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Non sono le persone a stare ai margini, ma le politiche a produrre marginalità. La ricerca di WeWorld
Molto spesso immaginiamo “i margini” come luoghi lontani: periferie remote, contesti estremi, spazi che sembrano non avere nulla a che fare con la nostra quotidianità. Eppure, i margini sono più vicini di quanto crediamo: abitano i quartieri che attraversiamo ogni giorno senza fermarci a guardare, i territori dove i servizi si diradano e dove le disuguaglianze si amplificano, spesso senza che ce ne accorgiamo. I margini assumono molte forme e non si manifestano sempre allo stesso modo. Possono riguardare chi siamo, le nostre condizioni di vita, le opportunità disponibili, la possibilità di essere riconosciuti e ascoltati. In contesti già segnati da fragilità sociali, economiche e territoriali, possono emergere quelli che definiamo “margini nei margini”, per cui alcune persone affrontano forme di esclusione aggiuntive, che si sovrappongono e rendono ancora più difficile l’accesso ai diritti e alle opportunità. Guardare ai margini, quindi, significa osservare come le disuguaglianze prendono forma nei contesti concreti in cui si vive. Oggi oltre 2,2 milioni di famiglie vivono in povertà assoluta (Istat, 2025) e quasi 1 persona giovane su 6 non studia e non lavora (Istat BES, 2025). Si stima che nelle città italiane vivano più di 50mila persone senza dimora (Istat, 2015). Le domande di asilo da parte delle persone migranti ammontano a 151mila richieste, ma quasi 2 su 3 (64,1%) vengono respinte alla prima istanza (Istat, 2025). L’85% del lavoro non retribuito è costituito dal lavoro di cura, che ricade principalmente sulle donne (OIL, 2025). Tra il 2004 e il 2024, la spesa media mensile per l’abitazione in Italia è aumentata dell’8,5%, passando da 293 a 318 euro, confermando un aumento dei costi abitativi che pesa fortemente sui bilanci familiari (Istat, 2025). Di “margini” si occupa l’ultimo report “Abitare i margini” di WeWorld, una ricerca‑azione in sette dei territori italiani in cui l’organizzazione no profit italiana indipendente lavora Milano (Corvetto, Barona e Giambellino), Bologna (San Donato-San Vitale), Roma (San Basilio), Napoli (Scampia-Miano), Cagliari (Sant’Elia), Aversa e Ventimiglia, insieme ai partner BeFree, CEMEA del Mezzogiorno, CADIAI, Fondazione Somaschi, Via Libera Cooperativa Sociale – Gruppo L’Impronta e Patatrac. Si tratta di territori diversi, ma attraversati da dinamiche comuni: povertà economica, carenza di servizi, disuguaglianze educative, precarietà abitativa e lavorativa, spesso rafforzate da politiche frammentarie. Il nostro approccio è stato volutamente situato, radicato nei contesti locali, perché ogni territorio racconta il margine in modo diverso e non può emergere da un’unica lente di lettura. Il lavoro ha coinvolto tante voci: oltre 330 persone, di cui 237 tra bambini, bambine, donne e persone in transito che partecipano ai  programmi di WeWorld, ma anche partner territoriali, reti di quartiere, istituzioni e organizzazioni della società civile. Attraverso interviste, laboratori e momenti di confronto collettivo, sono state raccolte le esperienze di chi vive i margini ogni giorno. Questo lavoro ha permesso di costruire letture condivise per orientare interventi e pratiche nei territori. L’obiettivo è stato capire insieme da dove nasce il margine e come sia possibile “smarginare”, cioè modificare le condizioni che lo producono. Non si tratta di portare al centro chi vive ai margini, facendo adattare le persone a un sistema che produce disuguaglianze, ma di cambiare quel sistema. Le marginalità non sono inevitabili: sono il risultato di scelte economiche, istituzionali e politiche. Per questo, la proposta è chiara: non si tratta di includere chi resta ai margini, ma di trasformare il centro stesso, redistribuendo potere, risorse e possibilità. Lo studio evidenzia come le disuguaglianze si stratifichino ad esempio anche rispetto al genere: le donne continuano a sostenere la maggior parte del lavoro di cura non retribuito e registrano livelli più bassi di occupazione e reddito, con effetti diretti sull’autonomia e sull’accesso alle opportunità. L’indagine ricostruisce una geografia dei margini che non si limita tuttavia a mappare le esclusioni, ma analizza i processi che le generano e le trasformano, restituendo una lettura profonda delle marginalità contemporanee e superando l’idea che si tratti solo di condizioni