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Siamo con chi si oppone all’Italia della tolleranza zero
C’è qualcosa di rivelatore e al tempo stesso sinistro nel fatto che il decreto-legge Sicurezza debba ricevere il via libera parlamentare entro il 25 aprile. Il fatto che la data della Liberazione dal nazifascismo sia stata scelta come scadenza amministrativa … Leggi tutto L'articolo Siamo con chi si oppone all’Italia della tolleranza zero sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Firenze: multe ai residenti che protestavano contro Vannacci
Nel quartiere Rifredi sanzioni amministrative fino a 10.000 euro per il presidio pacifico in piazza Tanucci contro l’apertura della sede di Futuro Nazionale. di Osservatorio Repressione (*) Foro ripresa da Osservatorio Repressione A Firenze alcuni residenti del quartiere Rifredi stanno ricevendo multe comprese tra i 1.000 e i 10.000 euro per aver partecipato a una protesta pacifica contro l’apertura della
Il governo mette la fiducia anche sul decreto sicurezza. Hanno timore di tutto… e vergogna di niente
Il governo porrà oggi la fiducia al decreto sicurezza in discussione nell’aula della Camera. Dalle 16 è previsto il via alle dichiarazioni di voto e, a seguire, il voto sulla fiducia e l’esame degli ordini del giorno.  L’esecutivo è ricorso ancora una volta al voto di fiducia affermando che il […] L'articolo Il governo mette la fiducia anche sul decreto sicurezza. Hanno timore di tutto… e vergogna di niente su Contropiano.
April 22, 2026
Contropiano
BOLOGNA: 30MILA EURO DI MULTA PER CHI CONTESTÒ LAGARDE. NEL MIRINO ANCHE L’USO DEL MEGAFONO
Tre attivisti dei Municipi Sociali di Bologna rischiano sanzioni fino a 10 mila euro ciascuno per aver partecipato a una manifestazione “non preavvisata” lo scorso 5 marzo. In quell’occasione venne contesta la presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Christine Lagarde, durante la sua visita in città. La sanzione deriva dal nuovo decreto liberticida, che ha trasformato il mancato preavviso da illecito penale a illecito amministrativo, aumentando drasticamente le multe: da un massimo di 400 euro fino a 10 mila. A uno degli attivisti viene contestato persino l’uso del megafono. “Ci sono momenti in cui un diritto smette di essere tale non perché viene abolito, ma perché viene reso impraticabile”, scrivono in un comunicato pubblico i Municipi Sociali di Bologna. La contestazione a Lagarde, spiegano, “è stata lanciata sui social, in modo trasparente, senza armi e con l’obiettivo chiaro di esprimere dissenso. La risposta è stata duplice: da un lato, la minaccia esplicita da parte delle forze dell’ordine di applicare le nuove sanzioni previste dal decreto sicurezza; dall’altro, un dispiegamento massiccio di uomini e mezzi per impedire fisicamente ogni accesso all’evento. Non si è trattato solo di impedire una manifestazione, ma di lanciare un messaggio: ogni forma di conflitto non mediato, ogni espressione autonoma e immediata del dissenso può essere adesso colpita, isolata e resa economicamente insostenibile.”. Gli attivisti hanno annunciato ricorso e una campagna pubblica rivolta al Prefetto di Bologna, che ha 30 giorni per decidere la somma della sanzione, con l’obiettivo di “far arrivare tutta la pressione” affinché la “sanzione sia pari a 0 euro“. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuto Ludovico, dei Municipi Sociali di Bologna. Ascolta o scarica.  
