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Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale
LE GUERRE NEI TERRITORI AFRICANI, CONTRARIAMENTE ALLE NARRAZIONI RAZZISTE OCCIDENTALI, NON SONO UN RESIDUO DI ARRETRATEZZA: RAPPRESENTANO SEMMAI UNA DELLE FORME PIÙ AVANZATE DEL CAPITALISMO ESTRATTIVO CONTEMPORANEO. DEL RESTO, IL CAPITALISMO POGGIA SEMPRE PIÙ SU DUE PILASTRI ESTRATTIVI TRA LORO INTRECCIATI: I COMBUSTIBILI FOSSILI E I COSIDDETTI MINERALI CRITICI, INDISPENSABILI PER LA DIFESA, I SEMICONDUTTORI, LE TECNOLOGIE DIGITALI E L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE -------------------------------------------------------------------------------- Sudan: foto di Randy Fath su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il 24 febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, la «calma» Europa scopre di nuovo la guerra alle porte di casa — e per di più ancora una volta una guerra di bianchi contro bianchi. L’attacco russo è il culmine di un conflitto che risale almeno al 2014: dietro il pretesto della tutela delle minoranze russofone del Donbass si agita in realtà un più lungo conflitto tra Stati Uniti e Russia, ereditato dalla guerra fredda e alimentato dall’accerchiamento che la NATO conduce da decenni ai confini russi1. Il nostro sguardo eurocentrico — o meglio occidentalcentrico, e in ciò già razzializzato nel modo stesso in cui contabilizza i morti civili — si accorge della guerra solo ora che è tornata vicina, e ora che i missili ci ricordano la nostra vulnerabilità collettiva: l’Oreshnik russo, IRBM con gittata fino a 5.500 chilometri, attraversa l’Europa in pochi minuti e si è rivelato difficilmente intercettabile. Eppure, considerando l’intero globo, dalla fine della Seconda guerra mondiale la guerra non è mai scomparsa dal pianeta: è sempre stata fra noi. Siamo noi, i “tranquilli” europei occidentali, e non essa, ad essere stati l’eccezione, e a esserlo stati solo a patto di dimenticare in fretta che la guerra era già tornata in Europa, nei Balcani, negli anni Novanta2. La guerra non è un’anomalia del modo di produzione capitalistico: ne è un elemento permanente. Come osservava Henri Lefebvre, essa è costitutivamente intrecciata ai processi di accumulazione del capitale e di ristrutturazione delle forze produttive3. Non un’interruzione della normalità, ma una delle sue forme di riproduzione. L’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo4 ci ricorda che circa metà della popolazione mondiale vive in Paesi coinvolti in un conflitto o sotto minaccia di tensioni armate. I conflitti armati attivi censiti dall’Atlante sono 32; con la guerra aperta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran agli inizi del 2026 — successiva alla chiusura del volume — diventano 33, cui si sommano 22 aree di crisi e una decina di missioni ONU disseminate dal Kashmir al Sahara Occidentale. Solo nell’Africa subsahariana le guerre in corso si contano a decine — Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Camerun, Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo —: quasi nessuna arriva ai nostri telegiornali. La guerra non è dunque un’eccezione: è la condizione ordinaria del sistema internazionale contemporaneo e del modo di produzione capitalistico. Guerra e accumulazione del capitale Come Karl Marx aveva ben compreso e spiegato, il modo di produzione capitalistico non è semplicemente un sistema economico basato sullo scambio e sul mercato: è un modo di produzione fondato sulla valorizzazione del capitale attraverso lo sfruttamento del lavoro e l’appropriazione della natura. Esso abbisogna dunque di certi particolari rapporti sociali, prerequisiti fondamentali perché possa funzionare, e questi rapporti sono spesso generati, e riprodotti, attraverso la violenza5. Poiché la sua logica fondamentale è l’accumulazione — non come scelta, ma come necessità strutturale: un capitale che non si espande si dissolve — questa continua riproduzione non avviene spontaneamente: richiede territori, risorse, forza lavoro, e — ogni qual volta necessario — violenza. Non a caso Marx stesso, ma anche Rosa Luxemburg6, Hosea Jaffe7 o Ranabir Samaddar8, solo per citare alcuni studiosi molto