C’era un ragazzo sull’asfaltoA NOI SONO BASTATI I PRIMI DUE CAPOVERSI DI QUESTO SCRITTO DI HAIDI GIULIANI PER
STRAPPARCI DIVERSE LACRIME. GENOVA 2001, IL MOVIMENTO DEI MOVIMENTI, HAIDI ED
ELENA GIULIANI ABITANO LA NOSTRA MEMORIA BEN PRIMA CHE NASCESSE COMUNE. IL
VOLUME ALIMONDA – CHI HA UCCISO CARLO GIULIANI? (CRONACHE RIBELLI) DI CARLO A.
BACHSCHMIDT CI COSTRINGE A GUARDARE AL LUGLIO 2001 COME A UN TRAUMA MAI
RIMARGINATO: CURARE QUESTA E ALTRE FERITE È IL PRESUPPOSTO IMPRESCINDIBILE PER
CREARE OGGI UN MONDO DIVERSO. COME HAIDI RICORDA NELLA PREFAZIONE, LE MADRES DI
PLAZA DE MAYO HANNO INSEGNATO AL MONDO A SOCIALIZZARE IL DOLORE. TANTI E TANTE
HANNO FATTO PROPRIA QUESTA LEZIONE GRAZIE A LEI. HANNO ANCHE SCOPERTO CHE È
POSSIBILE TRASFORMARE UNA VORAGINE DI LUTTO NELL’INESAURIBILE ENERGIA DI UNA
LOTTA OSTINATA RICCA DI TENEREZZA E RABBIA
Foto di Marica Traverso (dalla pag. fb di Elena Giuliani)
Ero andata in pensione a settembre. Non mi dispiaceva lavorare con i bambini e
le bambine, al contrario. Mi dispiaceva non poter fare scuola come ritenevo
giusto. Come avevamo lavorato negli anni in cui sembrava possibile costruire un
mondo diverso. Così ero andata in pensione, per tristezza dicevo. “Ora potrai
viaggiare”, mi consolavano le amiche. Sono salita su un aereo la prima volta per
raggiungere uno dei miei fratelli in Centroamerica. La seconda in Senegal, senza
giornali né tv, per conoscere l’ambiente, condividere la vita dei ragazzi che
scappavano al di là del mare a fare i vu’ cumprà. A “fare negozio”, come
dicevano loro. Ero tornata da una settimana. Sentivo parlare di assalti alla
«zona rossa», sangue infetto, bombe carta… Non capivo. Dopo l’assalto al cielo,
da quasi vent’anni le manifestazioni a cui avevo partecipato erano praticamente
piacevoli passeggiate insieme a compagne e compagni. Mia figlia era impiegata a
Milano, mio figlio a cena mi aveva detto “Domani c’è il concerto di Manu Chao”.
È arrivato il 20. Nel pomeriggio è arrivato anche Giuliano e si è seduto in sala
a guardare la televisione. Io ero indaffarata in giardino, abbandonato da troppo
tempo. C’era un continuo rumore di elicotteri. Di tanto in tanto alzavo gli
occhi a guardare il fumo nero che sporcava la città giù, verso il mare. “Sembra
di essere in guerra”, ho risposto all’altro fratello, che mi telefonava
preoccupato da Monza. Lui la guerra se la ricordava bene. Con la terra sulle
mani sono entrata in casa. Ho dato un’occhiata allo schermo acceso. C’era un
ragazzo sull’asfalto. Sono andata a lavarmi.
“Lo sprofondo”, ha scritto un mio amico. Non saprei spiegarlo meglio. Da quella
sera tutto è finito in un buco nero, in quello sprofondo. La politica, la
scuola, il matrimonio: tutti i miei fallimenti non hanno contato più niente.
Capivo solo che non avrei potuto difendere mia figlia dallo strazio. Che stavo
annegando. Subito è cominciata la ridda di polizia, avvocati, giornalisti… Non
sono stati giorni facili. Non è stata facile la conversazione avuta in questura.
Un giudice sconosciuto mi impediva di prendere tra le braccia mio figlio. Non è
stato facile riuscire a “corrompere” il guardiano dell’obitorio per poterlo
vedere qualche secondo da uno spiraglio. Annegavo. Poi mi hanno portato in
quella piazza. C’erano tanti giovani. C’erano i suoi amici. Non tutti. In
particolare c’erano quelli che non avevo conosciuto prima, quelli legati alla
sua vita recente. C’era la segatura a coprire il sangue e i fiori a coprire la
segatura. Mi sono seduta su un muretto, sono rimasta lì.
