Tag - g8

25esimo Anniversario G8 di Genova: la repressione e l’uso di armi non-convenzionali. Intervista a Laura Corradi
Sulla scia del “popolo di Seattle” del 1999[1], durante la riunione dei capi di governo degli otto maggiori paesi industrializzati (G8) svoltasi nel capoluogo ligure da venerdì 20 luglio a domenica 22 luglio 2001 e nei giorni precedenti, circa 200.000 persone appartenenti ai movimenti sociali, ai movimenti ecologisti, all’associazionismo civile, ai sindacati di base, alla sinistra radicale e antagonista si riversavano nelle strade di Genova contro la globalizzazione neoliberista e la sua violenza economica, proponendo un “altro mondo possibile” fatto di democrazia, diritti e giustizia sociale. Ma in quei giorni si è avverato ciò che Amnesty International ha definito “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale” tra feroce repressione poliziesca, torture alla Scuola Diaz, punizioni collettive alla Caserma di Bolzaneto, l’impego di uso di armi di distruzioni di massa illegali nei lacrimogeni, oltre all’omicidio del giovane attivista Carlo Giuliani. Nei sei anni successivi, lo Stato italiano subì alcune condanne in sede civile per gli abusi commessi dalle forze dell’ordine. Nei confronti di funzionari pubblici furono inoltre aperti procedimenti in sede penale per i medesimi reati contestati. Circa 250 dei procedimenti, originati da denunce nei confronti di esponenti delle forze dell’ordine per lesioni, furono archiviati a causa dell’impossibilità di identificare personalmente gli agenti responsabili. Di questo ne parliamo con Laura Corradi, sociologa ecofemminista, attivista impegnata nei movimenti femministi, queer, deep ecology, pacifisti, contro il razzismo, per la salute e i diritti sociali, è stata partecipe delle manifestazioni contro il G8 di Genova nel 2001. Ha insegnato Feminist Theory e Sociology of Sexualities all’Università di Santa Cruz in California, dove ha appreso l’importanza del metodo intersezionale e l’importanza di intersecare variabili di classe, genere, razza/etnia/cultura, età, orientamenti sessuali, religione, status e diverse abilità, nella ricerca sociologica. Da sempre svolge ricerca con un approccio decoloniale nelle comunità etniche a basso reddito, tra rifugiati/e, tra le popolazioni indigene in India, tra le comunità Maori in Nuova Zelanda e tra i Rom e Sinti in Europa, prestando molta attenzione allo sviluppo dei femminismi indigeni. Tra le più importanti studiose del confederalismo democratico in Rojava, del pensiero di Abdullah Öcalan e del femminismo curdo, è autrice di libri, articoli scientifici e divulgativi, è una grande sostenitrice dei processi di decolonizzazione delle conoscenze e delle metodologie a partire dalle prospettive aborigene. Attualmente è docente universitaria presso la Università della Calabria e si occupa di Sociologia della Salute e dell’Ambiente, di Studi di Genere e Metodo Intersezionale e di Genere e Scienza.    Con il Genoa Social Forum sei stata una delle protagoniste delle attiviste che hanno animato le proteste al G8 di Genova nel luglio 2001… L’epoca dei World Social Forum ha rappresentato un momento importante nella storia delle società che hanno preso la parola per costruire un mondo migliore, contrapponendosi alle decisioni delle élite politiche ed economiche globali rappresentate dal G8. Una mobilitazione così vasta e trasversale delle società non era mai avvenuta nel mondo: dopo Seattle ho partecipato al World Social Forum di Porto Alegre, a quello degli Stati Uniti, a quello dell’India a Mumbai, a Durban per il South-African Social Forum – quindi sì ero parte di questo movimento dei movimenti, delle sue idee di cambiamento. Il potere costituito ha gettato “carichi da novanta” sulla popolazione in protesta contro il G8 in una repressione senza fine. Cosa è avvenuto in quei momenti?  Cosa è avvenuto lo sanno tutti/e/u – dopo un quarto di secolo ancora non c’è stata ancora giustizia per Carlo, per le violenze nelle strade, alla Diaz, al Bolzaneto, per quelli di noi che si sono ammalati a causa dei gas. Avrei dovuto dormire nella scuola quella notte – ero troppo stanca per tornare nella casa di amici che mi ospitavano, e avevo trovato un posto libero.  Ma non riuscivo a dormire, avevo fame e sono uscita per andare a mangiare una pizza dagli Elfi. Quando sono tornata c’era il finimondo – un sacco di gente fuori dalla scuola, le autoambulanze che arrivavano … Nonostante ciò, nell’opinione pubblica prevale ancora la negazione e la minimizzazione di quei momenti, dove ad essere demonizzati sono ancora le 200.000 persone che erano a protestare per un “altro mondo possibile”. Come mai avvenne questo? Da superstite, come hai vissuto quei giorni?  Eravamo tutti superstiti di quella sospensione di democrazia – il fine era proprio quello di terrorizzare le persone (non certo di catturare quei black bloc che avevano agito indisturbati, con abiti nuovi e tanto di telecamera al seguito … ) volevano distruggere il movimento usando la violenza. Non immaginavo tanto sadismo nelle forze dell’ordine, nella certezza dell’impunità. E mi interrogo su cosa sia lo Stato [2], alla luce di Genova. In pochi ricordano un fatto di estrema gravità: contro i manifestanti a Genova sono state usate armi non-convenzionali di distruzione di massa come i gas CS. C’è chi ha avuto conseguenze pesanti sulla propria salute e le ha pagate per il resto della vita. Il tuo è stato un caso che è stato raccontato sulla stampa nazionale. Qual è stata l’esperienza che hai avuto? Cosa sono, come nascono i gas CS e quali effetti hanno sulla salute umana? Cosa è stato il G8 di Genova per te e cosa ha significato? Sì a Genova hanno usato il gas CS, cancerogeno, genotossico e mutageno, proibito a livello internazionale dalla Convenzione sulla Proibizione delle Armi Chimiche di Parigi del 1993 entrata in vigore il 29 aprile 1997. Ma in Italia avevano continuato a produrlo – alla Simad di Ravenna – ed a venderlo a governi autoritari nel sudest asiatico. Poi ad una manifestazione a Napoli nel marzo 2001 lo hanno usato – ho avuto mal di gola fino a maggio. Ed a Genova, in quantità enormi, si parlava di 6.200 candelotti tra gas CS e CN al cianuro, che provocava spasmi facciali e oculari, un vero avvelenamento dell’opposizione sociale che si stava esprimendo pacificamente. C’è un libro che narra tutta la storia dei gas e delle conseguenze, dal titolo ‘La sindrome di Genova’ di Enzo Mangini ed Edoardo Magnone, pubblicato da Fratelli Frilli – credo sarebbe importante riprendere un discorso critico sulle cosiddette ‘armi non letali’ che in realtà possono uccidere o menomare le persone – e che oggi si sono moltiplicate, pensiamo all’uso del Taser (shocker elettrico) o alle pallottole di gomma che vengono usate in molti stati contro i manifestanti. Cosa ha significato per me il Genova Social Forum? Lì ho lasciato il 67% dei miei polmoni a causa dei gas illegali che sono stati utilizzati – questo ha cambiato la mia vita. Ma c’è stato chi la vita l’ha persa – e questa ferita non si è mai chiusa, ha condizionato negativamente i movimenti sociali nei decenni successivi. Pochi giorni fa c’è stato il 25esimo anniversario dal G8 di Genova. Nel 2001 c’erano 200.000 persone a manifestare, mentre nell’ottobre 2017 c’erano circa 3.000 persone a manifestare con il G7 sull’Agricoltura a Bergamo. Cosa è rimasto di quelle lotte anti-globalizzazione? Cosa si è perso? Come poter recuperare quello spirito politico delle proteste di Seattle e Genova 2001? La storia non torna indietro, bisogna fare tesoro degli errori commessi – ne abbiamo fatti parecchi ed andrebbero capiti collettivamente fino in fondo, con spirito autocritico … E poi andare avanti a costruire cooperazione, solidarietà, democrazia nei posti di lavoro, nei quartieri, nelle scuole, tra migranti, sapendo che ci attendono tempi difficili, dove gli spazi di libertà e di autogestione si restringono se non vengono praticati. Dall’esperienza dei Social Forum abbiamo imparato che il mondo è fortemente interconnesso, che locale e globale sono due aspetti della stessa realtà e che la soluzione ai problemi si trova con un larghissimo coinvolgimento sociale, con alleanze intersezionali chiare e durevoli – superando settarismi e conflitti (politici, personali, ideologici) che hanno minato la nostra capacità di lavorare insieme. Se vogliamo società più giuste e aperte alle diversità, se vogliamo il rispetto dei diritti (alla salute, all’ambiente, al lavoro dignitoso etc), be’, allora dobbiamo iniziare a praticare la democrazia dal basso, invece di aspettarcela dallo Stato. Ovvero cominciare a formarci per la democrazia diretta – a partire proprio da quella interna ai movimenti che così spesso è mancata in passato, tra mire egemoniche, protagonismi viriloidi e mancanza di una visione strategica. Certo un’altra politica è possibile, non separata dalla vita quotidiana, prendendo spunto dall’esperienza delle comunità zapatiste, dal confederalismo autonomo delle curde, dalle sperimentazioni di eco-democrazia di genere, dalle autogestioni. Tornare indietro, per fortuna, non si può.   [1] Movimento no-global o movimento anti-globalizzazione indica organizzazioni non governative, associazioni e singoli individui relativamente eterogenei dal punto di vista politico e accomunati dalla critica alla globalizzazione, soprattutto in ambito economico. Il movimento è anche spesso indicato come movimento per la giustizia globale, movimento alter-globalizzazione, movimento anti-globalista, movimento per la globalizzazione anti-corporativa o movimento contro la globalizzazione neoliberista. La prima comparsa di questo movimento avvenne in occasione degli Scontri di Seattle per la conferenza OMC del 1999. Di quello che è stato inizialmente chiamato “popolo di Seattle” non è mai stata data una denominazione unica, data l’enorme varietà e complessità delle organizzazioni che a Seattle si sono incontrate. [2] Il 7 aprile 2015 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha dichiarato all’unanimità che è stato violato l’articolo 3 della Convenzione sul “divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti” durante l’irruzione alla scuola Diaz. Il 6 aprile 2017, di fronte alla stessa Corte, l’Italia ha raggiunto una risoluzione amichevole con sei dei sessantacinque ricorrenti per gli atti di tortura subiti presso la caserma di Bolzaneto, ammettendo la propria responsabilità. https://www.rainews.it/archivio-rainews/articoli/g8-italia-patteggia-strasburgo-vittime-bolzaneto-15ec1d46-85c7-42ba-9538-f1fd3b739129.html?refresh_ce   Ulteriori informazioni su gas CS: https://www.archivioantimafia.org/www.processig8.org/Iniziative/dossier_CS.pdf https://www.senato.it/show-doc?leg=14&tipodoc=Sindisp&id=52663&idoggetto=0 https://processig8.net/Video/OP_libretto.pdf https://tavsalute.polito.it/Articoli/NuovoCS.pdf https://canestrinilex.com/assets/Uploads/pdf/armichimiche.pdf https://www.notavtorino.org/documenti/03-Quaderno-Maddalena-Gas-CS-prof-Zucchetti.pdf https://edizionimalamente.it/prefazioni etc/Prefazione Malamente Breve storia gas lacrimogeni.pdf https://www.veritagiustizia.it/docs/gas_cs/gascs.php https://www.ilariarupil.it/wp-content/uploads/2018/05/la-storia-del-gas-genova-2011.pdf https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2026/07/17/parola-dordine-repressione-genova-tra-continuita-e-svolta/ https://ilmanifesto.it/archivio/2002003314 https://www.studiperlapace.it/view news html?news id=g8gas https://www.carmillaonline.com/2022/03/10/storia-dei-gas-lacrimogeni-e-delle-repressioni-delle-lotte-nel-mondo/ https://www.poliziaedemocrazia.it/archivio/live/index-6360.html?domain=archivio&action=articolo&idArticolo=209 http://www.laboratoriopoliziademocratica.org/Stampa/sequestrate%20i%20gas.htm https://www.osservatoriorepressione.info/genova-2001-gas-parte-seconda/     Lorenzo Poli
July 28, 2026
Pressenza
La scuola Diaz è un luogo del futuro
