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Unicredit, Intesa, Enel e Snam: Blackrock accumula azioni delle grandi aziende italiane
Il colosso finanziario Blackrock ha recentemente aumentato le sue partecipazioni rilevanti in cinque grandi società italiane — Unicredit, Intesa Sanpaolo, Enel, Prysmian e Snam — approfondendo così il controllo sull’economia e sulle aziende strategiche della Penisola. È quanto emerge dall’aggiornamento trasmesso il 15 ottobre scorso alla Consob, relativo alla situazione del 13 ottobre, che evidenzia un aumento percentuale complessivo delle partecipazioni del fondo d’investimento statunitense compreso tra il 6,82% di Snam e l’8,92% di Unicredit. Le azioni sono detenute in via indiretta da Blackrock attraverso le società di gestione del gruppo, per le quali l’obbligo di comunicazione scatta solo dalla soglia del 5%. Da tempo, quello che è considerato il “Moloch” della finanza globale ha esteso le sue mire sulle società strategiche italiane, acquisendo così un certo controllo in alcuni settori chiave dell’economia e delle aziende del Belpaese, mentre detiene quote rilevanti nelle più potenti multinazionali a livello internazionale. L’aumento nell’azionariato di queste cinque aziende interessa settori differenti ed egualmente importanti: bancario, energetico e infrastrutturale. La crescita più consistente riguarda la banca Unicredit, dove la Roccia Nera detiene ora una partecipazione complessiva dell’8,92% contro il precedente 5,6%: la componente rappresentata da azioni passa dal 5,12 all’8,6%, mentre quella relativa agli strumenti finanziari scende dallo 0,48 allo 0,32%. La posizione del gruppo statunitense, vicina al 9% del capitale della banca, conferma il peso determinante degli investitori istituzionali internazionali nell’azionariato dell’istituto di credito guidato da Andrea Orcel e quindi l’influenza di interessi stranieri negli affari italiani. Lo stesso avviene per le altre società: in Intesa Sanpaolo la partecipazione aggregata del fondo è aumentata rispetto alla precedente notifica, passando dal 5,1 al 7,30%. La componente azionaria è salita dal 5 al 6,71%, mentre quella riferita agli strumenti finanziari dallo 0,1 allo 0,59%. L’incremento riguarda dunque entrambe le componenti, seppure con variazioni differenti. Tra le società industriali, Prysmian presenta una partecipazione aggregata di BlackRock pari al 7,46%, rispetto al precedente 5,9%. La quota in azioni è passata dal 5,09 al 7,03%, mentre è diminuita quella relativa agli strumenti finanziari, attestandosi allo 0,43% rispetto al precedente 0,81%. Prysmian opera nel settore dei cavi e delle infrastrutture per l’energia e le telecomunicazioni. Per quanto riguarda, invece, le aziende chiave del settore energetico, gli aggiornamenti riguardano Snam ed Enel: in Snam il fondo statunitense ha raggiunto una partecipazione aggregata pari al 6,82% rispetto al precedente 5,46%, portando la quota azionaria dal 5,1 al 6,03% e quella in strumenti finanziari dallo 0,36 allo 0,79%. Per quanto riguarda Enel, invece, la posizione complessiva raggiunge il 6,96% rispetto al precedente 5,24%. Anche in questo caso è aumentata sia la componente azionaria che finanziaria, con la prima che è salita dal 5,02 al 6,46% e la seconda dallo 0,22 allo 0,5%. Non è certo la prima volta che il colosso statunitense stringe le sue maglie sull’economia e la finanza italiana: dal 2000, infatti, dispone di una propria sede a Milano e – secondo i ricercatori Paolo Gila e Mario Miscali – a fine 2011 la Roccia deteneva il 5,7% di Mediaset, il 3,9% di Unicredit, il 3% di Enel e del Banco Popolare, il 2,7% di Fiat e Telecom Italia, il 2,5% di Eni e delle Generali, il 2,2% di Finmeccanica, il 2,1% di Atlantia (società che controlla Autostrade per l’Italia) e Terna, il 2% della Banca Popolare di Milano, di Fonsai, Intesa San Paolo, Mediobanca e Ubi. Si tratta di aziende strategiche che permettono a Blackrock di inserirsi al meglio in quel progetto di svendita degli asset pubblici italiani iniziato più di trent’anni fa con le privatizzazioni dei “gioielli” della Penisola e inaugurato dall’allora direttore generale del Ministero del Tesoro Mario Draghi sul panfilo Britannia nel 1992. Nel 2024, invece, il fondo d’investimento statunitense – nella persona di Larry Fink, amministratore delegato del gruppo – ha incontrato a Palazzo Chigi il Presidente del consiglio italiano Giorgia Meloni. Secondo quanto dichiarato dal governo, al centro del colloquio c’è stato «un approfondito scambio di vedute su possibili investimenti del fondo USA in Italia». Si è parlato, in altre parole, della possibilità che il fondo acquisisca quote di alcuni asset strategici di proprietà dello Stato che il governo ha deciso di privatizzare. Al centro degli interessi del fondo americano ci sarebbero le infrastrutture, le aziende energetiche e le Poste. Con un patrimonio totale di 11.500 miliardi di dollari al 31 dicembre 2024, di cui un terzo in Europa, il fondo statunitense è considerato, insieme a pochi altri, uno dei colossi finanziari più potenti a livello globale. Detiene, infatti, partecipazioni in banche, società industriali, multinazionali del farmaco e alimentari, nei media e nelle società energetiche e infrastrutturali di tutto il mondo. Fondato a New York nel 1988 in piena deregulation, ciò che ha permesso a Blackrock di diventare il colosso attuale è stato, tra le altre cose, entrare nel capitale di due delle tre maggiori agenzie di rating esistenti, acquistando il 5,44% delle azioni di Standard & Poor’s e il 6,6% di Moody’s.  Attraverso le sue attività e partecipazioni economico-finanziarie è in grado di esercitare un controllo determinante nell’economia e nelle politiche degli Stati, tra cui l’Italia, dove sembra essere intenzionato ad approfondire le sue azioni di “intelligence economica” senza incontrare alcun ostacolo. The post Unicredit, Intesa, Enel e Snam: Blackrock accumula azioni delle grandi aziende italiane appeared first on L'Indipendente.
