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GENOVA 2001-2026: 25 ANNI DALLE MOBILITAZIONI CONTRO IL G8, “IN OGNI CASO NESSUN RIMORSO”. SABATO L’ASSEMBLEA, DOMENICA IL CORTEO NAZIONALE.
Genova si prepara ad accogliere le iniziative in occasione del 25esimo anniversario delle grandi mobilitazioni contro il G8 avvenute nel luglio del 2001. 25 anni fa Radio Onda d’Urto raccontava, dall’interno del percorso di Radio Gap, le grandi mobilitazioni contro il G8 di Genova. Dai convegni ai cortei la copertura del contro-vertice fu totale, e fu possibile grazie alla creazione di un vero e proprio media center dal basso dove Radio Gap era un pezzo, importante, di un ingranaggio di contro narrazione che passava da tante realtà. Qui uno speciale che la nostra redazione ha realizzato in occasione del ventennale. In quelle giornate di un quarto di secolo fa, la repressione di stato si abbattè sulle piazze tematiche e sul corteo unitario con una violenza che quasi nessuno e nessuna aveva previsto. Colpi di pistola sparati dalla camionetta dei carabinieri uccisero Carlo Giuliani il 20 luglio in piazza Alimonda e nella notte del 21 luglio poi ci sarà l’irruzione, pretestuosa, alle scuole Diaz e Pascoli e il massacro di centinaia di uomini e donne. A 25 anni da quelle giornate, Genova accoglierà diverse iniziative. L’appuntamento principale sarà domenica 19 luglio con il corteo nazionale. Il concentramento è alle 15.30 in Piazza Alimonda, rinominata “Carlo Giuliani”. “In ogni caso nessun rimorso”, lo slogan di lancio della manifestazione. Un pre-concentramento di studenti e studentesse è previsto davanti alla Scuola Diaz alle ore 14.30 con lo “spezzone giovani, contro guerra, leva, fascismo e repressione”. Ne parla, a Radio Onda d’Urto, Simona del csa Buridda e di Genova Antifascista. Ascolta o scarica. Il giorno prima, sabato, l’assemblea nazionale indetta dalla rete No Kings. L’appuntamento è alle ore 11 presso Palazzo Ducale, Genova. Ce ne parla Luca Blasi di No Kings Italia. Ascolta o scarica.
July 15, 2026
Radio Onda d`Urto
C’era un ragazzo sull’asfalto
A NOI SONO BASTATI I PRIMI DUE CAPOVERSI DI QUESTO SCRITTO DI HAIDI GIULIANI PER STRAPPARCI DIVERSE LACRIME. GENOVA 2001, IL MOVIMENTO DEI MOVIMENTI, HAIDI ED ELENA GIULIANI ABITANO LA NOSTRA MEMORIA BEN PRIMA CHE NASCESSE COMUNE. IL VOLUME ALIMONDA – CHI HA UCCISO CARLO GIULIANI? (CRONACHE RIBELLI) DI CARLO A. BACHSCHMIDT CI COSTRINGE A GUARDARE AL LUGLIO 2001 COME A UN TRAUMA MAI RIMARGINATO: CURARE QUESTA E ALTRE FERITE È IL PRESUPPOSTO IMPRESCINDIBILE PER CREARE OGGI UN MONDO DIVERSO. COME HAIDI RICORDA NELLA PREFAZIONE, LE MADRES DI PLAZA DE MAYO HANNO INSEGNATO AL MONDO A SOCIALIZZARE IL DOLORE. TANTI E TANTE HANNO FATTO PROPRIA QUESTA LEZIONE GRAZIE A LEI. HANNO ANCHE SCOPERTO CHE È POSSIBILE TRASFORMARE UNA VORAGINE DI LUTTO NELL’INESAURIBILE ENERGIA DI UNA LOTTA OSTINATA RICCA DI TENEREZZA E RABBIA Foto di Marica Traverso (dalla pag. fb di Elena Giuliani) Ero andata in pensione a settembre. Non mi dispiaceva lavorare con i bambini e le bambine, al contrario. Mi dispiaceva non poter fare scuola come ritenevo giusto. Come avevamo lavorato negli anni in cui sembrava possibile costruire un mondo diverso. Così ero andata in pensione, per tristezza dicevo. “Ora potrai viaggiare”, mi consolavano le amiche. Sono salita su un aereo la prima volta per raggiungere uno dei miei fratelli in Centroamerica. La seconda in Senegal, senza giornali né tv, per conoscere l’ambiente, condividere la vita dei ragazzi che scappavano al di là del mare a fare i vu’ cumprà. A “fare negozio”, come dicevano loro. Ero tornata da una settimana. Sentivo parlare di assalti alla «zona rossa», sangue infetto, bombe carta… Non capivo. Dopo l’assalto al cielo, da quasi vent’anni le manifestazioni a cui avevo partecipato erano praticamente piacevoli passeggiate insieme a compagne e compagni. Mia figlia era impiegata a Milano, mio figlio a cena mi aveva detto “Domani c’è il concerto di Manu Chao”. È arrivato il 20. Nel pomeriggio è arrivato anche Giuliano e si è seduto in sala a guardare la televisione. Io ero indaffarata in giardino, abbandonato da troppo tempo. C’era un continuo rumore di elicotteri. Di tanto in tanto alzavo gli occhi a guardare il fumo nero che sporcava la città giù, verso il mare. “Sembra di essere in guerra”, ho risposto all’altro fratello, che mi telefonava preoccupato da Monza. Lui la guerra se la ricordava bene. Con la terra sulle mani sono entrata in casa. Ho dato un’occhiata allo schermo acceso. C’era un ragazzo sull’asfalto. Sono andata a lavarmi. “Lo sprofondo”, ha scritto un mio amico. Non saprei spiegarlo meglio. Da quella sera tutto è finito in un buco nero, in quello sprofondo. La politica, la scuola, il matrimonio: tutti i miei fallimenti non hanno contato più niente. Capivo solo che non avrei potuto difendere mia figlia dallo strazio. Che stavo annegando. Subito è cominciata la ridda di polizia, avvocati, giornalisti… Non sono stati giorni facili. Non è stata facile la conversazione avuta in questura. Un giudice sconosciuto mi impediva di prendere tra le braccia mio figlio. Non è stato facile riuscire a “corrompere” il guardiano dell’obitorio per poterlo vedere qualche secondo da uno spiraglio. Annegavo. Poi mi hanno portato in quella piazza. C’erano tanti giovani. C’erano i suoi amici. Non tutti. In particolare c’erano quelli che non avevo conosciuto prima, quelli legati alla sua vita recente. C’era la segatura a coprire il sangue e i fiori a coprire la segatura. Mi sono seduta su un muretto, sono rimasta lì. Qualche tempo dopo Elena è dovuta tornare al lavoro, è ripartita. Piazza Alimonda è diventata la mia casa. Oltre ad amici e amiche di Carlo, si fermavano tante persone, spesso sconosciute. Mi raccontavano chi una cosa, chi un’altra di quello che avevano vissuto. Dell’afa, della paura, dei lacrimogeni che cadevano anche dal cielo… Io guardavo la strada: il sangue era stato asfaltato, si poteva comunque capire dove era caduto Carlo. Confrontavo quello che avevo davanti agli occhi con le foto pubblicate e i commenti dei cronisti. No, c’era qualcosa che non mi tornava. Di notte arrivavano gli immigrati. “Tuo figlio buono”, mi dicevano due di loro. Arrivava qualche fuori di testa. Uno ha preso casa lì con me: curava i fiori, i biglietti e i piccoli doni appesi alla cancellata della chiesa del Rimedio, ne portava di nuovi, raccattati chissà dove. Aveva una brutta ferita, ricucita malamente, che gli attraversava una mano. Lui mi permetteva di disinfettarla e fasciarla. Alla fine dell’estate avrei scoperto che la sua era una specie di follia momentanea: ha riacquistato lucidità quando, sulla pagina di un quotidiano, ha riconosciuto il suo carnefice, il poliziotto che a Bolzaneto gli aveva divaricato le dita lacerando il palmo. Dovevo trovare altre foto, ero sicura che ce ne fossero, anche perché in quella settimana di luglio era stato allestito il Media Center per gestire la quantità di informazioni e immagini raccolte dai mediattivisti, fondamentale il ruolo di Indymedia e di Radio Gap. Ma dove cercare? Così sono venuta a sapere che in via San Luca, sotto i locali dell’Arci, era nato il Legal Forum. In previsione del vertice, avvocati provenienti da tutta Italia, aderendo al Genoa Social Forum, avevano costituito un team per seguire e controllare la situazione durante le proteste. Per assistere i manifestanti, spesso stranieri, si era costituita una Segreteria Legale che offriva indicazioni e consigli. Non ricordo quando ho incontrato per la prima volta l’autore di questo libro, quando ho saputo che era consulente tecnico responsabile del Genoa Legal Forum per l’analisi e l’archiviazione di tutto il materiale video fotografico relativo alle giornate. Ricordo che da allora e per dieci lunghi anni l’ho sempre ritrovato, tra volontari e qualche avvocato, a coordinare le attività che si svolgevano in quelle stanze. Il pomeriggio del 20 luglio in Alimonda erano presenti otto tra fotografi e cineoperatori. Otto obiettivi potevano aver fissato gli ultimi momenti nella vita di mio figlio. Senza contare gli apparecchi fotografici – niente smartphone all’epoca – dei cittadini che avevano le finestre sulla piazza. Dovevo parlare con chi aveva ripreso le immagini, trovare nuove istantanee oltre a quelle già pubblicate. Con le indicazioni ricevute in via San Luca, ho lasciato la piazza e sono partita a cercarle. Intanto Bachschmidt e diversi mediattivisti cominciavano a ordinare testimonianze raccolte, registrazioni audio, la rassegna stampa. A datare il fiume di immagini e filmati sfuggiti al setaccio delle polizie. Alcuni fotografi e un regista hanno da subito collaborato sia con la Segreteria Legale che con noi familiari… Ho rintracciato a Roma i due che mi interessavano maggiormente: il primo aveva avuto un braccio fratturato e un apparecchio sfasciato mentre cercava di riprendere Carlo a terra, circondato dagli agenti, ma non aveva sporto denuncia e “non se la sentiva” – così mi ha detto – di testimoniare. Il secondo, che in piazza si era trovato in una posizione vantaggiosa sui gradini della chiesa, mi ha risposto seccamente “non ho niente da dire e niente da dare”. Intanto: sono subito iniziate le indagini volte a identificare i “manifestanti violenti”. Ne vengono