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La sorprendente grandezza di alcune, ma numerose, realtà ‘minuscole’
Il voluminoso Atlante delle micronazioni, degli stati e dei territori anomali elenca circa 12˙900 “entità politiche che si considerano nazioni” e, illustrandone la posizione nelle mappe geografiche e la storia, scritta in proclami e incisa in stemmi, bandiere, francobolli, monete e oggetti emblematici, documenta l’esistenza di 872 micronazioni formate in passato e attualmente presenti in tutto il mondo. Questo repertorio di realtà costituite “dagli imperi autoproclamati alle colonie dimenticate e ai territori separatisti… dai territori riconosciuti de facto o provvisori, inclusi quelli dei popoli non rappresentati, fino alle micronazioni politiche, artistiche, turistiche, virtuali, immaginarie e persino burlesche e fraudolente” veniva pubblicato quest’anno in gennaio, a marzo era già esaurito ed ora è stato ristampato. Fino ad oggi però ho avuto difficoltà a concentrarmi sui suoi contenuti. Brancolando nel caos dei tanti clamorosi avvenimenti che nei 4 mesi trascorsi si sono susseguiti freneticamente, non ho trovato l’occasione consona per recensire questo libro, che mi incuriosiva molto. “Forse oggi l’era dello stato-nazione è finita ed è tempo di ripensare a uno schema sociale che tenga conto di tutte le complessità d’una collettività, nel bene o nel male, globalizzata  – spiega la sua introduzione  – Un pianeta diviso in circa 200 territori, in cui un governo prende decisioni avulse dal resto del mondo, sembra un sistema adatto a società preglobali. Oggi è necessario organizzare i popoli del mondo su più livelli, partendo dalle organizzazioni internazionali super partes, all’interno delle quali sono presenti gli stati nazionali, a loro volta divisi in regioni autonome che assecondano particolarismi e localismi che la società umana presenta”. In questa analisi ho ravvisato un parallelismo con due visioni del mondo convergenti nella stessa prospettiva. Da un lato ho riscontrato la coerenza con il principio etico del rispetto dell’autodeterminazione dei popoli, che in epoca contemporanea è stata sancita inviolabile in due ‘carte’ scritte, rispettivamente, nel 1945 e nel 1976: * nella Carta dell’ONU, cioè nell’atto costitutivo delle Nazioni Unite, anche statuto dell’organizzazione politica sovranazionale e atto istitutivo della International Court of Justice, facendo esplicito riferimento ai diritti dei cittadini di ogni nazione, grande o piccola (equal rights of men and women and of nations large and small), e di ogni popolazione (principle of equal rights and self-determination of peoples); * nella Carta di Algeri, ovvero Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli, denunciando che, con “l’intervento diretto o indiretto, utilizzando le società multinazionali, appoggiandosi sulla corruzione delle polizie locali, prestando il suo aiuto a regimi militari fondati sulla repressione poliziesca, la tortura e la distruzione fisica dei suoi avversari, servendosi di tutte le strutture e attività alle quali è stato dato il nome di neo-colonialismo”, inoltre con “la complicità di governi spesso da esso stesso imposti”, l’imperialismo “estende il suo controllo su molti popoli” e “continua a dominare una parte del mondo” e proclamando che “tutti i popoli del mondo hanno pari diritto alla libertà: il diritto di liberarsi da qualsiasi ingerenza straniera e di darsi il governo da essi stessi scelto, il diritto di lottare per la loro liberazione, nel caso fossero in condizioni di dipendenza, e il diritto di essere assistiti nella loro lotta dagli altri popoli”. Dall’altro lato ho riscontrato la coincidenza con alcune teorie su cause ed esiti della crisi globale imperversante nel pianeta in cui i confini tra gli stati-nazione non combaciano più quelli delle frontiere, e barriere, ideologiche, dominato dalle grandi società multinazionali,… popolato da persone aggregate