-------------------------------------------------------------------------------- 19 luglio 2026, Genova. Foto di Paolo Palazzo (che ringraziamo), tratta dalla pag. fb di Elena Giuliani -------------------------------------------------------------------------------- Venticinque anni fa sono uscito da questa scuola in barella, umiliato e offeso potrei dire, e dopo tanto tempo sono di nuovo qui, in piedi, ancora offeso, perché lo stato in questi anni non è stato all’altezza della situazione e non ha avuto nemmeno la dignità e il coraggio di chiedere scusa, ma ho superato l’umiliazione, che è diventata consapevolezza e soprattutto voglia di fare, di pensare, di non essere come mi e ci volevano loro, cioè atterriti, impotenti, ridotti all’inerzia. Questo luogo, la scuola Diaz, è oggi un luogo della memoria, come piazza Alimonda, come la caserma di Bolzaneto, come il G8 di Genova nel suo insieme: non è ancora nella memoria di tutti gli italiani, ma è nella memoria di tutte le persone che non si rassegnano al mondo così com’è, delle persone che vogliono cambiare il mondo nella direzione della giustizia climatica e sociale e quindi lo stanno immaginando e anche costruendo. Perché la memoria serve a questo: a capire il presente, a immaginare il futuro, e intanto agire, costruire reti e anche spezzoni della società di domani. La scuola Diaz, in questo senso, è un luogo del futuro. Se siamo qui è perché siamo coscienti della storia che abbiamo alle spalle, di che cos’è stato davvero il G8 di Genova, e perché sappiamo che il nostro compito è politicizzare i nostri desideri, trasformarli in un desiderio collettivo e su questa base lottare per un mondo nuovo, un mondo che farà tesoro delle idee portate in piazza 25 anni fa. Questo è anche un luogo del dolore e della consapevolezza: un luogo in cui le persone, noi che dormivamo nella scuola, sono state ridotte a oggetti, umiliate e offese appunto, ed è per questo che in tutti noi, noi che abbiamo subito le violenze ma anche chiunque abbia compreso che cos’è stata l’irruzione alla Diaz, tutti noi abbiamo acuito, non perduto, l’empatia e l’attenzione per tutti quei casi nei quali le vite umane sono squalificate, ridotte a non-persone, a vite di scarto. Per questo la memoria della Diaz ci porta a indignarci e a chiedere non solo giustizia – quella dovrà arrivare nei tribunali – per Abderrahim Fakir, morto nelle mani della polizia due giorni fa a Bologna, come Federco Aldrovandi, Riccardo Magherini, George Floyd e troppi altri in passato. Noi da qui chiediamo alla polizia spiegazioni, e le vogliamo adesso, perché nel 2001 e negli anni seguenti le forze di polizia hanno dimostrato, nei loro vertici, d’essere incapaci di assumersi le proprie responsabilità e di rendere conto ai cittadini del proprio operato. Ora devono farlo. Non possono pensare di normalizzare queste pratiche, queste morti, così come hanno tentato di normalizzare le violenze istituzionali del 2001. La memoria della Diaz – l’attenzione alle “vite di scarto” di questa società sempre più violenta – ci fa essere vicini alla popolazione della Striscia di Gaza sottoposta a genocidio con la complicità delle democrazie occidentali, alle persone migranti che vengono lasciate morire in mare e ai confini dell’Europa, umiliate e offese ben più di noi. Chi ha riempito le piazze contro il genocidio nell’autunno scorso, chi è salpato con la Flotilla, chi soccorre in mare, chi aiuta le persone migranti a esercitare il diritto a muoversi nel mondo porta in sé la memoria della Diaz, del G8, la memoria di un movimento che ha rivendicato la giustizia globale, il disarmo, il diritto alla vita, la libertà di movimento. La memoria è utile perché ci aiuta a capire il presente e poiché viviamo anche noi in un mondo fatto di leggi, di elezioni, di governi e parlamenti, chiediamo che la lezione di Genova sia fatta propria da chi si candida a governare in futuro al posto della destra e quindi diciamo loro – dalla scuola Diaz – che occorre cambiare le leggi e anche cambiare registro. Devono impegnarsi, queste forze politiche, ad abrogare gli ultimi decreti sicurezza del governo Meloni, e anche buona parte di quelli precedenti, che hanno inutilmente e scioccamente limitato libertà e diritti; devono impegnarsi a introdurre l’obbligo per gli agenti di avere un codice di riconoscimento sulle divise; devono fare in modo che le polizie abbiano regole di condotta ben chiare, trasparenti, note a tutti e pensate per garantire la salute e l’incolumità dei cittadini in qualsiasi situazione si trovino, anche al momento del fermo e dell’arresto; devono prevedere la formazione degli agenti alle tecniche della nonviolenza, come chiedemmo inascolati più di vent’anni fa; devono lavorare perché in futuro le polizie siano disarmate nei servizi di ordine pubblico: la memoria di piazza Alimonda ce lo impone. Serve anche cambiare registro e dare un nuovo senso, anzi il vero senso, alla nozione di sicurezza. Non è vero che la sicurezza non è né di destra né di sinistra; la sicurezza della quale si parla nel discorso pubblico, la sicurezza armata, repressiva, basata sulla paura e sulla percezione di insicurezza senza dati statistici che la confortino, è di destra, è sempre stata di destra, anche quando è stata ed è praticata dalla sinistra; la nostra sicurezza è la sicurezza sociale, la sicurezza sul posto di lavoro, la sicurezza di avere una vita almeno dignitosa: questa è la sicurezza che dobbiamo perseguire se vogliamo essere degni della Costituzione e di chi la scrisse. Un’ultima cosa, la più importante, con la quale vorrei non celebrare ma dare un senso ai miei 25 anni di sopravvissuto all’irruzione alla scuola Diaz, per usare la definizione di Mark Covell, “survivors”. In tutti questi anni Io non ho mai dimenticato, neanche per un minuto, che cosa facevo qui. Ero a Genova perché avevo letto i comunicati e i testi dell’Ezln e del subcomandante Marcos, perché ero stato al primo Forum sociale mondiale di Porto Alegre, perché sentivo che un movimento pieno di competenza, di slancio, di creatività stava conquistando i pensieri e i desideri di tanta gente, di sempre più gente, e stava lavorando per rendere possibile la trasformazione di questo mondo verso la giustizia sociale. Se ne sono accorti anche nei palazzi del potere, si sono spaventati e hanno agito di conseguenza, con la violenza e con il preciso intento di criminalizzarci. Ma non mi hanno e non ci hanno cambiati: continuiamo a lottare per un mondo di giustizia, di conciliazione con Madre Terra, per un mondo disarmato e nel quale chiunque possa muoversi liberamente, perché il movimento fa parte della natura umana. Ci dicono che è impossibile, che è un’illusione, che nulla può essere davvero cambiato, ma noi sappiamo, perché conosciamo la storia e la memoria dei movimenti sociali, che questo non è vero. La storia è fatta di sorprese, di imprevisti e di rivoluzioni. Alla scuola Diaz ci hanno umiliati e offesi ma non ci hanno cambiati e perciò questa scuola è un luogo della memoria non solo per noi che abbiamo subito le violenze, o per chi partecipò alle giornate del luglio 2001, ma anche per chi è venuto dopo: è un luogo nel quale il dolore si è trasformato in desiderio e in azione. Non siamo qui per fare le vittime; siamo qui ma per riprendere il filo del discorso e condividere, più che passare, il testimone: un altro mondo era e continua a essere possibile. La scuola Diaz è un luogo della memoria e un luogo del futuro. -------------------------------------------------------------------------------- . Testo dell’intervento alla fiaccolata promossa a Genova il 21 luglio 2026. L’ultimo libro di Lorenzo Guadagnucci è Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova (Altreconomia) . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La scuola Diaz è un luogo del futuro proviene da Comune-info.
July 22, 2026
Comune-info
Genova 2001: le domande che non abbiamo ancora smesso di porci
-------------------------------------------------------------------------------- Genova, 20 luglio 2026. Foto di Marco Trotta -------------------------------------------------------------------------------- Le manifestazioni contro il G8 di Genova non nacquero principalmente come protesta contro uno specifico vertice, ma come espressione di un movimento internazionale che, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, si era sviluppato attraverso Seattle (1999), Praga (2000), Québec (2001) e aveva trovato nel primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, nel gennaio 2001, uno spazio di incontro e di elaborazione comune. Lo slogan che lo accompagnava – «Un altro mondo è possibile» – non indicava un programma unitario già definito, ma l’apertura di un processo collettivo di ricerca. Era uno slogan mutuato da un altro, emerso nel 1997 al secondo incontro di ispirazione Zapatista per l’umanità e contro il neoliberalismo in Spagna: “Un no, molti si”. Quel movimento non era un soggetto omogeneo: era un laboratorio politico nel quale esperienze, culture e pratiche molto diverse cercavano di riconoscersi reciprocamente e di costruire un terreno comune. Un altro mondo era possibile Al centro vi era una critica della globalizzazione neoliberista, non della globalizzazione in quanto tale. Ciò che veniva contestato era una particolare configurazione del capitalismo mondiale, fondata sulla crescente libertà di movimento dei capitali, sulla deregolamentazione dei mercati, sulle privatizzazioni e sulla subordinazione dei diritti sociali e ambientali alla competizione economica. Si denunciava il potere crescente delle grandi imprese multinazionali, la compressione dei salari, la precarizzazione del lavoro e l’aumento delle disuguaglianze. Fu per questa ragione che il primo grande corteo di Genova, il 19 luglio, non fu dedicato al G8 in senso stretto, ma ai migranti. Lo slogan «Libertà di movimento, libertà senza confini» esprimeva una contraddizione che il movimento aveva già colto con grande lucidità: il capitale poteva attraversare il pianeta quasi senza ostacoli, mentre le persone incontravano frontiere sempre più dure. La globalizzazione non eliminava i confini; li selezionava. Apriva quelli necessari alla circolazione delle merci, della finanza e degli investimenti, e rafforzava quelli contro chi fuggiva da guerre, povertà o processi di espropriazione spesso prodotti dallo stesso ordine economico globale. La questione migratoria non era dunque una rivendicazione separata, ma attraversava tutte le altre. Parlare di debito, di libero commercio, di guerre, di beni comuni o di diritti del lavoro significava anche interrogarsi sulle cause strutturali delle migrazioni e sulle forme di cittadinanza che un altro ordine globale avrebbe dovuto costruire. Oggi quel quadro è profondamente cambiato. Il neoliberismo della libera circolazione incontra ovunque nuove forme di protezionismo, guerre commerciali e dazi. Ma sarebbe un errore leggere questo cambiamento come il semplice passaggio da un capitalismo “cattivo” a uno “buono”. Tanto il libero scambio quanto i dazi sono strumenti attraverso cui il capitale regola i propri processi di accumulazione in differenti congiunture storiche. I primi hanno accompagnato la costruzione delle catene globali del valore; i secondi ne accompagnano oggi la frammentazione geopolitica e la competizione tra blocchi economici. Il problema non era allora il libero scambio in sé, così come oggi non sono i dazi in sé: il problema è il modo in cui questi strumenti vengono impiegati per organizzare rapporti di potere, redistribuire costi sociali e ambientali e ridefinire i rapporti di forza tra capitale, lavoro e territori. La stessa contraddizione attraversa oggi la questione migratoria. Nel 2001 la critica era rivolta a un capitalismo che sembrava fondarsi sull’espansione continua dei flussi globali. Oggi viviamo in un mondo attraversato da guerre, muri, esternalizzazione delle frontiere, accordi con paesi terzi, deportazioni e competizione geopolitica. Eppure la contraddizione di fondo resta sorprendentemente simile: la mobilità continua a essere distribuita in modo profondamente diseguale. Il capitale conserva un’elevata capacità di muoversi, di delocalizzare, di riorganizzare le filiere e di spostare investimenti; la mobilità delle persone, invece, viene continuamente selezionata, gerarchizzata e criminalizzata. Alcuni corpi attraversano facilmente i confini, altri vi trovano muri, campi di detenzione o il mare come frontiera mortale. Chi governa il mondo? Questa critica si estendeva alle istituzioni della governance economica globale – Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale del Commercio – accusate di imporre programmi di aggiustamento strutturale, privatizzazioni e austerità, restringendo gli spazi della democrazia e subordinando le politiche pubbliche agli interessi dei mercati finanziari. A distanza di oltre vent’anni quelle istituzioni non occupano più da sole il centro della scena, ma la questione della governance globale è tutt’altro che scomparsa. Si è piuttosto spostata verso nuove forme di potere: grandi piattaforme digitali, fondi finanziari, catene logistiche globali, regimi di proprietà intellettuale, organismi tecnocratici e nuovi complessi industriali legati alla sicurezza e alla tecnologia. La domanda politica rimane sostanzialmente la stessa: chi decide le condizioni della riproduzione della vita e secondo quali criteri? Tra le richieste più condivise vi era la cancellazione del debito dei paesi impoveriti. Si sosteneva che gran parte di quel debito fosse ormai impagabile, che il suo servizio impedisse investimenti in sanità, istruzione e servizi essenziali e che il Nord globale avesse responsabilità storiche nei confronti del Sud del mondo. Oggi quella questione resta aperta, ma si intreccia con nuove forme di indebitamento: il debito climatico, il debito ecologico, l’indebitamento privato delle famiglie, il peso crescente della finanza sulle politiche pubbliche e i nuovi meccanismi attraverso cui il credito disciplina intere società. Anche le migrazioni si collocano dentro questa trama: non come effetto meccanico di una singola causa, ma come parte di processi nei quali indebitamento, espropriazione, distruzione dei mezzi di sussistenza, crisi ecologiche e guerre concorrono a rendere invivibili interi territori. Già allora il movimento parlava di beni comuni: acqua, semi, conoscenza, salute, biodiversità. L’idea fondamentale era che esistessero ambiti della vita che non dovessero essere interamente subordinati alla logica del profitto. Nel frattempo questa intuizione si è ampliata. Oggi la questione dei