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“Dio, patria e famiglia”: la performance satirica di Extinction Rebellion
Nella quarta giornata della settimana di PrimaVera Democrazia, mentre tre figuranti che impersonavano Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Guido Crosetto inscenavano uno sketch ispirato ai cinegiornali dell’Istituto Luce quindici persone hanno scalato Palazzo Venezia di Roma per affiggere tre grandi striscioni riportanti slogan evocanti lo storico motto della destra autoritaria. In uno dei luoghi simbolo del ventennio fascista tale protesta ha puntato i riflettori sugli effetti della crisi ecoclimatica per denunciare i crescenti finanziamenti stanziati dal governo italiano per combustibili fossili e riarmo. I quindici e alcuni fotografi che documentavano l’azione dimostrativa sono stati fermati e portati in caserma. COMUNICATO STAMPA : Roma, 1° giugno 2026 – Questo pomeriggio, Extinction Rebellion ha scalato Palazzo Venezia – ex sede del governo fascista – muniti di tre grandi striscioni riportanti slogan contro il celebre motto legato alla destra autoritaria “Dio, patria e famiglia”, mentre ai piedi del palazzo delle figure travestite da Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Guido Crosetto hanno inscenato un teatrino satirico ispirato ai cinegiornali dell’Istituto Luce. La polizia è intervenuta sul posto sequestrando gli striscioni prima che venissero srotolati e identificando le persone presenti, inclusi i fotografi accorsi per documentare la scena. Malgrado il gruppo non abbia opposto resistenza e abbia consegnato i documenti, tutti i cittadini inclusi i fotografi sono stati portati in commissariato. “Quello che è successo oggi è surreale e rappresenta concretamente la deriva autoritaria che stiamo vivendo. Le Forze dell’Ordine hanno portato in caserma attivisti, fotografi e persone che non stavano partecipando alla manifestazione. Hanno strattonato giornalisti e sequestrato telefoni – commenta Paola, una delle persone portata in caserma per essersi travestita da Giorgia Meloni – Abbiamo già denunciato tre Questure di Italia per queste pratiche illegittime e lo faremo ancora”. Simbolico il luogo in cui tutto questo è accaduto: Palazzo Venezia, utilizzato durante il ventennio fascista come quartier generale politico del Duce e ancora oggi uno dei simboli più riconoscibili del potere fascista. Nella quarta giornata di PrimaVera Democrazia, la settimana di mobilitazione nella capitale lanciata da Extinction Rebellion, il movimento porta in scena una nuova protesta per denunciare la distanza tra la propaganda del governo e le conseguenze concrete delle sue politiche: crisi climatica, riarmo, disuguaglianze e repressione. “Ci parlano di ‘Dio, patria e famiglia’, ma i crescenti effetti del collasso ecoclimatico mostrano il fallimento concreto di questa retorica – commenta Paola, una delle persone portata in caserma per essersi travestita da Giorgia Meloni – Non c’è sicurezza in un Paese che investe nel riarmo mentre i territori franano. Non c’è difesa della famiglia quando migliaia di persone perdono casa, salute, lavoro e raccolti a causa di eventi climatici sempre più estremi. Non c’è patria da proteggere se il suolo viene consumato, i fiumi esondano, le città diventano invivibili durante le ondate di calore e intere comunità vengono abbandonate dopo ogni disastro.” La protesta richiama a una situazione ormai difficile da ignorare. Secondo il Climate Risk