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I paradossi dell’abitare che il Piano Casa rischia di non risolvere
Sono esattamente 79.568.700 gli immobili censiti (con un aumento di circa 465 mila unità rispetto all’anno precedente)  e le unità residenziali rappresentano circa il 45%, per un totale di quasi 36 milioni di abitazioni. Oltre il 50% dello stock immobiliare italiano è ad uso abitativo e le prime tre Regioni per numero di immobili sono Lombardia, Lazio e Veneto. Il patrimonio residenziale nazionale conta 35,8 milioni di abitazioni, con una superficie media di 118 metri quadrati e da una consistenza media di 5,5 vani. Un dato che cela comunque una forte eterogeneità: le abitazioni ultrapopolari presentano una consistenza media di appena 2,3 vani e una superficie di circa 58 metri quadrati, mentre le abitazioni signorili raggiungono mediamente 11,4 vani e una superficie di circa 300 metri quadrati. Gli immobili produttivi valgono quasi un terzo della rendita catastale e oltre 3,8 milioni di immobili sono senza rendita catastale. Aumentano le abitazioni civili e i villini, mentre diminuiscono le categorie popolari. Diminuiscono anche gli uffici, ma aumentano gli immobili ad uso collettivo. Sono alcune delle evidenze che emergono dal Rapporto “Statistiche Catastali 2025- Catasto fabbricati”, a cura della Divisione Servizi Direzione Centrale Servizi Estimativi e Osservatorio Mercato Immobiliare diretta da Gianni Guerrieri. Lo stock immobiliare italiano nel 2025 è aumentato dello 0,6%, circa 465 mila unità in più del 2024 ed è per quasi il 90% di proprietà di persone fisiche, il 10,8% è detenuto da persone non fisiche e una quota residua, circa lo 0,2%, riguarda proprietà comuni. La rendita catastale complessiva attribuita allo stock immobiliare italiano ammonta, nel 2025, a oltre 39 miliardi di euro, di cui quasi il 61% relativo ad immobili di proprietà delle persone fisiche (circa 23,6 miliardi di euro) ed il restante 39,4% (oltre 15,3 miliardi di euro) è detenuto dalle PNF. Risulta pari a 31,3 milioni di euro (solo lo 0,1% del totale) la rendita catastale dei Beni Comuni Censibili. Rispetto al 2024, la rendita catastale è aumentata di quasi 263 milioni di euro, +0,7%. Lo stock abitativo è soprattutto di proprietà delle persone fisiche, oltre 33 milioni di unità, e rappresenta il 93,2% del totale. Alle PNF risultano intestate meno di 2,5 milioni di unità e sono circa 10,9 mila le abitazioni tra i beni comuni. Tra le categorie catastali delle abitazioni, quelle che presentano una maggior quota di unità delle PNF rispetto al dato complessivo, sono le abitazioni di maggior pregio. Le Statistiche Catastali 2025 evidenziano una crescita costante del nostro patrimonio immobiliare, con un peso sempre più forte del comparto residenziale e di quello degli immobili produttivi. Si tratta di evidenze che mal si conciliano con la crisi abitativa con la quale tante famiglie sono costrette a fare i conti. Le case ci sono, ma spesso sono vuote, restano sfitte o  inaccessibili a causa di prezzi proibitivi. Milioni di immobili risultano inutilizzati e tanti altri vengono convertiti in locazioni turistiche a breve termine, riducendo così drasticamente l’offerta di alloggi per residenti e lavoratori a lungo termine e facendo lievitare i canoni. Per non parlare del progressivo disimpegno pubblico nella realizzazione di alloggi popolari, con l’aumento progressivo di persone che non possono accedere al libero mercato, ma che non hanno però i requisiti per l’edilizia residenziale. E anche il Nuovo Piano Casa Italia del Governo, che punta a immettere più alloggi sul mercato attraverso il recupero del patrimonio pubblico inutilizzato e la promozione dell’housing sociale, a parere di molti non appare idoneo a superare la crisi abitativa in atto. Anche l’Istituto Nazionale di Urbanistica – INU, intervenendo in audizione presso la Commissione Ambiente della Camera dei deputati ha presentato critiche puntuali su vari aspetti del Piano. “Innanzitutto – si legge nella relazione – si riscontrano elementi problematici e contraddittori nella natura del Piano, che, nonostante il titolo, si configura piuttosto come un bando per l’erogazione di contributi pubblici (nonché generose semplificazioni procedurali) ai privati, al di fuori di qualsiasi programmazione sia nazionale che locale e a fronte di proposte casuali dei privati”. A parere dell’INU manca “un approccio concreto di pianificazione e programmazione di una strutturale politica abitativa e relativa alimentazione di adeguate risorse”. Poi, sostiene l’INU, le risorse sono insufficienti: “Si tratta infatti di fondi pubblici di entità molto contenuta” e per di più “la distribuzione di questi