Capire CeutaLA QUESTIONE MIGRANTE NON È RIGUARDA L’ORDINE PUBBLICO. È UNA QUESTIONE SOCIALE
E POLITICA: RIGUARDA LA LIBERTÀ DI MOVIMENTO, L’IRRISOLTA EREDITÀ DEL
COLONIALISMO, NEL CASO DI CEUTA ANCHE LE RELAZIONI TRA SPAGNA, MAROCCO E
ALGERIA. IL GOVERNO SÁNCHEZ? IN QUESTI ANNI HA CONDOTTO PROBABILMENTE LA
POLITICA MIGRATORIA MENO RAZZISTA D’EUROPA, EPPURE, DI FRONTE A CEUTA, HA
IMMEDIATAMENTE INVIATO L’ESERCITO E ALZATO UNA BARRIERA IN MARE. “È LA PROVA CHE
IL PROBLEMA NON È QUESTO O QUEL GOVERNO, MA LA CORNICE – SCRIVE MARCO ANTONIO
PIRRONE – FINCHÉ LA QUESTIONE MIGRANTE VIENE TRATTATA COME QUESTIONE DI
SICUREZZA E ORDINE PUBBLICO, OGNI ESECUTIVO, DI QUALUNQUE COLORE, FINIRÀ PER
MILITARIZZARE LA FRONTIERA, ALIMENTANDO LA FEROCIA RAZZISTA DELLE DESTRE
INTERNAZIONALI CHE DI QUELLA CORNICE SONO LE INTERPRETI PIÙ COERENTI…”
Foto di David Valverde su Unsplash
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Tra il 30 e il 31 luglio 2026 circa sessantamila persone hanno attraversato la
frontiera tra il Marocco e l’enclave di Ceuta1, a nuoto, a piedi, aggirando il
molo del Tarajal2: l’equivalente del 70% della popolazione dell’enclave. Decine
di morti – annegati o schiacciati nella calca contro il frangiflutti, i bilanci
provvisori oscillano tra 40 e oltre 80 vittime – e, nel giro di quarantotto ore,
il rientro in Marocco della quasi totalità degli entrati: senza cibo, senza un
posto dove dormire, respinti anche a sassate da parte della popolazione. La
Spagna ha inviato l’esercito e ha iniziato a installare una barriera marittima
di contenimento lunga cinquecento metri3. Al grido italico “invasione,
invasione”, l’Italia di Giorgia Meloni ha chiesto la sospensione della Spagna da
Schengen, Trump ha usato Ceuta come spot elettorale – ciò che fa abitualmente,
sin da prima dell’inizio dei suoi due mandati, con la frontiera messicana -,
Musk ha rilanciato su X un video che paragona i migranti agli zombie di World
War Z. In poche ore la macchina retorica dell’“invasione” e della “sicurezza”
funzionava a pieno regime, come avviene da quaranta anni a questa parte quando
l’uso politico delle migrazioni fa comodo, sia da parte dei governi che dei
rappresentanti del neoliberismo.
Vorrei provare a dare di questa vicenda un’altra chiave di lettura, sottraendola
a quella macchina, evidenziando tre elementi.
Primo: la fabbrica dell’invasione. I dati smentiscono la narrazione securitaria
prima ancora che la si finisca di raccontare. Gli arrivi irregolari in Spagna
nel primo semestre del 2026 erano in calo rispetto al 2025; la stragrande
maggioranza di chi è entrato a Ceuta è tornata indietro in poche ore, a piedi,
volontariamente. Non un’occupazione, dunque, ma un movimento di corpi poveri, in
gran parte giovani e giovanissimi marocchini, attratti da una voce – una
sentenza del Tribunal Supremo dalla portata in realtà assai limitata, che le
reti social e dei trafficanti hanno trasformato nella promessa che chi arriva
dal mare non possa essere espulso, a differenza di chi arriva da terra (chissà
poi perché!) – e respinti dalla realtà materiale di una città di
ottantacinquemila abitanti, simbolo oggi dei muri e delle frontiere erette dalla
“civile” e democratica Europa contro il libero movimento delle persone. Eppure
“invasione” e “sicurezza” restano le parole d’ordine dei governi europei e delle
destre fasciste e razziste. Come ho cercato di mostrare altrove1, la retorica
dell’invasione non descrive nulla: traduce in linguaggio numerico e securitario
la paura dell’erosione dei privilegi accumulati dalle società più ricche. La
vera invasione non è quantitativa ma qualitativa: è l’irruzione di corpi che
mettono in discussione il monopolio proprietario2 della libertà di movimento e
rivelano che i diritti e le ricchezze di pochi sono costruiti sull’esclusione e
sullo sfruttamento di molti.