commons riguarda anche i dati, le infrastrutture digitali, gli algoritmi, le reti energetiche, la cura, la riproduzione sociale e gli ecosistemi planetari. Non si tratta semplicemente di difendere beni esistenti dalla privatizzazione, ma di costruire istituzioni e pratiche capaci di riprodurre collettivamente le condizioni della vita. Anche la possibilità di abitare un territorio, di attraversarlo e di costruirvi relazioni sociali appartiene a questa più ampia questione delle condizioni comuni dell’esistenza. Una componente importante del movimento era costituita dal lavoro. Sindacati, reti di lavoratori e movimenti sociali denunciavano il dumping sociale, la perdita di diritti, la precarizzazione e la compressione salariale prodotte dalla competizione globale. Quelle rivendicazioni acquistano oggi un significato ancora più ampio, perché il lavoro salariato convive con il lavoro di piattaforma, con nuove forme di lavoro cognitivo, con la centralità del lavoro di cura e con i processi di automazione e di intelligenza artificiale. La questione non riguarda più soltanto il posto di lavoro, ma l’intera organizzazione della riproduzione sociale. La condizione dei migranti mostrava già allora che la segmentazione della forza lavoro era uno dei dispositivi fondamentali del capitalismo globale. Le frontiere non servivano semplicemente a escludere, ma anche a produrre differenti gradi di vulnerabilità, ricattabilità e accesso ai diritti. La stessa persona poteva essere indispensabile come lavoratore e indesiderabile come soggetto politico, necessaria alla produzione e alla cura ma mantenuta in una condizione giuridica precaria. Per questo la libertà di movimento era inseparabile dalla lotta contro lo sfruttamento: la gerarchia dei permessi di soggiorno, delle cittadinanze e dei diritti contribuiva a dividere il lavoro e a disciplinarlo. La giustizia ambientale era già presente, sebbene la crisi climatica non occupasse ancora il centro del dibattito pubblico. Si parlava di foreste, biodiversità, agricoltura sostenibile, organismi geneticamente modificati e principio di precauzione. Oggi sappiamo che quelle rivendicazioni anticipavano soltanto una parte della questione. La crisi ecologica è diventata una crisi sistemica che investe energia, alimentazione, acqua, clima, migrazioni e guerra, rendendo ancora più evidente quanto fossero intrecciate le dimensioni ambientali e quelle economiche. Anche qui occorre evitare determinismi semplicistici: il cambiamento climatico non produce automaticamente migrazioni, ma aggrava disuguaglianze, conflitti e processi di espulsione già esistenti, mentre le responsabilità e le possibilità di proteggersi restano distribuite in modo profondamente ineguale. Vi era inoltre una critica radicale alla governance mondiale rappresentata dal G8. Otto governi pretendevano di decidere questioni che riguardavano miliardi di persone senza alcuna effettiva partecipazione democratica. Quel problema non è scomparso; ha semplicemente assunto nuove forme. Le grandi decisioni che incidono sulla vita collettiva vengono oggi prese entro reti molto più complesse, nelle quali si intrecciano Stati, imprese multinazionali, organismi sovranazionali, finanza globale e grandi piattaforme tecnologiche. Le politiche migratorie mostrano con particolare chiarezza questa trasformazione: il controllo delle frontiere viene affidato a una combinazione di governi, agenzie sovranazionali, accordi con Stati terzi, apparati militari, tecnologie di sorveglianza e imprese private. La frontiera non coincide più soltanto con una linea geografica, ma si estende lungo le rotte, nei centri di detenzione, nelle procedure amministrative, negli algoritmi di identificazione e nelle condizioni di accesso ai diritti. Dalla globalizzazione alla guerra Anche la questione della pace assume oggi un significato diverso. È importante ricordare che Genova si svolse prima dell’11 settembre. Il movimento denunciava l’aumento delle spese militari, criticava la NATO, il commercio delle armi e la crescente militarizzazione delle relazioni internazionali in un momento in cui la cosiddetta globalizzazione appariva ancora prevalentemente organizzata attorno all’espansione dei mercati. Si comprendevano già, però, i legami tra guerre, impoverimento, distruzione dei territori e spostamenti forzati delle popolazioni. La libertà di movimento non significava soltanto rivendicare il diritto di chi migrava ad attraversare le frontiere, ma anche contestare un ordine mondiale che costringeva milioni di persone a partire e poi le criminalizzava per averlo fatto. Pochi mesi dopo, gli attentati dell’11 settembre inaugurarono una nuova fase storica. La “guerra al terrorismo” divenne il paradigma dominante della politica internazionale, ridefinendo profondamente i rapporti tra sicurezza, libertà, controllo sociale e politica economica. Da allora siamo progressivamente entrati in un capitalismo sempre più attraversato dalla guerra, nel quale la militarizzazione non rappresenta soltanto una risposta alle crisi, ma una componente strutturale dei processi di accumulazione e di riorganizzazione geopolitica. In questo nuovo regime, la figura del migrante venne sempre più sovrapposta a quelle della minaccia, del clandestino e del possibile nemico interno. La guerra esterna e il controllo interno delle popolazioni si svilupparono così come dimensioni complementari di una stessa trasformazione. Oggi siamo arrivati con Trump a definire “terrorista” chiunque si opponga al fascismo o ponga in essere un’agenda moderatamente social democratica di redistribuzione del reddito. La forza della trasversalità La forza del movimento alter-globalizzazione non consisteva tuttavia soltanto nelle singole rivendicazioni. Il suo tratto forse più innovativo era il tentativo di costruire trasversalità. Seattle, Praga, Québec, Porto Alegre e infine Genova furono laboratori nei quali sindacati, movimenti contadini, reti femministe, ambientalisti, associazioni cattoliche, centri sociali, ONG, gruppi per i diritti umani, reti di migranti, cooperative e molte altre soggettività cercavano di elaborare linguaggi comuni senza rinunciare alle proprie differenze. La domanda politica fondamentale non era come eliminare l’eterogeneità, ma come mantenerla viva dentro un percorso condiviso. Come articolare lotte differenti senza ridurle a un’unica identità. Come costruire un processo di ricomposizione capace di aumentare la potenza collettiva senza cancellare le differenze. È probabilmente proprio questa ricerca di trasversalità ad aver rappresentato il tratto più pericoloso agli occhi dei poteri costituiti. Una società attraversata da conflitti separati è più facilmente governabile; una società nella quale soggetti diversi iniziano a riconoscere le proprie interdipendenze e a costruire pratiche comuni apre invece possibilità di trasformazione molto più profonde. In questa prospettiva, la repressione di Genova non può essere letta soltanto come risposta agli scontri di piazza. Le violenze della repressione della piazza culminata con la morte di Carlo Giuliani, la macelleria sociale della Diaz e le torture di Bolzaneto colpirono il cuore organizzativo di quel processo di ricomposizione, cercando di interromperlo attraverso il trauma, la paura e la criminalizzazione dell’intero movimento. Pochi mesi dopo, l’11 settembre inaugurò un nuovo regime storico. La “guerra al terrorismo” trasformò profondamente il contesto politico internazionale, restringendo gli spazi del dissenso e spostando il baricentro della politica mondiale dalla promessa della globalizzazione alla gestione permanente della sicurezza. Oggi viviamo pienamente dentro quell’orizzonte: un mondo nel quale guerra, riarmo, controllo delle frontiere, sorveglianza e competizione geopolitica non costituiscono più risposte eccezionali alle crisi, ma elementi strutturali del capitalismo contemporaneo. La radicalizzazione di questa logica è oggi evidente nella tendenza a trasformare ogni conflitto sociale in un problema di ordine pubblico o di sicurezza, fino a equiparare, nella retorica di Donald Trump e di altri leader della destra autoritaria, l’antifascismo di piazza e perfino moderate politiche redistributive a minacce per l’ordine costituito, mentre la ricchezza continua a concentrarsi come mai prima. Le domande che restano A distanza di oltre vent’anni, molte delle questioni sollevate allora sono entrate nel dibattito pubblico, spesso in forme molto diverse da quelle immaginate dal movimento. Altre restano aperte. Ma forse l’eredità più importante di Genova non consiste nell’aver anticipato singole crisi o singole rivendicazioni. Consiste nell’aver mostrato che problemi apparentemente separati – lavoro, ambiente, debito, migrazioni, pace, beni comuni, democrazia e riproduzione sociale – possono essere pensati come parti di una stessa totalità. Più in generale, rileggendo oggi Genova, mi sembra che le grandi domande del movimento fossero profondamente intrecciate: la libertà di movimento delle persone, la libertà della riproduzione dei commons dalla mercificazione, la libertà del lavoro dallo sfruttamento e la libertà dei popoli dalla guerra. Ma quella libertà non era intesa soltanto come liberazione da vincoli, dominazioni o forme di espropriazione. Era anche libertà di costruire istituzioni comuni, di cooperare, di prendersi cura della riproduzione della vita, di decidere collettivamente il proprio futuro e di sperimentare nuove forme di convivenza oltre la logica del profitto e della guerra. Tutte nascevano dalla stessa critica a un ordine globale che organizzava la mobilità, l’accesso alle risorse, il lavoro e la sicurezza secondo le esigenze dell’accumulazione capitalistica. È questa coerenza profonda, più ancora delle singole rivendicazioni, che vale la pena recuperare oggi. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI HAIDI GIULIANI: > C’era un ragazzo sull’asfalto -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Genova 2001: le domande che non abbiamo ancora smesso di porci proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: “Una ferita aperta” da oggi fino a martedì il workshop fotografico di Giulio Di Meo
E con oggi ci siamo. Con oggi tutto quello che vi abbiamo raccontato nelle puntate precedenti di questo Genova Reload rivive davvero nell’incontro con i tanti e le tante attivist* delle più diverse sigle e associazioni che da tante città d’Italia saranno di nuovo qui, come fu per il “movimento dei movimenti” di 25 anni fa. E non sarà solo commemorazione. Piuttosto l’euforia di esserci di nuovo, e di essere in tant3: nelle aspettative, nelle urgenze, nella progettualità di oggi, più che mai necessarie. Nella consapevolezza che “sì, avevamo ragione su tutto” e perciò è venuto il momento, adesso, di ritrovarsi e crederci davvero, soprattutto se nel 2001 eri troppo piccol3 per essere al GSF, ma adesso sei nell’età giusta per metterti in gioco. Le mostre, gli spettacoli teatrali, i libri, i seminari, i convegni: almeno un po’ del ricchissimo programma di eventi che il Comitato Piazza Carlo Giuliani insieme a tante altre realtà genovesi hanno previsto per questo venticinquennale, ve lo abbiamo raccontato nelle scorse puntate. E adesso, dopo una settimana particolarmente intensa di appuntamenti e focus tematici, che la festa ricominci! Con l’Assemblea No Kings, dalle 11 in poi oggi a Palazzo Ducale, che si preannuncia partecipatissima. E con la Manifestazione Nazionale che nel pomeriggio di domani sfilerà per le vie del centro a partire da Piazza Alimonda; ma già la mattina sarà possibile seguire un interessante confronto tra le pratiche nonviolente degli anni ’80 e quelle odierne (organizza Extinction Rebellion e non mancheremo di darvene notizia). E anche quest’anno non potrà mancare, da oggi 18 luglio e fino a martedì 21 luglio, la proposta di workshop che il fotografo Giulio Di Meo ha concepito come un percorso tra i luoghi che furono il teatro degli scontri di quei giorni: per capire davvero cosa è successo e cosa resta, di quegli eventi che 25 anni fa sconvolsero la città di Genova. Questa è la quarta edizione e il percorso sarà quest’anno particolarmente ricco, per poter raccontare non solo il passato, ma le tante iniziative che si sono inaugurate nelle scorse settimane. “Gli scontri, i lacrimogeni, le violenze, gli spari, il sangue, la Diaz: 560 feriti, 360 arrestati e fermati, 25 milioni di euro di danni, 62 manifestanti e 85 appartenenti alle forze dell’ordine sotto processo: questi i numeri dei ‘fatti di Genova’, ma ne manca uno, quello di Carlo Giuliani. Ammazzato a vent’anni e rimasto senza giustizia, senza un processo” citiamo dal sito di Giulio Di Meo. Il percorso si snoderà a partire dal quartiere Foce tra via Tolemaide e il mare, che fu teatro dei terribili scontri tra manifestanti e forze dell’ordine quel venerdì di 22 anni fa, per poi attraversare piazza Alimonda, dove Carlo cadde in una pozza di sangue e si concluderà alla Diaz, la scuola che divenne la «macelleria messicana» per coloro, soprattutto giornalisti indipendenti, che in quei giorni vi si erano accampati. “Il 20 luglio 2001 doveva essere la giornata di una grande manifestazione pacifica che era riuscita a riunire nello stesso luogo un enorme numero di associazioni di