fondi avverrà in un arco temporale di 5 annualità (2026-2030), nonostante il progressivo intenso aumento degli sfratti (oltre 20.000/anno) e un bisogno inevaso (e stimato da molte fonti e studi) di almeno 650.000 alloggi”. Per l’INU è poi “inaccettabile il processo di alienazione di patrimonio pubblico, come finalità ed esito delle indicazioni del Piano. Ci riferiamo alla facoltà di trasferire quote di alloggi, ora inutilizzati, dall’edilizia sovvenzionata (cioè pubblica) a edilizia per altri regimi, nella forma convenzionata in primis, attraverso il ricorso a operazioni di partenariato pubblico – privato, sotto la guida di Invitalia spa. Si rischia in tal modo di perdere una parte dello stock di alloggi pubblici a favore di soggetti privati, i quali non si pongono credibilmente l’obiettivo prioritario (dichiarato invece nel Piano Casa) di migliorare il mix sociale e generazionale dei quartieri popolari, ma piuttosto di trarre profitto da operazioni in luoghi maggiormente attrattivi (molti quartieri popolari storici si trovano nelle aree più centrali e immobiliarmente appetibili).” (https://www.inu.it/wp-content/uploads/audizione-inu-per-pianocasa-maggio-2026.pdf). Ricordiamo che l’INU a luglio scorso ha presentato in Senato una sua proposta di legge di principi per il governo del territorio: https://www.inu.it/wp-content/uploads/appendice-ui-313-legge-principi-def.pdf. Qui le Statistiche Catastali 2025 – Catasto fabbricati dell’Agenzia delle Entrate – Osservatorio del Mercato Immobiliare: https://www.agenziaentrate.gov.it/portale/documents/d/guest/statistiche_catastali_2025.     Giovanni Caprio
July 19, 2026
Pressenza
Il diritto a dis-abitare
Quella che si propone di seguito è una fotografia in movimento. Un’istantanea, non definitiva ma comunque abbastanza realistica, di cosa sia diventato nel 2026 il diritto all’abitare in Italia. Nello specifico, quella che viene presentata è una storia/intervista realizzata in prima persona a qualcuno che questo cosiddetto diritto l’ha perso e quindi, risulta essere un vero e proprio “dis-abitante”. Ovvero una persona che non ha un posto dove stare e di conseguenza, vive in strada. Sembrerebbe in modo irreversibile, se certe cose non tenderanno a cambiare (e velocemente) nei prossimi tempi. In tal senso, la fotografia non è nemmeno così sconosciuta o singolare: secondo dati ISTAT dell’inizio 2026 infatti, le persone attualmente senza fissa dimora avrebbero raggiunto quota 96 mila persone, di cui circa il 70% di origine straniera. Mentre sempre a riguardo alle persone straniere presenti sul territorio italiano, sarebbero circa 1 milione e 700 mila quelle in condizioni di povertà assoluta con un’incidenza oltre quattro volte superiore ai cittadini italiani (dati ISTAT del 2022). Il protagonista assoluto di questa storia/intervista, è Amir che ha 34 anni e vive in Italia da 7. Anche se, a dirla tutta, è partito dal Pakistan che ne aveva 15 con il sogno, non del tutto dimenticato, di continuare a studiare. Magari anche laurearsi all’Università, «in Matematica». «Anche perché» – prosegue Amir – «in Pakistan ho sempre dovuto  lavorare fin da quando ero piccolo. Prima, in officina meccanica con mio padre. Poi, quando abbiamo perso tutto con la guerra, anche come muratore vicino la capitale Islamabad». Amir giura: «non mancando un singolo giorno di lavoro da quando ho iniziato». Esagerando, è chiaro. Amir è un ragazzo che ci tiene a risultare simpatico. «Dopo un viaggio lunghissimo, nel 2019 sono finalmente arrivato in Italia e mi è subito piaciuta tanto, davvero un bel posto. Tanto che quando ci sono arrivato, dopo essere stato qualche anno in Germania e anche in Belgio, ho davvero pensato di fermarmi a vivere qua, in Italia. Ma poi ho cambiato idea. Tu lo sai perché». > A questo punto, chiedo ad Amir perché abbia cambiato idea: «L’Italia è un > paese molto bello, ma pieno di problemi. Ti faccio un esempio: la prima volta > che sono arrivato in Italia ho abitato a Pioltello, poi a fine del 2021 mi > sono trasferito a Milano, quasi in centro, ma vivevamo in 10 nella stessa > casa. Tutti bravi ragazzi, gente straniera come me, che voleva solo lavorare e non fare problemi. Ma te lo immagini? Eh? Te lo immagini tu, 10 persone che vivono insieme in un appartamento da 4, massimo 5 persone?». Amir è un ragazzo serio, pacato e intelligente, lo si vede soprattutto da come pone le domande retoriche. Intelligente in verità, lo è sempre stato fin da bambino, a sentir lui. Precisamente da quando frequentava la scuola coranica di Chaman, sul confine con l’Afghanistan e il suo maestro, tale Imam Mohammad, lo considerava, «uno dei primi della classe. Te lo giuro» – afferma Amir – «potesse punirmi Allah se