
Gessetti colorati e lacrimogeni contro i marziani
Comune-info - Wednesday, July 22, 2026Nel cuore dell’Europa, in Belgio, negli ultimi mesi è nato un sorprendente movimento che lega insegnanti, educatori, studenti e genitori. Protestano contro i provvedimenti di austerità sulla scuola che aumentano le disuguaglianze educative e che colpiscono soprattutto studenti e studentesse di origine straniera. La repressione, racconta il collettivo Mars Attacks, diffuso rapidamente in oltre 400 scuole, non ha precedenti. Gli insegnanti raccontano come la maggior parte dei ragazzi arrestati appartiene a minoranze etniche
Le foto di questo articolo sono di François Dvorak, che ringraziamo«Ogni grande trasformazione della società passa attraverso il controllo politico dei sistemi di pubblica istruzione e formazione». È una delle prime lezioni che ho dovuto apprendere a mie spese lavorando nel Regno Unito pre-Brexit e osservando come la scuola stesse diventando in misura crescente, da Nord a Sud, il primo terreno su cui i governi di destra intervengono quando vogliono imprimere una nuova direzione politica ai sistemi-Paese. Apparentemente relegata ai margini del dibattito pubblico, la scuola è invece uno dei terreni di scontro attraverso cui si ridefiniscono il ruolo dello Stato, le priorità della spesa pubblica, il rapporto tra cittadini e istituzioni e, in ultima analisi, il modello di società al quale si aspira, nonché le forme del controllo e della creazione o del congelamento delle classi sociali.
Questa dinamica è particolarmente evidente nella società contemporanea belga e, soprattutto, a Bruxelles. La presunta capitale europea è attraversata ogni giorno da migliaia di funzionari e cittadini di varie provenienze e destinazioni che spesso osservano da lontano, senza codici interpretativi, o ignorano del tutto, la natura delle mobilitazioni e dei conflitti sociali locali che possono avere una ricaduta ben più ampia dei livelli stratificati del federalismo e della frammentazione linguistica ai quali sono relegati anche dai media mainstream. Eppure è proprio nella scuola che emergono con maggiore forza le contraddizioni di un Paese estremamente frammentato sul piano istituzionale e linguistico, chiamato a confrontarsi con una realtà sociale e culturale sempre più eterogenea.
La scuola francofona al centro dello scontro politico

Per molte famiglie comuni che si trasferiscono a Bruxelles, la scelta della scuola più adatta rappresenta uno dei passaggi più complessi del percorso di vita e di crescita del proprio nucleo nella comunità di transito o di permanenza più duratura. Si tratta di un tema cruciale, quasi assente nel racconto italiano della città, che continua invece a privilegiare la narrazione enfatica dei giovani expat carichi di ambizione associati ai cosiddetti “cervelli in fuga” e del mercato del lavoro europeo, lasciando sullo sfondo le profonde disuguaglianze e le crescenti tensioni che attraversano il sistema sociale belga.
Per capire le proteste che da mesi attraversano il Belgio francofono occorre specificare, inoltre, che in uno Stato federale estremamente frammentato, la scuola diventa ancora di più uno dei principali terreni di scontro politico. In Belgio, le relative politiche pubbliche non rientrano precipuamente tra le competenze federali, ma afferiscono alle tre comunità linguistiche (francese, fiamminga e germanofona) alle quali fanno capo sistemi distinti, con propri ministri, programmi, modalità di finanziamento e finalità programmatiche di carattere educativo. In particolare, le mobilitazioni di questi ultimi mesi stanno ancora scuotendo a fondo il mondo della scuola nella Federazione Vallonia-Bruxelles, responsabile dell’insegnamento francofono, dove il governo di centrodestra guidato dal partito liberale-conservatore MR (Mouvement Réformateur, presieduto da Georges-Louis Bouchez, nipote minatori italiani in Vallonia, che nel corso di cinque anni lo ha reso la prima forza politica francofona) e dal partito centrista-umanista “Les Engagés” ha avviato un vasto piano di austerità destinato a incidere profondamente sul sistema educativo e a proseguire quanto già in corso sul piano dei servizi pubblici drasticamente ridotti di anno in anno. Nel frattempo, il sistema fiammingo è stato interessato da dibattiti leggermente differenti, legati soprattutto alla carenza di insegnanti, alla qualità dell’apprendimento e alle riforme curricolari.