diversa estrazione nell’urgenza di affermare valori universali come l’uguaglianza, il diritto al lavoro e alla casa, la solidarietà, il pacifismo, l’anti-razzismo, il rispetto dell’uomo e dell’ambiente, la non omologazione in schemi imposti dalle spinte globaliste. Il 20 luglio 2001 si trasformò nella più grande crisi contemporanea fra uno Stato autoritario e i propri cittadini inermi; fu uno spartiacque in grado di spazzare via l’illusione collettiva di migliaia di persone.” L’obiettivo del workshop sarà non solo riandare a quei momenti di terrore, ma appunto ravvivare l’energia di quei giorni, attraverso le parole dei familiari di Carlo e di tanti altri testimoni. “Carlo è un seme da cui ogni anno germogliano iniziative necessarie per mantenere viva la memoria, la speranza, l’azione civile” citiamo di nuovo dal website di Giulio Di Meo. “Tante delle lotte di questi ultimi vent’anni nascono qui. Piazza Alimonda, dunque, non come simbolo di morte e violenza, ma come luogo di vita e di memoria. (…) Queste giornate di luglio sono anche il momento in cui costruire le condizioni per realizzare oggi ciò che purtroppo vent’anni fa non è stato. Per questo è un luogo dove tornare.” Obiettivo del workshop sarà un reportage collettivo, con restituzione pubblica attraverso l’allestimento di una mostra presso l’Archivio Lorusso-Giuliani di Bologna, che raccoglie un’enorme quantità di documenti relativi alle inchieste che hanno indagato i fatti di Genova. Programma delle giornate Sabato 18 luglio 2026 Ore 14:00-15:00 Presentazione e introduzione al workshop Ore 16:00-19:00 Uscita fotografia: Le strade del G8 e assemblea internazionale Ore 20:00-22:00 Lezione introduttiva sulla fotografia documentaria e prima sessione di editing e selezione dei lavori. Domenica 19 luglio 2026 Ore 10:00-12:00 Incontro con Peppino Coscione, ex-insegnante di Carlo Giuliani Ore 15:00-18:00 Corteo per il 25° anniversario del G8 Ore 20.00-22.00 Lezione “La fotografia come testimonianza. La bugia delle immagini” e seconda sessione di editing e selezione dei lavori. Lunedì 20 luglio 2026 Ore 10:00-13:00 La scuola Diaz: incontro con un testimone Ore 14:00-19:00 Piazza Alimonda Ore 20:00-21:00 Terza sessione di editing e selezione dei lavori. Martedì 21 luglio 2026 Ore 10:00-13:00 Incontro con la famiglia Giuliani al CSOA Pinelli Ore 15:00-18:00 Sessione di editing finale, critica e selezione dei lavori Ore 19:00-21:00 Fiaccolata alla Diaz L’iscrizione al workshop è ormai chiusa ma per chi fosse interessat*: info@giuliodimeo.it E senz’altro da segnalare la mostra Days of G8: The Diaz a cura dello stesso Giulio Di Meo e del giornalista Mark Covell, che sarà visitabile il 20 e 21 luglio negli spazi del Liceo Statale Sandro Pertini (ex Scuola Diaz, Via Cesare Battisti 5, Genova). “Ho sempre avuto la sensazione che i sopravvissuti della Diaz siano rimasti nell’ombra per troppo tempo e che la maggior parte dei ritorni a Genova sia avvenuta solo in forma privata” rievoca lo stesso Mark Covell che la notte del 21 luglio 2001 era davanti alla Scuola Diaz, quando venne coinvolto nel violento blitz della polizia, riportando ferite gravissime. “Per alcuni di noi tornare è stato impossibile; altri sopravvissuti della Diaz e di Bolzaneto sono rientrati soltanto per testimoniare nei processi. (…) A venticinque anni dal G8 di Genova e dalle violenze della scuola Diaz ho sentito il bisogno di trasformare quei ricordi in una pubblica testimonianza, affinché quanto accaduto non venga dimenticato e continui a interrogare le coscienze. Per questo ho chiesto all’amico Giulio Di Meo di provare a costruire insieme una mostra capace di raccontare quei giorni attraverso le fotografie. Con Giulio ci siamo conosciuti qualche anno fa in Piazza Alimonda. Successivamente ho incontrato i suoi allievi durante una visita alla Diaz: è stato un momento molto intenso, perché vedere giovani fotografi confrontarsi con quei luoghi significava restituire loro una memoria che rischia di affievolirsi con il passare del tempo. Da quell’incontro è nata l’idea di mettere insieme immagini provenienti da archivi diversi. (…) Tutto questo è stato possibile grazie alla disponibilità del Dottor Cavanna, dirigente scolastico della Diaz. Esporre queste immagini all’interno della scuola, il luogo in cui si consumarono quelle violenze, rappresenta per me, per Giulio e, ci auguriamo, per tutti i visitatori, un gesto dal fortissimo valore simbolico (…).” Foto di Patrizio Broggi Foto di Chiara Maisano Daniela Bezzi
July 18, 2026
Pressenza
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: “Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova…” di Lorenzo Guadagnucci
La rassegna della letteratura politica, economica e sociologica fiorita a cavallo tra il XX e il XXI secolo, custodita negli scaffali della memoria e delle biblioteche personali, non costituisce un semplice esercizio di nostalgia per una stagione di mobilitazione giovanile. Al contrario, essa rappresenta l’archeologia di un’alternativa possibile, un compendio di analisi strutturali che la storia successiva ha drammaticamente e tragicamente validato. L’autore di questo breve ma intenso trattato dal titolo provocatorio, Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova, è Lorenzo Guadagnucci che ha vissuto sulla propria pelle i tragici eventi susseguiti in concomitanza del G8 di Genova e che molto amichevolmente mi ha fatto dono della sua opera, come una sorta di passaggio ancora valido e vivido di consegne di pace. L’autore inizia il suo saggio con un’ampia panoramica di analisi sociali e geopolitiche. A 25 anni dal G8 di Genova del luglio 2001, lo slogan “Un altro mondo è possibile” si ripresenta al dibattito contemporaneo spogliato di ogni ingenuità utopica, rivelandosi come una diagnosi precoce, lucida e straordinariamente accurata delle contraddizioni che oggi consumano il pianeta e tutto il sistema al collasso, parlando letteralmente. La liquidazione di quell’esperienza da parte delle élite politiche, accademiche e giornalistiche mainstream, che all’epoca la liquidarono come un fenomeno transitorio o irrazionale, si rivela oggi come un meccanismo di rimozione deliberata, necessario a giustificare la persistenza di un modello che ha progressivamente eroso le basi stesse della convivenza civile, della democrazia e della sostenibilità ambientale. Insomma di un “Altro mondo possibile” e necessario. I testi di autori come Naomi Klein, con la sua critica al potere dei grandi marchi e alle privatizzazioni, e Joseph Stiglitz, premio Nobel che analizzò dall’interno i fallimenti delle istituzioni finanziarie globali e internazionali, avevano già allora individuato nella globalizzazione neoliberista e nella deregolamentazione selvaggia i germi di una instabilità sistemica insanabile e di una crisi a trecentosessanta gradi davvero insormontabile. La successiva transizione verso quello che è stato definito “finanzcapitalismo” ha confermato come la preminenza dell’economia speculativa sulla produzione reale, sui diritti del lavoro e sullo stato sociale non avrebbe condotto al benessere diffuso promesso dai teorici del libero mercato, bensì a una polarizzazione e accumulazione della ricchezza senza precedenti storici e con squallide conseguenze. In questo contesto, le riflessioni di Susan George e Francesco Gesualdi sulla cancellazione del debito dei paesi in via di sviluppo e sulle asimmetrie del commercio globale non erano rivendicazioni puramente etiche o assistenziali, ma rigorose decostruzioni di un sistema di trasferimento forzato di risorse che perpetuava la dipendenza neocoloniale e la sua abiezione neoliberista a discapito della pace tanto auspicata (e in effetti fattibile, tutt’altro che utopica) da noi attivisti altermondialisti. Questa costellazione di pensatori illuminati, arricchita dallo sguardo acuto, ecologista e a tratti poetico di intellettuali provenienti dai vari Sud del mondo – come Vandana Shiva nelle sue battaglie per la sovranità alimentare, Eduardo Galeano e il subcomandante Marcos – aveva compreso con largo anticipo che la crisi sociale e la crisi ecologica erano due facce della medesima medaglia. L’illusione capitalistica di una crescita economica infinita, basata sull’estrazione illimitata di risorse in un pianeta geograficamente e biologicamente finito, veniva denunciata come un vicolo cieco. Vent’anni fa la decrescita e i modelli di sviluppo alternativi venivano derisi come nostalgie pre-industriali; oggi, di fronte a un surriscaldamento fuori controllo, e ai cosiddetti cambiamenti e dissesti climatici e ambientali, alla perdita di biodiversità e all’esaurimento delle risorse idriche e del suolo, quelle tesi rappresentano l’unica base scientifica e politica per la sopravvivenza delle specie terrestri, vegetale, animale e umana. Allo stato attuale, in un panorama globale segnato da un degrado morale, etico, civile e politico che ha pochi precedenti nella storia recente dell’Occidente, l’attualità di quel pensiero critico, illuminato e alternativo, contro il bieco sistema dominante, emerge per contrasto. La crisi esistenziale contemporanea, caratterizzata da una profonda depressione collettiva che investe l’idea stessa di futuro, è il risultato diretto del rifiuto sistematico di accogliere quelle istanze di cambiamento radicale dello status quo, del degradato sistema imperante. Il ritorno della guerra come strumento ordinario, accettato e quasi normalizzato per la risoluzione delle controversie internazionali, rappresenta il fallimento più vistoso dell’ordine mondiale emerso dal crollo del muro di Berlino, che vede noi tutti, l’umanità intera, sul crinale del baratro nucleare e in preda all’ecatombe dell’escalation militarista incontrollata e esponenziale, rendendoci ancor più fragili e vulnerabili. Un ordine globale che ha preferito militarizzare i siti strategici e imposto di nuclearizzare le frontiere e investire nel complesso militare-industriale-fossile e nella deterrenza nucleare piuttosto che affrontare le radici sociali e ambientali dei conflitti su larga scala. Allo stesso modo, l’impianto teorico dedicato allo studio delle istituzioni e del controllo sociale conserva una spaventosa valenza interpretativa. Le analisi sociologiche e politologiche sui corpi di polizia e sulle metamorfosi della gestione dell’ordine pubblico, sviluppate da studiosi come Donatella della Porta e Salvatore Palidda a partire dai tragici fatti della scuola Diaz e di via Tolemaide, non riguardavano solo la cronaca di quei giorni, ma una aberrante attualità. Esse anticipavano la progressiva contrazione degli spazi di dissenso democratico e alternativo e la criminalizzazione dei movimenti sociali a cui assistiamo ancora e soprattutto oggi, nei contesti di azione nonviolenta attuali, dove le risposte penali e poliziesche sostituiscono sistematicamente la mediazione politica e la presunta risoluzione dei bisogni sociali. In conclusione, la ricchissima produzione teorica e militante del movimento altermondialista non ha fallito nella sua capacità di interpretare il mondo, ma è stata travolta da una restaurazione neoliberista e politica ed economica globale che ha preferito guidare l’umanità verso il collasso ecologico e bellico piuttosto che mettere in discussione i propri privilegi e i propri dogmi più retrivi di una visione del mondo altamente superegoica, deviata e criminale. Rileggere oggi quei testi e richiamare alla mente i giorni di Genova significa riconoscere che lo slogan di venticinque anni fa non era una formula retorica, ma un avvertimento veritiero aperto e vivo tra noi attivisti che ancora crediamo nel movimento del rinnovamento della nuova e alternativa dimensione planetaria e universale della pace. Un altro mondo non è solo storicamente e materialmente possibile, ma rimane l’unico imperativo etico e politico e morale irrinunciabile se si vuole restituire un senso al concetto di dignità umana e garantire un futuro alle generazioni che verranno. -------------------------------------------------------------------------------- (NdR) Chiedo scusa se vi parlo di Genova. 25 tesi sull’irruzione del movimento globale, la sua repressione, la sua attualità di Lorenzo Guadagnucci (Ed. Altreconomia, 240 pag. € 18) verrà presentato oggi, 16 luglio, a Piazza Rostagno con Vittorio Agnoletto e Enrico Zucca. Modera Antonio Bruno. GLI ALTRI APPUNTAMENTI GENOVESI DI OGGI – a Palazzo Ducale, Sala del Minor Consiglio (h 15.00-19.00): i vari incontri curati da Fair e The Weapon Watch in tema di: 1) Il mondo tra guerre permanenti e riarmo globale; 2) L’intreccio perverso tra finanza, fabbricanti d’armi, politica; – Piazza Rostagno, h 18, presentazione del libro Divieto di protestare di Annalisa Camilli in dialogo con Pietro Barabino; –  Giardini Luzzati, 20.30, C’era una volta la guerra, spettacolo teatrale di Patrizia Pasqui con Mario Spallino promosso da Emergency, con CALP e The Weapon Watch. E anche a Torino inizia oggi al Comala, Corso Francesco Ferrucci 65/a la due giorni organizzata dal Coordinamento Antifascista Torino secondo il programma descritto qui e qui. Laura Tussi Centro Sereno Regis
July 16, 2026
Pressenza
GENOVA 2001-2026: 25 ANNI DALLE MOBILITAZIONI CONTRO IL G8, “IN OGNI CASO NESSUN RIMORSO”. SABATO L’ASSEMBLEA, DOMENICA IL CORTEO NAZIONALE.
