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Il prezzo della crisi climatica e come uscirne
“La giusta causa” è stata intentata presso il Tribunale di Roma da Greenpeace Italia, ReCommon e 12 persone vittime di disastri ambientali contro ENI perché tagli del 45% le emissioni entro il 2030 e risarcisca per i danni ambientali provocati. Se ne è discusso ieri all’Istituto Gramsci di Palermo nel corso dell’incontro “Il prezzo che paghiamo. Crisi climatica e responsabilità dell’industria fossile” con Chiara Campione, direttora esecutiva di Greenpeace Italia, e Antonio Tricarico, direttore del programma ReCommon. Entrambi puntano il dito sulla maggiore azienda del fossile italiana, prima responsabile dei cambiamenti climatici e relativi disastri ambientali. La causa, la cui prossima udienza è fissata per febbraio 2027, rappresenta un evento storico. Si tratta, infatti, della prima causa ammessa in Italia di Climate Litigation intentata contro un’azienda privata (dopo il “Giudizio Universale”, causa rigettata “in mancanza di legislazione specifica”!). La Corte di Cassazione ne ha ora dichiarato l’ammissibilità dopo aver preso atto che la tutela dell’ambiente è presente in Costituzione dal 2022 (con le modifiche degli articoli 9 e 41). ENI, a sua volta, ha risposto con una SLAPP (causa pretestuosa da parte di un soggetto potente contro attivisti, ong ecc…) nei confronti di ReCommon e Greenpeace, ma per fortuna l’Italia si è già dotata di una normativa contro tali azioni. I danni provocati dal riscaldamento globale e da inquinamento e devastazione locale sono stati documentati nel video realizzato da ReCommon (disponibile sul sito https://www.recommon.org/) e mostrato a una platea sgomenta: l’alluvione in Emilia Romagna, la riserva naturale di Val d’Agri in Basilicata violata da trent’anni dal più grande Centro Olio d’Italia gestito da ENI e Shell, i dati sui morti per le temperature estive sempre più anomale, che saranno sempre più la normalità. Ovviamente non si è parlato di ‘adattamento’ alle nuove condizioni climatiche (previste già dagli anni ’70), ma di lotta su tutti i piani – legale, politico culturale – per bloccare l’estrazione e l’uso dei combustibili fossili e contrastare lo strapotere di ENI, che con i suoi profitti stellari controlla amministrazioni locali, decisori politici nazionali e quasi tutti i grandi media. Si può quasi considerare uno Stato parallelo. Tramite la pubblicità (200 milioni l’anno) affidata a Plenitude, azienda ‘verde’, e a testimonial accattivanti, la partecipazione a grandi eventi culturali e sportivi, l’educazione ambientale nelle scuole (!!), controlla anche la narrazione sulla transizione a fonti energetiche rinnovabili, in cui però investe solo le briciole. Per fortuna, secondo Greenpeace, il percorso verso la transizione è avviato: già il 90% dei nuovi investimenti (altrui) in Italia è sulle rinnovabili. Le rinnovabili sono più democratiche perché la riconversione di impianti industriali in rinnovabili è possibile in modo rapido (il nucleare più che dalle scelte politiche è stato messo fuori gioco dal mercato). Dagli interventi del pubblico è emersa qualche riserva: le rinnovabili possono creare dipendenza per l’approvvigionamento di materie prime non presenti sul nostro territorio. In un altro intervento è stata illustrata la campagna di GEA (Giustizia Ecologica Ambientale) e altre associazioni per una graduale, ma rapida uscita dal fossile puntando su una nuova economia a minore consumo energetico. La proposta è nata nel raduno dei popoli di questa primavera a S. Marta in Colombia – dopo il fallimento di 30 COP istituzionali – e verrà rinnovata a Tuvalu (arcipelago destinato ad essere sommerso con l’innalzamento degli oceani) nel luglio 2027. In ogni caso si è affermato che uscire dall’economia fossile è una questione irrinunciabile di giustizia sociale e di democrazia. Redazione Palermo
