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Dublinanti
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Giovanni Izzo -------------------------------------------------------------------------------- Dublinanti. Una parola che fino a poco tempo fa non si sentiva. Non apparteneva al lessico comune, né a quello politico. Ora comincia a comparire nel linguaggio amministrativo, politico e giornalistico. È entrata nel linguaggio come entrano certe muffe: silenziosamente, senza che nessuno se ne accorga, finché non è troppo tardi. Ha l’aria neutra e pulita delle parole amministrative, quelle che sembrano fatte apposta per mettere in ordine i fogli, per classificare, per rendere gestibile ciò che è complesso. Ed è proprio questo che inquieta. Perché un dublinante non nasce con quel nome. Lo diventa dentro uno sportello, in un momento che spesso non riconosce nemmeno come decisivo. È un’etichetta che non descrive una condizione umana, ma una procedura. Eppure finisce per sostituire tutto il resto: la storia, la vulnerabilità, le relazioni, le speranze. La genealogia di una parola Il termine deriva dal sistema di Dublino, l’insieme di norme europee pensate per stabilire quale Stato debba esaminare una domanda di asilo. Nasce con la Convenzione di Dublino del 1990, diventa Regolamento — con Dublino II, nel 2003, poi Dublino III, nel 2013 — via via che l’Unione ne irrigidisce i meccanismi. In teoria, uno strumento di coordinamento. In pratica, un sistema che ha finito per concentrare una parte importante della responsabilità sui Paesi di primo ingresso e per sottoporre gli spostamenti dei richiedenti asilo all’interno dell’Unione a procedure di trasferimento verso lo Stato ritenuto responsabile. Il linguaggio tecnico ha fatto il resto: da “persona soggetta al Regolamento di Dublino” si è passati a “dublinante”. Una parola che non dice quasi nulla della persona, ma molto del sistema che la nomina. In concreto, succede questo: un uomo o una donna arriva in Europa, attraversa un confine e appoggia un dito su uno scanner. Un gesto minimo, quasi invisibile. In quel momento, spesso senza saperlo, lascia una traccia amministrativa che può accompagnarlo nel suo percorso. La prima impronta digitale diventa un segno che può inseguirlo attraverso l’Europa. Se poi prova ad andare altrove — per raggiungere un parente, un amico, un luogo dove si sente più sicuro — può trovarsi davanti alla procedura di trasferimento verso lo Stato considerato responsabile della sua domanda. Non perché abbia commesso un reato. Non perché rappresenti un pericolo. Ma perché, secondo quella procedura, “spetta a un altro Stato”. E intanto c’è una vita che aspetta. Una fila. Un appuntamento. Una stanza. Una risposta. Un sì o un no che può arrivare dopo mesi. La paura di essere trasferiti. La necessità di lasciare ancora una volta un luogo nel quale, forse, si era cominciato a costruire qualcosa. E poi ricominciare. La neutralità come maschera È qui che il linguaggio rivela la sua postura politica. Trasformare una persona in una categoria amministrativa significa anche rendere più facile pensarla come un caso da gestire, un fascicolo da spostare, una procedura da chiudere. La categoria burocratica diventa una copertura perfetta: permette di parlare di esseri umani attraverso il linguaggio delle pratiche e, allo stesso tempo, rassicura chi guarda. Il linguaggio amministrativo non è mai soltanto neutro: è anche uno strumento di governo, che organizza la realtà per conto delle istituzioni. Una vita reale dietro la parola Dietro ogni “dublinante” c’è una storia che la parola non contempla. C’è, per dire, Amir — chiamiamolo così — ventitré anni, arrivato a Lampedusa in ottobre con addosso una giacca troppo leggera per il mare aperto. Ha un fratello a Norimberga, un letto già pronto in un appartamento condiviso, un numero di telefono imparato a memoria prima ancora del proprio documento. Quel dito appoggiato sullo scanner in Sicilia, quel gesto di un secondo, ha già deciso per lui: la Germania non potrà mai essere sua, non su questa domanda. Il fratello resta a un treno di distanza che non prenderà. Ma la parola non vede nulla di tutto questo. La parola serve a non vedere. Non vediamo la persona che aspetta una risposta: vediamo una procedura. Non vediamo la paura di dover partire ancora: vediamo un trasferimento. Non vediamo il tempo sospeso di chi non sa dove potrà vivere domani: vediamo una pratica. E forse dovremmo chiederci se abbiamo mai provato davvero a immaginare che cosa significhi vivere dentro una parola come questa. Vivere dentro una procedura che decide dove puoi restare e dove devi andare. Aspettare. Non sapere. Ricominciare. Fermarsi davanti alle parole nuove Forse dovremmo fermarci di più davanti alle parole nuove. Chiederci non solo da dove arrivano, ma quale idea di umanità stanno servendo. Perché ogni volta che accettiamo una categoria senza interrogare ciò che nasconde, rinunciamo a un pezzo della nostra responsabilità. Prima delle procedure, delle impronte e della propaganda, c’era — e resta — semplicemente un essere umano. E il modo in cui lo nominiamo dice molto di noi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dublinanti proviene da Comune-info.