Genova si prepara ad accogliere le iniziative in occasione del 25esimo anniversario delle grandi mobilitazioni contro il G8 avvenute nel luglio del 2001. 25 anni fa Radio Onda d’Urto raccontava, dall’interno del percorso di Radio Gap, le grandi mobilitazioni contro il G8 di Genova. Dai convegni ai cortei la copertura del contro-vertice fu totale, e fu possibile grazie alla creazione di un vero e proprio media center dal basso dove Radio Gap era un pezzo, importante, di un ingranaggio di contro narrazione che passava da tante realtà. Qui uno speciale che la nostra redazione ha realizzato in occasione del ventennale. In quelle giornate di un quarto di secolo fa, la repressione di stato si abbattè sulle piazze tematiche e sul corteo unitario con una violenza che quasi nessuno e nessuna aveva previsto. Colpi di pistola sparati dalla camionetta dei carabinieri uccisero Carlo Giuliani il 20 luglio in piazza Alimonda e nella notte del 21 luglio poi ci sarà l’irruzione, pretestuosa, alle scuole Diaz e Pascoli e il massacro di centinaia di uomini e donne. A 25 anni da quelle giornate, Genova accoglierà diverse iniziative. L’appuntamento principale sarà domenica 19 luglio con il corteo nazionale. Il concentramento è alle 15.30 in Piazza Alimonda, rinominata “Carlo Giuliani”. “In ogni caso nessun rimorso”, lo slogan di lancio della manifestazione. Un pre-concentramento di studenti e studentesse è previsto davanti alla Scuola Diaz alle ore 14.30 con lo “spezzone giovani, contro guerra, leva, fascismo e repressione”. Ne parla, a Radio Onda d’Urto, Simona del csa Buridda e di Genova Antifascista. Ascolta o scarica. Il giorno prima, sabato, l’assemblea nazionale indetta dalla rete No Kings. L’appuntamento è alle ore 11 presso Palazzo Ducale, Genova. Ce ne parla Luca Blasi di No Kings Italia. Ascolta o scarica.
July 15, 2026
Radio Onda d`Urto
C’era un ragazzo sull’asfalto
A NOI SONO BASTATI I PRIMI DUE CAPOVERSI DI QUESTO SCRITTO DI HAIDI GIULIANI PER STRAPPARCI DIVERSE LACRIME. GENOVA 2001, IL MOVIMENTO DEI MOVIMENTI, HAIDI ED ELENA GIULIANI ABITANO LA NOSTRA MEMORIA BEN PRIMA CHE NASCESSE COMUNE. IL VOLUME ALIMONDA – CHI HA UCCISO CARLO GIULIANI? (CRONACHE RIBELLI) DI CARLO A. BACHSCHMIDT CI COSTRINGE A GUARDARE AL LUGLIO 2001 COME A UN TRAUMA MAI RIMARGINATO: CURARE QUESTA E ALTRE FERITE È IL PRESUPPOSTO IMPRESCINDIBILE PER CREARE OGGI UN MONDO DIVERSO. COME HAIDI RICORDA NELLA PREFAZIONE, LE MADRES DI PLAZA DE MAYO HANNO INSEGNATO AL MONDO A SOCIALIZZARE IL DOLORE. TANTI E TANTE HANNO FATTO PROPRIA QUESTA LEZIONE GRAZIE A LEI. HANNO ANCHE SCOPERTO CHE È POSSIBILE TRASFORMARE UNA VORAGINE DI LUTTO NELL’INESAURIBILE ENERGIA DI UNA LOTTA OSTINATA RICCA DI TENEREZZA E RABBIA Foto di Marica Traverso (dalla pag. fb di Elena Giuliani) Ero andata in pensione a settembre. Non mi dispiaceva lavorare con i bambini e le bambine, al contrario. Mi dispiaceva non poter fare scuola come ritenevo giusto. Come avevamo lavorato negli anni in cui sembrava possibile costruire un mondo diverso. Così ero andata in pensione, per tristezza dicevo. “Ora potrai viaggiare”, mi consolavano le amiche. Sono salita su un aereo la prima volta per raggiungere uno dei miei fratelli in Centroamerica. La seconda in Senegal, senza giornali né tv, per conoscere l’ambiente, condividere la vita dei ragazzi che scappavano al di là del mare a fare i vu’ cumprà. A “fare negozio”, come dicevano loro. Ero tornata da una settimana. Sentivo parlare di assalti alla «zona rossa», sangue infetto, bombe carta… Non capivo. Dopo l’assalto al cielo, da quasi vent’anni le manifestazioni a cui avevo partecipato erano praticamente piacevoli passeggiate insieme a compagne e compagni. Mia figlia era impiegata a Milano, mio figlio a cena mi aveva detto “Domani c’è il concerto di Manu Chao”. È arrivato il 20. Nel pomeriggio è arrivato anche Giuliano e si è seduto in sala a guardare la televisione. Io ero indaffarata in giardino, abbandonato da troppo tempo. C’era un continuo rumore di elicotteri. Di tanto in tanto alzavo gli occhi a guardare il fumo nero che sporcava la città giù, verso il mare. “Sembra di essere in guerra”, ho risposto all’altro fratello, che mi telefonava preoccupato da Monza. Lui la guerra se la ricordava bene. Con la terra sulle mani sono entrata in casa. Ho dato un’occhiata allo schermo acceso. C’era un ragazzo sull’asfalto. Sono andata a lavarmi. “Lo sprofondo”, ha scritto un mio amico. Non saprei spiegarlo meglio. Da quella sera tutto è finito in un buco nero, in quello sprofondo. La politica, la scuola, il matrimonio: tutti i miei fallimenti non hanno contato più niente. Capivo solo che non avrei potuto difendere mia figlia dallo strazio. Che stavo annegando. Subito è cominciata la ridda di polizia, avvocati, giornalisti… Non sono stati giorni facili. Non è stata facile la conversazione avuta in questura. Un giudice sconosciuto mi impediva di prendere tra le braccia mio figlio. Non è stato facile riuscire a “corrompere” il guardiano dell’obitorio per poterlo vedere qualche secondo da uno spiraglio. Annegavo. Poi mi hanno portato in quella piazza. C’erano tanti giovani. C’erano i suoi amici. Non tutti. In particolare c’erano quelli che non avevo conosciuto prima, quelli legati alla sua vita recente. C’era la segatura a coprire il sangue e i fiori a coprire la segatura. Mi sono seduta su un muretto, sono rimasta lì. Qualche tempo dopo Elena è dovuta tornare al lavoro, è ripartita. Piazza Alimonda è diventata la mia casa. Oltre ad amici e amiche di Carlo, si fermavano tante persone, spesso sconosciute. Mi raccontavano chi una cosa, chi un’altra di quello che avevano vissuto. Dell’afa, della paura, dei lacrimogeni che cadevano anche dal cielo… Io guardavo la strada: il sangue era stato asfaltato, si poteva comunque capire dove era caduto Carlo. Confrontavo quello che avevo davanti agli occhi con le foto pubblicate e i commenti dei cronisti. No, c’era qualcosa che non mi tornava. Di notte arrivavano gli immigrati. “Tuo figlio buono”, mi dicevano due di loro. Arrivava qualche fuori di testa. Uno ha preso casa lì con me: curava i fiori, i biglietti e i piccoli doni appesi alla cancellata della chiesa del Rimedio, ne portava di nuovi, raccattati chissà dove. Aveva una brutta ferita, ricucita malamente, che gli attraversava una mano. Lui mi permetteva di disinfettarla e fasciarla. Alla fine dell’estate avrei scoperto che la sua era una specie di follia momentanea: ha riacquistato lucidità quando, sulla pagina di un quotidiano, ha riconosciuto il suo carnefice, il poliziotto che a Bolzaneto gli aveva divaricato le dita lacerando il palmo. Dovevo trovare altre foto, ero sicura che ce ne fossero, anche perché in quella settimana di luglio era stato allestito il Media Center per gestire la quantità di informazioni e immagini raccolte dai mediattivisti, fondamentale il ruolo di Indymedia e di Radio Gap. Ma dove cercare? Così sono venuta a sapere che in via San Luca, sotto i locali dell’Arci, era nato il Legal Forum. In previsione del vertice, avvocati provenienti da tutta Italia, aderendo al Genoa Social Forum, avevano costituito un team per seguire e controllare la situazione durante le proteste. Per assistere i manifestanti, spesso stranieri, si era costituita una Segreteria Legale che offriva indicazioni e consigli. Non ricordo quando ho incontrato per la prima volta l’autore di questo libro, quando ho saputo che era consulente tecnico responsabile del Genoa Legal Forum per l’analisi e l’archiviazione di tutto il materiale video fotografico relativo alle giornate. Ricordo che da allora e per dieci lunghi anni l’ho sempre ritrovato, tra volontari e qualche avvocato, a coordinare le attività che si svolgevano in quelle stanze. Il pomeriggio del 20 luglio in Alimonda erano presenti otto tra fotografi e cineoperatori. Otto obiettivi potevano aver fissato gli ultimi momenti nella vita di mio figlio. Senza contare gli apparecchi fotografici – niente smartphone all’epoca – dei cittadini che avevano le finestre sulla piazza. Dovevo parlare con chi aveva ripreso le immagini, trovare nuove istantanee oltre a quelle già pubblicate. Con le indicazioni ricevute in via San Luca, ho lasciato la piazza e sono partita a cercarle. Intanto Bachschmidt e diversi mediattivisti cominciavano a ordinare testimonianze raccolte, registrazioni audio, la rassegna stampa. A datare il fiume di immagini e filmati sfuggiti al setaccio delle polizie. Alcuni fotografi e un regista hanno da subito collaborato sia con la Segreteria Legale che con noi familiari… Ho rintracciato a Roma i due che mi interessavano maggiormente: il primo aveva avuto un braccio fratturato e un apparecchio sfasciato mentre cercava di riprendere Carlo a terra, circondato dagli agenti, ma non aveva sporto denuncia e “non se la sentiva” – così mi ha detto – di testimoniare. Il secondo, che in piazza si era trovato in una posizione vantaggiosa sui gradini della chiesa, mi ha risposto seccamente “non ho niente da dire e niente da dare”. Intanto: sono subito iniziate le indagini volte a identificare i “manifestanti violenti”. Ne vengono individuati 40, tra questi 23 persone sono arrestate il 4 dicembre. L’udienza preliminare si terrà un anno più tardi e la difesa chiederà inutilmente la modifica del capo di imputazione: “devastazione e saccheggio”, un reato introdotto sotto il regime fascista col famigerato Codice Rocco del 1930, tuttora vigente in moltissime sue parti. Intanto: l’11 settembre due attacchi suicidi contro le Torri Gemelle del World Trade Center a New York causano quasi tremila vittime e scatenano la “guerra al terrorismo” da parte degli USA, dando il via alle orribili carneficine in Afghanistan e in Iraq. I “fatti del G8” non trovano più spazio nei media italiani. Intanto: un cugino, da Londra, apre il sito “carlogiuliani.it”. Radio Sherwood apre, realizza e mantiene il sito “piazzacarlogiuliani.org” per tanti anni. Scrive Elena, che da sempre lo cura: “Costituito il Comitato, Radio Sherwood ci ha regalato il dominio e ci ha aiutato a lungo ad aggiornare il sito che ha continuato a crescere, grazie a diversi contributi generosi, tanto da presentare versioni in sei lingue straniere. Con il passare degli anni sono cambiate le piattaforme e i programmi di gestione; di trasloco in trasloco, da un server all’altro, il nostro sito ha perso le versioni in altre lingue, ha cambiato veste grafica, ha cambiato anche dominio… Oggi ringraziamo Carlo Gubitosa per la pazienza e la generosità con cui ci ha supportati e consigliati oltre che per l’impegno messo nel realizzarlo, e l’Associazione culturale Altrinformazione che ci ospita sui suoi server”. Quel sito racconta, ancora dopo 25 anni, la storia del comitato voluto da amici e amiche di mio figlio a cui si sono uniti una sua maestra, un professore del liceo e noi familiari. Non ne farà parte Edo, caro compagno dei primi anni di scuola, che un aneurisma ci ha rubato il 2 gennaio 2002. Lo vengo a sapere, con il cuore a pezzi, mentre mi trovo al secondo Social Forum Mondiale di Porto Alegre, tra una conferenza e una manifestazione. Intanto: nascono un centinaio di Social forum locali. Ho cominciato a viaggiare, da nord a sud e oltre confine. Non mi fermerò per diversi anni. Viaggio per raccontare i “fatti”, viaggio anche per raccogliere sostegno economico: in via San Luca si lavora intensamente e c’è bisogno di solidarietà. Viaggio per imparare. Per imparare vado da Felicia Impastato, a Cinisi, che mi prende per mano e mi parla del suo Peppino. A Milano c’è Lydia, madre di Roberto Franceschi. C’è Licia, moglie di Pino Pinelli, ma in quel momento non passo al suo esame severo. Ci sono Danila e Maria, madre di Fausto Tinelli e sorella di Lorenzo Iannucci. Ci sono le Mamme del Leoncavallo. C’è Adele, madre di Luca Rossi. A Pisa c’è Franco Serantini, un “figlio di nessuno”, e Teresa Mattei, la partigiana Chicchi, la Madre costituente che ne fa memoria. A Brescia ricordiamo i colleghi e le colleghe uccisi in Piazza della Loggia. A Bologna il 2 agosto non si può mancare perché la strage fascista alla stazione non ha ancora detto tutta la verità. E a marzo ci sono gli amici e le compagne di Francesco Lorusso, colpito alla schiena vicino alla sua Università. La mia Università si trova a Casa Cervi, e a Reggio Emilia, con i cinque martiri della