October 28, 2026
Pressenza
15 grandi città europee  nella transizione energetica e i gravi ritardi di Roma
In cima alla classifica delle città europee che stanno abbandonando i sistemi di riscaldamento basati sui combustibili fossili troviamo Stoccolma, Parigi e Vienna, grazie a una solida pianificazione a lungo termine, ingenti investimenti nelle reti di riscaldamento e importanti misure di protezione sociale. In fondo alla classifica troviamo, invece, Atene, Roma e Bucarest, che nonostante gli sforzi presentano ancora lacune significative: forte dipendenza dai combustibili fossili, pianificazione urbana incompleta e meccanismi di implementazione deboli. Sono alcuni dei dati di un nuovo report di Greenpeace Europa centro-orientale (CEE) dal titolo “Gas-free cities? European Urban Heat Transition Ranking”, che passa in rassegna 15 città europee. A livello generale, dal report emerge che le città europee faticano a tradurre gli obiettivi climatici in un programma di azione coordinato, concreto e credibile. In particolare, Stoccolma si colloca al primo posto con un punteggio di 91,8, seguita da Parigi con 83,5 e Vienna con 81,4 punti. Stoccolma combina un consumo diretto di combustibili fossili estremamente basso con un sistema di riscaldamento maturo e una solida capacità di fornitura, mentre Parigi e Vienna, nonostante una maggiore dipendenza dai combustibili fossili, si collocano ai primi posti grazie a pianificazione, investimenti e a un’implementazione più incisivi. Stoccolma è in testa alla classifica, ma il suo sistema di riscaldamento non è privo di impatto. Il consumo diretto di combustibili fossili negli edifici è estremamente basso e le emissioni sono in calo, ma la forte dipendenza dall’incenerimento dei rifiuti, comprese le plastiche fossili, impedisce che il suo sistema di riscaldamento possa essere considerato completamente rinnovabile o libero dai combustibili fossili. Parigi si colloca, invece, al secondo posto, combinando una rapida riduzione delle emissioni degli edifici derivanti dall’uso diretto di combustibili fossili con ingenti investimenti nella rete di riscaldamento, solidi finanziamenti e misure di protezione sociale, sebbene il riscaldamento alimentato direttamente dai combustibili fossili e l’uso del gas nel teleriscaldamento rimangano significativi. Vienna si colloca al terzo posto e presenta uno dei percorsi di uscita dal gas a lungo termine più chiari. Il suo “Piano per il riscaldamento al 2040” prevede la sostituzione di circa 600 mila impianti di riscaldamento a gas ed è sostenuto da una solida governance e da ingenti investimenti, sebbene il teleriscaldamento resti ancora sostanzialmente dipendente dai combustibili fossili. Copenaghen si colloca al quarto posto e rientra tra le città “in miglioramento”. L’uso diretto di combustibili fossili negli edifici è estremamente basso e l’elettrificazione del teleriscaldamento sta avanzando rapidamente, ma l’incenerimento dei rifiuti rimane significativo e la pianificazione del Centro Energetico di Svanemølle prevede una notevole capacità di caldaie a gas senza un’esclusione vincolante e verificata del gas fossile. A seguire abbiamo poi Amsterdam, Budapest, Praga, Berlino, Varsavia,  Bruxelles, Madrid e Lisbona. Le città con il punteggio più basso, come si diceva, sono Atene, Roma e Bucarest,  che devono affrontare lacune di transizione più profonde, poiché la dipendenza dai combustibili fossili, la pianificazione incompleta e i risultati limitati della transizione superano le misure emergenti di ristrutturazione ed elettrificazione. Ma perché Roma si colloca al quattordicesimo posto (su 15 città analizzate)? “Il <<Climate City Contract>> della città, si legge nel report, collega la decarbonizzazione degli edifici a ingenti investimenti pianificati, mentre i programmi