August 24, 2026
Comune-info
Un appello agli amici di Vicofaro
-------------------------------------------------------------------------------- Un appello alle tante amiche e ai tanti amici che conoscono — o hanno conosciuto — l’esperienza di Vicofaro, l’hanno sostenuta e hanno apprezzato il lavoro compiuto per soccorrere tanti migranti. Abbiamo accolto molte persone, le abbiamo soccorse e curate, le abbiamo accompagnate nel difficile cammino verso la ricostruzione di una vita. Insieme a tanti amici siamo riusciti a costruire una grande comunità solidale, composta da credenti nella giustizia e nella dignità di ogni essere umano. Dobbiamo essere orgogliosi di questo lavoro. Sappiamo che non è stato inutile. Questo straordinario percorso, vissuto insieme per dieci anni, è stato interrotto violentemente l’anno scorso dall’intervento della Polizia. Quelle immagini resteranno a lungo una ferita per tutta la nostra comunità cittadina e non solo. Mi hanno sconvolto i pannelli inchiodati alle finestre e alle porte per impedire ai poveri di entrare. Non potrò mai dimenticare la tristezza provata nel vedere avvitare chiodi su quelle assi di legno. E non potrò dimenticare le poche cose dei nostri ragazzi — gli zaini, i vestiti, gli oggetti personali — ammucchiate davanti alla chiesa. Per un intero anno, insieme alla nostra equipe di volontari, abbiamo lavorato per cercare di salvare questa esperienza. Non ci siamo riusciti. Certamente molti ragazzi sono stati ricollocati e oggi stanno meglio: era questo il nostro obiettivo, e ne siamo felici. Ma il prezzo di quell’operazione è stato la chiusura e lo sbarramento della nostra comunità, della nostra parrocchia, del nostro ospedale da campo. La conseguenza sarà che molti migranti rimarranno in strada senza protezione non potranno più contare nella nostra casa aperta. Devo dirlo con coraggio: nel nostro caso la Chiesa non ci ha protetti. Ha accettato il ricatto della politica. Vicofaro, questa chiesa-rifugio, doveva essere chiusa e il suo parroco reso non operativo. E così è stato. Mi sono sentito tradito e abbandonato. Nel mio caso la Chiesa ha preferito accordarsi con il potere e con politiche ingiuste nei confronti dei migranti. Si è scelto di mettere il Vangelo da parte. Si è preferito assecondare quelle forze politiche che per anni hanno alimentato incomprensione e paura. «Vogliamo un vero parroco», gridavano. Sono stati accontentati; di più, gli è stata consegnata la Parrocchia. Ho cercato giustizia attraverso i ricorsi, ma non ci sono riuscito. Ora sono anch’io un parroco rimosso, “bocciato”, messo da parte, delegittimato. Potete immaginare il mio stato d’animo e la mia preoccupazione per tutti quei ragazzi che oggi si trovano a Ramini e rischiano di finire in strada. Non è necessario dirvi che farò tutto il possibile per proteggerli. Penso anche a tutti coloro che hanno creduto in questo progetto. So che molti sono delusi e indignati. Eppure non siamo sconfitti. Viviamo in un momento storico molto difficile, nel quale valori fondamentali come la giustizia, la solidarietà e l’umanità sono messi in discussione. Ma il cammino compiuto a Vicofaro non è stato inutile. Dieci anni di accoglienza, di cura e di condivisione non possono essere cancellati da una decisione o da una chiusura. Dobbiamo accettare che, in alcuni percorsi, possano esserci degli stop. Ma uno stop non significa necessariamente la fine. Significa anche che il testimone può essere raccolto da altri, in altri luoghi e in altri contesti. A Vicofaro abbiamo dimostrato che si possono realizzare cose importanti anche con pochi mezzi, quando esistono la volontà, il coraggio e la disponibilità a mettersi in gioco. Questo stile, questo modo di essere ha disturbato molto. Ha disturbato tutti coloro che concepiscono il servizio come una professione. Ha disturbato un modo dove corrono tanti soldi. Alle persone che oggi hanno preso possesso di Vicofaro voglio dire questo: quando entrerete in quella