Qualche tempo dopo Elena è dovuta tornare al lavoro, è ripartita. Piazza
Alimonda è diventata la mia casa. Oltre ad amici e amiche di Carlo, si fermavano
tante persone, spesso sconosciute. Mi raccontavano chi una cosa, chi un’altra di
quello che avevano vissuto. Dell’afa, della paura, dei lacrimogeni che cadevano
anche dal cielo… Io guardavo la strada: il sangue era stato asfaltato, si poteva
comunque capire dove era caduto Carlo. Confrontavo quello che avevo davanti agli
occhi con le foto pubblicate e i commenti dei cronisti. No, c’era qualcosa che
non mi tornava. Di notte arrivavano gli immigrati. “Tuo figlio buono”, mi
dicevano due di loro. Arrivava qualche fuori di testa. Uno ha preso casa lì con
me: curava i fiori, i biglietti e i piccoli doni appesi alla cancellata della
chiesa del Rimedio, ne portava di nuovi, raccattati chissà dove. Aveva una
brutta ferita, ricucita malamente, che gli attraversava una mano. Lui mi
permetteva di disinfettarla e fasciarla. Alla fine dell’estate avrei scoperto
che la sua era una specie di follia momentanea: ha riacquistato lucidità quando,
sulla pagina di un quotidiano, ha riconosciuto il suo carnefice, il poliziotto
che a Bolzaneto gli aveva divaricato le dita lacerando il palmo.
Dovevo trovare altre foto, ero sicura che ce ne fossero, anche perché in quella
settimana di luglio era stato allestito il Media Center per gestire la quantità
di informazioni e immagini raccolte dai mediattivisti, fondamentale il ruolo di
Indymedia e di Radio Gap. Ma dove cercare? Così sono venuta a sapere che in via
San Luca, sotto i locali dell’Arci, era nato il Legal Forum. In previsione del
vertice, avvocati provenienti da tutta Italia, aderendo al Genoa Social Forum,
avevano costituito un team per seguire e controllare la situazione durante le
proteste. Per assistere i manifestanti,
spesso stranieri, si era costituita una Segreteria Legale che offriva
indicazioni e consigli.
Non ricordo quando ho incontrato per la prima volta l’autore di questo libro,
quando ho saputo che era consulente tecnico responsabile del Genoa Legal Forum
per l’analisi e l’archiviazione di tutto il materiale video fotografico relativo
alle giornate. Ricordo che da allora e per dieci lunghi anni l’ho sempre
ritrovato, tra volontari e qualche avvocato, a coordinare le attività che si
svolgevano in quelle stanze.
Il pomeriggio del 20 luglio in Alimonda erano presenti otto tra fotografi e
cineoperatori. Otto obiettivi potevano aver fissato gli ultimi momenti nella
vita di mio figlio. Senza contare gli apparecchi fotografici – niente smartphone
all’epoca – dei cittadini che avevano le finestre sulla piazza. Dovevo parlare
con chi aveva ripreso le immagini, trovare nuove istantanee oltre a quelle già
pubblicate. Con le indicazioni ricevute in via San Luca, ho lasciato la piazza e
sono partita a cercarle.
Intanto Bachschmidt e diversi mediattivisti cominciavano a ordinare
testimonianze raccolte, registrazioni audio, la rassegna stampa. A datare il
fiume di immagini e filmati sfuggiti al setaccio delle polizie. Alcuni fotografi
e un regista hanno da subito collaborato sia con la Segreteria Legale che con
noi familiari… Ho rintracciato a Roma i due che mi interessavano maggiormente:
il primo aveva avuto un braccio fratturato e un apparecchio sfasciato mentre
cercava di riprendere Carlo a terra, circondato dagli agenti, ma non aveva
sporto denuncia e “non se la sentiva” – così mi ha detto – di testimoniare. Il
secondo, che in piazza si era trovato in una posizione vantaggiosa sui gradini
della chiesa, mi ha risposto seccamente “non ho niente da dire e niente da
dare”.
Intanto: sono subito iniziate le indagini volte a identificare i “manifestanti
violenti”. Ne vengono individuati 40, tra questi 23 persone sono arrestate il 4
dicembre. L’udienza preliminare si terrà un anno più tardi e la difesa chiederà
inutilmente la modifica del capo di imputazione: “devastazione e saccheggio”, un
reato introdotto sotto il regime fascista col famigerato Codice Rocco del 1930,
tuttora vigente in moltissime sue parti.
Intanto: l’11 settembre due attacchi suicidi contro le Torri Gemelle del World
Trade Center a New York causano quasi tremila vittime e scatenano la “guerra al
terrorismo” da parte degli USA, dando il via alle orribili carneficine in
Afghanistan e in Iraq. I “fatti del G8” non trovano più spazio nei media
italiani.
