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Che cos’è, oggi, la cittadinanza?
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Può sembrare una domanda astratta, ma non lo è affatto: cos’è, oggi, la cittadinanza? È una domanda che riguarda il futuro della nostra democrazia. L’8 luglio la Camera ha approvato, con 148 voti favorevoli e 99 contrari, l’iter d’urgenza per una proposta di legge che introduce nuove ipotesi di revoca della cittadinanza e nuovi ostacoli per chi la sta acquisendo. Non si tratta di un episodio isolato. Negli ultimi mesi si sono susseguiti interventi che rendono più restrittivi i requisiti per ottenere la cittadinanza, ampliano i casi in cui può essere revocata e, più in generale, ridefiniscono il rapporto tra appartenenza, identità nazionale e sicurezza. Temi diversi, che sembrano però muoversi nella stessa direzione. Non è soltanto una questione di immigrazione. È il modo stesso di concepire la cittadinanza che sembra cambiare. Nella nostra Costituzione e nella tradizione delle democrazie costituzionali, la cittadinanza non è un privilegio né una ricompensa. È il fondamento dell’uguaglianza giuridica. Una volta cittadini, tutti sono uguali davanti alla legge. Lo Stato giudica le azioni delle persone, non la loro origine, la religione che professano o la storia della loro famiglia. Oggi, invece, sembra affermarsi un’altra idea. Un ragazzo nato e cresciuto in Italia da genitori stranieri, che oggi può diventare cittadino dichiarando la propria volontà entro un anno dal compimento della maggiore età, con la nuova legge dovrebbe superare anche un esame di integrazione. Una richiesta che nessun suo coetaneo nato da genitori italiani dovrà mai affrontare. La cittadinanza non appare più come il luogo dell’uguaglianza, ma come un confine da presidiare: un bene da concedere con maggiore cautela, da limitare o rendere più fragile per alcuni. Matteo Salvini lo ha espresso con un’immagine molto esplicita: la cittadinanza dovrebbe funzionare come una “patente a punti”, e chi delinque dopo aver ricevuto le chiavi di casa dovrebbe vedersi ritirare quelle chiavi. È una metafora che dice molto più di quanto sembri. La cittadinanza non viene più pensata come uno status che garantisce uguali diritti e uguali doveri, ma come una licenza sempre revocabile, un’appartenenza che deve essere continuamente dimostrata. Non è tanto il singolo provvedimento a colpire. È il quadro complessivo che emerge. La domanda sembra non essere più: quali diritti spettano a ogni cittadino? Ma piuttosto: chi appartiene davvero alla comunità nazionale? Questa trasformazione riflette anche un’idea di identità nazionale come qualcosa di fisso, omogeneo, da preservare nella sua presunta purezza. Un’identità che guarda al passato con nostalgia e considera ogni cambiamento come una minaccia. Eppure le società non sono mai rimaste immobili. L’Italia, come tutta l’Europa, sta diventando una realtà sempre più plurale. Le migrazioni, i cambiamenti demografici, la mobilità delle persone, le guerre e la crisi climatica stanno trasformando il volto delle nostre comunità. È un processo complesso, che pone problemi reali e richiede politiche serie. Ma è difficile immaginare che possa essere fermato. La storia non procede all’indietro. La vera sfida, allora, non è impedire il cambiamento, ma governarlo senza rinunciare ai principi che rendono democratica una società. Significa passare da un “noi” costruito sull’esclusione a un “noi” fondato sulla condivisione dei diritti e delle responsabilità; da un’identità che si difende alzando confini a una comunità che si riconosce nella forza delle proprie istituzioni e dei propri valori costituzionali. Perché una società diventa davvero più sicura restringendo continuamente il significato della cittadinanza? Oppure rischia di ottenere il risultato opposto? Quando una parte della popolazione viene rappresentata come un problema permanente, quando ragazze e ragazzi nati o cresciuti nel nostro Paese continuano a sentirsi cittadini “con riserva”, il rischio è quello di alimentare proprio quella frattura che si dice di voler combattere. La sicurezza è un bene fondamentale. Ma non nasce soltanto dal controllo e dalla punizione. Nasce anche dalla fiducia reciproca, dal riconoscimento, dalla possibilità di sentirsi parte della stessa comunità politica. Ogni Stato ha il diritto di stabilire le regole per l’acquisizione della cittadinanza e di pretendere il rispetto delle proprie leggi. Ma un conto è definire criteri di accesso; un altro è trasformare la cittadinanza in uno strumento che distingue continuamente tra chi appartiene pienamente alla comunità e chi deve dimostrare, ogni volta, di meritarne l’appartenenza. Forse è proprio questa la domanda che dovremmo porci. Perché il futuro delle nostre società sarà inevitabilmente plurale. Possiamo scegliere se affrontare questa trasformazione alimentando paure e contrapposizioni oppure costruendo una convivenza fondata sul diritto, sulla responsabilità e sull’uguaglianza. La cittadinanza, in fondo, non serve a tracciare nuovi confini tra le persone. Serve a garantire che, una volta riconosciuti come membri della stessa comunità politica, nessuno sia meno cittadino di un altro. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Che cos’è, oggi, la cittadinanza? proviene da Comune-info.
July 10, 2026
Comune-info
Sotto il cielo di Cerignola
NELLE CAMPAGNE DI CERIGNOLA, NELLA CAPITANATA, IL PIÙ GRANDE BACINO DI PRODUZIONE DI POMODORO DA INDUSTRIA IN EUROPA, VIVE ALÌ: È DA DODICI ANNI IN ITALIA MA ORA NON PUÒ PIÙ ANDARE AL LAVORO PERCHÉ I SUOI OCCHI SONO STATI ACCECATI DAL SOLE, DA ANNI DI SCHIAVITÙ. NELLE CAMPAGNE DI CERIGNOLA MIGLIAIA DI NESSUNO DI ORIGINE AFRICANA SOPRAVVIVONO IN TUGURI SENZA BAGNI E SERVIZI, MOLTE SONO FATISCENTI CASE RIFUGIO DELL’ENTE RIFORMA COSTRUITE NEGLI ANNI CINQUANTA. A CERIGNOLA C’È ANCHE UN PEZZO DI CIMITERO DEI SENZA NOME, SONO PER LO PIÙ QUELLI CHE IL SISTEMA CHIAMA BRACCIANTI. SCRIVE ANTONIO DE LELLIS IN UN REPORTAGE DEDICATO A QUESTO PEZZO DI TERRA DEL TAVOLIERE DELLE PUGLIE: “LE PERSONE INCONTRATE IN QUESTO LAGER A CIELO APERTO SONO VITTIME DEL CAPORALATO? CERTO, MA ANCHE DI UN SISTEMA CHE NON USA SOLO ARMI DA FUOCO, MA QUELLE DELLO SFRUTTAMENTO, DELLA SCHIAVITÙ, DELLA NORMALIZZAZIONE DELLA VIOLENZA ECONOMICA E SOCIALE…”. UNA DOMANDA: MA I LIBRI DI STORIA E I GRANDI MEDIA NON DICONO CHE LA FINE DELLA SCHIAVITÙ È AVVENUTA NEL CORSO DEL XIX SECOLO? -------------------------------------------------------------------------------- Quello che abbiamo visto sotto il sole di luglio, a Tre Titoli e a Pozzo Terraneo nel comune di Cerignola (Foggia), insieme agli operatori della cooperativa Oasi 2 di Trani, è qualcosa di drammaticamente incredibile, che forse non si può raccontare appieno, tanto è profonda la ferita e il dolore per l’indignazione che lasciano nell’anima. Dinanzi a noi