
Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale
Comune-info - Sunday, July 12, 2026Le guerre nei territori africani, contrariamente alle narrazioni razziste occidentali, non sono un residuo di arretratezza: rappresentano semmai una delle forme più avanzate del capitalismo estrattivo contemporaneo. Del resto, il capitalismo poggia sempre più su due pilastri estrattivi tra loro intrecciati: i combustibili fossili e i cosiddetti minerali critici, indispensabili per la difesa, i semiconduttori, le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale
Sudan: foto di Randy Fath su UnsplashIl 24 febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, la «calma» Europa scopre di nuovo la guerra alle porte di casa — e per di più ancora una volta una guerra di bianchi contro bianchi. L’attacco russo è il culmine di un conflitto che risale almeno al 2014: dietro il pretesto della tutela delle minoranze russofone del Donbass si agita in realtà un più lungo conflitto tra Stati Uniti e Russia, ereditato dalla guerra fredda e alimentato dall’accerchiamento che la NATO conduce da decenni ai confini russi1.
Il nostro sguardo eurocentrico — o meglio occidentalcentrico, e in ciò già razzializzato nel modo stesso in cui contabilizza i morti civili — si accorge della guerra solo ora che è tornata vicina, e ora che i missili ci ricordano la nostra vulnerabilità collettiva: l’Oreshnik russo, IRBM con gittata fino a 5.500 chilometri, attraversa l’Europa in pochi minuti e si è rivelato difficilmente intercettabile.
Eppure, considerando l’intero globo, dalla fine della Seconda guerra mondiale la guerra non è mai scomparsa dal pianeta: è sempre stata fra noi. Siamo noi, i “tranquilli” europei occidentali, e non essa, ad essere stati l’eccezione, e a esserlo stati solo a patto di dimenticare in fretta che la guerra era già tornata in Europa, nei Balcani, negli anni Novanta2.
La guerra non è un’anomalia del modo di produzione capitalistico: ne è un elemento permanente. Come osservava Henri Lefebvre, essa è costitutivamente intrecciata ai processi di accumulazione del capitale e di ristrutturazione delle forze produttive3. Non un’interruzione della normalità, ma una delle sue forme di riproduzione.
L’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo4 ci ricorda che circa metà della popolazione mondiale vive in Paesi coinvolti in un conflitto o sotto minaccia di tensioni armate. I conflitti armati attivi censiti dall’Atlante sono 32; con la guerra aperta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran agli inizi del 2026 — successiva alla chiusura del volume — diventano 33, cui si sommano 22 aree di crisi e una decina di missioni ONU disseminate dal Kashmir al Sahara Occidentale. Solo nell’Africa subsahariana le guerre in corso si contano a decine — Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Camerun, Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo —: quasi nessuna arriva ai nostri telegiornali. La guerra non è dunque un’eccezione: è la condizione ordinaria del sistema internazionale contemporaneo e del modo di produzione capitalistico.
Guerra e accumulazione del capitale
Come Karl Marx aveva ben compreso e spiegato, il modo di produzione capitalistico non è semplicemente un sistema economico basato sullo scambio e sul mercato: è un modo di produzione fondato sulla valorizzazione del capitale attraverso lo sfruttamento del lavoro e l’appropriazione della natura. Esso abbisogna dunque di certi particolari rapporti sociali, prerequisiti fondamentali perché possa funzionare, e questi rapporti sono spesso generati, e riprodotti, attraverso la violenza5. Poiché la sua logica fondamentale è l’accumulazione — non come scelta, ma come necessità strutturale: un capitale che non si espande si dissolve — questa continua riproduzione non avviene spontaneamente: richiede territori, risorse, forza lavoro, e — ogni qual volta necessario — violenza. Non a caso Marx stesso, ma anche Rosa Luxemburg6, Hosea Jaffe7 o Ranabir Samaddar8, solo per citare alcuni studiosi molto importanti, hanno sottolineato il nesso originario tra colonialismo e modo di produzione capitalistico. In particolare nel capitolo XXIV de Il capitale, che Marx dedica all’accumulazione originaria, questo nesso tra espropriazione e violenza è descritto sia storicamente che teoricamente come momento fondativo del capitalismo: la separazione violenta dei produttori diretti dai loro mezzi di produzione, terre comuni recintate, comunità dispossessate, corpi messi al lavoro coercitivamente. Di conseguenza ogni volta che il capitalismo apre un nuovo fronte estrattivo o affronta una delle sue crisi cicliche o compete con altri capitalismi, ricomincia da capo questo processo.
