Tag - crisi energetica

Gli Stati Uniti si preparano ufficialmente ad abbandonare l’Ucraina
Dopo anni di serrato sostegno all’Ucraina, la speranza iniziale USA di arrivare ad un indebolimento definitivo della Russia si va affievolendo: le controffensive ucraine stentano a guadagnare terreno, l’economia russa si ristruttura in senso bellico evadendo le sanzioni e gli stessi Stati Uniti si trovano confrontati con l’aumento globale delle materie prime energetiche. In questo scenario, il desiderio di uscire dal conflitto limitando le perdite economiche e massimizzando i guadagni inizia a prevalere, tra l’establishment USA, sulla coerenza politica e sulla solidarietà con l’alleato ucraino mandato al massacro. Ad inizio della scorsa settimana, il presidente Donald Trump ha firmato la sospensione di alcune sanzioni contro la Russia e autorizzato l’importazione di Diesel. Allo stesso tempo, crescono le tensioni tra Trump e il suo omologo ucraino Zelensky, considerato un ostacolo alla risoluzione del conflitto perché troppo intransigente ed indisposto a qualsiasi trattativa con la Russia. Si delinea uno scenario in cui l’unica forza politica a rimanere saldamente favorevole al sostegno allo sforzo bellico ucraino è l’Unione Europea – una scelta dalle conseguenze sempre più evidentemente disastrose per l’economia ed il costo della vita, eppure ciecamente sostenuta dall’establishment politico europeo e dalla stampa. Ne abbiamo parlato con Francesco Dall’Aglio, ricercatore presso l’Istituto di Studi Storici al dipartimento di storia medievale della Accademia delle Scienze di Sofia (Bulgaria)
October 17, 2026
Radio Blackout - Info
L’Europa si prepara all’inverno con le riserve di gas ai minimi degli ultimi anni
I Paesi europei si apprestano ad affrontare il prossimo inverno con i livelli di stoccaggio del gas ai minimi storici: al primo ottobre di quest’anno, infatti, le riserve erano piene al 72 per cento, rispetto all’83% registrato alla stessa data del 2025. È quanto riportato da ENTSOG, la rete europea dei gestori dei sistemi di trasporto del gas, nel rapporto sulle prospettive di approvvigionamento per la prossima stagione invernale. Il documento mette in evidenza le criticità della sicurezza energetica europea dopo la decisione di cessare le importazioni di gas russo e, al contempo, evidenzia come questa decisione abbia reso i Paesi europei ancor più dipendenti dagli Stati Uniti, da dove arriva la gran parte del gas naturale liquefatto (GNL), con il quale si è sostituito il metano di Mosca. Il rapporto sottolinea quindi che è fondamentale mantenere flussi sostenuti di GNL durante l’inverno, ma al contempo avverte che l’aumentata competitività per accaparrarsi il GNL tra Asia e Europa e la chiusura o il rallentamento dei principali canali di approvvigionamento potrebbero rallentare il flusso di questo carburante verso gli Stati europei. Il documento di ENTSOG prende in considerazione tre scenari che si basano sulle temperature del periodo invernale e sulla disponibilità di forniture tramite gasdotti russi: nel primo scenario (“Reference Winter scenario”), che prevede condizioni invernali normali con forniture russe via gasdotto ridotte al minimo, la rete europea del gas riuscirebbe a soddisfare la domanda. Tuttavia, entro il 31 marzo 2027, il livello aggregato di riempimento degli stoccaggi (UGS) nell’UE scenderebbe al 29 percento nello scenario di fornitura di GNL “Ottimale” e al 13 percento in quello “Teso”. Per soddisfare la domanda prevista per un inverno con temperature nella norma mantenendo al contempo un livello di riempimento degli stoccaggi del 30% al termine della stagione invernale, secondo il rapporto sarebbe necessario un volume di GNL pari a circa 1.060 TWh (circa 96 miliardi di metri cubi) nel corso dell’inverno. In caso di interruzione completa delle importazioni di gas russo via gasdotto, sarebbero necessari ulteriori 96 TWh (circa 9 miliardi di metri cubi) di GNL per mantenere un livello di riempimento degli stoccaggi sotterranei (UGS) del 30 percento al termine della stagione invernale. Il