geografiche e realtà lontane, ma condizioni che si formano nelle dinamiche sociali, nelle politiche pubbliche e nei modelli economici dei territori. Nei territori osservati, diritti fondamentali faticano a tradursi in condizioni concrete. Il diritto alla casa può diventare precario; l’accesso ai servizi si complica; il lavoro non sempre garantisce autonomia economica; la scuola fatica a essere uno strumento effettivo di uguaglianza. “I margini non sono un quartiere o una periferia, sono spazi economici, politici, sociali e geografici” sottolinea Andrea Comollo, Direttore Programmi Domestici di WeWorld. “A volte sono tutte queste cose insieme, con una forte valenza di disuguaglianza. A volte c’è sovrapposizione tra aree urbane periferiche e marginalità , altre volte sono più nascosti e difficili da individuare. Il tentativo spesso è quello di rattoppare i margini, inglobarli, pulirli e normalizzarli. Assegnare uno spazio ai margini perché possano sempre essere in relazione con il centro, perché possano nutrire il centro. Con Abitare i Margini l’attenzione e la voce torna alle persone che i margini li attraversano ogni giorno”. Qui per scaricare la ricerca: https://www.weworld.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/abitare-i-margini.   Giovanni Caprio
April 23, 2026
Pressenza
Case pubbliche e disuguaglianze: quando il diritto non basta più
Nel dibattito sull’edilizia residenziale pubblica si continua spesso a parlare come se il problema fosse interno al sistema: graduatorie, requisiti, controlli, subentri. Ma questa è solo una parte della storia. E forse nemmeno la più importante. Il punto è che oggi l’ERP si trova a operare dentro un contesto profondamente cambiato. Il recente rapporto della Banca d’Italia sulla Campania restituisce un quadro chiaro: la crescita economica esiste, ma è fragile, diseguale, incapace di ridurre davvero le distanze sociali. Il lavoro resta precario, i redditi stagnano e l’accesso al mercato abitativo è sempre più difficile. È in questo spazio che l’edilizia residenziale pubblica torna ad assumere un ruolo centrale. Non come residuo del passato, ma come uno degli ultimi strumenti concreti di riequilibrio sociale. Eppure, proprio mentre il bisogno aumenta, il sistema continua a funzionare secondo logiche costruite per un contesto diverso. La giurisprudenza più recente lo dice con chiarezza: il bisogno abitativo, da solo, non è sufficiente a fondare un diritto al subentro o alla permanenza nell’alloggio. È un principio giuridicamente corretto, necessario per evitare che l’ERP si trasformi in una sanatoria permanente delle occupazioni o in un sistema privo di regole. Ma è anche un principio che, letto dentro il contesto attuale, apre una domanda più ampia. Dire che il bisogno non basta è giuridicamente corretto. Ma quando quel bisogno cresce, il limite non è più solo del diritto: è della capacità del sistema di rispondere. L’ERP nasce come funzione pubblica regolata: non distribuisce case, ma organizza l’accesso a una risorsa limitata secondo criteri di equità. Le graduatorie, i requisiti, i controlli servono a garantire che quella risorsa vada a chi ne ha più diritto, non a chi riesce ad arrivarci prima o con maggiore forza. Questo impianto, però, presuppone una condizione di fondo: che il sistema sia in grado, almeno in parte, di assorbire il bisogno. Quando questa condizione viene meno, le regole iniziano a essere percepite non come strumenti di equità, ma come barriere. Ed è esattamente ciò che sta accadendo. Le occupazioni sine titulo non sono solo violazioni della legge. Sono anche il segnale di una domanda abitativa che non trova risposta. Allo stesso modo, il contenzioso crescente in materia di subentro non è solo una questione interpretativa: è il riflesso di una pressione sociale che si scarica sul sistema giuridico. La giurisprudenza, in questo scenario, svolge una funzione necessaria ma limitata. Può stabilire quando un subentro è illegittimo. Può ribadire che il bisogno non sostituisce le regole. Ma non può risolvere il problema che genera quel contenzioso. E qui emerge una prima contraddizione. Si chiede al diritto di tenere insieme equità e legalità in un contesto in cui le politiche pubbliche non riescono più a garantire un equilibrio tra domanda e offerta. Il risultato è una tensione crescente: da un lato, la necessità di applicare le regole; dall’altro, la difficoltà di farlo senza produrre esclusione. In questo senso, la giurisprudenza