Rosa Luxemburg dimostra che il capitale non può riprodursi in un sistema chiuso: ha bisogno strutturale di un esterno — territori non ancora mercificati, economie non ancora integrate — da cui estrarre risorse e in cui scaricare le proprie contraddizioni. Vladimir I. Lenin radicalizza questa analisi: l’imperialismo non è un’aberrazione morale, ma la fase necessaria e matura del capitalismo monopolistico, in cui la competizione tra capitali diventa competizione tra Stati per il controllo dei mercati e delle materie prime. La guerra imperialista non è un incidente: è l’esito logico di questo processo. David Harvey9, riprendendo e attualizzando Marx, sostiene che l’accumulazione per espropriazione (accumulation by dispossession) non appartiene al passato coloniale — è una logica operante oggi, nelle forme del land grabbing (appropriazione della terra), della privatizzazione dei beni comuni, della finanziarizzazione delle risorse naturali. Il capitalismo contemporaneo non ha superato la violenza originaria dell’accumulazione di cui parlava Marx: l’ha istituzionalizzata, globalizzata, resa norma giuridica e geopolitica. Ranabir Samaddar sostiene che il colonialismo non è un capitolo chiuso della storia: è una struttura persistente, adattiva, che si riproduce nelle forme contemporanee del controllo delle risorse, come della gestione delle popolazioni in eccesso e della militarizzazione delle frontiere10. In una prospettiva complementare, Sandro Mezzadra e Brett Neilson mostrano come il capitalismo contemporaneo si organizzi sempre più attraverso una pluralità di “operazioni del capitale”, nelle quali estrazione, logistica, finanza, infrastrutture e controllo delle frontiere agiscono come dispositivi integrati della valorizzazione. L’estrattivismo non riguarda quindi soltanto l’appropriazione di risorse naturali, ma si inserisce in una più ampia architettura operativa che connette territori, lavoro, circolazione delle merci e potere geopolitico11. Ognuna di queste tesi andrebbe ulteriormente approfondita e declinata, anche empiricamente, per poterne comprendere l’importanza euristica nei confronti delle trasformazioni attuali del modo di produzione capitalistico, ma non abbiamo qui lo spazio per farlo. Quello che ci preme sottolineare qui invece, è che, anche alla luce di queste tesi, negli ultimi venti anni il concetto di estrattivismo — sistematizzato in particolare da Eduardo Gudynas12 — è divenuto una delle chiavi di lettura importanti dei fenomeni trasformativi del modo di produzione capitalistico e dei suoi riflessi in quella che chiamiamo geopolitica. Esso infatti designa uno dei movimenti principali delle nuove forme del processo continuo di accumulazione, oggi che alcune risorse classiche e nuove sono fondamentali per la difesa, l’industria e il continuo e crescente fabbisogno energetico dei settori più avanzati del capitalismo. Non designa infatti solo l’industria mineraria o petrolifera in senso stretto. Comprende qualsiasi pratica di estrazione di risorse naturali caratterizzata da grande volume e intensità, orientata all’esportazione come materia prima greggia o minimamente lavorata13. Vi rientrano le monoculture di esportazione e tutte le forme di land grabbing a uso industriale intensivo: pratiche che producono sistematicamente espropriazione della terra, espulsione delle comunità e distruzione della forza lavoro locale, oppure l’estrazione dei fossili, dei minerali critici o delle cosiddette terre rare, alla base di molte guerre contemporanee.
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Stiamo sprofondando nella tormenta
Il capitalismo contemporaneo poggia su due pilastri estrattivi tra loro intrecciati: i combustibili fossili — ancora oggi cuore energetico dell’industria globale — e i cosiddetti minerali critici, indispensabili per la difesa, i semiconduttori, le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale (IA). Quest’ultima, in particolare, richiede quantità enormi di energia e di acqua per il raffreddamento dei propri sistemi, rappresentando così una nuova domanda di estrattivismo.
Emerge qui una contraddizione strutturale: i minerali critici necessari alla cosiddetta transizione energetica vengono estratti mediante processi industriali che consumano combustibili fossili. La “soluzione” riproduce il problema. La transizione non è una fuoriuscita dall’estrattivismo — è la sua ultima frontiera. A legare insieme tutto questo vi è la logistica: infrastruttura materiale del modo di produzione capitalistico, condizione di possibilità del commercio globale di materie prime e terreno privilegiato dei conflitti contemporanei. Le guerre si combattono intorno a porti, choke points (punti di strozzatura), corridoi, rotte, gasdotti. Il controllo dello spazio estrattivo è ormai inseparabile dal controllo dello spazio logistico e militare. Quanto sta avvenendo nello Stretto di Hormuz, uno dei principali choke points attraverso cui transita una quota rilevantissima del petrolio mondiale, ne costituisce un esempio paradigmatico.