Intanto: un cugino, da Londra, apre il sito “carlogiuliani.it”. Radio Sherwood
apre, realizza e mantiene il sito “piazzacarlogiuliani.org” per
tanti anni. Scrive Elena, che da sempre lo cura: “Costituito il Comitato, Radio
Sherwood ci ha regalato il dominio e ci ha aiutato a lungo ad aggiornare il sito
che ha continuato a crescere, grazie a diversi contributi generosi, tanto da
presentare versioni in sei lingue straniere. Con il passare degli anni sono
cambiate le piattaforme e i programmi di gestione; di trasloco in trasloco, da
un server all’altro, il nostro sito ha perso le versioni in altre lingue, ha
cambiato veste grafica, ha cambiato anche dominio… Oggi ringraziamo Carlo
Gubitosa per la pazienza e la generosità con cui ci ha supportati e consigliati
oltre che per l’impegno messo nel realizzarlo, e l’Associazione culturale
Altrinformazione che ci ospita sui suoi server”. Quel sito racconta, ancora dopo
25 anni, la storia del comitato voluto da amici e amiche di mio figlio a cui si
sono uniti una sua maestra, un professore del liceo e noi familiari. Non ne farà
parte Edo, caro compagno dei primi anni di scuola, che un aneurisma ci ha rubato
il 2 gennaio 2002. Lo vengo a sapere, con il cuore a pezzi, mentre mi trovo al
secondo Social Forum Mondiale di Porto Alegre, tra una conferenza e una
manifestazione.
Intanto: nascono un centinaio di Social forum locali. Ho cominciato a viaggiare,
da nord a sud e oltre confine. Non mi fermerò per diversi anni. Viaggio per
raccontare i “fatti”, viaggio anche per raccogliere sostegno economico: in via
San Luca si lavora intensamente e c’è bisogno di solidarietà. Viaggio per
imparare.
Per imparare vado da Felicia Impastato, a Cinisi, che mi prende per mano e mi
parla del suo Peppino. A Milano c’è Lydia, madre di Roberto Franceschi. C’è
Licia, moglie di Pino Pinelli, ma in quel momento non passo al suo esame severo.
Ci sono Danila e Maria, madre di Fausto Tinelli e sorella di Lorenzo Iannucci.
Ci sono le Mamme del Leoncavallo. C’è Adele, madre di Luca Rossi. A Pisa c’è
Franco Serantini, un “figlio di nessuno”, e Teresa Mattei, la partigiana
Chicchi, la Madre costituente che ne fa memoria. A Brescia ricordiamo i colleghi
e le colleghe uccisi in Piazza della Loggia. A Bologna il 2 agosto non si può
mancare perché la strage fascista alla stazione non ha ancora detto tutta la
verità. E a marzo ci sono gli amici e le compagne di Francesco Lorusso, colpito
alla schiena vicino alla sua Università. La mia Università si trova a Casa
Cervi, e a Reggio Emilia, con i cinque martiri della canzone che cantavo ai miei
figli bambini. Roma mi regala una nuova grande amica, già amica, quando era
ragazza, di mia sorella Anna, della libreria Uscita: “memoria è lotta!” mi
insegna Paola Staccioli con i suoi libri, mentre lotta contro il tumore. Conosco
Carla Verbano, madre di Valerio, la sorella di Piero Bruno, i compagni di Walter
Rossi, tutto il quartiere di Ciro Principessa…
Le Madres argentine di Plaza de Mayo lo hanno insegnato: è possibile
socializzare il dolore. Hebe De Bonafini mi aveva regalato il fazzoletto bianco
con la scritta Aparición con vida. Lottare contro l’impunità. Nunca más. Lo
ripetiamo anche noi, ai convegni, nelle piazze, nei volantini. Ingenuamente
tento di mettere insieme tutte le vittime della violenza di Stato, di creare una
rete che unisca comitati e associazioni. Non ci riesco. Al termine di alcuni
incontri – a Milano, Genova, Roma e Bologna – concordiamo solo su un sito
comune. Nasce così, grazie alla generosità e all’impegno costante di Francesco
“baro” Barilli, Reti-Invisibili, un portale internet con cui si intende rendere
visibili le nostre attività. Una Banca dati della memoria dove inserire il
profilo di ciascuna associazione, documenti giudiziari, schede e cronologia dei
principali fatti dal dopoguerra, contributi tecnici e giornalistici. Scrive
Barilli: “Cosa lega le vittime delle stragi italiane a quelle uccise dalle forze
dell’ordine, dallo squadrismo neofascista, dalle organizzazioni mafiose? Fatti
diversi tra loro però uniti da un’unica strategia: la negazione della verità da
parte degli apparati dello Stato, conseguenza di insabbiamenti, sottrazione di
documenti processuali rilevanti, sostanziale archiviazione di tutti i
procedimenti in corso. Senza l’accertamento della verità, i familiari delle
vittime di stragi e omicidi compiuti anche da diversi responsabili sono
diventati come invisibili, buoni solo per le ricorrenze e gli anniversari con
cui lo Stato si autoassolve dalle sue responsabilità”.