migliaia di persone segregate in una campagna estesa senza orizzonte e senza riferimenti, vivono in ripari disperati, in tuguri, senza bagni e servizi, con grandi cisterne di acqua, offerte dal comune, in parte bucate, o in tende peggiori dei Pollai. Le case “rifugio” sono quelle dell’Ente Riforma, costruite a metà degli anni cinquanta del secolo scorso. Sono case ormai abbandonate dagli italiani fin dagli anni Settanta, fatiscenti, pericolose. Alcune con tetti crollati, altre bruciate. Sono circondate da rifiuti di plastica, ma anche da bidoni metallici che fanno gola a raccoglitori di ferro locali che con i loro furgoni lucrano sugli schiavi neri senza chiedersi il perché di una simile condizione. Le persone schiave, per lo più africane, del Ghana, del Burkina Faso e della Nigeria, tornano dal lavoro verso le ore 12, altri continuano a lavorare sotto il sole implacabile. Hanno attraversato la Libia e si considerano fortunati per essere sfuggiti alle angherie, sevizie, torture, e poi il mare, padre e patrigno, che li separava dal nostro mondo. Sono arrivati in Italia, sperando in una vita che sapevano dura, ma non così. E oggi vivono in un carcere a cielo aperto, obbligati a spaccarsi la schiena sotto il cielo, per coltivare la terra e raccogliere i frutti che arrivano sulle nostre tavole. Alì, da dodici anni in Italia, non può più andare al lavoro perché i suoi occhi sono accecati dal sole, da anni di schiavitù. Ma Alì ride ascoltando il nostro inatteso slang nigeriano e ci racconta la sua vita in quel dolore. Ci fa vedere come vivono in una casa di muratura annerita da abbandono, incuria e umidità. Ci dice di quante persone ci vivono e proprio in quel momento i suoi amici tornano dal lavoro, cotti dal caldo, sporchi e sudati e tristemente sorridenti, mentre il sole si fa nemico. Abbiamo vissuto ore di accoglienza, ascoltato storie drammatiche, di persone accecate dal sole, dalle ore di duro lavoro in aperta campagna, senza alcuna protezione. Ma vi sono storie che non avremmo mai voluto raccontare, come quella di ragazze minorenni, in compagnia di una giovane donna che si dichiarava la loro madre. Le ragazze non vanno a scuola e una di loro è molto truccata. Vivono in una casa adibita solitamente a persone bulgare e anche loro dichiarano di esserlo. Perché quell’immagine ci resta nel cuore e ci apre ad abissi inconfessabili? Nei racconti degli operatori storie coraggiose di denuncia di schiavi che però sono stati prontamente rimpiazzati da altri, di morti nei campi o sul ciglio della strada impraticabile e sconnessa come la realtà. La storia di un cimitero dei senza nomi a Cerignola, ci lascia come un sinistro e amaro presagio dell’esito probabile di molti di loro. Abbiamo visto come sia drammaticamente vero che il sistema economico sfrutta questi lavoratori al di fuori di ogni diritto e senza alcun rispetto per la dignità umana. Le persone incontrate sono oppresse dalla nostra economia di guerra, perché di questo si tratta, di una vera economia di guerra. La loro condizione disumana ci interroga e ci pone dinanzi a un bivio. Come scrive Francesca Albanese nel suo libro intitolato La luce del risveglio, riprendendo Jason Hickel, “il capitalismo ha bisogno di un assetto imperiale per esistere: lavoro a basso costo e risorse naturali a buon mercato, che si possono ottenere in casa fino a un certo punto, prima che le contraddizioni esplodano. Per questo il capitale ha sempre avuto bisogno di cercare anche una parte esterna da sfruttare, ed è qui che entra in gioco il colonialismo. Ogni Paese del Sud globale che prova a organizzare le sue risorse attorno ai bisogni della propria popolazione viene attaccato, perché la sua sovranità è un ostacolo per i profitti dei potenti del mondo. Lo si bombarda, se ne distrugge l’infrastruttura, lo si rende di nuovo a buon mercato”. Si generano così esodi epocali forzati che sostengono le stesse economie capitaliste/criminali/mafiose. Sì, perché dietro questo sistema c’è la mafia locale parassitaria, pronta a lucrare sul mercato della schiavitù. Questo è il contesto nel quale maturano le migrazioni illegali e programmate che alimentano la fabbrica del consenso della re-migrazione. Come si può parlare di sicurezza se non ci sono le sicurezze? Come si può parlare di sicurezza se non ci sono le sicurezze di un lavoro dignitoso, se non ci sono sicurezze sui luoghi di lavoro, se non ci sono le sicurezze dell’istruzione, della sanità? Siamo andati lì pensando di affrontare in modo diverso il tema della pace e per capire se legata ai temi del lavoro e delle sicurezze e non della sicurezza propaganda e rassicurante, falsa e omicida su cui alcuni lucrano politicamente con il rischio di una egemonia culturale del rifiuto del diverso. E abbiamo notato come i tre temi siano intimamente legati. Come si può parlare di pace se queste sono le condizioni di lavoro e di vita? Le sicurezze, invece non sono mai “contro”, ma “per”, sono quelle fondamentali, quelle che ci aiutano a vivere una vita dignitosa. Ma ritornando ad una apparente realtà, ci chiediamo: le persone incontrate in quel lager a cielo aperto sono vittime del caporalato? Certo, ma anche di un sistema che non usa solo armi da fuoco, ma quelle dello sfruttamento, della schiavitù, della normalizzazione della violenza economica e sociale. Leone XIV, durante la sua visita a Lampedusa, ha sottolineato l’importanza di non “passare oltre” e di prendere decisioni per aiutare i migranti. Ha detto che “i morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate”. Ha anche chiesto all’Europa di affrontare la crisi migratoria con politiche condivise e organiche, evitando la logica della forza e promuovendo la pace e la compassione. L’avere introdotto leggi ancora più restrittive e oppressive peggiora e perpetua questa schiavitù senza un’apparente uscita, che non sia quella di abolire di nuovo questo insopportabile sistema della schiavitù che ancora oggi esiste e persiste. La schiavitù è una guerra all’umanità, ed è qui sotto i nostri occhi, e sotto il cielo non solo di Cerignola. Mentre scriviamo queste drammatiche righe, e guardiano il mare bello sotto il sole amico, ci tornano alla mente quei racconti in cui il mare e il sole diventano nemici. Non vogliamo dimenticare quello che abbiamo visto e desideriamo che ne abbiate memoria perché anche voi proviate il pianto in gola e il coraggio di lottare nella speranza che sia abolita la schiavitù oggi in Italia. -------------------------------------------------------------------------------- Antonio De Lellis (Pax Christi e Attac) (con il contributo di idee di Fabrizio Aroldi, Luigi Muzio e Rosetta Placido, Pigi, Alessandra e Luisa) -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Basta ghetti: occupata la basilica di San Nicola di Bari -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sotto il cielo di Cerignola proviene da Comune-info.
