
Sfratto di una centenaria alla Garbatella, simbolo della crisi abitativa e degli alloggi vuoti a Roma
Pressenza - Saturday, July 11, 2026C’è un contrasto stridente che racconta l’abbandono sociale di Roma: da un lato gli annunci patinati sui grandi progetti urbanistici della città, dall’altro la realtà spietata di migliaia di famiglie che ogni anno subiscono lo sfratto. Questa emergenza silenziosa, ignorata dai grandi media, sta stravolgendo il tessuto umano della Capitale, espellendo i suoi abitanti storici.
Le denunce dei comitati degli inquilini e le inchieste pubblicate in questi giorni dai media locali fotografano una situazione impressionante: Roma continua a essere tra le città italiane con il maggior numero di sfratti eseguiti. Dietro quei numeri ci sono persone, famiglie, anziani, lavoratori e bambini costretti ad abbandonare le proprie case senza sapere dove andare.
Non è un semplice effetto del mercato. È il risultato di un modello di sviluppo che considera la casa sempre più un investimento finanziario e sempre meno un diritto. La rendita immobiliare, la speculazione e la crescita incontrollata degli affitti turistici stanno espellendo dalla città migliaia di residenti, trasformando interi quartieri in luoghi destinati al turismo o agli investimenti immobiliari.
La vicenda della signora Pina, la donna di cento anni residente nei complessi di via Giovanni Andrea Badoero alla Garbatella, rappresenta il simbolo più doloroso di questa deriva. La mobilitazione di numerosi cittadini e cittadine, insieme ai comitati, alle organizzazioni sindacali, ai movimenti, alle forze politiche e ai rappresentanti delle istituzioni, ha impedito finora che quella donna venisse sfrattata dopo aver vissuto per decenni nella stessa casa, ottenendo il rinvio dell’esecuzione.
Quel rinvio non è stato un fatto casuale. È il primo risultato di una mobilitazione che ha saputo costruire una rete ampia e determinata. La mobilitazione popolare e il tempestivo interessamento delle istituzioni di prossimità hanno contribuito a evitare che lo sfratto venisse eseguito nell’indifferenza generale. È la dimostrazione che, quando una comunità si mobilita e le istituzioni più vicine ai cittadini scelgono di assumersi le proprie responsabilità, è possibile ottenere risultati concreti e aprire uno spazio per affrontare il problema.
Ma il rinvio non cancella il problema. Anzi, lo rende ancora più evidente.
La vicenda assume infatti contorni ancora più assurdi se si considera quanto denunciato dagli stessi inquilini e dagli organi di informazione: nello stesso complesso immobiliare, gestito da una società, oltre cento appartamenti risultano vuoti e inutilizzati. Una situazione che, secondo le segnalazioni dei residenti, si ripete anche in altri complessi della città, da via Rava a viale Marconi fino a via Toscani.
È difficile spiegare ai cittadini perché si proceda con gli sfratti mentre numerose abitazioni rimangono chiuse per anni. Case costruite con una funzione sociale vengono lasciate inutilizzate, contribuendo ad alimentare la scarsità di alloggi disponibili e la crescita dei prezzi. È una gestione che favorisce la rendita e penalizza chi cerca semplicemente un luogo dove vivere.
Intanto l’emergenza abitativa cambia volto. Non riguarda più soltanto le persone in condizioni di estrema povertà. Sempre più spesso a perdere la casa sono lavoratori dipendenti, pensionati, famiglie monoreddito, giovani coppie e studenti. Persone con un reddito che fino a pochi anni fa consentiva di vivere dignitosamente, ma che oggi non riescono più a sostenere canoni diventati insostenibili.
Roma rischia così di trasformarsi in una città dove possono vivere soltanto coloro che hanno redditi più elevati, mentre chi lavora, studia o è in pensione viene progressivamente spinto verso la periferia o addirittura fuori dal territorio comunale. È un modello urbanistico che rompe il tessuto sociale, svuota i quartieri della loro identità e trasforma il diritto all’abitare in un privilegio.
Anche il Piano Casa del Governo Meloni, recentemente approvato dal Parlamento, risulta largamente insufficiente rispetto a questa emergenza. Le risorse destinate all’edilizia pubblica restano modeste e il ricorso all’housing sociale affidato ai privati non affronta il nodo principale: gli affitti continuano a essere determinati dai valori di mercato e rimangono inaccessibili proprio per chi rischia lo sfratto. Senza un massiccio investimento pubblico e senza il recupero del patrimonio immobiliare inutilizzato, difficilmente questa situazione potrà cambiare.
Ma le responsabilità non riguardano soltanto il Governo. Anche il Comune di Roma e la Regione Lazio non possono limitarsi ad assistere passivamente a questa emergenza. Servono decisioni coraggiose.
Occorre rafforzare il coordinamento tra Campidoglio e Prefettura affinché gli sfratti che coinvolgono persone in condizioni di particolare fragilità vengano graduati e accompagnati da soluzioni abitative alternative. Nessuno dovrebbe essere costretto a finire in strada senza un passaggio da casa a casa.
Allo stesso tempo è necessario aprire un confronto con i grandi proprietari immobiliari e con gli enti previdenziali che detengono migliaia di appartamenti inutilizzati, accelerare l’assegnazione degli alloggi popolari vuoti, contrastare la speculazione e regolamentare con maggiore efficacia la proliferazione delle locazioni turistiche nelle zone ormai sature.
La casa non può essere trattata come una qualsiasi merce finanziaria. È un diritto fondamentale per garantire dignità, sicurezza e coesione sociale.
La vicenda della signora Pina dimostra che una parte della comunità cittadina non intende più assistere in silenzio a questa deriva. È da questa esperienza che bisogna ripartire. Le vertenze per il diritto alla casa non possono rimanere episodi isolati, ma devono parlarsi, sostenersi e costruire alleanze sempre più ampie. Difendere la signora Pina significa difendere il diritto di tutti a continuare a vivere nella propria città. Perché una Roma che espelle i suoi abitanti per lasciare spazio soltanto alla rendita e alla speculazione è una città che, poco alla volta, perde anche la propria anima. Al contrario, una comunità che si organizza, resiste e costruisce solidarietà dimostra che cambiare le cose è possibile.