Un’altra rete nel frattempo conquista le prime pagine di certa stampa: dopo
un’articolata indagine, i reparti speciali dei ROS (Raggruppamento Operativo
Speciale dell’Arma dei Carabinieri) e dei GOM (Gruppo Operativo Mobile, un
reparto speciale della Polizia Penitenziaria) arrestano diciotto attivisti della
“rete meridionale del sud ribelle”, notificando i domiciliari ad altri cinque.
Saranno quarantuno, nel complesso, le persone indagate nel filone d’inchiesta.
Scrive Lorenzo Guadagnucci nel 2003: “L’inchiesta di Cosenza contro la Rete del
Sud Ribelle è stato forse il passaggio più inquietante di quell’involuzione
autoritaria che ha caratterizzato l’Italia del dopo Genova. Nel novembre 2002
venti militanti furono arrestati (e alcuni di loro furono rinchiusi nelle
carceri di massima sicurezza vicino a mafiosi e terroristi) con accuse
pesantissime, per lo più relative ad articoli del codice penale di derivazione
fascista, introdotti nel codice negli anni Trenta, come il “sovvertimento
dell’ordinamento economico costituito nello Stato” […] L’accusa – e questo è il
punto grave – non contesta agli indagati alcun fatto specifico, se non
l’occupazione simbolica di un’agenzia di lavoro interinale e la partecipazione
attiva ai controvertici di Napoli e Genova nel 2001. Fra le imputazioni, per
alcuni, c’è anche la “compartecipazione psichica” agli atti violenti compiuti da
altri. In breve, un castello di accuse dal quale è pressoché impossibile
difendersi: se l’accusa non contesta fatti specifici, come si può replicare?”.
Nel 2008, infine, verrà emessa la sentenza di assoluzione per tutti i 13
imputati rimasti “perché il fatto non sussiste”.
Il sito ProcessiG8 spiega che la segreteria del Genoa Legal Forum coordinava un
centinaio di avvocati impegnati nella difesa dei manifestanti
ingiustamente incarcerati, di coloro che avevano subito la brutalità poliziesca,
che non avevano potuto far valere i loro diritti e così via: “… Si sono così
costituiti alcuni gruppi di lavoro sui principali momenti in cui l’assistenza
legale si è articolata: la tutela delle persone indagate, l’assalto alla Scuola
Diaz, le violenze perpetrate a Bolzaneto, gli arresti e i pestaggi durante le
manifestazioni, i ricorsi contro le espulsioni immotivate e il divieto di
rientro in Italia, i fatti di via Tolemaide e piazza Alimonda culminati con
l’uccisione di Carlo Giuliani”.
Come Bachschmidt racconta in questo libro, Piazza Alimonda è stata isolata dal
contesto di via Tolemaide e subito archiviata, ma è ritornata nel processo a
carico di venticinque manifestanti, i capri espiatori del disastro G8. Nel 2004,
perquisiti, fotografati e schedati, abbiamo potuto assistere alle udienze.
Vedevamo sfilare i testi chiave dell’accusa: i poliziotti e i carabinieri che
comandavano i vari contingenti schierati per le strade della città, tra questi i
responsabili delle cariche immotivate e dei pestaggi. A fianco degli avvocati
della difesa intravedevo Bachschmidt e altri consulenti della Segreteria Legale.
All’inizio eravamo un pubblico numeroso. Chi non mancava mai era Arnaldo
Cestaro, sessantadue anni compiuti quando, nella palestra della scuola Diaz, era
stato picchiato con tanta crudeltà da lasciargli ferite permanenti. Nel 2011
porterà il suo caso davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo –
sostenendo che l’Italia non solo aveva violato i suoi diritti fondamentali
durante l’assalto alla scuola, ma che non aveva fornito adeguate misure per
punire i responsabili – e vincerà la sua battaglia. In realtà sarà una vittoria
per i diritti umani, non solo per le vittime degli abusi di Genova, ma anche per
il sistema giuridico italiano, considerato l’impatto che ha avuto per
l’introduzione del reato di tortura nel codice penale. “Era una persona
speciale” scriverà vent’anni dopo Lorenzo Guadagnucci, suo compagno di sventura:
“Era un militante politico, orgogliosamente comunista, pieno di umanità e di
gentilezza. Era arrivato a Genova per il G8 da Vicenza, con un pullman
organizzato da Rifondazione Comunista, il suo partito, ma non era rientrato col
resto del gruppo. Si era fermato a Genova con l’intenzione di portare un mazzo
di fiori al cimitero di Staglieno, sulla tomba della figlia di una compaesana,
una ragazza morta in un incidente stradale. Arnaldo era così, un uomo gentile,
fedele alle amicizie, attento alle persone che aveva vicino. Quel sabato 21
luglio aveva chiesto consiglio per un luogo in cui passare la notte, e una
signora genovese gli aveva indicato la scuola Diaz di via Battisti. Arnaldo si
era sistemato con le sue borse proprio vicino al portone d’ingresso della
scuola. Fu uno dei primi a essere travolto. “Pensavo fossero quelli del Blocco
nero – avrebbe poi raccontato – e invece era la nostra polizia. Nei mesi
successivi, con altre persone, fummo tra i fondatori del Comitato Verità e
Giustizia per Genova. Arnaldo ne era un simbolo”.