individuati 40, tra questi 23 persone sono arrestate il 4 dicembre. L’udienza preliminare si terrà un anno più tardi e la difesa chiederà inutilmente la modifica del capo di imputazione: “devastazione e saccheggio”, un reato introdotto sotto il regime fascista col famigerato Codice Rocco del 1930, tuttora vigente in moltissime sue parti. Intanto: l’11 settembre due attacchi suicidi contro le Torri Gemelle del World Trade Center a New York causano quasi tremila vittime e scatenano la “guerra al terrorismo” da parte degli USA, dando il via alle orribili carneficine in Afghanistan e in Iraq. I “fatti del G8” non trovano più spazio nei media italiani. Intanto: un cugino, da Londra, apre il sito “carlogiuliani.it”. Radio Sherwood apre, realizza e mantiene il sito “piazzacarlogiuliani.org” per tanti anni. Scrive Elena, che da sempre lo cura: “Costituito il Comitato, Radio Sherwood ci ha regalato il dominio e ci ha aiutato a lungo ad aggiornare il sito che ha continuato a crescere, grazie a diversi contributi generosi, tanto da presentare versioni in sei lingue straniere. Con il passare degli anni sono cambiate le piattaforme e i programmi di gestione; di trasloco in trasloco, da un server all’altro, il nostro sito ha perso le versioni in altre lingue, ha cambiato veste grafica, ha cambiato anche dominio… Oggi ringraziamo Carlo Gubitosa per la pazienza e la generosità con cui ci ha supportati e consigliati oltre che per l’impegno messo nel realizzarlo, e l’Associazione culturale Altrinformazione che ci ospita sui suoi server”. Quel sito racconta, ancora dopo 25 anni, la storia del comitato voluto da amici e amiche di mio figlio a cui si sono uniti una sua maestra, un professore del liceo e noi familiari. Non ne farà parte Edo, caro compagno dei primi anni di scuola, che un aneurisma ci ha rubato il 2 gennaio 2002. Lo vengo a sapere, con il cuore a pezzi, mentre mi trovo al secondo Social Forum Mondiale di Porto Alegre, tra una conferenza e una manifestazione. Intanto: nascono un centinaio di Social forum locali. Ho cominciato a viaggiare, da nord a sud e oltre confine. Non mi fermerò per diversi anni. Viaggio per raccontare i “fatti”, viaggio anche per raccogliere sostegno economico: in via San Luca si lavora intensamente e c’è bisogno di solidarietà. Viaggio per imparare. Per imparare vado da Felicia Impastato, a Cinisi, che mi prende per mano e mi parla del suo Peppino. A Milano c’è Lydia, madre di Roberto Franceschi. C’è Licia, moglie di Pino Pinelli, ma in quel momento non passo al suo esame severo. Ci sono Danila e Maria, madre di Fausto Tinelli e sorella di Lorenzo Iannucci. Ci sono le Mamme del Leoncavallo. C’è Adele, madre di Luca Rossi. A Pisa c’è Franco Serantini, un “figlio di nessuno”, e Teresa Mattei, la partigiana Chicchi, la Madre costituente che ne fa memoria. A Brescia ricordiamo i colleghi e le colleghe uccisi in Piazza della Loggia. A Bologna il 2 agosto non si può mancare perché la strage fascista alla stazione non ha ancora detto tutta la verità. E a marzo ci sono gli amici e le compagne di Francesco Lorusso, colpito alla schiena vicino alla sua Università. La mia Università si trova a Casa Cervi, e a Reggio Emilia, con i cinque martiri della canzone che cantavo ai miei figli bambini. Roma mi regala una nuova grande amica, già amica, quando era ragazza, di mia sorella Anna, della libreria Uscita: “memoria è lotta!” mi insegna Paola Staccioli con i suoi libri, mentre lotta contro il tumore. Conosco Carla Verbano, madre di Valerio, la sorella di Piero Bruno, i compagni di Walter Rossi, tutto il quartiere di Ciro Principessa… Le Madres argentine di Plaza de Mayo lo hanno insegnato: è possibile socializzare il dolore. Hebe De Bonafini mi aveva regalato il fazzoletto bianco con la scritta Aparición con vida. Lottare contro l’impunità. Nunca más. Lo ripetiamo anche noi, ai convegni, nelle piazze, nei volantini. Ingenuamente tento di mettere insieme tutte le vittime della violenza di Stato, di creare una rete che unisca comitati e associazioni. Non ci riesco. Al termine di alcuni incontri – a Milano, Genova, Roma e Bologna – concordiamo solo su un sito comune. Nasce così, grazie alla generosità e all’impegno costante di Francesco “baro” Barilli, Reti-Invisibili, un portale internet con cui si intende rendere visibili le nostre attività. Una Banca dati della memoria dove inserire il profilo di ciascuna associazione, documenti giudiziari, schede e cronologia dei principali fatti dal dopoguerra, contributi tecnici e giornalistici. Scrive Barilli: “Cosa lega le vittime delle stragi italiane a quelle uccise dalle forze dell’ordine, dallo squadrismo neofascista, dalle organizzazioni mafiose? Fatti diversi tra loro però uniti da un’unica strategia: la negazione della verità da parte degli apparati dello Stato, conseguenza di insabbiamenti, sottrazione di documenti processuali rilevanti, sostanziale archiviazione di tutti i procedimenti in corso. Senza l’accertamento della verità, i familiari delle vittime di stragi e omicidi compiuti anche da diversi responsabili sono diventati come invisibili, buoni solo per le ricorrenze e gli anniversari con cui lo Stato si autoassolve dalle sue responsabilità”. Un’altra rete nel frattempo conquista le prime pagine di certa stampa: dopo un’articolata indagine, i reparti speciali dei ROS (Raggruppamento Operativo Speciale dell’Arma dei Carabinieri) e dei GOM (Gruppo Operativo Mobile, un reparto speciale della Polizia Penitenziaria) arrestano diciotto attivisti della “rete meridionale del sud ribelle”, notificando i domiciliari ad altri cinque. Saranno quarantuno, nel complesso, le persone indagate nel filone d’inchiesta. Scrive Lorenzo Guadagnucci nel 2003: “L’inchiesta di Cosenza contro la Rete del Sud Ribelle è stato forse il passaggio più inquietante di quell’involuzione autoritaria che ha caratterizzato l’Italia del dopo Genova. Nel novembre 2002 venti militanti furono arrestati (e alcuni di loro furono rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza vicino a mafiosi e terroristi) con accuse pesantissime, per lo più relative ad articoli del codice penale di derivazione fascista, introdotti nel codice negli anni Trenta, come il “sovvertimento dell’ordinamento economico costituito nello Stato” […] L’accusa – e questo è il punto grave – non contesta agli indagati alcun fatto specifico, se non l’occupazione simbolica di un’agenzia di lavoro interinale e la partecipazione attiva ai controvertici di Napoli e Genova nel 2001. Fra le imputazioni, per alcuni, c’è anche la “compartecipazione psichica” agli atti violenti compiuti da altri. In breve, un castello di accuse dal quale è pressoché impossibile difendersi: se l’accusa non contesta fatti specifici, come si può replicare?”. Nel 2008, infine, verrà emessa la sentenza di assoluzione per tutti i 13 imputati rimasti “perché il fatto non sussiste”. Il sito ProcessiG8 spiega che la segreteria del Genoa Legal Forum coordinava un centinaio di avvocati impegnati nella difesa dei manifestanti ingiustamente incarcerati, di coloro che avevano subito la brutalità poliziesca, che non avevano potuto far valere i loro diritti e così via: “… Si sono così costituiti alcuni gruppi di lavoro sui principali momenti in cui l’assistenza legale si è articolata: la tutela delle persone indagate, l’assalto alla Scuola Diaz, le violenze perpetrate a Bolzaneto, gli arresti e i pestaggi durante le manifestazioni, i ricorsi contro le espulsioni immotivate e il divieto di rientro in Italia, i fatti di via Tolemaide e piazza Alimonda culminati con l’uccisione di Carlo Giuliani”. Come Bachschmidt racconta in questo libro, Piazza Alimonda è stata isolata dal contesto di via Tolemaide e subito archiviata, ma è ritornata nel processo a carico di venticinque manifestanti, i capri espiatori del disastro G8. Nel 2004, perquisiti, fotografati e schedati, abbiamo potuto assistere alle udienze. Vedevamo sfilare i testi chiave dell’accusa: i poliziotti e i carabinieri che comandavano i vari contingenti schierati per le strade della città, tra questi i responsabili delle cariche immotivate e dei pestaggi. A fianco degli avvocati della difesa intravedevo Bachschmidt e altri consulenti della Segreteria Legale. All’inizio eravamo un pubblico numeroso. Chi non mancava mai era Arnaldo Cestaro, sessantadue anni compiuti quando, nella palestra della scuola Diaz, era stato picchiato con tanta crudeltà da lasciargli ferite permanenti. Nel 2011 porterà il suo caso davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – sostenendo che l’Italia non solo aveva violato i suoi diritti fondamentali durante l’assalto alla scuola, ma che non aveva fornito adeguate misure per punire i responsabili – e vincerà la sua battaglia. In realtà sarà una vittoria per i diritti umani, non solo per le vittime degli abusi di Genova, ma anche per il sistema giuridico italiano, considerato l’impatto che ha avuto per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale. “Era una persona speciale” scriverà vent’anni dopo Lorenzo Guadagnucci, suo compagno di sventura: “Era un militante politico, orgogliosamente comunista, pieno di umanità e di gentilezza. Era arrivato a Genova per il G8 da Vicenza, con un pullman organizzato da Rifondazione Comunista, il suo partito, ma non