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In Italia ci sono quasi sei milioni di case vuote
Nel bel mezzo del fermento sociale che sta attraversando l’Europa per il diritto alla casa, l’Agenzia delle Entrate e il Dipartimento delle Finanze hanno pubblicato un rapporto che fotografa lo stato del mercato immobiliare in Italia, aggiornato al 2023. L’obiettivo è quello di restituire «una lettura coerente e articolata dello stock immobiliare, della distribuzione della ricchezza e dei redditi dei proprietari, della fiscalità, del mercato e della qualità del patrimonio». Uno dei dati che subito salta all’occhio è quello relativo alle case vuote, pari a 5,85 milioni, in crescita rispetto all’ultima rilevazione del 2020, quando erano 3,79 milioni. Il fenomeno riguarda tanto i grandi centri quanto le aree interne, inglobando le case vuote (comprese le seconde case), allacciate alla rete dei servizi e sfitte. Alla proprietà privata si aggiunge poi quella pubblica, restituendo un fenomeno complesso che apre a diverse riflessioni sulla pianificazione urbana. Il rapporto Gli immobili in Italia è la rilevazione periodica dell’Agenzia delle Entrate sull’abitare, proposta alle istituzioni come «uno strumento di supporto alle scelte pubbliche». Quest’anno giunge alla nona edizione, contando sul contributo del Dipartimento delle Finanze. «In Italia, il patrimonio abitativo supera i 6.000 miliardi di euro; circa tre famiglie su quattro risiedono in un’abitazione di proprietà e il prelievo immobiliare genera oltre 40 miliardi di euro di gettito annuo», scrivono Gianni Guerrieri e Maria Teresa Monteduro nell’introduzione. Uno dei dati catastali riportati nel primo capitolo, dedicato all’utilizzo dello stock immobiliare, riguarda la quota di case dichiarate “a disposizione” dai proprietari, che non ricoprono il ruolo di abitazione principale. Tra queste quasi 6 milioni di case vuote (pari al 17,7% dell’intero parco immobiliare) risultano anche le “seconde case” e quelle presenti sul mercato locativo ma senza affittuari mentre — precisano gli autori — «le unità immobiliari prive di allacciamento alle reti dell’energia elettrica, acqua, gas, e di fatto non utilizzate, a condizione che tali circostanze risultino da apposita dichiarazione sostitutiva di atto notorio, non rientrano negli “immobili a disposizione” ma nella categoria degli “altri utilizzi”». Questa particolare fattispecie di case a disposizione si aggiunge agli «immobili tenuti a disposizione in Italia da contribuenti che dimorano temporaneamente all’estero»; «agli immobili di proprietà condominiale (locali per la portineria, alloggio del portiere, autorimesse collettive, ecc)» e alle «abitazioni o pertinenze date in uso gratuito a un terzo e da questo locate con il regime delle locazioni brevi». Nel complesso, la categoria degli “altri utilizzi” conta 1,387 milioni di abitazioni. Sia in questo caso sia in quello relativo alle case “a disposizione”, lo studio non quantifica le diverse voci interne. Per questo motivo non è possibile sbilanciarsi sull’impatto che avrebbe la destinazione abitativa degli immobili vuoti, non rientranti tra le seconde case. Potrebbe mitigare l’attuale crisi delle grandi città e relativi hinterland, segnati da un’alta tensione abitativa (ATA), e quindi da squilibri tra i prezzi degli affitti e i redditi medi, elevata densità demografica e incidenza di non residenti, come pendolari o turisti. Nei comuni ATA, in termini percentuali, le case non immesse sul mercato locativo sono l’11,5%, sotto la media nazionale. Tuttavia in termini assoluti parliamo di oltre 2 milioni di immobili distribuiti tra poco più di 700 comuni. Stato ed enti locali potrebbero favorire l’incontro tra domanda e offerta, sebbene una soluzione a lungo termine necessiti di un approccio multidimensionale, che passa ad esempio per gli interventi di edilizia popolare, cui aggiungere l’utilizzo degli immobili pubblici (esclusi dal conteggio) o per un rapporto tra reddito e costo dell’abitare più