La Federazione Vallonia-Bruxelles dispone di risorse finanziarie più limitate rispetto alla Comunità fiamminga e, in particolare, la scuola francofona soffre da anni di un sottofinanziamento relativo, aggravato dall’aumento del numero di allievi, dalla difficoltà di reclutare insegnanti e dall’elevato tasso di abbandono della professione, rendendo il settore uno dei principali fronti del conflitto sociale in Belgio negli ultimi anni.
Il movimento che sfida la riforma Glatigny
La contestata riforma promossa dalla ministra dell’Istruzione Valérie Glatigny interviene su numerosi aspetti del sistema educativo della Federazione Vallonia-Bruxelles prevedendo un aumento del carico di lavoro per gli insegnanti dell’ultimo ciclo della scuola secondaria senza alcun corrispondente incremento salariale, una revisione del regime delle assenze per malattia, restrizioni sul fine carriera, un significativo aumento del minerval, ovvero della tassa di iscrizione all’università, per migliaia di studenti, il ridimensionamento dei fondi destinati ai pasti e al materiale scolastico gratuito e profonde modifiche al sistema di istruzione tecnica e professionale.
Secondo sindacati e collettivi della scuola, queste misure potrebbero determinare la soppressione di oltre un migliaio di posti di lavoro, aggravando una situazione già caratterizzata da una cronica carenza di insegnanti, dall’aumento delle disuguaglianze educative e dall’acuirsi della segregazione scolastica e dell’abbandono precoce. Fenomeni che colpiscono in misura sproporzionata gli studenti di origine straniera, soprattutto provenienti da Paesi extraeuropei, come evidenziano i dati Eurostat e numerose ricerche transnazionali, tra cui il progetto ChatEurope promosso dall’European Data Journalism Network.
Dal movimento di resistenza alla cosiddetta “riforma Glatigny” è nato il collettivo “Mars Attacks”, partito all’inizio della primavera con un primo nucleo di una decina di scuole che si sono organizzate spontaneamente riunendo insegnanti ed educatori. Nel giro di pochi mesi il movimento è cresciuto fino a coinvolgere direttamente all’inizio di questo mese quasi quattrocento istituti, costruendo una rete intersettoriale con organizzazioni studentesche, associazioni di genitori e numerose realtà della società civile.
«È un movimento nato dalla base», raccontano gli insegnanti Mathieu Hovine e Quentin Padovano, incontrati a Bruxelles durante una delle ultime manifestazioni all’inizio di luglio. «I genitori e gli studenti si sono uniti successivamente, rafforzando la mobilitazione. I governi di destra iniziano quasi sempre dai servizi pubblici: sostengono che costino troppo e li riducono progressivamente. È un processo che vediamo ripetersi, con modalità diverse, in molti Paesi europei».
Tra gli aspetti che più preoccupano gli esponenti del movimento c’è il futuro della nomina, lo status permanente che gli insegnanti acquisiscono dopo anni di servizio. Pur non essendo ancora oggetto di una riforma immediata, il governo ha già annunciato l’intenzione di rivederne il funzionamento. Per i docenti non si tratta semplicemente di un contratto stabile, ma di una garanzia di indipendenza professionale e di libertà d’insegnamento. «La nomina non è un privilegio né un concorso – spiegano gli insegnanti – È uno status costruito sull’anzianità di servizio, introdotto dopo la Seconda guerra mondiale per proteggere insegnanti, magistrati e funzionari dalle pressioni della politica. Ridimensionarla significa indebolire una delle principali garanzie dell’autonomia di insegnamento».