July 10, 2026
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Sui costi nascosti dei centri in Albania
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Jarrod Erbe su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI) lancia la campagna “RENDITI CONTO – Centri in Albania. Il costo non è solo economico”, focalizzata sui costi umani e democratici dei centri per persone migranti costruiti dal governo Meloni in Albania. La campagna prende forma sui canali digitali simulando l’alert di un inatteso addebito di ben 74 milioni di euro per la costruzione dei centri in Albania – la sola spesa pienamente documentabile del Protocollo Italia-Albania – e mette in luce alcuni aspetti del cosiddetto “modello Albania” rimasti sempre in ombra. Al di là del costo economico esorbitante di questo progetto che ha sottratto fondi alla collettività, “Renditi conto” punta un faro su ciò che troppo spesso resta invisibile: i costi umani, sociali e democratici del modello Albania. Il costo più alto di questi centri lo pagano proprio le persone trattenute: isolate, private della libertà personale, spostate senza informazioni su destinazione e ragioni del trasferimento; persone che vedono i propri diritti alla salute e alla cura ostacolati, con accesso limitato alla tutela legale e per le quali anche la comunicazione con i familiari risulta estremamente difficile. Molte delle persone trattenute sperimentano una situazione di grave sofferenza psicologica, che porta a un’ampia somministrazione di psicofarmaci così come a ripetuti atti di autolesionismo, tentativi di suicidio compresi. “Sono sempre solo, ho paura” oppure “Appena qualcuno mi dice qualcosa, io piango” o ancora “Volevo il contratto, ma nessuno me lo ha fatto”: sono alcune delle eloquenti testimonianze delle persone trattenute raccolte durante le visite ai centri effettuate dal TAI.  Accanto al costo umano c’è un costo democratico: l’accesso alle informazioni è limitato anche per i parlamentari, una mancanza di trasparenza che diventa opacità diffusa per i cittadini e sottrazione al controllo dell’opinione pubblica. Organizzazioni della società civile, operatori e operatrici dell’informazione e persino delegazioni parlamentari in visita ai centri hanno incontrato diverse difficoltà nell’ottenere dati essenziali sul numero delle persone trattenute, sulle procedure applicate e sulle condizioni di permanenza nei centri. Come se i centri italiani in Albania fossero luoghi in cui non vige lo stato di diritto.  Infine, esiste un costo economico che ricade sull’intera collettività: oltre 670 milioni di euro fino al 2028 stando a quanto preventivato dal governo. Risorse sottratte a servizi davvero essenziali  che andrebbero a beneficio di tutta la società: asili nido, scuole, ospedali, posti in terapia intensiva, borse di specializzazione per il personale sanitario, potenziamento dei servizi socio-sanitari, assistenziali e di welfare.    Nati per trattenere persone migranti soccorse in mare e gestirne le procedure accelerate di asilo lontano dal nostro territorio e poi trasformati in luoghi di detenzione amministrativa per persone già trattenute nei CPR italiani, i centri italiani di Shëngjin e Gjadër sono apparsi da subito problematici e resta irrisolta la questione della compatibilità di questo modello con il diritto europeo. Grazie alla collaborazione con alcuni parlamentari italiani ed europei il TAI ha avuto accesso ai centri e condotto un monitoraggio indipendente, con cui ha denunciato gravi criticità sul piano dei diritti, della trasparenza e delle garanzie sia nella fase iniziale del progetto, sia nella sua successiva estensione al trattenimento delle persone provenienti dai CPR italiani. Quanto accade in Albania non riguarda soltanto le persone trattenute, ma l’intera società italiana: a Shëngjin e Gjadër vengono attuate pratiche che ledono la tutela dei diritti e la qualità della democrazia, in Italia e in Europa. Per questo il TAI da tempo chiede la chiusura dei centri in Albania, in quanto luoghi di sofferenza non riformabili. Lungi dall’essere una risposta efficace a esigenze reali, con i centri oltre Adriatico il governo italiano sta sperimentando una forma inedita di delocalizzazione, che sposta la frontiera oltre i confini nazionali e normalizza l’idea che sia possibile comprimere diritti e garanzie in spazi sempre più distanti dagli occhi dei cittadini e dal controllo pubblico. Un preoccupate salto di qualità nelle politiche di esternalizzazione, in atto da diversi anni anche a livello europeo, che non può essere corretto, ma che deve solo essere eliminato. Per tutti questi motivi il TAI torna a chiedere con forza la chiusura dei centri e l’abbandono definitivo del modello Albania. -------------------------------------------------------------------------------- Fanno parte del Tavolo Asilo e Immigrazione: A Buon Diritto, ACLI, ActionAid, Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo, Amnesty International Italia, ARCI, ASGI, Avvocato di strada ONLUS, Caritas Italiana, Casa dei diritti, sociali, Centro Astalli, CGIL, CIES, CIR, CNCA, Commissione migranti e GPIC Missionari Comboniani Italia, Comunità di Sant’Egidio, Comunità Papa Giovanni XXIII, CONNGI, Emergency, Ero Straniero, Europasilo, FCEI, Fondazione Migrantes, Forum per cambiare l’ordine delle cose, International Rescue Committee Italia, Intersos,  Legambiente, Medici del Mondo Italia, Medici per i Diritti Umani, Movimento italiani senza cittadinanza, Medici Senza Frontiere Italia, Oxfam Italia, Re.Co.Sol, Red Nova, Refugees Welcome Italia, Salesiani per il sociale, Save the Children, Senza confine, SIMM (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni), UIL, UNIRE -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su comunitasolidali.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sui costi nascosti dei centri in Albania proviene da Comune-info.
July 10, 2026
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L’accusa di Prevost colpisce due continenti
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Roberta Ferruti -------------------------------------------------------------------------------- Ognuno qui negli Stati uniti ha il suo 4 luglio. Trump con un ridicolo discorso dei suoi trasforma il giorno dell’Indipendenza in una «festa contro il comunismo». Nella Central Valley, California rurale dei campesinos, si celebra messa tra le casette di legno dei braccianti stagionali senza green card che raccolgono frutta e mandorle. L’Indipendenza qui, tra cittadini non riconosciuti e braccati dall’Ice, paradossalmente è quella più vicina all’idea di libertà che animava i rivoluzionari americani del 1776. Nasce dalla carne viva di popolazioni sfruttate fino all’osso per mantenere alta la competizione nel mercato globale, governate dal sistema del terrore. Questo di certo è il 4 luglio dei mondiali di calcio, i caroselli con le bandiere messicane che riempiono le strade della California lo rendono evidente. D’altronde su una popolazione di 39 milioni di abitanti, 15 milioni sono di origine ispanica: nessuno tifa contro la sua «patria» di origine. Papa Leone, con un uno-due formidabile, tra il breve discorso del 2 luglio per la consegna della Liberty medal e l’omelia pronunciata sabato da Lampedusa, ha demolito l’idea di una «indipendenza» della disumanità, basata sul potere di un «manipolo di tiranni», come ebbe già a dire, da tutto il resto del mondo. Già la decisione del pontefice di non accogliere l’invito ufficiale della Casa bianca di partecipare alla cerimonia governativa e di essere invece a Lampedusa sulle orme del suo predecessore, è sembrata una risposta diretta, inequivocabile, alle deportazioni, alle catture, alle uccisioni di migranti in America. Alle cerimonia per la Liberty medal il papa ha parlato da «figlio della nazione». Che rivendica il suo diritto di americano, prima che capo della Chiesa universale, di dire quella verità che il potere tecnoplutocratico ha paura di ammettere: «Sono i migranti ad aver plasmato il futuro della nazione». Per Papa Leone «la grandezza morale di una nazione si manifesta soprattutto nella sua capacità di proteggere ed apprezzare la vita di tutti, specialmente dei più vulnerabili e di coloro il cui valore è messo in discussione». L’America è Great again solo se accetta la sua verità: è stato ed è un paese che è diventato «grande» aprendo le sue porte a ondate successive di immigrati, che lo hanno letteralmente costruito insieme alle loro famiglie. Il discorso sarà di ispirazione potente per tutte le parrocchie che con la società civile stanno animando le «Reti di Risposta Rapida» contro catture e deportazioni. Un sistema di autodifesa dalle retate, di cura e protezione solidale per le famiglie, di luoghi sicuri per bambini e famiglie a rischio di arresto, di mutuo aiuto per chi deve stare nascosto. Ma è con il discorso rivolto principalmente all’Europa, da Lampedusa, che il papa ha spiegato che quello che sta accadendo è un fenomeno globale, non ascrivibile alla sola follia di un isolato dittatore. «I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese che di decisioni mancate». Ancora verità, sferzante, diretta, senza giri di parole. Non è la fatalità, non è il mare il responsabile. Lo sono coloro che prendono decisioni politiche, come il recente Migration Pact dell’Unione europea sulle deportazioni e sui lager che chiamano Cpr. E quelli che non le prendono, come coloro che fanno finta di non vedere ciò che accade in Libia o in Tunisia, e continuano a finanziare con soldi pubblici sistemi criminali di respingimento e internamento di donne, uomini e bambini, tutti nostri fratelli e sorelle, figli nostri. Il discorso di papa Leone è ben più ampio, in tutta la sua radicalità. La concretezza delle cose si mescola alla spiritualità della parola evangelica. È teologia disarmata e disarmante. Il Samaritano, uno che per definizione non aveva nemmeno diritto di parola, un «illegale», difronte alla morte e alla sofferenza di un essere umano, fa quello che né il sacerdote né il levita fanno. Cioè vede e si ferma, agisce, presta soccorso. Per chi ha deciso di sfidare le volontà dei governi in questi anni e ha continuato a soccorrere in mare, ad accogliere, a mettere al centro i diritti umani e non la facile retorica delle propagande politiche, è un grande riconoscimento e un invito a continuare. «Siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore. L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata». L’Europa, dice papa Leone, ha i numeri per farlo. Dall’alto non lo potrà fare se non attraverso una propria indipendenza innanzitutto da Trump e dal suprematismo tecnocratico della guerra e della disumanizzazione. Dal basso lo sta già facendo, praticando la solidarietà in mare e in terra, costi quel che costi. «Come il Samaritano, possiamo cambiare programma e direzione». -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su il manifesto -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’accusa di Prevost colpisce due continenti proviene da Comune-info.