Tutto questo non avviene senza conflitti, o come forma di resistenza contro la devastazione comunitaria e ambientale, o per interessi che si contrappongono al grande capitale che sfrutta o tenta di sfruttare queste risorse. Le comunità espulse dai territori estrattivi non scompaiono in silenzio: resistono. Ed è precisamente questa resistenza — dei movimenti locali, delle popolazioni indigene, delle forze armate irregolari come l’M23 in Congo — che rende necessaria la militarizzazione delle zone di estrazione. La guerra non arriva dopo l’estrattivismo: lo accompagna, lo protegge, lo rende possibile.
Guerre invisibili e dimenticate: Sudan e Congo
È dentro questo contesto che due guerre molto importanti, ma non fra bianchi, sono invisibili nonostante la tragica conta dei morti, di gran lunga superiore ad alcune delle guerre tra bianchi — ammesso che abbia senso fare una classifica delle guerre, per me è solo un artificio retorico funzionale a svelare la nostra ipocrita retorica —, sia per i sistematici crimini di guerra che per le crisi umanitarie che ne derivano, oltre alla devastazione ambientale: la guerra in Sudan e quella nel Congo. Entrambe rappresentano laboratori drammaticamente interessanti per il nesso tra guerra, accumulazione del capitale ed estrattivismo.
In Sudan, dietro il conflitto scoppiato nell’aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi e le Rapid Support Forces (RSF), non vi è soltanto una lotta per il potere politico, ma per il controllo di risorse strategiche decisive: l’oro del Darfur, i giacimenti petroliferi e le rotte commerciali che collegano il Corno d’Africa al Mar Rosso. In questo conflitto si intrecciano interessi locali, regionali e globali: Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia, Iran e altre potenze sostengono direttamente o indirettamente le parti in guerra per garantirsi accesso alle risorse e influenza geopolitica.
In particolare la Russia gioca su entrambi i tavoli: mentre il Cremlino consolida i rapporti con le Forze Armate Sudanesi — fino al progetto di una base navale sul Mar Rosso, a Port Sudan, in cambio di forniture militari — il gruppo Wagner (oggi Africa Corps) ha sostenuto le RSF, che controllano gran parte delle miniere d’oro del Darfur. Attraverso società collegate come Meroe Gold, secondo i dati della banca centrale sudanese, tra il febbraio 2022 e il febbraio 2023 sono stati contrabbandati circa 1,9 miliardi di dollari in oro: risorse che hanno contribuito a finanziare lo sforzo bellico russo in Ucraina aggirando le sanzioni contro la Russia. Non è privo di significato che il 24 febbraio 2022, lo stesso giorno dell’invasione dell’Ucraina, il capo delle RSF Hemedti si trovasse a Mosca, ospite di Wagner.
L’oro occupa una posizione centrale. Le miniere del Darfur, spesso sfruttate attraverso lavoro coercitivo, devastazione ambientale e sfollamento delle popolazioni locali, alimentano reti di contrabbando che raggiungono i mercati internazionali. Non è un caso che numerosi osservatori abbiano individuato proprio nel controllo di queste aree estrattive uno degli obiettivi strategici delle forze armate che si contendono il territorio. La guerra non distrugge soltanto: ridisegna i rapporti di proprietà, disciplina la forza lavoro, espelle comunità intere e rende disponibili nuove risorse ai circuiti globali dell’accumulazione.
Il costo umano è immenso. Secondo diverse stime, il conflitto ha già provocato centinaia di migliaia di vittime dirette e indirette, milioni di sfollati interni e rifugiati, la distruzione sistematica di infrastrutture civili, ospedali e reti di approvvigionamento alimentare. Le Nazioni Unite parlano della più grave crisi umanitaria contemporanea: decine di milioni di persone dipendono dagli aiuti umanitari per sopravvivere e vaste aree del Paese sono esposte al rischio di carestia. A ciò si aggiungono crimini di guerra, pulizie etniche, stupri sistematici e massacri di civili, in particolare nel Darfur, che numerosi osservatori internazionali descrivono come pratiche riconducibili a una logica genocidaria.