La presidente era la madre di una ragazza di Lecco ferita alla Diaz, dove era
tornata la sera del sabato dopo la manifestazione per riprendersi lo zaino. “Da
quel momento noi l’abbiamo persa fino al lunedì notte quando l’abbiamo
riabbracciata all’uscita dal carcere di Vercelli”, ricordava Enrica Bartesaghi,
“nel frattempo, in quelle lunghissime ore, noi abbiamo scoperto, dopo
innumerevoli telefonate alla questura di Genova, che Sara era stata arrestata
senza sapere perché, che era stata ferita riportando un trauma cranico senza
sapere dove né da chi, che era stata portata in carcere senza sapere quale… Mi è
sembrato di colpo di essere precipitata in un altro paese, in un’altra epoca,
non ero più in Italia nel luglio del 2001, ma nel Cile ai tempi di Pinochet o
nell’Argentina dei colonnelli, da noi – pensavo – non ti spariscono i figli nel
nulla, feriti e sequestrati dalla polizia”. Enrica ha continuato per molti anni
a testimoniare e cercare con determinazione quella Verità e Giustizia per sua
figlia e per le altre persone che quella notte avevano subito maltrattamenti e
pestaggi fino a un soffio dal perdere la vita, come il giornalista inglese Mark
Covell. Quando sono iniziate le udienze per il processo Diaz abbiamo assistito a
testimonianze di grande valore. Ricordo in particolare la compostezza e la
determinazione con cui Lena Zühlke rispondeva alle domande, a volte volgarmente
allusive e provocatorie, degli avvocati della polizia. Chi ha trovato la forza
di venire a deporre, nonostante il dolore e vorrei dire il disgusto del ricordo,
ha dimostrato una dignità e un senso civico che avrebbe dovuto coprire di
vergogna i torturatori e i responsabili di quella sciagurata irruzione. Se ne
fossero stati capaci.
All’interno di Reti-Invisibili, e con il supporto prezioso dell’Osservatorio
Repressione organizzato e coordinato da Italo Di Sabato, si era creato un
rapporto di collaborazione e sostegno reciproco, soprattutto tra le associazioni
di Genova, Bologna, Milano, Pisa e Roma. Negli anni abbiamo dovuto purtroppo
aggiungere altri nomi, altre associazioni, altro dolore, altra ingiustizia.
2003, Milano: Davide Cesare, il nostro Dax, pugnalato per strada con un amico da
due fascisti. Le forze dell’ordine, subito intervenute, hanno ostacolato
l’arrivo delle ambulanze, poi hanno inseguito, manganellato, arrestato i
compagni dei due giovani fino all’interno del Pronto Soccorso dell’Ospedale San
Paolo.
2003, Livorno: Marcello Lonzi, trovato morto nel carcere delle Sughere.
2005, Ferrara: Federico Aldrovandi, diciotto anni, che ritornando a casa una
notte incontrava quattro poliziotti.
2006, Cagliari: Giuseppe Casu, sessantenne pensionato di Quartu Sant’ Elena, di
tanto in tanto vendeva frutta e verdura senza la regolare licenza.
2006, Roma: Renato Biagetti, laureato in ingegneria, accoltellato all’uscita di
una festa reggae sulla spiaggia di Focene da fascisti. Gli assassini pronti per
volare all’estero, uno dei due ha il padre carabiniere.
2006, Trieste: Riccardo Rasman, trentaquattrenne disabile psichico, “arrestato”
nella sua abitazione da tre agenti di polizia perché disturbava i vicini.
2007, Arezzo: Gabriele Sandri, ucciso da un colpo di pistola sparato da un
agente durante una sosta in un’area di servizio.
2007, Perugia: Aldo Bianzino, falegname, trovato morto nel carcere due giorni
dopo il suo arresto per coltivazione di alcune piante di cannabis.
2008, Varese: Giuseppe Uva, fermato da due carabinieri perché ubriaco.
2009, Vallo della Lucania: Francesco Mastrogiovanni, “il maestro più alto del
mondo”, morto durante un trattamento di contenzione meccanica (legato per 87 ore
senza acqua né cibo): era stato fermato dai carabinieri a seguito di un ordine
di TSO del sindaco.
2009, Roma: Stefano Cucchi, arrestato dai carabinieri, morto dopo pochi giorni
durante la custodia cautelare.
2010, Milano: Michele Ferrulli, morto durante l’arresto, le forze dell’ordine
erano state chiamate per “molestie”.
2014, Firenze: Riccardo Magherini, morto durante un fermo ad opera dei
carabinieri.