chiesa, ricordatevi di rivolgere una preghiera ai tanti poveri che sono passati di lì. In tanti hanno dormito tra quelle panche. Quante storie, quante paure e quante speranze hanno trovato riparo sotto quel tetto. Quella chiesa è stata benedetta dalla loro presenza. Lì i poveri, i migranti — i prediletti di Dio — hanno dormito e trovato rifugio. Chi entrerà in quella chiesa dovrà sentirsi davvero benedetto, perché entrerà in un luogo speciale. Quando, la domenica, celebrerete la Messa, guardate verso l’alto, verso quel matroneo un tempo gremito di poveri. Spero che possiate vedere ciò che io ho avuto la grazia di sperimentare: quelle braccia di Cristo che sembravano toccarli e proteggerli. Quei poveri che sono entrati con la veste bianca degli invitati alle nozze. Possano accogliervi e benedirvi. Carissimi, dobbiamo avere pazienza. Anche la Chiesa è fatta di uomini e di donne, portatori di fragilità, limiti e incertezze. Sinceramente, non riesco a non volerle bene, anche così, perché anche noi siamo fragili. Ma io vado avanti: con i poveri, con determinazione e senza paura. C’è ancora del buon seme in giro. Noi abbiamo seminato bene. Ma dobbiamo essere consapevoli di quanto Gesù ci ricorda: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Avanti, insieme, con coraggio, nonostante tutto. -------------------------------------------------------------------------------- Don Massimo, Pistoia 21 Agosto 2026 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un appello agli amici di Vicofaro proviene da Comune-info.
August 22, 2026
Comune-info
Il piede di cartone
-------------------------------------------------------------------------------- Quel piede di cartone giunto nella notte senza urla, senza clamore, sorretto da braccia benevoli per elevarlo da terra. Ha valicato i confini resistendo alle pietre taglienti, agli aghi di pino, agli scorpioni, al fango dei boschi, alle pozzanghere d’acqua sporca dove si abbeverano i maiali selvatici. Procede ora stremato lungo il selciato della “Piazza del mondo” di Trieste. È un piede testardo che non si arrende. L’infezione avanza, forse le dita sono già in cancrena ma lui non vuole fermarsi. È il suo patto con la vita. “O vivo o muoio”. Scegliendo la vita, non si sottrae al dolore di patirla. Ventisei ossa, trentatré articolazioni, più di cento tra muscoli, tendini e legamenti lo stanno sostenendo. La parte più bassa del corpo gli sorregge l’intera persona. Sta alla periferia del suo stesso corpo e, come un secondo cuore, spinge la linfa verso l’alto. Cocciuto, va contro la gravità che lo vorrebbe a terra, dolente, inerme, vinto. Nella sua epidermide è tracciata la mappa del cammino dall’Afghanistan all’Iran, alla Turchia, alla terribile Bulgaria per finire nella fossa umana della Bosnia. Cade, si risolleva, viene battuto, umiliato, riportato nel buco nero del confine, là dove tutto ha inizio. La radice del suo piede, tuttavia, è forte di quel dolore simile alla granata esplosa nel tempo della propria vita anteriore. Si rialza, valica di nuovo i confini, il piede lo tradisce ancora, il fango e le piogge dei boschi lo infettano. Gli amici non l’abbandonano e nella notte calda di luglio approda nella Piazza del mondo. Fiero nel pezzo di cartone che gli tiene insieme la carne come fosse una seconda pelle, appare nella sua forma inquietante altero e dignitoso. C’è un’atmosfera che lo circonda e che richiama il perturbante. L’immaginario scava subito dentro quell’involucro e ne rifugge inorridito. Il perturbante serve a questo: a reagire rimuovendo l’angoscia. Là dentro c’è la morte, la cancrena corrode, mangia, richiama la caduta. Tra la presunzione di una fine presunta prossima e la realtà di un individuo che non vuole arrendersi, scorre lo spazio abitato da qualcosa che si chiama resistenza, dignità, rispetto. Tuttavia, la parte prende il posto del tutto, il piede fa sparire la persona e lo spettatore catturato da quell’immagine che scorre nel