July 5, 2026
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Basta ghetti: occupata la basilica di San Nicola di Bari
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Usb Braccianti Foggia -------------------------------------------------------------------------------- Da questa mattina siamo dentro la basilica di San Nicola a Bari. Siamo un centinaio di braccianti e ci siamo rinchiusi qui, nel cuore di questa città, perché fuori nessuno ci ascolta. Veniamo dalle baracche di Torretta Antonacci (nel foggiano, ndr), arriviamo dai campi dove alle sei del mattino stiamo già curvi sui filari. E da qui non ce ne andiamo finché il presidente della Regione Puglia Decaro e il governo Meloni non daranno un segnale chiaro e concreto: soluzioni vere contro le baracche, subito, e documenti per tutti. Non parole, non tavoli, non promesse. Atti. Perché occupiamo una chiesa? Perché è l’unico luogo di questa città dove la nostra vita vale ancora qualcosa. Per lo Stato non esistiamo: esistono le nostre braccia quando c’è da raccogliere il pomodoro, e spariscono i nostri corpi quando c’è da darci un tetto, un documento, un nome. Il 30 giugno è scaduto il PNRR, e con esso sono morti per sempre i 30 milioni di euro stanziati per il superamento di Torretta Antonacci, il più grande ghetto agricolo della Capitanata, Trenta milioni. Persi. Bruciati. E non è stata la sfortuna, non è stata la burocrazia: siete stati voi. Torretta Antonacci non è arrivata “in ritardo” alla scadenza: l’avete esclusa voi, mentre il vostro commissario straordinario ammetteva davanti alla Corte dei Conti che i tempi non c’erano più. La Corte dei Conti aveva segnalato San Severo tra i casi critici d’Italia: cronoprogrammi impossibili, convenzioni mai firmate, cantieri mai aperti. Quattro anni di riunioni in Prefettura, tavoli tecnici, commissari, passerelle e fotografie. Risultato: zero alloggi, zero dignità, 30 milioni in fumo. Governo, Regione, Prefettura e Comune hanno scelto, ciascuno per la propria parte, di lasciarci nel ghetto. Perché un bracciante senza documenti e senza casa è un bracciante in ginocchio, e un bracciante in ginocchio costa poco. Noi ci spezziamo la schiena a 40 gradi. Moriamo letteralmente di caldo e di fatica sotto il sole, ora dopo ora, cassone dopo cassone, per raccogliere i pomodori, gli ortaggi e la frutta che finiscono sulle vostre tavole. Il cibo che mangiate passa dalle nostre mani. Il made in Italy di cui vi riempite la bocca nei convegni sta in piedi sulle nostre schiene. E noi moriamo come foglie, uno a uno, nei campi e nelle baracche. Ad aprile è morto alagie, a gennaio Mamadou e tanti altri fratelli di estate muoiono per il caldo e di estate per il freddo. E lo diciamo forte: viviamo nelle baracche non perché siamo clandestini, ma perché ci avete resi ostaggi della vostra burocrazia. Abbiamo in tasca i permessi C3, i rinnovi e le richieste di asilo ferme da anni nelle questure e nelle commissioni. Lavoriamo, produciamo, mandiamo avanti l’agricoltura di questo Paese, e ci negate perfino un pezzo di carta. Ora basta: documenti per tutti, perché chi lavora questa terra ha il diritto di viverci da persona libera, non da fantasma ricattabile nelle mani dei caporali. E non provate a raccontarci che i fondi “torneranno in altra forma”. Senza uno stanziamento nazionale immediato, vincolato e verificabile, quei 30 milioni sono spariti per sempre e lo sapete. Noi la nostra proposta l’avevamo già messa sul tavolo: un villaggio progettato insieme agli abitanti, con percorsi di urbanistica partecipata, case vere, spazi comuni, dignità. L’avete ignorata, come avete ignorato noi. Ora ve la riportiamo dentro una cattedrale occupata. La pazienza è finita. L’occupazione della Cattedrale è solo l’inizio. Davanti a noi c’è la stagione della raccolta del pomodoro e noi siamo pronti a fermarla: scioperi nel pieno della raccolta, presidi permanenti sotto i palazzi del potere, blocchi e manifestazioni in tutta la Capitanata. Il cibo arriva sulle vostre tavole grazie alle nostre braccia: ricordatevi che quelle braccia possono fermarsi. Non usciremo da qui a mani vuote. Pretendiamo: lo stanziamento immediato, con fondi nazionali, di risorse pari a quelle perse, vincolate al superamento reale di Torretta Antonacci e decise con noi, non sopra le nostre teste; acqua, luce, servizi igienici e infrastrutture di base da subito nell’insediamento, perché nessuno può sopravvivere un’altra estate così; documenti per tutti: sblocco immediato dei permessi, dei rinnovi e delle richieste di asilo ferme da anni, rilascio di un permesso biennale per ricerca occupazione. Non chiediamo carità: pretendiamo giustizia. Il tempo delle vostre promesse è scaduto il 30 giugno, insieme ai vostri fondi. Il tempo della nostra lotta comincia adesso. [USB Braccianti] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > E se ci provassimo per davvero a cambiare le cose? -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Filiera agricola e ingiustizia climatica -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Basta ghetti: occupata la basilica di San Nicola di Bari proviene da Comune-info.