Al fianco degli insegnanti è cresciuta anche la mobilitazione delle famiglie, confluite nel collettivo “Parents Attack”, oggi presente in tutta la Federazione Vallonia-Bruxelles e attivo in stretta collaborazione con Mars Attack. «Rifiutiamo un modello di società che consideriamo profondamente ingiusto – spiegano i promotori – Ci battiamo per un’istruzione pubblica emancipatrice, democratica e realmente accessibile a tutte e tutti. Il nostro impegno nasce davanti ai cancelli delle scuole, perché è lì che si costruisce il futuro di una generazione destinata a vivere in un mondo già segnato dalle crisi climatiche, dalle guerre e dall’aumento delle disuguaglianze».
Più che una mobilitazione a sostegno degli insegnanti, raccontano molti genitori, è stata la volontà di accompagnare i propri figli a spingerli all’impegno dopo aver visto ragazze e ragazzi organizzare assemblee, discutere i termini degli scioperi, costruire alleanze con altri movimenti sociali e sviluppare una straordinaria maturità politica. «Non volevamo lasciare quello spazio a chi guarda alla scuola soltanto come a una voce di bilancio – racconta un papà – La ministra pretendeva di parlare a nome nostro. Abbiamo deciso di farlo direttamente, insieme ai nostri figli».
Dalla protesta sociale alla militarizzazione dello spazio pubblico

Iniziata a colpi di gessetti colorati sull’asfalto, poster creativi e biciclettate attraverso la regione francofona, la mobilitazione ha raggiunto il suo momento più teso tra il 4 e il 9 giugno, quando migliaia di insegnanti, studenti e famiglie hanno manifestato davanti al Parlamento della Federazione Vallonia-Bruxelles mentre i deputati discutevano il decreto di bilancio contenente le misure contestate. Nonostante settimane di scioperi, assemblee e manifestazioni, e le forti critiche espresse anche dalle opposizioni parlamentari, il governo ha approvato la riforma lasciando pochissimo spazio alle interlocuzioni e respingendo anche gli emendamenti attraverso il voto di giovedì 8 luglio.
A lasciare il segno, tuttavia, non è stato soltanto l’esito del voto, ma soprattutto la gestione dell’ordine pubblico. Per oltre tre giorni il centro di Bruxelles, tra la Stazione Centrale, rimasta persino chiusa al pubblico, e il piazzale terminale del giardino del Mont des Arts, è stato trasformato in una vera e propria zona di sicurezza: centinaia di agenti in assetto antisommossa, idranti, elicotteri, unità cinofile, vaste aree interdette e un imponente dispositivo di protezione attorno al Parlamento, con la presenza anche dell’esercito.
Alcuni episodi di vandalismo, tra cui l’incendio di monopattini per strada, sono stati utilizzati dalle autorità per giustificare un massiccio dispiegamento delle forze dell’ordine. Una risposta che insegnanti, osservatori indipendenti, organizzazioni per i diritti umani e numerosi giornalisti presenti sul posto definiscono largamente sproporzionata, denunciando anche ostacoli e violenze nei confronti della stampa impegnata a documentare le manifestazioni. «Partecipo a manifestazioni da molti anni e non avevo mai visto un dispiegamento del genere – racconta Mathieu Hovine – Ci sono stati certamente momenti di tensione, ma nulla che potesse giustificare un simile livello di repressione».
Secondo le testimonianze raccolte dal movimento e le dichiarazioni delle vittime, decine di studenti, molti dei quali minorenni, e anche alcuni genitori sarebbero stati colpiti con manganelli, insultati o fermati senza aver preso parte ad alcun episodio violento e persino la parlamentare federale ecologista Claire Hugon Lecharlier (Ecolo-Groen) ha denunciato di essere stata aggredita nei pressi della stazione centrale.