Index 2025, negli ultimi trent’anni in Italia circa 38.000 persone sono morte a causa di eventi climatici estremi. Frane e alluvioni hanno causato almeno 19 miliardi di euro di danni negli ultimi dieci anni, con 8,5 miliardi legati alle sole alluvioni in Emilia Romagna del 2023. Parallelamente, il Governo continua a finanziare fossili e riarmo: nel 2025 la spesa militare italiana ha raggiunto 32 miliardi di euro, mentre con il Piano Mattei si sta consolidando la dipendenza dal gas, lasciando alle famiglie il costo della crisi energetica. In Italia, infatti, oltre 2 milioni di famiglie si sono trovate in condizioni di povertà energetica solo nel 2024, mentre nel 2025 le bollette dell’elettricità sono aumentate di circa il 100% e quelle del gas 70% rispetto al 2022. “È il risultato di un modello che protegge chi trae profitto da fossili, guerra e speculazione, mentre scarica i costi su famiglie, territori e comunità già esposte alla crisi – continua Ludovico, un’altra delle persone identificate – Il punto non è solo la memoria del fascismo, ma la sua eco nelle pratiche politiche del presente: mentre la crisi ecoclimatica rende più insicura la vita di milioni di persone, il Governo restringe gli spazi democratici e criminalizza il dissenso”. Il riferimento è in particolare al nuovo Decreto Sicurezza, approvato dal governo e dagli esperti dell’ONU definito «il più grave attacco alla libertà di protesta degli ultimi decenni», che introduce nuovi reati e aggravanti in particolare legati a manifestazioni e proteste. “Per questo siamo scesi in piazza oggi e torneremo ancora. Contro un governo che usa valori identitari per coprire politiche di abbandono, repressione e profitto – conclude Ludovico – Pretendiamo che le priorità politiche rimettano al centro le persone, i territori e la democrazia”. Fonti: – PrimaVera Democrazia, https://extinctionrebellion.it/primavera-2026/ – Climate Risk Index 2025, http://www.germanwatch.org/sites/default/files/2025-02/Climate%20Risk%20Index%202025.pdf – L’Espresso, https://lespresso.it/c/attualita/2026/4/2/crisi-climatica-danni-alluvioni-19- miliardi/61085 – Regione Emilia Romagna, https://ambiente.regione.emilia-romagna.it/it/notizie/attualita/2024/maggio/alluvione-unanno-dopo-il-bilancio-su-quanto-fatto-dalla-regione-i-contributi-e-le-iniziative – Oxfam, https://www.oxfamitalia.org/conseguenze-cambiamento-climatico/ – La Repubblica, https://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2025/12/18/news/ poverta_energetica_2024_milioni_famiglie_massimo_storico-425048292/ – Sky TG24, https://tg24.sky.it/economia/2026/04/09/prezzo-gas-luce-bollette-dati-enea – Pagella Politica, https://pagellapolitica.it/articoli/costo-italai-aumento-spesa-difesa-nato – Valori, https://valori.it/sussidi-ambientalmente-dannosi-italia-legambiente/ – Civicus Lens, https://lens.civicus.org/interview/il-decreto-sicurezza-e-il-piu-grande-attacco-aldiritto-di-protesta-della-storia-della-repubblica-italiana/ Extinction Rebellion
June 2, 2026
Pressenza
Il governo Meloni frena sul SAFE, ma non sul riarmo
Che ci fosse un po’ di maretta nella maggioranza era divenuto chiaro con il giallo sulla mozione che qualche giorno fa aveva tenuto col fiato sospeso il dibattito pubblico, soprattutto perché riguardava quello che ormai è l’asse portante di tutto l’assetto continentale: l’aumento delle spese militari in linea con gli obiettivi […] L'articolo Il governo Meloni frena sul SAFE, ma non sul riarmo su Contropiano.