Eppure il Sudan occupa uno spazio marginale nell’immaginario mediatico occidentale. Non perché il numero delle vittime sia inferiore a quello di altre guerre, ma perché la gerarchia implicita delle vite umane continua a operare anche nella produzione dell’informazione. Se l’Ucraina ha mostrato quanto l’Europa sia sensibile alla sofferenza quando essa colpisce popolazioni percepite come vicine, il Sudan rivela il rovescio di questa stessa logica: milioni di africani possono essere travolti dalla guerra, dalla fame e dalle migrazioni forzate senza che ciò produca una mobilitazione politica e simbolica comparabile. Anche in questo caso la razza non è un residuo del passato, ma un principio attivo di organizzazione dello sguardo globale. Il Sudan ci ricorda che il problema non è soltanto chi muore, ma chi viene considerato degno di lutto. Anche la morte, il dolore, la sofferenza, nel capitalismo globale contemporaneo, continuano a essere organizzate secondo linee di colore, posizione geopolitica e utilità economica.
Un secondo importante laboratorio riguarda la Repubblica Democratica del Congo, tra i maggiori produttori mondiali di coltan, il minerale da cui si ricava il tantalio, componente essenziale di smartphone, laptop, sistemi d’arma e semiconduttori. Secondo l’USGS la RDC ha fornito circa il 40% della produzione mondiale di coltan nel 2023; la sola miniera di Rubaya, nel Nord Kivu, vale attorno al 15% dell’offerta globale. Il coltan congolese è dunque un nodo decisivo della filiera digitale e militare mondiale. Proprio per questo motivo il Congo orientale è teatro ininterrotto di conflitti armati da oltre trent’anni. Il gruppo M23 — sostenuto dal Ruanda e con documentati legami con interessi estrattivi internazionali — controlla militarmente alcune delle aree minerarie più ricche del Kivu, inclusa proprio Rubaya. Ed anche in questo caso la confluenza di interessi locali, regionali e globali è altissima: il Ruanda come attore regionale diretto, la Cina che domina l’estrazione mineraria congolese e gli Stati Uniti, che nel 2025 hanno mediato un accordo tra RDC e Ruanda legato proprio all’accesso ai minerali. L’obiettivo non è la conquista territoriale in senso classico: è il controllo della filiera estrattiva e delle catene del valore. Le comunità locali vengono espulse, le miniere artigianali smantellate o subordinate, la forza lavoro disciplinata attraverso la violenza. Ciò che appare come “conflitto etnico” o “instabilità regionale” è, nella sua struttura profonda, una forma di accumulazione per espropriazione, nel senso che prima Marx e poi Harvey hanno dato a questo concetto.
Le guerre nei territori africani, contrariamente alle narrazioni razziste occidentali, non sono un residuo di arretratezza: rappresentano semmai una delle forme più avanzate del capitalismo estrattivo contemporaneo.
Le zone di sacrificio non producono inoltre solo devastazione ambientale: producono popolazioni in eccesso. Comunità private della terra, della sussistenza, della possibilità stessa di riprodurre la propria vita, costrette a muoversi non per scelta ma per sopravvivenza. Le migrazioni contemporanee dal Sud globale verso l’Europa e il Nord America non sono un fenomeno umanitario separato dalla questione estrattiva: ne sono l’effetto diretto. Chi fugge dal Congo, dal Sahel, dallo Yemen, dall’Honduras non fugge dalla povertà in astratto (peraltro la correlazione migrazione uguale povertà non regge): fugge dalla spoliazione concreta di territori che il capitalismo globale ha deciso di trasformare in riserve di materie prime. Al nesso tra guerra, accumulazione e capitalismo bisognerebbe dunque aggiungere anche quello tra gli stessi e le migrazioni, interne e internazionali, anche se le cifre sono molto meno grandi di quelle spiattellate dalla retorica securitaria contro la mobilità umana.
La guerra e la militarizzazione di questi territori sono dunque anche il modo attraverso cui si stabilisce chi presidia le zone di estrazione e i corridoi di transito, come nel caso dello Stretto di Hormuz, da cui passa una quota decisiva del greggio mondiale. Quella geografia militare e bellica non è casuale.
Le guerre non proteggono le democrazie: presidiano le risorse, le rotte, i corridoi estrattivi. Là dove ci sono minerali critici, idrocarburi, terre rare ci sono basi militari, gruppi armati, frontiere militarizzate. Ed anche l’industria della frontiera non è separata dall’industria estrattiva: è la stessa logica, le stesse aziende, lo stesso capitalismo che estrae risorse nel Sud e governa i corpi alle porte del Nord. La posta in gioco non è più solo lo sfruttamento del Sud globale: è il controllo delle catene di approvvigionamento dei minerali critici che rendono possibile l’economia digitale, la difesa avanzata, l’intelligenza artificiale. Litio, coltan, cobalto, terre rare: sono la nuova geografia del potere mondiale. Chi li controlla — dove si estraggono, come si lavorano, chi li trasforma — tenta di controllare e governare il capitalismo del XXI secolo.