dico il falso. Anche se, a dire la verità, a scuola ci sono potuto andare pochissimo, 6 anni in totale. Il motivo è semplice: la mia famiglia viveva con niente, eravamo poverissimi e sono stato subito costretto a lavorare. Prima ho detto solo “in officina meccanica con mio padre”, ma la verità è che fin dall’infanzia, per sopravvivere, ho fatto qualsiasi cosa la mia famiglia mi chiedesse di fare. Una volta, ti racconto: con mio zio sono stato aldilà del confine con l’Afghanistan, figurati che paura che avevo. Dovevamo consegnare quattro camion di corns, come si dice in italiano: tipo pannocchie. Le dovevamo portare lontano, se non sbaglio in un campo dell’esercito americano o dell’ISAF (l’International Security Assistance Force, di cui faceva parte anche l’Esercito italiano) non ricordo bene, vicino Kandahar, in Afghanistan. Avevo 13 anni in quel momento. A un certo punto, quasi arrivati a destinazione, incontriamo un posto di blocco americano. I soldati dicono a mio zio Hussain, che in quel momento guidava il camion, di scendere e mostrare i documenti. Io quindi – prova ad immaginare, avevo 13 anni appena compiuti – in un attimo, siccome forse avremmo dovuto spostare i quattro camion, mi sono trovato alla guida di un mezzo che sarà pesato 2 tonnellate, forse di più. E pensa, l’avevo provato a guidare solo un paio di volte in tutta la mia vita! Non riuscivo più a muovermi. Ero completamente bloccato dalla paura». A questo punto, chiedo ad Amir di andare avanti. Anche perché dobbiamo tornare parlare di come vive in Italia. «Sì, adesso finisco. Passata circa un’ora, zio Hussain non è ancora tornato. Da quello che ci dicono, sembra che i talebani abbiano appena colpito una zona nella periferia est di Kandahar e per questo motivo, non può entrare e uscire finché quelli là non smettono di spararsi. Dopo 10 minuti infatti, anche noi sentiamo distintamente le prime esplosioni. Raffiche di mitragliatrice, colpi di mortaio, mentre ci sorvolano sulla testa gli elicotteri americani che vanno nella direzione delle montagne, quelle a punta aguzza dietro Kandahar. Non ricordo con precisione ma saranno state le 3-4 di notte». Nonostante si debba parlare d’altro, chiedo ad Amir cosa abbia fatto a quel punto. «Io, intanto, sono rimasto ancora sul camion. Anche perché i soldati ci tenevano sotto tiro coi mitra e dicevano che non era possibile scendere. Mi tremano le mani solo a ricordarmi la scena, pensa te. È chiaro no? Se i soldati del posto di blocco decidono che siamo talebani, sparano e ci uccidono tutti quanti». Detto questo, Amir appoggia entrambi i palmi delle mani sul tavolo dell’ufficio, quasi che per un attimo sembrerebbe concentrarsi solo qui, precisamente in questo punto della stanza e in nessun altro posto al mondo. «In breve, l’attacco talebano non è finito e abbiamo dovuto fare marcia indietro. Tornare a Chaman, in Pakistan. Ovviamente, senza lo zio Hussein che è stato arrestato e poi trattenuto in prigione per quasi quattro mesi. Anzi cinque, se non sbaglio. In pratica, gli americani l’avevano preso per un talebano, anche se ti giuro: non conosco nessuno meno talebano di mio zio Hussein. Per concludere questa piccola storia, ho fatto l’unica cosa che potevo fare: ho guidato indietro fino al confine col Pakistan, un camion da 2 tonnellate che faceva sbandate da tutte le parti. Un po’ per le buche, un po’ perché era proprio storto il camion… ovvio, anche perché era ancora piegato sotto il peso dei corns che portava. Puoi credermi». Arrivato alla fine del suo racconto, Amir riappare finalmente rilassato, distende i muscoli del collo che tornano in una postura quasi normale: «Se sono arrivato a casa quella volta, è perché l’ha voluto Allah. Hai presente chi? Dio, come lo chiami tu». Ad Amir era stata chiesta un’intervista sulla sua condizione abitativa ma ormai dovreste averlo capito: Amir è uno a cui piace prenderla un po’ alla larga. «Dicevo, ho sempre lavorato. Ed è vero. A Milano ho lavorato come lavapiatti per un paio d’anni. In nero, è chiaro. La paga era bassissima, 5 euro l’ora. Ma almeno mangiavamo gratis e la domenica era libera. Poi, alla fine del 2023, ci hanno licenziati dall’oggi al domani, tutti e due i lavapiatti. Io e un altro ragazzo che veniva dal Pakistan, Shah. Un ragazzo troppo buono, semi-analfabeta, che il padrone chiamava “Shandro”, prendendolo in giro e non solo: una volta, gli ha pure tirato una pentola molto pesante sulla schiena. Una scena orribile, che mi fa tanta rabbia ancora oggi se ci penso. > Adesso però, ti racconto della mia casa. All’epoca di queste brutte cose che > ti sto raccontando, vivevo in un appartamento in centro a Milano. Lo > condividevo con altri nove uomini. Dieci in totale. Tutti