L’intento del nostro gruppo era quello di rendere visibile, con le vittime, la
repressione che le aveva uccise. Gli abusi, i depistaggi, gli insabbiamenti. Le
promozioni dei responsabili di interventi sciagurati. L’involuzione delle forze
dell’ordine che invece di garantire il diritto di manifestare, difendere le
realtà più deboli e minoritarie e contrastare tutti gli abusi, aggredisce come
nemica ogni diversità: chi dissente, chi occupa case, migranti, rom… L’arrivo di
Patrizia Moretti, madre di Aldrovandi, e più ancora di Ilaria Cucchi, sorella di
Stefano, ha cambiato l’indirizzo da seguire: bisognava togliere le “mele marce”
da un paniere sano, condannando gli esecutori materiali. [Mi scrive Baro a
questo proposito: una cosa del genere l’abbiamo vista anche nel caso del
poliziotto assassino di Rogoredo (una vicenda che davvero, se indagata sul
serio, è la punta dell’iceberg di un sistema) o anche nel caso (meno noto ma
persino più grave) della caserma dei CC chiusa a Piacenza. Parlo di un fatto di
5 o 6 anni fa: un’intera caserma nel centro di Piacenza fu posta sotto sequestro
e diversi militari arrestati. I reati contestati erano agghiaccianti; vado a
memoria: traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione,
arresto illegale, tortura, lesioni personali, peculato, abuso d’ufficio… Tutto
questo per dire che altro che mele marce: abbiamo un problema col frutteto].
Naturalmente la nuova linea di condotta è stata subito accolta ai piani alti ma
è piaciuta anche all’opinione pubblica: è più rassicurante poter dare la colpa a
dei singoli invece di mettere in discussione un intero sistema. Sarà la fine di
Reti-Invisibili.
Ho viaggiato da un treno all’altro, da un dibattito organizzato da un Social
forum all’assemblea di un circolo Arci, da una festa di Liberazione a una di
Legambiente, passando da scuole e centri sociali. Ho ricevuto un’accoglienza
calda e solidale da chi non si limitava alla prima impressione, alla prima
immagine, ma cercava di capire. Ho conosciuto persone bellissime, “belle dentro”
come diceva mio figlio. Tra quelle che incontravo spesso, alle diverse
iniziative, Vittorio Agnoletto era infaticabile nel denunciare ingiustizie e
soprusi, assumendosi con coraggio le responsabilità anche a costo di subirne le
conseguenze. Instancabile, ancora oggi.
A Genova, Bachschmidt e la Segreteria Legale continuavano a lavorare
intensamente per assistere gli avvocati nei diversi processi: quello a carico
dei 25 manifestanti, quelli relativi ai fatti della scuola Diaz, della caserma
Bolzaneto, ai vari episodi di strada. Penso sia utile sottolineare il grande
lavoro svolto in via San Luca, perché non sono molte le persone che ne sono
venute a conoscenza.
Per la prima volta le foto e le riprese video, acquisite come prove documentali,
sono state determinanti in un processo penale: hanno di-
mostrato la brutalità dell’irruzione nella scuola; hanno smontato la versione
delle forze dell’ordine per quanto riguarda le due bottiglie molotov; hanno
permesso di identificare alcuni degli agenti responsabili delle violenze. La
giurisprudenza ha poi consolidato l’uso delle registrazioni video come prove
documentali legittime, a patto che sia
garantita la loro genuinità e integrità. Sono sempre convinta che, con le
immagini raccolte in piazza Alimonda il mio nuovo avvocato, compagno e amico
fraterno, Gilberto Pagani, in un pubblico dibattimento avrebbe potuto smentire
le deduzioni che hanno portato all’archiviazione dell’uccisione di Carlo…
Ora, però, devo fare un passo indietro e tornare al 2005 quando i comitati
Verità e Giustizia per Genova e Piazza Carlo Giuliani raccoglievano le firme a
sostegno di una petizione popolare, a norma dell’art. 50 della Costituzione,
firme in seguito consegnate, inutilmente, nelle mani del ministro dell’Interno
Giuseppe Pisanu. Nel testo dell’istanza chiedevamo “iniziative legislative volte
a conseguire l’obiettivo di principi ed indirizzi finalizzati ad una moderna
formazione non violenta e ad un costante aggiornamento professionale delle Forze
di polizia” e “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di messa in
atto di norme in materia di identificazione, mediante codice alfanumerico, del
personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile o militare comunque
impiegato in servizio di ordine pubblico”.
Si può leggere nel web che l’introduzione di un codice identificativo per il
personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile (Polizia di Stato,
Polizia penitenziaria) e militare (Carabinieri, Guardia di Finanza) impegnato in
attività di ordine pubblico è un tema dibattuto da anni in Italia. Nonostante le
raccomandazioni del Consiglio d’Europa e le richieste di organizzazioni come
Amnesty International, ad oggi non esiste un obbligo di legge che imponga
l’apposizione di tali codici sulle divise o sui caschi, rafforzando
l’impunibilità degli agenti e rendendo l’Italia un’eccezione rispetto alla
maggior parte dei Paesi europei.