secondo scenario prevede un inverno freddo (Cold Winter scenario) con le forniture tramite gasdotti russi ridotti al minimo: in questo caso, “sarebbero necessarie ulteriori forniture di GNL per soddisfare pienamente la domanda”, si legge nel rapporto. A livello europeo, ci sarebbe quindi una potenziale domanda non coperta pari a circa il 7 percento della domanda totale, in caso di offerta ottimale di GNL, equivalente a circa 22 miliardi di metri cubi. In caso di offerta limitata di GNL, invece, le esigenze di risposta alla domanda o la potenziale domanda non coperta aumenterebbero a circa il 12 percento, pari a circa 40 miliardi di metri cubi. In entrambi i casi, il livello di riempimento aggregato degli impianti di stoccaggio sotterraneo dell’UE scenderebbe all’11 percento, corrispondente alle rimanenti riserve di stoccaggio strategico. A preoccupare di più però è il terzo scenario (Winter supply dependence assessment – SoS disruptions), quello in cui si ipotizza l’interruzione della più grande infrastruttura offshore verso l’UE continentale e, al contempo, l’interruzione di tutte le importazioni dall’Algeria. In entrambi gli scenari di interruzione, si suppone inoltre che non vi sia alcuna fornitura dalla Russia. Questa combinazione, secondo ENTSOG, metterebbe sotto forte pressione la sicurezza energetica europea. In tutti e tre i contesti presi in esame, emerge come l’Ue sia sempre più dipendente dal GNL. Ciò avviene proprio in un periodo in cui il conflitto in Medio Oriente continua ad avere un impatto significativo sul mercato globale di questo combustibile, soprattutto a causa della ridotta fornitura di GNL dalla regione, dovuta alle interruzioni del trasporto marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, una rotta di transito chiave che rappresenta circa il 20% del commercio globale di GNL. Questa interruzione prolungata ha intensificato la competizione per le forniture disponibili tra Asia e Europa, contribuendo a rendere più elevati e volatili i prezzi globali del gas. Sebbene per l’Ue la dipendenza diretta dal GNL del Qatar sia bassa – rappresenta circa l’8% delle importazioni di GNL dell’UE nel 2025, con l’Italia tra i Paesi maggiormente esposti – secondo il rapporto, “l’Europa rimane fortemente influenzata dagli sviluppi del mercato globale del GNL”. Non tutti i Paesi europei sono esposti allo stesso livello di rischio di approvvigionamento: quelli dell’Europa occidentale possono contare sui nuovi terminali per il GNL e sulle forniture via gasdotto; quelli dell’Europa centrale e orientale senza sbocco sul mare, invece, risultano più vulnerabili. Da parte sua, l’UE ha concesso agli Stati membri una maggiore flessibilità sugli obiettivi di stoccaggio: entro il primo novembre i Paesi possono puntare a un livello compreso tra il 75% e l’80%, invece del tradizionale obiettivo del 90%. Il tutto per evitare un aumento repentino della domanda e un conseguente aumento dei prezzi sui mercati. Nel frattempo, ieri il prezzo del gas sul TTF olandese, il principale mercato di riferimento europeo del mercato spot del gas, ha oscillato tra 79,80 e 80,22 euro per MWh, vale a dire quasi il triplo rispetto all’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. The post L’Europa si prepara all’inverno con le riserve di gas ai minimi degli ultimi anni appeared first on L'Indipendente.
October 10, 2026
L'INDIPENDENTE
Eni, “sconti” sul carburante per coprire gli extraprofitti?
Ad Antonio Tricarico, autore di diversi articoli su Recommon, abbiamo chiesto un commento sugli extra profitti che Eni (ma anche altre Big Oil) hanno incassato negli ultimi mesi, nel bel pieno della crisi energetica. Come seconda cosa, gli abbiamo chiesto di commentare la scelta di Eni di stabilire un tetto al prezzo del carburante. Quali possono essere le promesse fatte dal governo per ottenere questa misura palliativa? Oltre all’aumento della quotazione in borsa e al guadagno d’immagine, cos’altro ha ottenuto Eni con questa mossa? Ascolta la diretta:
October 6, 2026
Radio Blackout - Info
CUBA. Cosa sta accadendo realmente?