tra i 20 e i 30 > anni. Anche se il più vecchio in assoluto che è passato da quel posto, avrà avuto almeno 50 anni secondo me. Ricordo anche che non c’era la lavatrice e dovevo usare quella a gettoni. E avevamo un solo bagno per tutti quanti. Pagavo 350 euro al mese, più 50 di spese per le bollette. Sai fare i conti tu? In totale, fanno più di 3mila euro ogni mese per un singolo appartamento. Escluso luce, gas e tutto il resto. Non si può vivere così. Ma ti dico: non è il peggio che ho visto». Arrivato a questo punto dell’intervista, Amir sospira. È molto sconsolato, ma soprattutto stanco. «Adesso vivo in giro. Vivo fuori. Non ho una casa, te l’ho già detto tante volte. E mi servirebbe un aiuto per trovarla». A questo riguardo, Amir decide che mi deve parlare di lavoro. «A Brescia ero venuto per lavorare in fabbrica, fare l’operaio. Mi pagavano 8 euro l’ora e 10 euro per lo straordinario. Tanti soldi, credi a me. Ma poi, non mi hanno rinnovato il contratto perché l’azienda non fa i contratti indeterminati ai pakistani e quindi, non è andata bene. Tra l’altro, una settimana dopo mi hanno anche buttato fuori da dove ero ospitato e adesso vivo là, in una casa abbandonata in via… [per tutelare Amir, non si può dire dove vive effettivamente]. > Ma come sai bene, è un posto molto brutto. Non c’è niente, solo l’acqua. Ci > viviamo in tre. Io da febbraio, mentre gli altri due che vivono lì, sono > arrivati addirittura da prima dell’inverno che quest’anno è stato molto > freddo. Quando sono arrivato a Brescia mi ricordo che c’era -2, tanto ghiaccio > e nebbia che non si vedeva niente. Gli altri due erano già lì da qualche mese, > tipo ottobre, ed erano sopravvissuti non so come. Ma inshallah, sopravviveremo ancora tutti e tre. Anche se, a volte, è davvero difficile, te l’ho già detto. Adesso ho bisogno di una casa vera dove vivere». A questo punto dell’intervista, Amir alza il braccio destro. Come si può ben vedere, ha una grossa fasciatura che gli avvolge completamente il gomito. E aggiunge: «questo è successo perché ho trovato un ladro che stava rubando. Un giorno, torno da lavoro e trovo un ragazzo che sta portando via le nostre borse. Io subito grido forte e gli salto addosso da dietro cercando di fermarlo. In quel momento, mi è venuta tanta rabbia che volevo ucciderlo. L’avrei ucciso davvero, credimi, se solo avessi potuto. Invece, lui è riuscito a scappare e mi sono fatto male io. Quei due che vivono con me, dicono che il ladro cercava i soldi o la droga nelle borse. Dicono che era un drogato, uno che fuma e usa quella schifezza. Io non lo so chi fosse quel ladro, ma non ho mai toccato la droga in tutta la mia vita e mai lo farò. Comunque, è venuta a prendermi l’ambulanza per la botta che ho preso. E c’era anche la polizia, ma quella vestita di nero (ovviamente, Amir intende i carabinieri). Loro sanno benissimo che noi siamo qui, viviamo in questo posto abbandonato senza luce elettrica e non ci dicono niente. Altrimenti dovrebbero occuparsi di noi e invece, se fanno così possono andare via e lasciarci qui». Chiedo ad Amir se anche adesso lavora, e dove: «Certo che lavoro. Te l’ho già detto che lavoro da sempre. Nello specifico, adesso lavoro per un’azienda agricola vicino Brescia, in una ditta dove c’è tanto lavoro e mi hanno fatto il contratto determinato che scade tra un paio di settimane. Infatti, spero che mi facciano il rinnovo, altrimenti dovrò cercare un altro lavoro e non ho voglia. Mi piace quella ditta, mi pagano bene: 7 euro l’ora. E mi passano anche a prendere la mattina con il furgone. Alla fine, se ci pensi, è comodo. Poi però, senza casa è comunque difficile lo stesso. > Per cui devi cercare per forza di andare nel dormitorio, anche se i posti nei > dormitori sono pochi e non c’è nessuno che ti fa dormire a casa sua senza > pagare. E io i soldi ce li ho, io lo posso pagare un affitto! Tu lo sai che > posso pagare un affitto». Sì, lo so che Amir può permettersi di pagare un affitto. A dire il vero, è proprio questo uno dei motivi principali per cui gli ho chiesto l’intervista. «Molto bene, sono contento di aver raccontato un pezzo della mia storia perché la mia situazione è uguale a quella di tanti altri ragazzi. Pakistani e non, che sono venuti in Italia a lavorare ma purtroppo, per una sfortuna o per l’altra, adesso hanno perso la casa e vivono in strada. Anche se magari hanno uno stipendio da 1200 euro al mese e come me, sono costretti a vivere come animali, senza la possibilità di affittare un posto dove dormire». Grazie Amir, ci vediamo al prossimo appuntamento. Foto di copertina di Patrizia Montesanti Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Il diritto a dis-abitare proviene da DINAMOpress.