October 21, 2026
L'INDIPENDENTE
Wall Street brinda alla crisi: profitti in crescita del 30%
Mentre da un lato si assiste a una crisi energetica senza precedenti e all’impennata dell’inflazione in tutto il mondo, dall’altro le previsioni degli analisti finanziari sugli utili delle aziende quotate in borsa non sono mai state così positive. In particolare, la piattaforma economico-finanziaria FactSet rileva che nel terzo trimestre del 2026 i profitti dell’S&P 500 – uno dei principali indici azionari statunitensi di Wall Street – sono attesi in rialzo del 29,6% rispetto allo stesso periodo del 2025. Le stime al rialzo sono trainate soprattutto dai profitti del settore energetico e, in seconda battuta, da quello tecnologico, sostenuto soprattutto dai semiconduttori. Parzialmente diversa, invece, la situazione degli indici del Vecchio continente, dove è previsto un incremento più contenuto: per lo Stoxx Europe 600 si stima un aumento dei profitti del 21%. Una differenza dovuta alla composizione dei guadagni e ai criteri di valutazione. Non c’è dubbio, comunque, che la crisi – in particolare dell’energia – stia contribuendo ad alimentare il settore finanziario con potenziali profitti record. In particolare, le compagnie energetiche, sullo sfondo del caro petrolio, dovrebbero espandersi del 121%, grazie soprattutto alle attività di raffinazione e commercializzazione che potrebbero aumentare del 462%. Nel secondo trimestre di quest’anno, complice il rincaro dei prezzi del greggio, le otto principali compagnie petrolifere globali (Aramco, BP, Shell, Equinor, TotalEnergies, Eni, Chevron ed ExxonMobil) hanno incassato quasi 93 miliardi di dollari, secondo i calcoli del quotidiano britannico The Guardian. Nei tre mesi tra aprile e giugno il Brent ha avuto quotazioni medie di circa 100 dollari al barile rispetto ai 67 dollari dello stesso periodo nel 2025, in base a dati dell’agenzia USA  EIA (Energy Information Administration). Anche le compagnie del settore tecnologico pesano sulle previsioni al rialzo degli utili aziendali. Secondo gli analisti, il settore dovrebbe avere un aumento degli utili del 65,1 percento, trainato in particolare dai semiconduttori. Senza questi ultimi, l’alta tecnologia si accontenterebbe di un più modesto aumento del 24,4 percento. Un dato che evidenzia l’importanza delle aspettative soprattutto nell’ambito dell’intelligenza artificiale. Al contrario, per quanto riguarda le stime delle aziende di servizi e apparecchiature, è prevista una flessione del nove percento. Al momento il rapporto tra il prezzo corrente dell’indice e gli utili per azione (EPS) stimati per i prossimi 12 mesi è pari a 19: ciò significa che l’S&P 500, sempre secondo FactSet, scambia a 19 volte gli utili sui prossimi dodici mesi. In altri termini, gli investitori sono disposti a pagare 19 euro per ogni euro di profitto stimato che le aziende dell’indice genereranno nell’anno a venire. Secondo gli analisti, si tratta di un dato in linea sia con la media decennale che con quella degli ultimi cinque anni. Tuttavia, questo rapporto risulta nella media proprio perché le previsioni sui profitti sono elevate, ma se queste stime venissero disattese al ribasso, il multiplo aumenterebbe anche a quotazioni invariate, cambiando il quadro della situazione. Proprio questa componente spiega la prudenza dei listini. Differente è il contesto delle borse europee dove le stime sugli utili aziendali non sono elevate come negli USA: in Europa, lo Stoxx Europe 600 scambia a 13,7 volte gli utili attesi nei prossimi dodici mesi, vale a dire al di sotto della propria media decennale. Ciò è dovuto al fatto che una parte della crescita prevista dei profitti dipende dal petrolio e potrebbe ridimensionarsi qualora le quotazioni dell’energia scendessero. Un altro aspetto importante da tenere in considerazione è il punto di contatto tra margini di profitto delle aziende quotate e inflazione. Secondo gli esperti del gruppo Pharus, infatti, il margine di profitto atteso per le aziende dell’S&P 500 “ha raggiunto il 17%, un record, e nei primi nove mesi dell’anno è salito più che nei tre anni precedenti messi insieme”. Margini che si allargano significano, in parte, aziende che riescono ad alzare i prezzi più in fretta dei costi, alimentando così l’inflazione e, di conseguenza, il costo del denaro. Le banche centrali, infatti, per tenere sotto controllo l’inflazione tendono ad alzare i tassi, come sta facendo la Fed (Federal Reserve, la Banca centrale statunitense). Ma secondo alcuni economisti, perché i rialzi della Fed abbiano davvero effetto, potrebbe servire un raffreddamento dei mercati azionari. Mentre, dunque, il mondo affronta una grave crisi energetica e inflazionistica, i mercati finanziari cercano di ottenere i maggiori profitti speculando sulle prospettive e sulle valutazioni degli indici, ma non è detto che queste ultime trovino riscontro nei risultati reali delle aziende. Una circostanza che risulterebbe ancora più difficile se gli Stati intervenissero tassando gli extraprofitti delle grandi compagnie petrolifere e tecnologiche, che negli ultimi mesi hanno raggiunto nuovi record. The post Wall Street brinda alla crisi: profitti in crescita del 30% appeared first on L'Indipendente.