Cuba torna al centro del dibattito pubblico in Sardegna con una serie di iniziative dedicate alla situazione dell’isola, alla crisi economica ed energetica e al rapporto con gli Stati Uniti. Diverse associazioni si sono organizzate per dare la parola a giornalisti, intellettuali ed esponenti politici che intrattengono legami diretti con l’isola caraibica e che parleranno dunque per esperienza diretta. Sono previsti tre incontri, a Sassari, Mamoiada e Cagliari, dove verrà presentato alla popolazione l’evento “CUBA RESISTE – Contro l’embargo USA e la nuova aggressione imperialista, solidarietà con Cuba Socialista”. Si tratta di tre serate di informazione e solidarietà dedicate a una realtà che, secondo i promotori, viene spesso raccontata soprattutto attraverso la crisi economica e le difficoltà interne, senza mettere adeguatamente in evidenza il peso delle sanzioni e del lungo embargo statunitense. La situazione dell’isola è oggi particolarmente difficile, tra crisi energetica, carenza di carburante e medicinali e forti difficoltà economiche. Il governo cubano attribuisce una parte significativa di queste difficoltà al “bloqueo” statunitense, mentre Washington sostiene che le proprie misure siano uno strumento di pressione nei confronti delle autorità dell’Avana per un cambio di politiche. Sarà proprio il rapporto tra embargo, crisi economica, pressione imperialista nordamericana e condizioni di vita della popolazione il focus della serata. A discuterne saranno relatori profondamente conoscitori della storia e della condizione attuale dell’isola. Interverranno Giacomo Marchetti, della Commissione Internazionale della Rete dei Comunisti, e Valter Lorenzi, responsabile del Circolo Agorà di Pisa e recentemente rientrato da Cuba, dove è stato come esponente della Brigata Internazionale di Lavoro Volontario “José Martí”. Lorenzi porterà dunque anche la testimonianza diretta dell’esperienza vissuta a Cuba.   Con loro interverrà il giornalista Argentino Tellini, conoscitore della realtà cubana, che ha trascorso un lungo periodo sull’isola proprio nel momento di massima crisi energetica e umanitaria. Nel corso dell’incontro sarà presentato anche il volume “La Dichiarazione de La Habana”, dedicato alle radici storiche e politiche della Rivoluzione cubana. Particolarmente significativa sarà la partecipazione, in collegamento audio-video, di S.E. Jorge Luis Cepero Aguilar, ambasciatore della Repubblica di Cuba in Italia, che offrirà la posizione ufficiale cubana sulla situazione dell’isola. Ogni serata sarà inoltre un’occasione di solidarietà concreta: in sala saranno organizzati una raccolta di farmaci e fondi destinati a Cuba e un banchetto con il volume La Dichiarazione de La Habana. A Sassari l’appuntamento è per il 7 ottobre, nella sede della Costituente per Sassari. L’iniziativa è promossa da Sa Domo de Totus in collaborazione con La Costituente per Sassari. A Mamoiada l’appuntamento è per l’8 ottobre alle ore 18:30, presso il Centro sociale cittadino, in un’iniziativa promossa da Sa domo de totus e patrocinata dal Comune di Mamoiada. A Cagliari, invece, l’incontro si terrà presso il 9 ottobre, alle 18:00, al Dopo Lavoro Ferroviario, in viale La Plaia 23, in collaborazione con Sa Domo de Totus e Multipopolare Sardegna. Una serie di incontri, dunque, che punta ad allargare il confronto sulla realtà cubana, mettendo al centro le condizioni economiche e sociali dell’isola, il ruolo delle sanzioni statunitensi, la crisi energetica e le relazioni tra Cuba e Stati Uniti. Ciascun appuntamento vuole essere, nelle intenzioni dei promotori, non soltanto un momento di discussione politica, ma uno spazio aperto ai territori per conoscere più da vicino la realtà cubana e rilanciare una pratica di solidarietà internazionalista concreta.     Cristiano Sabino
October 2, 2026
Pressenza
Quasi la metà del petrolio globale proviene da Paesi in guerra