comunali stanno riqualificando scuole e altri edifici pubblici, con alcuni progetti che integrano energie rinnovabili e soluzioni di riscaldamento a basse emissioni di carbonio. Roma è quindi andata oltre la fase di pianificazione, ma la transizione è ancora in fase embrionale. Va tuttavia osservato che in Italia alcune delle politiche e delle decisioni che plasmano la transizione del sistema di riscaldamento sono determinate a livello regionale o nazionale piuttosto che a livello cittadino. Il gas fossile rimane ampiamente utilizzato per il riscaldamento e l’acqua calda, e Roma non ha una scadenza pubblica a livello cittadino per porre fine al riscaldamento fossile. La strategia di ristrutturazione edilizia del 2026 punta alla sostituzione progressiva del gas con pompe di calore, isolamento termico, energia solare e soluzioni geotermiche, ma ciò non si è ancora tradotto in una transizione concreta a livello cittadino Roma manca inoltre di un piano termico territoriale dedicato, mentre la concessione a lungo termine per la distribuzione del gas ATEM Roma 1 aggiunge incertezza sul ritmo con cui la rete del gas fossile verrà smantellata.”   Qui il report integrale di Greenpeace CEE in inglese: https://www.greenpeace.org/static/planet4-italy-stateless/2026/10/52900796-gas-free-cities_-european-urban-heat-transition-report.pdf. Qui la sintesi e la scheda sulla città di Roma in italiano: https://www.greenpeace.org/static/planet4-italy-stateless/2026/10/d6aecd33-citta-libere-dal-gas__-sintesi-rapporto-greenpeace-cee.pdf. Giovanni Caprio
October 18, 2026
Pressenza
Assolti gli attivisti di Greenpeace che avevano bloccato una nave carica di gas
Undici attivisti di Greenpeace di otto diverse nazionalità sono stati assolti da un tribunale di Valencia per aver bloccato per quasi dodici ore una nave carica di gas nel porto di Sagunto, a nord della città, per protestare contro la dipendenza dal gas fossile. Era la mattina del 26 ottobre del 2021 quando la Esperanza, la nave dell’organizzazione, si ancorò davanti al terminal del rigassificatore controllato da Enagás e uno degli attivisti si incatenò all’ancora, mentre alcuni gommoni giravano attorno alla Merchant, una gasiera arrivata dagli Stati Uniti. Attesa in banchina a mezzogiorno, la... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.   ABBONATI / SOSTIENI   L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. Username Password Ricordami     Password dimenticata The post Assolti gli attivisti di Greenpeace che avevano bloccato una nave carica di gas appeared first on L'Indipendente.
October 13, 2026
L'INDIPENDENTE
Il nostro mare è sempre più caldo: ondate di calore anche a 40 metri di profondità
Mentre il 2026 ha già segnato il record assoluto di temperatura per i mari e gli oceani a livello globale a causa della crisi climatica, l’ultimo rapporto del progetto “Mare Caldo” di Greenpeace Italia rivela che anche i mari italiani continuano a scaldarsi, con ondate di calore fino a 40 metri di profondità, fenomeni di necrosi o sbiancamento su gorgonie e coralli e l’espansione di specie termofile e aliene. Il report analizza i dati raccolti nel 2025 in 14 stazioni di monitoraggio italiane, di cui 13 in Aree Marine Protette, con termometri subacquei e monitoraggi periodici. Greenpeace ha operato con il sostegno del DISTAV (Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente, e della Vita) dell’Università degli Studi di Genova, l’OGS (Istituto Nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale) e con il Dipartimento di Scienze Biomolecolari dell’Università di Urbino. Secondo i dati Copernicus, il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato su scala globale, con una temperatura media dell’aria superficiale di 14,97°C, pari +1,48°C rispetto al livello preindustriale. Nel Mediterraneo, gli indici annuali mostrano un