sostenibile. Nella rilevazione dell’Agenzia delle Entrate emerge un grave problema generazionale: nel 2023 gli acquirenti di immobili sono stati circa 817mila. Di questi, gli under 36 sono appena 259mila, neanche un terzo del totale. Per quanto riguarda, invece, i comuni non segnati da un’alta tensione abitativa la quota di case sfitte sale al 21,4%, saldandosi con un altro fenomeno: lo spopolamento. In questa categoria rientrano infatti le famose aree interne, segnate da una progressiva perdita di servizi, tra disinteresse istituzionale e interventi inefficaci. Vi si aggiungono l’invecchiamento della popolazione, mediamente più alto rispetto a quello nazionale, e una generale carenza di opportunità lavorative. 425 Comuni italiani, dove in totale abitano 170mila persone, non hanno alcun negozio di generi alimentari sul proprio territorio. 206 Comuni sono invece privi di qualsiasi attività di commercio al dettaglio. Soltanto il 44% della popolazione italiana può accedere a un panificio entro 15 minuti, il 35% a una pescheria, il 60% a un fruttivendolo. Intanto le proteste europee contro carovita e caroaffitti vanno avanti, trovando un epicentro in Spagna, che l’11 novembre vivrà il suo primo sciopero generale in 14 anni. In Italia, dopo le proteste del fine settimana, l’Unione degli Inquilini ha lanciato un appello alla CGIL, per chiedere che il sindacato si faccia promotore di uno sciopero diffuso a livello europeo «che metta al centro il lavoro, il diritto all’abitare, il diritto allo studio e il welfare». Nel frattempo la CGIL ha deciso di non unirsi allo sciopero generale del 30 ottobre, lanciato dall’Unione Sindacale di Base, e ha convocato per il 20 novembre la propria mobilitazione. The post In Italia ci sono quasi sei milioni di case vuote appeared first on L'Indipendente.
October 22, 2026
L'INDIPENDENTE
Casa e povertà: il governo nulla fa
Tre articoli ripresi da “Diogene – lotta alla povertà” Povertà a Roma: da emergenza a stile di vita “Homeless” by StefZ is licensed under CC BY-NC-ND 2.0. A Roma si può avere un lavoro e non riuscire a pagare l’affitto, avere una casa e rinunciare alle cure, crescere dei figli e dipendere dagli aiuti alimentari. È la povertà descritta da
October 17, 2026
La Bottega del Barbieri
Spagna: multe e denunce ai media che hanno svelato i poliziotti infiltrati nei movimenti
BARCELLONA – Non sembra avere fine la repressione delle istituzioni spagnole contro i movimenti sociali e contro i media che la denunciano. Questo è quello che emerge dal comunicato della redazione del giornale cooperativo El Salto Diario, che riferisce di una sanzione pecuniaria di 5.000 euro imposta dall’Agenzia Spagnola per la Protezione dei Dati (AEPD) nei confronti della testata. L’accusa è di aver riportato i nomi falsi utilizzati dagli agenti, le iniziali dei nomi reali e riferimenti alle coperture impiegate durante le operazioni di infiltrazione della Policía Nacional nei movimenti sociali. Dalla redazione denunciano inoltre che, oltre alla multa, si prevede l’obbligo di censurare profondamente gli articoli, tanto da «renderli irriconoscibili». A El Salto si aggiungono anche i media La Directa, Vila Web e Diari de Balears. Le rispettive multe ammontano in tutto a più di 30.000 euro. Il fatto non è del tutto nuovo. Nel luglio del 2026, la redazione del giornale catalano di inchiesta La Directa denunciò l’apertura di un procedimento di sanzione da parte della AEPD per le indagini sugli agenti di polizia infiltrati nei movimenti sociali e indipendentisti. Inizialmente, le denunce non erano state ammesse a tramite, ma in seguito la direzione dell’Agencia Española de Protección de Datos ha riaperto il caso e ha dato inizio al processo di multa.  