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“Schizofrenia” USA su Hormuz, mentre a Doha si spinge sulla de-escalation
Continuano le conquiste millantate dello Stretto di Hormuz da parte degli USA, mentre da Washington promuovono la guerra economica alla Repubblica islamica, anche questa psico-. Nelle ultime ore, la Marina dei Guardiani della Rivoluzione Islamica ha respinto con forza le affermazioni giunte dalla Casa Bianca, secondo cui la via d’acqua […] L'articolo “Schizofrenia” USA su Hormuz, mentre a Doha si spinge sulla de-escalation su Contropiano.
August 29, 2026
Contropiano
Gli USA a corto di missili provano a far crollare l’Iran con le sanzioni
È stato ribattezzato “Economic D-Day”, con un richiamo allo sbarco in Normandia, la più grande operazione anfibia della storia: il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha annunciato l’avvio di una «campagna senza precedenti contro l’Iran», volta a isolare completamente la rete finanziaria della Repubblica Islamica, colpendo acquirenti e finanziatori. «Nessuno è al di sopra della portata delle nostre sanzioni. Chi facilita le transazioni e fa parte dell’ecosistema che trasforma il petrolio iraniano in denaro e il denaro in repressione sarà preso di mira», ha dichiarato Bessent. Rispondendo alle domande dei giornalisti, Bessent ha suggerito che le misure potrebbero arrivare a toccare anche Pechino e le istituzioni finanziarie cinesi che sostengono economicamente l’Iran, rimanendo tuttavia molto vago sui termini. Nonostante il tono dell’annuncio, il segretario non ha precisato né le tempistiche né le modalità con cui le sanzioni entreranno in vigore, limitandosi, per ora, alle minacce. L’annuncio di Bessent era atteso da giorni. A dare una prima avvisaglia delle misure che gli Stati Uniti stavano preparando era stato lo stesso presidente Trump, con un post sul social Truth caratterizzato dalla ormai rituale retorica roboante che contraddistingue la comunicazione del presidente. Ieri doveva essere il giorno dell’annuncio delle sanzioni, lo “sbarco in Normandia” contro l’economia iraniana. Tutto il mondo era in attesa della comunicazione e c’è chi, come Pechino, ha manifestato la propria opposizione ai provvedimenti statunitensi, lasciando intendere la possibilità di adottare contromisure qualora le nuove sanzioni dovessero colpire i propri interessi finanziari. L’amministrazione statunitense ha effettivamente annunciato l’avvio di una nuova campagna di pressione economica: si tratta della “Operation Economic Outcast” (traducibile, in un adattamento italiano, come “Operazione Isolamento Economico”), che intende ampliare il ricorso alle sanzioni secondarie, prendendo di mira diversi settori dell’economia iraniana. Bessent ha affermato che lo scopo della campagna è «tagliare ogni ancoraggio economico che sostiene il regime finché l’Iran non sarà solo». Gli Stati Uniti, ha spiegato il segretario, hanno mappato «ogni nodo e ogni facilitatore» della rete iraniana, con l’obiettivo di bloccare ogni potenziale fonte di entrata. Trump avrebbe già provveduto a contattare i leader mondiali per chiedere loro di interrompere le collaborazioni con l’Iran, concedendo una finestra di tempo per chiudere le relazioni con Teheran. «Se non lo faranno loro, lo faranno unilateralmente gli Stati Uniti», ha precisato Bessent. Centrale all’interno della campagna sarebbero le cosiddette sanzioni secondarie, che colpiscono l’intera filiera di un determinato prodotto o di un’azienda. Bessent ha affermato che gli Stati Uniti intendono sanzionare la