numero elevato di giorni di ondate di calore marine, che in alcune aree superano un totale di 200 giorni e anomalie termiche superficiali comprese tra +1,5°C e +2,5°C sopra la media climatologica. Nello stesso anno, i termometri di Greenpeace hanno registrato episodi prolungati di elevate temperature in tutte le 14 aree di studio del progetto “Mare Caldo”, anche in profondità. L’anomalia massima della temperatura superficiale del mare, pari a +3,5°C sopra la soglia climatologica, si è registrata in Sardegna tra fine maggio e luglio 2025 nell’Area Marina Protetta dell’Isola dell’Asinara, durante un’ondata di calore durata 41 giorni. Le altre anomalie maggiori si sono registrate nell’AMP di Capo Carbonara (Sardegna) e nell’AMP di Tavolara (Sardegna), con +3,46°C sopra la soglia, nell’AMP Capo Milazzo (Sicilia), con +2,94°C, e nell’AMP del Plemmirio (Sicilia), con +2,71°C. Il calore accumulato in estate sulla superficie del mare si è trasferito anche in profondità, attraverso il mescolamento della colonna d’acqua dovuto al vento, facendo registrare temperature fino a 25°C a 30-40 metri di profondità ed esponendo a un forte stress gli organismi che vivono sui fondali rocciosi. Nel 2025 Greenpeace ha svolto anche dei monitoraggi biologici all’Isola d’Elba (Toscana), nell’AMP dell’Asinara (Sardegna) e nell’AMP di Torre Guaceto (Puglia). In tutte e tre le aree sono stati osservati impatti rilevanti, come necrosi o sbiancamento sulle specie più vulnerabili, tra cui la gorgonia gialla Eunicella cavolini e il corallo Cladocora caespitosa, mentre continua ad aumentare la presenza di specie termofile e aliene come Caulerpa cylindracea. Il ricorso alla tecnica innovativa del DNA ambientale (eDNA), che consente di rilevare la biodiversità attraverso le tracce genetiche rilasciate dagli organismi nell’ambiente, ha permesso inoltre di identificare numerose specie aliene non visibili durante i monitoraggi tradizionali, comprese specie come Sargassum thunbergii, Spongites yendoi, Griffithsia corallinoides e Phallusia nigra. Il caso più significativo è quello dell’Isola d’Elba, l’unica area non protetta della rete di monitoraggio del progetto “Mare Caldo”. L’analisi della serie temporale degli ultimi sei anni evidenzia un progressivo deterioramento dello stato ecologico delle comunità bentoniche, con un aumento degli organismi che presentano segni di stress, una riduzione delle colonie e impatti significativi sulle gorgonie Eunicella cavolini e Paramuricea clavata. I risultati suggeriscono una relazione tra le persistenti anomalie termiche registrate nel 2023 e 2024 e i cambiamenti osservati oggi nelle comunità marine. Se da un lato i dati del progetto confermano il ruolo fondamentale delle aree marine protette nel rafforzare la resilienza degli ecosistemi marini, dall’altro mostrano che nessuna area è al riparo dagli effetti della crisi climatica. Per questo Greenpeace ribadisce la necessità di rafforzare la tutela del Mediterraneo sia attraverso una rete efficace di aree marine protette, sia mediante la riduzione delle emissioni di gas serra. “Il Mediterraneo sta cambiando rapidamente e gli effetti del riscaldamento non riguardano più soltanto la superficie del mare,” ha sottolineato Valentina Di Miccoli, campaigner Mare di Greenpeace Italia. “Oggi osserviamo anomalie termiche che raggiungono gli habitat più profondi e incidono direttamente sulla salute degli ecosistemi marini, anche nelle aree marine protette. Il prezioso lavoro di tutela e conservazione in queste aree da solo non basta a preservare la biodiversità marina; serve anche una drastica riduzione delle emissioni di gas serra”. Quello pubblicato è il sesto rapporto del progetto “Mare Caldo” di Greenpeace Italia, nato nel 2019 grazie al contributo di Monica Montefalcone, professoressa di ecologia del DISTAV dell’Università degli Studi di Genova, tragicamente scomparsa lo scorso maggio con la figlia Giorgia e altri tre sub italiani durante un’immersione alle Maldive. Greenpeace lo ha voluto dedicare a lei. Qui il sesto Rapporto di “Mare Caldo” di Greenpeace: https://www.greenpeace.org/static/planet4-italy-stateless/2026/07/d02e506f-distav_relazione-mare-caldo-sesto-anno-2024-2025_19.7.26-clean2.0.pdf Giovanni Caprio
