
La pace che non si equilibra
Comune-info - Friday, July 24, 2026
Protesta del movimento israeliano Mesarvot fuori da un carcere militare a sostegno dei refusnekis, i giovani che rifiutano il servizio militare (Photo by jessflom, dalla pag. Instagram di Mesarvot)Nel suo intervento su La Stampa (Perché serve anche la forza per salvare la pace), Vito Mancuso costruisce un’architettura argomentativa elegante e, in apparenza, ineccepibile: l’etica sarebbe sempre somma di due addendi, valori e situazione reale, e ogni discorso sulla pace che non tenga conto del secondo termine scadrebbe in “utopico idealismo”. Da qui discende la tesi centrale: il disarmo unilaterale è pericoloso, la pace vera è necessariamente “armata”, e il titolo del libro di Leone XIV – Disarmata e disarmante – esprimerebbe un’aspirazione bella ma insostenibile.
I miei maestri mi hanno regalato degli occhiali che faticano a vedere le cose come le vede Mancuso. Mi mostrano che l’intera sua costruzione non regge – non perché si ignori la realtà storica, ma perché la si legge diversamente: il “realismo” di Mancuso non è affatto neutrale, è una precisa scelta ideologica travestita da dato di fatto.
La formula stessa è il problema
Mancuso parte da un’equazione: etica uguale valori più situazione reale. È una formula seducente perché sembra equilibrata, sembra dire “né moralismo né cinismo”. Ma è proprio questo bilanciamento a essere sospetto. Il valore – la vita umana, il rifiuto di uccidere – non può essere mediato da un secondo termine, per quanto “reale”: la coscienza ha un primato che non si negozia con le circostanze. Se il valore è vero, resta vero anche quando il mondo intorno non lo rispetta. Diversamente, ogni potere della storia, compresi i più sanguinari, ha sempre giustificato le proprie guerre proprio invocando “la situazione reale”, “la necessità”, “la minaccia concreta”.
Il realismo etico di Mancuso, visto così, non è un correttivo dell’idealismo: è la struttura logica con cui la ragion di Stato ha sempre zittito la coscienza.
Un realismo vecchio
Bisogna spostare l’attacco su un altro piano. Con l’arrivo dell’arma nucleare e con l’interdipendenza globale, la vecchia opposizione fra “idealisti disarmati” e “realisti armati” è diventata essa stessa irreale. Chi continua a pensare per Stati-nazione che si armano gli uni contro gli altri non sta descrivendo la realtà con più accuratezza: sta semplicemente applicando categorie ottocentesche a un mondo che quelle categorie ha già superato.
La vera analisi realistica della situazione contemporanea – pandemie, crisi climatica, interconnessione economica, armamenti capaci di autodistruzione reciproca – mostra che la corsa al riarmo non produce sicurezza ma escalation. In questo senso l’accusa di Mancuso si capovolge: non è il papa l’idealista e Mancuso il realista, ma il contrario. L’utopia della pace non è un supplemento nobile da “nutrire” accanto al realismo, come scrive Mancuso in chiusura, quasi fosse un abbellimento: è essa stessa, oggi, l’unica forma corretta di realismo.
L’errore di categoria: pace “armata” contro pace “disarmata”
C’è qualcosa da dire sulla stessa architettura concettuale dell’articolo. Mancuso costruisce una polarità: da una parte la pace disarmata (bella ma velleitaria), dall’altra la pace armata (concreta e responsabile), e nel finale le fonde in un ossimoro – “pace armata, e proprio per questo disarmante”. Questa polarità è già un errore categoriale. La nonviolenza non è l’assenza di forza: è una forza di segno diverso, positiva, che agisce attraverso l’obiezione, la disobbedienza civile, l’organizzazione dal basso, la pressione morale e politica. Non si tratta quindi di scegliere fra “avere armi” e “non avere nulla”, come suggerisce implicitamente lo schema di Mancuso. C’è una terza via che l’articolo non contempla nemmeno come ipotesi.
Anche gli esempi storici usati da Mancuso – la Svezia che si arma dopo due secoli di pace, la Svizzera mai invasa da Hitler per timore della guerriglia popolare – dimostrano al massimo l’efficacia della deterrenza, non la costruzione della pace. Sono casi di guerra evitata, non di pace edificata. Confondere le due cose è precisamente l’operazione retorica che permette a Mancuso di trasformare due eccezioni fortunate in una legge generale.
La realtà come “dato di natura”: l’obiezione più radicale
Il punto più profondo riguarda una frase quasi di passaggio nell’articolo: la guerra sarebbe “condizione permanente dell’umanità”, “verità scomoda, purtroppo innegabile”. È qui che si annida l’errore decisivo. Presentare la guerra come dato antropologico stabile – come se fosse iscritta nella natura umana quanto la fame o il sonno – è un’operazione retorica, non una constatazione. Serve a rendere immodificabile ciò che in realtà è un ordine storico, costruito da rapporti di potere, economie degli armamenti, culture nazionali: e proprio perché costruito, è trasformabile.
Chiamare “natura” ciò che è “storia” è il modo classico con cui si disinnesca ogni tentativo di cambiamento: se la guerra è natura, resta solo da gestirla meglio (pace armata); se la guerra è storia, va invece rifiutata radicalmente e sostituita con pratiche costruttive di pace.
Sull’uso dei testimoni e delle figure citate
Mancuso cita Teresio Olivelli, ucciso per la resistenza armata, accanto ai testimoni di pace ricordati dal papa, quasi a suggerire un’equivalenza morale fra chi ha impugnato le armi e chi ha scelto la nonviolenza. Ma il gesto del singolo che rischia la vita per un ideale e la pretesa che lo Stato debba armarsi in nome di quello stesso ideale sono piani diversi, e confonderli – trasformare l’eroismo individuale in giustificazione della politica di riarmo nazionale – è un salto logico non innocente.
Il vero bersaglio polemico di questa riflessione non è l’affermazione che le armi esistano, servano, a volte proteggano: nessuno lo negherebbe ingenuamente. Il bersaglio è l’idea che il “realismo” sia una posizione neutra, tecnica, priva di ideologia, mentre chi parla di disarmo starebbe semplicemente sognando. Bisogna rovesciare l’accusa: è ingenuo credere che l’equilibrio del terrore sia pace; è ingenuo scambiare la deterrenza riuscita per un modello universale; è ingenuo, soprattutto, presentare come legge di natura un ordine che è invece frutto di scelte storiche precise, e dunque reversibili. La vera “pace disarmante” non è un ossimoro sofisticato da riservare al finale di un editoriale, ma il nome della sola strada che vale la pena percorrere per intero – non come supplemento estetico al realismo delle armi, ma come sua alternativa reale
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