Gli stoccaggi europei di gas sono scesi ai minimi storici

L'INDIPENDENTE - Friday, July 31, 2026

I livelli di stoccaggio di gas dei Paesi europei hanno raggiunto un minimo storico, attestandosi su una media di circa il 55%, in un periodo in cui i depositi dovrebbero essere quasi pieni in vista del prossimo inverno. Lo attestano i dati di AGSI+ (Aggregated Gas Storage Inventory), gestiti da Gas Infrastructure Europe, che comprendono il 100% del mercato dello stoccaggio di gas nel territorio dell’UE. I principali fattori che hanno portato a una carenza in termini di scorte energetiche sono l’attuale blocco dello Stretto di Hormuz, da cui prima della guerra transitava circa il 20% del petrolio globale e il 30% di quello commerciato via mare, e la prevista fine totale delle importazioni di gas russo dal 2027. Le conseguenze di questo scenario sono un forte aumento dei prezzi del gas che non farebbe altro che alimentare l’inflazione nei Paesi europei.

Tuttavia, il livello di stoccaggio varia tra le diverse nazioni europee e, tra quelle che presentano i livelli più alti di scorte, al primo posto troviamo la Polonia (con i depositi riempiti all’83,3%) seguita da Portogallo (82,9%) e Italia (74,6%). A seguire compaiono poi Spagna, Danimarca e Austria. La Germania, invece – cuore economico dell’Ue – si posiziona verso la fine della lista con una disponibilità di gas che si ferma al momento al 46,3% dello stoccaggio complessivo. I Paesi con i più bassi livelli di scorte, invece, sono Paesi Bassi (35,7%), Belgio (32,5%) e Svezia (11,5%). In questo scenario, l’Italia vanta un buon livello di stoccaggio soprattutto grazie alla capacità di rigassificazione della Penisola, resa possibile dai numerosi terminali gestiti da Snam, primo operatore europeo nel trasporto di gas naturale. Tuttavia, anche per l’Italia resta alto il rischio dell’aumento dei prezzi energetici, come ha sottolineato l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi. Quest’ultimo ha anche posto l’accento sullo stop definitivo al gas russo che, secondo lui, potrà comportare problemi di approvvigionamento: «Nel momento in cui ci sarà più freddo, a gennaio, non solo non ci saranno i metri cubi russi, ma anche quelli stoccati saranno inferiori», ha affermato recentemente Descalzi.

Secondo un’analisi di Wood Mackenzie – gruppo globale di ricerca e consulenza che fornisce dati – anche nell’ipotesi del “miglior scenario”, quello in cui il Qatar riuscisse a tornare alla piena capacità operativa a settembre, la percentuale di riempimento dei depositi di gas nell’Ue toccherebbe il 75 per cento il primo novembre. Negli scorsi anni, invece, in quel periodo, il riempimento medio degli stoccaggi era del 90%. Se, al contrario, ciò non accadesse e lo Stretto di Hormuz restasse chiuso, la percentuale scenderebbe sotto il 70 per cento. In tal caso sarebbe inevitabile un forte aumento dei prezzi del gas: già recentemente, le quotazioni spot del gas europeo sono aumentate di oltre il 50% rispetto ai minimi registrati a metà giugno, superando la soglia dei 60 euro per megawattora. Secondo gli analisti, questo andamento evidenzia come oggi il gas sia diventato persino più sensibile del petrolio alle crisi geopolitiche. In questo contesto, secondo Mackenzie, nemmeno il GNL (gas naturale liquefatto) potrebbe fornire un aiuto immediato, in quanto non sarebbe in grado di migliorare in modo significativo la situazione europea prima del 2028.

Secondo Massimo Di Odoardo, vicepresidente Gas and Lng Research di Wood Mackenzie, sono tre i fattori che contribuiranno a tenere alte le quotazioni del gas nei prossimi mesi: le basse scorte europee, la domanda asiatica ancora robusta e una crescita limitata della nuova capacità mondiale di esportazione di gas naturale liquefatto. Una combinazione che potrebbe dispiegare i suoi effetti negativi sui prezzi almeno fino al 2027. A questo si aggiunge il divieto totale di importazione di gas russo: dal 18 marzo scorso, infatti, Bruxelles ha messo al bando i contratti, sia a breve che a lungo termine, con le società russe conclusi o modificati dopo il 17 giugno 2025. L’amministratore delegato di ENI ha definito questa situazione «una preoccupazione per tutta l’Europa». I Paesi europei, infatti, saranno privati dei principali canali di approvvigionamento energetico e i maggiori fornitori del Continente di gas rimarranno USA e Norvegia. Anche la potenza a stelle e strisce però sta registrando un aumento dei costi per il carburante e potrebbe limitare le esportazioni per far fronte alla domanda interna.

L’Ue si ritrova, dunque, con un significativo problema di sicurezza energetica, aggravato anche dall’avere escluso completamente il gas russo in un momento in cui si ritrova ad affrontare quella che secondo il Fondo Monetario Internazionale e l’Agenzia internazionale per l’energia potrebbe diventare la peggiore crisi energetica della storia recente.

 

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