più recente non va letta solo come un limite, ma anche come un segnale. Quando i giudici affermano che il bisogno non basta, stanno implicitamente dicendo che il sistema non può essere corretto caso per caso. Che l’equità non può essere affidata alla singola decisione giudiziaria. Che esiste un livello – quello delle politiche pubbliche – che deve assumersi la responsabilità di intervenire. E invece questo livello resta spesso sullo sfondo. Il rischio, allora, è duplice. Da un lato, un irrigidimento del sistema, che continua ad applicare regole pensate per un contesto meno critico. Dall’altro, una crescente delegittimazione di quelle stesse regole, percepite come incapaci di rispondere alla realtà. In mezzo, c’è l’ERP. Un sistema che continua a essere caricato di aspettative sempre maggiori, senza che vengano adeguati gli strumenti per sostenerle. Eppure, proprio qui si gioca una partita decisiva. Perché l’edilizia residenziale pubblica non è solo una politica settoriale. È uno degli ambiti in cui si misura la capacità delle istituzioni di rendere effettivi i diritti sociali. Non in astratto, ma nella loro dimensione più concreta: quella dell’abitare. Quando il diritto alla casa resta formalmente riconosciuto ma sostanzialmente inaccessibile, il problema non è solo sociale. È istituzionale. Significa che il sistema delle regole continua a funzionare, ma si allontana dalla realtà che dovrebbe governare. E allora la domanda non può più essere solo: è legittimo questo subentro? La domanda diventa più radicale: il sistema è ancora in grado di garantire l’equità che promette? Se la risposta è incerta, il rischio è che il conflitto si sposti sempre di più dal piano amministrativo a quello giudiziario, e da lì a quello sociale. Per evitarlo, serve un cambio di prospettiva. Non si tratta di indebolire le regole. Al contrario, si tratta di rafforzare la capacità del sistema di renderle sostenibili. Questo significa investimenti, aggiornamento delle politiche abitative, revisione degli strumenti di accesso, ma soprattutto una presa d’atto: il bisogno abitativo non è un’emergenza temporanea, è una condizione strutturale. Continuare a trattarlo come un’eccezione significa spostare il problema, non risolverlo. La giurisprudenza, nel suo perimetro, continuerà a fare il proprio lavoro: garantire coerenza, evitare scorciatoie, tutelare l’equità formale. Ma se non si interviene sul piano delle politiche pubbliche, quella coerenza rischia di trasformarsi, nel tempo, in distanza. E una distanza troppo ampia tra diritto e realtà è sempre un problema. Non solo per chi resta fuori dal sistema, ma per il sistema stesso. Perché un diritto che non riesce più a intercettare il bisogno finisce, prima o poi, per essere messo in discussione. Redazione Napoli
March 25, 2026
Pressenza
Housing First: primo, offrire una casa
Sono usciti i dati dell’osservatorio nazionale (Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora) sui decessi di persone senza dimora nel corso del 2025: 414 persone sono morte in strada in Italia. Nel 2024 erano state 399. Nel primo mese e mezzo del 2026 sono oltre 80. Concentrati soprattutto (ma non solo) nelle grandi città e in inverno. Una strage silenziosa. Forse dare uno sguardo al lavoro che stanno facendo all’estero potrebbe aiutare ad avere una visione diversa del problema. Helsinki in Finlandia è la prima città al mondo per il lavoro sociale che sta facendo con i senzatetto. Basterebbe andare a vedere cosa fanno per l’emarginazione, basterebbe un’andata e ritorno in settimana col treno. Ma si vuole invece scaricare sui senzatetto la responsabilità che non vogliono farsi aiutare. Il Modello “Housing First” sta facendo scuola nel mondo, meno che in Italia. I Finlandesi invece di considerare la casa come un premio ai “barboni fannulloni” (sentito con le mie orecchie da un politico lombardo) forniscono una casa permanente come primo passo, sostenendo che sia impossibile risolvere problemi di dipendenza o salute mentale vivendo in strada. Questo ha portato alla quasi eliminazione dei senzatetto cronici, convertendo vecchi rifugi temporanei in appartamenti stabili. E c’erano centinaia e centinaia di senzatetto ad Helsinki, fino a dieci anni fa. E poi c’è Vienna in Austria, famosa nel mondo per le sue politiche di edilizia sociale, Vienna impedisce che le persone diventino senzatetto grazie a un’ampia offerta di case popolari (circa il 60% della popolazione vive in alloggi sovvenzionati dal