web, interviene, consiglia, si prodiga, impone, giudica, affinché quel piede venga riparato. Il corpo, non la persona, è l’oggetto del coinvolgimento. L’individuo, è relegato nell’ombra, privato di volontà e deumanizzato come esattamente è accaduto lungo tutto il suo esilio: lui non conta, per i confini è solo un numero da statistica, per il voyerismo mediatico, è solo un piede da ospedalizzare. C’è una pulsione che invece sorregge quel corpo: si chiama desiderio. Un piede morente che vuole vivere è scandaloso. Reca in sé una verità sovversiva che riflette, come in uno specchio, l’immagine di un corpo sociale complice di una violenza inaccettabile. Ho visto bambine e bambini provenire dalla Rotta balcanica con i piedi ghiacciati, le dita nere che abbiamo scongelato nel catino di acqua tiepida ma rimaste comunque un pezzo di legno. Li ho visti proseguire vero il nord Europa con il primo treno del mattino, incuranti del loro dolore e “curanti” invece del mandato familiare: “Vai, vivi e salvaci”. Un’idea non possiede odore, non è ascoltabile né tattile (Bion). Quel piede di cartone emana l’odore del marcio e, in sé, parla la lingua della tragedia. L’odore della tragedia è succulento, permette di salvarci l’anima e di intervenire sulla tastiera appropriandosi di un piede di cartone come fosse solo un pezzo di carne. Nel web l’angoscia di quell’immagine viene sedata attraverso l’esplosione di commenti velenosi o distorti che giocano sulla rimozione del trauma senza accettare che il vero trauma non è quello del migrante bensì il nostro. L’angoscia, si palesa però anche attraverso la tentazione opposta fatta di sdegno che offre un riparo morale grazie a parole di commiserazione e pietà, di nuovo senza accettare che il migrante non è vittima ma protagonista di sé stesso. Pochi riconoscono che resistere richiede a quel piede la competenza tutta interiore a mantenere integro il proprio equilibrio, a non cedere alla caduta. A noi che restiamo nel reale della scena, dentro la Piazza del mondo, fra quei corpi di dolore, richiede invece la volontà di ascoltare il silenzio abitato dal linguaggio del corpo. Riusciamo così a riconoscere lo stigma straordinario del desiderio. Un desiderio di vita, di libertà, persino di gioia nell’essere salvo anche se cadùco, una pulsione che impedisce la caduta. Cadere sarebbe una resa, una consegna, una profanazione del desiderio. Ed è proprio la mancanza di una caduta che fa scandalo tanto quanto il desiderio che anima quel corpo. Cadere riconsegnerebbe il migrante al suo ruolo di inferiorità e di vittima. Se non è un terrorista, uno spacciatore, uno che porta via il lavoro, almeno che sia vittima. Che lui, colui che dovrebbe soccombere, “rimanga in piedi” è insopportabile. Rimanda a un’alterità, a un contrappasso del senso comune che supera la misura. Quel migrante diventa improvvisamente una figura dell’eccesso. È l’ospite indesiderato che viola l’ordine preordinato delle emozioni. Non lui è “illegale” ma la sua tenuta. In tal modo, parafrasando il titolo di un bellissimo libro di Shahram Khosravi Io sono confine, lui stesso mostra che è confine, territorio in cui si gioca la propria autodeterminazione e la propria autenticità di profugo. Il suo corpo ferito, il suo piede di cartone tracciano una calligrafia di orme sospese tra il paese d’origine, l’esilio e l’approdo. Tre categorie esistenziali che sono però vita ed esperienza vissuta sul proprio essere. Quel piede, quel corpo non chiedono nulla. Solo una pausa, una sosta, per poter continuare il viaggio. Tutt’attorno, la scena si riempie di voci con la vacua superficialità che tesse ciò che non si comprende: “un piede in cancrena?! Va subito portato in ospedale! Di cancrena si muore!” Qualcun altro, scatenato dalla vista insopportabile del cartone che avvolge il piede marcio, lancia strali e accuse surreali. Pochi conoscono il silenzio. Nell’ascolto del silenzio invece, le parole scorrono in un dialogo muto che fa da ponte con la realtà