Durante l’anno in corso, quasi la metà dei flussi di petrolio globali proviene da nazioni colpite da conflitti: nello specifico, i Paesi che si trovano in situazioni di guerra in tutto il mondo hanno prodotto quest’anno circa 45 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a oltre il 43% dell’offerta totale. In altre parole, la maggior parte dei Paesi produttori di petrolio si trova in uno stato di conflitto e ciò non incide solo sul costo finale dei carburanti e delle bollette energetiche, ma aumenta anche il rischio di interruzione o rallentamento negli approvvigionamenti, tanto che i livelli di stoccaggio di gas dei Paesi europei quest’anno hanno toccato un minimo storico, attestandosi su una media di circa il 55%, in un periodo in cui i depositi dovrebbero essere quasi pieni in vista del prossimo inverno. Inoltre, proprio l’aumento dei prezzi dei carburanti sta contribuendo a spingere il debito statunitense al livello record di 40 trilioni di dollari. Secondo i calcoli dell’agenzia di stampa Reuters, basati sui dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), a incidere sulle dinamiche complessive dei flussi petroliferi sono soprattutto il conflitto in Medio Oriente e quello tra Russia e Ucraina, ma non solo. L’instabilità politica, le proteste e le continue guerriglie in Libia, insieme alle restrizioni statunitensi sulle esportazioni di petrolio venezuelano all’inizio dell’anno, hanno ulteriormente aggravato lo scenario energetico internazionale. Quest’ultimo ha subito un brusco peggioramento in seguito all’attacco israelo-statunitense all’Iran, che ha innescato la più grande crisi di approvvigionamento petrolifero di sempre, senza avere per ora una chiara prospettiva di risoluzione. In particolare, gli attacchi ucraini alle raffinerie russe hanno comportato una carenza di carburante nella nazione eurasiatica, la quale ha quindi vietato le esportazioni di benzina e diesel, inasprendo i mercati globali dei carburanti. Nel dettaglio, gli attacchi ucraini hanno fatto in modo che 6,6 milioni di barili al giorno (BPD) di capacità di raffinazione siano esposti agli attacchi dei droni. Inoltre, tre milioni di BPD di esportazioni dai porti del mar Baltico sono a rischio a causa delle incursioni ucraine e altri 2,5 milioni di barili al giorno di esportazioni attraverso il mar Nero sono minacciati dallo stesso motivo. In Libia le proteste e gli attacchi dei droni hanno distrutto più di 380.000 barili al giorno di produzione, mentre in Venezuela 1,16 milioni di barili al giorno sono stati trattenuti dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti sulle navi petrolifere venezuelane. A pesare di più sulla produzione complessiva sono gli impianti in Medio Oriente, dove 24 milioni di barili al giorno di flussi sono ora a rischio, sia per quanto riguarda il passaggio dallo stretto di Hormuz che da quello di Bab-al-Manded. Tuttavia, secondo le stime degli analisti, la capacità di aggirare le restrizioni di accesso ai principali canali di esportazione ha attestato l’attuale interruzione delle forniture di petrolio nel Golfo tra i 5 e i 7 milioni di barili al giorno: l’Arabia Saudita, ad esempio, devia i flussi attraverso il mar Rosso, mentre gli esportatori del Golfo fanno uscire i flussi di petrolio clandestinamente dallo stretto di Hormuz. Nonostante ciò, la situazione energetica globale rimane critica e si stima che i conflitti nel Golfo e in Ucraina abbiano ridotto la capacità di raffinazione globale di circa un decimo. Uno degli effetti più importanti dell’attuale situazione energetica è stato l’aumento della dipendenza mondiale dalle forniture di petrolio statunitensi. Tuttavia, anche negli Stati Uniti i prezzi del gasolio hanno raggiunto livelli record, nonostante le raffinerie lavorino a pieno regime, per via del fatto che le scorte nel Paese sono ancora in calo a causa della forte domanda di esportazione. Secondo i dati pubblicati questo mese dall’Energy Information Administration, le scorte statunitensi di combustibili si attestano a 107,1 milioni di barili al 7 agosto, il livello