governo) e a una forte rete di prevenzione. Prima ancora di finire in strada ti danno un alloggio. Il lavoro di queste città risiede nel trattare la casa come un diritto fondamentale piuttosto che come un servizio per privilegiati, unendo l’alloggio stabile a servizi di supporto personalizzati (assistenza sanitaria, sociale e psicologica). In poche parole tratta i senzatetto come esseri umani e non immondizia di cui sbarazzarsi. E cosa dire di Houston nel Texas, ormai considerata la prima città negli stati uniti più efficace nell’aiuto ai senzatetto. Negli ultimi dieci anni, Houston ha ridotto il numero di senzatetto di oltre la metà, utilizzando un approccio coordinato tra varie agenzie e applicando il modello Housing First (quello Finlandese) per spostare le persone dalle tendopoli ad appartamenti permanenti. La verità è che la politica italiana se ne frega, se ne è sempre fregata. I senzatetto in Italia sono solo un problema di decoro. E la barzelletta che non vogliono farsi aiutare, in Italia è una grande verità, all’estero invece rimane soltanto una battuta triste e squallida (a Helsinki la popolazione di senzatetto che non chiede aiuto si attesta intorno al 10 per cento. Una persona su dieci). Dai una casa! Dai un aiuto sociale e psicologico! Dai assistenza medica e farmaci gratuiti! Dai una rete sociale dove non si sentono più soli! E poi vedi se non si fanno aiutare. Come ho detto: la narrazione che non vogliono aiuto ha valore solo in Italia. Se non esistessero i volontari, i decessi sarebbero migliaia all’anno in Italia. Ma non si può scaricare tutto sui volontari. Il modello Finlandese è stato applicato in oltre 70 città nel mondo. E ogni anno aumentano le città che prendono questo modello come esempio. Il problema, in fin dei conti, non è complesso: i soldi. L’osservatorio lo scrive chiaramente: ogni anno i decessi tra i senza dimora sono destinati ad aumentare. La politica italiana è bravissima a scaricare questo disastro sugli ultimi della società. Del resto siamo il fanalino di coda sul lavoro sociale. Tutto sulle spalle dei volontari. Un consiglio ai politici: visto che viaggiate dalla mattina alla sera gratis su aerei e treni di lusso, e manco pagate per il ristorante, perché non fate un giro anche a Helsinki? Magari imparate qualcosa. Redazione Italia
February 22, 2026
Pressenza
Buon anno (di pace e di lotta)
Il 2025 è stato un anno impegnativo. A seguito del genocidio in Palestina, le piazze si sono riempite per manifestare lo sdegno e il bisogno di pace per tutti, senza condizioni. Anche Firenze è scesa nelle piazze, per cause … Leggi tutto L'articolo Buon anno (di pace e di lotta) sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Senigallia, seconda assemblea con gli inquilini delle case popolari
Per il diritto all’abitare #Erap e #GiuntaOlivetti stiamo arrivando! #staytuned #gennaio2026 Ieri mattina, alla Cesanella, nell’area condominiale delle case popolari di Via Perugino, il Centro Sociale #Arvultura e il #Sunia della provincia di Ancona hanno organizzato la seconda assemblea con i residenti della zona, a cui hanno partecipato anche due famiglie di Via Raffaello Sanzio. L’incontro segue quello tenutosi sabato 29 novembre in Via Capanna. Come nel primo appuntamento, sono emersi problemi gravi che chiamano in causa l’ERAP e la sua assoluta latitanza di fronte a pesanti criticità. La quindicina di nuclei familiari presenti ha denunciato situazioni inaccettabili: infiltrazioni d’acqua, riscaldamenti non funzionanti o difettosi, impianti idraulici tali per cui, se sono accesi i termosifoni, non arriva l’acqua calda. Inoltre, lavandini che non scaricano nelle cucine, causando allagamenti interni, e caldaie centralizzate deficitarie, con la conseguenza che gli inquilini devono sopperire alle carenze installando a proprie spese degli scaldabagni. A ciò si aggiungono spese condominiali abnormi: una signora è arrivata a pagare 5.500 euro all’anno (!!!), mentre l’importo medio si aggira intorno ai 2.500 euro. Poi c’è la questione delle famiglie con congiunti affetti da gravi disabilità: in alcuni bagni sono presenti vasche che impediscono l’utilizzo dei sanitari, problema già grave che si accentua per persone disabili. L’ascensore di una palazzina è rimasto fermo per ben tre mesi, con le conseguenze che si possono immaginare. In un altro caso non ha funzionato per 10 giorni e continua a funzionare a singhiozzo. Si registra inoltre una decina di appartamenti sfitti, i cui costi di