Il giornale investigativo catalano La Directa portò alla luce vari casi di infiltrazioni compiute da parte di agenti di polizia tra la Catalogna e la Comunità Valenciana tra il 2020 e il 2023. Nell’operazione di infiltrazione messa a punto dalla Comisaria General de Información de la Policia Nacional sono stati coinvolti almeno quattro agenti sotto falsa identità all’interno di alcuni movimenti sociali e indipendentisti attivi nelle regioni. Nonostante il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska non abbia mai riconosciuto quanto emerso dalle inchieste, il caos politico che ne è derivato ha fatto sì che il governo spagnolo riconoscesse che l’operazione d’infiltrazione rientrasse nella categoria degli «agenti dei servizi segreti». Queste figure, a differenza dei cosiddetti «agenti sotto copertura», non richiedono supervisione giudiziaria e, di conseguenza, sfuggono ad ogni tipo di controllo. È bene ricordare che le inchieste elaborate dai giornali incriminati hanno messo alla luce gravi lesioni dei diritti umani, quali libertà sessuale, inviolabilità del domicilio, protezione dei dati e libertà politica e di opinione. Secondo la risoluzione dell’agenzia spagnola, i giornali, tra cui El Salto Diario, vengono accusati di diffusione di informazione personale e professionale per aver riportato i nomi falsi utilizzati nel corso degli anni dagli agenti. Secondo AEDP queste «informazioni» permetterebbero l’identificazione delle persone che tra il 2020 e il 2023 si sono infiltrate nei movimenti sociali catalani e valenziani. Oltre alle sanzioni pecuniarie, viene quindi ordinato di ritirare parte delle informazioni pubblicate tra immagini e contenuti, elemento che, secondo l’avvocato della testata Raúl Maíllo «implica mutilare i testi per impedire qualsiasi tracciabilità, qualsiasi elemento oggettivo verificabile con cui si dimostri che questi agenti abbiano commesso il reato di spionaggio». Il Centro per la Difesa dei Diritti Umani – IRIDIA denuncia che questa modalità rappresenta «un bavaglio e un grave effetto intimidatorio sul giornalismo d’inchiesta». Va difatti sottolineato il paradosso che emerge dalla questione: mentre gli agenti di polizia infiltrati godono di impunità giudiziaria e insabbiamento istituzionale, i mezzi di comunicazione che hanno scoperchiato il caso hanno subito conseguenze legali. A questo si aggiungono le storie delle persone che hanno subito le intercettazioni: nonostante siano riconosciute da vari tribunali come vittime di tortura da parte delle forze dell’ordine, queste non hanno infatti ottenuto alcun giudizio sui fatti da nessun tribunale spagnolo.  Il caso desta particolare stupore se si tengono in considerazione le modalità con le quali sono state trattate questioni similari all’estero. Ad esempio, nel Regno Unito, i corpi di polizia e il governo britannico, davanti a casi di infiltrazione nei movimenti sociali, dopo un’ondata di proteste della società civile, si sono trovati costretti ad assumere la propria responsabilità e hanno proceduto con l’indennizzo delle vittime e un protocollo di scuse formali. Secondo Elisabet Borreda, copresidenta del Grup de Periodistes Ramon Barnils, questo procedimento sanzionatorio rappresenta un caso di SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Participation). Questa strategia è finalizzata ad intimorire attraverso procedimenti legali coloro che provano a criticare le attuazioni del potere costituito. Senza la necessità stretta di vincere un determinato procedimento legale, l’istituzione riesce così a disincentivare l’impegno di settori come il giornalismo indipendente, l’attivismo e il sindacalismo attuando una repressione dei diritti della libertà d’espressione. Mentre la politica istituzionale spagnola vive il suo momento di febbre elettorale, il caso messo in luce dalle redazioni delle testate incriminate dall’AEDP mostra come, senza l’attenzione e il sostegno della società civile, il giornalismo investigativo indipendente rischia seriamente di annegare a causa di bavagli e intimidazioni sistemiche messe in atto dalle istituzioni. Un elemento da non dimenticare, specialmente in campagna elettorale. The post Spagna: multe e denunce ai media che hanno svelato i poliziotti infiltrati nei movimenti appeared first on L'Indipendente.