May 31, 2026
Contropiano
Cuba, energia solare: via d’uscita dalla crisi energetica
Nel bel mezzo della criminale aggressione/embargo USA, Cuba non si ferma e con impegno e l’aiuto della Cina Socialista sviluppa il suo progetto di realizzare entro la fine del 2028 ben 92 parchi solari fotovoltaici che ridisegneranno il sistema elettrico nazionale. A fine 2025 ne aveva già realizzati 53 per una produzione di 1200 MW di energia elettrica in aggiunta alla rete elettrica nazionale. Il governo rivoluzionario cubano ha fissato obiettivi ambiziosi per raggiungere il 24-37% della produzione di elettricità da fonti rinnovabili entro il 2030, un traguardo che richiede una massiccia diffusione sia del fotovoltaico che di sistemi di accumulo a batteria su larga scala per gestire la natura decentralizzata di queste fonti energetiche. Su questa strada, Cuba sta implementando i sistemi di immagazzinamento energetico a batteria (BESS – Battery Energy Storage Systems) per affrontare la sua grave crisi energetica, ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e stabilizzare la rete elettrica nazionale (SEN). I Sistemi di Accumulo di Energia a Batteria (BESS) giocano un ruolo cruciale nei parchi fotovoltaici, integrandosi come un’installazione indipendente ma coordinata con l’impianto solare per ottimizzare la generazione e la fornitura di energia rinnovabile. La sua funzione principale è garantire stabilità alla rete elettrica, massimizzare la redditività e mitigare l’intermittenza della produzione solare. Un BESS opera come un “buffer” che immagazzina l’energia solare in eccesso e la rilascia in base alle esigenze della rete. Si collega al parco solare in AC-coupled (comune negli impianti esistenti, con inverter separati) o DC-coupled (più efficiente nelle nuove installazioni, condividendo gli inverter). I suoi componenti essenziali sono: * Moduli Batteria: Composti da migliaia di celle agli ioni di litio (di solito fosfato di ferro-litio, LFP, per la loro sicurezza e costo), raggruppate in container modulari di tipo marittimo per facilitare la scalabilità e la manutenzione. * Sistema di Gestione della Batteria: Agisce come il “cervello” dei moduli, monitorando in tempo reale la tensione, la temperatura e lo stato di carica di ogni cella per garantire sicurezza, efficienza e longevità. * Sistema di Conversione Energetica: Un inverter bidirezionale su larga scala che converte la corrente continua delle batterie o dei pannelli solari in corrente alternata per la rete, e viceversa durante la carica, con un’efficienza del ciclo completo dell’85-95%. * Sistema di Controllo e Gestione: Il “centro operativo” che ottimizza la carica e lo scarico delle batterie in base ai segnali del mercato elettrico, della produzione solare e delle richieste della rete, massimizzando i benefici economici e tecnici. I BESS svolgono inoltre funzioni tecniche ed economiche essenziali, affrontando l’intermittenza solare e fornendo servizi alla rete. Variazioni rapide nella produzione solare, come quelle causate dalle nuvole (che possono ridurre la generazione fino al 100% in pochi secondi), generano instabilità nella rete e i BESS rispondono in millisecondi scaricando l’energia immagazzinata per “ammortizzare” questi picchi, garantendo una fornitura stabile e rispettando gli standard di rete. I BESS sono anche degli ottimi stabilizzatori della rete. Essendo che la rete elettrica richiede una frequenza costante (60 Hz), se la domanda supera la generazione la frequenza scende. I BESS iniettano o assorbono energia in millisecondi, molto più velocemente di altri tipi e tecnologie, stabilizzando la connessione. La tecnologia predominante offre sicurezza e costi in diminuzione (~20% all’anno). Sebbene i costi iniziali siano elevati, il suo ritorno sull’investimento cresce grazie alla combinazione di servizi tecnici (stabilità della rete). Pertanto, i BESS non solo migliorano l’affidabilità dei parchi fotovoltaici, ma li rendono anche attori chiave per una rete elettrica più resiliente e sostenibile. Visto l’aumento consistente di pannelli solari cinesi, i sistemi BESS diventano essenziali per immagazzinare l’energia solare generata durante il giorno e rilasciarla di notte. In sostanza, i BESS – che hanno