gestione ricadono sugli altri condomini. È stato denunciato che gli amministratori che seguono le situazioni in questione – Lucarelli (per conto dell’ERAP), Carboni e Belenchia (quest’ultimo per Via Raffaello Sanzio) – non si adoperano sufficientemente di fronte alle numerose criticità sopra elencate. L’incontro di oggi inchioda alle loro responsabilità quelle istituzioni che negano un diritto elementare come quello di vivere in un’abitazione dignitosa, e che anzi si fanno beffe del concetto stesso di “casa popolare”, imponendo spese condominiali proibitive a una fascia di popolazione che più di altre subisce le conseguenze di politiche economiche e sociali oppressive. In primis l’ERAP, il cui presidente, ai primi di dicembre nel corso di un’assise, ha versato lacrime di coccodrillo sulla “emergenza abitativa”, con una bella faccia tosta se si considera lo stato delle abitazioni di proprietà dell’ente. L’ERAP non interviene, lasciando le case a marcire, e tiene appartamenti vuoti, come i 44 alloggi al Cesano e i tanti disseminati nella nostra città. Un quadro che chiama in causa anche l’Amministrazione comunale, che, tutta presa dallo spendere ben 300.000 euro per le iniziative natalizie, si guarda bene dal provvedere alle assegnazioni e dall’avviare politiche adeguate alla situazione. Infine, sul banco degli imputati c’è la Regione che, in linea con il governo nazionale, è sensibile solo alle sirene del mercato privato e dei vari palazzinari, i quali costruiscono case – come nella nostra città – a costi proibitivi. Anche questa mattina, in perfetta sintonia con l’assemblea precedente, sono emerse la volontà e la determinazione per una mobilitazione efficace e unitaria, nella consapevolezza che individualmente si è deboli e che solo con la lotta collettiva si potranno far valere i propri sacrosanti diritti. Redazione Marche
December 21, 2025
Pressenza
Al Sud boom d’occupazione, ma cresce la povertà lavorativa e continua l’esodo dei giovani
Il nostro Mezzogiorno vive una stagione di forti contrasti: cresce come non mai l’occupazione, soprattutto tra i giovani, ma al contempo continua l’esodo che svuota il Sud di competenze e futuro. Tra il 2021 e il 2024, quasi mezzo milione di posti di lavoro è stato creato nel Mezzogiorno, spinto da PNRR e investimenti pubblici. Ma negli stessi anni 175 mila giovani lasciano il Sud in cerca di opportunità. La “trappola del capitale umano” si rinnova: la metà di chi parte è laureato; le migrazioni dei laureati comportano per il Mezzogiorno una perdita secca di quasi 8 miliardi di euro l’anno. I giovani che restano, troppo spesso, trovano lavori poco qualificati e mal retribuiti. Con i salari reali che calano aumentano i lavoratori poveri: un milione e duecentomila lavoratori meridionali, la metà dei lavoratori poveri italiani, è sotto la soglia della dignità. Si evidenzia, inoltre, una emergenza sociale nel diritto alla casa. É quanto si legge nel recente Rapporto SVIMEZ 2025. L’Italia rimane così in coda in Europa per quota di giovani laureati (30,6% contro 43% Ue). Gli atenei meridionali attraggono più studenti e si riduce la migrazione ante-lauream, ma dopo la laurea il quadro torna critico: oltre 40mila giovani meridionali si trasferiscono ogni anno al Centro-Nord, mentre 37mila laureati italiani emigrano all’estero. Con l’emigrazione di questi laureati, una parte del rendimento potenziale dell’investimento pubblico sostenuto per la loro formazione viene dispersa. Il bilancio economico di questo movimento è pesante: dal 2000 al 2024 il Mezzogiorno perde di investimenti 132 miliardi di euro di capitale umano, contro un saldo positivo di 80 miliardi per il Centro-Nord. Poli esteri, si legge nel Rapporto, che attraggono giovani italiani altamente formati, il Centro-Nord che perde verso l’estero ma recupera grazie alle migrazioni interne di laureati da Sud, il Mezzogiorno che li forma e continua a perderli. Nel Mezzogiorno, nel 2021-2024, sei nuovi occupati under 35 su dieci sono laureati, contro meno di cinque nel resto del Paese. Tuttavia, la prima porta d’ingresso al lavoro rimane il turismo: oltre un terzo dei nuovi addetti giovani si colloca nella ristorazione e nell’accoglienza, settori a bassa specializzazione e bassa remunerazione. Al tempo stesso, crescono i giovani laureati nei servizi ICT e nella pubblica amministrazione, grazie al PNRR e alla riforma degli organici pubblici. La qualità delle opportunità resta però insufficiente: il mercato del lavoro