October 14, 2026
L'INDIPENDENTE
L’Europa si prepara all’inverno con le riserve di gas ai minimi degli ultimi anni
I Paesi europei si apprestano ad affrontare il prossimo inverno con i livelli di stoccaggio del gas ai minimi storici: al primo ottobre di quest’anno, infatti, le riserve erano piene al 72 per cento, rispetto all’83% registrato alla stessa data del 2025. È quanto riportato da ENTSOG, la rete europea dei gestori dei sistemi di trasporto del gas, nel rapporto sulle prospettive di approvvigionamento per la prossima stagione invernale. Il documento mette in evidenza le criticità della sicurezza energetica europea dopo la decisione di cessare le importazioni di gas russo e, al contempo, evidenzia come questa decisione abbia reso i Paesi europei ancor più dipendenti dagli Stati Uniti, da dove arriva la gran parte del gas naturale liquefatto (GNL), con il quale si è sostituito il metano di Mosca. Il rapporto sottolinea quindi che è fondamentale mantenere flussi sostenuti di GNL durante l’inverno, ma al contempo avverte che l’aumentata competitività per accaparrarsi il GNL tra Asia e Europa e la chiusura o il rallentamento dei principali canali di approvvigionamento potrebbero rallentare il flusso di questo carburante verso gli Stati europei. Il documento di ENTSOG prende in considerazione tre scenari che si basano sulle temperature del periodo invernale e sulla disponibilità di forniture tramite gasdotti russi: nel primo scenario (“Reference Winter scenario”), che prevede condizioni invernali normali con forniture russe via gasdotto ridotte al minimo, la rete europea del gas riuscirebbe a soddisfare la domanda. Tuttavia, entro il 31 marzo 2027, il livello aggregato di riempimento degli stoccaggi (UGS) nell’UE scenderebbe al 29 percento nello scenario di fornitura di GNL “Ottimale” e al 13 percento in quello “Teso”. Per soddisfare la domanda prevista per un inverno con temperature nella norma mantenendo al contempo un livello di riempimento degli stoccaggi del 30% al termine della stagione invernale, secondo il rapporto sarebbe necessario un volume di GNL pari a circa 1.060 TWh (circa 96 miliardi di metri cubi) nel corso dell’inverno. In caso di interruzione completa delle importazioni di gas russo via gasdotto, sarebbero necessari ulteriori 96 TWh (circa 9 miliardi di metri cubi) di GNL per mantenere un livello di riempimento degli stoccaggi sotterranei (UGS) del 30 percento al termine della stagione invernale. Il secondo scenario prevede un inverno freddo (Cold Winter scenario) con le forniture tramite gasdotti russi ridotti al minimo: in questo caso, “sarebbero necessarie ulteriori forniture di GNL per soddisfare pienamente la domanda”, si legge nel rapporto. A livello europeo, ci sarebbe quindi una potenziale domanda non coperta pari a circa il 7 percento della domanda totale, in caso di offerta ottimale di GNL, equivalente a circa 22 miliardi di metri cubi. In caso di offerta limitata di GNL, invece, le esigenze di risposta alla domanda o la potenziale domanda non coperta aumenterebbero a circa il 12 percento, pari a circa 40 miliardi di metri cubi. In entrambi i casi, il livello di riempimento aggregato degli impianti di stoccaggio sotterraneo dell’UE scenderebbe all’11 percento, corrispondente alle rimanenti riserve di stoccaggio strategico. A preoccupare di più però è il terzo scenario (Winter supply dependence assessment – SoS disruptions), quello in cui si ipotizza l’interruzione della più grande infrastruttura offshore verso l’UE continentale e, al contempo, l’interruzione di tutte le importazioni dall’Algeria. In entrambi gli scenari di interruzione, si suppone inoltre che non vi sia alcuna fornitura dalla Russia. Questa combinazione, secondo ENTSOG, metterebbe sotto forte pressione la sicurezza energetica europea. In tutti e tre i contesti presi in esame, emerge come l’Ue sia sempre più dipendente dal GNL. Ciò avviene proprio in un periodo in cui il conflitto in Medio Oriente continua ad avere un impatto significativo sul mercato globale di questo combustibile, soprattutto a causa della ridotta fornitura di GNL dalla regione, dovuta alle interruzioni del trasporto marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, una rotta di transito chiave che rappresenta circa il 20% del commercio globale di GNL. Questa interruzione prolungata ha intensificato la competizione per le forniture disponibili tra Asia e Europa, contribuendo a rendere più elevati e volatili i prezzi globali del gas. Sebbene per l’Ue la dipendenza diretta dal GNL del Qatar sia bassa – rappresenta circa l’8% delle importazioni di GNL dell’UE nel 2025, con l’Italia tra i Paesi maggiormente esposti – secondo il rapporto, “l’Europa rimane fortemente influenzata dagli sviluppi del mercato globale