psichica. In questo regno intermedio tra la parola e l’essere, s’intuisce in quell’uomo afghano e in quel piede che lo vertebra, un “sole interno”, una luce che egli custodisce in sé e che non si può profanare. È li che nasce la sua verticalità, la sua capacità di “stare in piedi”, cioè eretto. Resnik parlerebbe dell’incorporazione di una funzione vertebrante che ordina l’essere nel mondo. Unita a una funzione più avvolgente e contenitiva darebbe luogo all’esperienza combinata tra pensiero ed emozione. Nella Piazza del mondo, palcoscenico reale ma anche metafora psichica, parafrasando Winnicott verrebbe da dire che “il nostro specchio è il volto del migrante”. In questo caso è il piede, non come volto, ma come misura di una verticalità che il nostro sguardo non sa interpretare poiché mancano le emozioni per capirlo. Quel piede ha vissuto l’esperienza della soglia tra la vita e la morte, è memoria che sente, è anche enclave di un territorio ermetico difficile da rappresentare. L’incontro con questa dinamica unito all’immagine traumatica del piede di cartone, crea un movimento a ritroso dentro la palude della psiche sociale accompagnata dal bisogno di rimuovere tutto ciò che è scomodo. Ritorniamo così ad essere abitati da quella terra oscura di cui non vogliamo sapere nulla e che risale a noi solo come sintomo di una società malata di indifferenza e individualismo. Quel piede di cartone, alle prime luci dell’alba, se n’è andato alla volta del nord Europa e, ostinatamente, cocciutamente, è giunto dove voleva arrivare. Ora si che è salvo davvero. La sua immagine resterà indelebile nella mai mente. Continua a interrogarmi, ad affascinarmi per la sua mancanza di una caduta. Il trauma che ha suscitato in me, in noi, nel web, non può e non deve chiudersi. È un trauma di cui nulla vorremmo sapere ma di cui io non voglio liberarmi. Vorrei, invece, che continui ad essermi maestro nella mia pratica della cura. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il piede di cartone proviene da Comune-info.
August 21, 2026
Comune-info
Capire Ceuta
LA QUESTIONE MIGRANTE NON È RIGUARDA L’ORDINE PUBBLICO. È UNA QUESTIONE SOCIALE E POLITICA: RIGUARDA LA LIBERTÀ DI MOVIMENTO, L’IRRISOLTA EREDITÀ DEL COLONIALISMO, NEL CASO DI CEUTA ANCHE LE RELAZIONI TRA SPAGNA, MAROCCO E ALGERIA. IL GOVERNO SÁNCHEZ? IN QUESTI ANNI HA CONDOTTO PROBABILMENTE LA POLITICA MIGRATORIA MENO RAZZISTA D’EUROPA, EPPURE, DI FRONTE A CEUTA, HA IMMEDIATAMENTE INVIATO L’ESERCITO E ALZATO UNA BARRIERA IN MARE. “È LA PROVA CHE IL PROBLEMA NON È QUESTO O QUEL GOVERNO, MA LA CORNICE – SCRIVE MARCO ANTONIO PIRRONE – FINCHÉ LA QUESTIONE MIGRANTE VIENE TRATTATA COME QUESTIONE DI SICUREZZA E ORDINE PUBBLICO, OGNI ESECUTIVO, DI QUALUNQUE COLORE, FINIRÀ PER MILITARIZZARE LA FRONTIERA, ALIMENTANDO LA FEROCIA RAZZISTA DELLE DESTRE INTERNAZIONALI CHE DI QUELLA CORNICE SONO LE INTERPRETI PIÙ COERENTI…” Foto di David Valverde su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Tra il 30 e il 31 luglio 2026 circa sessantamila persone hanno attraversato la frontiera tra il Marocco e l’enclave di Ceuta1, a nuoto, a piedi, aggirando il molo del Tarajal2: l’equivalente del 70% della popolazione dell’enclave. Decine di morti – annegati o schiacciati nella calca contro il frangiflutti, i bilanci provvisori oscillano tra 40 e oltre 80 vittime – e, nel giro di quarantotto ore, il rientro in Marocco della quasi totalità degli entrati: senza cibo, senza un posto dove dormire, respinti anche a sassate da parte della popolazione. La Spagna ha inviato l’esercito e ha iniziato a installare una barriera marittima di contenimento lunga cinquecento metri3. Al grido italico “invasione, invasione”, l’Italia di Giorgia Meloni ha chiesto la sospensione della Spagna da Schengen, Trump ha usato Ceuta come spot elettorale – ciò che fa abitualmente, sin da prima dell’inizio dei suoi due mandati, con la frontiera messicana -, Musk ha rilanciato su X un video che paragona i migranti