Numerosi esponenti dell’opposizione parlamentare, rappresentanti sindacali e delle organizzazioni per la tutela dei diritti umani contestano infatti pratiche considerate incompatibili con uno Stato di diritto a partire dall’accerchiamento dei manifestanti, dall’impiego di cani senza museruola, oltre alla presenza di agenti privi del numero identificativo e, in alcuni casi documentati, all’esibizione di simboli riconducibili all’estrema destra neonazista (come la croce “Deus Vult” riconducibile al gruppo suprematista e neonazista “Werwolf Division”) e alle teorie legate al suprematismo bianco, ora al centro di un’inchiesta.
Ancora più gravi, secondo i manifestanti e numerose testimonianze raccolte sul campo, sarebbero stati gli episodi di profilazione razziale. Diversi insegnanti e genitori riferiscono che, nei giorni successivi alle manifestazioni, i controlli e i fermi di polizia hanno colpito in maniera sproporzionata studenti già soggetti a discriminazione etnico-razziale, alimentando forti preoccupazioni per l’aumento di tali pratiche nell’operato delle forze dell’ordine. «Nei giorni successivi abbiamo visto fermare soprattutto studenti razzializzati – raccontano gli insegnanti e i rappresentanti dei genitori – Nella mia scuola la maggior parte dei ragazzi che hanno denunciato di essere stati arrestati apparteneva a minoranze etniche. È stato uno degli aspetti più sconvolgenti di tutta questa vicenda».
Il 9 giugno migliaia di persone sono tornate davanti al Palazzo di Giustizia di Bruxelles per denunciare le violenze della polizia e chiedere l’apertura di indagini indipendenti e di opportune interrogazioni. Nel frattempo, circa 200 organizzazioni per i diritti umani, avvocati, esponenti della società civile e organizzazioni per la tutela dell’infanzia hanno sottoscritto una lettera aperta collettiva sotto forma di una Carta Bianca promossa dal Delegato per i diritti dell’infanzia in Vallonia e a Bruxelles, con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica e le autorità istituzionali in merito al diritto dei bambini, degli adolescenti e dei giovani a manifestare pacificamente, che è garantito dalle convenzioni internazionali. I firmatari hanno inoltre chiesto l’apertura di un’indagine seria, indipendente e trasparente sulle operazioni di polizia denunciate durante le manifestazioni, con particolare attenzione agli episodi di violenza nei confronti di persone minorenni.
L’orizzonte della mobilitazione oltre le vacanze scolastiche
Nonostante l’approvazione della riforma, il movimento si considera tutt’altro che sconfitto. Alcuni ricorsi hanno già prodotto risultati significativi come il pronunciamento della Corte costituzionale che ha recentemente annullato parte della riforma relativa all’insegnamento tecnico e professionale, riconoscendo l’illegittimità della soppressione della settima annualità per numerosi studenti.
Parallelamente, Mars Attacks ha avviato una raccolta fondi per sostenere nuove azioni legali contro il governo e continua a organizzare assemblee, incontri pubblici e iniziative territoriali. Tra gli appuntamenti più significativi figurano la manifestazione davanti al Parlamento vallone di Namur, convocata simbolicamente nel pieno delle vacanze scolastiche e in occasione dell’ultima seduta del 15 luglio per rafforzare ulteriormente un impegno costante che in questo periodo storico non conosce alcuna pausa, gli incontri settimanali che si svolgono in Place Xavier Neujean, nel centro di Liegi, e l’organizzazione di un’università estiva per attivisti del mondo scolastico in maniera tale da preparare il rientro in aula con una determinazione ancora più forte e cosciente.
Per tutta la piattaforma animata dal movimento nato come “Mars Attacks”, in questo momento storico di alta tensione la battaglia non riguarda soltanto i salari o le condizioni di lavoro, ma in maniera complessiva il modello di scuola pubblica che la comunità del Belgio francofono intende costruire e, più in generale, il ruolo dello Stato sociale in un’Europa dove le politiche di austerità continuano a ridisegnare il rapporto tra cittadini e servizi pubblici. In questo senso, tale mobilitazione supera i confini nazionali e si inserisce in un dibattito europeo sempre più ampio sul futuro dell’istruzione pubblica, della democrazia e dei diritti sociali.
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