del GNL”. Non tutti i Paesi europei sono esposti allo stesso livello di rischio di approvvigionamento: quelli dell’Europa occidentale possono contare sui nuovi terminali per il GNL e sulle forniture via gasdotto; quelli dell’Europa centrale e orientale senza sbocco sul mare, invece, risultano più vulnerabili. Da parte sua, l’UE ha concesso agli Stati membri una maggiore flessibilità sugli obiettivi di stoccaggio: entro il primo novembre i Paesi possono puntare a un livello compreso tra il 75% e l’80%, invece del tradizionale obiettivo del 90%. Il tutto per evitare un aumento repentino della domanda e un conseguente aumento dei prezzi sui mercati. Nel frattempo, ieri il prezzo del gas sul TTF olandese, il principale mercato di riferimento europeo del mercato spot del gas, ha oscillato tra 79,80 e 80,22 euro per MWh, vale a dire quasi il triplo rispetto all’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. The post L’Europa si prepara all’inverno con le riserve di gas ai minimi degli ultimi anni appeared first on L'Indipendente.
October 10, 2026
L'INDIPENDENTE
La benzina scende di pochi centesimi e sembra un affare: la trappola della normalizzazione
Uno, nove, nove: le cifre luminose in cima alla colonnina dicono questo, e accanto c’è la fila. Auto incolonnate, motori accesi, qualcuno che fa i conti a mente in attesa del proprio turno. Da lunedì 28 settembre la scena si ripete davanti ai distributori Eni, dove la benzina non può superare 1,99 euro al litro e il gasolio 2,19. Nei telegiornali passa come una buona notizia, e in un certo senso lo è: circa diciassette centesimi in meno rispetto ai prezzi medi dei giorni precedenti, otto euro e mezzo risparmiati su un pieno da cinquanta litri. Peccato che a fine luglio del 2025 la benzina self costasse in media 1,72 euro al litro e il gasolio 1,66. Lo stesso pieno, al prezzo “calmierato” di oggi, costa tredici euro in più di allora. Sul diesel la differenza sale a ventisei. Detto in parole povere: facciamo la fila per pagare un prezzo che poco più di un anno fa avrebbe aperto i telegiornali come uno scandalo. E il sollievo ha pure una data di scadenza: trenta giorni, forse prorogabili fino a fine anno. Come ci siamo arrivati? A metà degli anni Novanta Joseph Overton, dirigente di un centro studi liberista del Michigan, descrisse una finestra invisibile che delimita ciò che una società considera accettabile in un dato momento. Una finestra che si può spostare. Sui prezzi il meccanismo ha un nome ancora più preciso: negli anni Settanta gli psicologi Daniel Kahneman e Amos Tversky lo chiamarono ancoraggio. Giudichiamo un numero confrontandolo con l’ultimo che abbiamo visto. Dopo mesi di rincari, con il gasolio che a metà settembre ha superato il record storico del 2022, l’ancora non è più 1,72. È 2,15, e da lì, 1,99 sembra un regalo. Già nel 1895 Gustave Le Bon, nella Psicologia delle folle, indicava in affermazione, ripetizione e contagio gli strumenti per guidare le masse. Il Novecento ha industrializzato il pricipio: nel 1933 il regime nazista fece produrre il Volksempfänger, una radio a basso costo pensata per entrare in ogni casa. Nel 1977 tre psicologi americani ne hanno dato la prova in laboratorio: un’affermazione già sentita ci sembra più credibile di una nuova. Oggi la radio in ogni casa è diventata uno schermo in ogni tasca, acceso dalla mattina alla sera, e la ripetizione è amplificata all’ennesima potenza. Cambia soprattutto la velocità: uno studio pubblicato su Nature Communications ha misurato che nel 2013 un argomento restava tra i cinquanta più discussi su Twitter per diciassette ore e mezza, tre anni dopo per meno di dodici. Più rapido il ricambio, più corta è la memoria, e senza il ricordo sparisce anche il termine di paragone. Anche la cronaca di questi giorni ha la sua regia, e non serve immaginare complotti: basta mettere in fila le date. Sabato 26 settembre il governo ha dimezzato lo sconto sull’accisa del gasolio, da 12,2 a 6,1 centesimi al litro. Lunedì è partito il tetto di Eni, società di cui lo Stato controlla circa un terzo tra ministero dell’Economia e Cassa depositi e prestiti. Poi si è mossa IP, dal primo ottobre toccherà a Q8: insieme fanno più della metà dei distributori italiani. Dal 6 ottobre dovrebbero scattare le accise mobili, uno sconto legato all’extragettito Iva che oggi nessuno è in grado di quantificare. La presidente del Consiglio ha parlato di un appello raccolto e si è detta «molto contenta» dell’adesione delle compagnie. Lo Stato riduce il proprio sconto, le compagnie calmierano e il governo ringrazia. E così il listino che sul gasolio ha appena battuto ogni record diventa la notizia di un risparmio. Intanto il gruppo Eni ha chiuso il primo semestre con un utile netto rettificato di 