più basso in questo periodo dell’anno dal 1996. L’impatto più diretto di questa situazione si ripercuote sugli agricoltori statunitensi, ma a lungo termine, potrebbe colpire la maggior parte degli altri settori dell’economia globale. Ma l’aumento dei prezzi dei carburanti e la diminuzione delle scorte non sono gli unici fattori critici per gli USA: il caro energia, infatti, ha spinto l’inflazione, contribuendo all’aumento dei costi di finanziamento e portando il debito statunitense al livello mai raggiunto di 40 trilioni di dollari. A pagare maggiormente le conseguenze dell’instabilità del panorama energetico internazionale, dovuta soprattutto alle guerre provocate e alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, sono gli Stati europei, sempre più dipendenti dalle esportazioni statunitensi e con concreti rischi di approvvigionamento. Il prosieguo della guerra in Medio Oriente e in Ucraina non potrà far altro che inasprire la crisi energetica, prospettando un futuro cupo per l’economia globale. The post Quasi la metà del petrolio globale proviene da Paesi in guerra appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 27, 2026
L'INDIPENDENTE
Il peso della guerra nel Golfo Persico su imprese e famiglie italiane
L’Ufficio studi della CGIA stima che nel 2026 gli italiani dovranno sostenere quasi 29 miliardi di euro di costi aggiuntivi per elettricità, gas e carburanti. Il calcolo è stato elaborato ipotizzando che, dopo 5 mesi dall’inizio del conflitto, sino alla fine dell’anno i prezzi applicati in questo momento rimangano invariati. Il rincaro maggiore riguarderà benzina e diesel, con una spesa extra di 13,6 miliardi di euro (+20,4 % rispetto al 2025), seguiti dall’energia elettrica con +10,2 miliardi (+12,9 %) e dal gas con +5 miliardi (+14,6 %). Un conto salato che rischia di pesare soprattutto sulle famiglie economicamente più fragili, sulle aziende di trasporto di persone/merci e sulle imprese a elevato consumo di energia. Sul fronte territoriale, è la Lombardia a pagare il prezzo più alto: gli aumenti energetici graveranno sulla regione per 5,4 miliardi di euro, con un incremento del 15,1 % rispetto al 2025. Al secondo posto l’Emilia-Romagna, con un aggravio di 3 miliardi di euro (+16,1 %), seguita dal Veneto, dove il maggior costo sfiora i 2,9 miliardi (+15,8 %). È evidente che a subire l’impatto più pesante saranno le aree geografiche più popolose e con la maggiore vocazione manifatturiera e commerciale del Paese. Insomma, la stangata si abbatterà, in misura più importante, sui territori economicamente più avanzati della penisola. Per quanto riguarda la spesa per carburanti, con i prezzi alla pompa di benzina e diesel in modalità self service attestatisi, nell’ultima settimana, rispettivamente a 1,91 e 2,04 euro al litro con un rincaro, rispetto al periodo a ridosso dell’inizio delle ostilità, del +14,4 % per il primo e del +18,5 % per il secondo, per il 2026 l’Ufficio studi della CGIA prevede un aggravio complessivo a livello nazionale pari a circa 13,6 miliardi di euro rispetto al 2025, con un incremento del 20,4 %. A livello territoriale, gli aumenti più marcati in termini percentuali si dovrebbero registrare in Basilicata, dove l’aumento raggiungerebbe il 21,6 % (+118 milioni di euro). Seguono la Campania e la Puglia, entrambe con un incremento del 21,3 %: nel primo caso l’impatto economico è stimato in circa 1 miliardo di euro, nel secondo in 837 milioni. Un quadro che evidenzia come l’andamento dei prezzi dei carburanti continui a produrre effetti significativi e disomogenei sul territorio nazionale, con ricadute particolarmente rilevanti per famiglie e imprese delle regioni del Mezzogiorno (https://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2026/07/Rincari-luce-gas-carburanti-25.07.26.pdf). E l’aggravio che le famiglie sono costrette a sostenere per l’aumento di elettricità, gas e carburanti sta alla base anche delle difficoltà per molte di esse di potersi permettere in questa