era rientrato col resto del gruppo. Si era fermato a Genova con l’intenzione di portare un mazzo di fiori al cimitero di Staglieno, sulla tomba della figlia di una compaesana, una ragazza morta in un incidente stradale. Arnaldo era così, un uomo gentile, fedele alle amicizie, attento alle persone che aveva vicino. Quel sabato 21 luglio aveva chiesto consiglio per un luogo in cui passare la notte, e una signora genovese gli aveva indicato la scuola Diaz di via Battisti. Arnaldo si era sistemato con le sue borse proprio vicino al portone d’ingresso della scuola. Fu uno dei primi a essere travolto. “Pensavo fossero quelli del Blocco nero – avrebbe poi raccontato – e invece era la nostra polizia. Nei mesi successivi, con altre persone, fummo tra i fondatori del Comitato Verità e Giustizia per Genova. Arnaldo ne era un simbolo”. La presidente era la madre di una ragazza di Lecco ferita alla Diaz, dove era tornata la sera del sabato dopo la manifestazione per riprendersi lo zaino. “Da quel momento noi l’abbiamo persa fino al lunedì notte quando l’abbiamo riabbracciata all’uscita dal carcere di Vercelli”, ricordava Enrica Bartesaghi, “nel frattempo, in quelle lunghissime ore, noi abbiamo scoperto, dopo innumerevoli telefonate alla questura di Genova, che Sara era stata arrestata senza sapere perché, che era stata ferita riportando un trauma cranico senza sapere dove né da chi, che era stata portata in carcere senza sapere quale… Mi è sembrato di colpo di essere precipitata in un altro paese, in un’altra epoca, non ero più in Italia nel luglio del 2001, ma nel Cile ai tempi di Pinochet o nell’Argentina dei colonnelli, da noi – pensavo – non ti spariscono i figli nel nulla, feriti e sequestrati dalla polizia”. Enrica ha continuato per molti anni a testimoniare e cercare con determinazione quella Verità e Giustizia per sua figlia e per le altre persone che quella notte avevano subito maltrattamenti e pestaggi fino a un soffio dal perdere la vita, come il giornalista inglese Mark Covell. Quando sono iniziate le udienze per il processo Diaz abbiamo assistito a testimonianze di grande valore. Ricordo in particolare la compostezza e la determinazione con cui Lena Zühlke rispondeva alle domande, a volte volgarmente allusive e provocatorie, degli avvocati della polizia. Chi ha trovato la forza di venire a deporre, nonostante il dolore e vorrei dire il disgusto del ricordo, ha dimostrato una dignità e un senso civico che avrebbe dovuto coprire di vergogna i torturatori e i responsabili di quella sciagurata irruzione. Se ne fossero stati capaci. All’interno di Reti-Invisibili, e con il supporto prezioso dell’Osservatorio Repressione organizzato e coordinato da Italo Di Sabato, si era creato un rapporto di collaborazione e sostegno reciproco, soprattutto tra le associazioni di Genova, Bologna, Milano, Pisa e Roma. Negli anni abbiamo dovuto purtroppo aggiungere altri nomi, altre associazioni, altro dolore, altra ingiustizia. 2003, Milano: Davide Cesare, il nostro Dax, pugnalato per strada con un amico da due fascisti. Le forze dell’ordine, subito intervenute, hanno ostacolato l’arrivo delle ambulanze, poi hanno inseguito, manganellato, arrestato i compagni dei due giovani fino all’interno del Pronto Soccorso dell’Ospedale San Paolo. 2003, Livorno: Marcello Lonzi, trovato morto nel carcere delle Sughere. 2005, Ferrara: Federico Aldrovandi, diciotto anni, che ritornando a casa una notte incontrava quattro poliziotti. 2006, Cagliari: Giuseppe Casu, sessantenne pensionato di Quartu Sant’ Elena, di tanto in tanto vendeva frutta e verdura senza la regolare licenza. 2006, Roma: Renato Biagetti, laureato in ingegneria, accoltellato all’uscita di una festa reggae sulla spiaggia di Focene da fascisti. Gli assassini pronti per volare all’estero, uno dei due ha il padre carabiniere. 2006, Trieste: Riccardo Rasman, trentaquattrenne disabile psichico, “arrestato” nella sua abitazione da tre agenti di polizia perché disturbava i vicini. 2007, Arezzo: Gabriele Sandri, ucciso da un colpo di pistola sparato da un agente durante una sosta in un’area di servizio. 2007, Perugia: Aldo Bianzino, falegname, trovato morto nel carcere due giorni dopo il suo arresto per coltivazione di alcune piante di cannabis. 2008, Varese: Giuseppe Uva, fermato da due carabinieri perché ubriaco. 2009, Vallo della Lucania: Francesco Mastrogiovanni, “il maestro più alto del mondo”, morto durante un trattamento di contenzione meccanica (legato per 87 ore senza acqua né cibo): era stato fermato dai carabinieri a seguito di un ordine di TSO del sindaco. 2009, Roma: Stefano Cucchi, arrestato dai carabinieri, morto dopo pochi giorni durante la custodia cautelare. 2010, Milano: Michele Ferrulli, morto durante l’arresto, le forze dell’ordine erano state chiamate per “molestie”. 2014, Firenze: Riccardo Magherini, morto durante un fermo ad opera dei carabinieri. L’intento del nostro gruppo era quello di rendere visibile, con le vittime, la repressione che le aveva uccise. Gli abusi, i depistaggi, gli insabbiamenti. Le promozioni dei responsabili di interventi sciagurati. L’involuzione delle forze dell’ordine che invece di garantire il diritto di manifestare, difendere le realtà più deboli e minoritarie e contrastare tutti gli abusi, aggredisce come nemica ogni diversità: chi dissente, chi occupa case, migranti, rom… L’arrivo di Patrizia Moretti, madre di Aldrovandi, e più ancora di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ha cambiato l’indirizzo da seguire: bisognava togliere le “mele marce” da un paniere sano, condannando gli esecutori materiali. [Mi scrive Baro a questo proposito: una cosa del genere l’abbiamo vista anche nel caso del poliziotto assassino di Rogoredo (una vicenda che davvero, se indagata sul serio, è la punta dell’iceberg di un sistema) o anche nel caso (meno noto ma persino più grave) della caserma dei CC chiusa a Piacenza. Parlo di un fatto di 5 o 6 anni fa: un’intera caserma nel centro di Piacenza fu posta sotto sequestro e diversi militari arrestati. I reati contestati erano agghiaccianti; vado a memoria: traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali, peculato, abuso d’ufficio… Tutto questo per dire che altro che mele marce: abbiamo un problema col frutteto]. Naturalmente la nuova linea di condotta è stata subito accolta ai piani alti ma è piaciuta anche all’opinione pubblica: è più rassicurante poter dare la colpa a dei singoli invece di mettere in discussione un intero sistema. Sarà la fine di Reti-Invisibili. Ho viaggiato da un treno all’altro, da un dibattito organizzato da un Social forum all’assemblea di un circolo Arci, da una festa di Liberazione a una di Legambiente, passando da scuole e centri sociali. Ho ricevuto un’accoglienza calda e solidale da chi non si limitava alla prima impressione, alla prima immagine, ma cercava di capire. Ho conosciuto persone bellissime, “belle dentro” come diceva mio figlio. Tra quelle che incontravo spesso, alle diverse iniziative, Vittorio Agnoletto era infaticabile nel denunciare ingiustizie e soprusi, assumendosi con coraggio le responsabilità anche a costo di subirne le conseguenze. Instancabile, ancora oggi. A Genova, Bachschmidt e la Segreteria Legale continuavano a lavorare intensamente per assistere gli avvocati nei diversi processi: quello a carico dei 25 manifestanti, quelli relativi ai fatti della scuola Diaz, della caserma Bolzaneto, ai vari episodi di strada. Penso sia utile sottolineare il grande lavoro svolto in via San Luca, perché non sono molte le persone che ne sono venute a conoscenza. Per la prima volta le foto e le riprese video, acquisite come prove documentali, sono state determinanti in un processo penale: hanno di- mostrato la brutalità dell’irruzione nella scuola; hanno smontato la versione delle forze dell’ordine per quanto riguarda le due bottiglie molotov; hanno permesso di identificare alcuni degli agenti responsabili delle violenze. La giurisprudenza ha poi consolidato l’uso delle registrazioni video come prove documentali legittime, a patto che sia garantita la loro genuinità e integrità. Sono sempre convinta che, con le immagini raccolte in piazza Alimonda il mio nuovo avvocato, compagno e amico fraterno, Gilberto Pagani, in un pubblico dibattimento avrebbe potuto smentire le deduzioni che hanno portato all’archiviazione dell’uccisione di Carlo… Ora, però, devo fare un passo indietro e tornare al 2005 quando i comitati Verità e Giustizia per Genova e Piazza Carlo Giuliani raccoglievano le firme a sostegno di una petizione popolare, a norma dell’art. 50 della Costituzione, firme in seguito consegnate, inutilmente, nelle mani del ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu. Nel testo dell’istanza chiedevamo “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di principi ed indirizzi finalizzati ad una moderna formazione non violenta e ad un costante aggiornamento professionale delle Forze di polizia” e “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di messa in atto di norme in materia di identificazione, mediante codice alfanumerico, del personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile o militare comunque impiegato in servizio di ordine pubblico”. Si può leggere nel web che l’introduzione di un codice identificativo per il personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile (Polizia di Stato, Polizia penitenziaria) e militare (Carabinieri, Guardia di Finanza) impegnato in attività di ordine pubblico è un tema dibattuto da anni in Italia. Nonostante le raccomandazioni del Consiglio d’Europa e le richieste di organizzazioni come Amnesty International, ad oggi non esiste un obbligo di legge che imponga l’apposizione di tali codici sulle divise o sui caschi, rafforzando l’impunibilità degli agenti e rendendo l’Italia un’eccezione rispetto alla maggior parte dei Paesi europei. Anche gli abitanti della Val di Susa, dove salivo per la prima volta quell’anno, ne trarrebbero un beneficio. Da molto tempo uomini e donne che cercano di difendere il loro territorio dalle distruzioni e dai veleni prodotti dagli scavi per l’Alta Velocità vengono controllati, fermati, feriti, bombardati di gas CS (usato anche a Genova ma proibito in guerra dalla Convenzione di Ginevra). Vengono accusati di pesanti reati dai PM di Torino, come resistenza aggravata a pubblico ufficiale o devastazione e saccheggio. Ricevono fogli di via e dure – quanto assurde – misure cautelari. Non succede solo ai ragazzi: Nicoletta Dosio, docente di lettere antiche in pensione, mia cara amica, ha avuto tutto questo: le hanno rotto il naso, è stata incarcerata, messa agli arresti domiciliari per via del covid, impossibilitata a ricevere cure e amicizie mentre il marito era gravemente ammalato. Non mi si dica che questa è giustizia. È stupida vendetta, è crudeltà. Mi sono sentita subito a casa in quella valle, subito compresa e accolta con generosità, e da allora sono ritornata molte volte, trovando nuove sorelle quando, alcuni anni più tardi, si è costituito il fantastico gruppo delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso. È un’associazione di mamme delle ragazze e dei ragazzi di Torino sottoposti a pesanti misure cautelari e processi per aver partecipato a manifestazioni e iniziative antirazziste, antifasciste e in difesa del territorio. Si sono riunite in gruppo per sostenere tutti e tutte i giovani attivisti, e per denunciare la situazione di ingiustizia e di repressione che nega il diritto al dissenso e alla protesta. A Genova il nostro Comitato era formato inizialmente da sedici persone che si erano avvicendate nei diversi ruoli. Il primo presidente è stato il caro Giuseppe Coscione, professore di Carlo al liceo, che continua a sostenerci. Tra gli altri voglio ricordare Pietro Ugo Bertolino, uno degli amici più costanti che purtroppo ci ha lasciato contro la sua volontà a causa di una sofferta malattia. È soprattutto merito suo se, dopo varie domande e altrettanti rifiuti, abbiamo deciso di raccogliere e presentare le firme necessarie per posizionare il cippo al centro dell’aiuola. Ha scritto Lorenzo Guadagnucci: “L’altare abusivo finora ha fatto comodo a tutti. Ha permesso di ricordare Carlo e attraverso di lui tutte le vittime di quelle giornate torride di luglio, senza cambiare la toponomastica cittadina e senza disturbare nessuno. Il Comune ha potuto limitarsi ad osservare. Non c’è stato bisogno di una discussione pubblica sulla memoria cittadina: l’altare c’era, ma era ufficioso, svolgeva la sua funzione e consentiva a tutti di stare al coperto. Ora è tempo di prendere posizione. Il Comitato Piazza Carlo Giuliani ha avviato una raccolta di firme per mettere un cippo in marmo nell’aiuola al centro della piazza. Sul cippo saranno incisi solo nome, cognome e data: non serve nulla di più. Non ci sono intenti celebrativi, e tanto meno di rivincita: si tratta di dare forma materiale, concreta a un tratto di memoria che la città di Genova non ha ancora assimilato. Quel cippo poteva essere lì già da tempo. In altri momenti, con uomini più coraggiosi, non ci sarebbe voluta una raccolta di firme, promossa da un Comitato animato dai familiari e dagli amici della vittima, per fermare con una targa nel ricordo della città e dei cittadini un episodio così grave e così importante per la vita democratica e civile di Genova e dell’intero paese. Ma oggi, nei luoghi del potere, il coraggio è un bene raro”. La richiesta è stata formalmente presentata all’allora sindaco di Genova, accompagnata dal progetto, e si è giunti in seguito alla discussione in Consiglio comunale, sostenuta da una mozione e appoggiata dal centrosinistra con qualche defezione. E Tursi ha autorizzato. Perché un cippo? Una targa posta in precedenza con incisa una frase di Gandhi era stata giudicata “pericolosa”, in seguito lordata di vernice nera, infine spaccata. Un sasso è per natura “resistente”: resiste alle calamità del tempo come ad altre, di altra origine. Inoltre, una cooperativa di cavatori di Massa Carrara aveva fatto sapere a Pierugo di voler donare a Carlo un blocco di marmo, cioè il più bel “sasso” che perfino un ragazzo come lui, naturalmente poco incline a monumenti, avrebbe apprezzato. Nel 2006 Stefania Zuccari, mamma di Renato Biagetti, aveva iniziato a raccogliere attorno a sé un gruppo antifascista tutto al femminile: le Madri per Roma Città Aperta. Ha aderito subito Rosa Piro, mamma di Dax, e io che nel frattempo stavo diventando romana. Infatti, nell’illusione di poter seguire da vicino i lavori della commissione parlamentare di inchiesta sul G8 prevista dal governo Prodi, avevo accettato la candidatura di Rifondazione Comunista. Ero entrata in Senato a ottobre, in tempo per vedere bocciata la proposta di commissione. Mi sentivo inadatta al ruolo, prigioniera in quella gabbia dorata che si era rivelata presto un votificio. Mi mancavano l’esperienza e il rapporto con il territorio. Così usavo il mio tesserino magico nel tempo libero, dal venerdì pomeriggio al martedì mattina, per continuare a imparare. Ho viaggiato da un lager per immigrati a una prigione, da una casa circondariale a un carcere con 41 bis (fine pena mai), da un campo sinti o rom ancora a un istituto di pena, con la collaborazione di compagni delle diverse regioni. Dopo un anno e mezzo il governo è caduto per un cambio di casacca, tanto era risicata la nostra maggioranza, e ho dovuto interrompere quelle terribili lezioni. Non sono stata davvero utile a nessuno, ho solo allacciato alcuni forti legami di amicizia che durano ancora oggi. Tra il 2008 e il 2012 Bach – come mi piace chiamarlo data la mia difficoltà ad usare il nome di mio figlio – era ancora impegnato come perito nei processi giunti al secondo grado di giudizio. Oltre alle consulenze acquisite durante i processi, ha curato la produzione di video indipendenti, tra cui Blocco nero, presentato a settembre alla Mostra del Cinema di Venezia. Nello stesso anno ha portato al Festival di Internazionale, a Ferrara, I giorni di Genova, racconto civile dei fatti del G8, e mi ha chiamato a partecipare. Era la prima volta che ci trovavamo insieme fuori dalle stanze di via San Luca. Il 5 luglio 2012 viene scritta la sentenza definitiva sul blitz alla scuola Diaz. Mentre in Italia grandi industriali, mafie e perfino amministratori devastano e saccheggiano liberamente interi territori avvelenando e ammalando le popolazioni. Mentre si confermano lievi condanne per i vertici della polizia e i torturatori Diaz e Bolzaneto. Mentre qualche super poliziotto della “macelleria messicana” viene premiato e fa carriera. Mentre gli assassini di Aldrovandi vengono applauditi dai colleghi… il 13 luglio 2012 si tiene l’ultima udienza in corte di Cassazione con cui dieci manifestanti che non avevano ucciso né danneggiato persone, al più qualche vetrina, vengono riconosciuti responsabili del disastro G8. La corte infatti li dichiara colpevoli del reato di devastazione e saccheggio e li condanna a pene che vanno da un minimo di 6 anni e 6 mesi a 15 anni. Bach vuota le stanze della Segreteria Legale, consegna tutto al Centro Documentazione Lorusso-Giuliani presso il Vag di Bologna e sale in Val di Susa per raccontare in un documentario i monti, i boschi e la lotta del popolo No Tav. L’anno seguente la Corte europea dei diritti dell’uomo condannerà il nostro paese, definendo tortura quanto avvenuto nella scuola Diaz, e evidenziando la mancanza di leggi adeguate. Poi abbiamo perso la voce. Non riuscivamo più a parlare dei nostri figli indagati, carcerati, uccisi. Ai confini, che noi vorremmo sempre aperti, morivano a centinaia – anzi a migliaia – i figli e le figlie di altri paesi. Uccisi dal freddo sulle montagne, schiacciati aggrappati sotto i camion, annegati nel nostro mare. Uccisi dall’egoismo di una società predatoria che si fa assassina per mantenere i propri privilegi. Il proprio dannato “stile di vita”. E le guerre, e lo sterminio della Palestina… Eppure. Eppure è questo che ci insegnano Paola e Claudio Regeni con la loro lotta tenace: riuscire a rendere un po’ più giusto il nostro orticello serve alla giustizia di tutto il mondo. Scrive Giorgia Mazzucato in Stomaco: “Perché il G8 di Genova, perché io? Perché parla anche di me, che non c’ero. Di tutto quello che in quei giorni ho perso senza saperlo. Di quel nodo che riporta a oggi nel mezzo del mondo. Nel mezzo di questo mondo di tiranni, silenzi e statue d’oro”. Perciò, per il tuo lavoro, grazie Bach! -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo C’era un ragazzo sull’asfalto proviene da Comune-info.