3,6 miliardi di euro, il 43 per cento in più dello stesso periodo del 2025, mentre la Figisc, la federazione dei gestori aderente a Confcommercio, parla di «dumping e concorrenza sleale». Chi gestisce una pompa bianca, con margini legati ai litri venduti, non ha i mezzi per rispondere a un tetto fissato da chi, insieme a IP, controlla quasi quattro distributori su dieci. La solidarietà, insomma, ha anche un ritorno di mercato. L’inverno, poi, deve ancora arrivare. Il commissario europeo all’Energia Dan Jorgensen ha avvertito che le forniture non mancheranno, ma i prezzi saranno molto alti. Secondo il direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol, l’Europa è tra le regioni più esposte alla carenza di diesel. Dal primo ottobre, secondo l’Arera, la bolletta elettrica dei circa tre milioni di clienti vulnerabili salirà in un solo trimestre del 37,3 per cento. La fila, del resto, ha una sua logica, anche perché otto euro su un pieno si fanno sentire, eccome; il paradosso, però, sta tutto qui. Paghiamo la benzina quasi il sedici per cento in più di un anno fa, il gasolio quasi un terzo, e invece di chiedere conto dei rincari ci mettiamo in coda per festeggiare lo sconto. Perfino le associazioni dei consumatori hanno applaudito la scelta di Eni e la rabbia che dovrebbe montare contro i prezzi si scioglie nella piccola soddisfazione di aver trovato il distributore giusto: il risultato è che al posto della protesta c’è la fila. Poi il tetto scadrà, con il freddo alle porte e la domanda di energia in crescita. E se il listino tornerà a salire, nessuno si ricorderà dei prezzi precedenti: rimpiangeremo l’1,99 euro al litro. Il prossimo sconto verrà misurato da lì, e ci sembrerà di nuovo un affare, fino al prossimo rincaro e alla fila successiva. 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September 30, 2026
L'INDIPENDENTE
In Italia ormai il 25% delle transazioni sotto i dieci euro si fa con carta di credito
Anche in Italia si sta affermando sempre di più l’uso di strumenti digitali di pagamento per le piccole spese: secondo i dati emersi dalle elaborazioni di Bancomat, infatti, nei primi sei mesi del 2026, il 25,7 per cento delle transazioni con carta comprendeva piccoli pagamenti, in particolare quelli con un importo fino a dieci euro. Si tratta di un dato quasi raddoppiato negli ultimi cinque anni: nel 2021, infatti, i pagamenti digitali sotto i dieci euro rappresentavano il 13 per cento del totale e l’8 per cento nel 2018. Inoltre, quest’anno il 10,7 per cento delle transazioni elettroniche si colloca addirittura nella fascia sotto i 5 euro di acquisti. Si tratta, dunque, di un fenomeno in crescita che ha subito una forte accelerazione durante gli anni del Covid e che non è comunque privo di rischi e criticità, sebbene venga solitamente ben visto e incentivato per la sua presunta capacità di contrastare l’evasione fiscale. Secondo il Sole 24 Ore, il sistema cashless si è consolidato e si stima che oggi il 45% dei consumi venga regolato con strumenti elettronici (518 miliardi di euro il transato nel 2025). I settori in cui si usano di più i mezzi elettronici di pagamento risultano la grande distribuzione, ristoranti, fast food e negozi. Secondo Fabrizio Burlando – amministratore delegato di Bancomat – «se è vero che oggi quasi un pagamento su due avviene senza contante, anche sulla spinta degli acquisti contactless, c’è tanta strada da fare, perché l’Italia resta ancora sotto la media europea». Le carte di debito sono lo strumento di pagamento più utilizzato, con una quantità di transazioni pari a circa 313 miliardi di euro nel 2025, di cui una quota Bancomat del 35 per cento. Sebbene l’uso del contante resti ben saldo, in molti vedono nei mezzi digitali di pagamento un nuovo e determinante vincolo antievasione, tanto che sono stati introdotti sia incentivi che obblighi per incrementarne l’utilizzo: tra gli incentivi c’è il “tax credit” del 30 per cento sulle commissioni agli esercenti; mentre tra gli obblighi, quest’anno si è aggiunto – in ottemperanza agli impegni europei – il nuovo vincolo di collegamento tra Pos e registratori di cassa. Secondo il Sole 24 Ore, “proprio quest’obbligo nel primo semestre ha già fatto emergere un maggior imponibile di 9,1 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2025”. Il quadro normativo e commerciale nella direzione dell’incentivo all’uso degli strumenti digitali di pagamento è, dunque, in continua evoluzione, ma questa soluzione non è esente da limiti e criticità: innanzitutto, una stretta troppo radicale sull’uso del contante non è in linea con la cornice giuridica europea, secondo la quale – come si legge sul sito di Banca d’Italia – “L’unica forma di moneta legale è la moneta contante emessa da una banca centrale – per l’euro la Banca Centrale Europea (BCE) – in quanto la sua creazione si basa su rigorose procedure che garantiscono la fiducia generale nella moneta e la stabilità del suo valore nel tempo. La moneta scritturale bancaria è una forma di moneta privata”. Quest’ultima è offerta come servizio a pagamento dal circuito bancario e finanziario, il quale ne ricava un cospicuo giro d’affari: per ogni transazione elettronica, infatti, sono previste delle commissioni che rappresentano il costo del servizio fornito dalla banca. Ma oltre ai costi delle commissioni, per gli esercenti ci sono anche i costi fisici del Pos, affittato o acquistato con rate mensili. Il costo delle commissioni, invece, varia in base al circuito scelto o alle fasce dei pagamenti effettuati dai clienti. Attualmente, le commissioni bancarie sui pagamenti con POS per spese inferiori a 10 euro non sono state eliminate per legge, ma sono oggetto di un Protocollo d’intesa firmato al MEF il 15 giugno 2026 tra istituzioni, banche e categorie di esercenti. Oltre a questo, bisogna considerare che la grande evasione fiscale in Italia viene effettuata, quasi in modo legale, portando le sedi e gli utili aziendali fuori dal Paese – nei cosiddetti paradisi fiscali – soprattutto da parte delle grandi multinazionali o di grandi imprese: secondo il rapporto State of Tax Justice 2025 del Tax Justice Network, ad esempio, a causa dell’elusione fiscale delle multinazionali, in Italia ventidue miliardi di euro sono stati sottratti al fisco in sei anni. Il dossier paragona l’evasione fiscale a un vero e proprio saccheggio da parte di «corporation statunitensi che svuotano silenziosamente i nostri tesori pubblici». Tra il 2016 e il 2021 le aziende con sede nei grandi centri finanziari hanno spostato artificiosamente i profitti nei paradisi fiscali, sfruttando lacune normative e la complicità delle istituzioni internazionali. Se, dunque, da un lato, la lotta al contante non incide minimamente sulla grande elusione fiscale dei colossi aziendali, dall’altra, essa si può facilmente trasformare in un efficace strumento di controllo sociale e tracciabilità. Oltre all’obbligo di accettare carte di debito (Dl 179/2012), carte di credito e prepagate (2016), con la conversione del Dl 63/2026, sono stati aggiunti gli «strumenti di moneta elettronica», vale a dire wallet digitali, smartphone, smartwatch e app di pagamento. Il futuro degli scambi commerciali appare, dunque, sempre più improntato al digitale – coerentemente con i piani di digitalizzazione dell’Ue, ma anche di organismi privati come il World Economic Forum (WEF) – mentre banche e circuiti di pagamento cercano di stare al passo coi tempi ritagliandosi i propri spazi e i propri vantaggi all’interno del nuovo sistema in cui – a fronte di un carovita che rappresenta una minaccia per l’economia reale – tutto è digitalizzato e tracciabile. L’ultima frontiera in questa direzione è rappresentata dalle stablecoin che, secondo l’amministratore delegato di Bancomat, «saranno dentro il portafogli del futuro, insieme all’euro tradizionale e all’euro digitale». The post In Italia ormai il 25% delle transazioni sotto i dieci euro si fa con carta di credito appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 25, 2026
L'INDIPENDENTE
VFS Global: l’impero che fa soldi sulla privatizzazione dei visti turistici
La gestione delle frontiere, un tempo prerogativa inalienabile della sovranità statale, è stata ceduta alle logiche del capitale transnazionale. L’esternalizzazione dei servizi per il rilascio dei visti non rappresenta una mera razionalizzazione burocratica, ma si configura come una precisa scelta politica: quella di erigere una barriera censitaria contro i cittadini del Sud Globale, trasformando il loro diritto alla mobilità in un asset finanziario ad alto rendimento. Attraverso l’appalto di queste funzioni a entità private monopolistiche, i governi risparmiano ed hanno una schermatura dalle persone troppo povere, nonché da responsabilità legali e morali derivanti dagli abusi sistemici che tale modello inevitabilmente genera. In questo contesto si colloca VSF Global. Per le persone di Africa, Asia e Medio Oriente che intendono viaggiare per lavoro, studio o per unirsi alla famiglia, VFS Global è spesso il loro primo incontro con il confine. Si tratta di una corporazione che detiene attualmente contratti di esternalizzazione con 71 governi a livello mondiale. Un’approfondita inchiesta transnazionale coordinata dall’organizzazione giornalistica Lighthouse Reports, in collaborazione con quattordici testate internazionali, ha scoperchiato le dinamiche strutturali di quello che i reporter hanno definito un «impero dei visti». L’analisi dei bilanci consolidati depositati in Lussemburgo evidenzia come