July 4, 2026
Comune-info
Svezia: obbligo di segnalare le persone senza documenti
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Shrikant Ambawale su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Lo scorso 15 giugno, il Parlamento svedese ha adottato una legge che obbliga alcuni dipendenti pubblici a segnalare automaticamente alle autorità le persone prive di documenti. Questo obbligo riguarderà il Servizio pubblico per l’impiego, l’Agenzia per la previdenza sociale, il Servizio penitenziario e di libertà vigilata, l’Agenzia per l’esecuzione delle sentenze, l’Agenzia per le pensioni e l’Agenzia delle entrate. Si estende inoltre all’Autorità svedese per la lotta alla criminalità economica e alla Procura, qualora venga richiesto dalle forze dell’ordine. Queste ultime potranno trasmettere le informazioni all’Agenzia per l’immigrazione o al servizio di sicurezza. Lunedi 15, il Parlamento ha anche votato la cosiddetta “legge di buona condotta”, che permette alle autorità di ritirare i permessi di soggiorno basandosi su un concetto poco definito di “cattiva condotta” 1. Con effetto anche retroattivo, la norma non specifica quali tipi di comportamento siano considerati inaccettabili, ma il governo ha citato, come esempi, debiti non saldati, evasione fiscale, attività criminali e legami con organizzazioni estremiste. Queste leggi si inseriscono nel “cambio di paradigma” 2 della politica migratoria svedese, volto a ridurre il numero di persone che arrivano irregolarmente nel paese. L’obbligo di segnalazione nasce da una proposta del governo svedese nell’ambito dell’accordo di Tidö, stretto tra i partiti di Destra dopo le elezioni del 2022. La proposta, tuttavia, è stata approvata con 174 voti favorevoli e 172 contrari, evidenziando una forte opposizione nella società svedese, come riportato da John Stauffer di Civil Rights Defenders ad AP 3. AP riporta anche le parole di Jacob Lind, esperto di migrazioni all’Università di Malmö, che definisce questa misura simbolica come parte di una lunga lista di leggi problematiche sulla migrazione, in quanto consente a importanti agenzie statali di “spiare”. Infatti, sebbene la proposta preveda esenzioni per scuole, e servizi sociali e sanitari, non tutela in modo efficace le persone che usufruiscono di tali servizi 4. Una ricerca condotta a marzo illustra gli impatti reali della legge. Gli impiegati pubblici delle agenzie menzionate finirebbero per comportarsi a tutti gli effetti come guardie di frontiere, anziché concentrarsi sulla propria missione. Un aspetto particolarmente preoccupante è che la segnalazione avverrebbe quando una persona “ha ragione di credere” che un’altra non ha diritto di risiedere nel paese, lasciando un ampio margine di incertezza e un rischio altissimo di profilazione razziale. I ricercatori forniscono anche esempi concreti: un’ostetrica deve segnalare tempestivamente una nascita all’Agenzia delle Entrate svedese affinché il bambino possa essere registrato. Quindi, se anche questa agenzia è tenuta a condividere le informazioni, la presunta esenzione per gli operatori sanitari non offre una reale protezione. O allo stesso modo, sia il Servizio penitenziario e di libertà vigilata svedese che il Servizio pubblico per l’impiego basano i propri rapporti sulla riservatezza, ma sarebbero comunque obbligati a segnalare familiari senza documenti menzionati dagli utenti. Si tratta di scenari che, ora che la legge è stata approvata, rischiano concretamente di verificarsi. Questa legge incide direttamente sulla vita quotidiana delle persone sia senza documenti che coloro che devono segnalarle e, nonostante le esenzioni, limita la possibilità per queste persone di esercitare i propri diritti umani. La proposta e la successiva indagine 5 condotta dal governo per analizzarne le implicazioni erano state già ampiamente criticate. Questo obbligo contribuisce a creare un sentimento e clima di paura tra le persone senza documenti, i lavoratori pubblici e chi frequenta queste agenzie, come sottolinea Louise Bonneau, Advocacy officer per PICUM, ricordando che questo voto rappresenta una sconfitta per i diritti umani in Svezia. Platform for Undocumented Migrants (PICUM) riporta inoltre le parole di Jacob Lind, secondo cui le persone senza documenti saranno ulteriormente spinte ai margini della società, con diritti sempre più limitati. Questa legge viola i diritti dei bambini, mina l’indipendenza dei funzionari pubblici e danneggia la reputazione dello Stato, favorendo un clima ostile e di stampo autoritario nei confronti delle persone migranti. Infine, Jan Willem Goudriaan, segretario generale dell’Unione dei servizi pubblici europea, evidenzia come una misura tale mini il diritto di asilo, il principio di non refoulement e alimenti paura, sospetto e discriminazione. Tuttavia, dalla società civile ci si può aspettare una resistenza simile a quella già dimostrata finora, come ricorda Hannah Laustiola, direttrice di Médecins du Monde Svezia, che ha contribuito a ridurre l’ambito della proposta iniziale. Una misura del genere è assolutamente inaccettabile: mette i funzionari pubblici in una posizione impropria, minando la fiducia sociale e producendo gravi conseguenze per le persone senza documenti, i loro diritti, la loro vita quotidiana e il loro benessere. Oltre a violare il diritto internazionale e europeo, l’obbligo di segnalazione di persone senza documenti può comportare e aumentare abusi, violenza, sfruttamento, profilazione razziale, paura e marginalizzazione. 1. Sweden votes to back laws reinforcing its immigration crackdown – The Guardian, 16.06.2026 ︎ 2. The Government of Sweden ︎ 3. Sweden requires public workers to report migrants not authorized to live there – The Associated Press, 15.06.2026 ︎ 4. PICUM ︎ 5. Un riassunto in inglese dei risultati dell’indagine si può trovare da pagina 45 a 66 a questo link ︎ -------------------------------------------------------------------------------- [Gaia Facchini, Melting pot] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Svezia: obbligo di segnalare le persone senza documenti proviene da Comune-info.
June 29, 2026
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Da Lampedusa gettano una nuova rete dell’accoglienza
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di tivissima da Pixabay -------------------------------------------------------------------------------- Nasce “Rete Lampedusa”, “rete di Pietro” con l’obiettivo di riunire terzo settore, mondo ecclesiale e società civile in un unico movimento culturale e operativo che si occupi di migrazioni e accoglienza. Il progetto è pensato per colmare un vuoto strutturale nel dibattito pubblico europeo sulla migrazione. Di fronte alla polarizzazione tra il leitmotiv dell’invasione e il silenzio tattico, i promotori propongono una terza via: una narrazione basata su dati, competenza, diritti umani e – soprattutto – sull’incontro con l’altro come atto di umanità condivisa. Promossa e guidata da Pietro Bartolo, il medico che ha accolto per tanti anni i migranti sbarcati a Lampedusa ed ex parlamentare, divenuto figura simbolo dell’accoglienza, la rete mira a trasformare la percezione della migrazione da emergenza ad opportunità strutturale per il futuro demografico ed economico dell’Europa. I migranti non solo non sono un’emergenza ma sono il nostro futuro. È ormai evidente a tutti che l’Europa sta affrontando un inverno demografico senza precedenti. Entro il 2050 mancheranno all’appello 44 milioni di lavoratori. Tutto il nostro welfare, le nostre pensioni, la nostra economia si reggono oggi grazie a chi è arrivato, i dati parlano chiaro. Nonostante ciò, a causa anche delle politiche repressive e respingenti, il nostro mare, il Mediterraneo, è divenuto un cimitero. Dal 1991, oltre 50.000 persone hanno perso la vita cercando di raggiungere l’Europa. Dal 2014 ad oggi, i morti e dispersi documentati sono oltre 35.000, di questi, almeno 4.000 erano bambini e questi sono dati ufficiali, riconosciuti mentre sappiamo che sicuramente sono molti di più, morti non rintracciati, persone disperse lungo la tratta di cui non si ha traccia. Mentre il nostro continente invecchia, l’Africa vede lasciare il continente i suoi giovani ma nonostante ciò sua popolazione è sempre più giovane. È inevitabile che queste due realtà si incontreranno comunque, che lo si voglia o no. La Rete Lampedusa pone il suo obiettivo su questo punto e invita a decidere da che parte stare: se accettare questo stato di cose che attraverso il filo spinato e i naufragi non riuscirà comunque ad arginare gli arrivi oppure accogliere le persone attraverso canali legali, formazione, lavoro e dignità. Non solo per solidarietà ma anche per consapevolezza di questo stato di cose. Il 15 luglio alle ore 10 a Roma, in via Marghera 59, presso l’istituto Maria Ausiliatrice delle Salesiane di Don Bosco, Pietro Bartolo presenterà il progetto della Rete che aspira ad accogliere al suo interno tutte le realtà che da anni si occupano del fenomeno migratorio (per saperne di più: https://www.retelampedusa.org/). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Da Lampedusa gettano una nuova rete dell’accoglienza proviene da Comune-info.