canzone che cantavo ai miei figli bambini. Roma mi regala una nuova grande amica, già amica, quando era ragazza, di mia sorella Anna, della libreria Uscita: “memoria è lotta!” mi insegna Paola Staccioli con i suoi libri, mentre lotta contro il tumore. Conosco Carla Verbano, madre di Valerio, la sorella di Piero Bruno, i compagni di Walter Rossi, tutto il quartiere di Ciro Principessa… Le Madres argentine di Plaza de Mayo lo hanno insegnato: è possibile socializzare il dolore. Hebe De Bonafini mi aveva regalato il fazzoletto bianco con la scritta Aparición con vida. Lottare contro l’impunità. Nunca más. Lo ripetiamo anche noi, ai convegni, nelle piazze, nei volantini. Ingenuamente tento di mettere insieme tutte le vittime della violenza di Stato, di creare una rete che unisca comitati e associazioni. Non ci riesco. Al termine di alcuni incontri – a Milano, Genova, Roma e Bologna – concordiamo solo su un sito comune. Nasce così, grazie alla generosità e all’impegno costante di Francesco “baro” Barilli, Reti-Invisibili, un portale internet con cui si intende rendere visibili le nostre attività. Una Banca dati della memoria dove inserire il profilo di ciascuna associazione, documenti giudiziari, schede e cronologia dei principali fatti dal dopoguerra, contributi tecnici e giornalistici. Scrive Barilli: “Cosa lega le vittime delle stragi italiane a quelle uccise dalle forze dell’ordine, dallo squadrismo neofascista, dalle organizzazioni mafiose? Fatti diversi tra loro però uniti da un’unica strategia: la negazione della verità da parte degli apparati dello Stato, conseguenza di insabbiamenti, sottrazione di documenti processuali rilevanti, sostanziale archiviazione di tutti i procedimenti in corso. Senza l’accertamento della verità, i familiari delle vittime di stragi e omicidi compiuti anche da diversi responsabili sono diventati come invisibili, buoni solo per le ricorrenze e gli anniversari con cui lo Stato si autoassolve dalle sue responsabilità”. Un’altra rete nel frattempo conquista le prime pagine di certa stampa: dopo un’articolata indagine, i reparti speciali dei ROS (Raggruppamento Operativo Speciale dell’Arma dei Carabinieri) e dei GOM (Gruppo Operativo Mobile, un reparto speciale della Polizia Penitenziaria) arrestano diciotto attivisti della “rete meridionale del sud ribelle”, notificando i domiciliari ad altri cinque. Saranno quarantuno, nel complesso, le persone indagate nel filone d’inchiesta. Scrive Lorenzo Guadagnucci nel 2003: “L’inchiesta di Cosenza contro la Rete del Sud Ribelle è stato forse il passaggio più inquietante di quell’involuzione autoritaria che ha caratterizzato l’Italia del dopo Genova. Nel novembre 2002 venti militanti furono arrestati (e alcuni di loro furono rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza vicino a mafiosi e terroristi) con accuse pesantissime, per lo più relative ad articoli del codice penale di derivazione fascista, introdotti nel codice negli anni Trenta, come il “sovvertimento dell’ordinamento economico costituito nello Stato” […] L’accusa – e questo è il punto grave – non contesta agli indagati alcun fatto specifico, se non l’occupazione simbolica di un’agenzia di lavoro interinale e la partecipazione attiva ai controvertici di Napoli e Genova nel 2001. Fra le imputazioni, per alcuni, c’è anche la “compartecipazione psichica” agli atti violenti compiuti da altri. In breve, un castello di accuse dal quale è pressoché impossibile difendersi: se l’accusa non contesta fatti specifici, come si può replicare?”. Nel 2008, infine, verrà emessa la sentenza di assoluzione per tutti i 13 imputati rimasti “perché il fatto non sussiste”. Il sito ProcessiG8 spiega che la segreteria del Genoa Legal Forum coordinava un centinaio di avvocati impegnati nella difesa dei manifestanti ingiustamente incarcerati, di coloro che avevano subito la brutalità poliziesca, che non avevano potuto far valere i loro diritti e così via: “… Si sono così costituiti alcuni gruppi di lavoro sui principali momenti in cui l’assistenza legale si è articolata: la tutela delle persone indagate, l’assalto alla Scuola Diaz, le violenze perpetrate a Bolzaneto, gli arresti e i pestaggi durante le manifestazioni, i ricorsi contro le espulsioni immotivate e il divieto di rientro in Italia, i fatti di via Tolemaide e piazza Alimonda culminati con l’uccisione di Carlo Giuliani”. Come Bachschmidt racconta in questo libro, Piazza Alimonda è stata isolata dal contesto di via Tolemaide e subito archiviata, ma è ritornata nel processo a carico di venticinque manifestanti, i capri espiatori del disastro G8. Nel 2004, perquisiti, fotografati e schedati, abbiamo potuto assistere alle udienze. Vedevamo sfilare i testi chiave dell’accusa: i poliziotti e i carabinieri che comandavano i vari contingenti schierati per le strade della città, tra questi i responsabili delle cariche immotivate e dei pestaggi. A fianco degli avvocati della difesa intravedevo Bachschmidt e altri consulenti della Segreteria Legale. All’inizio eravamo un pubblico numeroso. Chi non mancava mai era Arnaldo Cestaro, sessantadue anni compiuti quando, nella palestra della scuola Diaz, era stato picchiato con tanta crudeltà da lasciargli ferite permanenti. Nel 2011 porterà il suo caso davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – sostenendo che l’Italia non solo aveva violato i suoi diritti fondamentali durante l’assalto alla scuola, ma che non aveva fornito adeguate misure per punire i responsabili – e vincerà la sua battaglia. In realtà sarà una vittoria per i diritti umani, non solo per le vittime degli abusi di Genova, ma anche per il sistema giuridico italiano, considerato l’impatto che ha avuto per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale. “Era una persona speciale” scriverà vent’anni dopo Lorenzo Guadagnucci, suo compagno di sventura: “Era un militante politico, orgogliosamente comunista, pieno di umanità e di gentilezza. Era arrivato a Genova per il G8 da Vicenza, con un pullman organizzato da Rifondazione Comunista, il suo partito, ma non era rientrato col resto del gruppo. Si era fermato a Genova con l’intenzione di portare un mazzo di fiori al cimitero di Staglieno, sulla tomba della figlia di una compaesana, una ragazza morta in un incidente stradale. Arnaldo era così, un uomo gentile, fedele alle amicizie, attento alle persone che aveva vicino. Quel sabato 21 luglio aveva chiesto consiglio per un luogo in cui passare la notte, e una signora genovese gli aveva indicato la scuola Diaz di via Battisti. Arnaldo si era sistemato con le sue borse proprio vicino al portone d’ingresso della scuola. Fu uno dei primi a essere travolto. “Pensavo fossero quelli del Blocco nero – avrebbe poi raccontato – e invece era la nostra polizia. Nei mesi successivi, con altre persone, fummo tra i fondatori del Comitato Verità e Giustizia per Genova. Arnaldo ne era un simbolo”. La presidente era la madre di una ragazza di Lecco ferita alla Diaz, dove era tornata la sera del sabato dopo la manifestazione per riprendersi lo zaino. “Da quel momento noi l’abbiamo persa fino al lunedì notte quando l’abbiamo riabbracciata all’uscita dal carcere di Vercelli”, ricordava Enrica Bartesaghi, “nel frattempo, in quelle lunghissime ore, noi abbiamo scoperto, dopo innumerevoli telefonate alla questura di Genova, che Sara era stata arrestata senza sapere perché, che era stata ferita riportando un trauma cranico senza sapere dove né da chi, che era stata portata in carcere senza sapere quale… Mi è sembrato di colpo di essere precipitata in un altro paese, in un’altra epoca, non ero più in Italia nel luglio del 2001, ma nel Cile ai tempi di Pinochet o nell’Argentina dei colonnelli, da noi – pensavo – non ti spariscono i figli nel nulla, feriti e sequestrati dalla polizia”. Enrica ha continuato per molti anni a testimoniare e cercare con determinazione quella Verità e Giustizia per sua figlia e per le altre persone che quella notte avevano subito maltrattamenti e pestaggi fino a un soffio dal perdere la vita, come il giornalista inglese Mark Covell. Quando sono iniziate le udienze per il processo Diaz abbiamo assistito a testimonianze di grande valore. Ricordo in particolare la compostezza e la determinazione con cui Lena Zühlke rispondeva alle domande, a volte volgarmente allusive e provocatorie, degli avvocati della polizia. Chi ha trovato la forza di venire a deporre, nonostante il dolore e vorrei dire il disgusto del ricordo, ha dimostrato una dignità e un senso civico che avrebbe dovuto coprire di vergogna i torturatori e i responsabili di quella sciagurata irruzione. Se ne fossero stati capaci. All’interno di Reti-Invisibili, e con il supporto prezioso dell’Osservatorio Repressione organizzato e coordinato da Italo Di Sabato, si era creato un rapporto di collaborazione e sostegno reciproco, soprattutto tra le associazioni di Genova, Bologna, Milano, Pisa e Roma. Negli anni abbiamo dovuto purtroppo aggiungere altri nomi, altre associazioni, altro dolore, altra ingiustizia. 2003, Milano: Davide Cesare, il nostro Dax, pugnalato per strada con un amico da due fascisti. Le forze dell’ordine, subito intervenute, hanno ostacolato l’arrivo delle ambulanze, poi hanno inseguito, manganellato, arrestato i compagni dei due giovani fino all’interno del Pronto Soccorso dell’Ospedale San Paolo. 2003, Livorno: Marcello Lonzi, trovato morto nel carcere delle Sughere. 2005, Ferrara: Federico Aldrovandi, diciotto anni, che ritornando a casa una notte incontrava quattro poliziotti. 2006, Cagliari: Giuseppe Casu, sessantenne pensionato di Quartu Sant’ Elena, di tanto in tanto vendeva frutta e verdura senza la regolare licenza. 2006, Roma: Renato Biagetti, laureato in ingegneria, accoltellato all’uscita di una festa reggae sulla spiaggia di Focene da fascisti. Gli assassini pronti per volare all’estero, uno dei due ha il padre carabiniere. 2006, Trieste: Riccardo Rasman, trentaquattrenne disabile psichico, “arrestato” nella sua abitazione da tre agenti di polizia perché disturbava i vicini. 2007, Arezzo: Gabriele Sandri, ucciso da un colpo di pistola sparato da un agente durante una sosta in un’area di servizio. 2007, Perugia: Aldo Bianzino, falegname, trovato morto nel carcere due giorni dopo il suo arresto per coltivazione di alcune piante di cannabis. 2008, Varese: Giuseppe Uva, fermato da due carabinieri perché ubriaco. 2009, Vallo della Lucania: Francesco Mastrogiovanni, “il maestro più alto del mondo”, morto durante un trattamento di contenzione meccanica (legato per 87 ore senza acqua né cibo): era stato fermato dai carabinieri a seguito di un ordine di TSO del sindaco. 2009, Roma: Stefano Cucchi, arrestato dai carabinieri, morto dopo pochi giorni durante la custodia cautelare. 2010, Milano: Michele Ferrulli, morto durante l’arresto, le forze dell’ordine erano state chiamate per “molestie”. 