una vita utile di 10-15 anni – sono essenziali per la transizione energetica a Cuba e sono in fase di installazione unità presso diverse sottostazioni elettriche, con progetti in corso a Cueto, Bayamo, Cotorro e provincia di l’Avana, Houlguin e Granma. Il 5 maggio, nella provincia di Ciego de Ávila, situato nella zona di Ceballos, è stato inaugurato ufficialmente l’impianto General Ángel del Castillo di Agramonte: un nuovo impianto solare fotovoltaico da 5 MW, dotato di un sistema di accumulo di energia a batteria (BESS) da 1 MW che fa parte di una donazione cinese di 120 MW che comprende progetti con sistemi di accumulo di energia. L’impianto rappresenta un passo significativo nella strategia nazionale volta a stabilizzare la rete elettrica attraverso l’integrazione di energie rinnovabili e tecnologie di accumulo. Secondo le autorità locali e gli ingegneri del progetto, la capacità di 5 MW contribuirà direttamente alla rete provinciale, riducendo la frequenza delle interruzioni di corrente nella regione circostante. Durante la cerimonia di inaugurazione, i funzionari hanno sottolineato che questo progetto funge da modello per i futuri sviluppi in tutta l’isola. “Questo impianto non riguarda solo la produzione di energia pulita; riguarda la sovranità e la sicurezza del nostro sistema elettrico”, ha affermato un rappresentante coinvolto nella supervisione del progetto. “La capacità di immagazzinare l’energia solare e di utilizzarla quando il sistema ne ha più bisogno è la strada che dobbiamo seguire per garantire un approvvigionamento stabile alla nostra popolazione”. Oltre all’importazione di pannelli solari cinesi, a Cuba sono anche presenti specialisti cinesi per lo sviluppo e coordinare, congiuntamente al personale cubano della UNE (Impresa Elettrica Statale Nazionale). L’intero progetto richiede importanti investimenti economici per l’installazione e la manutenzione futura. L’installazione di sistemi BESS, sostenuta dalla cooperazione internazionale, è volta a diversificare il modello energetico cubano, riducendo la forte dipendenza dai combustibili fossili importati. L’integrazione di sistemi di accumulo è particolarmente importante per la rete elettrica cubana, in quanto consente di “livellare” l’intermittenza dell’irraggiamento solare e di fornire energia durante i periodi di picco della domanda o quando la radiazione solare è scarsa. Con il procedere del progetto, gli apagones incominceranno a ridursi. Ci vorranno alcuni anni di duro lavoro e di utilizzo di fonti fossili (petrolio) per soddisfare l’intera richiesta di energia elettrica. Oltre ai benefici energetici immediati, si prevede che il progetto consentirà al Paese di risparmiare migliaia di tonnellate di carburante all’anno e di ridurre significativamente le emissioni di anidride carbonica. Si prevede che le competenze tecniche acquisite durante la costruzione e la messa in funzione di questo impianto integrato con un sistema di accumulo di energia (BESS) saranno applicate a parchi solari di maggiori dimensioni attualmente in fase di progettazione in altre province cubane. Una sfida non impossibile per il popolo cubano che, con dignità e fermezza, resiste e vince contro il criminale e illegale embargo/aggressione di Washington da ormai 70 anni.   Fonti: https://it.cibercuba.com/noticias/2025-08-02-u1-e208512-s27061-nid308237-union-electrica-comienza-instalacion-baterias https://it.bloopower.com/news/cuba-launches-testing-of-first-50-mw-energy-st-17796722610217984.html https://it.bloopower.com/news/cuba-launches-testing-of-first-50-mw-energy-st-17796722610217984.html   > What are the BESS and how are they attached to the SEN?(Cuba) > byu/LUHIANNI inTankieTheDeprogram https://www.qualenergia.it/articoli/cuba-rivoluzione-solare-sfida-cappio-fossili/ > Inauguran en la provincia cubana de Ciego de Ávila un parque solar de 5 MW con > almacenamiento en baterías > Cuba adds a 1 MW BESS to its grid Ulteriori info: > Cuba e l’alternativa ecosostenibile: l’inventiva cubana contro il bloqueo > petrolifero Lorenzo Poli
May 9, 2026
Pressenza
PIANO ENERGETICO ITALIANO: IL RITORNO AL CARBONE