July 13, 2026
DINAMOpress
Sfratto di una centenaria alla Garbatella, simbolo della crisi abitativa e degli alloggi vuoti a Roma
C’è un contrasto stridente che racconta l’abbandono sociale di Roma: da un lato gli annunci patinati sui grandi progetti urbanistici della città, dall’altro la realtà spietata di migliaia di famiglie che ogni anno subiscono lo sfratto. Questa emergenza silenziosa, ignorata dai grandi media, sta stravolgendo il tessuto umano della Capitale, espellendo i suoi abitanti storici. Le denunce dei comitati degli inquilini e le inchieste pubblicate in questi giorni dai media locali fotografano una situazione impressionante: Roma continua a essere tra le città italiane con il maggior numero di sfratti eseguiti. Dietro quei numeri ci sono persone, famiglie, anziani, lavoratori e bambini costretti ad abbandonare le proprie case senza sapere dove andare. Non è un semplice effetto del mercato. È il risultato di un modello di sviluppo che considera la casa sempre più un investimento finanziario e sempre meno un diritto. La rendita immobiliare, la speculazione e la crescita incontrollata degli affitti turistici stanno espellendo dalla città migliaia di residenti, trasformando interi quartieri in luoghi destinati al turismo o agli investimenti immobiliari. La vicenda della signora Pina, la donna di cento anni residente nei complessi di via Giovanni Andrea Badoero alla Garbatella, rappresenta il simbolo più doloroso di questa deriva. La mobilitazione di numerosi cittadini e cittadine, insieme ai comitati, alle organizzazioni sindacali, ai movimenti, alle forze politiche e ai rappresentanti delle istituzioni, ha impedito finora che quella donna venisse sfrattata dopo aver vissuto per decenni nella stessa casa, ottenendo il rinvio dell’esecuzione. Quel rinvio non è stato un fatto casuale. È il primo risultato di una mobilitazione che ha saputo costruire una rete ampia e determinata. La mobilitazione popolare e il tempestivo interessamento delle istituzioni di prossimità hanno contribuito a evitare che lo sfratto venisse eseguito nell’indifferenza generale. È la dimostrazione che, quando una comunità si mobilita e le istituzioni più vicine ai cittadini scelgono di assumersi le proprie responsabilità, è possibile ottenere risultati concreti e aprire uno spazio per affrontare il problema. Ma il rinvio non cancella il problema. Anzi, lo rende ancora più evidente. La vicenda assume infatti contorni ancora più assurdi se si considera quanto denunciato dagli stessi inquilini e  dagli organi di informazione: nello stesso complesso immobiliare, gestito da una società, oltre cento appartamenti risultano vuoti e inutilizzati. Una situazione che, secondo le segnalazioni dei residenti, si ripete anche in altri complessi della città, da via Rava a viale Marconi fino a via Toscani. È difficile spiegare ai cittadini perché si proceda con gli sfratti mentre numerose abitazioni rimangono chiuse per anni. Case costruite con una funzione sociale vengono lasciate inutilizzate, contribuendo ad alimentare la scarsità di alloggi disponibili e la crescita dei prezzi. È una gestione che favorisce la rendita e penalizza chi cerca semplicemente un luogo dove vivere. Intanto l’emergenza abitativa cambia volto. Non riguarda più soltanto le persone in condizioni di estrema povertà. Sempre più spesso a perdere la casa sono lavoratori dipendenti, pensionati, famiglie monoreddito, giovani coppie e studenti. Persone con un reddito che fino a pochi anni fa consentiva di vivere dignitosamente, ma che oggi non riescono più a sostenere canoni diventati insostenibili. Roma rischia così di trasformarsi in una città dove possono vivere soltanto coloro che hanno redditi più elevati, mentre chi lavora, studia o è in pensione viene progressivamente spinto verso la periferia o addirittura fuori dal territorio comunale. È un modello urbanistico che rompe il tessuto sociale, svuota i quartieri della loro identità e trasforma il diritto all’abitare in un privilegio. Anche il Piano Casa del Governo Meloni, recentemente approvato dal Parlamento, risulta largamente insufficiente rispetto a questa emergenza. Le risorse destinate all’edilizia pubblica restano modeste e il ricorso all’housing sociale affidato ai privati non affronta il nodo principale: gli affitti continuano a essere determinati dai valori di mercato e rimangono inaccessibili proprio per chi rischia lo sfratto. Senza un massiccio