importanti, hanno sottolineato il nesso originario tra colonialismo e modo di produzione capitalistico. In particolare nel capitolo XXIV de Il capitale, che Marx dedica all’accumulazione originaria, questo nesso tra espropriazione e violenza è descritto sia storicamente che teoricamente come momento fondativo del capitalismo: la separazione violenta dei produttori diretti dai loro mezzi di produzione, terre comuni recintate, comunità dispossessate, corpi messi al lavoro coercitivamente. Di conseguenza ogni volta che il capitalismo apre un nuovo fronte estrattivo o affronta una delle sue crisi cicliche o compete con altri capitalismi, ricomincia da capo questo processo. Rosa Luxemburg dimostra che il capitale non può riprodursi in un sistema chiuso: ha bisogno strutturale di un esterno — territori non ancora mercificati, economie non ancora integrate — da cui estrarre risorse e in cui scaricare le proprie contraddizioni. Vladimir I. Lenin radicalizza questa analisi: l’imperialismo non è un’aberrazione morale, ma la fase necessaria e matura del capitalismo monopolistico, in cui la competizione tra capitali diventa competizione tra Stati per il controllo dei mercati e delle materie prime. La guerra imperialista non è un incidente: è l’esito logico di questo processo. David Harvey9, riprendendo e attualizzando Marx, sostiene che l’accumulazione per espropriazione (accumulation by dispossession) non appartiene al passato coloniale — è una logica operante oggi, nelle forme del land grabbing (appropriazione della terra), della privatizzazione dei beni comuni, della finanziarizzazione delle risorse naturali. Il capitalismo contemporaneo non ha superato la violenza originaria dell’accumulazione di cui parlava Marx: l’ha istituzionalizzata, globalizzata, resa norma giuridica e geopolitica. Ranabir Samaddar sostiene che il colonialismo non è un capitolo chiuso della storia: è una struttura persistente, adattiva, che si riproduce nelle forme contemporanee del controllo delle risorse, come della gestione delle popolazioni in eccesso e della militarizzazione delle frontiere10. In una prospettiva complementare, Sandro Mezzadra e Brett Neilson mostrano come il capitalismo contemporaneo si organizzi sempre più attraverso una pluralità di “operazioni del capitale”, nelle quali estrazione, logistica, finanza, infrastrutture e controllo delle frontiere agiscono come dispositivi integrati della valorizzazione. L’estrattivismo non riguarda quindi soltanto l’appropriazione di risorse naturali, ma si inserisce in una più ampia architettura operativa che connette territori, lavoro, circolazione delle merci e potere geopolitico11. Ognuna di queste tesi andrebbe ulteriormente approfondita e declinata, anche empiricamente, per poterne comprendere l’importanza euristica nei confronti delle trasformazioni attuali del modo di produzione capitalistico, ma non abbiamo qui lo spazio per farlo. Quello che ci preme sottolineare qui invece, è che, anche alla luce di queste tesi, negli ultimi venti anni il concetto di estrattivismo — sistematizzato in particolare da Eduardo Gudynas12 — è divenuto una delle chiavi di lettura importanti dei fenomeni trasformativi del modo di produzione capitalistico e dei suoi riflessi in quella che chiamiamo geopolitica. Esso infatti designa uno dei movimenti principali delle nuove forme del processo continuo di accumulazione, oggi che alcune risorse classiche e nuove sono fondamentali per la difesa, l’industria e il continuo e crescente fabbisogno energetico dei settori più avanzati del capitalismo. Non designa infatti solo l’industria mineraria o petrolifera in senso stretto. Comprende qualsiasi pratica di estrazione di risorse naturali caratterizzata da grande volume e intensità, orientata all’esportazione come materia prima greggia o minimamente lavorata13. Vi rientrano le monoculture di esportazione e tutte le forme di land grabbing a uso industriale intensivo: pratiche che producono sistematicamente espropriazione della terra, espulsione delle comunità e distruzione della forza lavoro locale, oppure l’estrazione dei fossili, dei minerali critici o delle cosiddette terre rare, alla base di molte guerre contemporanee. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Stiamo sprofondando nella tormenta -------------------------------------------------------------------------------- Il capitalismo contemporaneo poggia su due pilastri estrattivi tra loro intrecciati: i combustibili fossili — ancora oggi cuore energetico dell’industria globale — e i cosiddetti minerali critici, indispensabili per la difesa, i semiconduttori, le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale (IA). Quest’ultima, in particolare, richiede quantità enormi di energia e di acqua per il raffreddamento dei propri sistemi, rappresentando così una nuova domanda di estrattivismo. Emerge qui una contraddizione strutturale: i minerali critici necessari alla cosiddetta transizione energetica vengono estratti mediante processi industriali che consumano combustibili fossili. La “soluzione” riproduce il problema. La transizione non è una fuoriuscita dall’estrattivismo — è la sua ultima frontiera. A legare insieme tutto questo vi è la logistica: infrastruttura materiale del modo di produzione capitalistico, condizione di possibilità del commercio globale di materie prime e terreno privilegiato dei conflitti contemporanei. Le guerre si combattono intorno a porti, choke points (punti di strozzatura), corridoi, rotte, gasdotti. Il controllo dello spazio estrattivo è ormai inseparabile dal controllo dello spazio logistico e militare. Quanto sta avvenendo nello Stretto di Hormuz, uno dei principali choke points attraverso cui transita una quota rilevantissima del petrolio mondiale, ne costituisce un esempio paradigmatico. Tutto questo non avviene senza conflitti, o come forma di resistenza contro la devastazione comunitaria e ambientale, o per interessi che si contrappongono al grande capitale che sfrutta o tenta di sfruttare queste risorse. Le comunità espulse dai territori estrattivi non scompaiono in silenzio: resistono. Ed è precisamente questa resistenza — dei movimenti locali, delle popolazioni indigene, delle forze armate irregolari come l’M23 in Congo — che rende necessaria la militarizzazione delle zone di estrazione. La guerra non arriva dopo l’estrattivismo: lo accompagna, lo protegge, lo rende possibile. Guerre invisibili e dimenticate: Sudan e Congo È dentro questo contesto che due guerre molto importanti, ma non fra bianchi, sono invisibili nonostante la tragica conta dei morti, di gran lunga superiore ad alcune delle guerre tra bianchi — ammesso che abbia senso fare una classifica delle guerre, per me è solo un artificio retorico funzionale a svelare la nostra ipocrita retorica —, sia per i sistematici crimini di guerra che per le crisi umanitarie che ne derivano, oltre alla devastazione ambientale: la guerra in Sudan e quella nel Congo. Entrambe rappresentano laboratori drammaticamente interessanti per il nesso tra guerra, accumulazione del capitale ed estrattivismo. In Sudan, dietro il conflitto scoppiato nell’aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi e le Rapid Support Forces (RSF), non vi è soltanto una lotta per il potere politico, ma per il controllo di risorse strategiche decisive: l’oro del Darfur, i giacimenti petroliferi e le rotte commerciali che collegano il Corno d’Africa al Mar Rosso. In questo conflitto si intrecciano interessi locali, regionali e globali: Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia, Iran e altre potenze sostengono direttamente o indirettamente le parti in guerra per garantirsi accesso alle risorse e influenza geopolitica. In particolare la Russia gioca su entrambi i tavoli: mentre il Cremlino consolida i rapporti con le Forze Armate Sudanesi — fino al progetto di una base navale sul Mar Rosso, a Port Sudan, in cambio di forniture militari — il gruppo Wagner (oggi Africa Corps) ha sostenuto le RSF, che controllano gran parte delle miniere d’oro del Darfur. Attraverso società collegate come Meroe Gold, secondo i dati della banca centrale sudanese, tra il febbraio 2022 e il febbraio 2023 sono stati contrabbandati circa 1,9 miliardi di dollari in oro: risorse che hanno contribuito a finanziare lo sforzo bellico russo in Ucraina aggirando le sanzioni contro la Russia. Non è privo di significato che il 24 febbraio 