October 15, 2026
L'INDIPENDENTE
Dentro alle proteste per la casa in Spagna: intervista a Manu García
La cosiddetta “rivoluzione delle chiavi” in Spagna sembra essere arrivata ad un punto di non ritorno. Dopo lo sgombero di Maricarmen, la signora invalida di 87 anni sfrattata dalla casa nella quale ha vissuto per più di mezzo secolo e morta in ospedale due settimane dopo i fatti, l’onda delle proteste non ha fatto che crescere. Madrid, Malaga e Barcellona sono alcune delle città in cui sono stati organizzati accampamenti per protestare contro la crisi della casa, con centinaia di migliaia di persone scese in strada per partecipare a cortei e manifestazioni. I sindacati sono riusciti a convocare uno sciopero generale unitario per l’11 novembre. Intanto, la politica istituzionale si prepara a una tornata elettorale spietata, nella quale il diritto all’abitare sembra essere la tematica sulla quale molti partiti stanno già cercando di far convergere la propria campagna elettorale. Ne abbiamo parlato con Manu García, membro della Confederació d’Habitatge de Catalunya (COSHAC), confederazione sindacale attiva nella lotta per il diritto all’abitare nel contesto catalano. Partiamo da una domanda generale: potrebbe raccontarci il percorso della lotta per la casa, che negli ultimi giorni è sfociata nell’accampamento e che nelle prossime settimane porterà allo sciopero generale? E più in generale, qual è la sensazione all’interno di COSHAC a Barcellona? Come state vivendo questo momento? COSHAC si è costituita appena un anno e mezzo fa. È stato il risultato di un processo che è arrivato dopo molti anni in cui operavamo attraverso sindacati più radicati a livello locale, nei quartieri, nei paesi e nelle piccole città. Quello che è successo nelle ultime due settimane lo viviamo anche come una conseguenza della situazione che si è verificata a Madrid. Allo stesso tempo, però, vediamo chiaramente che tutto il lavoro svolto negli anni dai sindacati — sul piano dell’organizzazione, dell’elaborazione di un discorso politico, della presenza sul territorio e della capacità di diventare soggetti riconosciuti da tante persone — sta dando i suoi frutti. In situazioni come quella che stiamo vivendo adesso, abbiamo la sensazione che quanto sta accadendo sia il risultato di questo lavoro. Come successo in altre occasioni, quando si verificano eventi di questo tipo, veniamo sempre un po’ colti di sorpresa. Sappiamo qual è la situazione: c’è molta rabbia, molta disperazione. Ma stiamo vedendo anche che c’è tantissima voglia di partecipare. La manifestazione che si è svolta a Barcellona lunedì 5 ottobre è stata una dimostrazione di tutto questo. Inizialmente avrebbe dovuto tenersi di sabato, ma è stata rinviata a causa dell’allerta meteo. È stata quindi spostata al lunedì, che non è certo il giorno più comodo per scendere in piazza. Eppure la partecipazione ci ha completamente travolti: stimiamo che ci fossero sicuramente più di 100.000 persone. Noi di COSHAC stiamo vivendo questo momento anche come un’opportunità per avanzare e rafforzare le nostre organizzazioni. Accampamento nella Plaça Catalunya di Barcellona La lotta per il diritto alla casa a Barcellona non è evidentemente un fatto nuovo. Solo negli ultimi anni ci sono stati diversi momenti in cui la militanza è scesa in piazza per protestare: il caso della Casa Orsola, la mobilitazione contro la Coppa America e la moltitudinaria manifestazione del 5 aprile 2025. Perché pensa che qui la lotta sia così attiva? E qual è la situazione attuale in Catalogna per quanto riguarda il diritto alla casa? Storicamente, Barcellona è sempre stata una città con una tradizione molto importante di lotta sociale. Non è un caso: qui anche il conflitto di classe, il potere della borghesia e la repressione poliziesca hanno avuto un peso enorme. Lotta sociale e repressione sono sempre stati presenti. Siamo organizzati e abbiamo costruito una presenza sul territorio, ma bisogna considerare anche che la Catalogna è il territorio dello Stato spagnolo in cui si eseguono più sfratti e in cui i prezzi