investimento pubblico e senza il recupero del patrimonio immobiliare inutilizzato, difficilmente questa situazione potrà cambiare. Ma le responsabilità non riguardano soltanto il Governo. Anche il Comune di Roma e la Regione Lazio non possono limitarsi ad assistere passivamente a questa emergenza. Servono decisioni coraggiose. Occorre rafforzare il coordinamento tra Campidoglio e Prefettura affinché gli sfratti che coinvolgono persone in condizioni di particolare fragilità vengano graduati e accompagnati da soluzioni abitative alternative. Nessuno dovrebbe essere costretto a finire in strada senza un passaggio da casa a casa. Allo stesso tempo è necessario aprire un confronto con i grandi proprietari immobiliari e con gli enti previdenziali che detengono migliaia di appartamenti inutilizzati, accelerare l’assegnazione degli alloggi popolari vuoti, contrastare la speculazione e regolamentare con maggiore efficacia la proliferazione delle locazioni turistiche nelle zone ormai sature. La casa non può essere trattata come una qualsiasi merce finanziaria. È un diritto fondamentale per garantire dignità, sicurezza e coesione sociale. La vicenda della signora Pina dimostra che una parte della comunità cittadina non intende più assistere in silenzio a questa deriva. È da questa esperienza che bisogna ripartire. Le vertenze per il diritto alla casa non possono rimanere episodi isolati, ma devono parlarsi, sostenersi e costruire alleanze sempre più ampie. Difendere la signora Pina significa difendere il diritto di tutti a continuare a vivere nella propria città. Perché una Roma che espelle i suoi abitanti per lasciare spazio soltanto alla rendita e alla speculazione è una città che, poco alla volta, perde anche la propria anima. Al contrario, una comunità che si organizza, resiste e costruisce solidarietà dimostra che cambiare le cose è possibile.   Giovanni Barbera
July 11, 2026
Pressenza
Sesto San Giovanni: presidio preventivo per il diritto alla casa
Sesto San Giovanni e problema casa: un’accoppiata di cui abbiamo parlato molte volte: picchetti per evitare sgomberi, manifestazioni per sgomberi avvenuti, pressioni sulle amministrazioni che gestiscono l’edilizia popolare come un residuo “socialista” da recidere come un ramo secco. Un braccio di ferro, una partita a scacchi: da una parte un’amministrazione (Comune, Aler, Regione Lombardia) con i loro scudieri – forze dell’ordine e ufficiali giudiziari -, dall’altra un sindacato combattivo, l’Unione inquilini, e due Comitati, quello “per il diritto alla casa” e quello “delle famiglie senza contratto”, a difesa di abitanti, famiglie, anziani, persone malate o sole. Da una parte il perbenismo che fa dire: “Vergogna, come tollerare tutti questi occupanti? Pezzenti che non vogliono pagare, e noi a pagare le tasse!”. Dall’altra gente che ha bisogno, disponibile a trovare soluzioni fattibili, che chiede di essere regolarizzata. Sfrattarli vorrebbe dire abbandonarli a se stessi, alla deriva, a bussare al parroco di turno. Il prezzo di mercato non è affrontabile. Così  arriva l’estate, e non c’è bisogno di grandi analisti per sapere che il caldo non colpisce allo stesso modo: colpisce di più, semplicemente, i più poveri. L’abbiamo già detto: gli sfratti maturano come le albicocche. Due anni fa, a luglio, una manifestazione simile: preventiva. Mercoledi 15 luglio ore 14.30, via Sesto San Giovanni. Un presidio che sfida il caldo e le chiusure di un’amministrazione all’edilizia popolare, l’Aler, che si ostina a non dialogare. Tutto per dire: “Guardate che ci siamo. Che queste famiglie non sono sole. Che avete provato a spaventarle e farle scappare, ma hanno capito che i diritti esistono e che solo uniti li si può difendere.” Come andrà il 15 luglio? È una bella scommessa, ma l’intento di questo articolo è che si sappia che ci sono lotte e forme di resistenza  ovunque, che bisogna sostenere i più deboli, i più fragili, contro la prepotenza dei più forti. Chi può unirsi a loro, che faccia uno sforzo, sfidi il caldo e stia al loro fianco. Andrea De Lotto
July 10, 2026
Pressenza
Morire di sfratto