2022, lo stesso giorno dell’invasione dell’Ucraina, il capo delle RSF Hemedti si trovasse a Mosca, ospite di Wagner. L’oro occupa una posizione centrale. Le miniere del Darfur, spesso sfruttate attraverso lavoro coercitivo, devastazione ambientale e sfollamento delle popolazioni locali, alimentano reti di contrabbando che raggiungono i mercati internazionali. Non è un caso che numerosi osservatori abbiano individuato proprio nel controllo di queste aree estrattive uno degli obiettivi strategici delle forze armate che si contendono il territorio. La guerra non distrugge soltanto: ridisegna i rapporti di proprietà, disciplina la forza lavoro, espelle comunità intere e rende disponibili nuove risorse ai circuiti globali dell’accumulazione. Il costo umano è immenso. Secondo diverse stime, il conflitto ha già provocato centinaia di migliaia di vittime dirette e indirette, milioni di sfollati interni e rifugiati, la distruzione sistematica di infrastrutture civili, ospedali e reti di approvvigionamento alimentare. Le Nazioni Unite parlano della più grave crisi umanitaria contemporanea: decine di milioni di persone dipendono dagli aiuti umanitari per sopravvivere e vaste aree del Paese sono esposte al rischio di carestia. A ciò si aggiungono crimini di guerra, pulizie etniche, stupri sistematici e massacri di civili, in particolare nel Darfur, che numerosi osservatori internazionali descrivono come pratiche riconducibili a una logica genocidaria. Eppure il Sudan occupa uno spazio marginale nell’immaginario mediatico occidentale. Non perché il numero delle vittime sia inferiore a quello di altre guerre, ma perché la gerarchia implicita delle vite umane continua a operare anche nella produzione dell’informazione. Se l’Ucraina ha mostrato quanto l’Europa sia sensibile alla sofferenza quando essa colpisce popolazioni percepite come vicine, il Sudan rivela il rovescio di questa stessa logica: milioni di africani possono essere travolti dalla guerra, dalla fame e dalle migrazioni forzate senza che ciò produca una mobilitazione politica e simbolica comparabile. Anche in questo caso la razza non è un residuo del passato, ma un principio attivo di organizzazione dello sguardo globale. Il Sudan ci ricorda che il problema non è soltanto chi muore, ma chi viene considerato degno di lutto. Anche la morte, il dolore, la sofferenza, nel capitalismo globale contemporaneo, continuano a essere organizzate secondo linee di colore, posizione geopolitica e utilità economica. Un secondo importante laboratorio riguarda la Repubblica Democratica del Congo, tra i maggiori produttori mondiali di coltan, il minerale da cui si ricava il tantalio, componente essenziale di smartphone, laptop, sistemi d’arma e semiconduttori. Secondo l’USGS la RDC ha fornito circa il 40% della produzione mondiale di coltan nel 2023; la sola miniera di Rubaya, nel Nord Kivu, vale attorno al 15% dell’offerta globale. Il coltan congolese è dunque un nodo decisivo della filiera digitale e militare mondiale. Proprio per questo motivo il Congo orientale è teatro ininterrotto di conflitti armati da oltre trent’anni. Il gruppo M23 — sostenuto dal Ruanda e con documentati legami con interessi estrattivi internazionali — controlla militarmente alcune delle aree minerarie più ricche del Kivu, inclusa proprio Rubaya. Ed anche in questo caso la confluenza di interessi locali, regionali e globali è altissima: il Ruanda come attore regionale diretto, la Cina che domina l’estrazione mineraria congolese e gli Stati Uniti, che nel 2025 hanno mediato un accordo tra RDC e Ruanda legato proprio all’accesso ai minerali. L’obiettivo non è la conquista territoriale in senso classico: è il controllo della filiera estrattiva e delle catene del valore. Le comunità locali vengono espulse, le miniere artigianali smantellate o subordinate, la forza lavoro disciplinata attraverso la violenza. Ciò che appare come “conflitto etnico” o “instabilità regionale” è, nella sua struttura profonda, una forma di accumulazione per espropriazione, nel senso che prima Marx e poi Harvey hanno dato a questo concetto. Le guerre nei territori africani, contrariamente alle narrazioni razziste occidentali, non sono un residuo di