delle abitazioni sono più alti. Inoltre, subiamo una repressione molto forte nei confronti dell’organizzazione collettiva. Negli ultimi tempi, questa si manifesta soprattutto attraverso sanzioni amministrative, previste dalla Ley mordaza (legge bavaglio), contro le persone che si organizzano nei sindacati, partecipano alle manifestazioni o cercano di impedire gli sfratti. Quanto alla situazione attuale, io la vedo così: tutta questa tensione e tutta questa capacità organizzativa esistevano già, anche se erano rimaste un po’ in secondo piano. Quello che è successo a Madrid e il modo in cui il sindacato degli inquilini di Madrid ha saputo gestire il caso di Maricarmen, portandolo all’attenzione dei media e al centro del dibattito politico, hanno fatto emergere anche qui tutte quelle energie che erano già presenti. Nel caso di Barcellona, per esempio, l’accampamento è nato da un’organizzazione completamente autonoma: persone che hanno deciso di accamparsi senza essere necessariamente già organizzate all’interno di sindacati o collettivi. Adesso c’è un po’ di tutto: militanti organizzati e persone che sono lì per partecipare. In realtà, tutto questo fermento esisteva già, in modo latente. Serviva soltanto una scintilla che facesse esplodere la situazione. Possiamo dire che la situazione è esplosa dopo che Vox, PP e Junts hanno bocciato i due decreti sulla casa, in seguito allo sfratto di Maricarmen. Tuttavia, una parte consistente della militanza ha criticato la decisione di dividere il provvedimento in due decreti distinti: perché? E, secondo voi, come dovrebbe essere strutturato un decreto sulla casa? Noi abbiamo sostenuto fin dall’inizio che il decreto originario, così come era stato proposto dal Sindacato de Inquilinas di Madrid, doveva prevedere quattro punti fondamentali: il congelamento degli affitti, il divieto di acquisti speculativi, contratti a tempo indeterminato e garanzie contro gli sfratti. Per il movimento per la casa, nel suo complesso, queste sono rivendicazioni minime. Bisogna far capire ai partiti politici che siamo arrivati a una situazione in cui le persone si tolgono la vita dopo aver subito uno sfratto o anche soltanto di fronte alla minaccia di essere sfrattate. Proprio in queste due settimane abbiamo saputo della morte di due persone, Olga e Javier, due abitanti di L’Hospitalet de Llobregat che si sono tolti la vita. Olga era stata sfrattata alcuni mesi prima, Javier era minacciato di sfratto e non sapeva come affrontare la situazione. Esiste un sentimento di assoluta insicurezza abitativa che riguarda una larga parte della popolazione lavoratrice. Le persone vivono costantemente con la paura di essere cacciate di casa, di vedersi cambiare le condizioni contrattuali e di non sapere dove potranno andare a vivere in seguito. Tutto questo va avanti da anni e anni, e per questo consideravamo quel decreto, con quelle rivendicazioni, una soglia minima, una base essenziale. Siamo particolarmente critici perché queste situazioni si ripetono da anni senza che il governo abbia adottato misure realmente efficaci. Continua infatti a cercare di soddisfare gli interessi di chi specula sulla casa. È una contraddizione che denunciamo da molto tempo: o si difende il diritto alla casa della maggioranza della popolazione lavoratrice, oppure si difendono gli interessi di chi specula, trae profitto e fa affari con l’abitazione. Soddisfare entrambi questi interessi è materialmente impossibile. Giovani protestano durante la manifestazione per la casa Negli ambienti progressisti dei media italiani, Sánchez gode di una certa popolarità. Dopo il voto contrario della destra ai decreti sulla casa, lo stesso Sánchez sta cercando di rivendicare la questione abitativa come una battaglia personale o del PSOE. Eppure, Barcellona rappresenta un esempio emblematico della gestione socialista, sia a livello comunale sia a livello della comunità autonoma. Può spiegare perché Sánchez e il PSOE, secondo voi, non sono nella posizione migliore per parlare di questo tema? Il PSOE è al governo da otto anni e, durante tutto