A Milano le politiche abitative orientate agli interessi della rendita e alla dismissione del patrimonio abitativo pubblico diventano giorno dopo giorno più efferate. Raccontiamo una storia triste, pubblicata sulla pagina facebook del Sicet, il sindacato inquilini casa e territorio di Milano.  È la storia di un uomo che lottava per l’assegnazione di una casa popolare per sé e per la propria famiglia e che, dopo mesi di vita in macchina, separato da moglie e bambini ospitati nel centro per le emergenze sociali Casa Jannacci del Comune di Milano, ha avuto un infarto. Non possiamo sapere se, qualora avesse avuto la casa cui aveva diritto, avrebbe avuto ugualmente questo malore, ma almeno sarebbe morto insieme ai suoi cari. Le nostre istituzioni pubbliche, stanno sempre più perdendo il riferimento ai valori fondanti della Costituzione ed è in atto una guerra contro i poveri, stranieri e italiani, che criminalizza, umilia, e cancella i diritti.  Per fortuna la nuova ideologia non è ancora così pervasiva e rimane un margine per il giusto cambiamento: l’Associazione Genitori Ginkgo Biloba e l’Associazione Gatta ci Cova delle scuole che i 3 figli minori frequentano, sconvolti dalla notizia del lutto subito e consapevoli delle difficoltà economiche della famiglia, hanno promosso una raccolta fondi, che è ancora attiva e a cui chiunque può partecipare: https://gofund.me/b62fb42eb.  Un bellissimo e importante gesto di solidarietà che deve far ancora più vergognare chi amministra la città di Milano e spronare i responsabili istituzionali a trovare subito una casa ai bambini e alla mamma. “Ricordiamo oggi Mohamed Behlak, iscritto al Sicet, un compagno, un amico. È morto improvvisamente di infarto venerdì 5 giugno. Da più di un anno combatteva tenacemente per il proprio diritto a una casa, con dignità, coraggio, caparbietà. Dovevamo vederci per preparare la documentazione necessaria a presentare insieme al nostro avvocato un ricorso al Tar contro il provvedimento di rigetto della domanda di assegnazione di un alloggio in emergenza (SAT) emesso dal Comune di Milano, arrivato dopo un anno dalla presentazione della domanda. E invece di Mohamed, si è presentato all’appuntamento il figlio più grande, che con la sua famiglia vive in un comune della provincia, a darmi la triste notizia.  Avevo conosciuto Mohamed a novembre, era venuto presso la nostra sede perché la sua domanda SAT era bloccata, nonostante il Municipio avesse riconosciuto l’incolpevolezza della morosità dello sfratto e la commissione competente avesse espresso parere favorevole all’assegnazione. A seguito dello sfratto Mohamed, la moglie e i 3 figli minorenni erano stati accolti in albergo, come previsto dalla delibera comunale. La figlia maggiorenne, esclusa dall’accoglienza, era stata costretta ad andare in Egitto, dai nonni, non avendo un posto dove vivere, qui a Milano, nella città in cui è nata e in cui non è ancora riuscita a rientrare perché senza casa, e dove avrebbe voluto iscriversi all’università, facoltà di Medicina. Dallo sfratto, dopo il periodo in albergo, Mohamed viveva in macchina, mentre la moglie e i bambini continuano ad essere accolti in Casa Jannacci, la struttura per le emergenze sociali del Comune che, è bene ricordare, il precedente garante per i diritti dell’infanzia aveva definito pubblicamente come non adeguata per i minori.  La domanda era stata bloccata perché nel nucleo anagrafico era presente, oltre alla figlia maggiorenne, rientrata in Egitto, un altro figlio di 22 anni, che prima dello sfratto era andato in Sudafrica con un permesso di studio per frequentare un corso professionale per diventare pilota. Per il Comune avere due figli diplomati intenzionati a frequentare l’università, ora impossibilitati a rientrare a Milano per la mancanza di una casa, era sospetto e incrinava la veridicità di quanto dichiarato.  Insieme a Mohamed abbiamo presentato un’integrazione della documentazione, poi abbiamo risposto a un preavviso di rigetto della domanda, poi al rigetto della domanda. Il verdetto finale:“[…]alla luce della valutazione complessiva, permangono criticità istruttorie relative alla definizione univoca del nucleo familiare e all’omogeneità della condizione emergenziale per i componenti dichiarati, tali da limitare la corretta comparabilità dell’istanza”.  Per il Comune non era possibile stabilire se un nucleo che da 6 mesi viveva diviso – due componenti all’estero, il capofamiglia in macchina e moglie e minori in Casa Jannacci – era meritevole dell’assegnazione di una casa in emergenza.  Mohamed era arrivato in Italia alla fine degli anni novanta. Aveva sempre lavorato come operaio, aveva ottenuto la cittadinanza italiana ed era riuscito a comprare una casa, che, a seguito del rialzo dei tassi di interessi dei mutui e della crisi del 2008 aveva perso. Da allora viveva in affitto, fino a quando, 17 anni dopo, non è arrivato lo sfratto.  