Secondo: l’uso politico del corpo migrante. Che la polizia marocchina non abbia
fermato l’enorme flusso di persone “improvvisamente” in fuga dal Marocco non è
un mistero né un complotto: è una decisione politica, con un precedente
esplicito nel maggio 2021, quando Rabat “aprì” la stessa frontiera per punire
Madrid dell’ospedalizzazione del leader del Polisario, ottenendo un anno dopo la
capitolazione spagnola sul Sahara Occidentale. Questa volta il segnale arriva
dieci giorni dopo la visita di Sánchez ad Algeri, cioè dopo il riavvicinamento
della Spagna al rivale storico del Marocco. Circolano anche, rilanciate da voci
autorevoli, tesi su una regia statunitense e israeliana. Qui occorre distinguere
con rigore. Che esista una pressione documentata di Washington e di ambienti
neocon filo-israeliani sulla Spagna – un rapporto della Commissione
Appropriazioni del Congresso USA che ad aprile definiva Ceuta e Melilla “situate
in territorio marocchino”, le uscite dell’ambasciatore israeliano all’ONU, gli
editoriali che invocano una “seconda Marcia Verde” – è un fatto. Che Washington
e Tel Aviv abbiano orchestrato operativamente l’apertura della frontiera non è,
allo stato, documentato da nulla. La lettura più fondata è intermedia: la
rottura tra Madrid da un lato e l’amministrazione Trump e Israele dall’altro
(sulle basi negate per la guerra all’Iran, sul riconoscimento della Palestina,
sulla definizione di Israele come “Stato genocida”) ha creato le condizioni
permissive dentro cui Rabat ha potuto azzardare un ricatto migratorio di scala
inedita. Non serve il complotto per riconoscere che i migranti vengono usati
come arma nelle tensioni tra Stati e tra aree regionali: lo fece la Libia di
Gheddafi e post-Gheddafi, lo fa il Marocco, lo ha fatto la Bielorussia sul
fronte est. Ma l’arma funziona solo perché l’Europa ha esternalizzato ai regimi
di confine il lavoro sporco del contenimento, consegnando loro la leva. E tanto
il ricatto quanto il modo in cui la vicenda viene rappresentata e gestita
rivelano, come ha scritto Giorgio Cremaschi, “tutta la miseria e l’ottusità
colonialista con cui l’Europa, come gli Usa, affronta la questione migrante”3.
In fondo sono i due lati della stessa medaglia: il capitalismo usa i migranti
come spauracchio dell’invasione e della insicurezza, i paesi terzi cui è ceduto
il lavoro sporco del controllo sulle migrazioni aprono le maglie per ricattare i
paesi colonizzatori e ricchi con la minaccia dell’invasione e dell’insicurezza
quando possono trarne un vantaggio o alzare il prezzo delle loro sporche
prestazioni.