E’ ormai chiaro che gli obiettivi fissati dal PNIEC, il Piano Nazionale per l’Energia e il Clima, con scadenza 2025, per rispettare gli obiettivi europei di decabonizzazione, verranno disattesi.  Già da marzo un emendamento del “decreto bollette” suggellava l’estensione della vita delle centrali a carbone italiane fino al 2038. Come testimonia Recommon, in Italia le centrali sul territorio sono ancora molte: Civitavecchia, Brindisi e Portovesme, tutte di proprietà di Enel, e Fiume Santo, della filiale italiana EP Produzione, della società ceca EPH. In nome della sicurezza energetica si varano politiche che servono a mantenere la dipendenza italiana dai combustibili fossili: un paradosso, come sottolinea Simone Ogno, visto che è proprio questa dipendenza la causa della crisi energetica attuale, con le conseguenze in termini di crisi economica, pagate dalle fasce più fragili della popolazione. Di fatto, la dipendenza italiana da materie prime fossili come carbone, petrolio e, ancora di più, gas, importati dall’estero, la pone al centro delle tensioni geopolitiche globali. Le recenti dichiarazioni di Descalzi mostrano la vera faccia delle politiche energetiche attuali: “Sul gas penso che sia necessario sospendere il bando che scatterà il 1 gennaio 2027 sui 20 miliardi di metri cubi che vengono dalla Russia”. Il rischio è che, come avvenne nel 2022 con l’invasione russa dell’ucraina, semplicemente si passi da una dipendenza ad un’altra, sia in termini di paesi importatori che di materiale importato, spingendo inoltre verso nuove missioni estrattiviste di approvvigionamento e costruzione di impianti. In conclusione, il mantenimento delle centrali a carbone attive lascia intravedere l’intenzione di riconvertirle nella direzione del gas, come nel caso della centrale di Fiume Santo in Sardegna. Ne parliamo con Simone Ogno, campaigner di Recommon: Per continuare ad approfondire la questione energetica, rimandiamo all’intervista svolta con Daniela Finamore di Recommon “Venture Global: il marcio dietro il business del gas americano”
April 29, 2026
Radio Blackout - Info
24 miliardi di costi energetici aggiuntivi per la UE in due mesi di aggressione all’Iran
Il messaggio che è arrivato dalla Commissione Europea con la presentazione, il 22 aprile, del piano AccelerateEU, “per far fronte all’aumento dei costi energetici e ridurre ulteriormente la dipendenza dai mercati volatili dei combustibili fossili“, è di quelli che palesano l’entità del danno provocato dall’aggressione all’Iran, e anche la debolezza […] L'articolo 24 miliardi di costi energetici aggiuntivi per la UE in due mesi di aggressione all’Iran su Contropiano.
April 27, 2026
Contropiano
Riflessioni sulla crisi energetica
articoli di Nicolas Lozito, Gianluca Ruggieri, Stefania Del Bianco e delle redazioni di Kenergia e QualEnergia. A seguire notizie sulle conseguenze del blocco di Hormuz.   In questa piccola rassegna di articoli non troverete necessariamente posizioni politiche; tuttavia ci sono contenuti utili per farsi un quadro dello stato dell’arte e qualche esempio sul quale riflettere.   Miracolo spagnolo? di Nicolas
La guerra nel Golfo e il prezzo globale: energia, inflazione e il fallimento della politica di potenza
Energia, inflazione e geopolitica: perché questa guerra la stiamo già pagando tutti Quando il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’operazione militare congiunta contro l’Iran, il mondo non ha assistito soltanto all’ennesima escalation in Medio Oriente. Ha assistito all’accensione di una miccia energetica globale, i cui effetti stanno ricadendo adesso sulle bollette di famiglie a Milano, Berlino, Tokyo e Seoul — su chiunque, in sostanza, abbia bisogno di riscaldare casa, fare benzina o acquistare un prodotto industriale. La guerra, come sempre, non è mai solo di chi la combatte. A quasi un mese dall’inizio del conflitto, il bilancio economico è già pesante e rischia di aggravarsi in modo drammatico. L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha definito quello che si sta consumando nel Golfo Persico come la più grande interruzione dell’offerta petrolifera nella storia del mercato globale — un primato sinistro che supera gli shock del 1973 e del 1979. Non sono parole di pacifisti: vengono dall’istituzione internazionale deputata a monitorare i mercati energetici per conto dei paesi