catena di produzione e vendita del petrolio iraniano e di cinque nuovi settori chiave: beni digitali, tecnologia, oro, aviazione e trasporto marittimo. Oltre a ciò, ha annunciato l’imposizione di sanzioni contro quasi 60 persone ed entità accusate di sostenere l’Iran, senza fornire ulteriori dettagli. Insomma: l’annuncio di Bessent ha aggiunto ben poco rispetto a quanto già noto. Per ora, oltre alla cinquantina di sanzioni mirate e ai potenziali settori che verranno colpiti, non si sa nulla di concreto. Tempi e modalità di implementazione delle sanzioni secondarie non sono stati specificati e, al di là delle intenzioni dichiarate, è ancora impossibile comprendere la reale portata dell’operazione statunitense. In sede di conferenza stampa, alcuni giornalisti hanno fatto notare che quello che doveva essere l’avvio di una maxi-campagna economica contro l’Iran si è limitato, per il momento, a una minaccia dai contorni poco chiari: «Ha descritto questo evento come uno sbarco in Normandia sul piano economico, ma lo sbarco in Normandia non rappresentava una minaccia di invasione; gli Stati Uniti non hanno fornito una scadenza alla Germania», ha osservato un giornalista. Bessent ha giustificato l’assenza di sanzioni immediate spiegando che gli Stati Uniti hanno scelto di concedere alle aziende un periodo di adeguamento prima della loro applicazione. Di fronte alle ripetute richieste di chiarimento, Bessent ha affermato che nessuno riuscirà a «sfuggire alla portata delle nostre sanzioni», nemmeno la Cina. Sul tema è stato costretto a tornare diverse volte, sollecitato dai giornalisti presenti in sala; anche in questo caso, tuttavia, non è entrato nei dettagli, limitandosi a rispondere alle domande specifiche su Pechino assicurando che «nessuno» sarà risparmiato. Bessent ha affermato che la “Operazione Isolamento Economico” è stata lanciata sulla scia dei presunti successi dei militari statunitensi nel tentativo di impedire all’Iran di costruire una bomba atomica, con l’obiettivo di «terminare il regime iraniano». La situazione sul campo e le analisi disponibili, tuttavia, sembrano suggerire uno scenario ben diverso: dopo quasi sei mesi di guerra, gli Stati Uniti sono riusciti a ottenere l’impegno dell’Iran a non dotarsi di un armamento che la Repubblica Islamica ha sempre sostenuto di non voler acquisire, salvo poi essere essi stessi, gli Stati Uniti, a smentire quell’intesa con la ripresa dei combattimenti; il principale obiettivo della guerra lanciata da Washington è diventato riaprire uno Stretto che, senza quella stessa guerra, non sarebbe mai stato chiuso e, secondo diversi centri di monitoraggio e think tank, gli Stati Uniti starebbero esaurendo le scorte di armamenti destinate al conflitto con l’Iran. Più che rappresentare il colpo di grazia a Teheran, il cosiddetto “Economic D-Day” sembra insomma configurarsi come l’ultima spiaggia degli USA per danneggiare un Paese che, almeno per ora, sembra riuscire a resistere a una guerra sul proprio territorio scatenata da una potenza straniera. 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August 25, 2026
L'INDIPENDENTE
Ballo a due sullo Stretto, quasi senza gli Usa
“E il modo ancor m’offende…” Iran e Oman hanno raggiunto, sembra, lo sperato accordo sulla gestione dello Stretto di Hormuz che dovrebbe portare alla riapertura della via d’acqua al momento più importante al mondo. I dettagli sono per il momento ancora vaghi, ma ricalcano quanto già indicato nei giorni scorsi: […] L'articolo Ballo a due sullo Stretto, quasi senza gli Usa su Contropiano.