2014, Firenze: Riccardo Magherini, morto durante un fermo ad opera dei carabinieri. L’intento del nostro gruppo era quello di rendere visibile, con le vittime, la repressione che le aveva uccise. Gli abusi, i depistaggi, gli insabbiamenti. Le promozioni dei responsabili di interventi sciagurati. L’involuzione delle forze dell’ordine che invece di garantire il diritto di manifestare, difendere le realtà più deboli e minoritarie e contrastare tutti gli abusi, aggredisce come nemica ogni diversità: chi dissente, chi occupa case, migranti, rom… L’arrivo di Patrizia Moretti, madre di Aldrovandi, e più ancora di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ha cambiato l’indirizzo da seguire: bisognava togliere le “mele marce” da un paniere sano, condannando gli esecutori materiali. [Mi scrive Baro a questo proposito: una cosa del genere l’abbiamo vista anche nel caso del poliziotto assassino di Rogoredo (una vicenda che davvero, se indagata sul serio, è la punta dell’iceberg di un sistema) o anche nel caso (meno noto ma persino più grave) della caserma dei CC chiusa a Piacenza. Parlo di un fatto di 5 o 6 anni fa: un’intera caserma nel centro di Piacenza fu posta sotto sequestro e diversi militari arrestati. I reati contestati erano agghiaccianti; vado a memoria: traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali, peculato, abuso d’ufficio… Tutto questo per dire che altro che mele marce: abbiamo un problema col frutteto]. Naturalmente la nuova linea di condotta è stata subito accolta ai piani alti ma è piaciuta anche all’opinione pubblica: è più rassicurante poter dare la colpa a dei singoli invece di mettere in discussione un intero sistema. Sarà la fine di Reti-Invisibili. Ho viaggiato da un treno all’altro, da un dibattito organizzato da un Social forum all’assemblea di un circolo Arci, da una festa di Liberazione a una di Legambiente, passando da scuole e centri sociali. Ho ricevuto un’accoglienza calda e solidale da chi non si limitava alla prima impressione, alla prima immagine, ma cercava di capire. Ho conosciuto persone bellissime, “belle dentro” come diceva mio figlio. Tra quelle che incontravo spesso, alle diverse iniziative, Vittorio Agnoletto era infaticabile nel denunciare ingiustizie e soprusi, assumendosi con coraggio le responsabilità anche a costo di subirne le conseguenze. Instancabile, ancora oggi. A Genova, Bachschmidt e la Segreteria Legale continuavano a lavorare intensamente per assistere gli avvocati nei diversi processi: quello a carico dei 25 manifestanti, quelli relativi ai fatti della scuola Diaz, della caserma Bolzaneto, ai vari episodi di strada. Penso sia utile sottolineare il grande lavoro svolto in via San Luca, perché non sono molte le persone che ne sono venute a conoscenza. Per la prima volta le foto e le riprese video, acquisite come prove documentali, sono state determinanti in un processo penale: hanno di- mostrato la brutalità dell’irruzione nella scuola; hanno smontato la versione delle forze dell’ordine per quanto riguarda le due bottiglie molotov; hanno permesso di identificare alcuni degli agenti responsabili delle violenze. La giurisprudenza ha poi consolidato l’uso delle registrazioni video come prove documentali legittime, a patto che sia garantita la loro genuinità e integrità. Sono sempre convinta che, con le immagini raccolte in piazza Alimonda il mio nuovo avvocato, compagno e amico fraterno, Gilberto Pagani, in un pubblico dibattimento avrebbe potuto smentire le deduzioni che hanno portato all’archiviazione dell’uccisione di Carlo… Ora, però, devo fare un passo indietro e tornare al 2005 quando i comitati Verità e Giustizia per Genova e Piazza Carlo Giuliani raccoglievano le firme a sostegno di una petizione popolare, a norma dell’art. 50 della Costituzione, firme in seguito consegnate, inutilmente, nelle mani del ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu. Nel testo dell’istanza chiedevamo “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di principi ed indirizzi finalizzati ad una moderna formazione non violenta e ad un costante aggiornamento professionale delle Forze di polizia” e “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di messa in atto di norme in materia di identificazione, mediante codice alfanumerico, del personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile o militare comunque impiegato in servizio di ordine pubblico”. Si può leggere nel web che l’introduzione di un codice identificativo per il personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile (Polizia di Stato, Polizia penitenziaria) e militare (Carabinieri, Guardia di Finanza) impegnato in attività di ordine pubblico è un tema dibattuto da anni in Italia. Nonostante le raccomandazioni del Consiglio d’Europa e le richieste di organizzazioni come Amnesty International, ad oggi non esiste un obbligo di legge che imponga l’apposizione di tali codici sulle divise o sui caschi, rafforzando l’impunibilità degli agenti e rendendo l’Italia un’eccezione rispetto alla maggior parte dei Paesi europei. Anche gli abitanti della Val di Susa, dove salivo per la prima volta quell’anno, ne trarrebbero un beneficio. Da molto tempo uomini e donne che cercano di difendere il loro territorio dalle distruzioni e dai veleni prodotti dagli scavi per l’Alta Velocità vengono controllati, fermati, feriti, bombardati di gas CS (usato anche a Genova ma proibito in guerra dalla Convenzione di Ginevra). Vengono accusati di pesanti reati dai PM di Torino, come resistenza aggravata a pubblico ufficiale o devastazione e saccheggio. Ricevono fogli di via e dure – quanto assurde – misure cautelari. Non succede solo ai ragazzi: Nicoletta Dosio, docente di lettere antiche in pensione, mia cara amica, ha avuto tutto questo: le hanno rotto il naso, è stata incarcerata, messa agli arresti domiciliari per via del covid, impossibilitata a ricevere cure e amicizie mentre il marito era gravemente ammalato. Non mi si dica che questa è giustizia. È stupida vendetta, è crudeltà. Mi sono sentita subito a casa in quella valle, subito compresa e accolta con generosità, e da allora sono ritornata molte volte, trovando nuove sorelle quando, alcuni anni più tardi, si è costituito il fantastico gruppo delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso. È un’associazione di mamme delle ragazze e dei ragazzi di Torino sottoposti a pesanti misure cautelari e processi per aver partecipato a manifestazioni e iniziative antirazziste, antifasciste e in difesa del territorio. Si sono riunite in gruppo per sostenere tutti e tutte i giovani attivisti, e per denunciare la situazione di ingiustizia e di repressione che nega il diritto al dissenso e alla protesta. A Genova il nostro Comitato era formato inizialmente da sedici persone che si erano avvicendate nei diversi ruoli. Il primo presidente è stato il caro Giuseppe Coscione, professore di Carlo al liceo, che continua a sostenerci. Tra gli altri voglio ricordare Pietro Ugo Bertolino, uno degli amici più costanti che purtroppo ci ha lasciato contro la sua volontà a causa di una sofferta malattia. È soprattutto merito suo se, dopo varie domande e altrettanti rifiuti, abbiamo deciso di raccogliere e presentare le firme necessarie per posizionare il cippo al centro dell’aiuola. Ha scritto Lorenzo Guadagnucci: “L’altare abusivo finora ha fatto comodo a tutti. Ha permesso di ricordare Carlo e attraverso di lui tutte le vittime di quelle giornate torride di luglio, senza cambiare la toponomastica cittadina e senza disturbare nessuno. Il Comune ha potuto limitarsi ad osservare. Non c’è stato bisogno di una discussione pubblica sulla memoria cittadina: l’altare c’era, ma era ufficioso, svolgeva la sua funzione e consentiva a tutti di stare al coperto. Ora è tempo di prendere posizione. Il Comitato Piazza Carlo Giuliani ha avviato una raccolta di firme per mettere un cippo in marmo nell’aiuola al centro della piazza. Sul cippo saranno incisi solo nome, cognome e data: non serve nulla di più. Non ci sono intenti celebrativi, e tanto meno di rivincita: si tratta di dare forma materiale, concreta a un tratto di memoria che la città di Genova non ha ancora assimilato. Quel cippo poteva essere lì già da tempo. In altri momenti, con uomini più coraggiosi, non ci sarebbe voluta una raccolta di firme, promossa da un Comitato animato dai familiari e dagli amici della vittima, per fermare con una targa nel ricordo della città e dei cittadini un episodio così grave e così importante per la vita democratica e civile di Genova e dell’intero paese. Ma oggi, nei luoghi del potere, il coraggio è un bene raro”. La richiesta è stata formalmente presentata all’allora sindaco di Genova, accompagnata dal progetto, e si è giunti in seguito alla discussione in Consiglio comunale, sostenuta da una mozione e appoggiata dal centrosinistra con qualche defezione. E Tursi ha autorizzato. Perché un cippo? Una targa posta in precedenza con incisa una frase di Gandhi era stata giudicata “pericolosa”, in seguito lordata di vernice nera, infine spaccata. Un sasso è per natura “resistente”: resiste alle calamità del tempo come ad altre, di altra origine. Inoltre, una cooperativa di cavatori di Massa Carrara aveva fatto sapere a Pierugo di voler donare a Carlo un blocco di marmo, cioè il più bel “sasso” che perfino un ragazzo come lui, naturalmente poco incline a monumenti, avrebbe apprezzato. Nel 2006 Stefania Zuccari, mamma di Renato Biagetti, aveva iniziato a raccogliere attorno a sé un gruppo antifascista tutto al femminile: le Madri per Roma Città Aperta. Ha aderito subito Rosa Piro, mamma di Dax, e io che nel frattempo stavo diventando romana. Infatti, nell’illusione di poter seguire da vicino i lavori della commissione parlamentare di inchiesta sul G8 prevista dal governo Prodi, avevo accettato la candidatura di Rifondazione Comunista. Ero entrata in Senato a ottobre, in tempo per vedere bocciata la proposta di commissione. Mi sentivo inadatta al ruolo, prigioniera in quella gabbia dorata che si era rivelata presto un votificio. Mi mancavano l’esperienza e il rapporto con il territorio. Così usavo il mio tesserino magico nel tempo libero, dal venerdì pomeriggio al martedì mattina, per continuare a imparare. Ho viaggiato da un lager per immigrati a una prigione, da una casa circondariale a un carcere con 41 bis (fine pena mai), da un campo sinti o rom ancora a un istituto di pena, con la collaborazione di compagni delle diverse regioni. Dopo un anno e mezzo il governo è caduto per un cambio di casacca, tanto era risicata la nostra maggioranza, e ho dovuto interrompere quelle terribili lezioni. Non sono stata davvero utile a nessuno, ho solo allacciato alcuni forti legami di amicizia che durano ancora oggi. Tra il 2008 e il 2012 Bach – come mi piace chiamarlo data la mia difficoltà ad usare il nome di mio figlio – era ancora impegnato come perito nei processi giunti al secondo grado di giudizio. Oltre alle consulenze acquisite durante i processi, ha curato la produzione di video indipendenti, tra cui Blocco nero, presentato a settembre alla Mostra del Cinema di Venezia. Nello stesso anno ha portato al Festival di Internazionale, a Ferrara, I giorni di Genova, racconto civile dei fatti del G8, e mi ha chiamato a partecipare. Era la prima volta che ci trovavamo insieme fuori dalle stanze di via San Luca. Il 5 luglio 2012 viene scritta la sentenza definitiva sul blitz alla scuola Diaz. Mentre in Italia grandi industriali, mafie e perfino amministratori devastano e saccheggiano liberamente interi territori avvelenando e ammalando le popolazioni. Mentre si confermano lievi condanne per i vertici della polizia e i torturatori Diaz e Bolzaneto. Mentre qualche super poliziotto della “macelleria messicana” viene premiato e fa carriera. Mentre gli assassini di Aldrovandi vengono applauditi dai colleghi… il 13 luglio 2012 si tiene l’ultima udienza in corte di Cassazione con cui dieci manifestanti che non avevano ucciso né danneggiato persone, al più qualche vetrina, vengono riconosciuti responsabili del disastro G8. La corte infatti li dichiara colpevoli del reato di devastazione e saccheggio e li condanna a pene che vanno da un minimo di 6 anni e 6 mesi a 15 anni. Bach vuota le stanze della Segreteria Legale, consegna tutto al Centro Documentazione Lorusso-Giuliani presso il Vag di Bologna e sale in Val di Susa per raccontare in un documentario i monti, i boschi e la lotta del popolo No Tav. L’anno seguente la Corte europea dei diritti dell’uomo condannerà il nostro paese, definendo tortura quanto avvenuto nella scuola Diaz, e evidenziando la mancanza di leggi adeguate. Poi abbiamo perso la voce. Non riuscivamo più a parlare dei nostri figli indagati, carcerati, uccisi. Ai confini, che noi vorremmo sempre aperti, morivano a centinaia – anzi a migliaia – i figli e le figlie di altri paesi. Uccisi dal freddo sulle montagne, schiacciati aggrappati sotto i camion, annegati nel nostro mare. Uccisi dall’egoismo di una società predatoria che si fa assassina per mantenere i propri privilegi. Il proprio dannato “stile di vita”. E le guerre, e lo sterminio della Palestina… Eppure. Eppure è questo che ci insegnano Paola e Claudio Regeni con la loro lotta tenace: riuscire a rendere un po’ più giusto il nostro orticello serve alla giustizia di tutto il mondo. Scrive Giorgia Mazzucato in Stomaco: “Perché il G8 di Genova, perché io? Perché parla anche di me, che non c’ero. Di tutto quello che in quei giorni ho perso senza saperlo. Di quel nodo che riporta a oggi nel mezzo del mondo. Nel mezzo di questo mondo di tiranni, silenzi e statue d’oro”. Perciò, per il tuo lavoro, grazie Bach! -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo C’era un ragazzo sull’asfalto proviene da Comune-info.