Anche gli abitanti della Val di Susa, dove salivo per la prima volta quell’anno,
ne trarrebbero un beneficio. Da molto tempo uomini e donne che cercano di
difendere il loro territorio dalle distruzioni e dai veleni prodotti dagli scavi
per l’Alta Velocità vengono controllati, fermati, feriti, bombardati di gas CS
(usato anche a Genova ma proibito in guerra dalla Convenzione di Ginevra).
Vengono accusati di pesanti reati dai PM di Torino, come resistenza aggravata a
pubblico ufficiale o devastazione e saccheggio. Ricevono fogli di via e dure –
quanto assurde – misure cautelari. Non succede solo ai ragazzi: Nicoletta Dosio,
docente di lettere antiche in pensione, mia cara amica, ha avuto tutto questo:
le hanno rotto il naso, è stata incarcerata, messa agli arresti domiciliari per
via del covid, impossibilitata a ricevere cure e amicizie mentre il marito era
gravemente ammalato. Non mi si dica che questa è giustizia. È stupida vendetta,
è crudeltà.
Mi sono sentita subito a casa in quella valle, subito compresa e accolta con
generosità, e da allora sono ritornata molte volte, trovando nuove sorelle
quando, alcuni anni più tardi, si è costituito il fantastico gruppo delle Mamme
in piazza per la libertà di dissenso. È un’associazione di mamme delle ragazze e
dei ragazzi di Torino sottoposti a pesanti misure cautelari e processi per aver
partecipato a manifestazioni e iniziative antirazziste, antifasciste e in difesa
del territorio. Si sono riunite in gruppo per sostenere tutti e tutte i giovani
attivisti, e per denunciare la situazione di ingiustizia e di repressione che
nega il diritto al dissenso e alla protesta.
A Genova il nostro Comitato era formato inizialmente da sedici persone che si
erano avvicendate nei diversi ruoli. Il primo presidente è stato il caro
Giuseppe Coscione, professore di Carlo al liceo, che continua a sostenerci. Tra
gli altri voglio ricordare Pietro Ugo Bertolino, uno degli amici più costanti
che purtroppo ci ha lasciato contro la sua volontà a causa di una sofferta
malattia. È soprattutto merito suo se, dopo varie domande e altrettanti rifiuti,
abbiamo deciso di raccogliere e presentare le firme necessarie per posizionare
il cippo al centro dell’aiuola. Ha scritto Lorenzo Guadagnucci: “L’altare
abusivo finora ha fatto comodo a tutti. Ha permesso di ricordare Carlo e
attraverso di lui tutte le vittime di quelle giornate torride di luglio, senza
cambiare la toponomastica cittadina e senza disturbare nessuno. Il Comune ha
potuto limitarsi ad osservare. Non c’è stato bisogno di una discussione pubblica
sulla memoria cittadina: l’altare c’era, ma era ufficioso, svolgeva la sua
funzione e consentiva a tutti di stare al coperto. Ora è tempo di prendere
posizione. Il Comitato Piazza Carlo Giuliani ha avviato una raccolta di firme
per mettere un cippo in marmo nell’aiuola al centro della piazza. Sul cippo
saranno incisi solo nome, cognome e data: non serve nulla di più. Non ci sono
intenti celebrativi, e tanto meno di rivincita: si tratta di dare forma
materiale, concreta a un tratto di memoria che la città di Genova non ha ancora
assimilato. Quel cippo poteva essere lì già da tempo. In altri momenti, con
uomini più coraggiosi, non ci sarebbe voluta una raccolta di firme, promossa da
un Comitato animato dai familiari e dagli amici della vittima, per fermare con
una targa nel ricordo della città e dei cittadini un episodio così grave e così
importante per la vita democratica e civile di Genova
e dell’intero paese. Ma oggi, nei luoghi del potere, il coraggio è un bene
raro”.
La richiesta è stata formalmente presentata all’allora sindaco di Genova,
accompagnata dal progetto, e si è giunti in seguito alla discussione in
Consiglio comunale, sostenuta da una mozione e appoggiata dal centrosinistra con
qualche defezione. E Tursi ha autorizzato. Perché un cippo? Una targa posta in
precedenza con incisa una frase di Gandhi era stata giudicata “pericolosa”, in
seguito lordata di vernice nera, infine spaccata. Un sasso è per natura
“resistente”: resiste alle calamità del tempo come ad altre, di altra origine.
Inoltre, una cooperativa di cavatori di Massa Carrara aveva fatto sapere a
Pierugo di voler donare a Carlo un blocco di marmo, cioè il più bel “sasso” che
perfino un ragazzo come lui, naturalmente poco incline a monumenti, avrebbe
apprezzato.