in associazioni internazionali e ONG e in comunità, etniche, religiose, culturali, come quella accademico-scientifica, sparpagliate in tanti luoghi e città del globo ma tra loro collegate e interconnesse e che compongono una società civile pluricentrica, pluralistica e cosmopolita. In particolare, ho notato l’analogia con le tesi sull’ineluttabile sfacelo del sistema politico e militare che ha governato il mondo per secoli, ovvero sulla fine del predominio delle ‘grandi potenze’ occidentali  – gli USA e le nazioni europee  – elaborate da Amitav Acharya, un esperto di relazioni internazionali nato e laureato in India, ricercatore in atenei di Australia, Singapore, Canada, Inghilterra e Sud Africa e docente all’United Nations University, all’università di Harvard e all’American University di Washington D.C. che nel 2020 è stato insignito Scholar-Teacher of the Year Award, cioè del più prestigioso riconoscimento accademico conferito a un accademico statunitense. Idee che Amitav Acharya nel 2025 ha esposto in Storia e futuro dell’ordine mondiale, un saggio la cui traduzione in italiano veniva pubblicata all’inizio del 2026, casualmente contemporaneamente alla stampa dell’Atlante delle micronazioni, degli stati e dei territori anomali proposto da Kipple Officina Libraria, una casa editrice specializzata in “fantascienza, weird, noir, cyberpunk, letteratura fantastica, esoterismo, poesia, musica e fumetti”. Che le previsioni degli esperti di geopolitica coincidessero con i pronostici degli appassionati di fantascienza non mi ha stupita, però a gennaio e nei mesi seguenti non riuscivo a distogliere lo sguardo dall’orrenda realtà del presente. In Ucraina, nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Iran, in Sudan,… in così tanti paesi devastati dalle guerre le popolazioni subiscono atrocità talmente mostruose che mi pareva irrazionale, e immorale, soffermare la mia e altrui attenzione su delle nazioni minuscole e, per di più, immaginarie. Poi l’allucinante ‘furia epica’ scagliata dagli USA contro l’Iran ha scaravoltato il mondo intero e l’assurdità delle dichiarazioni di Trump sulla ‘distruzione di una civiltà’ ha sbalordito tutti, persino gli osservatori più accorti. E, rileggendo cronache e narrazioni dei fatti avvenuti dal gennaio scorso ad oggi col proverbiale senno di poi, ho capito l’utilità dell’atlante che descrive i fantasiosi modelli di stati simbolici, utopici o distopici, virtuali o paradossali che, storicamente, si sono concretizzati in tanti luoghi e molte forme, anche ma non solo bizzarre. Tra le numerose micronazioni di varie tipologie elencate da Wikipedia spiccano le due istituite da Greenpeace per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle devastazioni ambientali: la República Glaciar, fondata nel 2014 sulle vette delle Ande al confine tra Cile e Argentina, un’area di ghiacciai insidiata dallo sfruttamento dei giacimenti minerari; il Global State of Waveland, la nazione indipendente e libera dalle trivellazioni delle compagnie petrolifere che fu proclamata nel 1997, sita sullo scoglio di Rockall e che per 42 giorni ha resistito alle rivendicazioni inglesi per il dominio territoriale sul masso che emerge dai flutti dell’Oceano Atlantico. Il primo summit delle micronazioni si tenne nel 2003 in Finlandia e venne svolto nell’ambito di Amorph!03, un festival di performance art. Successivamente, nel 2004 alla Reg Vardy Gallery di Sunderland – Inghilterra, e nel 2005 all’Andrew Kreps Gallery di New York – USA, è stata esposta una collezione di “oggetti di mistica delle micronazioni”, ovvero emblematici della realizzazione dei fantasiosi progetti di stati auto-proclamati, tra cui anche alcuni reperti di Nutopia, il ‘paese concettuale’ che John Lennon e Yoko Ono concepirono nel 1973, quando veniva loro negato il permesso di risiedere negli USA perciò si proclamarono cittadini di una nazione senza frontiere e passaporti, come il mondo pacifico senza