Questa competizione alimenta conflitti che non sono più solo tra centro e periferia, ma tra i centri stessi: tra gli Stati Uniti e la Cina, tra blocchi imperiali rivali che si contendono l’accesso alle risorse estrattive, ai mercati, alle rotte logistiche. Come aveva intuito Lenin, la competizione tra capitalismi nazionali produce inevitabilmente guerra. La novità è l’intensità: la compressione simultanea di crisi energetica, corsa ai minerali critici, riarmo generalizzato e destabilizzazione climatica rende questa fase particolarmente esplosiva.
È anche per queste ragioni che la lotta contro ogni guerra, insieme a un nuovo internazionalismo delle popolazioni oppresse, dovrebbe essere un pilastro di una autentica sinistra e dei movimenti anticapitalisti.
1 N. Chomsky, «Outdated US Cold War Policy Worsens Ongoing Russia-Ukraine Conflict», intervista di C. J. Polychroniou, Truthout, 23 dicembre 2021. truthout.org
2 Vale la pena ricordare che la stessa NATO ha condotto in Europa, contro un Paese europeo, la prima grande operazione offensiva della sua storia: l’operazione Allied Force, 78 giorni di bombardamenti sulla Repubblica Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro), dal 24 marzo al 10 giugno 1999, senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e legittimati con la retorica dell’«intervento umanitario». La stessa Independent International Commission on Kosovo avrebbe poi definito quell’azione «illegal but legitimate» (The Kosovo Report, Oxford University Press, Oxford, 2000): formula che condensa l’operazione ideologica di trasformazione della guerra in dovere morale. Sul suo rovescio critico si vedano D. Zolo, Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale, Einaudi, Torino, 2000, e N. Chomsky, The New Military Humanism: Lessons from Kosovo, Common Courage Press, Monroe (ME), 1999
3 H. Lefebvre, Lo Stato nel mondo moderno, Dedalo, Bari, 1977, p. 80 (vol. I di De l’État, 4 voll., 1976-1978)
4 Associazione 46° Parallelo E.T.S. (a cura di), Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, 14ª ed., Terra Nuova Edizioni, Firenze, 2026
5 Sul nesso tra accumulazione capitalistica, violenza di Stato e coercizione si veda A. Bihr, La préhistoire du capital. Le devenir-monde du capitalisme. Tome I, Éditions Page deux, Lausanne, 2006
6 R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale. Contributo alla spiegazione economica dell’imperialismo e Ciò che gli epigoni hanno fatto della teoria marxista. Una anticritica, introduzione di P. M. Sweezy, trad. di B. Maffi, Einaudi, Torino, 1968
7 H. Jaffe, Marx e il colonialismo, Jaca Book, Milano, 1976, p. 9. Dello stesso autore si veda anche Il colonialismo oggi. Economia e ideologia, Jaca Book, Milano, 1970, in particolare le pp. 37-54
8 R. Samaddar, The Postcolonial Age of Migration, Routledge, London-New York, 2020; I. K. Mitra, R. Samaddar e S. Sen (a cura di), Accumulation in Post-Colonial Capitalism, Springer, Singapore, 2017
9 D. Harvey, The New Imperialism, Oxford University Press, Oxford, 2003
10 Sul rapporto tra migrazioni, accumulazione e capitalismo postcoloniale si veda R. Samaddar, The Postcolonial Age of Migration, Routledge, London-New York, 2020
11 Sul nesso tra estrattivismo, logistica, infrastrutture, frontiere e nuove forme di valorizzazione del capitale si veda S. Mezzadra e B. Neilson, Operazioni del capitale. Capitalismo contemporaneo tra sfruttamento ed estrazione, Manifestolibri, Roma, 2021
12 E. Gudynas, Extractivismos. Ecología, economía y política de un modo de entender el desarrollo y la Naturaleza, Centro Latino Americano de Ecología Social (CLAES) – Centro de Documentación e Información Bolivia (CEDIB), Cochabamba, 2015
13 Su questi aspetti si veda anche A. Bednik, Estrattivismo, a cura di R. Cantoni, Orthotes, Napoli-Salerno, 2025
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