June 29, 2026
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Quell’angolo del mondo dove i popoli si incontrano
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Festival delle Migrazioni Acquaformosa – Associazione don V. Matrangolo -------------------------------------------------------------------------------- Chi vive in comunità marginali sa bene cosa significa la lenta agonia verso l’abbandono delle proprie origini, la fuga dei giovani verso luoghi lontani, la malinconia di chi resta. Molti luoghi in Italia sono a rischio di estinzione, molte comunità perdono giorno dopo giorni pezzi di vitalità, prima le scuole, chiuse per assenza di bambini, poi i servizi primari e via via fino all’ultima bottega. Giovanni Manoccio, ex sindaco di Acquaformosa racconta a Francesco Donnici la storia e la rinascita di questo borgo nell’entro terra cosentino nel libro appena pubblicato da Iod edizioni: Sono un Arbëresh. Acquaformosa, terra di resistenza civile e incontro di popoli. Acquaformosa, Firmoza in arbëresh, è un meraviglioso paesino albanese-calabrese di circa mille abitanti a settecento metri di altezza, dove con un solo sguardo si può abbracciare la pianura di Sibari, le montagne della Sila, del Pollino e il mare Ionio. Formosa in albanese significa bella, dal latino formosus. In queste zone, intorno al 1500 arrivarono gli albanesi in fuga dalla ferocia dei turchi. L’eroe nazionale Giorgio Castriota Skanderbeg li aveva portati in salvo sin lì e da allora la piccola comunità albanese ha conservato e preservato molte tradizioni culturali. Acquaformosa ha rischiato di morire come purtroppo molte altre realtà italiane dell’entroterra che hanno subito lo svuotamento verso i grandi centri del nord. Nel 2010, durante il periodo dei “grandi tagli”, la ministra della pubblica istruzione Mariastella Gelmini aveva avviato un programma di riduzione e accorpamento dei plessi scolastici laddove non ci fosse un numero sufficiente di alunni. Il sindaco di allora, Giovanni Manoccio, di fronte al rischio di vedere chiudere la scuola elementare del paese, ebbe l’idea di iscrivere alle elementari tutti gli anziani, analfabeti e analfabeti di ritorno. L’idea, bellissima e geniale fu accolta con entusiasmo dalla popolazione che solerte si presentò a scuola per partecipare alle lezioni insieme ai nipotini. Ci fu un’enorme risonanza e arrivarono ad Acquaformosa, allora ancora sconosciuta ai più, troupe di giornalisti e videoreporter per riprendere quest’inconsueta iniziativa, per intervistare gli anziani e il loro sindaco. Uscire dall’isolamento era possibile, ripopolare il paese una sfida possibile. Dalla scuola all’accoglienza il passo è stato perciò breve e Acquaformosa in poco tempo è diventato il volano da cui sono partiti tanti progetti. Nei borghi e paesi limitrofi di origine albanese, piccoli numeri di famiglie di migranti, minori non accompagnati, donne e bambini hanno occupato pian piano le case, rigenerando intere comunità, riaprendo scuole, botteghe, attività commerciali. Oggi l’associazione Don Vincenzo Matrangolo nata in questo paese gestisce 9 progetti in altrettanti comuni, per un totale di circa 250 persone e dà lavoro a circa 140 abitanti del territorio, creando un sistema di economia sociale e solidale di gestione dell’accoglienza diventando la più grande impresa sociale della provincia di Cosenza. La metà delle persone impiegate sono donne e la maggior parte sono uscite da scuole e università calabresi. Giovanni Manoccio ha continuato il suo impegno come presidente dell’associazione e segue e coordina il festival delle migrazioni che quest’anno ha raggiunto la XV edizione diventando un punto di riferimento internazionale sui temi legati al fenomeno migratorio. Una piccola comunità calabrese popolata da discendenti di uomini e donne in fuga oggi è diventata il simbolo dell’accoglienza delle persone migranti provenienti da ogni dove, rovesciando la narrazione del pericolo invasione e della paura del “diverso” dominante. “Esiste un solo diritto di cittadinanza a questo mondo: lo Ius vivendi, il diritto di vivere, che non può avere limiti e non necessita della legittimazione di alcun sovrano o sovranista” dice Giovanni Manoccio, il «sindaco tempesta», primo a dichiarare il proprio Comune “deleghistizzato”. Un libro che intreccia la storie di queste terre con la vita di un uomo che ha dedicato tutta la sua vita all’impegno verso la giustizia sociale. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quell’angolo del mondo dove i popoli si incontrano proviene da Comune-info.
June 29, 2026
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Cisint e l’arte di far star male la gente
ANNA MARIA CISINT, EURODEPUTATA (LEGA), È STATA SINDACA DI MONFALCONE, CITTÀ CHE OSPITA UN’ECCELLENZA DEL MADE IN ITALY, LE OFFICINE DI FINCANTIERI, INTONO A CUI LAVORANO TANTI MIGRANTI, PER LO PIÙ BENGALESI, IN 400 DITTE, DIVERSE DELLE QUALI NOTE PER PRECARIATO, RICATTI, CAPORALATO. LA SIGNORA CISINT HA DEDICATO LA SUA VITA A FAR STARE MALE ALCUNE PERSONE. I BENGALESI DOPO LAVORO HANNO PIACERE DI SEDERSI IN PIAZZA E CHIACCHIERARE CON GLI AMICI? LA SINDACA HA FATTO TOGLIERE LE PANCHINE. LE DONNE VOGLIONO FARSI UN BAGNO A MARE NEI LORO COSTUMONI UN PO’ BUFFI? ECCO CHE LA SINDACA VIETA DI ENTRARE IN ACQUA VESTITE. SE NE STESSERO A CASA, ALLORA… SOLO CHE LA SIGNORA CISINT HA PENSATO BENE DI FAR ALZARE LA SOGLIA DI REDDITO MINIMO PER AVERE UNA CASA POPOLARE, IN MODO DA ESCLUDERE GLI IMMIGRATI. I MUSULMANI HANNO DUE CENTRI CULTURALI, DOVE SI PERMETTONO ANCHE DI PREGARE? ECCO CHE CISINT VIETA LA STESSA PREGHIERA PERCHÉ NON SAREBBE PREVISTA NELLA DESTINAZIONE D’USO. NEI GIORNI SCORSI, CISINT HA DENUNCIATO COME SIA IN CORSO IN ITALIA E IN EUROPA UN VERO GOLPE CONTRO LO STATO DI DIRITTO, MOSTRANDONE LE PROVE… Foto di mohammad samir su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- La signora Anna Maria Cisint è eurodeputata, e già sindaca di Monfalcone (Gorizia). Una città che ospita un’eccellenza del Made in Italy, anzi un player mondiale, le officine di Fincantieri. Made in Italy non solo si dice in una lingua che non è l’italiano, ma si fa con braccia non italiane. Infatti, il segreto di tanto success ce lo rivela Gianni Barbacetto. La Fincantieri ha tagliato del 75% la manodopera diretta, creando una rete di subappalti che ha ridotto il costo del lavoro del 50 per cento. 