l’azienda abbia quadruplicato i propri profitti tra il 2017 e il 2024, con ricavi che crescono in maniera del tutto sproporzionata rispetto al mero aumento del volume delle pratiche elaborate. Il nucleo strategico di questa iper-profitto risiede nell’implementazione massiva di «servizi a valore aggiunto» (VAS). L’obbligo di passare tramite questi centri, per chi detiene un “passaporto debole”, viene utilizzato come leva coercitiva per imporre pacchetti accessori quali notifiche SMS, corrieri per la restituzione dei documenti e accessi a presunte “sale premium”. Il modello di business si fonda sull’estrazione capillare di valore da un’utenza strutturalmente vulnerabile e priva di alternative. L’inchiesta dimostra come la vendita dei servizi accessori non segua logiche di mercato basate sulla reale utilità, ma assuma tratti di marcata aggressività, sfociando nell’inganno e nell’addebito non consensuale. Questa prassi è direttamente incentivata dall’architettura salariale imposta dall’azienda ai propri dipendenti: gli stipendi base vengono mantenuti artificialmente a ridosso della soglia di sussistenza, per poi essere compensati da un sistema di bonus legato al raggiungimento di stringenti e logoranti target mensili di vendita. Così si incentivano dei poveri a fregare altri poveri per poter sopravvivere mentre grossi profitti sono realizzati dal privato. Questa asimmetria contrattuale genera un incentivo che scarica la pressione economica e psicologica del lavoratore direttamente sul richiedente, obbligandolo di fatto all’acquisto di pacchetti non necessari dietro la velata minaccia di presunti ritardi o del rifiuto della pratica. Da un campione di 2.000 ricevute raccolte in 16 Paesi, è emerso che i servizi extra pesano ormai per il 30% sui ricavi complessivi dell’azienda. L’aspetto politicamente più gravoso della vicenda riguarda il ruolo di avallo giocato dalle istituzioni pubbliche occidentali. Oltre 150 rapporti di ispezione interni dell’Unione Europea, ottenuti attraverso decine di richieste di accesso agli atti (FOIA), rivolte alla Commissione Europea e a undici governi nazionali, certificano che gli Stati appaltanti sono perfettamente a conoscenza delle macroscopiche disfunzioni del sistema. I documenti rivelano, ad esempio, violazioni sistematiche del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR): in India ispezioni consolari hanno confermato il trasferimento di dati biometrici e documenti sensibili su supporti non crittografati (CD) e la ritenzione illegale degli stessi all’interno dei sistemi informatici del provider, ben oltre i termini di legge previsti dal Codice dei Visti Schengen. A questo si sommano fenomeni endemici di corruzione. Le carte europee hanno evidenziato la strutturale incapacità (o mancata volontà) di arginare l’accaparramento degli slot per gli appuntamenti da parte di reti di bot, che finiscono per rivendere le prenotazioni sul mercato nero a cifre esorbitanti. Riprese in incognito effettuate nella Repubblica Democratica del Congo hanno invece smascherato personale del centro visti intento a garantire illegalmente l’esito positivo delle pratiche in cambio di tangenti. VFS Global, che oggi ha sede a Dubai, è nata nel 2001 in India. Nel 2003, con un primo strategico appalto dal governo britannico si struttura e inizia il processo di fagocitazione del mercato. Nel 2017, sotto la guida del fondo svedese EQT AB, è stata scorporata dalle originarie attività turistiche assorbendo agenzie concorrenti come TT Services e consolidando il proprio monopolio. La definitiva transizione in asset strategico è avvenuta nel 2021 con l’acquisizione maggioritaria da parte del colosso americano Blackstone, per culminare nel 2024 con l’ingresso del fondo sovrano di Singapore, Temasek. Quest’ultimo, acquisendo il 18% delle quote per 950 milioni di dollari, ha proiettato la valutazione complessiva dell’impresa a 7 miliardi di dollari. Nonostante la gravità di tali irregolarità comprometta la sicurezza intrinseca dei dati e dei diritti fondamentali, le cancellerie europee continuano a tollerare. Il privato fa profitto sulla mobilità dei poveri, confermando che la mobilità è una questione economica, in ogni senso e direzione, sempre comunque a svantaggio dei più poveri di ogni nazione. The post VFS Global: l’impero che fa soldi sulla privatizzazione dei visti turistici appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 17, 2026
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Gli stoccaggi europei di gas sono scesi ai minimi storici