meridionale continua a offrire sbocchi concentrati nei comparti tradizionali, con scarsa domanda di competenze avanzate. “Per trattenere i giovani, propone la SVIMEZ, il Sud deve attivare filiere produttive ad alta intensità di conoscenza, rafforzare la base industriale innovativa e integrare formazione superiore, ricerca e politiche industriali. Senza un salto di qualità nella domanda di competenze, la mobilità giovanile continuerà a essere una scelta obbligata”. Il Rapporto evidenzia come i salari reali continuino ad essere in calo soprattutto al Sud e come la povertà lavorativa debba necessariamente tornare nell’agenda politica. Dal 2021 al 2025 i salari reali italiani hanno perso potere d’acquisto, con una caduta più forte nel Sud: -10,2% contro – 8,2% nel Centro-Nord. Inflazione più intensa e retribuzioni nominali più stagnanti accentuano il divario. L’in-work poverty, aumentata rispetto all’anno precedente, tocca nel 2024 il 19,4% nel Mezzogiorno, quasi tre volte il valore del Centro-Nord (6,9%). In Italia i lavoratori poveri sono 2,4 milioni, di cui 1,2 milioni al Sud. Tra il 2023 e il 2024 aumenta il numero dei lavoratori poveri: +120mila in Italia, +60mila al Sud. Non basta avere un’occupazione per uscire dalla povertà: bassi salari, contratti temporanei, part-time involontario e famiglie con pochi percettori ampliano la vulnerabilità. Nel 2024 le famiglie povere crescono nel Mezzogiorno dal 10,2% al 10,5%. Centomila persone in più scivolano nella povertà assoluta, per effetto di un aumento delle famiglie che risultano in povertà assoluta anche se con persona di riferimento occupata. La relazione tra lavoro e benessere è quindi sempre più debole, segnale di una crescita quantitativa dell’occupazione non accompagnata da qualità e stabilità. Il Rapporto, prendendo spunto dalle analisi Svimez-Ifel/Anci ritorna sulla forte correlazione tra affitto e vulnerabilità economica. Nel Centro-Nord la povertà assoluta colpisce il 21% delle famiglie in affitto, contro il 3,6% delle famiglie proprietarie; nel Mezzogiorno raggiunge il 24,8% tra gli inquilini e il 7% tra i proprietari. Le città metropolitane rivelano ulteriori squilibri: a Napoli le case di proprietà sono appena il 48%, molto meno che a Roma, Milano o Torino. Nel Sud è inoltre elevata la quota di abitazioni non utilizzate — oltre il 20% a Reggio Calabria, Messina e Palermo — segnale di abbandono, uso discontinuo o scarsa attrattività urbana, mentre le città del Centro-Nord mostrano mercati più dinamici. “Il rafforzamento dell’edilizia residenziale pubblica, si sottolinea nel Rapporto, è essenziale: oltre 650mila famiglie attendono un alloggio e ogni anno 40mila sfratti coinvolgono 120mila persone. L’offerta di edilizia residenziale pubblica resta limitata (2,6% dello stock nazionale), con concentrazioni più alte nelle aree metropolitane del Centro-Nord: Milano e Torino (3,4%), Roma (3,3%) e Genova (3,2%). Nel Sud i valori sono più bassi, con Napoli al 3% e Reggio Calabria appena all’1,3%. Questo quadro conferma la necessità di politiche strutturali e coordinate per garantire il diritto alla casa e la coesione sociale sul territorio nazionale”. Qui per scaricare il Rapporto: https://www.svimez.it/rapporto-svimez-2025/. Giovanni Caprio
November 29, 2025
Pressenza
MILANO: CORTEO PER IL DIRITTO ALL’ABITARE E PER LA PALESTINA. CORRISPONDENZE E INTERVISTE
Circa duemila persone sono scese in piazza nel pomeriggio di sabato 22 novembre 2025 a Milano per il diritto all’abitare e per la Palestina. Diverse realtà di lotta per la casa del capoluogo lombardo unite nella campagna “Chiediamo casa a Milano”, infatti, hanno organizzato il corteo insieme all’Associazione dei palestinesi in Italia e Giovani palestinesi d’Italia, che da oltre due anni a questa parte organizzano cortei ogni fine settimana contro il genocidio e l’occupazione coloniale israeliana in Palestina. “La guerra e il genocidio in Medio oriente e la negazione dei diritti sociali, del diritto alla casa, del welfare qui in Italia – affermano insieme le realtà promotrici – sono due facce della stessa medaglia”. Il corteo è partito da piazzale Loreto intorno alle 15 e si è diretto verso la zona di via Padova. La corrispondenza dal corteo di Andrea Cegna, collaboratore di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica. Le interviste, realizzate durante il corteo, ad Angelo Avelli, di Abitare in via Padova, Giovanni dell’Unione inquilini e Beatrice di Ugs. Ascolta o scarica.    