July 12, 2026
Comune-info
L’appuntamento a Samarcanda: Genova, venticinque anni dopo
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Ho appena finito di leggere il nuovo libro di Lorenzo Guadagnucci, Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova (Altreconomia), e mi ritrovo a fare i conti con un groppo alla gola e un nodo allo stomaco asfissiante. Ogni giorno che passa si avvicina sempre di più la data sul calendario che ci ricorda che saranno trascorsi 25 anni dal G8 di Genova 2001. In tutti questi anni Genova mi ha perseguitato, mi ha tolto il sonno, ha scandito la mia vita da militante, mi ha ricordato, ogni volta che ho messo piede in una piazza per rivendicare un mondo migliore per me stesso e per chi mi succederà dopo, che quei tre giorni del 2001 continuano a presentarsi al banco della storia a chiedere il conto di quello che siamo stati e non siamo stati in questi venticinque anni. Ho cercato a lungo di fare pace con quella stagione, l’ho vissuta, l’ho studiata e ristudiata, l’ho approfondita, ne ho divorato ogni aspetto dell’analisi, me la sono portata finanche davanti a una commissione di laurea, ha innervato la mia formazione politica e alimentato la linfa della mia militanza nei partiti. Non ci sono riuscito e non ci riesco, come non ci riescono tanti compagni e tante compagne, perché tutto ciò che si sta verificando oggi, nel terribile e orribile mondo di oggi, è figlio della vittoria militare del potere costituito contro il movimento dei movimenti che espresse la più feroce, articolata e scientifica critica della globalizzazione neoliberista. E spesso, durante questi venticinque anni, ho parlato di Genova e di cosa fosse quel movimento, chiedendo scusa se ogni ragionamento partisse da lì, come se ne fossi ossessionato. Lorenzo Guadagnucci ha ricomposto i miei pensieri e, con questo bellissimo libro, mi sento meno solo nel chiedere scusa se parlo ancora del G8 di Genova 2001. Scorrendo le pagine, la sensazione che ne ricavo è che Genova è stata un segnalibro che abbiamo apposto all’interno delle nostre vite, e che abbiamo perso e mai più ritrovato, il punto in cui una generazione aveva collocato la propria narrazione prima di smarrirne la direzione. Ma quella direzione va ripresa, perché oggi paghiamo il prezzo di quello smarrimento. Genova 2001 è stata lo spartiacque storico, culturale e politico più importante del lungo Novecento, seconda, io dico, solo al crollo dell’Unione Sovietica dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. In quelle strade si incontrarono due secoli: il Novecento dei partiti e dei sindacati organizzati, con la sua grammatica di rappresentanza e conflitto, e il Duemila delle lotte in un campo nuovo, transnazionale, senza confini, privo di un centro e proprio per questo difficilmente addomesticabile. Il cosiddetto movimento dei movimenti non fu un soggetto unitario, e la sua coesione era in parte negativa, costruita più contro un avversario riconosciuto che attorno a un progetto condiviso. Ma la sua diagnosi fu lucida quanto anticipatrice. La generazione di Genova contestò il deficit democratico di una governance transnazionale che deliberava sulle vite di miliardi di persone sottraendosi a ogni forma di responsabilità pubblica. I ragazzi di Genova denunciarono la finanziarizzazione dei mercati come dispositivo di espropriazione. Le ragazze di Genova nominarono la mercificazione dei beni comuni e l’erosione della sovranità democratica prima che tali processi diventassero senso comune. Certo, è difficile parlare di Genova senza parlare di quella che fu la risposta dello Stato come misura esatta di quanto quelle diagnosi fossero pericolose per il capitalismo. Carlo Giuliani cadde in piazza Alimonda il 20 luglio, e con lui cadde l’illusione che il conflitto potesse restare simbolico. La notte tra il 21 e il 22, l’irruzione alla scuola Diaz-Pertini contro persone disarmate, addormentate, sedute con le mani alzate, e poi le sevizie sistematiche nella caserma di Bolzaneto, non possono che essere definite macelleria messicana. Le forze dell’ordine in assetto di guerra producevano un messaggio disciplinare. La macelleria prese il sopravvento storico sulle istanze e sulle idee di quella generazione, sostituendo l’immagine del corteo con quella del corpo martoriato. Poi, appena due mesi dopo, l’11 settembre. La torsione securitaria e la militarizzazione del discorso che ne seguirono riorganizzarono l’intera agenda globale attorno alla dialettica sicurezza-minaccia, spostando il baricentro del discorso pubblico dalla giustizia sociale alla difesa dell’ordine, dalla critica del capitale alla guerra al terrore. Il vocabolario dell’emergenza fece carta straccia del vocabolario dell’alternativa. È qui, in questa sovrapposizione temporale quasi crudele, che si consuma la ragione per cui Genova è diventata il segnalibro perduto. Il libro di Lorenzo Guadagnucci impone però un bilancio che rifiuta tanto l’autocelebrazione quanto la nostalgia, perché entrambe sono forme di resa. Quelle diagnosi sono state confermate dai fatti: la crisi del 2008 ha mostrato la finanziarizzazione come macchina di socializzazione delle perdite, l’austerità ha esibito il carattere post-democratico della governance economica europea, la deriva dei meccanismi neoliberisti ha prodotto esattamente le fratture sociali che erano state annunciate. E tuttavia la profezia si è avverata contro i suoi profeti. Quella capacità di denuncia non si è convertita in capacità di costruzione: il movimento seppe nominare la catastrofe assai meglio di quanto sapesse edificare l’ordine che avrebbe dovuto sostituirla. Il vuoto lasciato da quella incompiutezza lo hanno riempito i fascismi e i nazionalismi che oggi imperversano nel nostro paese, offrendo alla rabbia sociale una risposta identitaria e regressiva laddove mancava una risposta emancipatrice. La sovranità che Genova rivendicava come democratica e redistributiva è stata riscritta come sovranità etnica e securitaria. C’è di più, e riguarda il presente più stretto. Il potere che a Genova si annidava nelle istituzioni finanziarie transnazionali si è concentrato in un pugno di attori privati che controllano le infrastrutture stesse dell’esistenza collettiva: i dati, il calcolo, le reti, i sistemi di pagamento, l’intelligenza artificiale. Quegli stessi attori oggi, che oggi chiamiamo Musk, Thiel, Trump…, estraggono valore dalla sorveglianza sistematica del comportamento umano, trasformato in materia prima dell’accumulazione. I tecno-monarchi che oggi negoziano con gli Stati da pari, dettano le regole del discorso pubblico e arrogano a sé prerogative quasi-sovrane sono la forma matura di quel potere privato irresponsabile che il movimento di Genova aveva individuato quando ancora indossava la maschera più anonima della governance. La critica di allora era diretta verso un potere che decide senza rispondere, che dispone dei beni comuni sottraendoli al controllo democratico, ed è oggi più letterale di quanto lo fosse allora. Il monopolio non è più soltanto economico, è infrastrutturale e cognitivo. E la posta in gioco che la nostra generazione urlò ai quattro venti, la sovranità, la redistribuzione della ricchezza, il controllo democratico sui poteri privati, non è affatto invecchiata. È diventata la questione centrale del nostro tempo. Ecco perché Genova è il nostro appuntamento a Samarcanda. Nella favola messa in musica da Vecchioni il fuggitivo galoppa lontano dalla morte proprio verso il luogo in cui l’appuntamento era fissato. In questi venticinque anni hanno tentato di farci credere di aver chiuso i conti con quei giorni, di aver eluso la responsabilità che grava sulle scelte di un’intera classe politica, e invece ogni volta ci ritroviamo là dove pensavamo di non dover più tornare. Genova ci presenterà il conto finché non capiremo che quella stagione non è un ricordo da onorare ma un lavoro da riprendere: la sua diagnosi va portata a compimento, la sua incompiutezza va colmata, la sua sconfitta va rovesciata in punto di partenza. Riprendere Genova per scacciare i fantasmi della storia è l’unico esercizio di memoria e di coscienza collettiva che può rischiarare tempi che prestano voce a rancori sordidi e fobici, che danno forma agli istinti più bassi e feroci. A Genova avevamo ragione. Ma dirlo così è dire ancora troppo poco, e per venticinque anni ci siamo accontentati di troppo poco, quasi ci vergognassimo di rivendicare persino quella. Non avevamo semplicemente ragione noi: avevano torto loro, avevano torto allora e hanno torto adesso. “Voi G8, Noi 6.000.000.000”: otto giganti della terra deliberavano sulla vita di sei miliardi di persone senza mandato, senza doverne rispondere, arrogandosi il diritto di decidere del bene di tutti come cosa propria. E poiché di quell’arrogazione non hanno mai risposto, il loro torto resta la sostanza di questo presente. A Genova avevamo ragione. L’abbiamo ancora. E finché quella ragione resterà inevasa, l’appuntamento resterà fissato. Genova non è mai finita, e il libro di Lorenzo Guadagnucci testimonia che la fatica che ci portiamo appresso da venticinque anni per costruire un mondo migliore, un altro mondo possibile, non sarà fatica sprecata. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’appuntamento a Samarcanda: Genova, venticinque anni dopo proviene da Comune-info.
July 12, 2026
Comune-info
Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei
-------------------------------------------------------------------------------- Vignetta di Mauro Biani -------------------------------------------------------------------------------- Su un pilastro metallico poco lontano dall’edificio che segnala il Porto Antico a Genova, giusto di fronte a Palazzo San Giorgio, si trova questa frase: “Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei”. Siamo nella zona chiamata “Caricamento”, spazio ambito e mitico che conduce all’Acquario. Don Andrea Gallo, prete genovese impegnato coi giovani “sulla strada”, aveva fatto sua questa frase coniata in realtà da don Luigi di Liegro. Quest’ultimo, fondatore della Caritas di Roma, menzionava il proverbio che dice “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei” e lo trasformò in “dimmi chi escludi e ti dirò chi sei”. Questa frase, titolo del concerto di maggio a Genova in memoria della morte di don Gallo, resta l’ispirazione della comunità di San Benedetto al Porto, da lui fondata. La verità della frase citata è stata messa in scena in grandezza naturale durante i fatti del G8 a Genova. A 25 anni esatti di distanza dall’evento di luglio del 2001. Chi scrive era partito l’anno prima in Liberia e per la prima volta nella sua vita aveva visto e toccato i segni e sintomi del ritorno della guerra civile nel Paese. Con occhi feriti da quello che stava accadendo in quel Paese dell’Africa occidentale ho preso parte ad alcuni degli avvenimenti che avrebbero caratterizzato il citato G8. Il clima di quel mese di luglio era quello che Genova conosce e la valorizza di mare e di colori. Anche le piazze e le strade erano rese nuove da decine di associazioni variopinte e da centinaia e poi migliaia di giovani che credevano, praticavano e sognavano “un altro mondo possibile”. Questo era infatti il tema di fondo che continuava il processo dei forum alternativi a quello di Davos in Svizzera, emblema della globalizzazione genocida. C’è stato Seattle negli Stati Uniti, Porto Alegre in Brasile e Genova, che avrebbe potuto e dovuto essere un’ulteriore porta al futuro. Ho visto, in realtà e contesti differenti, la stessa guerra civile che avevo lasciato, provvisoriamente, sulla sponda dell’Atlantico, in Liberia. Altre le modalità ma il resto c’era tutto. Bande di mercenari delle parole e delle promesse, militari armati, elicotteri, camionette d’assalto, lacrimogeni, bombe carta, pestaggi e torture in luoghi al riparo da sguardi indiscreti… Una guerra civile tra visioni contrapposte del mondo, della vita, del futuro e soprattutto del presente. Lo ricordava bene l’amico Enrico Euli, docente a Cagliari, nei suoi scritti: “La guerra è l’ultimo collante di una élite che si è impossessata degli Stati… quando agli inizi del XXI secolo, i cosiddetti ‘no global’ avevano posto le basi per una critica ecologica e pro-sociale della mondializzazione sfrenata a cui eravamo sottoposti, sono stati militarmente repressi, politicamente marginalizzati, culturalmente omessi…”. Ancora Euli, in uno degli articoli raccolti nel libro Punture di vista, ricorda che “l’uscita dal mito global ora avverrà ma per mano dello stesso G8 (Russia inclusa) che faceva trincee intorno ad esso, barricandosi allora in zone rosse e reticolati di guerra contro di noi e oggi attraverso un conflitto armato che li separa tra loro… la guerra globalizzata sta prendendo quindi il posto della globalizzazione economica…i l dominio borghese si è stancato anche di essere liberale…”. Certo, durante il Genoa Social Forum ho avuto il privilegio di conoscere Ivan Illich, uno dei massimi pensatori della crisi dell’Occidente del ‘900, Susan George alla scuola Diaz, prima dei massacri, e Riccardo Petrella. Le guerre civili sono, appunto, il drammatico tentativo di messa in azione della frase scritta sulla struttura metallica della sopraelevata di Genova. “Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei”’. L’etnia, la classe sociale, lo straniero e il barbaro sono tutti un nemico potenziale. Le categorie più vulnerabili ne costituiscono il bersaglio favorito. Ci troviamo in una guerra civile e i politici lo sanno molto bene. Non casualmente i cittadini comuni sono il nemico principale da controllare. Venticinque anni dopo siamo qui per dire che un’altra storia è possibile a condizione di opporsi alla confisca del futuro dei poveri. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei proviene da Comune-info.