1.600 lavoratori nei cantieri sono dipendenti Fincantieri, “Gli altri – spiega il segretario provinciale della Cgil Thomas Casotto – lavorano per 400 ditte che spesso applicano condizioni di lavoro semilegali o del tutto illegali: precariato, minacce, ricatti, caporalato; e paga ‘globale’ (che cioè mette insieme e forfetizza ferie, straordinari, malattia, tredicesima, tfr, permessi, infortuni: di fatto azzerandoli). È successo anche che il ‘padrone’ consegni una busta paga di 1.500 euro e poi pretenda di andare con il dipendente al bancomat, facendosi restituire 500 euro in contanti”. Non sorprenda quindi che nei cantieri lavorino operai di 67 paesi diversi, tra cui spiccano 7.076 bengalesi. Che faticano e rischiano la vita, ma non votano e non saprebbero come spiegarsi a un avvocato. Ora, il partito (Lega) di Anna Maria Cisint si trova al governo, e recentemente, proprio quel governo ha autorizzato l’ingresso di 500mila lavoratori extracomunitari per il triennio 2026-28. Circa metà per per “lavoro subordinato non stagionale e autonomo” e metà per “lavoro stagionale nei settori agricolo e turistico” (come funzioni in pratica è un’altra storia). Il governo sostenuto da Anna Maria Cisint li definisce: “manodopera indispensabile al sistema economico e produttivo nazionale e altrimenti non reperibile”. Questo in un paese con 2 milioni e 452 mila disoccupati e 13 milioni e 246mila inoccupati in età lavorativa. Senza bengalesi, niente global leadership di Monfalcone. Ora, la storia ci insegna che quando sei in un paese lontano a fare una vita di cacca, i piccoli rituali ti salvano – gli irlandesi a New York che si trovavano a cantare le loro canzoni, o i “terroni italici” con la festa del Patrono. E la signora Cisint ha dedicato la sua vita a far stare male la gente che fatica in fondo anche per lei. I bengalesi dopo lavoro hanno piacere di sedersi in piazza e chiacchierare con gli amici? La sindaca ha fatto togliere le panchine. Le donne vogliono farsi un bagno a mare nei loro costumoni un po’ buffi? Ecco che la sindaca vieta di entrare in acqua vestite. Se ne stessero a casa, allora… solo che la signora Cisint ha pensato bene di far alzare la soglia di reddito minimo per avere una casa popolare, in modo da escludere gli immigrati. I musulmani hanno due centri culturali, dove si permettono anche di pregare? Ecco che Cisint vieta la stessa preghiera perché non sarebbe prevista nella destinazione d’uso. Uscita da Monfalcone, i suoi orizzonti vessatori si allargano. A Mestre c’è un giardino pubblico, dove i “musulmani” (non è dato sapere di quale etnia) sono soliti pregare. Evidentemente non hanno i soldi per affittare un locale per farsi una moschea. E posso immaginarmi perché: Mestre fa parte del comune di Venezia, che come overtourism è messo peggio di Firenze. A Firenze, l’intera industria degli Airbnb non si reggerebbe senza i peruviani che lavorando in nero corrono in bici a cambiare le lenzuola e buttare i rifiuti. Ma siccome gli appartamenti sono presi appunto da Airbnb, i peruviani non hanno dove dormire loro stessi. Una mattina, i musulmani che vanno a pregare trovano l’angolo del giardino in cui di solito pregano occupato da due ragazze in bikini che dicono che vogliono prendere il sole. Come sia andata, non lo sapremo mai, ma pare che l’imam abbia chiesto loro di lasciare il posto il tempo di dire la preghiera. Sono tredici anni che partecipo all’autogestione di un giardino pubblico, e conosco benissimo la situazione: arrivano i ragazzi della scuola media che vogliono fare la partita nel campetto, e si lamentano che è occupato dai bambini piccoli; arrivano quelli che ci vogliono fare yoga, e si lamentano perché gli arrivano le pallonate in testa; e se ci sono quelli che fanno pugilato, non ci possono stare anche quelli che fanno yoga. Sono cose che si negoziano. Ma la notizia arriva a Cisint che dall’alto del suo smartphone sull’aereo per Bruxelles dice la sua, sul fatto che in un angolino di un giardino, la “manodopera indispensabile al sistema economico e produttivo nazionale” faccia una cosa sua: “Questo è quello che sta accadendo in tutta Europa e in Italia. La conquista, il governo e la sostituzione sono i loro obiettivi: un vero e proprio golpe contro lo Stato di diritto”. È affascinante la chiosa dell’articolo che ne parla, non si capisce se sia della giornalista o dell’eurodeputata: “Permettere che le consuetudini religiose di una comunità arrivino a limitare le libertà individuali altrui significa abdicare al principio di legalità e alla difesa dei valori occidentali. In gioco c’è ben più di un parco pubblico”. Questa è stata la tesi centrale del laicismo più odioso. Come quelli che vorrebbero vietare la processione in onore della Santa Patrona perché ostacola il traffico. Qui potete aderire, ad esempio, alla campagna dell’UAAR – Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti – per vietare che il suono delle campane limiti la libertà di dormire del cittadino laico, solo perché lo richiedono le consuetudini religiose di una comunità. Ma non ci risulta che l’UAAR abbia ancora cercato di vietare agli scout cattolici di dire una preghiera nella loro sede, perché non previsto dalla destinazione d’uso (non ci risulta, ma non suggeriteglielo!). Non a caso, un intervento di Cisint si intitola, “La minaccia di Allah“: che è il nome che anche i cristiani arabi usano per chiamare Dio. -------------------------------------------------------------------------------- * Miguel Martínez è nato a Città del Messico, è cresciuto in giro per l’Europa e soprattutto in Italia, ed è laureato in lingue orientali (arabo e persiano). Di mestiere fa il traduttore e trascorre molto tempo in un giardino comunitario autogestito del borgo San Frediano Oltrarno di Firenze. Questo il suo prezioso blog, dove questo articolo è apparso con il titolo Non c’è più Laicità! -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Cisint e l’arte di far star male la gente proviene da Comune-info.