agli zombie di World War Z. In poche ore la macchina retorica dell’“invasione” e della “sicurezza” funzionava a pieno regime, come avviene da quaranta anni a questa parte quando l’uso politico delle migrazioni fa comodo, sia da parte dei governi che dei rappresentanti del neoliberismo. Vorrei provare a dare di questa vicenda un’altra chiave di lettura, sottraendola a quella macchina, evidenziando tre elementi. Primo: la fabbrica dell’invasione. I dati smentiscono la narrazione securitaria prima ancora che la si finisca di raccontare. Gli arrivi irregolari in Spagna nel primo semestre del 2026 erano in calo rispetto al 2025; la stragrande maggioranza di chi è entrato a Ceuta è tornata indietro in poche ore, a piedi, volontariamente. Non un’occupazione, dunque, ma un movimento di corpi poveri, in gran parte giovani e giovanissimi marocchini, attratti da una voce – una sentenza del Tribunal Supremo dalla portata in realtà assai limitata, che le reti social e dei trafficanti hanno trasformato nella promessa che chi arriva dal mare non possa essere espulso, a differenza di chi arriva da terra (chissà poi perché!) – e respinti dalla realtà materiale di una città di ottantacinquemila abitanti, simbolo oggi dei muri e delle frontiere erette dalla “civile” e democratica Europa contro il libero movimento delle persone. Eppure “invasione” e “sicurezza” restano le parole d’ordine dei governi europei e delle destre fasciste e razziste. Come ho cercato di mostrare altrove1, la retorica dell’invasione non descrive nulla: traduce in linguaggio numerico e securitario la paura dell’erosione dei privilegi accumulati dalle società più ricche. La vera invasione non è quantitativa ma qualitativa: è l’irruzione di corpi che mettono in discussione il monopolio proprietario2 della libertà di movimento e rivelano che i diritti e le ricchezze di pochi sono costruiti sull’esclusione e sullo sfruttamento di molti. Secondo: l’uso politico del corpo migrante. Che la polizia marocchina non abbia fermato l’enorme flusso di persone “improvvisamente” in fuga dal Marocco non è un mistero né un complotto: è una decisione politica, con un precedente esplicito nel maggio 2021, quando Rabat “aprì” la stessa frontiera per punire Madrid dell’ospedalizzazione del leader del Polisario, ottenendo un anno dopo la capitolazione spagnola sul Sahara Occidentale. Questa volta il segnale arriva dieci giorni dopo la visita di Sánchez ad Algeri, cioè dopo il riavvicinamento della Spagna al rivale storico del Marocco. Circolano anche, rilanciate da voci autorevoli, tesi su una regia statunitense e israeliana. Qui occorre distinguere con rigore. Che esista una pressione documentata di Washington e di ambienti neocon filo-israeliani sulla Spagna – un rapporto della Commissione Appropriazioni del Congresso USA che ad aprile definiva Ceuta e Melilla “situate in territorio marocchino”, le uscite dell’ambasciatore israeliano all’ONU, gli editoriali che invocano una “seconda Marcia Verde” – è un fatto. Che Washington e Tel Aviv abbiano orchestrato operativamente l’apertura della frontiera non è, allo stato, documentato da nulla. La lettura più fondata è intermedia: la rottura tra Madrid da un lato e l’amministrazione Trump e Israele dall’altro (sulle basi negate per la guerra all’Iran, sul riconoscimento della Palestina, sulla definizione di Israele come “Stato genocida”) ha creato le condizioni permissive dentro cui Rabat ha potuto azzardare un ricatto migratorio di scala inedita. Non serve il complotto per riconoscere che i migranti vengono usati come arma nelle tensioni tra Stati e tra aree regionali: lo fece la Libia di Gheddafi e post-Gheddafi, lo fa il Marocco, lo ha fatto la Bielorussia sul fronte est. Ma l’arma funziona solo perché l’Europa ha esternalizzato ai regimi di confine il lavoro sporco del contenimento, consegnando loro la leva. E tanto il ricatto quanto il modo in cui la vicenda viene rappresentata e gestita rivelano, come ha scritto