August 6, 2026
Contropiano
Gli stoccaggi europei di gas sono scesi ai minimi storici
I livelli di stoccaggio di gas dei Paesi europei hanno raggiunto un minimo storico, attestandosi su una media di circa il 55%, in un periodo in cui i depositi dovrebbero essere quasi pieni in vista del prossimo inverno. Lo attestano i dati di AGSI+ (Aggregated Gas Storage Inventory), gestiti da Gas Infrastructure Europe, che comprendono il 100% del mercato dello stoccaggio di gas nel territorio dell’UE. I principali fattori che hanno portato a una carenza in termini di scorte energetiche sono l’attuale blocco dello Stretto di Hormuz, da cui prima della guerra transitava circa il 20% del petrolio globale e il 30% di quello commerciato via mare, e la prevista fine totale delle importazioni di gas russo dal 2027. Le conseguenze di questo scenario sono un forte aumento dei prezzi del gas che non farebbe altro che alimentare l’inflazione nei Paesi europei. Tuttavia, il livello di stoccaggio varia tra le diverse nazioni europee e, tra quelle che presentano i livelli più alti di scorte, al primo posto troviamo la Polonia (con i depositi riempiti all’83,3%) seguita da Portogallo (82,9%) e Italia (74,6%). A seguire compaiono poi Spagna, Danimarca e Austria. La Germania, invece – cuore economico dell’Ue – si posiziona verso la fine della lista con una disponibilità di gas che si ferma al momento al 46,3% dello stoccaggio complessivo. I Paesi con i più bassi livelli di scorte, invece, sono Paesi Bassi (35,7%), Belgio (32,5%) e Svezia (11,5%). In questo scenario, l’Italia vanta un buon livello di stoccaggio soprattutto grazie alla capacità di rigassificazione della Penisola, resa possibile dai numerosi terminali gestiti da Snam, primo operatore europeo nel trasporto di gas naturale. Tuttavia, anche per l’Italia resta alto il rischio dell’aumento dei prezzi energetici, come ha sottolineato l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi. Quest’ultimo ha anche posto l’accento sullo stop definitivo al gas russo che, secondo lui, potrà comportare problemi di approvvigionamento: «Nel momento in cui ci sarà più freddo, a gennaio, non solo non ci saranno i metri cubi russi, ma anche quelli stoccati saranno inferiori», ha affermato recentemente Descalzi. Secondo un’analisi di Wood Mackenzie – gruppo globale di ricerca e consulenza che fornisce dati – anche nell’ipotesi del “miglior scenario”, quello in cui il Qatar riuscisse a tornare alla piena capacità operativa a settembre, la percentuale di riempimento dei depositi di gas nell’Ue toccherebbe il 75 per cento il primo novembre. Negli scorsi anni, invece, in quel periodo, il riempimento medio degli stoccaggi era del 90%. Se, al contrario, ciò non accadesse e lo Stretto di Hormuz restasse chiuso, la percentuale scenderebbe sotto il 70 per cento. In tal caso sarebbe inevitabile un forte aumento dei prezzi del gas: già recentemente, le quotazioni spot del gas europeo sono aumentate di oltre il 50% rispetto ai minimi registrati a metà giugno, superando la soglia dei 60 euro per megawattora. Secondo gli analisti, questo andamento evidenzia come oggi il gas sia diventato persino più sensibile del petrolio alle crisi geopolitiche. In questo contesto, secondo Mackenzie, nemmeno il GNL (gas naturale liquefatto) potrebbe fornire un aiuto immediato, in quanto non sarebbe in grado di migliorare in modo significativo la situazione europea prima del 2028. Secondo Massimo Di Odoardo, vicepresidente Gas and Lng Research di Wood Mackenzie, sono tre i fattori che contribuiranno a tenere alte le quotazioni del gas nei prossimi mesi: le basse scorte europee, la domanda asiatica ancora robusta e una crescita limitata della nuova capacità mondiale di esportazione di gas naturale liquefatto. Una combinazione che potrebbe dispiegare i suoi effetti negativi sui prezzi almeno fino al 2027. A questo si aggiunge il divieto totale di importazione di gas russo: dal 18 marzo scorso, infatti, Bruxelles ha messo al bando i contratti, sia a breve che a lungo termine, con le società russe conclusi o modificati dopo il 17 giugno 2025. L’amministratore delegato di ENI ha definito questa situazione «una preoccupazione per tutta l’Europa». I Paesi europei, infatti, saranno privati dei principali canali di approvvigionamento energetico e i maggiori fornitori del Continente di gas rimarranno USA e Norvegia. Anche la potenza a stelle e strisce però sta registrando un aumento dei costi per il carburante e potrebbe limitare le esportazioni per far fronte alla domanda interna. L’Ue si ritrova, dunque, con un significativo problema di sicurezza energetica, aggravato anche dall’avere escluso completamente il gas russo in un momento in cui si ritrova ad affrontare quella che secondo il Fondo Monetario Internazionale e l’Agenzia internazionale per l’energia potrebbe diventare la peggiore crisi energetica della storia recente.   The post Gli stoccaggi europei di gas sono scesi ai minimi storici appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 31, 2026
L'INDIPENDENTE
Bombardo, dunque sono… L’America in versione mono
Se l’unico strumento che hai a disposizione è un martello, tutto comincerà a sembrarti un chiodo. La politica Usa è ridotta sostanzialmente a questo. Il martello può prendere la forma dei dazi o dei bombardamenti, del sequestro di un presidente eletto o della manipolazione palese dei processi elettorali in doversi […] L'articolo Bombardo, dunque sono… L’America in versione mono su Contropiano.
