La scuola Diaz è un luogo del futuro

Comune-info - Wednesday, July 22, 2026
19 luglio 2026, Genova. Foto di Paolo Palazzo (che ringraziamo), tratta dalla pag. fb di Elena Giuliani

Venticinque anni fa sono uscito da questa scuola in barella, umiliato e offeso potrei dire, e dopo tanto tempo sono di nuovo qui, in piedi, ancora offeso, perché lo stato in questi anni non è stato all’altezza della situazione e non ha avuto nemmeno la dignità e il coraggio di chiedere scusa, ma ho superato l’umiliazione, che è diventata consapevolezza e soprattutto voglia di fare, di pensare, di non essere come mi e ci volevano loro, cioè atterriti, impotenti, ridotti all’inerzia.

Questo luogo, la scuola Diaz, è oggi un luogo della memoria, come piazza Alimonda, come la caserma di Bolzaneto, come il G8 di Genova nel suo insieme: non è ancora nella memoria di tutti gli italiani, ma è nella memoria di tutte le persone che non si rassegnano al mondo così com’è, delle persone che vogliono cambiare il mondo nella direzione della giustizia climatica e sociale e quindi lo stanno immaginando e anche costruendo. Perché la memoria serve a questo: a capire il presente, a immaginare il futuro, e intanto agire, costruire reti e anche spezzoni della società di domani.

La scuola Diaz, in questo senso, è un luogo del futuro. Se siamo qui è perché siamo coscienti della storia che abbiamo alle spalle, di che cos’è stato davvero il G8 di Genova, e perché sappiamo che il nostro compito è politicizzare i nostri desideri, trasformarli in un desiderio collettivo e su questa base lottare per un mondo nuovo, un mondo che farà tesoro delle idee portate in piazza 25 anni fa.

Questo è anche un luogo del dolore e della consapevolezza: un luogo in cui le persone, noi che dormivamo nella scuola, sono state ridotte a oggetti, umiliate e offese appunto, ed è per questo che in tutti noi, noi che abbiamo subito le violenze ma anche chiunque abbia compreso che cos’è stata l’irruzione alla Diaz, tutti noi abbiamo acuito, non perduto, l’empatia e l’attenzione per tutti quei casi nei quali le vite umane sono squalificate, ridotte a non-persone, a vite di scarto. Per questo la memoria della Diaz ci porta a indignarci e a chiedere non solo giustizia – quella dovrà arrivare nei tribunali – per Abderrahim Fakir, morto nelle mani della polizia due giorni fa a Bologna, come Federco Aldrovandi, Riccardo Magherini, George Floyd e troppi altri in passato. Noi da qui chiediamo alla polizia spiegazioni, e le vogliamo adesso, perché nel 2001 e negli anni seguenti le forze di polizia hanno dimostrato, nei loro vertici, d’essere incapaci di assumersi le proprie responsabilità e di rendere conto ai cittadini del proprio operato. Ora devono farlo. Non possono pensare di normalizzare queste pratiche, queste morti, così come hanno tentato di normalizzare le violenze istituzionali del 2001.

La memoria della Diaz – l’attenzione alle “vite di scarto” di questa società sempre più violenta – ci fa essere vicini alla popolazione della Striscia di Gaza sottoposta a genocidio con la complicità delle democrazie occidentali, alle persone migranti che vengono lasciate morire in mare e ai confini dell’Europa, umiliate e offese ben più di noi. Chi ha riempito le piazze contro il genocidio nell’autunno scorso, chi è salpato con la Flotilla, chi soccorre in mare, chi aiuta le persone migranti a esercitare il diritto a muoversi nel mondo porta in sé la memoria della Diaz, del G8, la memoria di un movimento che ha rivendicato la giustizia globale, il disarmo, il diritto alla vita, la libertà di movimento.