Terzo: ciò di cui non si parla mai, lavoro e libertà. La domanda che nessun
governo si pone è perché decine di migliaia di giovani marocchini si gettino in
mare al primo spiraglio. La risposta sta nelle condizioni materiali del Maghreb:
disoccupazione giovanile di massa, economie subordinate, promesse tradite prima
dalla decolonizzazione e poi da cinquant’anni di neoliberismo – gli
“aggiustamenti strutturali” del FMI che hanno soffocato sul nascere società
civili e movimenti sociali in Algeria, Marocco e Tunisia4, dentro quella
frattura Nord-Sud del Mediterraneo che è insieme economica, sociale e di
rappresentazioni5. È la sovrappopolazione relativa del capitalismo mediterraneo:
forza-lavoro eccedente, prodotta dagli stessi rapporti capitalistici e
neocoloniali che poi la respingono. Un chiarimento è però necessario, perché la
categoria marxiana di esercito industriale di riserva viene oggi manipolata –
dalle destre come da certa sinistra sovranista – per dipingere i migranti come
minaccia ai salari degli autoctoni. Come ha mostrato Pietro Basso, lavoratori
emigranti ed esercito industriale di riserva non sono la stessa cosa; la
produzione da parte del capitale di un esercito di riserva è una legge
dell’accumulazione, non un evento passeggero legato a questa o quella politica
migratoria; ed è il capitale, non chi migra, ad alimentare la concorrenza tra
occupati e disoccupati, corredandola da secoli di politiche e rappresentazioni
tese ad approfondire le linee di divisione tra i due campi. La conclusione
politica di Marx era l’esatto contrario del chiudi-frontiere: la «collaborazione
sistematica» tra occupati e disoccupati – oggi, la lotta unitaria tra nativi e
migranti, a partire dalla piena uguaglianza di diritti – perché «ogni
solidarietà tra occupati e disoccupati turba infatti il “puro” gioco di quella
legge»6. I muri, le barriere galleggianti, i droni di Frontex, gli accordi con i
paesi terzi non servono a fermare le migrazioni: servono a selezionare e
inferiorizzare chi entra nell’ordine salariale europeo, producendo quella
clandestinità che rende la manodopera ricattabile e a buon mercato7. La
razzializzazione – la costruzione del migrante come minaccia, come
inassimilabile, come “nemico” – è il dispositivo ideologico che rende possibile
e “legittimo” tutto questo: gerarchizzare gli esseri umani sulla base del valore
è una necessità strutturale del capitalismo, non una questione culturale o di
ignoranza8. E quando la selezione fallisce, resta la tanatopolitica: le morti al
frangiflutti del Tarajal, come quelle nel Mediterraneo centrale e nel deserto di
Sonora, non sono fatalità ma esiti previsti e accettati delle strategie di
governo dei confini9.
Un’ultima osservazione riguarda proprio la Spagna. Il governo Sánchez ha
condotto in questi anni la politica migratoria più aperta d’Europa –
regolarizzazioni di massa, l’ammissione che l’economia e il welfare spagnoli
hanno bisogno dei migranti – dimostrando, contro tutte le retoriche, che
un’accoglienza sostenibile è possibile. Eppure, di fronte a Ceuta, anche
l’avanzata e democratica Spagna ha immediatamente inviato l’esercito e alzato
una barriera in mare. È la prova che il problema non è questo o quel governo, ma
la cornice: finché la questione migrante viene trattata come questione di
sicurezza e ordine pubblico, ogni esecutivo, di qualunque colore, finirà per
militarizzare la frontiera, alimentando la ferocia razzista delle destre
internazionali che di quella cornice sono le interpreti più coerenti.
Perché la questione migrante non è una questione di ordine pubblico. È una
questione sociale, politica, economica, civile ed etica: riguarda il lavoro e la
libertà10. Riguarda il diritto di non emigrare e il diritto di muoversi;
riguarda chi produce la ricchezza e chi se ne appropria; riguarda l’irrisolta
eredità del colonialismo e del neocolonialismo che ha fatto del Mediterraneo una
frontiera armata invece che un mare fra le terre. I sessantamila di Ceuta,
tornati indietro in un giorno, hanno mostrato al mondo – più di qualunque saggio
– che a premere sulle frontiere non è un’orda ma una domanda universale di
libertà e di dignità. La vera paura del capitale non è l’arrivo dei migranti: è
che la loro rivendicazione della libertà diventi universale e contagiosa. Per
questo si fa la “guerra ai migranti”.