July 9, 2026
Contropiano
Un altro giro di guerra, alla cieca
Se non fosse una tragedia, verrebbe da pensare che il nuovo attacco statunitense all’Iran sia una botta di frustrazione per l’eliminazione degli States ai mondiali di calcio da parte del Belgio, nonostante la patetica cancellazione della squalifica al loro centravanti. E’ difficile infatti individuare una logica razionale alla base di […] L'articolo Un altro giro di guerra, alla cieca su Contropiano.
July 8, 2026
Contropiano
Firmato l’accordo tra USA e Iran: i punti sanciscono la sconfitta americana
Pare ormai ufficiale: gli Stati Uniti hanno perso la guerra contro l’Iran. Ieri, 17 giugno, a margine degli incontri del G7 ospitati dalla Francia, Trump ha firmato il memorandum d’intesa con la Repubblica Islamica, annunciato all’inizio della settimana. Il testo non è stato rilasciato da canali ufficiali statunitensi, ma è stato presentato integralmente ai giornalisti da un ufficiale di Washington durante una teleconferenza privata, per poi essere pubblicato anche dai media di Stato iraniani. Il documento diffuso sancisce la fine immediata delle ostilità su tutti i teatri di conflitto, «Libano incluso», e disciplina la revoca dei reciproci blocchi nel Golfo. Il resto dei punti delinea una sconfitta pressoché totale per gli Stati Uniti: Washington avrebbe ottenuto dall’Iran l’impegno a non dotarsi di un’arma nucleare, concedendo in cambio il ritiro di tutte le sanzioni, lo sblocco dei beni congelati e l’istituzione di un fondo da 300 miliardi di dollari come forma di risarcimento, piegandosi a tutte le richieste della Repubblica Islamica. “La sconfitta in Iran è più pesante di quella in Vietnam”. L’autorevole rivista statunitense di politica estera e relazioni internazionali Foreign Policy titola così il proprio articolo sul memorandum firmato ieri da Trump e dalle autorità iraniane. «Sembra scritto dall’Iran», commenta invece il giornale israeliano Haaretz. La cerimonia ufficiale per la firma avrebbe dovuto svolgersi domani in Svizzera, a Lucerna (inizialmente era stata individuata Ginevra come sede), ma alla luce della firma di ieri non è chiaro se si terrà lo stesso. Il testo del memorandum è stato diffuso nella mattina da Bloomberg e da media arabi, che ne avrebbero ottenuto una copia. Nel tardo pomeriggio, è stato letto ad alta voce da un funzionario anonimo durante una teleconferenza con i giornalisti. In Iran, nel frattempo, è stata fornita una copia all’agenzia di stampa di proprietà governativa Irna, che ne ha riportato il testo integralmente. Il memorandum si intitola “Memorandum d’intesa di Islamabad tra gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran” e si sviluppa in 14 punti. Esso costituisce una sorta di pre-accordo e istituisce un cessate il fuoco di 60 giorni estendibili, periodo entro cui le rispettive delegazioni porteranno avanti le negoziazioni per raggiungere un accordo definitivo sui punti ancora oggetto di negoziato. Il primo punto del memorandum sancisce «la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano» da parte di tutti gli attori coinvolti nel conflitto assieme all’impegno ad astenersi da ulteriori attacchi; questo medesimo punto garantisce inoltre «l’integrità territoriale e la sovranità del Libano». Il memorandum prevede poi che USA e Iran rispettino la reciproca sovranità e impegna Washington e Teheran a non interferire negli affari interni reciproci. USA e Iran si impegnano poi a revocare immediatamente i rispettivi blocchi marittimi: la revoca del blocco sullo Stretto di Hormuz dovrà venire accompagnata da operazioni di sminamento e dovrebbe portare a una graduale ripresa del traffico ai volumi prebellici. I punti che seguono questi primi impongono dure condizioni agli USA. «Gli Stati Uniti d’America si impegnano, insieme ai partner regionali, a elaborare un piano definitivo e concordato di comune accordo, con