November 22, 2025
Radio Onda d`Urto
Mai più senza casa, mai più senza Gaza
Per causa di convergenza maggiore la giustizia sociale, rivendicata dalla vertenza del Collettivo di Fabbrica ex-GKN in primis in termini di riscatto del lavoro, incontra quella ecologica, per una riconversione produttiva eco-compatibile senza ulteriore consumo di suolo in una Piana … Leggi tutto L'articolo Mai più senza casa, mai più senza Gaza sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Aler vuole sfrattare una famiglia per lasciare l’appartamento vuoto
Il picchetto dle 6 Ottobre in via Catania a Sesto San Giovanni non è stato solo la difesa di un’inquilina delle case popolari, ma un significativo atto di solidarietà in una città nella quale l’Amministrazione comunale ha tagliato pesantemente gli interventi sociali. I FATTI Anni fa, dopo essere stata abbandonata dal marito poi deceduto, la signora sotto sfratto è caduta in depressione e non ha consegnato all’A.L.E.R. i documenti richiesti per la determinazione della fascia del reddito e quindi del canone di locazione da pagare. A causa di questa irregolarità amministrativa A.L.E.R. ha applicato un affitto mensile di oltre euro 900 per anni così maturandosi un debito rilevante. Successivamente alla convalida dello sfratto per morosità la signora si è rivolta al sindacato il quale ha chiesto e ottenuto dall’A.L.E.R., presentando la documentazione, la sua corretta collocazione in una fascia di reddito bassa essendo la signora un’operatrice di cooperativa negli asili comunali con esiguo reddito e ottenendo una riduzione del debito. Il servizio legale del sindacato ha poi richiesto ad A.L.E.R. di poter pagare il debito residuo con cambiali e con il versamento di un acconto come previsto dall’accordo sindacale sottoscritto nell’anno 2023 ma A.L.E.R. si sta rifiutando di applicare l’accordo sindacale NEGANDO DI FATTO alla signora il piano di rientro. Aler – pretendendo un acconto pari al 20% del debito in contrasto con l’Accordo Sindacale – vuole a tutti i costi mettere in strada la signora sessantenne e non se ne comprende il motivo visto che nei palazzi di via Catania dove abita ci sono numerose abitazioni vuote da anni inserite nel piano vendite che la proprietà non riesce a vendere. LA CONCLUSIONE Abbiamo ottenuto un rinvio dell’esecuzione fino al 18 dicembre. Ora abbiamo di fronte due scadenze: – Un’assemblea provinciale degli inquilini delle case Aler in cui approvare una piattaforma sulle questioni aperte con la proprietà (manutenzioni inesistenti, correzione consuntivi spese, mancanza di un piano di risparmio energetico, ecc.) – Un incontro con la Direzione di Aler per chiedere conto del mancato rispetto degli accordi sindacali. La scelta di Aler di arrivare all’escomio dell’inquilina va contro anche agli interessi dell’Azienda che con un accordo sulla morosità può recuperare il debito ed evitare di tenere un alloggio vuoto con i costi che comporta per i servizi che Aler dovrà pagare anche se manca l’inquilino. Redazione Milano
October 8, 2025
Pressenza