Il prezzo della crisi climatica e come uscirne
“La giusta causa” è stata intentata presso il Tribunale di Roma da Greenpeace
Italia, ReCommon e 12 persone vittime di disastri ambientali contro ENI perché
tagli del 45% le emissioni entro il 2030 e risarcisca per i danni ambientali
provocati.
Se ne è discusso ieri all’Istituto Gramsci di Palermo nel corso dell’incontro
“Il prezzo che paghiamo. Crisi climatica e responsabilità dell’industria
fossile” con Chiara Campione, direttora esecutiva di Greenpeace Italia, e
Antonio Tricarico, direttore del programma ReCommon.
Entrambi puntano il dito sulla maggiore azienda del fossile italiana, prima
responsabile dei cambiamenti climatici e relativi disastri ambientali.
La causa, la cui prossima udienza è fissata per febbraio 2027, rappresenta un
evento storico.
Si tratta, infatti, della prima causa ammessa in Italia di Climate Litigation
intentata contro un’azienda privata (dopo il “Giudizio Universale”, causa
rigettata “in mancanza di legislazione specifica”!).
La Corte di Cassazione ne ha ora dichiarato l’ammissibilità dopo aver preso atto
che la tutela dell’ambiente è presente in Costituzione dal 2022 (con le
modifiche degli articoli 9 e 41).
ENI, a sua volta, ha risposto con una SLAPP (causa pretestuosa da parte di un
soggetto potente contro attivisti, ong ecc…) nei confronti di ReCommon e
Greenpeace, ma per fortuna l’Italia si è già dotata di una normativa contro tali
azioni.
I danni provocati dal riscaldamento globale e da inquinamento e devastazione
locale sono stati documentati nel video realizzato da ReCommon (disponibile sul
sito https://www.recommon.org/) e mostrato a una platea sgomenta: l’alluvione in
Emilia Romagna, la riserva naturale di Val d’Agri in Basilicata violata da
trent’anni dal più grande Centro Olio d’Italia gestito da ENI e Shell, i dati
sui morti per le temperature estive sempre più anomale, che saranno sempre più
la normalità.
Ovviamente non si è parlato di ‘adattamento’ alle nuove condizioni climatiche
(previste già dagli anni ’70), ma di lotta su tutti i piani – legale, politico
culturale – per bloccare l’estrazione e l’uso dei combustibili fossili e
contrastare lo strapotere di ENI, che con i suoi profitti stellari controlla
amministrazioni locali, decisori politici nazionali e quasi tutti i grandi
media. Si può quasi considerare uno Stato parallelo. Tramite la pubblicità (200
milioni l’anno) affidata a Plenitude, azienda ‘verde’, e a testimonial
accattivanti, la partecipazione a grandi eventi culturali e sportivi,
l’educazione ambientale nelle scuole (!!), controlla anche la narrazione sulla
transizione a fonti energetiche rinnovabili, in cui però investe solo le
briciole.
Per fortuna, secondo Greenpeace, il percorso verso la transizione è avviato: già
il 90% dei nuovi investimenti (altrui) in Italia è sulle rinnovabili.
Le rinnovabili sono più democratiche perché la riconversione di impianti
industriali in rinnovabili è possibile in modo rapido (il nucleare più che dalle
scelte politiche è stato messo fuori gioco dal mercato).
Dagli interventi del pubblico è emersa qualche riserva: le rinnovabili possono
creare dipendenza per l’approvvigionamento di materie prime non presenti sul
nostro territorio.
In un altro intervento è stata illustrata la campagna di GEA (Giustizia
Ecologica Ambientale) e altre associazioni per una graduale, ma rapida uscita
dal fossile puntando su una nuova economia a minore consumo energetico. La
proposta è nata nel raduno dei popoli di questa primavera a S. Marta in Colombia
– dopo il fallimento di 30 COP istituzionali – e verrà rinnovata a Tuvalu
(arcipelago destinato ad essere sommerso con l’innalzamento degli oceani) nel
luglio 2027.
In ogni caso si è affermato che uscire dall’economia fossile è una questione
irrinunciabile di giustizia sociale e di democrazia.
Redazione Palermo