Giorgio Cremaschi, “tutta la miseria e l’ottusità colonialista con cui l’Europa, come gli Usa, affronta la questione migrante”3. In fondo sono i due lati della stessa medaglia: il capitalismo usa i migranti come spauracchio dell’invasione e della insicurezza, i paesi terzi cui è ceduto il lavoro sporco del controllo sulle migrazioni aprono le maglie per ricattare i paesi colonizzatori e ricchi con la minaccia dell’invasione e dell’insicurezza quando possono trarne un vantaggio o alzare il prezzo delle loro sporche prestazioni. Terzo: ciò di cui non si parla mai, lavoro e libertà. La domanda che nessun governo si pone è perché decine di migliaia di giovani marocchini si gettino in mare al primo spiraglio. La risposta sta nelle condizioni materiali del Maghreb: disoccupazione giovanile di massa, economie subordinate, promesse tradite prima dalla decolonizzazione e poi da cinquant’anni di neoliberismo – gli “aggiustamenti strutturali” del FMI che hanno soffocato sul nascere società civili e movimenti sociali in Algeria, Marocco e Tunisia4, dentro quella frattura Nord-Sud del Mediterraneo che è insieme economica, sociale e di rappresentazioni5. È la sovrappopolazione relativa del capitalismo mediterraneo: forza-lavoro eccedente, prodotta dagli stessi rapporti capitalistici e neocoloniali che poi la respingono. Un chiarimento è però necessario, perché la categoria marxiana di esercito industriale di riserva viene oggi manipolata – dalle destre come da certa sinistra sovranista – per dipingere i migranti come minaccia ai salari degli autoctoni. Come ha mostrato Pietro Basso, lavoratori emigranti ed esercito industriale di riserva non sono la stessa cosa; la produzione da parte del capitale di un esercito di riserva è una legge dell’accumulazione, non un evento passeggero legato a questa o quella politica migratoria; ed è il capitale, non chi migra, ad alimentare la concorrenza tra occupati e disoccupati, corredandola da secoli di politiche e rappresentazioni tese ad approfondire le linee di divisione tra i due campi. La conclusione politica di Marx era l’esatto contrario del chiudi-frontiere: la «collaborazione sistematica» tra occupati e disoccupati – oggi, la lotta unitaria tra nativi e migranti, a partire dalla piena uguaglianza di diritti – perché «ogni solidarietà tra occupati e disoccupati turba infatti il “puro” gioco di quella legge»6. I muri, le barriere galleggianti, i droni di Frontex, gli accordi con i paesi terzi non servono a fermare le migrazioni: servono a selezionare e inferiorizzare chi entra nell’ordine salariale europeo, producendo quella clandestinità che rende la manodopera ricattabile e a buon mercato7. La razzializzazione – la costruzione del migrante come minaccia, come inassimilabile, come “nemico” – è il dispositivo ideologico che rende possibile e “legittimo” tutto questo: gerarchizzare gli esseri umani sulla base del valore è una necessità strutturale del capitalismo, non una questione culturale o di ignoranza8. E quando la selezione fallisce, resta la tanatopolitica: le morti al frangiflutti del Tarajal, come quelle nel Mediterraneo centrale e nel deserto di Sonora, non sono fatalità ma esiti previsti e accettati delle strategie di governo dei confini9. Un’ultima osservazione riguarda proprio la Spagna. Il governo Sánchez ha condotto in questi anni la politica migratoria più aperta d’Europa – regolarizzazioni di massa, l’ammissione che l’economia e il welfare spagnoli hanno bisogno dei migranti – dimostrando, contro tutte le retoriche, che un’accoglienza sostenibile è possibile. Eppure, di fronte a Ceuta, anche l’avanzata e democratica Spagna ha immediatamente inviato l’esercito e alzato una barriera in mare. È la prova che il problema non è questo o quel governo, ma la cornice: finché la questione migrante viene trattata come questione di sicurezza e ordine pubblico, ogni esecutivo, di qualunque colore, finirà per militarizzare la frontiera, alimentando la ferocia