July 31, 2026
Pressenza
La corsa all’oro illegale
Da cinque anni ormai un Regolamento europeo impone alle aziende di verificare l’origine dell’oro e di evitare filiere legate a conflitti o violazioni dei diritti umani. Tuttavia,  il Governo italiano non ha effettuato alcuna attività di controllo sull’operato delle aziende. Un paradosso: siamo tra i maggiori importatori del continente, ma la tracciabilità resta un buco nero. Alla richiesta di Greenpeace sullo stato dei controlli, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha risposto con un imbarazzante zero: zero ispezioni, zero sanzioni. Tutto fermo per “impedimenti meramente amministrativi”. Le importazioni europee sono cresciute del 26% in tre anni, mentre la EU Whitelist – lo strumento che dovrebbe certificare gli impianti responsabili – “non è ancora stata istituita”, come ha confermato la Commissione europea a Greenpeace. La trasparenza, quindi, resta un miraggio. Secondo le informazioni e i dati acquisiti dall’Unità Investigativa di Greenpeace Italia, nel 2025 il nostro Paese è stato il primo importatore di oro extra-UE: l’Italia si conferma così uno dei principali varchi d’accesso del metallo prezioso proveniente da aree ad alto rischio. A oggi, nonostante le normative europee in vigore, non viene effettuato però alcun tipo di controllo lungo tutta la catena di approvvigionamento. L’Italia continua a dipendere dal mercato globale più opaco, quello in cui il rischio di violazioni dei diritti umani e ambientali è più elevato, senza garantire che l’oro provenga da filiere legali. Sette lingotti su dieci arrivano in Italia da Paesi extra-UE, spesso con tracciabilità debole o inesistente. Il Brasile resta un nodo critico, con estrazioni legate a deforestazione e violazioni dei diritti indigeni. Ma anche Svizzera ed Emirati Arabi Uniti – hub globali del commercio dell’oro – sono snodi opachi del commercio globale. E l’Italia è il primo importatore europeo di oro dagli Emirati e secondo dalla Svizzera. Un insieme di flussi che, in assenza di controlli stringenti, potrebbe finire per alimentare un circuito esposto al riciclaggio internazionale. C’è poi la questione dell’oro “riciclato”, che non è altro che una operazione di marketing o di greenwashing: una volta fuso, ad esempio nei suk di Dubai, perde ogni traccia della sua origine. Può essere così venduto alle raffinerie svizzere e da lì arrivare in Italia. Emirati e Svizzera diventano il luogo ideale per “ripulire” metallo di provenienza incerta. Secondo SWISSAID, questa opacità favorisce il “gold laundering”, cioè l’ingresso nel mercato mondiale di oro estratto illegalmente o proveniente da aree di conflitto, con l’alto rischio che arrivi anche in Italia. “Per <oro riciclato>, si legge nel Rapporto di Greenpeace, si intende quello recuperato da gioielli usati, scarti industriali o componenti elettronici, poi rifuso e reimmesso sul mercato. In teoria è una soluzione più sostenibile rispetto all’estrazione mineraria, perché riduce il ricorso a nuove miniere. In pratica, però, la categoria è spesso opaca: una volta fuso e raffinato, l’oro perde ogni caratteristica utile a identificarne l’origine e diventa difficile distinguere tra materiale riciclato e oro appena estratto. Questo crea una zona grigia, in cui sotto l’etichetta <<riciclato>> può finire metallo di provenienza non sempre verificabile. In questo sistema hanno un ruolo centrale Dubai e la Svizzera, due snodi del commercio globale. Dubai è