arretratezza: rappresentano semmai una delle forme più avanzate del capitalismo estrattivo contemporaneo. Le zone di sacrificio non producono inoltre solo devastazione ambientale: producono popolazioni in eccesso. Comunità private della terra, della sussistenza, della possibilità stessa di riprodurre la propria vita, costrette a muoversi non per scelta ma per sopravvivenza. Le migrazioni contemporanee dal Sud globale verso l’Europa e il Nord America non sono un fenomeno umanitario separato dalla questione estrattiva: ne sono l’effetto diretto. Chi fugge dal Congo, dal Sahel, dallo Yemen, dall’Honduras non fugge dalla povertà in astratto (peraltro la correlazione migrazione uguale povertà non regge): fugge dalla spoliazione concreta di territori che il capitalismo globale ha deciso di trasformare in riserve di materie prime. Al nesso tra guerra, accumulazione e capitalismo bisognerebbe dunque aggiungere anche quello tra gli stessi e le migrazioni, interne e internazionali, anche se le cifre sono molto meno grandi di quelle spiattellate dalla retorica securitaria contro la mobilità umana. La guerra e la militarizzazione di questi territori sono dunque anche il modo attraverso cui si stabilisce chi presidia le zone di estrazione e i corridoi di transito, come nel caso dello Stretto di Hormuz, da cui passa una quota decisiva del greggio mondiale. Quella geografia militare e bellica non è casuale. Le guerre non proteggono le democrazie: presidiano le risorse, le rotte, i corridoi estrattivi. Là dove ci sono minerali critici, idrocarburi, terre rare ci sono basi militari, gruppi armati, frontiere militarizzate. Ed anche l’industria della frontiera non è separata dall’industria estrattiva: è la stessa logica, le stesse aziende, lo stesso capitalismo che estrae risorse nel Sud e governa i corpi alle porte del Nord. La posta in gioco non è più solo lo sfruttamento del Sud globale: è il controllo delle catene di approvvigionamento dei minerali critici che rendono possibile l’economia digitale, la difesa avanzata, l’intelligenza artificiale. Litio, coltan, cobalto, terre rare: sono la nuova geografia del potere mondiale. Chi li controlla — dove si estraggono, come si lavorano, chi li trasforma — tenta di controllare e governare il capitalismo del XXI secolo. Questa competizione alimenta conflitti che non sono più solo tra centro e periferia, ma tra i centri stessi: tra gli Stati Uniti e la Cina, tra blocchi imperiali rivali che si contendono l’accesso alle risorse estrattive, ai mercati, alle rotte logistiche. Come aveva intuito Lenin, la competizione tra capitalismi nazionali produce inevitabilmente guerra. La novità è l’intensità: la compressione simultanea di crisi energetica, corsa ai minerali critici, riarmo generalizzato e destabilizzazione climatica rende questa fase particolarmente esplosiva. È anche per queste ragioni che la lotta contro ogni guerra, insieme a un nuovo internazionalismo delle popolazioni oppresse, dovrebbe essere un pilastro di una autentica sinistra e dei movimenti anticapitalisti. -------------------------------------------------------------------------------- 1 N. Chomsky, «Outdated US Cold War Policy Worsens Ongoing Russia-Ukraine Conflict», intervista di C. J. Polychroniou, Truthout, 23 dicembre 2021. truthout.org 2 Vale la pena ricordare che la stessa NATO ha condotto in Europa, contro un Paese europeo, la prima grande operazione offensiva della sua storia: l’operazione Allied Force, 78 giorni di bombardamenti sulla Repubblica Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro), dal 24 marzo al 10 giugno 1999, senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e legittimati con la retorica dell’«intervento umanitario». La stessa Independent International Commission on Kosovo avrebbe poi definito quell’azione «illegal but legitimate» (The Kosovo Report, Oxford University Press, Oxford, 2000): formula che condensa l’operazione ideologica di trasformazione della guerra in dovere morale. Sul suo rovescio critico si vedano D. Zolo, Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale, Einaudi, Torino, 2000, e N. Chomsky, The New Military Humanism: Lessons from Kosovo, Common Courage Press, Monroe (ME), 