July 11, 2026
Comune-info
Dafne. Un racconto
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Elena Giuliani -------------------------------------------------------------------------------- “Dafne. Un racconto di fantasia molto reale” è un testo di Alessandro Meo “Sante” apparso in Genova 2001-2021. Cerchi della memoria (Edizione Elementi Kairos), un libro curato da Ilaria Bracaglia, Gabriele Salvatori e Maddalena Tiburzio. Raccontare non è solo fare memoria ma connetterci agli altri. Siamo fatti di atomi, ma anche di storie, ricordava Eduardo Galeano. -------------------------------------------------------------------------------- Mi chiamo Dafne, ho ventisette anni e vivo a Genova praticamente da sempre. Seguo con attenzione i movimenti della città da quando ho più o meno 17 anni, dalla scuola ai collettivi dei centri sociali e ora, da qualche anno, frequento le assemblee di Non una di meno che è lo spazio nel quale mi sento veramente a casa. Ma questa è una storia a parte. Questo racconto invece ha a che fare con l’esperienza di una bimba in quelle giornate di luglio di 20 anni fa. Un bimba di soli 7 anni, è vero, ma che ne conserva un ricordo importante, a volte confuso, a volte lucido. Sicuramente un ricordo che per la mia famiglia ha significato tanto. In quegli anni vivevamo in un piccolo appartamento in affitto nel centro storico di Genova. Diciamo, per chi non lo conosce, che abitavamo in una parallela di via del Campo, luogo storico che il grande Faber ha fatto conoscere ai più. Mia mamma e mio papà, lei zeneize doc, lui genovese di adozione e romano di origine, lavoravano nella scuola. Mio padre insegnava italiano alle medie, mia mamma matematica in un liceo scientifico di Quarto, poco fuori della città. L’aria di Genova in quei giorni me la ricordo bene: le inferriate, le barriere metalliche, i controlli dei documenti, e mio padre che sbuffava. Non capivo praticamente nulla e poco mi veniva raccontato, tanta forse era l’incertezza o l’incredulità di fronte a quella situazione. Il primo ricordo nitido è mia nonna che si presenta a casa il martedì di quella settimana, valigia alla mano. Avrebbe passato un po’ di giorni a casa con noi, in vacanza, percepivo io. E sinceramente mi faceva piacere, la nonna mi riempiva di attenzioni e di regali, insomma un po’ come tutte le nonne. Mi ricordo un gran caldo, come sempre a luglio. E il giorno dopo il suo arrivo una serata magica, una gran festa vicino al mare. I miei mi avevano portato con loro, anche se mamma non era poi così d’accordo. Comunque io mi ero divertita un sacco e mamma mi ha confessato anni dopo che quella sera era ubriaca da far schifo. Anni dopo mi sono resa conto da sola che quel folletto che saltava e faceva ballare tutti, e lo fa tutt’ora, era Manu Chao. Ha un grande successo. A me sinceramente non ha mai convinto, grande idolo dei frikkettoni, mentre insomma io ho sempre prediletto il punk, magari anche grezzo da garage. Ma anche questa è un’altra storia. Ero felice. Mia nonna in quei giorni stava infrangendo tutte le regole educative della casa. I miei erano genitori erano super-progressisti, ma insomma le regole non mancavano soprattutto per quel riguardava tv e affini. E in quei giorni, in barba alle regole venne spostata la televisione che stava in salotto nella mia stanzetta e nonna si portò una piccola tv, apposta per lei, da mettere in cucina. Insomma un paradiso, incredibile. Cartoni come se non ci fosse un domani e io di certo non facevo domande per paura che quel sogno potesse finire. Il giorno dopo la grande festa i miei uscirono presto di casa, che ancora dormivo. Da anni frequentavano i movimenti della città. Tante volte mi avevano portato a visitare la comunità di San Benedetto al Porto. Erano amici di Don Gallo, l’unico prete che ha mai messo piede nella nostra piccola casa e di certo non per benedirla. Entrambi facevano parte del sindacato di base della scuola. Quel giorno era un altro giorno di musica e di balli. O almeno così avevo intuito per quelle volte che mia nonna mi aveva permesso di uscire sul balcone. Avevo passato tutta la giornata a vedere i cartoni animati ma quando il corteo dei migranti stava passando nelle vicinanze del centro, mia nonna mi aveva preso in braccio per farmi vedere quell’enorme massa di gente che saltava e ballava, un’altra grande festa dopo quella col folletto spagnolo della sera prima. A quel punto, questo me lo ricordo benissimo, avevo chiesto a mia nonna per la prima volta cosa stesse succedendo in città. La sua risposta era stata che in città c’era una grande riunione fra i presidenti del mondo e si stava organizzando una grande festa di accoglienza. Ma poi aveva concluso: ”Non dire che te l’ho detto, che è una sorpresa e i tuoi poi mi sgridano!” Ti credo. Pensa se mia madre avesse saputo di questa spiegazione a dir poco fantasiosa quanto si sarebbe incazzata, mio padre nemmeno a dirlo che la sopportava a stento, la nonna, che poi era la suocera. Mi ero tenuta il segreto ovviamente, forse per paura che sparisse il televisore che era magicamente piazzato davanti al mio letto. Quella sera i miei sono tornati a casa tardi, inebriati da quell’aria di festa, raccontavano alla nonna, ridendo, della bellezza di quella giornata, delle migliaia di persone, dei sans papier. Hanno giocato con me fino alle ore piccole, mi hanno strapazzato con allegria, insomma c’era un’aria che non si respirava da tempo in casa. E se ne sono andati a dormire prendendosi per mano, bellissimi, come se si fossero conosciuti quella sera stessa. Il giorno seguente il clima era cambiato… I suoni della festa erano scomparsi nella mia percezione, dalla mia cameretta non si udivano più la musica e i balli delle grandi adunate dei giorni precedenti. Faceva un gran caldo e nonostante questo nonna aveva deciso di tenere chiusa la finestra del balcone e di accendere il ventilatore mentre passava quella giornata lunghissima incollata al suo piccolo televisore in cucina. Non parlava e il suo volto preoccupato mi inibiva dal farle domande. Perché se è una festa non posso partecipare? Perché quell’espressione triste sul suo viso? A 7 anni è difficile dare risposte a domande così. Sentivo sirene in lontananza e non capivo, ricordo che il perenne rumore dell’elicottero sopra le nostre teste iniziava a spaventarmi. Ero rinchiusa nel mio piccolo mondo protetto, attendendo con trepidazione il rumore delle due mandate della porta di casa che significava il ritorno dei miei genitori a casa, finalmente. Questo sarebbe avvenuto più tardi, molto più tardi. Era già ora di dormire per me, quando li avevo sentiti entrare, vociare, discutere, litigare fra di loro. Era terribile e quando li ho sentiti piangere non sono riuscita più a trattenermi in quella veglia nel letto e sono scappata fuori. Mi sono gettata d’istinto fra le braccia di mia mamma, e loro due sforzandosi di sorridere, ma ancora singhiozzando, sono riusciti all’unisono, in coro, a pronunciare solo una parola: “Amore!”. C’è voluto parecchio tempo prima che capissi che quel giorno i carabinieri avevano ammazzato un ragazzo. All’inizio pensavo fosse un loro amico, perché in genere si piange la morte di qualcuno che si conosce, pensavo allora. Invece non si erano mai conosciuti ma molti anni dopo, ancora nelle loro parole e nei loro racconti, sono riuscita a percepire il sentimento che univa mia mamma e mio papà a quel ragazzo, diventato poi un simbolo. Comunque sia, in quel momento, ovviamente credendo ancora alle bugie di mia nonna, continuavo solo a chiedermi quale diamine di festa fosse quella dove si finisce piangendo. Mi avevano riportato coccolandomi nel mio letto, impegnandosi goffamente a farmi sorridere e finalmente mi ero addormentata, anche un po’ cullata dalla loro voci che continuavo ad ascoltare. Il giorno seguente, lo stesso copione: avevo sentito il rumore della porta aprirsi e chiudersi e i passi allontanarsi, ma con mio grande stupore avevo trovato mio papà a preparare la colazione. Solo mia mamma mancava all’appello, l’avrei riabbracciata a sera. La tavola era imbandita come fosse festa. Succo d’arancia, merendine, cioccolata. E mio papà che con una dolcezza infinita si sforzava, nervoso, a scherzare. Era un grande bluff chiaramente, una commedia amorosa, ma a 7 anni non lo potevo comprendere, ero solo felice di quel risveglio. Abbiamo passato una giornata meravigliosa, giocato assieme, guardato i cartoni, mentre nell’altra stanza andava senza sosta la diretta sul piccolo televisore della nonna. E ovviamente l’attenzione di mio padre andava e veniva. Quando a sera si è aperta la porta ed è entrata mia mamma siamo corsi ad abbracciarla tutti e due, e mio padre probabilmente aveva un espressione ancora più infantile della mia nell’accoglierla a casa. L’ultima cosa che vi posso raccontare rappresenta uno dei ricordi più forti che ho della mia infanzia. Uno di quei ricordi che una si porta appresso per tutta la vita e che di certo ha segnato una svolta nella vita dei miei genitori. La mattina dopo, la domenica, ultimo giorno di quella assurda settimana, svegliandomi avevo trovato i miei imbambolati, in silenzio di fronte al televisore spento. Non dicevano una parola, guardavano il vuoto, sembravano totalmente assenti dalla realtà. Prosciugati, probabilmente, da un dolore che ovviamente io non potevo comprendere in quel momento. Nemmeno io ebbi la forza di fiatare, e da lì iniziò una settimana di silenzi che terminò solo quando decisero di portami a casa della nonna, a Sestri. Era estate, avevo voglia di spiaggia, di bagni e con la nonna ci stavo bene. Mi ricordo che però provavo tristezza per loro. Non capivo gli avvenimenti e probabilmente avevo paura che non si volessero più bene come una volta. Sette anni dopo sono andata per la prima volta con loro, il 20 luglio, a piazza Alimonda. Mi hanno fatto conoscere Haidi, la mamma di Carlo Giuliani e mi hanno raccontato per bene la storia della scuola Diaz. Quella storia un po’ già la conoscevo, ma ascoltarla da loro mi ha aperto la porta di quel ricordo indelebile. Per la prima volta ho capito cosa era successo quella domenica mattina di fine luglio. I miei genitori erano – ora sono in pensione – insegnanti per passione. Ci anno sempre creduto. Quell’ultima notte, il luogo più importante delle loro vite era stato trasformato in una “macelleria messicana”, nello stadio di Santiago del Cile. Avevano trasformato il futuro in un inferno. Le macchie di sangue su quei banchi se le portano ancora appresso, ne sono sicura. Era una scuola. Praticamente un tempio, un luogo sacro per loro. Ma badate bene, non il sacro dei bigotti. Il sacro che era amore per un altro mondo possibile. Sacro che era Giusto. Quel sacro che avevano imparato da quel prete con il sorriso dolce che avevo visto nella nostra piccola casa accanto a via del Campo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dafne. Un racconto proviene da Comune-info.