estate 2026 alcuni giorni lontano da casa. In Italia 1 famiglia su 3 non può permettersi la vacanza Come ci ricorda una ricerca dell’Osservatorio #Conibambini realizzata da Con i bambini e Openpolis nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, in Italia una famiglia su tre non può permettersi la vacanza: “È possibile farsi un’idea del fenomeno considerando i dati Istat elaborati nell’ambito dell’indagine sulle condizioni di vita, che mira a ricostruire il quadro sui redditi e le situazioni di povertà, esclusione sociale e deprivazione presenti nel nostro Paese – sottolinea Openpolis – Nel 2025 il 33,2% delle famiglie con un figlio minore dichiara di non aver potuto permettersi di fare almeno una settimana di vacanze lontano da casa. Un’incidenza simile a quella delle famiglie con due figli a carico (31,5%). Il dato aumenta a 53,3% quando invece sono tre o più”. Sebbene in calo, nel 2025 più del 30% delle famiglie, sia con un figlio unico che con due figli, non potevano permettersi una settimana di vacanze lontano da casa. Questa quota superava il 50% per le famiglie con tre o più figli. Una situazione che genera una disparità nelle occasioni di apprendimento rispetto ai coetanei che possono fare questo tipo di esperienze. Ciò comporta l’attivazione di un meccanismo intimamente connesso con quello della povertà educativa, da più punti di vista: un bambino che durante l’estate non ha la possibilità di viaggiare con la propria famiglia, visitare luoghi o anche solo trascorrere del tempo fuori casa ha maggiori probabilità di vedere limitati diritti fondamentali come quelli al gioco, al tempo libero e all’apprendimento. Una prerogativa, quest’ultima, che non si realizza solo tra i banchi di scuola. Rapporto Ufficio studi CGIA, luglio 2026: CON LA GUERRA DEL GOLFO STANGATA DA 29 MILIARDI Giovanni Caprio
August 4, 2026
Pressenza
Dal Golfo Persico al Mar Caspio: il fronte marittimo della guerra imperialista
Un filo rosso unico collega ormai le acque del Mar Caspio, le rotte del Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz. Gli sviluppi militari hanno definitivamente infranto la separazione tra il conflitto russo-ucraino e l’aggressione all’Iran. Nella notte tra il 25 e il 26 luglio, il Servizio di Sicurezza Ucraino […] L'articolo Dal Golfo Persico al Mar Caspio: il fronte marittimo della guerra imperialista su Contropiano.
August 4, 2026
Contropiano
Gli stoccaggi europei di gas sono scesi ai minimi storici
I livelli di stoccaggio di gas dei Paesi europei hanno raggiunto un minimo storico, attestandosi su una media di circa il 55%, in un periodo in cui i depositi dovrebbero essere quasi pieni in vista del prossimo inverno. Lo attestano i dati di AGSI+ (Aggregated Gas Storage Inventory), gestiti da Gas Infrastructure Europe, che comprendono il 100% del mercato dello stoccaggio di gas nel territorio dell’UE. I principali fattori che hanno portato a una carenza in termini di scorte energetiche sono l’attuale blocco dello Stretto di Hormuz, da cui prima della guerra transitava circa il 20% del petrolio globale e il 30% di quello commerciato via mare, e la prevista fine totale delle importazioni di gas russo dal 2027. Le conseguenze di questo scenario sono un forte aumento dei prezzi del gas che non farebbe altro che alimentare l’inflazione nei Paesi europei. Tuttavia, il livello di stoccaggio varia tra le diverse nazioni europee e, tra quelle che presentano i livelli più alti di scorte, al primo posto troviamo la Polonia (con i depositi riempiti all’83,3%) seguita da Portogallo (82,9%) e Italia (74,6%). A seguire compaiono poi Spagna, Danimarca e Austria. La Germania, invece – cuore economico dell’Ue – si posiziona verso la fine della lista con una disponibilità di gas che si ferma al momento al 46,3% dello stoccaggio complessivo. I Paesi con i più bassi livelli di scorte, invece, sono Paesi Bassi (35,7%), Belgio (32,5%) e Svezia (11,5%). In questo scenario, l’Italia vanta un buon livello di stoccaggio