July 12, 2026
Comune-info
L’appuntamento a Samarcanda: Genova, venticinque anni dopo
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Ho appena finito di leggere il nuovo libro di Lorenzo Guadagnucci, Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova (Altreconomia), e mi ritrovo a fare i conti con un groppo alla gola e un nodo allo stomaco asfissiante. Ogni giorno che passa si avvicina sempre di più la data sul calendario che ci ricorda che saranno trascorsi 25 anni dal G8 di Genova 2001. In tutti questi anni Genova mi ha perseguitato, mi ha tolto il sonno, ha scandito la mia vita da militante, mi ha ricordato, ogni volta che ho messo piede in una piazza per rivendicare un mondo migliore per me stesso e per chi mi succederà dopo, che quei tre giorni del 2001 continuano a presentarsi al banco della storia a chiedere il conto di quello che siamo stati e non siamo stati in questi venticinque anni. Ho cercato a lungo di fare pace con quella stagione, l’ho vissuta, l’ho studiata e ristudiata, l’ho approfondita, ne ho divorato ogni aspetto dell’analisi, me la sono portata finanche davanti a una commissione di laurea, ha innervato la mia formazione politica e alimentato la linfa della mia militanza nei partiti. Non ci sono riuscito e non ci riesco, come non ci riescono tanti compagni e tante compagne, perché tutto ciò che si sta verificando oggi, nel terribile e orribile mondo di oggi, è figlio della vittoria militare del potere costituito contro il movimento dei movimenti che espresse la più feroce, articolata e scientifica critica della globalizzazione neoliberista. E spesso, durante questi venticinque anni, ho parlato di Genova e di cosa fosse quel movimento, chiedendo scusa se ogni ragionamento partisse da lì, come se ne fossi ossessionato. Lorenzo Guadagnucci ha ricomposto i miei pensieri e, con questo bellissimo libro, mi sento meno solo nel chiedere scusa se parlo ancora del G8 di Genova 2001. Scorrendo le pagine, la sensazione che ne ricavo è che Genova è stata un segnalibro che abbiamo apposto all’interno delle nostre vite, e che abbiamo perso e mai più ritrovato, il punto in cui una generazione aveva collocato la propria narrazione prima di smarrirne la direzione. Ma quella direzione va ripresa, perché oggi paghiamo il prezzo di quello smarrimento. Genova 2001 è stata lo spartiacque storico, culturale e politico più importante del lungo Novecento, seconda, io dico, solo al crollo dell’Unione Sovietica dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. In quelle strade si incontrarono due secoli: il Novecento dei partiti e dei sindacati organizzati, con la sua grammatica di rappresentanza e conflitto, e il Duemila delle lotte in un campo nuovo, transnazionale, senza confini, privo di un centro e proprio per questo difficilmente addomesticabile. Il cosiddetto movimento dei movimenti non fu un soggetto unitario, e la sua coesione era in parte negativa, costruita più contro un avversario riconosciuto che attorno a un progetto condiviso. Ma la sua diagnosi fu lucida quanto anticipatrice. La generazione di Genova contestò il deficit democratico di una governance transnazionale che deliberava sulle vite di miliardi di persone sottraendosi a ogni forma di responsabilità pubblica. I ragazzi di Genova denunciarono la finanziarizzazione dei mercati come dispositivo di espropriazione. Le ragazze di Genova nominarono la mercificazione dei beni comuni e l’erosione della sovranità democratica prima che tali processi diventassero senso comune. Certo, è difficile parlare di Genova senza parlare di quella che fu la risposta dello Stato come misura esatta di quanto quelle diagnosi fossero pericolose per il capitalismo. Carlo Giuliani cadde in piazza Alimonda il 20 luglio, e con lui cadde l’illusione che il conflitto potesse restare simbolico. La notte tra il 21 e il 22, l’irruzione alla scuola Diaz-Pertini contro persone disarmate, addormentate, sedute con le mani alzate, e poi le sevizie sistematiche nella caserma di Bolzaneto, non possono che essere definite macelleria messicana. Le forze dell’ordine in assetto di guerra producevano un messaggio disciplinare. La macelleria prese il sopravvento storico sulle istanze e sulle idee di quella generazione, sostituendo l’immagine del corteo con quella del corpo martoriato. Poi, appena due mesi dopo, l’11 settembre. La torsione securitaria e la militarizzazione del discorso che ne seguirono riorganizzarono l’intera agenda globale attorno alla dialettica sicurezza-minaccia, spostando il baricentro del discorso pubblico dalla giustizia sociale alla difesa dell’ordine, dalla critica del capitale alla guerra al terrore. Il vocabolario dell’emergenza fece carta straccia del vocabolario dell’alternativa. È qui, in questa sovrapposizione temporale quasi crudele, che si consuma la ragione per cui Genova è diventata il segnalibro perduto. Il libro di Lorenzo Guadagnucci impone però un bilancio che rifiuta tanto l’autocelebrazione quanto la nostalgia, perché entrambe sono forme di resa. Quelle diagnosi sono state confermate dai fatti: la crisi del 2008 ha mostrato la finanziarizzazione come macchina di socializzazione delle perdite, l’austerità ha esibito il carattere post-democratico della governance economica europea, la deriva dei meccanismi neoliberisti ha prodotto esattamente le fratture sociali che erano state annunciate. E tuttavia la profezia si è avverata contro i suoi profeti. Quella capacità di denuncia non si è convertita in capacità di costruzione: il movimento seppe nominare la catastrofe assai meglio di quanto sapesse edificare l’ordine che avrebbe dovuto sostituirla. Il vuoto lasciato da quella incompiutezza lo hanno riempito i fascismi e i nazionalismi che oggi imperversano nel nostro paese, offrendo alla rabbia sociale una risposta identitaria e regressiva laddove mancava una risposta emancipatrice. La sovranità che Genova rivendicava come democratica e redistributiva è stata riscritta come sovranità etnica e securitaria. C’è di più, e riguarda il presente più stretto. Il potere che a Genova si annidava nelle istituzioni finanziarie transnazionali si è concentrato in un pugno di attori privati che controllano le infrastrutture stesse dell’esistenza collettiva: i dati, il calcolo, le reti, i sistemi di pagamento, l’intelligenza artificiale. Quegli stessi attori oggi, che oggi chiamiamo Musk, Thiel, Trump…, estraggono valore dalla sorveglianza sistematica del comportamento umano, trasformato in materia prima dell’accumulazione. I tecno-monarchi che oggi negoziano con gli Stati da pari, dettano le regole del discorso pubblico e arrogano a sé prerogative quasi-sovrane sono la forma matura di quel potere privato irresponsabile che il movimento di Genova aveva individuato quando ancora indossava la maschera più anonima della governance. La critica di allora era diretta verso un potere che decide senza rispondere, che dispone dei beni comuni sottraendoli al controllo democratico, ed è oggi più letterale di quanto lo fosse allora. Il monopolio non è più soltanto economico, è infrastrutturale e cognitivo. E la posta in gioco che la nostra generazione urlò ai quattro venti, la sovranità, la redistribuzione della ricchezza, il controllo democratico sui poteri privati, non è affatto invecchiata. È diventata la questione centrale del nostro tempo. Ecco perché Genova è il nostro appuntamento a Samarcanda. Nella favola messa in musica da Vecchioni il fuggitivo galoppa lontano dalla morte proprio verso il luogo in cui l’appuntamento era fissato. In questi venticinque anni hanno tentato di farci credere di aver chiuso i conti con quei giorni, di aver eluso la responsabilità che grava sulle scelte di un’intera classe politica, e invece ogni volta ci ritroviamo là dove pensavamo di non dover più tornare. Genova ci presenterà il conto finché non capiremo che quella stagione non è un ricordo da onorare ma un lavoro da riprendere: la sua diagnosi va portata a compimento, la sua incompiutezza va colmata, la sua sconfitta va rovesciata in punto di partenza. Riprendere Genova per scacciare i fantasmi della storia è l’unico esercizio di memoria e di coscienza collettiva che può rischiarare tempi che prestano voce a rancori sordidi e fobici, che danno forma agli istinti più bassi e feroci. A Genova avevamo ragione. Ma dirlo così è dire ancora troppo poco, e per venticinque anni ci siamo accontentati di troppo poco, quasi ci vergognassimo di rivendicare persino quella. Non avevamo semplicemente ragione noi: avevano torto loro, avevano torto allora e hanno torto adesso. “Voi G8, Noi 6.000.000.000”: otto giganti della terra deliberavano sulla vita di sei miliardi di persone senza mandato, senza doverne rispondere, arrogandosi il diritto di decidere del bene di tutti come cosa propria. E poiché di quell’arrogazione non hanno mai risposto, il loro torto resta la sostanza di questo presente. A Genova avevamo ragione. L’abbiamo ancora. E finché quella ragione resterà inevasa, l’appuntamento resterà fissato. Genova non è mai finita, e il libro di Lorenzo Guadagnucci testimonia che la fatica che ci portiamo appresso da venticinque anni per costruire un mondo migliore, un altro mondo possibile, non sarà fatica sprecata. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’appuntamento a Samarcanda: Genova, venticinque anni dopo proviene da Comune-info.
July 12, 2026
Comune-info