La scuola Diaz è un luogo del futuro--------------------------------------------------------------------------------
19 luglio 2026, Genova. Foto di Paolo Palazzo (che ringraziamo), tratta dalla
pag. fb di Elena Giuliani
--------------------------------------------------------------------------------
Venticinque anni fa sono uscito da questa scuola in barella, umiliato e offeso
potrei dire, e dopo tanto tempo sono di nuovo qui, in piedi, ancora offeso,
perché lo stato in questi anni non è stato all’altezza della situazione e non ha
avuto nemmeno la dignità e il coraggio di chiedere scusa, ma ho superato
l’umiliazione, che è diventata consapevolezza e soprattutto voglia di fare, di
pensare, di non essere come mi e ci volevano loro, cioè atterriti, impotenti,
ridotti all’inerzia.
Questo luogo, la scuola Diaz, è oggi un luogo della memoria, come piazza
Alimonda, come la caserma di Bolzaneto, come il G8 di Genova nel suo insieme:
non è ancora nella memoria di tutti gli italiani, ma è nella memoria di tutte le
persone che non si rassegnano al mondo così com’è, delle persone che vogliono
cambiare il mondo nella direzione della giustizia climatica e sociale e quindi
lo stanno immaginando e anche costruendo. Perché la memoria serve a questo: a
capire il presente, a immaginare il futuro, e intanto agire, costruire reti e
anche spezzoni della società di domani.
La scuola Diaz, in questo senso, è un luogo del futuro. Se siamo qui è perché
siamo coscienti della storia che abbiamo alle spalle, di che cos’è stato davvero
il G8 di Genova, e perché sappiamo che il nostro compito è politicizzare i
nostri desideri, trasformarli in un desiderio collettivo e su questa base
lottare per un mondo nuovo, un mondo che farà tesoro delle idee portate in
piazza 25 anni fa.
Questo è anche un luogo del dolore e della consapevolezza: un luogo in cui le
persone, noi che dormivamo nella scuola, sono state ridotte a oggetti, umiliate
e offese appunto, ed è per questo che in tutti noi, noi che abbiamo subito le
violenze ma anche chiunque abbia compreso che cos’è stata l’irruzione alla Diaz,
tutti noi abbiamo acuito, non perduto, l’empatia e l’attenzione per tutti quei
casi nei quali le vite umane sono squalificate, ridotte a non-persone, a vite di
scarto. Per questo la memoria della Diaz ci porta a indignarci e a chiedere non
solo giustizia – quella dovrà arrivare nei tribunali – per Abderrahim Fakir,
morto nelle mani della polizia due giorni fa a Bologna, come Federco Aldrovandi,
Riccardo Magherini, George Floyd e troppi altri in passato. Noi da qui chiediamo
alla polizia spiegazioni, e le vogliamo adesso, perché nel 2001 e negli anni
seguenti le forze di polizia hanno dimostrato, nei loro vertici, d’essere
incapaci di assumersi le proprie responsabilità e di rendere conto ai cittadini
del proprio operato. Ora devono farlo. Non possono pensare di normalizzare
queste pratiche, queste morti, così come hanno tentato di normalizzare le
violenze istituzionali del 2001.
La memoria della Diaz – l’attenzione alle “vite di scarto” di questa società
sempre più violenta – ci fa essere vicini alla popolazione della Striscia di
Gaza sottoposta a genocidio con la complicità delle democrazie occidentali, alle
persone migranti che vengono lasciate morire in mare e ai confini dell’Europa,
umiliate e offese ben più di noi. Chi ha riempito le piazze contro il genocidio
nell’autunno scorso, chi è salpato con la Flotilla, chi soccorre in mare, chi
aiuta le persone migranti a esercitare il diritto a muoversi nel mondo porta in
sé la memoria della Diaz, del G8, la memoria di un movimento che ha rivendicato
la giustizia globale, il disarmo, il diritto alla vita, la libertà di movimento.