Mohamed era un uomo e un lavoratore onesto. Era un uomo dolce, un padre che ha saputo trasmettere ai propri figli il valore dell’istruzione e dell’integrità. Era un uomo con grande senso della dignità e che aveva deciso di fare tutto il possibile per ottenere il rispetto dei propri diritti. Se avesse avuto una casa, se non fosse stato costretto a dormire in macchina mentre lavorava e gestiva gli spostamenti dei figli, se il suo cuore non fosse stato oppresso dal vedere la propria famiglia in un dormitorio pubblico, avrebbe avuto ugualmente quest’infarto fatale? Forse sì, ma forse… Ricordiamo con profonda tristezza, rabbia, consapevolezza dell’ingiustizia perpetrata nei confronti di Mohamed. E ricordiamo insieme a lui tutte le persone che perdono la vita a causa di politiche efferate contro i poveri e le classi lavoratrici e che invece difendono solo i privilegi della rendita e dei ricchi. Ricordiamo Giorgio, Letterio, ricordiamo i senza tetto morti per freddo nelle nostre strade a ridosso delle Olimpiadi. Quante sono oggi le persone che si ammalano e perdono la vita per la mancanza della casa?  Ora il nostro compito è non lasciare sola la famiglia di Mohamed. Facciamo un appello alle associazioni, alle Chiese, ai cittadini di Milano, perché la moglie di Mohamed e i suoi bambini non siano costretti a ritornare in viale Ortles. Abbiamo bisogno di trovare una casa ponte, emergenziale, dove possano essere ospitati al rientro dal funerale in Egitto, perché possano trovare un po’ di serenità, qualora il Comune, come ha fatto finora, si dimostri ancora una volta impotente e indifferente. Per poter continuare insieme la lotta per ottenere l’assegnazione di una casa popolare.  Condividiamo l’intervista che con coraggio aveva rilasciato alla giornalista Maria Elena Scandaliato: Non-e-un-posto-per-bambini-Lemergenza-abitativa-a-Milano-e-i-diritti-dei-minori- Ciao Mohamed, che la terra ti sia lieve.  Continueremo a stare vicini alla tua famiglia, perché la casa è un diritto e non ci arrenderemo.  Restiamo Umani.   Redazione Milano
June 22, 2026
Pressenza
TREVISO: CARICHE DI POLIZIA PER SFRATTARE 5 FAMIGLIE. I TRE IMMOBILI COMPRATI DA UN FONDO SPECULATIVO
Cariche della polizia per sfrattare 5 famiglie di lavoratori e lavoratrici con oltre dieci minori a carico questa mattina, martedì 16 giugno, in via Pisa a Treviso. La polizia in tenuta antisommossa ha caricato inquilini e attivisti del centro sociale Django e dell’Associazione Caminantes, che avevano raggiunto lo stabile per sostenere le famiglie sotto sgombero. Il bilancio è di due feriti tra i solidali. Una delle famiglie si trova ancora dentro lo stabile e non ha intenzione di abbandonare la propria casa. Le altre sono state buttate fuori di casa. Assenti i servizi sociali del Comune di Treviso nonostante la presenza di diversi minori. Attiviste e attivisti hanno lanciato un’assemblea pubblica per stasera sotto i palazzi dove sono avvenuti gli sgomberi. Lavoratori e lavoratrici, insieme alle loro famiglie, non hanno ricevuto l’avviso di sfratto per morosità incolpevole o per finita locazione. Fino al 2022, infatti, gli immobili di via Pisa erano di proprietà di un’impresa che è stata indagata per mafia. I tre condomini, dunque, sono stati messi all’asta e sono stati acquistati, per un 1.8 milioni di euro, dal fondo Dora RE Srl, riconducibile a “un’azienda fantasma con sede ad Amsterdam”, denuncia l’Associazione Caminantes. Non solo, Dora RE Srl è legata a Dora Spv e a Banca Finint, dietro la quale c’è l’imprenditore veneto Enrico Marchi, proprietario dell’aeroporto di Treviso e dei giornali dell’ex gruppo Gedi. Su Radio Onda d’Urto è intervenuta Gaia Righetto, attivista dell’Associazione Caminantes di Treviso. Ascolta o scarica.  
June 16, 2026
Radio Onda d`Urto
20.000 alloggi in affitto: un successo per i costruttori, non per la città
“Gli assessori Biagi e Coggiola insistono a rivendicare meriti inesistenti sul programma “20.000 alloggi in affitto”, ma più che meriti questa amministrazione ha pesanti responsabilità in una vicenda tutt’altro che limpida….” Così iniziava il mio intervento in Consiglio comunale … Leggi tutto L'articolo 20.000 alloggi in affitto: un successo per i costruttori, non per la città sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.