Nel 2006 Stefania Zuccari, mamma di Renato Biagetti, aveva iniziato a
raccogliere attorno a sé un gruppo antifascista tutto al femminile: le Madri per
Roma Città Aperta. Ha aderito subito Rosa Piro, mamma di Dax, e io che nel
frattempo stavo diventando romana. Infatti, nell’illusione di poter seguire da
vicino i lavori della commissione parlamentare di inchiesta sul G8 prevista dal
governo Prodi, avevo accettato la candidatura di Rifondazione Comunista. Ero
entrata in Senato a ottobre, in tempo per vedere bocciata la proposta di
commissione. Mi sentivo inadatta al ruolo, prigioniera in quella gabbia dorata
che si era rivelata presto un votificio. Mi mancavano l’esperienza e il rapporto
con il territorio. Così usavo il mio tesserino magico nel tempo libero, dal
venerdì pomeriggio al martedì mattina, per continuare a imparare. Ho viaggiato
da un lager per immigrati a una prigione, da una casa circondariale a un carcere
con 41 bis (fine pena mai), da un campo sinti o rom ancora a un istituto di
pena, con la collaborazione di compagni delle diverse regioni. Dopo un anno e
mezzo il governo è caduto per un cambio di casacca, tanto era risicata la nostra
maggioranza, e ho dovuto interrompere quelle terribili lezioni. Non sono stata
davvero utile a nessuno, ho solo allacciato alcuni forti legami di amicizia che
durano ancora oggi.
Tra il 2008 e il 2012 Bach – come mi piace chiamarlo data la mia difficoltà ad
usare il nome di mio figlio – era ancora impegnato come perito nei processi
giunti al secondo grado di giudizio. Oltre alle consulenze acquisite durante i
processi, ha curato la produzione di video indipendenti, tra cui Blocco nero,
presentato a settembre alla Mostra del Cinema di Venezia. Nello stesso anno ha
portato al Festival di Internazionale, a Ferrara, I giorni di Genova, racconto
civile dei fatti del G8, e mi ha chiamato a partecipare. Era la prima volta che
ci trovavamo insieme fuori dalle stanze di via San Luca.
Il 5 luglio 2012 viene scritta la sentenza definitiva sul blitz alla scuola
Diaz. Mentre in Italia grandi industriali, mafie e perfino amministratori
devastano e saccheggiano liberamente interi territori avvelenando e ammalando le
popolazioni. Mentre si confermano lievi condanne per i vertici della polizia e i
torturatori Diaz e Bolzaneto. Mentre qualche super poliziotto della “macelleria
messicana” viene premiato e fa carriera. Mentre gli assassini di Aldrovandi
vengono applauditi dai colleghi… il 13 luglio 2012 si tiene l’ultima udienza in
corte di Cassazione con cui dieci manifestanti che non avevano ucciso né
danneggiato persone, al più qualche vetrina, vengono riconosciuti responsabili
del disastro G8. La corte infatti li dichiara colpevoli del reato di
devastazione e saccheggio e li condanna a pene che vanno da un minimo di 6 anni
e 6 mesi a 15 anni.
Bach vuota le stanze della Segreteria Legale, consegna tutto al Centro
Documentazione Lorusso-Giuliani presso il Vag di Bologna e sale in
Val di Susa per raccontare in un documentario i monti, i boschi e la
lotta del popolo No Tav.
L’anno seguente la Corte europea dei diritti dell’uomo condannerà il
nostro paese, definendo tortura quanto avvenuto nella scuola Diaz, e
evidenziando la mancanza di leggi adeguate.
Poi abbiamo perso la voce. Non riuscivamo più a parlare dei nostri figli
indagati, carcerati, uccisi. Ai confini, che noi vorremmo sempre aperti,
morivano a centinaia – anzi a migliaia – i figli e le figlie di altri paesi.
Uccisi dal freddo sulle montagne, schiacciati aggrappati sotto i camion,
annegati nel nostro mare. Uccisi dall’egoismo di una società predatoria che si
fa assassina per mantenere i propri privilegi. Il proprio dannato “stile di
vita”. E le guerre, e lo sterminio della Palestina… Eppure. Eppure è questo che
ci insegnano Paola e Claudio Regeni con la loro lotta tenace: riuscire a rendere
un po’ più giusto il nostro orticello serve alla giustizia di tutto il mondo.
Scrive Giorgia Mazzucato in Stomaco: “Perché il G8 di Genova, perché io? Perché
parla anche di me, che non c’ero. Di tutto quello che in quei giorni ho perso
senza saperlo. Di quel nodo che riporta a oggi nel mezzo del mondo. Nel mezzo di
questo mondo di tiranni, silenzi e statue d’oro”. Perciò, per il tuo lavoro,
grazie Bach!
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