uno dei principali hub mondiali per compravendita e transito del metallo prezioso, soprattutto dall’Africa e dall’Asia. La Svizzera, invece, ospita alcune delle maggiori raffinerie del pianeta: gran parte dell’oro mondiale passa dai suoi impianti prima di tornare sul mercato sotto forma di lingotti certificati. Il punto critico è che, dopo i passaggi di fusione e raffinazione, ricostruire l’origine effettiva del metallo diventa complesso. E così l’etichetta <<riciclato>> rischia talvolta di trasformarsi in una zona grigia perfetta per ripulire filiere poco trasparenti”. Dal Rapporto di Greenpeace emerge, in definitiva, come l’Italia non sia in grado di garantire che l’oro che importa non provenga da filiere illegali, violando i diritti umani o finanziando conflitti armati. Anche se dal 2021 tutti i Paesi europei avrebbero l’obbligo di effettuare controlli lungo tutta la catena di approvvigionamento di diversi metalli, tra cui l’oro, l’Italia in questi cinque anni è restata inadempiente agli obblighi europei. Negli ultimi cinque anni il governo italiano non ha iniziato alcuna forma di controllo ex post sulle aziende importatrici; ma non è tutto: nessuna ispezione è mai stata realizzata e nessuna sanzione amministrativa. Rendendo di fatti nulla la normativa europea. Un’analisi che Greenpeace è riuscita a condurre grazie a documenti ufficiali ottenuti dal Governo tramite richiesta di accesso agli atti FOIA. Qui il Rapporto di Greenpeace “Corsa all’oro illegale”: https://www.greenpeace.org/static/planet4-italy-stateless/2026/06/1bb170c5-report_corsa-alloro-illegale_greenpeace_giugno-2026.pdf.  Giovanni Caprio
July 16, 2026
Pressenza
Amnesty International: il 18 giugno in piazza per gli attivisti GSLC detenuti in Libia
Amnesty International continua a chiedere alle Forze armate arabe libiche, le autorità de facto della Libia orientale e meridionale, di scarcerare le dieci persone appartenenti al Convoglio di terra Global Sumud dal 24 maggio detenute arbitrariamente in Libia esclusivamente per aver tentato di portare aiuti nella Striscia di Gaza durante il perdurante genocidio portato avanti da Israele. Dopo un periodo di sparizione forzata compreso tra due e nove giorni, le persone arrestate, tra le quali Leonarda Alberizia e Domenico Centrone sono state interrogate dalla procura e indagate per “assembramento non autorizzato”. Un’udienza che avrebbe dovuto svolgersi il 9 giugno è stata rinviata. Le preoccupazioni per il prolungamento delle indagini e per le condizioni di salute delle persone detenute in Libia hanno spinto Amnesty International Italia a proseguire la mobilitazione in loro favore. Giovedì 18 giugno i gruppi locali dell’organizzazione insieme alla Global Sumud Flottilla e ad altre organizzazioni (tra cui AOI, ARCS, CGIL, CISS, COSPE, Emergency, Rete Italiana Pace e Disarmo e Greenpeace), saranno in piazza per chiedere alle autorità libiche e ai governi di cui hanno la nazionalità la loro immediata scarcerazione. A Roma l’azione si svolgerà in piazza dei Cinquecento alle ore 18.30. Contemporaneamente, si svolgeranno iniziative a: * Bari, piazza Libertà alle 18:30 * Bisceglie, via Nazario Sauro alle 19  * Bologna, piazza Nettuno alle 18:30 * Forlì, piazza Ordelaffi alle 18:15 * Lecce, piazza S. Oronzo alle 18:30 * Milano, piazza Duomo alle 18:30 * Molfetta, corso Umberto I (altezza Sacro Cuore) alle 18:30 Inoltre nei giorni seguenti a Caserta – 19 giugno, ore 18:15 Lucca – 19 giugno, ore 17:30 in p.le Verdi (corteo 100 porti 100 città) Palermo – 22 giugno, ore 21 in p.za Giuseppe Verdi (davanti al cinema) Amnesty International
June 16, 2026
Pressenza
Report Assemblea annuale No Triv