questo periodo, non ha adottato misure che consideriamo efficaci. Gli sfratti sono continuati, soprattutto in Catalogna, e i prezzi delle abitazioni hanno continuato ad aumentare. Quando è stata approvata l’attuale legge sulla casa, ad esempio, abbiamo denunciato come questa lasciasse un vuoto legislativo sugli affitti temporanei e quelli delle stanze. Poiché queste forme di locazione non erano adeguatamente regolamentate, avevamo avvertito che la speculazione si sarebbe spostata proprio lì, come è effettivamente successo a Barcellona e in Catalogna. Ma lasciare deliberatamente queste lacune normative ha fatto sì che una parte consistente dell’offerta abitativa venisse pubblicizzata come affitto temporaneo, consentendo ai proprietari di continuare a chiedere le cifre che volevano. Per noi, questo dimostra che il PSOE non ha realmente voluto risolvere il problema. Inoltre, il suo atteggiamento nei confronti dei sindacati e delle organizzazioni che cercano di impedire gli sfratti, qui in Catalogna e soprattutto a Barcellona, è stato quello della repressione. Ha imposto tutte le sanzioni economiche che poteva contro le persone che cercavano di esercitare la disobbedienza civile pacifica per impedire gli sfratti e ha avviato procedimenti giudiziari. Al di là dell’immagine che il PSOE cerca di proiettare adesso, conosciamo fin troppo bene questa formazione politica, i suoi metodi e i suoi interessi per lasciarci ingannare. Per concludere, come vede i prossimi passi? Ci sarà lo sciopero generale dell’11 novembre, poi arriveranno le elezioni e, dopo il voto, probabilmente l’attenzione dei media generalisti sulla questione abitativa diminuirà. Come immagina il prossimo futuro della lotta per il diritto alla casa? Ci auguriamo che dallo sciopero e dalle lotte successive possa nascere una nuova fase. Perché su questo abbiamo le idee molto chiare: lo sciopero non è un obiettivo finale, né un punto di arrivo. È l’inizio. Pensiamo che alcune delle rivendicazioni fondamentali alla base dello sciopero — come i contratti a tempo indeterminato, il divieto di acquisti speculativi e misure contro gli sfratti che offrano maggiori garanzie e ne impediscano un numero più elevato — possano essere conquistate. Possiamo esercitare una pressione politica sufficiente affinché, indipendentemente da chi vincerà le elezioni, alcune di queste misure vengano approvate. In ogni caso noi continueremo a lottare per il nostro obiettivo finale: sottrarre la casa alle logiche del mercato, fare in modo che sia un diritto garantito e renderla accessibile a tutti. Sappiamo che questo traguardo non sarà raggiunto con un solo sciopero, né in tempi brevi. Ma vediamo una progressione. Da quando abbiamo iniziato a svolgere attività sindacale, circa dieci anni fa, abbiamo attraversato diverse fasi, conquistato legittimità e guadagnato forza. Oggi siamo sempre più capaci di essere soggetti in grado di influenzare l’agenda politica, di costringere i governi a prendere posizione e a discutere le nostre proposte e rivendicazioni. Non dobbiamo dimenticare che, ad esempio, lo scorso giovedì 8 ottobre per oltre dodici ore abbiamo difeso un edificio occupato in cui vivevano 50 persone. Durante tutte quelle dodici ore erano presenti tra le 500 e le 1.000 persone organizzate sul posto e impegnate a impedire lo sgombero, che alla fine non è stato eseguito. Sono state le persone organizzate presenti sul posto a portare la situazione a quel punto, a impedire che le unità antisommossa eseguissero lo sfratto e a costringere il governo ad acquistare l’edificio. Anche in altri casi, come quello di Casa Orsola, quello di Llenguadoc 74 e quello di Sant Agustí, la massiccia partecipazione delle persone accorse per impedire gli sgomberi ha costretto il governo a cercare una soluzione, perché non osava procedere di fronte a così tante persone organizzate. Il nostro obiettivo è che situazioni del genere si verifichino dieci, cinquanta, cento volte più spesso. The post Dentro alle proteste per la casa in Spagna: intervista a Manu García appeared first on L'Indipendente.