consumatori. Il messaggio è inequivocabile: questa guerra sta costando a tutti, e il conto non è ancora chiuso. Il collo di bottiglia del mondo Per capire la portata dello shock, bisogna partire da un dato geografico che la maggior parte delle persone ignora fino a quando non diventa un’emergenza. Lo Stretto di Hormuz, largo appena 34 chilometri nel punto più stretto, tra le coste dell’Iran e dell’Oman, è il corridoio attraverso cui transita circa il 20% di tutto il petrolio e il gas naturale liquefatto consumato nel pianeta. Ogni giorno, prima del conflitto, vi transitavano circa 20 milioni di barili di greggio. Attorno a quel corridoio si affacciano otto tra i maggiori produttori mondiali: Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar. Quando le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato il “controllo totale” dello stretto e minacciato di colpire qualsiasi nave in transito, si è fermato quasi tutto. Le circa 150 petroliere ancorate in acque aperte nel Golfo Persico sono diventate il simbolo visivo di una crisi che i numeri astratti faticano a restituire nella sua concretezza quotidiana. Il risultato immediato è stato brutale: il petrolio è schizzato da circa 70 dollari al barile a oltre 100-110 dollari, toccando in alcune fasi i 120 dollari — aumenti del 50% in poche settimane, il livello più alto degli ultimi quattro anni. Il gas europeo TTF, il prezzo di riferimento per il continente, ha superato i 60 euro per megawattora con rialzi del 40-60%. Alla pompa di benzina, i consumatori europei hanno già visto aumenti del 22% per la benzina e del 32% per il diesel. La situazione è quella di uno shock energetico che si trasmette rapidamente ai prezzi al consumo, all’inflazione e al potere d’acquisto delle famiglie. Questi non sono scenari: sono già realtà vissuta. L’Europa più esposta di quanto pensasse L’Europa credeva di aver imparato la lezione della crisi energetica del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina aveva già mostrato la fragilità di un continente troppo dipendente da un singolo fornitore. Aveva diversificato, costruito rigassificatori, firmato contratti con il Qatar, con gli Stati Uniti, con l’Africa occidentale. Aveva smesso di comprare gas russo via pipeline e aveva imparato a comprare GNL via mare. Ma questa strategia conteneva in sé un’ironia tragica: sostituendo le pipeline con le navi metaniere, l’Europa ha finito per dipendere dallo stesso Stretto di Hormuz oggi bloccato. Aveva semplicemente spostato la vulnerabilità da un punto geografico a un altro. Il Qatar copre circa il 15% delle importazioni europee di GNL ed è il secondo fornitore del continente dopo gli Stati Uniti. Il GNL qatariota deve necessariamente attraversare Hormuz per raggiungere i terminali europei. Gli attacchi iraniani hanno colpito anche l’impianto di Ras Laffan, il più grande terminal GNL del mondo, che produce un quinto dell’offerta globale. Secondo QatarEnergy, due dei quattordici treni di liquefazione sono stati danneggiati, con una perdita di capacità stimata in 12,8 milioni di tonnellate annue per un periodo compreso tra tre e cinque anni. QatarEnergy ha già dichiarato la forza maggiore sui contratti a lungo termine con Italia, Belgio, Corea del Sud e Cina. La situazione degli stoccaggi europei aggrava ulteriormente il quadro. A fine febbraio 2026 le riserve di gas erano intorno a 46 miliardi di metri cubi, contro i 60 dell’anno precedente e i 77 del 2024. Un cuscino assai più sottile, proprio nel momento in cui arriva uno shock di questa portata. Per l’Italia il conto è particolarmente salato: circa il 25% del GNL consumato nel 2025 proveniva dal Qatar, e ENI ha contratti a lungo termine con Doha per 1,5 miliardi di metri cubi annui, a partire proprio dal 2026. Se il blocco dovesse persistere, i rigassificatori italiani perderebbero una quota fondamentale del mix energetico nazionale senza alternative immediate. Secondo le stime di Assium, l’associazione degli Utility manager, un aumento del 30% sul gas e del 25% sull’elettricità si tradurrebbe in circa 585 euro di aggravio annuo per famiglia. Chi paga di più, chi si salva L’impatto della crisi non è distribuito in modo uniforme, e capire la geografia del dolore economico aiuta a leggere