July 11, 2026
Comune-info
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: “Come farfalla a luglio” di Stefano Valenti
Nella vasta bibliografia sui fatti di Genova di 25 anni fa, si contano sulle dita di una mano i tentativi di narrazione rispetto alla saggistica, con qualche concessione alla diaristica, o al graphic novel. “E invece io credo che, dopo tanti anni, sia finalmente arrivato il momento di riattraversare quei giorni anche in chiave narrativa” mi dice per telefono Stefano Valenti, che da qualche settimana è di nuovo in libreria con questo suo ultimo e davvero bellissimo libro dal titolo Come farfalla a luglio (Gramma Feltrinelli). “Il romanzo però ha tempi ben diversi dalla saggistica e dopo aver a lungo sedimentato le emozioni di quei giorni, ho proprio sentito l’esigenza di ritornare su quella storia, che peraltro ho vissuto in prima persona. In quel periodo gravitavo intorno al Punto Rosso di Milano, affiliato ad Attac. Dopo un periodo di assenza dalla politica mi ero di nuovo entusiasmato per il movimento altermondialista. Avevo raccolto un sacco di materiale andando verso il G8 e naturalmente subito dopo su quanto era accaduto, per il lavoro di controinformazione che sentimmo l’urgenza di far uscire a caldo. Ed eccoci adesso in un momento in cui quegli eventi diventano dirimenti nell’interpretazione del presente. La sfida era far rivivere per i lettori di adesso la dimensione soggettiva di quei giorni: non solo ‘idee che camminano su due gambe’, ma esseri umani che quella cosa lì l’hanno vissuta e hanno pagato un prezzo altissimo”. IN PIÙ PUNTI NEL LIBRO NON NASCONDI DI AVER TRATTO ISPIRAZIONE DA UN TESTO CHE LO SCRITTORE AUSTRIACO THOMAS BERNHARD SCRISSE NEL 1983, IL SOCCOMBENTE. “Sì, per l’idea dei tre amici, uniti da una grande passione. Nel caso di Thomas Bernhard è la musica, nel caso di questo mio libro è l’intensità degli anni universitari vissuti insieme, l’amore per i libri, per la filosofia, Walter Benjamin in particolare. Ma l’aspetto che più mi interessava era il legame fra di loro, senz’altro segnato dal dramma di quei giorni di luglio 2001, con la morte di Carlo Giuliani.” UN CARLO GIULIANI MOLTO DIVERSO DA COME CI È STATO RACCONTATO. “Molto trasfigurato, sì. Consapevolmente ho scelto di non sapere più di tanto della sua biografia, né di entrare in contatto con i suoi familiari, perché sapevo che se mi fossi fatto ‘distrarre’ non sarei riuscito a procedere nel romanzo. Per me Carlo è colui che fra i tre amici dedica la propria vita a qualcosa di superiore, animato da un’idea assoluta di giustizia. Un idealista, parola che per me ha un valore altissimo. E lo fa pagando un prezzo enorme, sacrificando la sua vita, che considero un traguardo in termini di testimonianza. Mi è sembrato bello raccontarlo in questo modo per chi ha l’età che aveva lui quando è morto, 23 anni. Carlo resta per me il 23 enne che davanti a una pistola puntata contro di lui si aggrappa alla prima cosa che gli capita a tiro, per difendere sé stesso e chi gli sta intorno. Quel gesto poi è stato usato contro di lui, come prova di un’intenzionalità violenta, per dire che tutto sommato ‘se l’è cercata’ e anche questo rientra nelle tante storie che continueranno a dividere il nostro paese. Dalla resistenza in poi, fino agli anni ‘60 e ‘70, per arrivare al G8 di Genova, continuiamo a subire queste letture ‘di parte’ che impediscono una vera ricostruzione storica. Per me Carlo resta una figura esemplare.” COME È STATO ACCOLTA QUESTA TUA VERSIONE DI CARLO DAI FAMILIARI? “Solo a romanzo finito ho chiesto all’editore di sottoporre il testo alla madre, Haidi: non avrei sopportato l’idea di uscire con una narrazione che potesse in qualche modo riaprire la ferita. Con mio immenso sollievo la risposta è stata positiva. E questo per me è il più grande risultato dal punto di vista umano prima ancora che testimoniale: perché senz’altro l’autore del romanzo sono mio, il che mi da la libertà di decidere in che modo riattraversare quella vicenda; ma il fatto di esserci riuscito con il pieno consenso e persino apprezzamento di colei che ha vissuto in modo così doloroso quei giorni di Genova 25 anni fa, è stato il riconoscimento più grande. COSA TI RESTA DI QUELLE GIORNATE? “Il ricordo del viaggio da Milano a Genova: in autobus, con il gruppo di Attac, giovani e spensierati. Arrivati a Genova ci siamo ritrovati come tantissimi altri al Carlini. E poi è successo quello che è successo e il 21 luglio, come descrivo nel libro, è stato un fuggi fuggi generale nel tentativo di acchiappare il primo passaggio possibile per il ritorno a Milano, e nel mio caso con un paio di amici eccoci a bordo dei pullman della CGIL-FIOM. E poi quella sera incollati a Blob abbiamo assistito alla notte della Diaz: e lì è cominciata la vera paura.” LE DESCRIZIONI DI QUEI MOMENTI DENTRO LA DIAZ, E POI A BOLZANETO, SONO AGGHIACCIANTI… “E non c’è niente di inventato. La parte documentale è totalmente priva di fiction: è quanto raccolto nel corso degli anni dai vari processi, sono le testimonianze delle vittime, a cominciare da quel primo ‘Libro Bianco’ che venne congiuntamente pubblicato da L’Unità, Il Manifesto, Liberazione, Carta a un anno esatto dai fatti, come libro di denuncia. Tutti quei momenti che rievoco nel libro sono successi davvero. L’unica parte romanzata è l’amicizia tra i tre personaggi: oltre all’io-narrante, c’è Carlo Giuliani che perde la vita durante gli scontri e infine Francesco, il professore di filosofia, che non ha mai davvero superato l’esperienza traumatica delle torture subite a Bolzaneto. E infatti decide di suicidarsi. Il libro inizia proprio con la notizia del suo suicidio così ‘a lungo premeditato’, come per il ‘soccombente’ di Thomas Bernhard. E con l’io-narrante che si mette in viaggio per l’ultimo saluto. Ed è lì, in visita all’ultima casa-rifugio di Francesco, in quello studio ormai vuoto di vita ma pieno di libri, appunti, saggi incompiuti, che si ritorna a quei drammatici momenti di luglio 2001, che non hanno mai smesso di interrogarci: come è stato possibile? E cosa è iniziato dopo?” È STRAORDINARIO RENDERSI CONTO DI COME QUESTA STORIA CONTINUA A “PARLARE” AI GIOVANI DI OGGI…, “Confermo. Abbiamo inaugurato questo tour di presentazione il 18 giugno scorso alla Fondazione Feltrinelli di Milano ed era stracolma di giovani, una cosa sorprendente, oltre 300 persone, alcuni non sono neppure riusciti ad entrare. Molte le domande alla fine dell’incontro, tutte pertinenti. E oltre 150.000 visualizzazioni nell’arco di poche ore per quel breve You Tube che il sito della Fondazione ha diffuso qualche giorno fa. Credo che questo sia dovuto al fatto che, nonostante tutto, nonostante l’indubbia sconfitta rappresentata da quegli eventi di Genova, nonostante l’insistenza sul tramonto delle ideologie, non c’è niente di più persistente dei movimenti sociali, che io vedo come qualcosa di carsico: che si muove magari sotto traccia e però in continuità, e prima o poi riemerge in superfice. Dopo Genova, abbiamo avuto le primavere arabe nel 2011, e poi la stagione di ‘Occupy Wall Street’ e poi l’infinità di mobilitazioni per la Palestina dal 7 ottobre a oggi. Noi continuiamo a registrare questi sommovimenti con il criterio dell’attualità, sempre più dominata dai social media, che decidono quel che vale la pena sapere e registrare. Ma in realtà, quel che veramente succede ha tempi ben più lunghi. E l’eredità oltre che l’attualità di quanto è successo a Genova nel 2001 non si è affatto esaurita, come infatti ci confermano questi giovani.” Come farfalla a luglio di Stefano Valenti verrà presentato oggi a Genova, 8 luglio alle ore 18.30, alla Libreria Feltrinelli, Via Ceccardi 16/24 e in dialogo con l’autore ci saranno Haidi Gaggio Giuliani e Lorenzo Guadagnucci. Prossime tappe del tour: il 12 luglio a Castelfiorentino per la Festa dell’Unità; il 16 luglio a Saronno con un comitato locale di Attac; il 17 luglio di nuovo a Milano @ Libreria Noi; il giorno dopo a Verona per un Festival in Piazza. Centro Sereno Regis
July 8, 2026
Pressenza
GENOVA: A 25 ANNI DAL G8 “NESSUN RIMORSO”. 19 LUGLIO CORTEO NAZIONALE
Genova si prepara ad una grande manifestazione nazionale in memoria del G8 del 2001 e per il rilancio delle rivendicazioni di allora che “sono più vive che mai”. Appuntamento domenica 19 luglio alle ore 15.30 in piazza Alimonda, luogo simbolico dove i carabinieri assassinarono Carlo Giuliani. Erano tante le politiche già scritte nelle agende dei “grandi del pianeta” venticinque anni fa e che sono state implementate. I risultati sono oggi evidenti, scrivono gli organizzatori di Genova Antifascista e del CPA di Firenze: la guerra come strumento di “comando e controllo”, la finanza come strumento di “coercizione e destabilizzazione”, “la rapina delle risorse a danno dei popoli del Sud Globale”. La repressione ha poi contribuito ad agevolare “la massimizzazione delle rendite e dei profitti”, rappresentando lo strumento per eccellenza che ha portato negli anni all’inasprimento delle leggi sulla cosiddetta sicurezza e anche alla “chiusura di spazi politici e sindacali per eliminare le conquiste di lavoratori e lavoratrici”. Nonostante i traumi, le divisioni e “la distinzione tra buoni e cattivi attraverso cui spaccarono anche quel movimento”, Genova rilancia l’appuntamento il 19 luglio di quest’anno con lo slogan “in nessun caso nessun rimorso”. Infatti Genova 2001 è una storia che il movimento si propone di “raccogliere e porgere alle nuove generazioni”, per contrastare “l’ondata nera che lentamente sta invadendo le nostre città” e per lottare contro chi fomenta “paure, incertezze e spaccature” sociali. 19 luglio quindi non soltanto come una ricorrenza ma un “invito ad aderire ad un nuovo percorso di lotta che non ci veda più soltanto come antagonisti ad un sistema ingiusto e sbagliato ma come protagonisti della costruzione del futuro al quale ambiamo”. La presentazione del percorso che ha portato all’organizzazione del corteo del 19 luglio con Simona del CS Buridda e di Genova Antifascista. Ascolta o scarica