October 13, 2026
L'INDIPENDENTE
Spagna, è morta Maricarmen Abascal, simbolo delle proteste contro gli sfratti
Maricarmen Abascal, la donna di 87 anni diventata simbolo della crisi abitativa in Spagna, è morta oggi in ospedale a Madrid, poche ore prima di firmare il contratto che le avrebbe permesso di tornare a vivere nell’appartamento da cui era stata sfrattata da un fondo immobiliare che le aveva aumentato l’affitto da 500 a 2.600 euro al mese. La sua vicenda ha scatenato forti proteste, con manifestazioni in molte città spagnole e un’”acampada” a Puerta del Sol, a Madrid (dove è nato nel 2011 il movimento degli Indignados), incentrate su diritto alla casa. I decreti presentati dal governo di Pedro Sánchez stati bocciati dal Congresso spagnolo, una sconfitta che lo ha spinto a sciogliere le Camere e a indire elezioni anticipate. Dopo l’annuncio della morte di Maricarmen, il Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid ha indetto una manifestazione che partendo da Puerta del Sol arriverà a quella che è stata la sua casa per oltre 70 anni. “La storia di Maricarmen”, si legge nella pagina Facebook del sindacato, “si è trasformata da una storia personale a un problema di molti: il diritto a una casa degna. La sua lotta è riuscita a risvegliare qualcosa di importante: la solidarietà e la risposta di una cittadinanza che non vuole restare indifferente davanti a una situazione ingiusta.” https://www.facebook.com/inquilinatoMadrid   Redazione Italia
October 8, 2026
Pressenza
Spagna, la mossa di Sánchez: approvati di forza i decreti per la casa
Dopo lo scioglimento delle Camere, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha meno di due mesi per provare a risalire la china del consenso e presentarsi alle urne del 29 novembre con una maggioranza ancora competitiva. Il premier ha deciso di ripartire dalla questione più urgente: il diritto alla casa. Il Consiglio dei ministri ha approvato due decreti quasi del tutto identici a quelli bocciati la scorsa settimana dall’opposizione e da Junts, partito esterno all’esecutivo che ne sostiene la maggioranza parlamentare. I provvedimenti dispongono uno stop parziale agli sfratti, detrazioni sui canoni e limiti alle speculazioni dei fondi immobiliari. Con le Camere sciolte, i decreti dovranno essere sottoposti alla Diputación Permanente, una sorta di Parlamento ristretto che resta in carica durante le crisi, la cui maggioranza dei seggi è in mano ai partiti di governo. Nel frattempo, la mobilitazione continua: i manifestanti hanno ottenuto dai principali sindacati del Paese la proclamazione di uno sciopero generale, la cui data sarà ufficializzata nei prossimi giorni. I due decreti approvati da Sánchez non differiscono molto da quelli varati alla fine di settembre. Il primo proroga di due anni i contratti in scadenza entro il 2028 e vieta fino al 2030 gli sfratti di persone vulnerabili senza alternativa abitativa; il secondo introduce nuove misure per la stabilità degli affitti, tra cui un meccanismo di rinnovo automatico dei contratti. Con le nuove disposizioni, inoltre, le entità speculative e i grandi proprietari immobiliari avranno limiti nell’acquisto di immobili residenziali. In aggiunta ai precedenti decreti, i nuovi provvedimenti stanziano 280 milioni per la costruzione di nuovi edifici e ulteriori 400 milioni per l’edilizia popolare. I primi decreti erano stati bocciati dal Congresso spagnolo con i voti decisivi del Partito Popolare e di Vox, all’opposizione, e dei sette deputati di Junts per Catalunya, partito indipendentista catalano che, pur non facendo parte del governo, ne sostiene la maggioranza parlamentare. Davanti alle ampie mobilitazioni cittadine, innescate dallo sfratto dell’87enne Maricarmen, la sconfitta in