La corsa all’oro illegale

Pressenza - Thursday, July 16, 2026

Da cinque anni ormai un Regolamento europeo impone alle aziende di verificare l’origine dell’oro e di evitare filiere legate a conflitti o violazioni dei diritti umani. Tuttavia,  il Governo italiano non ha effettuato alcuna attività di controllo sull’operato delle aziende. Un paradosso: siamo tra i maggiori importatori del continente, ma la tracciabilità resta un buco nero. Alla richiesta di Greenpeace sullo stato dei controlli, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha risposto con un imbarazzante zero: zero ispezioni, zero sanzioni. Tutto fermo per “impedimenti meramente amministrativi”. Le importazioni europee sono cresciute del 26% in tre anni, mentre la EU Whitelistlo strumento che dovrebbe certificare gli impianti responsabili – “non è ancora stata istituita”, come ha confermato la Commissione europea a Greenpeace. La trasparenza, quindi, resta un miraggio.

Secondo le informazioni e i dati acquisiti dall’Unità Investigativa di Greenpeace Italia, nel 2025 il nostro Paese è stato il primo importatore di oro extra-UE: l’Italia si conferma così uno dei principali varchi d’accesso del metallo prezioso proveniente da aree ad alto rischio. A oggi, nonostante le normative europee in vigore, non viene effettuato però alcun tipo di controllo lungo tutta la catena di approvvigionamento. L’Italia continua a dipendere dal mercato globale più opaco, quello in cui il rischio di violazioni dei diritti umani e ambientali è più elevato, senza garantire che l’oro provenga da filiere legali. Sette lingotti su dieci arrivano in Italia da Paesi extra-UE, spesso con tracciabilità debole o inesistente. Il Brasile resta un nodo critico, con estrazioni legate a deforestazione e violazioni dei diritti indigeni. Ma anche Svizzera ed Emirati Arabi Uniti – hub globali del commercio dell’oro – sono snodi opachi del commercio globale. E l’Italia è il primo importatore europeo di oro dagli Emirati e secondo dalla Svizzera. Un insieme di flussi che, in assenza di controlli stringenti, potrebbe finire per alimentare un circuito esposto al riciclaggio internazionale. C’è poi la questione dell’oro “riciclato”, che non è altro che una operazione di marketing o di greenwashing: una volta fuso, ad esempio nei suk di Dubai, perde ogni traccia della sua origine. Può essere così venduto alle raffinerie svizzere e da lì arrivare in Italia. Emirati e Svizzera diventano il luogo ideale per “ripulire” metallo di provenienza incerta. Secondo SWISSAID, questa opacità favorisce il “gold laundering”, cioè l’ingresso nel mercato mondiale di oro estratto illegalmente o proveniente da aree di conflitto, con l’alto rischio che arrivi anche in Italia.

Per <oro riciclato>, si legge nel Rapporto di Greenpeace, si intende quello recuperato da gioielli usati, scarti industriali o componenti elettronici, poi rifuso e reimmesso sul mercato. In teoria è una soluzione più sostenibile rispetto all’estrazione mineraria, perché riduce il ricorso a nuove miniere. In pratica, però, la categoria è spesso opaca: una volta fuso e raffinato, l’oro perde ogni caratteristica utile a identificarne l’origine e diventa difficile distinguere tra materiale riciclato e oro appena estratto. Questo crea una zona grigia, in cui sotto l’etichetta <<riciclato>> può finire metallo di provenienza non sempre verificabile. In questo sistema hanno un ruolo centrale Dubai e la Svizzera, due snodi del commercio globale. Dubai è uno dei principali hub mondiali per compravendita e transito del metallo prezioso, soprattutto dall’Africa e dall’Asia. La Svizzera, invece, ospita alcune delle maggiori raffinerie del pianeta: gran parte dell’oro mondiale passa dai suoi impianti prima di tornare sul mercato sotto forma di lingotti certificati. Il punto critico è che, dopo i passaggi di fusione e raffinazione, ricostruire l’origine effettiva del metallo diventa complesso. E così l’etichetta <<riciclato>> rischia talvolta di trasformarsi in una zona grigia perfetta per ripulire filiere poco trasparenti”.

Dal Rapporto di Greenpeace emerge, in definitiva, come l’Italia non sia in grado di garantire che l’oro che importa non provenga da filiere illegali, violando i diritti umani o finanziando conflitti armati. Anche se dal 2021 tutti i Paesi europei avrebbero l’obbligo di effettuare controlli lungo tutta la catena di approvvigionamento di diversi metalli, tra cui l’oro, l’Italia in questi cinque anni è restata inadempiente agli obblighi europei. Negli ultimi cinque anni il governo italiano non ha iniziato alcuna forma di controllo ex post sulle aziende importatrici; ma non è tutto: nessuna ispezione è mai stata realizzata e nessuna sanzione amministrativa. Rendendo di fatti nulla la normativa europea. Un’analisi che Greenpeace è riuscita a condurre grazie a documenti ufficiali ottenuti dal Governo tramite richiesta di accesso agli atti FOIA.

Qui il Rapporto di Greenpeace “Corsa all’oro illegale”: https://www.greenpeace.org/static/planet4-italy-stateless/2026/06/1bb170c5-report_corsa-alloro-illegale_greenpeace_giugno-2026.pdf

Giovanni Caprio