June 29, 2026
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Il razzismo in Italia nei dati ufficiali
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Associazione Black&White di Castel Volturno -------------------------------------------------------------------------------- La raccolta di dati ufficiali (amministrativi o statistici) sulle discriminazioni e i reati razzisti è uno dei problemi con i quali si confrontano da tempo le agenzie internazionali che tentano di monitorarli in modo sistematico. Una delle principali difficoltà è costituita dalla natura stessa del fenomeno che deve essere monitorato. Gran parte degli atti, dei comportamenti e delle violenze razzisti restano nell’ombra perché non sono denunciati da parte delle persone che ne sono colpite o di chi ne è stato testimone.  La carenza di dati ufficiali che continuiamo a registrare in Italia anche in relazione ai casi di discriminazione e di razzismo noti, perché denunciati alle autorità preposte, va ben oltre questi limiti. Oltre alla persistente mancanza di un sistema coordinato di raccolta dei dati relativi alle diverse tipologie degli atti discriminatori e dei reati razzisti, il problema è la trasparenza: i dati amministrativi ufficiali disponibili non sono sufficientemente divulgati; d’altra parte le indagini statistiche nazionali sul fenomeno risalgono a molti anni fa. Nel momento in cui scriviamo, è in corso una nuova indagine nazionale condotta dall’Istat, volta ad indagare le opinioni della popolazione rispetto alla diffusione nella società delle discriminazioni nelle diverse forme (in base a genere, salute, religione, orientamento sessuale, identità di genere ecc.) e gli episodi di discriminazione eventualmente subìti, ma i risultati non sono ancora stati pubblicati. I dati disponibili sui reati commessi con un movente razzista Le carenze informative che riguardano il nostro paese sono particolarmente rilevanti in relazione ai reati razzisti. Le banche dati on line disponibili presso il sito del ministero della Giustizia e le statistiche pubblicate dall’ISTAT in materia di giustizia penale non permettono infatti di rilevare i dati su questa tipologia di reato né sono facilmente accessibili i dati sulle denunce pervenute alle forze dell’ordine. 1 L’ODIHR (Office for Democratic Institutions and Human Rights operante presso l’OSCE), pubblica ogni anno nel mese di novembre un rapporto internazionale sui cosiddetti crimini di odio, ovvero sui reati commessi sulla base di un movente discriminatorio. Si tratta di dati amministrativi che sono comunicati a ODIHR, per quanto riguarda l’Italia, dalle Forze dell’Ordine e da OSCAD (Osservatorio per la Sicurezza contro gli atti discriminatori2). Insieme a questi dati ufficiali, ODIHR raccoglie anche informazioni qualitative sui casi documentati dalle organizzazioni della società civile.  Il grafico sottostante illustra in serie storica i dati sui reati discriminatori e su quelli specificamente razzisti comunicati dalle autorità italiane a ODIHR /OSCE a partire dal 2013.   Fonte: Elaborazioni di Lunaria su dati Oscad/Odihr, https://hatecrime.osce.org/italy -------------------------------------------------------------------------------- Come è facile osservare, nel corso del tempo il numero di segnalazioni ha avuto in generale una tendenza crescente, raggiungendo un picco di 1445 segnalazioni nel 2021. Negli anni successivi si nota invece una tendenza decrescente.  Nel 2024 sono stati comunicati in totale a Odihr 893 “reati di odio”: di cui 543 hanno un movente razzista, 244 un movente abilista e 104 un movente omolesbobitransfobico. Va evidenziato però che nel 2024, a differenza del passato, non sono considerati i casi di “incitamento alla violenza” che erano stati significativi negli anni precedenti: solo considerando i reati razzisti, i casi di incitamento alla violenza erano risultati 380 nel 2021, 276 nel 2022 e 264 nel 2023.  Sebbene Odihr abbia sempre tenuto ad evidenziare la differenza esistente tra il concetto di reato e di discorso di odio (che non necessariamente ha rilevanza penale), in Italia l’incitamento alla violenza a sfondo razzista, etnico, nazionale o religioso è un reatoprevisto dall’art. 604 bis del Codice penale. Non si comprende dunque la ratio dell’esclusione di questo tipo di reato dalla collezione dei dati pubblicati. I dati Odihr disponibili sono suddivisi anche in base alla tipologia di reato. Il grafico sottostante evidenzia come tra i reati di matrice xenofoba e razzista denunciati alle Forze dell’Ordine nel 2024, le profanazioni di tombe, le violenze fisiche e i casi di disturbo della quiete pubblica risultano quelli più numerosi. 2024. Reati razzisti comunicati da OSCAD a ODIHR/OSCE per tipologia di reato Fonte: OSCAD/ODIHR, https://hatecrime.osce.org/italy -------------------------------------------------------------------------------- Neanche l’ODIHR riesce (dal 2018 in poi) ad ottenere informazioni sul numero dei procedimenti giudiziari in corso e delle condanne comminate per perseguire questo tipo di reati.3 I dati sulle discriminazioni pubblicati da Unar L’altra fonte ufficiale di riferimento, sempre di tipo amministrativo, è costituita dall’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali). L’ufficio, istituito nel 2003 e collocato presso il Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, ha il compito di garantire il diritto alla parità di trattamento e di contrastare le discriminazioni raccogliendo segnalazioni, fornendo assistenza alle vittime, svolgendo attività di ricerca e analisi, promuovendo attività di sensibilizzazione, riferendo in merito a Governo e Parlamento. L’ambito di competenza dell’ufficio è diverso da quello di OSCAD: UNAR si occupa infatti dei casi di discriminazione che non hanno rilevanza penale. Gli ultimi dati pubblicati si riferiscono al 20244. Il Contact Center dell’Ufficio ha raccolto complessivamente 17.640 segnalazioni di discriminazione tramite due canali: il monitoraggio del web e le segnalazioni dirette ricevute dai cittadini.  Le segnalazioni dirette ricevute dal Contact Center nel 2024 risultano 1.106; tra queste 641 sono state classificate come pertinenti. Se si considera un arco temporale di cinque anni, il numero di segnalazioni dirette ricevute dal Contact center evidenzia una tendenza irregolare ma tendenzialmente in crescita rispetto al 2020. Fonte: Unar, Relazione al Parlamento, 2024 -------------------------------------------------------------------------------- Considerando solo le segnalazioni ritenute pertinenti, come è accaduto negli anni precedenti, il movente “etnico-razziale” risulta quello più ricorrente (70,5%), seguito da quello riferito allo stato di abilità (13,1%) e da quello che fa riferimento all’orientamento sessuale e all’identità di genere (5,9%). Le discriminazioni mosse da pregiudizi legati all’età (3,9%), alla religione (3,1%) e ad altri moventi sono risultate meno ricorrenti. 2024. Segnalazioni pertinenti per ground di discriminazione. Fonte: Unar, Relazione al Parlamento, 2024 -------------------------------------------------------------------------------- Lavoro, società e vita pubblica, finanza e credito, alloggi, enti pubblici e PA e Pubblici esercizi costituiscono gli ambiti in cui le discriminazioni segnalate al Contact Center di Unar nel 2024 sono risultate più frequenti. Fonte: Unar, Relazione al Parlamento, 2024 -------------------------------------------------------------------------------- Usiamo i dati con attenzione I dati sopra illustrati sono di natura amministrativa, prodotti cioè dalle autorità competenti a contrastare le discriminazioni e il razzismo con attività di monitoraggio e di assistenza alle vittime, di raccolta delle denunce e di investigazione. Pur costituendo una base di informazione fondamentale per la conoscenza e l’analisi dell’evoluzione del razzismo nel nostro Paese, rappresentano solo quella parte di discriminazioni e di violenze razziste che sono oggetto di denuncia e di segnalazione. D’altra parte, va sempre ricordato che l’aumento registrato nel numero di segnalazioni non indica di per sé una tendenza alla crescita delle discriminazioni. Esso potrebbe infatti essere determinato dal rafforzamento della collaborazione tra l’ufficio, gli enti locali e le associazioni presenti sul territorio o da un maggiore attivismo delle organizzazioni della società civile nelle attività di tutela dei diritti. Per tutti questi motivi, i dati amministrativi ufficiali sulle discriminazioni e sui reati razzisti sono molto utili, ma dovrebbero essere utilizzati con attenzione tenendo conto della loro natura non statistica. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Nei rapporti sulla sicurezza e la criminalità che vengono pubblicati periodicamente dal ministero dell’Interno le denunce di reati razzisti non sono considerate, mentre l’analisi dei dati sulla criminalità si dilunga sui reati compiuti dai cittadini stranieri. Allo stesso modo sul sito del Ministero della Giustizia sono disponibili gli aggiornamenti periodici sui dati relativi ai detenuti stranieri, ma non sui processi in corso e sulle sentenze relativi ai reati razzisti.  2 I dati sono forniti combinando i dati del “Sistema di Indagine – SDI” (estratti dal CED interforze) che attengono ai reati con finalità discriminatorie che hanno “copertura normativa” (ossia relativi a “razza”, etnia, nazionalità, religione, appartenenza a minoranze Rom e Sinti e linguistiche), con le segnalazioni OSCAD che riguardano gli ambiti discriminatori privi di specifica copertura normativa (relativi ad orientamento sessuale, identità di genere e stato di abilità). 3 ODIHR, Hate Crimes Annual Report for 2024, Key Observations, https://hatecrime.osce.org/italy 4 Si veda: UNAR, Relazione al Parlamento sull’attività svolta e sull’effettiva applicazione del principio di parità di trattamento e sull’efficacia dei meccanismi di tutela, 2024, disponibile qui: https://www.unar.it/portale/documents/d/guest/relazione-al-parlamento-2024 -------------------------------------------------------------------------------- Fonto: Cronache di ordinario razzismo -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il razzismo in Italia nei dati ufficiali proviene da Comune-info.
June 28, 2026
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