confini, “no land, no boundaries, no passports, only people”, che due anni prima avevano preconizzato nella canzone Imagine, incisa in Inghilterra nel 1971. La letteratura sulle micronazioni è molto vasta, anche in Italia, dove un Atlante delle micronazioni è stato redatto nel 2015 e nel 2020 aggiornato da Graziano Graziani, autore nel 2018 del Catalogo delle religioni nuovissime e quest’anno di Storia delle rivoluzioni immaginarie. Un libro celebre, Micronations: The Lonely Planet Guide to Home-Made Nations, è stato pubblicato nel 2006 e non casualmente dalla società editrice internazionale specializzata in guide turistiche la cui casa-madre è australiana. In Australia infatti, dove tante persone e collettività rivendicano i propri diritti con questa forma di protesta, sono site numerose micronazioni, tra cui il Regno Lesbo-Gay delle Isole del Mar dei Coralli proclamato nel 2004 e dissolto nel 2017 quando nella nazione-continente fu legalizzato il matrimonio tra coppie dello stesso sesso. Nel 2005 alla BBC andò in onda la serie di filmati comico-documentaristici, mockumentaries, trasmessi da Danny Wallace nel proprio appartamento-stato londinese, che era intitolata How to Start Your Own Country, cioè come il primo testo scritto su questo argomento, il manuale pubblicato nel 1979 dallo statunitense Erwin S. Strauss, uno scrittore di romanzi e saggi di fantascienza. Analogamente, il compilatore dell’Atlante delle micronazioni, degli stati e dei territori anomali è l’italiano Lukha B. Kremo, o Lukha Kremo Baroncinij, pseudonimi di Gianluca Cremoni Baroncini, “autore di 14 romanzi e più di 100 racconti di fantascienza e fantasy e di un manuale di Tarocchi quantistici” che si autodefinisce un “animatore di nuove dinamiche culturali e sottoculturali artistiche e letterarie attivo in particolare nella fantascienza e nel fantastico”. E, siccome è anche premier della Nazione Oscura Caotica da lui fondata nel 2004, nel gennaio scorso gli ho chiesto come lui e la ‘sua’ micronazione si ponevano nei riguardi del leader che governa la ‘grande potenza’ americana all’insegna del motto “make America great again”. Lukha B. Kremo : «La Nazione Oscura Caotica è democratica, quindi la questione è stata sottoposta al voto dei suoi cittadini, che ha decretato la neutralità. Alcuni detestano Trump, e non vogliono aver niente a che fare con lui, altri lo temono, quindi piuttosto che inimicarselo preferiscono assecondarlo, e tra i suoi ammiratori c’è chi lo reputa un ‘visionario’, da seguire ed emulare, e chi lo considera un affabulatore molto abile, soprattutto nell’uso dei social media, con cui confrontarsi è tanto intrigante». M.B.  – Però nella realtà autorevolezza e autoritarismo non sono la stessa cosa… Lukha B. Kremo : «Infatti, ma sebbene la differenza fra loro sia enorme non è facile distinguere tra le forme in cui si esplicano. L’autorevolezza, che si basa sul riconoscimento del suo valore e si esprime con la sua rappresentazione in rituali e cerimoniali in cui viene ‘messa in scena’ mediante simboli espressivi, lessicali, visivi e gestuali, che si sovrappongono, perciò facilmente confondono, con quelli dell’autoritarismo, che invece è un’estrinsecazione della forza che si impone e del predominio. Ad esempio, a me è capitato che, mentre mi aggiravo per le stanze di un Palazzo di Giustizia vestito in divisa di rappresentanza della Nazione OScura Caotica, sono stato avvicinato da un ministro che, scambiandomi per un diplomatico di chissà quale stato in visita nella città, ha ritenuto doveroso accogliermi ossequiosamente e salutare con deferenza». M.B.  – E poi avete chiarito l’equivoco? Lukha B. Kremo : «Veramente no. Fargli sapere che era stato bleffato lo avrebbe umiliato, perciò gli ho risposto come si aspettava di essere ricambiato, nello stesso modo pomposo in cui lui si era rivolto a me». Oltre che alle altre micronazioni, Lukha B. Kremo ha creato la Nazione Oscura Caotica ispirandosi alla Repubblica di Torriglia che per circa un anno è stata realizzata nel territorio montano che si estende al crocevia tra Liguria, Lombardia e Piemonte e attraversato dalla ‘statale 45’ che collega Genova a Piacenza. Un’area che dall’estate 1944 è stata interamente controllata dai partigiani, principalmente della Divisione Garibaldi Cichero, e fino alla Liberazione, cioè al 25 aprile 1945, isolata dall’RSI governata dai fascisti e occupata dall’esercito nazista. Perciò ho pensato che oggi la stravagante micronazione che ravviva la memoria di un’esperienza della Resistenza alla dittatura nazi-fascista potrebbe rappresentare un modello concettuale a cui fare riferimento proprio per capire come reagire alle sfide delle subdole insidie che minacciano la libertà e i diritti che i popoli hanno conquistato nel passato e nel presente possono difendere, altrimenti perdere. ATLANTE DELLE MICRONAZIONI, DEGLI STATI E DEI TERRITORI AUTONOMI / 1a Parte – MICRONAZIONI; 2a Parte – STATI E TERRITORI ANOMALI; 3a Parte – POPOLI NON RAPPRESENTATI; 4a Parte – ONU; 5a Parte – Appendice, con materiali a corredo, bibliografia e sitografia Maddalena Brunasti
April 22, 2026
Pressenza
Nel 2025 la crisi climatica quasi assente sui media. I dati del Rapporto Greenpeace-Osservatorio di Pavia
Anche nel 2025, per il secondo anno consecutivo, continua a calare l’attenzione dei mass media italiani per il riscaldamento del pianeta. Rispetto al 2022, le notizie con un focus centrale sulla crisi climatica diminuiscono del 26,1% sui quotidiani e del 52,9% nei TG. Inoltre, la crisi climatica viene frequentemente trattata in modo marginale o richiamata senza un adeguato approfondimento: ciò avviene nel 71,3% degli articoli e nel 67,4% delle notizie televisive. E’ quanto evidenzia il nuovo rapporto annuale dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace Italia, che analizza la copertura della crisi climatica e della transizione ecologica nell’informazione italiana nel corso del 2025. Giunto al quarto anno consecutivo di monitoraggio, lo studio propone un’analisi quali-quantitativa dei contenuti pubblicati dai cinque quotidiani nazionali a maggiore diffusione e dalle edizioni di prima serata dei sette principali telegiornali generalisti, con l’obiettivo di misurare non solo l’attenzione riservata al tema, ma anche le cornici narrative entro cui esso viene rappresentato nello spazio pubblico. Il quadro che emerge segnala un’ulteriore perdita di centralità della questione climatica nell’agenda mediatica, con le cause della crisi climatica che sono esplicitate solo nel 13,2% degli articoli e nel 13% dei servizi dei TG. I combustibili fossili, in particolare, vengono indicati come causa appena nel 3% dei casi sulla stampa e nel 2% nei telegiornali. Tra gli elementi più significativi rilevati dal rapporto vi è inoltre la quasi totale assenza di attribuzione di responsabilità per la crisi climatica. Ne deriva una rappresentazione che tende a descrivere fenomeni, effetti e controversie, ma molto più raramente individua cause e responsabilità. Un ulteriore aspetto riguarda la debolezza del legame tra transizione ecologica e crisi climatica. Una quota consistente delle notizie dedicate alla transizione non richiama infatti in modo esplicito il contesto del riscaldamento globale. Tra il 2024 e il 2025, le notizie sulla transizione energetica senza esplicito riferimento alla crisi climatica sono raddoppiate sui quotidiani e quintuplicate nei TG. In un anno in cui l’agenda dei media si è focalizzata sul disimpegno di Trump e sulla maggiore flessibilità dell’Unione Europea nel perseguire gli obiettivi di neutralità carbonica, sono prevalsi gli aspetti economico-politici della transizione ecologica rispetto a quelli ambientali, scientifici o sociali, trascurando temi cruciali come gli impatti sulla salute (1,4%), la scienza del clima (1%) o le migrazioni climatiche (0,4%). C’è poi il dato relativo alle inserzioni pubblicitarie, che