1999 3 H. Lefebvre, Lo Stato nel mondo moderno, Dedalo, Bari, 1977, p. 80 (vol. I di De l’État, 4 voll., 1976-1978) 4 Associazione 46° Parallelo E.T.S. (a cura di), Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, 14ª ed., Terra Nuova Edizioni, Firenze, 2026 5 Sul nesso tra accumulazione capitalistica, violenza di Stato e coercizione si veda A. Bihr, La préhistoire du capital. Le devenir-monde du capitalisme. Tome I, Éditions Page deux, Lausanne, 2006 6 R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale. Contributo alla spiegazione economica dell’imperialismo e Ciò che gli epigoni hanno fatto della teoria marxista. Una anticritica, introduzione di P. M. Sweezy, trad. di B. Maffi, Einaudi, Torino, 1968 7 H. Jaffe, Marx e il colonialismo, Jaca Book, Milano, 1976, p. 9. Dello stesso autore si veda anche Il colonialismo oggi. Economia e ideologia, Jaca Book, Milano, 1970, in particolare le pp. 37-54 8 R. Samaddar, The Postcolonial Age of Migration, Routledge, London-New York, 2020; I. K. Mitra, R. Samaddar e S. Sen (a cura di), Accumulation in Post-Colonial Capitalism, Springer, Singapore, 2017 9 D. Harvey, The New Imperialism, Oxford University Press, Oxford, 2003 10 Sul rapporto tra migrazioni, accumulazione e capitalismo postcoloniale si veda R. Samaddar, The Postcolonial Age of Migration, Routledge, London-New York, 2020 11 Sul nesso tra estrattivismo, logistica, infrastrutture, frontiere e nuove forme di valorizzazione del capitale si veda S. Mezzadra e B. Neilson, Operazioni del capitale. Capitalismo contemporaneo tra sfruttamento ed estrazione, Manifestolibri, Roma, 2021 12 E. Gudynas, Extractivismos. Ecología, economía y política de un modo de entender el desarrollo y la Naturaleza, Centro Latino Americano de Ecología Social (CLAES) – Centro de Documentación e Información Bolivia (CEDIB), Cochabamba, 2015 13 Su questi aspetti si veda anche A. Bednik, Estrattivismo, a cura di R. Cantoni, Orthotes, Napoli-Salerno, 2025 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale proviene da Comune-info.
July 12, 2026
Comune-info
Epstein Files: la rete israeliana che controlla i minerali congolesi
Non è un mistero che Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo morto suicida in una cella di Manhattan nel 2019, fosse molto più di un semplice miliardario con un’isola privata e un giro di prostituzione minorile. Da tempo, su InsideOver, abbiamo raccontato i suoi profondi legami con l’intelligence israeliana, con l’ex premier Ehud […] L'articolo Epstein Files: la rete israeliana che controlla i minerali congolesi su Contropiano.
June 30, 2026
Contropiano
Il prezzo del progresso: Congo tra cobalto e scuole. Incontro a Luino
Venerdì 29 maggio 2026 ore 20:45 Palazzo Verbania, Luino Evento gratuito organizzato da GIM Terre di lago Fatima Burhan Mohamed, Advocacy Officer di Still I Rise, ci illustrerà  il report “Il prezzo del progresso” da loro sviluppato sulla situazione in alcune aree del Congo, in sinergia con il lavoro che svolgono in campo educativo e sociale. Still I Rise è un’organizzazione umanitaria indipendente che lavora a livello internazionale per offrire istruzione d’eccellenza a bambini e ragazzi profughi e vulnerabili. Nella Repubblica Democratica del Congo, Kolwezi è diventata uno dei luoghi più strategici del pianeta. Qui si estrae gran parte del cobalto che alimenta batterie, infrastrutture digitali e tecnologie energetiche, ma la competizione globale per queste risorse non si svolge solo nei mercati o nelle strategie internazionali. Si svolge anche nei quartieri della città. Gran parte di Kolwezi sorge infatti all’interno di concessioni minerarie. Quando queste concessioni si espandono, intere comunità possono trovarsi improvvisamente a rischio di sfratto. E quando una famiglia perde la casa, spesso anche i bambini smettono di andare a scuola. Per questo il lavoro di Still I Rise non si ferma all’educazione. Difendere la scuola significa anche difendere la stabilità delle famiglie. Negli ultimi mesi il team ha lavorato casa per casa nei quartieri dove vivono gli studenti per capire cosa stava succedendo davvero, per poi organizzare incontri informativi e rafforzare la capacità della comunità di difendere i propri diritti. Scarica il report integrale.   Redazione Varese