Con la proposta di una tre giorni in Basilicata a metà luglio. Venerdì 29 maggio 2026 si è tenuta, come stabilito, l’assemblea annuale dei soci del CNNT (Coordinamento nazionale No Triv). L’assemblea, tenutasi in modalità on-line, aperta anche a soggetti non iscritti all’associazione, è iniziata alle ore 18,30, per poter trattare e deliberare sui seguenti punti all’o.d.g.: 1)   Approvazione relazioni attività,
KlimatFest 2026: a Vimodrone, dal 5 al 7 giugno
Tre giorni di incontri, dibattiti, attività culturali, laboratori, biodiversità, giustizia climatica e partecipazione territoriale, quest’anno focalizzati sul tema: “Il nostro Futuro è nella Salute della Natura”. Alla settima edizione della rassegna organizzata per iniziativa della Consulta delle Associazioni del Parco Nord in collaborazione con l’Ente Parco Nord Milano, luogo simbolo del recupero del territorio urbano e della salvaguardia dell’ambiente e promossa da numerosi partner, sarà presente anche HubZine Italia, la piattaforma  di condivisione della conoscenza che promuove confronto e dialogo civile, democratico, partecipativo e intergenerazionale nata nel 2013 dall’idea di un “utopista concreto” e implementata negli anni da nuove forze e idee rigeneratrici, il cui obiettivo è di creare uno spazio aperto a tutti per dare una nuova consapevolezza e nuovi punti di vista sul mondo. PROGRAMMA Redazione Italia
June 2, 2026
Pressenza
29 maggio: assemblea annuale NO TRIV
Attenzione: il 28 è l’ultimo giorno per aderire e ricevere il link Convocazione Assemblea annuale CNNT 29 Maggio 2026 Chi vorrà partecipare all’ assemblea annuale delle iscritte e degli iscritti al CNNT – Coordinamento nazionale No Triv – è invitata/o ad aderire previa iscrizione al modulo QUI SOTTO. Ricordiamo che la quota annuale di 20 euro da anni non è stata modificata,
Greenpeace Italia e ReCommon, ricorso al TAR sul progetto “CCS Pianura Padana”
Il mega progetto di Eni e Snam per la cattura, il trasporto e lo stoccaggio nell’Alto Adriatico della CO₂ presenta delle criticità molto serie; per questo Greenpeace Italia e ReCommon hanno presentato un ricorso al TAR Lazio-Roma per chiedere l’annullamento del decreto del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica del 30 gennaio scorso di valutazione positiva di impatto ambientale relativa al progetto di sviluppo delle infrastrutture del “CCS Pianura Padana” presentato da Snam, contestando in particolare il frazionamento dell’opera, attuato approfittando di un iter autorizzativo più “agile”. Il tutto con potenziali effetti negativi sull’ambiente e sul paesaggio dei fragili territori costieri e delle province di Ferrara, Ravenna e Rovigo, oltreché dell’Alto Adriatico.   “CCS Pianura Padana” consiste nei primi cento chilometri di infrastrutture e gasdotti su terra per il potenziamento del già avviato progetto “Ravenna CCS”, a sua volta pietra angolare del “CCS Integrato Callisto”, che vedrebbe anche il coinvolgimento della Francia. Obiettivo finale dell’intera opera è quello di stoccare fino a 16 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno nei diversi giacimenti esausti di idrocarburi a largo di Ravenna, e sviluppare la rete delle infrastrutture necessarie a costruire un mercato della CO₂ nel Mediterraneo. Snam prevede di investire 800 milioni di euro nel progetto Ravenna CCS, che comprende sia le infrastrutture su terra del CCS Pianura Padana che quelle in joint venture con Eni relative allo stoccaggio di CO2.  I motivi del ricorso al TAR partono dalla scelta, secondo Greenpeace Italia e ReCommon illegittima, di frazionare un progetto unico iniziando la fase pilota dello stoccaggio in mare senza una valutazione complessiva di impatto ambientale dell’intero intervento.  