Chi ha a cuore le sorti dei poveri e degli oppressi, a questa domanda non deve
rispondere con le boe galleggianti, ma rifondando universalismo e
internazionalismo dal basso: un internazionalismo delle pratiche, delle
soggettività migranti, delle reti solidali che attraversano i confini11, capace
di riconoscere che nella libertà di movimento – ancorata all’emancipazione
economica, non alla sua mistificazione liberale – si gioca oggi una posta
fondamentale della lotta di classe.
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Note
1 M.A. Pirrone, Guerra ai migranti. Neoliberismo e neoschiavitù nel XXI secolo,
PM edizioni, 2025, in particolare le Conclusioni
2 F. Gambino, Sulla cittadinanza proprietaria. Dai bagagli appresso
all’investimento proprietario, in A. Dal Lago (a cura di), Lo straniero e il
nemico. Materiali per l’etnografia contemporanea, Costa & Nolan, Genova-Milano
1998, pp. 187-208
3 G. Cremaschi, A Ceuta tutta la miseria e l’ottusità colonialista dell’Europa,
il Fatto Quotidiano (blog), 31 luglio 2026
4 M.A. Pirrone, Dalla colonizzazione all’”islamismo radicale”. Globalizzazione,
identità culturale e sviluppi politici nel mondo arabo-islamico, «Studi
Emigrazione/Migration Studies», XXXVII, n. 137, 2000, pp. 67-97
5 M.A. Pirrone, Movimenti, frontiere e fratture mediterranee, Mimesis, Milano
2007
6 P. Basso, Marx sull’esercito industriale di riserva e le migrazioni: vietato
abusarne!, in M. Musto, A.M. Iacono (a cura di), Ricostruire l’alternativa con
Marx. Economia, ecologia, migrazione, Carocci, Roma 2023, pp. 219-40; le
citazioni da K. Marx, Il Capitale, libro I, sono riportate ivi, p. 222
7 Sul confine come dispositivo di “inclusione differenziale” della forza-lavoro
si veda S. Mezzadra, B. Neilson, Confine come metodo, ovvero la moltiplicazione
del lavoro, ombre corte, Verona 2014. Sull’industria globale della frontiera e
la sua violenza: H. Walia, Border and Rule, Haymarket Books, Chicago 2021; P.
Molnar, The Walls Have Eyes. Surviving Migration in the Age of Artificial
Intelligence, The New Press, New York 2024
8 M.A. Pirrone, Razzismo, razzializzazione e valorizzazione del capitale
all’epoca del capitalismo globale, in M. Grasso (a cura di), Razzismi,
discriminazioni e confinamenti, Ediesse, Roma 2013, pp. 55-82
9 Ho affrontato la questione nel mio Guerra ai migranti, cit. Chi volesse
approfondire il tema della necropolitica e della tanatopolitica delle frontiere
può leggere A. Mbembe, Necropolitica, ombre corte, Verona 2016, e i lavori di S.
Palidda; sul deserto come arma di deterrenza: J. De León, The Land of Open
Graves. Living and Dying on the Migrant Trail, University of California Press,
Oakland 2015
10 Sulla questione del nesso migrazioni/libertà ho dedicato molto spazio nel mio
Guerra ai migranti, cit. perché credo sia una questione teorica fondamentale che
ha a che fare proprio con le origini del capitalismo, il quale ha bisogno della
libertà individuale per avere la forza lavoro da comprare ma al tempo stesso la
teme perché è anche libertà di sottrarsi alle condizioni di questa vendita e di
lottare contro di esse
11 S. Mezzadra, B. Neilson, cit.; cfr. anche le conclusioni di M.A. Pirrone,
Guerra ai migranti, cit.
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LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI AMADOR FERNANDEZ SAVATER:
> Il chiodo a cui aggrapparsi
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