nel 2025 risultano in ulteriore aumento rispetto agli anni precedenti. Il monitoraggio registra infatti 1.621 pubblicità riconducibili ad aziende ad alto impatto ambientale, con una netta prevalenza del settore fossile e di quello automotive: un numero cresciuto del 26% rispetto al 2024 e raddoppiato rispetto al 2022. Nel loro insieme, questi elementi offrono una base empirica utile per interrogarsi sul ruolo dell’informazione nella costruzione dell’agenda pubblica su riscaldamento globale e transizione ecologica e sulle modalità con cui questi temi vengono resi visibili, interpretati e discussi nel contesto mediatico italiano. Lo studio condotto dall’Osservatorio di Pavia per Greenpeace ha stilato anche la classifica dei quotidiani per il 2025: fa meglio degli altri Avvenire, l’unico giornale ad avvicinarsi alla sufficienza (5,4 punti su 10); seguono, distaccati di molto, Il Sole 24 Ore (2,8 punti), e Corriere della Sera e La Stampa (a pari merito con 2,6 punti); fanalino di coda, la Repubblica (2,2 punti). I giornali sono stati valutati mediante cinque parametri: 1) quanto parlano della crisi climatica; 2) se citano i combustibili fossili tra le cause; 3) quanta voce hanno le aziende inquinanti e 4) quanto spazio è concesso alle loro pubblicità; 5) se le redazioni sono trasparenti rispetto ai finanziamenti ricevuti dalle aziende inquinanti. “Mentre il pianeta rischia di diventare inabitabile a causa della nostra dipendenza dai combustibili fossili, i principali media italiani sono costretti a tacere le responsabilità delle aziende inquinanti perché dipendono dalle loro pubblicità per sopravvivere, ha sottolineato Giancarlo Sturloni, responsabile della comunicazione di Greenpeace Italia. Questo spiega perché su giornali e tv si parla sempre meno di clima e ad avere più spazio sono esponenti del mondo dell’economia e della politica anziché esperti e scienziati. O perché in un anno intero, sui principali TG nazionali non venga mai nominato, nemmeno una volta, nemmeno per sbaglio, alcun responsabile della crisi climatica. In Italia l’informazione sul clima è ostaggio di un patto di potere che ostacola la transizione energetica verso le rinnovabili, l’unica via per mitigare il riscaldamento globale e il rischio di altri conflitti armati per il controllo dei combustibili fossili”. Qui il Rapporto dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace Italia: https://www.osservatorio.it/wp-content/uploads/2016/07/69f0f214-report-gp_odp_media-e-clima-2025_final.pdf.  Giovanni Caprio
March 23, 2026
Pressenza
Referendum: voci diverse per un NO e…
…. e un caro amico della “bottega” che invece vota Sì. Interventi di Raffaele Barbiero, Valerio Calzolaio, Davide Fabbri, Luigi Ferrajoli, Gianni Lixi, Mario Sommella. Con una breve replica di Daniele Barbieri all’amico che nell’urna “tradirà”… A seguire i link ai nostri articoli precedenti. L’invito di Valerio Calzolaio Domenica prossima andrò a votare e voterò no. I referendum contengono vari
OLIMPIADI INSOSTENIBILI: GREENPEACE ITALIA ATTACCA IL COLOSSO DI PETROLIO E GAS ENI, “STA CONTRIBUENDO A FAR SCOMPARIRE E IL GHIACCIO”
Milano Cortina, le insostenibili olimpiadi: il Comitato Insostenibili Olimpiadi (CIO) ha annunciato quattro giorni di mobilitazioni contro i Giochi invernali, in programma da giovedì a domenica. Il momento centrale delle iniziative sarà sabato, con un corteo nazionale a Milano contro quelli che gli organizzatori definiscono gli impatti ambientali, sociali ed economici delle Olimpiadi. La manifestazione partirà alle ore 15 da piazza Medaglie d’Oro. Nel frattempo, Greenpeace Italia è intervenuta attaccando, con un video di denuncia rivolto a uno dei principali sponsor dell’evento, il colosso energetico Eni, il colosso di petrolio e gas Eni, che con le sue emissioni “sta contribuendo a far scomparire la neve e il ghiaccio da cui le Olimpiadi stesse dipendono”. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, l’intervento di Federico Spadini, della campagna clima di Greenpeace Italia. Ascolta o scarica. Di seguito il comunicato condiviso da Greenpeace Italia: “Olimpiadi Milano Cortina, chi inquina non può sponsorizzare i Giochi! Tra pochi giorni inizieranno le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026. Ma c’è un problema enorme: tra i principali sponsor dei Giochi c’è anche il colosso italiano del petrolio e del gas Eni, che con le sue emissioni sta contribuendo a far scomparire la neve e il ghiaccio da cui le Olimpiadi stesse dipendono! E lo vogliamo far vedere chiaramente con un video di denuncia realizzato per noi da Studio Birthplace, in cui le competizioni olimpiche invernali vengono interrotte da un’onda nera di petrolio che invade le piste, travolge gli atleti e cola sui cinque cerchi simbolo dei Giochi Olimpici. Il vero impatto di Eni sulla neve e il ghiaccio Le sponsorizzazioni come quella di Eni a Milano Cortina 2026 non sono innocenti, sono una distrazione per farci dimenticare il danno che queste aziende stanno causando al pianeta e al futuro degli sport invernali. Mentre Eni si finge attenta al clima e allo sport, si stima infatti che nel lungo termine le sue emissioni per il solo 2024 (pari a 395 Mt CO₂eq) a livello globale potrebbero fondere 6,2 miliardi di tonnellate di ghiaccio glaciale, che corrisponderebbero a oltre la metà (58%) del volume dei ghiacciai alpini italiani. Già sponsor della nazionale di calcio italiana, Eni investe grandi risorse economiche in sponsorizzazioni e cause legali per difendere la propria immagine, ma investe molto meno nella transizione energetica di cui abbiamo urgente bisogno. Nel 2024, ad esempio, per ogni euro investito in Plenitude (la sua presunta divisione “verde” che in realtà comprende tanto energie rinnovabili quanto gas fossile e ricerca sul nucleare), Eni ha investito 7,7 euro nel settore petrolifero e del gas. Nello stesso anno, Eni ha avviato una causa per diffamazione, ancora in corso, nei confronti di Greenpeace Italia per aver diffuso un report sulle morti premature attribuibili alle emissioni di gas serra di cui è l’azienda è responsabile. FIRMA PER DIRE STOP SPONSOR INQUINANTI AI GIOCHI OLIMPICI E PARALIMPICI! La crisi climatica minaccia il futuro delle Olimpiadi Invernali Secondo uno studio commissionato dallo stesso Comitato Olimpico Internazionale (CIO), entro il 2080 oltre la metà delle località idonee a ospitare i Giochi Olimpici Invernali non potrà più farlo a causa del riscaldamento globale, alimentato dalle aziende dei combustibili fossili come Eni. Tonnellata dopo tonnellata di gas e petrolio bruciati potremmo veder scomparire per sempre i luoghi che oggi ospitano le Olimpiadi Invernali. E senza neve e ghiaccio non ci saranno più Giochi Invernali. Questo sporco gioco deve finire! La nostra lettera aperta al Comitato Olimpico Internazionale È assurdo che fra i principali partner dei Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina figurino aziende che, con le loro emissioni fuori controllo, rischiano di far scomparire il ghiaccio e la neve da cui dipendono le Olimpiadi Invernali. Per questo abbiamo inviato una lettera aperta al Comitato Olimpico Internazionale (CIO) per chiedere di rinunciare alle sponsorizzazioni delle aziende del petrolio e del gas, tenendo fede ai valori olimpici del rispetto per le persone e l’ambiente. In passato il CIO ha già sfruttato il suo potere di influenza per contrastare le industrie che danneggiano le persone, vietando la pubblicità del tabacco già alle Olimpiadi invernali del 1988. Ora può contribuire a guidare la fuoriuscita dai combustibili fossili rifiutando sponsorizzazioni e partnership con quelle aziende inquinanti che, con le loro emissioni, minacciano gli stessi Giochi invernali che tutti amiamo. Chiedi con noi al Comitato Olimpico Internazionale di non accettare più sponsorizzazioni e partnership con aziende fossili.”
February 3, 2026
Radio Onda d`Urto