April 21, 2026
Radio Onda d`Urto
Con un emendamento al Dl Sicurezza il governo è finito in un vicolo cieco
Se il tema non fosse così cupo, verrebbe quasi da osservare con una certa soddisfazione — popcorn alla mano — il governo schiantarsi contro la propria boria. Il compenso riconosciuto allə avvocatə in funzione dell’effettivo rimpatrio volontario del proprio assistito è, per l’esecutivo, un’enorme grana politica. Dopo l’approvazione di questo emendamento, la conversione in legge del decreto sicurezza si sta trasformando in un terreno sorprendentemente accidentato per la maggioranza. Un corto circuito che la costringe a immaginare soluzioni paradossali, irritando il Quirinale. > Si allarga, intanto, il fronte di chi si oppone alla conversione del decreto, > ben oltre i circuiti abituali del dissenso. Non solo organizzazioni e > movimenti solidali, ma anche settori dell’avvocatura, ordini professionali, > attori generalmente prudenti. Un’ampia area intermedia — con molte sfumature > di grigio — che raramente si espone con questa nettezza. Eppure, negli ultimi anni non sono certo mancate misure altrettanto aberranti: dalla finzione giuridica dei centri in Albania rappresentati come suolo italiano, alla moltiplicazione delle forme di trattenimento, fino alle strategie più bizzarre per limitare l’accesso alla protezione. Una lunga sequenza di provvedimenti insieme raffazzonati e crudeli, che il dibattito politico ha assorbito con discreta facilità. Perché, allora, proprio ora il governo si impantana? Qui si intrecciano fattori che finora non si erano mai allineati. La norma oltrepassa una soglia sensibile. Non colpisce soltanto le persone migranti, ma investe direttamente la funzione dell’avvocatura. Trasforma — anche solo potenzialmente — lə difensorə in un soggetto incentivato a orientare la scelta del proprio assistito. In secondo luogo, si tratta di una misura troppo esplicita: il nesso tra denaro e rimpatrio è esibito senza mediazioni. Viene meno quella zona di opacità — almeno sul piano discorsivo — che negli anni ha reso digeribili dispositivi altrettanto violenti. Infine, pesa la congiuntura politica. Siamo in una finestra temporale in cui, anche a seguito del referendum, l’idea dell’inevitabilità delle politiche del governo si è radicalmente incrinata. A livello internazionale, alcune delle figure simbolo dell’offensiva reazionaria — Trump in testa — attraversano difficoltà che ne riducono la capacità di dettare l’ordine del discorso. È in questo incrocio che una norma, pur molto grave ma non isolata nel panorama recente, produce una rottura ampia e diffusa. > Che fare, allora? Limitarsi a osservare, magari sghignazzando, il governo che > affanna? Occorre spingere sull’acceleratore. Le mobilitazioni annunciate dai > movimenti, in concomitanza con il dibattito parlamentare, possono > rappresentare una leva decisiva. La mancata conversione del decreto sarebbe un risultato eccellente, non solo per questo singolo profilo, ma per un provvedimento nel suo complesso inaccettabile. Riuscire a bloccarlo “a caldo”, dando visibilità a un movimento in crescita, capace di attivare in profondità il dibattito pubblico, costituirebbe un passaggio politico di grande rilievo. Dimostrerebbe che è possibile incidere — e persino fermare — l’azione del governo anche sul terreno della conversione dei decreti legge: un precedente tutt’altro che secondario. Tornare a vincere sul terreno delle politiche migratorie, dopo anni passati sulla difensiva, potrebbe restituire energia, fiducia e capacità di immaginare nuovi obiettivi con coraggio e creatività. La copertina è di wikicommon SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Con un emendamento al Dl Sicurezza il governo è finito in un vicolo cieco proviene da DINAMOpress.
April 21, 2026
DINAMOpress
IL DECRETO SICUREZZA: L’AVVOCATO COME ESECUTORE DI POLITICHE DI PARTE
Meno strumenti per opporsi all’espulsione, più incentivi a favorire il rimpatrio: così si svuota in concreto il diritto di difesa. C’è una domanda che il decreto-legge n. 23/2026 pone, e che il dibattito pubblico ha finora eluso: cosa rimane del diritto di difesa quando lo Stato decide che alcune persone possono essere allontanate più facilmente, più velocemente, con meno possibilità di contestare la propria sorte davanti a un giudice? La risposta che il testo dà — nel testo emendato al Senato e ora all’esame della Camera con scadenza al 25 aprile — è inequivoca: rimane poco. E quel poco viene ulteriormente eroso da un meccanismo che trasforma il difensore in strumento del progetto di rimpatrio. Non è una lettura allarmistica. È la descrizione di due norme che, lette insieme, disegnano un sistema coerente: da un lato si restringe l’accesso al gratuito patrocinio per chi impugna un provvedimento di espulsione, dall’altro si condiziona il compenso dell’avvocato all’effettivo rimpatrio del proprio assistito. Il cerchio si chiude su una persona che ha sempre meno strumenti per restare e sempre più pressioni per andarsene — incluso il difensore che avrebbe dovuto tutelarla. Espellere senza essere fermati L’art. 29 co. 3 del decreto interviene sul gratuito patrocinio nelle impugnazioni dei provvedimenti di espulsione. La norma introduce limitazioni all’accesso alla difesa a spese dello Stato per i cittadini stranieri che contestano giudizialmente un ordine di allontanamento. È una scelta che colpisce nel punto più fragile dell’intero sistema di garanzie: le procedure di espulsione sono già tra le più rapide, le meno garantite, le più esposte al rischio di errori e di violazioni procedurali. Sono i procedimenti in cui il controllo giurisdizionale sarebbe più necessario — e sono esattamente quelli in cui si decide di renderlo meno accessibile. Il