anche le mosse politiche delle settimane successive. Gli Stati Uniti, diventati il primo produttore mondiale di petrolio e un grande esportatore di GNL, sono relativamente meno esposti alle importazioni dirette dal Golfo. Ma non immuni: un aumento prolungato dei prezzi del greggio si traduce comunque in benzina più cara ai distributori americani, uno degli spettri politici più temuti dalla Casa Bianca in un anno di elezioni di midterm. Non stupisce che Trump abbia oscillato tra dichiarazioni di “fine imminente” della guerra — sufficienti a calmare temporaneamente i mercati — e annunci di revoca parziale di sanzioni sul petrolio. Un balletto comunicativo che rivela l’assenza di una strategia chiara. La Cina si trova in una posizione paradossale. È il principale importatore mondiale di petrolio e il primo acquirente del greggio iraniano — circa 3,3 milioni di barili al giorno, aggirando in parte le sanzioni statunitensi. Ma ha costruito negli anni una rete di protezione più robusta: riserve strategiche più ampie, investimenti massicci nelle rinnovabili, una solida base carbonifera interna. Questa resilienza le consente di assorbire meglio gli shock di breve periodo. La guerra mette però Pechino in una contraddizione strutturale: l’Iran è un partner dei BRICS e la Cina appare incapace di proteggerlo, esponendo la contraddizione tra le ambizioni multipolari e la reale capacità di intervento. Un attore di primo piano ridotto a spettatore della crisi che colpisce i propri partner. C’è poi un attore che osserva la crisi con soddisfazione malcelata: la Russia. Esclusa dai mercati europei dopo le sanzioni del 2022, vede ora riaprirsi spiragli che nessuno avrebbe previsto pochi mesi fa. Con il gas del Golfo bloccato, il gas russo potrebbe tornare appetibile per quei paesi europei con le scorte basse e i prezzi alle stelle. Non per caso Trump ha annunciato la revoca di alcune sanzioni energetiche dopo un colloquio con Putin, e ha già permesso all’India di acquistare temporaneamente petrolio russo — una mossa che interrompe una fonte di pressione economica su Mosca. La coerenza strategica non è evidentemente il punto di forza di questa amministrazione. I due scenari e la posta in gioco Gli economisti delineano due possibili traiettorie. La prima, nel caso in cui il conflitto si esaurisca in tempi brevi, prevede una normalizzazione dei prezzi di petrolio e gas entro l’estate, limitando l’impatto su crescita e inflazione. La seconda, più critica, ipotizza un conflitto prolungato capace di interrompere stabilmente le forniture energetiche: in questo scenario, secondo il WTO, la crescita globale si ridurrebbe di circa mezzo punto percentuale e l’inflazione aumenterebbe di quasi un punto percentuale a livello mondiale. Oxford Economics stima che la crisi aumenterà l’inflazione dell’area euro di 0,3-0,5 punti percentuali nel solo 2026. Goldman Sachs ha calcolato che un blocco di Hormuz prolungato un mese potrebbe far salire i prezzi del gas europeo fino al 130%. La BCE si trova in una posizione scomoda: dopo aver avviato un ciclo di allentamento monetario, potrebbe essere costretta a invertire la rotta se l’inflazione energetica si trasmette ai prezzi di fondo. Per famiglie e imprese europee già alle prese con anni di crescita stagnante, si tratterebbe di un ulteriore colpo ai redditi reali. La lezione che non vogliamo imparare Questa crisi ha una radice militare e politica, non tecnica. Non è stata causata da un terremoto o da un’epidemia: è il risultato di scelte precise — l’attacco statunitense e israeliano all’Iran del 28 febbraio, la risposta di Teheran, l’escalation che ha progressivamente coinvolto le infrastrutture energetiche del Golfo in quella che gli analisti chiamano “deterrenza per punizione su base infrastrutturale”. Ogni attore ha cercato di ampliare il perimetro del dolore strategico dell’avversario, e il risultato è che il dolore è caduto su chi non aveva voce in capitolo: i consumatori di tutto il mondo, le famiglie che pagano le bollette, le piccole imprese che rischiano la chiusura. La narrazione dominante continua a presentare questo conflitto come inevitabile o necessario, l’ennesima operazione di sicurezza che produrrà, prima o poi, stabilità. I dati