multa fino a 300 euro; se l’azione è compiuta da più persone riunite, la sanzione sale da sei mesi a due anni di carcere. Gli avvocati dell’attivista imputato, Patrizio Rovelli e Maria Grazia Monni, sostengono però che la nuova normativa sia incompatibile con la Carta Costituzionale. Inoltre, secondo gli avvocati, il governo non avrebbe potuto approvare il provvedimento con un decreto legge, perché la Costituzione lo consente solo in casi di straordinaria necessità e urgenza. A loro avviso, nel caso del decreto sicurezza queste condizioni non c’erano: non esisteva un’emergenza tale da giustificare un intervento immediato, perciò il testo avrebbe dovuto seguire il normale iter parlamentare. I legali hanno così deciso di depositare l’istanza davanti alla giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Cagliari, Giulia Tronci, cui hanno chiesto di sospendere il procedimento e sollevare un’eccezione di costituzionalità dinanzi alla Consulta.
La partita era già formalmente iniziata lo scorso giugno, quando la Procura di Torino aveva chiesto, attraverso una memoria, di sottoporre alla Corte Costituzionale proprio la disposizione che ha trasformato nuovamente in reato il blocco stradale attuato con il proprio corpo durante manifestazioni e proteste. Secondo i pm, infatti, «l’incriminazione del blocco stradale attuata con il corpo lede i diritti di riunione e di sciopero tutelati rispettivamente dagli artt. 17 e 40 Cost, posto che la possibilità che si creino rallentamenti o addirittura blocchi del traffico è connaturata alle manifestazioni, sia che esse si svolgano in forma statica, mediante sit-in, sia in forma dinamica, facendo parte della fisiologia dei cortei l’arresto periodico in certi punti del percorso per consentire al gruppo di non disperdersi e scandire slogan rivolti a sensibilizzare i passanti». In altre parole, trasformare in reato un fenomeno intrinseco all’esercizio dei diritti collettivi rischia di svuotarli di significato. Nella memoria si evidenzia che il legislatore «non ha effettuato un bilanciamento degli interessi in gioco conforme ai valori costituzionali, valutando i fondamentali diritti di libertà individuale e collettiva come recessivi rispetto all’interesse alla circolazione». Se così non fosse, verrebbero incriminati perfino «gli operai che, radunatisi in massa davanti all’azienda, occupando il manto stradale prospiciente, ostacolino la circolazione». Anche la Procura ha rilevato l’assenza di un’emergenza tale da giustificare il ricorso alla decretazione d’urgenza, evidenziando inoltre come il decreto presenti anche una disparità di trattamento: mentre per chi abbandona oggetti sulla strada è necessario dimostrare l’intenzione di bloccare la circolazione, per chi partecipa a un blocco durante una protesta è sufficiente averne la consapevolezza, anche se lo scopo è soltanto manifestare.
Anche un altro pezzo importante del Decreto Sicurezza, quello concernente la stretta sulla cannabis light, è finito al vaglio della Consulta. L’ultimo caso riguarda Nicolò Savoldelli, titolare di due negozi di cannabis light tra Sirmione e Desenzano del Garda, arrestato ai domiciliari a dicembre dopo il sequestro di 19 barattoli contenenti circa due chili di infiorescenze. L’accusa contestata era di detenzione ai fini di spaccio. Il 15 luglio il giudice bresciano Luca Tringali ha disposto la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale, sospendendo di fatto il procedimento in attesa della decisione dei giudici sulla legittimità della norma. Secondo il magistrato, il divieto introdotto dal Decreto sicurezza si fonderebbe su una «presunzione assoluta di pericolosità» della cannabis light che apparirebbe smentita dalle acquisizioni scientifiche e dai principi recepiti dall’ordinamento europeo. Quello di Brescia è il terzo rinvio alla Corte costituzionale in pochi mesi, dopo quelli del gip di Brindisi e del Tribunale di Trani, relativi rispettivamente a un carico di canapa bloccato dalle Dogane e a un distributore automatico di infiorescenze a Barletta.
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