La memoria è utile perché ci aiuta a capire il presente e poiché viviamo anche
noi in un mondo fatto di leggi, di elezioni, di governi e parlamenti, chiediamo
che la lezione di Genova sia fatta propria da chi si candida a governare in
futuro al posto della destra e quindi diciamo loro – dalla scuola Diaz – che
occorre cambiare le leggi e anche cambiare registro. Devono impegnarsi, queste
forze politiche, ad abrogare gli ultimi decreti sicurezza del governo Meloni, e
anche buona parte di quelli precedenti, che hanno inutilmente e scioccamente
limitato libertà e diritti; devono impegnarsi a introdurre l’obbligo per gli
agenti di avere un codice di
riconoscimento sulle divise; devono fare in modo che le polizie abbiano regole
di condotta ben chiare, trasparenti, note a tutti e pensate per garantire la
salute e l’incolumità dei cittadini in qualsiasi situazione si trovino, anche al
momento del fermo e dell’arresto; devono prevedere la formazione degli agenti
alle tecniche della nonviolenza, come chiedemmo inascolati più di vent’anni fa;
devono lavorare perché in futuro le polizie siano disarmate nei servizi di
ordine pubblico: la memoria di piazza Alimonda ce lo impone. Serve anche
cambiare registro e dare un nuovo senso, anzi il vero senso, alla nozione di
sicurezza. Non è vero che la sicurezza non è né di destra né di sinistra; la
sicurezza della quale si parla nel discorso pubblico, la sicurezza armata,
repressiva, basata sulla paura e sulla percezione di insicurezza senza dati
statistici che la confortino, è di destra, è sempre stata di destra, anche
quando è stata ed è praticata dalla sinistra; la nostra sicurezza è la sicurezza
sociale, la sicurezza sul posto di lavoro, la sicurezza di avere una vita almeno
dignitosa: questa è la sicurezza che dobbiamo perseguire se vogliamo essere
degni della Costituzione e di chi la scrisse.
Un’ultima cosa, la più importante, con la quale vorrei non celebrare ma dare un
senso ai miei 25 anni di sopravvissuto all’irruzione alla scuola Diaz, per usare
la definizione di Mark Covell, “survivors”. In tutti questi anni Io non ho mai
dimenticato, neanche per un minuto, che cosa facevo qui. Ero a Genova perché
avevo letto i comunicati e i testi dell’Ezln e del subcomandante Marcos, perché
ero stato al primo Forum sociale mondiale di Porto Alegre, perché sentivo che un
movimento pieno di competenza, di slancio, di creatività stava conquistando i
pensieri e i desideri di tanta gente, di sempre più gente, e stava lavorando per
rendere possibile la trasformazione di questo mondo verso la giustizia sociale.
Se ne sono accorti anche nei palazzi del potere, si sono spaventati e hanno
agito di conseguenza, con la violenza e con il preciso intento di
criminalizzarci. Ma non mi hanno e non ci hanno cambiati: continuiamo a lottare
per un mondo di giustizia, di conciliazione con Madre Terra, per un mondo
disarmato e nel quale chiunque possa muoversi liberamente, perché il movimento
fa parte della natura umana. Ci dicono che è impossibile, che è un’illusione,
che nulla può essere davvero cambiato, ma noi sappiamo, perché conosciamo la
storia e la memoria dei movimenti sociali, che questo non è vero. La storia è
fatta di sorprese, di imprevisti e di rivoluzioni.
Alla scuola Diaz ci hanno umiliati e offesi ma non ci hanno cambiati e
perciò questa scuola è un luogo della memoria non solo per noi che abbiamo
subito le violenze, o per chi partecipò alle giornate del luglio 2001, ma anche
per chi è venuto dopo: è un luogo nel quale il dolore si è trasformato in
desiderio e in azione. Non siamo qui per fare le vittime; siamo qui ma per
riprendere il filo del discorso e condividere, più che passare, il testimone: un
altro mondo era e continua a essere possibile. La scuola Diaz è un luogo della
memoria e un luogo del futuro.
--------------------------------------------------------------------------------
.
Testo dell’intervento alla fiaccolata promossa a Genova il 21 luglio 2026.
L’ultimo libro di Lorenzo Guadagnucci è Chiedo scusa se vi parlo del G8 di
Genova (Altreconomia)
.
--------------------------------------------------------------------------------
L'articolo La scuola Diaz è un luogo del futuro proviene da Comune-info.