aula ha spinto Sánchez a sciogliere le Camere e indire elezioni anticipate. La tornata elettorale si terrà il 29 novembre, in un contesto segnato dall’ascesa delle destre all’opposizione. Davanti a tale quadro, l’approvazione di due decreti già bocciati dal Parlamento assume un valore strategico: con lo scioglimento delle Camere, i provvedimenti dovranno infatti essere sottoposti alla Diputación Permanente, l’organo del Congresso che rimane in funzione durante il periodo di scioglimento per garantire la continuità parlamentare e che può convalidare o respingere i decreti-legge adottati dal governo. Sebbene la sua composizione rifletta proporzionalmente i numeri del Congresso, la dimensione ridotta ridisegna il peso dei singoli partiti. Dei 69 seggi totali, la maggioranza di governo composta da socialisti e Sumar ne occupa 35, uno in più dell’alleanza tra Vox, PP e Junts: un margine risicato, che tuttavia potrebbe risultare decisivo per le prossime elezioni. Nel frattempo non si fermano le contestazioni. Ieri, i manifestanti di Puerta del Sol, la piazza madrilena occupata da giorni da centinaia di tende come forma di protesta contro la crisi abitativa, hanno spinto i principali sindacati del Paese a convocare uno sciopero generale di 24 ore, che dovrebbe tenersi a novembre. Nonostante i nuovi decreti di Sánchez, lo sciopero non è stato ritirato e le organizzazioni per il diritto alla casa, pur accogliendo le misure del governo spagnolo, hanno rilanciato la protesta. «Chiediamo che le misure annunciate si trasformino in diritti effettivi, senza tagli», si legge in un comunicato del Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid. «I nostri diritti non possono dipendere da calcoli elettorali».   L'Indipendente
October 8, 2026
Pressenza
VALENCIA: PROSEGUE L’ACAMPADA PER IL DIRITTO ALL’ABITARE. 11 NOVEMBRE SCIOPERO GENERALE
Centinaia di migliaia di manifestanti avevano invaso sabato scorso le strade di una cinquantina di città spagnole per protestare contro la bocciatura della «legge Maricarmen», i due decreti legge sull’emergenza abitativa promulgati martedì dal governo Sánchez e respinti venerdì dai deputati alle Cortes. A Valencia si erano verificate violente cariche della polizia, con scontri e cinque persone tratte in arresto. Dopo due giorni di detenzione lunedì il processo per direttissima , al termine del quale sono stati scarcerati . La polizia aveva detto che nove agenti di Policia Nacional erano rimasti feriti durante la manifestazione. I manifestanti accusano la polizia di aver usato gas e pallottole di gomma contro di loro. Gli scontri erano avvenuti alla fine della marcia fuori dal Palau de Les Arts della città, dove si stava svolgendo il Valencia Real Estate Summit 2026, una sorta di raduno delle principali imprese immobiliari e del mercato della casa. L’11 novembre è in programma in tutta la Spagna lo sciopero generale per il diritto all’abitare. Sciopero di 24 ore per rivendicare “salari sufficienti per accedere a una casa degna”, convocato dalle principali organizzazioni sindacali, Comisiones Obreras (CcOo) e Union General de Trabajadores (Ugt) insieme al Sindicato de Inquilinas, che da settimane guida le mobilitazioni contro l’emergenza abitativa. Prosegue intanto l’acampada in Placa de l’Ajuntament. Una partecipata assemblea che si è tenuta ieri sera ha dato due indicazioni per i prossimi giorni: uno per giovedi 8 ottobre contro il rischio di attacchi di gruppi di estrema destra, mentre l’altro per venerdi 9 ottobre contro il rischio di uno sgombero da parte dell’Amministrazione Comunale. Il punto sulla mobilitazione con Anna compagna italiana che vive a Valencia e che sta partecipando alla mobilitazione Ascolta o scarica 
October 7, 2026
Radio Onda d`Urto