uno stanziamento di almeno 300 miliardi di dollari, per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell’Iran», si legge nell’accordo. «Tutte le licenze, le deroghe e le autorizzazioni necessarie per le relative transazioni finanziarie saranno concesse dagli Stati Uniti d’America». Gli USA si impegnano poi a sbloccare i fondi congelati dell’Iran e a porre fine «a tutte le tipologie di sanzioni» contro il Paese, «comprese le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le risoluzioni del Consiglio dei Governatori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e tutte le sanzioni unilaterali statunitensi, primarie e secondarie»; per coprire il periodo in cui la cessazione delle sanzioni entrerà in effetto, gli USA rilasceranno deroghe al commercio di petrolio e greggio iraniano. L’Iran, intanto, «ribadisce che non si procurerà né svilupperà armi nucleari». Le discussioni sul programma nucleare iraniano verranno portate avanti nei prossimi 60 giorni e il memorandum non presenta alcun altro vincolo sulla questione. Come per il tema del programma nucleare, la maggior parte degli altri punti verrà approfondita nella fase di negoziazione che viene inaugurata dal memorandum. I punti inderogabili a cui il memorandum viene subordinato restano la fine completa delle ostilità e l’impegno a non portare avanti ulteriori attacchi in alcun teatro di conflitto, il riconoscimento della integrità territoriale libanese, il sollevamento dei rispettivi blocchi marittimi, le deroghe temporanee al commercio di petrolio iraniano e lo sblocco dei beni congelati di Teheran. Il memorandum verrà adottato con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Alla luce di tutto, le critiche che la stampa di tutto il mondo ha riservato a Trump sono pienamente comprensibili: gli USA hanno mosso una guerra che in breve tempo è finita per incentrarsi sul tentativo di riaprire uno stretto di mare che non sarebbe mai stato chiuso se quella guerra non fosse iniziata. L’Iran otterrà l’accesso ai propri beni sequestrati, l’annullamento di 47 anni di sanzioni e 300 miliardi di dollari di risarcimento; davanti a queste richieste gli USA sono riusciti a ottenere un ritorno della situazione sul Golfo Persico alla normalità e l’impegno dell’Iran a non dotarsi di un ordigno bellico che la Repubblica Islamica ha sempre detto di non avere intenzione di ottenere. L'Indipendente
June 18, 2026
Pressenza
La rimozione del mare
In guerra – e noi lo siamo, almeno in quella definizione di “guerra a pezzettini” coniata da Bergoglio – si sa che c’è poco da fidarsi dell’informazione ufficiale. Le agenzie si schierano, le notizie diventano di regime e bisogna fare affidamento su altre fonti per capire cosa succede realmente. Oggi molti usano i social per recepire notizie. Non credo siano un buon media per avere informazioni affidabili: sono governati da algoritmi che spingono verso la concentrazione del potere, più che alla sua diffusione. Però esiste un “però”. Se persone che riteniamo stimabili ed esperte usano la loro pagina social per fornire il proprio punto di vista, allora la fonte riacquista valore. Nell’eccesso di informazioni in cui siamo immersi, dobbiamo scegliere bene i nostri riferimenti. È un po’ quello che Marc Bloch descrisse analizzando il propagarsi delle notizie false nelle trincee della Prima Guerra Mondiale: la formazione delle opinioni si basava su quello che ti raccontava il tuo compagno di trincea. Oggi, nel fango informativo della rete, non resta che discernere di chi fidarsi e di chi no. Alberto Negri, giornalista che si occupa da tempo di Medio Oriente e conflitti, è certamente persona informata e di cui fidarsi. Sulla sua pagina Facebook ha scritto: “La chiusura dello Stretto è stato il più grande fallimento Usa e israeliano. Una media potenza, l’Iran, è stata capace senza neppure una Marina convenzionale di bloccare Hormuz