La memoria è utile perché ci aiuta a capire il presente e poiché viviamo anche noi in un mondo fatto di leggi, di elezioni, di governi e parlamenti, chiediamo che la lezione di Genova sia fatta propria da chi si candida a governare in futuro al posto della destra e quindi diciamo loro – dalla scuola Diaz – che occorre cambiare le leggi e anche cambiare registro. Devono impegnarsi, queste forze politiche, ad abrogare gli ultimi decreti sicurezza del governo Meloni, e anche buona parte di quelli precedenti, che hanno inutilmente e scioccamente limitato libertà e diritti; devono impegnarsi a introdurre l’obbligo per gli agenti di avere un codice di
riconoscimento sulle divise; devono fare in modo che le polizie abbiano regole di condotta ben chiare, trasparenti, note a tutti e pensate per garantire la salute e l’incolumità dei cittadini in qualsiasi situazione si trovino, anche al momento del fermo e dell’arresto; devono prevedere la formazione degli agenti alle tecniche della nonviolenza, come chiedemmo inascolati più di vent’anni fa; devono lavorare perché in futuro le polizie siano disarmate nei servizi di ordine pubblico: la memoria di piazza Alimonda ce lo impone. Serve anche cambiare registro e dare un nuovo senso, anzi il vero senso, alla nozione di sicurezza. Non è vero che la sicurezza non è né di destra né di sinistra; la sicurezza della quale si parla nel discorso pubblico, la sicurezza armata, repressiva, basata sulla paura e sulla percezione di insicurezza senza dati statistici che la confortino, è di destra, è sempre stata di destra, anche quando è stata ed è praticata dalla sinistra; la nostra sicurezza è la sicurezza sociale, la sicurezza sul posto di lavoro, la sicurezza di avere una vita almeno dignitosa: questa è la sicurezza che dobbiamo perseguire se vogliamo essere degni della Costituzione e di chi la scrisse.

Un’ultima cosa, la più importante, con la quale vorrei non celebrare ma dare un senso ai miei 25 anni di sopravvissuto all’irruzione alla scuola Diaz, per usare la definizione di Mark Covell, “survivors”. In tutti questi anni Io non ho mai dimenticato, neanche per un minuto, che cosa facevo qui. Ero a Genova perché avevo letto i comunicati e i testi dell’Ezln e del subcomandante Marcos, perché ero stato al primo Forum sociale mondiale di Porto Alegre, perché sentivo che un movimento pieno di competenza, di slancio, di creatività stava conquistando i pensieri e i desideri di tanta gente, di sempre più gente, e stava lavorando per rendere possibile la trasformazione di questo mondo verso la giustizia sociale. Se ne sono accorti anche nei palazzi del potere, si sono spaventati e hanno agito di conseguenza, con la violenza e con il preciso intento di criminalizzarci. Ma non mi hanno e non ci hanno cambiati: continuiamo a lottare per un mondo di giustizia, di conciliazione con Madre Terra, per un mondo disarmato e nel quale chiunque possa muoversi liberamente, perché il movimento fa parte della natura umana. Ci dicono che è impossibile, che è un’illusione, che nulla può essere davvero cambiato, ma noi sappiamo, perché conosciamo la storia e la memoria dei movimenti sociali, che questo non è vero. La storia è fatta di sorprese, di imprevisti e di rivoluzioni.

Alla scuola Diaz ci hanno umiliati e offesi ma non ci hanno cambiati e
perciò questa scuola è un luogo della memoria non solo per noi che abbiamo subito le violenze, o per chi partecipò alle giornate del luglio 2001, ma anche per chi è venuto dopo: è un luogo nel quale il dolore si è trasformato in desiderio e in azione. Non siamo qui per fare le vittime; siamo qui ma per riprendere il filo del discorso e condividere, più che passare, il testimone: un altro mondo era e continua a essere possibile. La scuola Diaz è un luogo della memoria e un luogo del futuro.

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Testo dell’intervento alla fiaccolata promossa a Genova il 21 luglio 2026. L’ultimo libro di Lorenzo Guadagnucci è Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova (Altreconomia)

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