May 26, 2026
Pressenza
EBOLA: AUMENTANO I RISCHI DI DIFFUSIONE DELL’EPIDEMIA. OMS INNALZA IL LIVELLO DI ALLERTA
La nuova epidemia di ebola continua la corsa e non si ferma in Congo. Kinshasa denuncia la morte di 204 persone, i casi sospetti sono 900. L’Oms innalza il livello di allerta sanitaria da “elevato” a “molto elevato”. Dopo il Congo la vicina Uganda, che dopo i primi casi accertati ha deciso di chiudere i confini. Numerosi Paesi africani, compresi quelli mediterranei come la Tunisia, hanno rafforzato i controlli alle frontiere. Il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) Tedros Adhanom Ghebreyesus ha affermato che mentre la Repubblica Democratica del Congo (RDC) aumenta la sorveglianza sanitaria nella sua risposta all’Ebola nella provincia di Ituri, epicentro dell’epidemia soggetta da anni a scontri armati tra opposte fazioni, quasi 5 milioni di persone vivono in mezzo a conflitti in corso, di cui un milione sfollati e ammassati in campi profughi. “La violenza sta costringendo le persone a fuggire, compresi gli operatori sanitari e umanitari. Questo sta ostacolando gravemente gli sforzi per aumentare il tracciamento dei contatti con Ebola e identificare le infezioni abbastanza presto da fornire cure di supporto”, ha aggiunto, sottolineando che l’insicurezza e la paura in corso stanno anche alimentando la diffidenza all’interno delle comunità. Il capo dell’OMS ha affermato che l’OMS e i partner sanitari umanitari mantengono una presenza in tutta Ituri, anche in alcune delle aree più difficili da raggiungere e più insicure, dove le comunità stanno affrontando non solo la minaccia di Ebola, ma anche una vasta gamma di malattie. Tedros ha sottolineato che fornire un pacchetto completo di servizi sanitari è essenziale – non solo per soddisfare le esigenze sanitarie urgenti, ma anche per costruire la fiducia che è fondamentale per un’efficace risposta a Ebola, ha riferito l’agenzia di stampa Xinhua. Il ceppo che caratterizza la 17esima epidemia di ebola, dichiarata lo scorso 15 maggio nella Repubblica Democratica del Congo, è particolarmente aggressivo. Si tratta del Bundibugyo, che prende il nome dall’ omonimo distretto ugandese, dove è stato identificato per la prima volta nel 2007 e finora non esiste nessun vaccino per questa variante della patologia. Il 16 maggio, Tedros ha stabilito che la malattia di Ebola causata dal virus Bundibugyo nella RDC e in Uganda costituisce un’emergenza di salute pubblica di preoccupazione internazionale. La valutazione condotta da ActionAid nella provincia di Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo, ha fatto emergere come l’83% delle scuole non dispone di postazioni per il lavaggio delle mani o per l’igiene specifiche per l’Ebola mentre l’81% non ha protocolli di risposta o di isolamento attivi e nel 78% non sono disponibili dispositivi di protezione individuale per insegnanti o studenti. Inoltre, il 74% degli insegnanti non ha ricevuto alcuna formazione sull’Ebola e il 67% delle scuole non ha ricevuto nemmeno una visita da parte delle autorità sanitarie in relazione all’epidemia. Dato estremamente preoccupante, il 29% delle scuole ha già registrato almeno un caso sospetto di Ebola o un contatto stretto. ActionAid chiede un intervento umanitario urgente e localizzato di fronte all’allarmante mancanza di preparazione alla malattia da virus Ebola nelle scuole e nelle comunità. Nel “Focus delle 12” in onda questa mattina sulle nostre frequenze Cornelia Isabel Toelgyes vice direttrice del quotidiano online Africa-express e Emanuele Crespi responsabile umanitario ActionAidAscolta o scarica 
May 25, 2026
Radio Onda d`Urto
TORNA L’EBOLA NELL’EST DELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO, TRA CONFLITTO PERMANENTE E CAOS POLITICO