e i traffici mondiali. Resta l’arma più efficace in mano a Teheran che punta a tassare il passaggio perchè gli Stati Uniti non revocheranno mai le sanzioni.” Se guardiamo a questo fenomeno con una prospettiva più lunga, ci renderemmo conto di essere immersi in quella gigantesca rimozione dello spazio marittimo che si è accompagnata alla globalizzazione nella sua fase più radicale. Ha poco da starnazzare la leadership di Washington quando dichiara che «L’Iran è tutto chiacchiere e niente fatti». Non è così: l’Iran sta giocando la sua guerra asimmetrica. In un’analisi di qualche tempo fa, il think tank Washington Institute ammetteva lucidamente che «l’Iran sfrutta le asimmetrie. Ha approfittato della propria vicinanza geografica allo Stretto di Hormuz creando forze navali capaci di interrompere le spedizioni petrolifere della regione mediante sciami di piccole imbarcazioni, mine e sottomarini, nonché droni e missili». E allora a chi dobbiamo tendere l’orecchio? Alla retorica dei bulli geopolitici o al giornalismo che indaga? Noi occidentali percepiamo la rivoluzione della logistica solo per il trasporto dell’ultimo miglio: il corriere che ci porta a casa le merci acquistate su internet. Dietro quelle consegne, però, ci sono i lunghi viaggi oceanici delle stesse merci sopra grandi navi, stipate in container da 20 o 40 piedi. Lo abbiamo capito quando i portuali hanno bloccato le navi cariche di armi; lo vediamo oggi nel collo di bottiglia dello Stretto di Hormuz. Dobbiamo rendercene conto: abbiamo rimosso l’importanza del mare proprio quando esso è diventato lo spazio fisico che ha permesso di deindustrializzare l’Occidente e concentrare la produzione in Oriente. Ora che questo sistema basato sulle “vene oceaniche” appare così fragile, la domanda non è più se crollerà, ma quando. Il blocco del collo di bottiglia del mare ha scoperto il punto debole dell’impero globale. Se il traffico marittimo si ferma, l’Occidente scopre di essere nudo, fragile e improvvisamente vuoto. Cosa succederà, dunque, ora che il sistema appare così fragile? Questa domanda ci deve accompagnare nell’organizzazione del ramo italiano della Peacewalk, la marcia per la pace partita da Finisterre lo scorso 31 gennaio e diretta a Gerusalemme. La incroceremo il 30 agosto a Trieste, dopo un lungo cammino che faremo partire da Venezia per raccordarci. Sarà un cammino che mischierà terra e mare, portandoci dritti nel cuore di una città portuale da dove sappiamo passare molti degli armamenti diretti verso i fronti di guerra, sfruttando – incredibilmente – lo status speciale di Trieste come “porto franco”. Ma questo meccanismo, e la fitta nebbia che lo circonda, sarà l’oggetto della nostra prossima riflessione sul mare e sulla sua rimozione. Usiamo il cammino (e gli attraveramenti di lagune e tratte di mare) per riprenderci lo spazio, le fonti e le verità. Ettore Macchieraldo
June 14, 2026
Pressenza
L’Iran annuncia una bozza di memorandum
Con cautela, perché tutto è circondato dall’incertezza, mentre Israele – allargando a dismisura il suo attacco al Libano – cerca di mettere un ostacolo serio a qualsiasi percorso verso la pace. Il “documento quadro non ufficiale”  del memorandum d’intesa Iran-USA è stato parzialmente pubblicato. Secondo il rapporto, gli Stati Uniti […] L'articolo L’Iran annuncia una bozza di memorandum su Contropiano.
May 27, 2026
Contropiano
L’Istat valuta il costo della crisi di Hormuz sulla lista della spesa
In Italia, l’inflazione torna a correre a livelli che non si registravano dai picchi del 2023, trasformando la spesa quotidiana in una sfida per le tasche dei lavoratori e dei pensionati. Secondo gli ultimi dati certificati dall’Istat, l’indice dei prezzi al consumo ha registrato una variazione del +1,1% su base […] L'articolo L’Istat valuta il costo della crisi di Hormuz sulla lista della spesa su Contropiano.
May 19, 2026
Contropiano