Che cos’è, oggi, la cittadinanza?
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Foto Unsplash
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Può sembrare una domanda astratta, ma non lo è affatto: cos’è, oggi, la
cittadinanza? È una domanda che riguarda il futuro della nostra democrazia. L’8
luglio la Camera ha approvato, con 148 voti favorevoli e 99 contrari, l’iter
d’urgenza per una proposta di legge che introduce nuove ipotesi di revoca della
cittadinanza e nuovi ostacoli per chi la sta acquisendo. Non si tratta di un
episodio isolato. Negli ultimi mesi si sono susseguiti interventi che rendono
più restrittivi i requisiti per ottenere la cittadinanza, ampliano i casi in cui
può essere revocata e, più in generale, ridefiniscono il rapporto tra
appartenenza, identità nazionale e sicurezza. Temi diversi, che sembrano però
muoversi nella stessa direzione. Non è soltanto una questione di immigrazione. È
il modo stesso di concepire la cittadinanza che sembra cambiare.
Nella nostra Costituzione e nella tradizione delle democrazie costituzionali, la
cittadinanza non è un privilegio né una ricompensa. È il fondamento
dell’uguaglianza giuridica. Una volta cittadini, tutti sono uguali davanti alla
legge. Lo Stato giudica le azioni delle persone, non la loro origine, la
religione che professano o la storia della loro famiglia. Oggi, invece, sembra
affermarsi un’altra idea.
Un ragazzo nato e cresciuto in Italia da genitori stranieri, che oggi può
diventare cittadino dichiarando la propria volontà entro un anno dal compimento
della maggiore età, con la nuova legge dovrebbe superare anche un esame di
integrazione. Una richiesta che nessun suo coetaneo nato da genitori italiani
dovrà mai affrontare. La cittadinanza non appare più come il luogo
dell’uguaglianza, ma come un confine da presidiare: un bene da concedere con
maggiore cautela, da limitare o rendere più fragile per alcuni. Matteo Salvini
lo ha espresso con un’immagine molto esplicita: la cittadinanza dovrebbe
funzionare come una “patente a punti”, e chi delinque dopo aver ricevuto le
chiavi di casa dovrebbe vedersi ritirare quelle chiavi. È una metafora che dice
molto più di quanto sembri. La cittadinanza non viene più pensata come uno
status che garantisce uguali diritti e uguali doveri, ma come una licenza sempre
revocabile, un’appartenenza che deve essere continuamente dimostrata.
Non è tanto il singolo provvedimento a colpire. È il quadro complessivo che
emerge. La domanda sembra non essere più: quali diritti spettano a ogni
cittadino? Ma piuttosto: chi appartiene davvero alla comunità nazionale?
Questa trasformazione riflette anche un’idea di identità nazionale come qualcosa
di fisso, omogeneo, da preservare nella sua presunta purezza. Un’identità che
guarda al passato con nostalgia e considera ogni cambiamento come una minaccia.
Eppure le società non sono mai rimaste immobili. L’Italia, come tutta l’Europa,
sta diventando una realtà sempre più plurale. Le migrazioni, i cambiamenti
demografici, la mobilità delle persone, le guerre e la crisi climatica stanno
trasformando il volto delle nostre comunità. È un processo complesso, che pone
problemi reali e richiede politiche serie. Ma è difficile immaginare che possa
essere fermato. La storia non procede all’indietro.
La vera sfida, allora, non è impedire il cambiamento, ma governarlo senza
rinunciare ai principi che rendono democratica una società. Significa passare da
un “noi” costruito sull’esclusione a un “noi” fondato sulla condivisione dei
diritti e delle responsabilità; da un’identità che si difende alzando confini a
una comunità che si riconosce nella forza delle proprie istituzioni e dei propri
valori costituzionali. Perché una società diventa davvero più sicura
restringendo continuamente il significato della cittadinanza? Oppure rischia di
ottenere il risultato opposto? Quando una parte della popolazione viene
rappresentata come un problema permanente, quando ragazze e ragazzi nati o
cresciuti nel nostro Paese continuano a sentirsi cittadini “con riserva”, il
rischio è quello di alimentare proprio quella frattura che si dice di voler
combattere. La sicurezza è un bene fondamentale. Ma non nasce soltanto dal
controllo e dalla punizione. Nasce anche dalla fiducia reciproca, dal
riconoscimento, dalla possibilità di sentirsi parte della stessa comunità
politica.
Ogni Stato ha il diritto di stabilire le regole per l’acquisizione della
cittadinanza e di pretendere il rispetto delle proprie leggi. Ma un conto è
definire criteri di accesso; un altro è trasformare la cittadinanza in uno
strumento che distingue continuamente tra chi appartiene pienamente alla
comunità e chi deve dimostrare, ogni volta, di meritarne l’appartenenza. Forse è
proprio questa la domanda che dovremmo porci. Perché il futuro delle nostre
società sarà inevitabilmente plurale. Possiamo scegliere se affrontare questa
trasformazione alimentando paure e contrapposizioni oppure costruendo una
convivenza fondata sul diritto, sulla responsabilità e sull’uguaglianza.
La cittadinanza, in fondo, non serve a tracciare nuovi confini tra le persone.
Serve a garantire che, una volta riconosciuti come membri della stessa comunità
politica, nessuno sia meno cittadino di un altro.
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