July 7, 2026
Radio Onda d`Urto
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: il G8 di Genova nell’ultimo libro di Vittorio Agnoletto
Proseguiamo nella nostra rassegna del ricco calendario di iniziative andando verso il G8-25ale parlando dei libri: ben diciassette le presentazioni previste nell’arco delle prossime due settimane! E non potevamo non inaugurare la serie con l’ultimo libro di Vittorio Agnoletto “Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani” (a cura di Mario Scagnetti, Tab Edizioni). Due presentazioni sono già previste a Roma a partire da domani 7 luglio (h 19 @ Zalib, via della Penitenza 35 – con Fausto Bertinotti, Raffaella Bolini e Mariangela Paone nel ruolo di moderatore) e poi il giorno successivo (h 19.30 @ Monk, Via Giuseppe Mirri 35, insieme a Riccardo Noury in dialogo con il giornalista Tommaso Proverbio); mentre la data di Genova sarà il 9 luglio (h 18, @ Music For Peace, Via Ballaydier) con il PG Enrico Zucca, già PM al processo Diaz, la giornalista  Monica Di Sisto e Antonio Bruno nel ruolo del moderatore;  infine il 14 luglio a Milano h. 18 @ Arci Bellezza, via Giovanni Bellezza 16) con il PG Enrico Zucca in dialogo con la giornalista Lorenza Ghidini. Tutte le date successive del tour le trovate nel sito di Vittorio Agnoletto. Ecco la recensione del libro realizzata per noi da Laura Tussi. (NdR). Il G8 di Genova: la memoria che non si spegne, tra ferite aperte e domande sul presente A venticinque anni da Genova 2001, il libro di Vittorio Agnoletto Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani (a cura di Mario Scagnetti, Tab Edizioni) non si limita a rievocare un evento: lo riapre come una ferita ancora pulsante nel corpo della democrazia occidentale. Non è soltanto un libro di memoria. È un atto politico nel senso più pieno del termine: un tentativo di restituire senso a ciò che Amnesty International definì senza mezzi termini «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dal secondo dopoguerra». Dentro queste pagine scorrono immagini che appartengono ormai all’immaginario collettivo e insieme lo inquietano ancora: la morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda, l’irruzione nella scuola Diaz, le violenze nella caserma di Bolzaneto. Episodi che non si sono mai davvero chiusi, perché continuano a interrogare la tenuta dello Stato di diritto, il rapporto tra ordine pubblico e libertà, tra sicurezza e repressione. Vittorio Agnoletto, che è stato portavoce del Genoa Social Forum, non si sottrae alla complessità del racconto. Il filo che unisce Genova al presente è esplicito e volutamente provocatorio. Dalla globalizzazione alle nuove forme di controllo sociale, dalla repressione del dissenso alle attuali dinamiche di sicurezza pubblica, egli legge continuità più che fratture. E lo fa con una tesi di fondo che attraversa tutto il volume: ciò che accadde nel 2001 non è stato un incidente isolato, ma un laboratorio politico e istituzionale. Sussiste poi una riflessione che attraversa il libro con particolare intensità: quella sulla trasformazione del dissenso e sulla difficoltà dei movimenti contemporanei di trovare una forma capace di incidere davvero nella realtà globale. Il rimpianto per un’occasione storica mancata si intreccia con l’idea che nuove forme di conflitto sociale siano ancora possibili, purché capaci di rielaborare quella stagione senza nostalgia paralizzante. Il risultato è un libro che non chiede soltanto di essere letto, ma di essere discusso. Perché Genova 2001, a distanza di venticinque anni, non è diventata soltanto storia: è ancora un banco di prova politico e morale per comprendere la qualità della democrazia contemporanea. E forse è proprio questo il merito più radicale del volume: ricordare che alcune pagine della storia recente non si archiviano. Continuano a parlare, spesso in modo scomodo, al presente. Entrare nei fatti di Genova del 2001 attraverso la lente del pensiero di Vittorio Agnoletto significa, inevitabilmente, confrontarsi con il cortocircuito tra l’utopia di un modello e la crudezza della sua applicazione storica. La fine del XX secolo si era chiusa sotto il segno di una narrazione messianica: la globalizzazione dei mercati, sorretta dalla dottrina del neoliberismo, veniva presentata non come una scelta politica tra le tante, ma come l’esito naturale e inevitabile dell’evoluzione umana. In questo quadro, la teoria dello “sgocciolamento” (in inglese: trickle-down) non era soltanto una formula economica, ma una promessa etica secolarizzata. Si chiedeva alla società di tollerare l’iper-concentrazione della ricchezza in cambio di una futura, inevitabile redistribuzione per osmosi. La riflessione di Agnoletto, e con essa l’intera impalcatura teorica del Genoa Social Forum, compie un atto di svelamento che è prima di tutto epistemologico: contesta la neutralità scientifica di quell’economia. Genova divenne il catalizzatore di un’intelligenza collettiva che vedeva ciò che la retorica ufficiale cercava di nascondere. Il movimento altermondialista non si opponeva alla globalizzazione in sé, ma alla sua declinazione esclusivamente finanziaria e mercantile. L’errore fatale della teoria dello “sgocciolamento”, oggi evidente nelle analisi sociologiche ed economiche sulla polarizzazione della ricchezza, risiedeva nella cecità di fronte alle strutture di potere. Lasciare che i ricchi accumulassero senza vincoli non ha creato un surplus destinato a esondare verso il basso; ha invece fornito loro le risorse per riscrivere le regole del gioco a proprio vantaggio, privatizzando i beni comuni e smantellando i sistemi di protezione sociale. La “goccia” non è mai caduta perché i vasi comunicanti dell’economia globale erano stati deliberatamente sigillati da architetture giuridiche e fiscali pensate per trattenere la ricchezza al vertice. In questo contesto, il pensiero di Agnoletto offre una chiave di lettura profonda sulla natura della violenza di quei giorni. La sospensione dei diritti democratici alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto non può essere derubricata a mero fallimento dell’ordine pubblico. Nella prospettiva del movimento, quella violenza fu l’espressione di un’impotenza discorsiva. Di fronte a una contestazione che non portava avanti dogmi ideologici novecenteschi, ma dati precisi sul debito dei Paesi del Sud del mondo, sulla mercificazione dell’acqua e sulla speculazione finanziaria, il potere non aveva argomenti razionali con cui controbattere. La violenza di Stato divenne così lo scudo necessario per proteggere un dogma economico fragile nella teoria, ma ferreo negli interessi che custodiva. Oggi, a distanza di un quarto di secolo, il bilancio assume i tratti di una profezia tragica e inascoltata. Le crisi sistemiche che hanno caratterizzato i primi decenni del Duemila non sono anomalie del sistema, ma le sue logiche conseguenze. La riflessione accademica attuale non può fare a meno di riconoscere che la frammentazione del tessuto sociale, la precarizzazione del lavoro e il risentimento democratico che alimenta i moderni populismi affondano le radici proprio in quella promessa mancata di “sgocciolamento”. Quello che a Genova veniva liquidato come un massimalismo ingenuo o utopico si è rivelato, alla prova della storia, un realismo lucido e rigoroso. La tragedia profonda di quella vicenda non risiede solo nel sangue versato per le strade, ma nella rimozione politica di un’alternativa possibile, la cui assenza oggi paghiamo in termini di disuguaglianza globale e crisi ecologica. Il pensiero di Agnoletto tocca il cuore delle contraddizioni del nostro tempo, mostrando come la globalizzazione abbia progressivamente svuotato le democrazie per consegnare il potere a grandi aggregati finanziari e tecnologici. Quando parliamo di “imperi dominati dalla finanza”, descriviamo uno slittamento fondamentale: lo Stato-nazione non è più il decisore ultimo della geopolitica. Il capitale finanziario, per sopravvivere e non svalutarsi, esige un’espansione perenne che satura i mercati e cannibalizza le risorse. Questa necessità biologica di crescita genera una competizione feroce per materie prime sempre più scarse, trasformando l’economia globale in un terreno di scontro permanente, dove i conflitti non sono incidenti di percorso, ma conseguenze logiche del sistema. In questo contesto, la tecnologia ha smesso di essere un semplice mezzo di produzione ed è diventata l’infrastruttura stessa del dominio. Gli algoritmi, i flussi di dati e la finanza automatizzata permettono di esercitare una pressione e un controllo che un tempo richiedevano occupazioni militari. Il dramma umano che ne deriva è profondo: le popolazioni che non generano profitto o non servono all’estrazione di valore non vengono più solo sfruttate, ma diventano strutturalmente superflue. La “cancellazione” di cui parla l’autore è l’esito di una razionalità economica fredda, che de-umanizza chiunque si trovi al di fuori dei circuiti del grande capitale. L’aspetto più allarmante di questa transizione è il vuoto politico in cui si consuma. I partiti tradizionali si sono ridotti ad amministratori dell’esistente, accettando i vincoli macroeconomici come dogmi indiscutibili e rinunciando a qualsiasi visione alternativa. Espellendo la critica sistemica dal dibattito istituzionale, la politica si è sterilizzata. Di conseguenza, la lucida comprensione di questi meccanismi rimane confinata nella società civile e nei movimenti sociali. Si crea così una frattura pericolosa: chi ha la sensibilità e gli strumenti per analizzare la crisi è isolato e privo di rappresentanza, mentre chi siede nei luoghi del potere formale ignora deliberatamente le cause profonde del nostro comune declino. Centro Sereno Regis
July 6, 2026
Pressenza