dicono altro. Dicono che la cosiddetta capacità di riserva globale del petrolio è scesa sotto il 3%, considerato il livello minimo di sicurezza, e che la maggior parte di quella capacità è concentrata nei paesi del Golfo — che per esportarla devono passare proprio da Hormuz. Finché lo Stretto è bloccato, quella riserva è inaccessibile. Il mercato non può salvarsi da solo. La lezione strategica che emerge è quella che pensatori come Simone Tagliapietra dell’Istituto Bruegel ripetono da anni: la sicurezza energetica non si costruisce con le portaerei, ma con le rinnovabili, le reti di interconnessione, l’efficienza energetica, la diversificazione reale delle fonti. Ogni euro speso in rigassificatori per il GNL del Golfo è un euro che crea nuove dipendenze da checkpoint geografici vulnerabili. Ogni anno perso nella transizione energetica è un anno in più di esposizione agli shock geopolitici. La guerra nel Golfo dimostra che non esiste sicurezza energetica senza sovranità energetica. E la sovranità energetica si chiama transizione: solare, eolico, efficienza, stoccaggio, interconnessioni europee. Non è un’utopia verde — è l’unica risposta concreta a un mondo in cui le guerre del petrolio possono ancora spegnere i riscaldamenti di Milano in pieno marzo. Chi oggi parla di difesa degli interessi nazionali continuando a finanziare la dipendenza fossile sta semplicemente posticipando la prossima crisi. E la prossima crisi arriverà, magari da un’altra Hormuz, magari da un altro golfo, magari da un’altra guerra che qualcuno, da qualche parte, avrà deciso di considerare necessaria. ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale https://www.ispionline.it IEA – Oil Market Report (marzo 2026) https://www.iea.org/reports/oil-market-report-march-2026 Oxford Economics https://www.oxfordeconomics.com Goldman Sachs – Global Investment Research https://www.goldmansachs.com/insights Euronews – sezione economia ed energia https://www.euronews.com/business Il Sole 24 Ore – sezione energia https://www.ilsole24ore.com/sez/energia Renewable Matter https://www.renewablematter.eu QatarEnergy https://www.qatarenergy.qa I-Com – Istituto per la Competitività https://www.i-com.it Redazione Napoli
March 23, 2026
Pressenza
UE e Pichetto Fratin: nucleare per rispondere alla crisi energetica
La guerra israelo-americana nei confronti dell’Iran non ha fatto i conti con la messa in campo dell’arma più potente iraniana, ossia la chiusura dello Stretto di Hormuz e la deflagrazione della crisi energetica a livello mondiale. Per rispondere alla crisi annunciata Ursula Von Der Leyen al vertice sull’energia nucleare a Parigi ha dichiarato che l’UE ha sbagliato a rallentare sul nucleare, immaginando di dare il via a investimenti per i piccoli nuovi reattori (SMR) per procedere sulla via dell’indipendenza energetica. Di questi reattori al momento esistono soltanto un paio di esempi in tutto il mondo visti i costi, i limiti delle tempistiche nella costruzione, i problemi legati alla sicurezza, la produzione di scorie e l’assenza di una soluzione per esse. Mentre Meloni mette in piedi un decreto bollette senza garanzie, il Ministro della Sicurezza Energetica Pichetto Fratin coglie la palla al balzo dell’UE per sperare in finanziamenti europei – si parla di 200 milioni messi a disposizione dall’UE per sostenere l’innovazione dei SMR da qui al 2028 – per dare seguito al nuovo ddl sul nucleare che di fatto, in barba a ben due referendum in cui la popolazione italiana ha votato contro questa fonte energetica, liberalizza la possibilità di costruire nuove centrali e accentra i poteri decisionali nelle mani del governo. L’Agenzia Internazionale per l’Energia oggi ha rilasciato 400 milioni di barili di greggio per calmare i mercati finanziari a fronte della chiusura dei traffici, il che risulta una semplice misura palliativa che non potrà impedire l’aumento reale dei prezzi sia sul petrolio che sui suoi derivati, mostrando ancora una volta la priorità, ossia garantire la possibilità di speculazione finanziaria in tema energetico. Ne parliamo con Daniele Gamba, attivo sul territorio biellese in merito ai progetti di speculazione energetica e membro del Circolo Tavo Burat.
March 12, 2026
Radio Blackout - Info