I livelli di stoccaggio di gas dei Paesi europei hanno raggiunto un minimo storico, attestandosi su una media di circa il 55%, in un periodo in cui i depositi dovrebbero essere quasi pieni in vista del prossimo inverno. Lo attestano i dati di AGSI+ (Aggregated Gas Storage Inventory), gestiti da Gas Infrastructure Europe, che comprendono il 100% del mercato dello stoccaggio di gas nel territorio dell’UE. I principali fattori che hanno portato a una carenza in termini di scorte energetiche sono l’attuale blocco dello Stretto di Hormuz, da cui prima della guerra transitava circa il 20% del petrolio globale e il 30% di quello commerciato via mare, e la prevista fine totale delle importazioni di gas russo dal 2027. Le conseguenze di questo scenario sono un forte aumento dei prezzi del gas che non farebbe altro che alimentare l’inflazione nei Paesi europei. Tuttavia, il livello di stoccaggio varia tra le diverse nazioni europee e, tra quelle che presentano i livelli più alti di scorte, al primo posto troviamo la Polonia (con i depositi riempiti all’83,3%) seguita da Portogallo (82,9%) e Italia (74,6%). A seguire compaiono poi Spagna, Danimarca e Austria. La Germania, invece – cuore economico dell’Ue – si posiziona verso la fine della lista con una disponibilità di gas che si ferma al momento al 46,3% dello stoccaggio complessivo. I Paesi con i più bassi livelli di scorte, invece, sono Paesi Bassi (35,7%), Belgio (32,5%) e Svezia (11,5%). In questo scenario, l’Italia vanta un buon livello di stoccaggio soprattutto grazie alla capacità di rigassificazione della Penisola, resa possibile dai numerosi terminali gestiti da Snam, primo operatore europeo nel trasporto di gas naturale. Tuttavia, anche per l’Italia resta alto il rischio dell’aumento dei prezzi energetici, come ha sottolineato l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi. Quest’ultimo ha anche posto l’accento sullo stop definitivo al gas russo che, secondo lui, potrà comportare problemi di approvvigionamento: «Nel momento in cui ci sarà più freddo, a gennaio, non solo non ci saranno i metri cubi russi, ma anche quelli stoccati saranno inferiori», ha affermato recentemente Descalzi. Secondo un’analisi di Wood Mackenzie – gruppo globale di ricerca e consulenza che fornisce dati – anche nell’ipotesi del “miglior scenario”, quello in cui il Qatar riuscisse a tornare alla piena capacità operativa a settembre, la percentuale di riempimento dei depositi di gas nell’Ue toccherebbe il 75 per cento il primo novembre. Negli scorsi anni, invece, in quel periodo, il riempimento medio degli stoccaggi era del 90%. Se, al contrario, ciò non accadesse e lo Stretto di Hormuz restasse chiuso, la percentuale scenderebbe sotto il 70 per cento. In tal caso sarebbe inevitabile un forte aumento dei prezzi del gas: già recentemente, le quotazioni spot del gas europeo sono aumentate di oltre il 50% rispetto ai minimi registrati a metà giugno, superando la soglia dei 60 euro per megawattora. Secondo gli analisti, questo andamento evidenzia come oggi il gas sia diventato persino più sensibile del petrolio alle crisi geopolitiche. In questo contesto, secondo Mackenzie, nemmeno il GNL (gas naturale liquefatto) potrebbe fornire un aiuto immediato, in quanto non sarebbe in grado di migliorare in modo significativo la situazione europea prima del 2028. Secondo Massimo Di Odoardo, vicepresidente Gas and Lng Research di Wood Mackenzie, sono tre i fattori che contribuiranno a tenere alte le quotazioni del gas nei prossimi mesi: le basse scorte europee, la domanda asiatica ancora robusta e una crescita limitata della nuova capacità mondiale di esportazione di gas naturale liquefatto. Una combinazione che potrebbe dispiegare i suoi effetti negativi sui prezzi almeno fino al 2027. A questo si aggiunge il divieto totale di importazione di gas russo: dal 18 marzo scorso, infatti, Bruxelles ha messo al bando i contratti, sia a breve che a lungo termine, con le società russe conclusi o modificati dopo il 17 giugno 2025. L’amministratore delegato di ENI ha definito questa situazione «una preoccupazione per tutta l’Europa». I Paesi europei, infatti, saranno privati dei principali canali di approvvigionamento energetico e i maggiori fornitori del Continente di gas rimarranno USA e Norvegia. Anche la potenza a stelle e strisce però sta registrando un aumento dei costi per il carburante e potrebbe limitare le esportazioni per far fronte alla domanda interna. L’Ue si ritrova, dunque, con un significativo problema di sicurezza energetica, aggravato anche dall’avere escluso completamente il gas russo in un momento in cui si ritrova ad affrontare quella che secondo il Fondo Monetario Internazionale e l’Agenzia internazionale per l’energia potrebbe diventare la peggiore crisi energetica della storia recente.   The post Gli stoccaggi europei di gas sono scesi ai minimi storici appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 31, 2026
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