L’unica parte sottoposta finora a un’effettiva valutazione di impatto ambientale è quella relativa alle infrastrutture su terra ferma, denominata per l’appunto CCS Pianura Padana. Ma è evidente l’interdipendenza della parte in mare e di quella su terra dello stesso grande progetto, compresa la Fase 2 e il suo futuro sviluppo internazionale che gli ha garantito lo status di “Progetto di Interesse Comune” della Commissione europea. Nella fase industriale 2, che verrà presumibilmente avviata nel 2027, il progetto prevede di trasportare e stoccare nei giacimenti a largo di Ravenna anche una parte della CO₂ emessa dagli impianti industriali francesi di Fos, Etang de Berre e della valle del Rodano, che verrebbe trasportata su nave e/o camion. Un progetto avveniristico, con un computo energetico importante, che non viene per niente considerato nella valutazione di impatto ambientale ministeriale, e la cui analisi costi e benefici richiesta da ReCommon alla Commissione europea non è stata tuttora divulgata pubblicamente.  Greenpeace Italia e ReCommon hanno partecipato alle fasi di consultazione pubblica nell’ambito del procedimento di valutazione ambientale del progetto CCS Pianura Padana. Fra il settembre del 2024 e l’aprile del 2025, hanno presentato varie osservazioni e contro-osservazioni, buona parte delle quali non hanno trovato risposte adeguate da parte della società proponente. La procedura rientrava nell’ambito del  PNRR-PNIEC, ed era quella accelerata applicata a progetti definiti di “sicurezza energetica”, con tempi dimezzati per la consultazione pubblica.  Greenpeace Italia e ReCommon hanno riscontrato delle carenze della valutazione di incidenza (VINCA), in particolare rispetto agli impatti sulle 12 zone protette che dovrebbero essere direttamente o indirettamente impattate dal progetto Pianura Padana CCS. «Dalla documentazione del progetto emergono, a nostro avviso, criticità che non sono state adeguatamente approfondite prima del rilascio della VIA in termini di sicurezza, ambiente ed impatto sulle aree protette. Per questo le associazioni hanno deciso di rivolgersi al TAR. Se tali carenze istruttorie saranno accertate dal giudice amministrativo, verrebbero confermati anche i timori sui rischi di significativi impatti che il progetto CCS Pianura Padana potrebbe comportare, senza sufficienti garanzie sulla sua sostenibilità nel lungo periodo», hanno commentato gli avvocati Luca Maria Brigida e Matteo Ceruti, legali delle associazioni ricorrenti.   «Inoltre nel ricorso sono state evidenziate delle carenze nella valutazione dell’incidenza reale della sismicità, della liquefazione dei terreni e degli impatti della subsidenza e delle alluvioni che sempre di più stanno colpendo la regione Emilia Romagna» hanno aggiunto gli avvocati.  «Ma quale sicurezza energetica! Questo progetto punta ad allungare la vita di infrastrutture fossili e addirittura costruirne di nuove, dietro la falsa promessa di una cattura “permanente” della CO₂ tutta da provare. Questo si aggiunge alle criticità importanti che abbiamo rilevato non solo sulla costruzione ma anche sul funzionamento e il mantenimento del progetto, che potrebbero generare costi sociali, ambientali ed economico-finanziari per le casse dello Stato nell’ordine di decine di miliardi» ha affermato Elena Gerebizza di ReCommon. «Il CCS Pianura Padana rischia di diventare un buco nero per le finanze pubbliche, favorendo l’accelerazione dei cambiamenti climatici invece di ridurla»  ha concluso Gerebizza.  «La sicurezza energetica dell’Italia e dell’Europa si costruisce accelerando una vera transizione verso le fonti rinnovabili, l’efficienza energetica e l’elettrificazione, non investendo miliardi in false soluzioni come la cattura e lo stoccaggio della CO₂. Per Greenpeace il CCS è soprattutto un modo per le industrie fossili di buttare fumo negli occhi all’opinione pubblica: promettere di catturare le emissioni domani per continuare oggi a garantirsi profitti da petrolio e gas e rallentare la transizione energetica di cui abbiamo urgente bisogno», ha dichiarato Simona Abbate, campaigner energia e clima di Greenpeace Italia. Re: Common
May 20, 2026
Pressenza