diritto di difesa sancito dall’art. 24 della Costituzione vale per tutti, compresi i migranti. Non può essere subordinato né alla nazionalità né alla convenienza politica del momento. La garantisce a tutti, il che significa che rimuovere sistematicamente gli strumenti concreti per esercitarla — il patrocinio gratuito, l’accesso a un difensore competente, il tempo sufficiente per costruire una strategia — equivale a svuotarla di contenuto pur lasciandola formalmente intatta. È la tecnica classica con cui i diritti vengono aboliti senza essere abrogati: si lascia la norma, si eliminano le condizioni per applicarla. Chi viene colpito non è una categoria astratta. Sono persone che si trovano in una procedura accelerata, spesso senza conoscere la lingua, senza reti di supporto, senza la capacità di orientarsi in un sistema giuridico complesso. Sono persone per le quali il difensore non è un optional ma l’unico punto di contatto reale con le garanzie che l’ordinamento formalmente offre. Togliere o rendere più difficile quel punto di contatto non è una misura di efficienza amministrativa. È una scelta politica precisa: rendere le espulsioni più difficilmente contestabili, e quindi più facili da eseguire. Il compenso condizionato: quando il difensore lavora per il rimpatrio L’art. 30 bis completa il quadro con una logica che, una volta capita, non si presta ad alcuna lettura benevola. La norma prevede un meccanismo di compenso per gli avvocati che assistono cittadini stranieri nell’ambito dei programmi di rimpatrio assistito — ma il compenso scatta soltanto se il proprio assistito presenta domanda di rimpatrio volontario e viene effettivamente rimpatriato. Non si paga la difesa. Si paga il risultato. E il risultato è la partenza. Esiste una distinzione fondamentale, spesso trascurata nel dibattito, tra l’avvocato che serve lo Stato come istituzione — figura ordinamentale del tutto legittima, presente in ogni amministrazione pubblica — e l’avvocato privato trasformato in esecutore di un indirizzo politico di parte. Il primo difende le posizioni giuridiche dell’ente che rappresenta nel quadro di un sistema di garanzie che vale per tutti. Il secondo, in questo schema, viene pagato per orientare le scelte del proprio cliente nella direzione voluta da una maggioranza parlamentare. Non dallo Stato come istituzione. Da chi, in questo momento, governa lo Stato e ha deciso che i migranti devono partire. La deontologia forense esiste proprio per impedire questa torsione. L’avvocato deve assistere il proprio cliente in piena libertà e indipendenza, senza che il proprio compenso dipenda dall’esito ottenuto nell’interesse di terzi. Quando invece il compenso dipende da quell’esito — e quell’esito è il rimpatrio — il mandato fiduciario si inverte: il difensore non lavora per il cliente, lavora contro di lui, nell’interesse di chi ha scritto la norma. La persona assistita cessa di essere il soggetto della difesa e diventa il suo oggetto. La geometria di un progetto Le due norme non sono incidenti di percorso. Sono i tasselli di un disegno che ha una propria coerenza interna. Si riduce la possibilità di contestare l’espulsione davanti a un giudice. Si crea un incentivo economico perché il difensore convinca il proprio assistito ad andarsene volontariamente. Si costruisce così un percorso a imbuto in cui la resistenza giuridica è scoraggiata a ogni livello — dall’accesso limitato al patrocinio gratuito fino alla presenza di un avvocato il cui interesse economico è allineato con quello del governo e non con quello del cliente. Il termine remigration, che circola da anni negli ambienti della destra europea per indicare l’obiettivo politico di inversione dei flussi migratori, descrive esattamente questa logica: non gestire la presenza di stranieri sul territorio, ma ridurla attraverso ogni strumento disponibile, inclusi quelli giuridici. Il decreto sicurezza non è una misura emergenziale nata da un’urgenza specifica. È un tassello di quel progetto, tradotto in norme tecniche sufficientemente presentabili da superare il vaglio parlamentare senza troppo rumore. Il rumore, però, c’è stato. L’Unione delle Camere Penali ha parlato di previsione incompatibile con la Costituzione e con i principi più elementari della deontologia forense. Il presidente del Consiglio Nazionale Forense ha chiesto l’eliminazione immediata delle norme contestate — e lo ha fatto dopo aver appreso dell’inserimento del CNF nel testo del decreto dal giornale, non da alcuna comunicazione istituzionale: un dettaglio che dice molto sul rapporto di questo governo con le istituzioni che dovrebbe consultare. Anche dalla magistratura sono arrivate posizioni di sconcerto. Quando avvocatura e magistratura convergono nello stesso allarme, di solito c’è una ragione. Cosa resta del diritto di difesa La risposta onesta è che resta la forma. Resta l’art. 24 della Costituzione, formalmente intatto. Resta il codice, la procedura, il vocabolario della garanzia. Quello che si smonta è la sostanza: la possibilità concreta, per una persona vulnerabile e senza risorse, di trovare un difensore indipendente, di accedere a un giudice, di contestare una decisione che può cambiare radicalmente la propria vita. Uno stato di diritto non si misura dalle norme che scrive ma dalle condizioni che crea perché quelle norme siano effettive. Un diritto che esiste sulla carta ma non nella pratica non è un diritto: è una promessa non mantenuta, usata per legittimare un sistema che ha già deciso l’esito prima che il procedimento cominci. La Camera deve convertire il decreto entro il 25 aprile. Il Parlamento sa cosa significa quella data. Sarebbe utile che lo ricordasse prima di votare. Redazione Napoli
April 19, 2026
Pressenza