E se ci provassimo per davvero a cambiare le cose?

Comune-info - Friday, June 5, 2026

Giovedì 4 giugno, mentre tornavo dal presidio di Reggio Calabria per la dignità dei “braccianti” contro la solita logica dell’emergenza che produce campi di accoglienza (stavolta introdotto dal Decreto Caivano a San Ferdinando) ho parlato con Dansoko, un bracciante dell’associazione Terra e libertà di Foggia che l’inverno ospitiamo all’ostello sociale Dambe so, nella Piana di Gioia Tauro. Uno dei tanti Alí dagli occhi azzurri – in realtà li ha nerissimi – che è salito dai porti di cui parlava Pasolini nella sua profezia. Non aveva ancora visto le immagini dei migranti bruciati ad Amendolara, e quando le ha viste gli si sono illuminati gli occhi. Non riusciva a capire il perché di questa violenza.

È intervenuto in piazza per dire che chi lavora ha diritto alla casa e non al ghetto. Mi ha detto che vorrebbe conoscere più parole per fare interventi in italiano. Non volendo mi ha citato Don Milano dicendo “i padroni sanno mille parole noi dieci”. Mi ha raccontato anche che stanno combattendo per avere l’acqua potabile nel campo dove vive. E che ci vorrebbe uno sciopero di tutti i migranti in Italia. È preoccupato per la prossima stagione: se non ci saranno situazioni di accoglienza dignitosa per i suoi fratelli braccianti dove andranno? È la domanda che qui ci stiamo facendo tutti. Allora gli ho detto che una volta uno sciopero eravamo riuscito a farlo per davvero e bello grosso a Nardò, in Salento, con i braccianti contro caporali e sfruttamento. E che a qualcosa era servito.

Per fare ora una protesta di quel tipo contro questo sistema, ci vorrebbe una grande impresa di cooperazione sociale per allestire una robusta cassa di resistenza e un fondo solidale con cui permettere a chi guadagna a giornata di avere un minimo di ristoro se decide di incrociare le braccia e scioperare. Ci vorrebbe una organizzazione dove lo sciopero nei campi si accompagnasse al boicottaggio negli scaffali del supermercato ragionavamo tra noi mentre arrivavano a Palmi (che Pasolini citava nella profezia…). Sarebbe proprio una bella bastonata nei denti al sistema dello sfruttamento far marcire la frutta nei campi, nei magazzini e negli scaffali fino a che la Bossi-Fini non cambia, ci siamo detti. Pensiamoci: una settimana di blocco del foggiano farebbe saltare in aria una filiera come quella del pomodoro mettendo al muro il governo e quelli che parlano di remigrazione. Ma per fare una cosa del genere ci vorrebbe una grande capacità per produrre una nuova forma dell’azione collettiva. Unitaria e radicale, la cui direzione sia collettiva. Già, un sogno. Una visione, che tale rimane a meno che non dia il coraggio necessario per provarci.

I braccianti hanno oggi due strade di difesa rispetto allo sfruttamento: la fuga dal lavoro per cercarne uno migliore oppure la lotta per trasformare le proprie condizioni. In entrambi i casi c’è la necessità di avere una rete mutualistica e di solidarietà organizzata che sorregga queste scelte che dipendono da fattori e contesti che cambiano da luogo a luogo e nel tempo.

La domanda che dovremmo farci è allora molto semplice: abbiamo mai pensato davvero di costruirla una cosa del genere per cambiare le cose? Perché i migranti ne avrebbero davvero bisogno nei campi, nella logistica, nei ristoranti, nei cantieri, nelle officine…

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