Sono già novantuno i morti accertati e oltre trecento i casi sospetti addebitati ad un nuovo ceppo del virus Ebola che torna nella Repubblica Democratica del Congo per la diciassettesima volta dal 1976. “Non è pandemia, ma si diffonde in fretta” informano i vertici dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che hanno lanciato l’allarme. Il direttore generale dell’organizzazione internazionale basata a Ginevra Tedros Adhanom Ghebreyesus ha puntualizzato che “esistono notevoli incertezze sul numero reale di persone infette e sulla diffusione geografica”. Data la situazione potenzialmente esplosiva, le frontiere tra Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Ruanda, sono già state chiuse.  Il virus sarebbe partito dall’Uganda mietendo due vittime, per poi diffondersi nella provincia congolese dell’Ituri, epicentro attuale dei casi segnalati, in particolare nel capoluogo Bunia. Due morti sono stati registrati anche nelle province del Nord e Sud Kivu. Come raccontato ai nostri microfoni da Leopoldo Rebellato, attivo nell’est del paese dagli anni ottanta, si tratta di territori dove le comunicazioni sono complesse, dato che “la rete internet è scadente o inesistente” e in pochi dispongono di una radio. A questo si aggiunge una “guerra sempre in atto” per la gestione del potere e delle immense risorse naturali presenti nel sottosuolo. Ad esempio “a Kavumu, nel Sud Kivu, pochi giorni fa ci sono stati 460 militari uccisi”. Il problema della mancanza di strutture sanitarie adeguate per la gestione del virus e l’assenza di infrastrutture per i laboratori mobili che “sarebbero necessari” anche per registrare i contagi, confermano l’incertezza delle autorità sui dati. Autorità che nell’Ituri rispondono al potere centrale di Kinshasa, ma che in Nord e Sud Kivu sono rappresentate dai ribelli filoruandesi dell’M23, “uno stato nello stato, un bubbone”. Il virus in questione è il Bundibugyo, provoca sintomi quali febbre, dolori muscolari, affaticamento, mal di testa e mal di gola. Si diffonde attraverso gli scambi di fluidi corporei da persona a persona o con il contatto con il sangue di una persona infetta. Non esistono attualmente vaccini per far fronte a questo ceppo del virus. Negli ultimi cinquant’anni Ebola ha ucciso oltre 15 mila persone in tutto il continente. Il punto con Leopoldo Rebellato, presidente dell’associazione Incontro fra i Popoli. Ascolta o scarica  
May 18, 2026
Radio Onda d`Urto
Congo: coltan e Palazzi europei
di Sara Segantin(*)   Dalle miniere di coltan del Congo ai palazzi del potere europeo: intervista a Francois Kamate Nelle foreste del Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), la voce della terra è annientata dal rumore delle miniere e dal ringhio sordo di un conflitto che dura da trent’anni. Mentre l’Europa discute di neutralità climatica e nuovi modelli
Innocenti sovversioni
di Mauro Armanino Da piazza De Ferrari a Genova prendete il bus numero 17 dall’adiacente via Ceccardi. Andando verso Nervi, a levante, scendete alla fermata Europa-Schiaffino poi attraversate il corso. Prendete la destra e, non lontano dalle Poste vedrete un condominio accanto al marciapiede. Giusto all’angolo, scritto con una bomboletta di colore nero, si legge la scritta ‘Sovvertiamo tutto’. Non
Innocenti sovversioni
Da piazza De Ferrari a Genova prendete il bus numero 17 dall’adiacente via Ceccardi. Andando verso Nervi, a levante, scendete alla fermata Europa-Schiaffino poi attraversate il corso. Prendete la destra e, non lontano dalle Poste vedrete un condominio accanto al marciapiede. Giusto all’angolo, scritto con una bomboletta di colore nero, […] L'articolo Innocenti sovversioni su Contropiano.
May 14, 2026
Contropiano
Africa/Conrad: il mito del «Cuore di tenebra» fra…
… fra letteratura di viaggio e cinema. di Maurizio Fantoni Minnella.   Io l’ebbi vivo in quel momento, dinanzi a me: non meno vivo di quanto non lo fosse mai stato: ombra giammai sazia di splendide apparenze e di realtà spaventose; ombra più cupa che non le ombre della notte nobilmente ammantata nei paludamenti di una magnifica eloquenza. Joseph Conrad
Riflessioni su una fuga (impossibile) dal capitalismo
di jolek78 Era un venerdì sera qualsiasi. Il pacco era arrivato dal corriere quella mattina, ma io l’avevo aperto solo dopo cena, con quella cerimonia silenziosa che faccio ogni volta che arriva dell’hardware nuovo – come se aprire una scatola velocemente fosse una forma di mancanza di rispetto nei confronti dell’oggetto. Dentro c’era un HUNSN 4K. Piccolo, quasi ridicolmente piccolo. Un