soprattutto grazie alla capacità di rigassificazione della Penisola, resa possibile dai numerosi terminali gestiti da Snam, primo operatore europeo nel trasporto di gas naturale. Tuttavia, anche per l’Italia resta alto il rischio dell’aumento dei prezzi energetici, come ha sottolineato l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi. Quest’ultimo ha anche posto l’accento sullo stop definitivo al gas russo che, secondo lui, potrà comportare problemi di approvvigionamento: «Nel momento in cui ci sarà più freddo, a gennaio, non solo non ci saranno i metri cubi russi, ma anche quelli stoccati saranno inferiori», ha affermato recentemente Descalzi. Secondo un’analisi di Wood Mackenzie – gruppo globale di ricerca e consulenza che fornisce dati – anche nell’ipotesi del “miglior scenario”, quello in cui il Qatar riuscisse a tornare alla piena capacità operativa a settembre, la percentuale di riempimento dei depositi di gas nell’Ue toccherebbe il 75 per cento il primo novembre. Negli scorsi anni, invece, in quel periodo, il riempimento medio degli stoccaggi era del 90%. Se, al contrario, ciò non accadesse e lo Stretto di Hormuz restasse chiuso, la percentuale scenderebbe sotto il 70 per cento. In tal caso sarebbe inevitabile un forte aumento dei prezzi del gas: già recentemente, le quotazioni spot del gas europeo sono aumentate di oltre il 50% rispetto ai minimi registrati a metà giugno, superando la soglia dei 60 euro per megawattora. Secondo gli analisti, questo andamento evidenzia come oggi il gas sia diventato persino più sensibile del petrolio alle crisi geopolitiche. In questo contesto, secondo Mackenzie, nemmeno il GNL (gas naturale liquefatto) potrebbe fornire un aiuto immediato, in quanto non sarebbe in grado di migliorare in modo significativo la situazione europea prima del 2028. Secondo Massimo Di Odoardo, vicepresidente Gas and Lng Research di Wood Mackenzie, sono tre i fattori che contribuiranno a tenere alte le quotazioni del gas nei prossimi mesi: le basse scorte europee, la domanda asiatica ancora robusta e una crescita limitata della nuova capacità mondiale di esportazione di gas naturale liquefatto. Una combinazione che potrebbe dispiegare i suoi effetti negativi sui prezzi almeno fino al 2027. A questo si aggiunge il divieto totale di importazione di gas russo: dal 18 marzo scorso, infatti, Bruxelles ha messo al bando i contratti, sia a breve che a lungo termine, con le società russe conclusi o modificati dopo il 17 giugno 2025. L’amministratore delegato di ENI ha definito questa situazione «una preoccupazione per tutta l’Europa». I Paesi europei, infatti, saranno privati dei principali canali di approvvigionamento energetico e i maggiori fornitori del Continente di gas rimarranno USA e Norvegia. Anche la potenza a stelle e strisce però sta registrando un aumento dei costi per il carburante e potrebbe limitare le esportazioni per far fronte alla domanda interna. L’Ue si ritrova, dunque, con un significativo problema di sicurezza energetica, aggravato anche dall’avere escluso completamente il gas russo in un momento in cui si ritrova ad affrontare quella che secondo il Fondo Monetario Internazionale e l’Agenzia internazionale per l’energia potrebbe diventare la peggiore crisi energetica della storia recente.   The post Gli stoccaggi europei di gas sono scesi ai minimi storici appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 31, 2026
L'INDIPENDENTE
Crepe sulle sanzioni alla Russia: esenzioni in UE, rischi per il dollaro e shock energetico globale
La strategia occidentale sulle sanzioni contro la Russia si trova di fronte a un momento di profonda crisi, stretta tra i timori americani per la tenuta del dollaro e il progressivo cedimento del fronte europeo. A lanciare l’allarme sono stati sia il New York Times sia il Financial Times, che […] L'articolo Crepe sulle sanzioni alla Russia: esenzioni in UE, rischi per il dollaro e shock energetico globale su Contropiano.
July 22, 2026
Contropiano