razzista delle destre internazionali che di quella cornice sono le interpreti più coerenti. Perché la questione migrante non è una questione di ordine pubblico. È una questione sociale, politica, economica, civile ed etica: riguarda il lavoro e la libertà10. Riguarda il diritto di non emigrare e il diritto di muoversi; riguarda chi produce la ricchezza e chi se ne appropria; riguarda l’irrisolta eredità del colonialismo e del neocolonialismo che ha fatto del Mediterraneo una frontiera armata invece che un mare fra le terre. I sessantamila di Ceuta, tornati indietro in un giorno, hanno mostrato al mondo – più di qualunque saggio – che a premere sulle frontiere non è un’orda ma una domanda universale di libertà e di dignità. La vera paura del capitale non è l’arrivo dei migranti: è che la loro rivendicazione della libertà diventi universale e contagiosa. Per questo si fa la “guerra ai migranti”. Chi ha a cuore le sorti dei poveri e degli oppressi, a questa domanda non deve rispondere con le boe galleggianti, ma rifondando universalismo e internazionalismo dal basso: un internazionalismo delle pratiche, delle soggettività migranti, delle reti solidali che attraversano i confini11, capace di riconoscere che nella libertà di movimento – ancorata all’emancipazione economica, non alla sua mistificazione liberale – si gioca oggi una posta fondamentale della lotta di classe. -------------------------------------------------------------------------------- Note 1 M.A. Pirrone, Guerra ai migranti. Neoliberismo e neoschiavitù nel XXI secolo, PM edizioni, 2025, in particolare le Conclusioni 2 F. Gambino, Sulla cittadinanza proprietaria. Dai bagagli appresso all’investimento proprietario, in A. Dal Lago (a cura di), Lo straniero e il nemico. Materiali per l’etnografia contemporanea, Costa & Nolan, Genova-Milano 1998, pp. 187-208 3 G. Cremaschi, A Ceuta tutta la miseria e l’ottusità colonialista dell’Europa, il Fatto Quotidiano (blog), 31 luglio 2026 4 M.A. Pirrone, Dalla colonizzazione all’”islamismo radicale”. Globalizzazione, identità culturale e sviluppi politici nel mondo arabo-islamico, «Studi Emigrazione/Migration Studies», XXXVII, n. 137, 2000, pp. 67-97 5 M.A. Pirrone, Movimenti, frontiere e fratture mediterranee, Mimesis, Milano 2007 6 P. Basso, Marx sull’esercito industriale di riserva e le migrazioni: vietato abusarne!, in M. Musto, A.M. Iacono (a cura di), Ricostruire l’alternativa con Marx. Economia, ecologia, migrazione, Carocci, Roma 2023, pp. 219-40; le citazioni da K. Marx, Il Capitale, libro I, sono riportate ivi, p. 222 7 Sul confine come dispositivo di “inclusione differenziale” della forza-lavoro si veda S. Mezzadra, B. Neilson, Confine come metodo, ovvero la moltiplicazione del lavoro, ombre corte, Verona 2014. Sull’industria globale della frontiera e la sua violenza: H. Walia, Border and Rule, Haymarket Books, Chicago 2021; P. Molnar, The Walls Have Eyes. Surviving Migration in the Age of Artificial Intelligence, The New Press, New York 2024 8 M.A. Pirrone, Razzismo, razzializzazione e valorizzazione del capitale all’epoca del capitalismo globale, in M. Grasso (a cura di), Razzismi, discriminazioni e confinamenti, Ediesse, Roma 2013, pp. 55-82 9 Ho affrontato la questione nel mio Guerra ai migranti, cit. Chi volesse approfondire il tema della necropolitica e della tanatopolitica delle frontiere può leggere A. Mbembe, Necropolitica, ombre corte, Verona 2016, e i lavori di S. Palidda; sul deserto come arma di deterrenza: J. De León, The Land of Open Graves. Living and Dying on the Migrant Trail, University of California Press, Oakland 2015 10 Sulla questione del nesso migrazioni/libertà ho dedicato molto spazio nel mio Guerra ai migranti, cit. perché credo sia una questione teorica fondamentale che ha a che fare proprio con le origini del capitalismo, il quale ha bisogno della libertà individuale per avere la forza lavoro da comprare ma al tempo stesso la teme perché è anche libertà di sottrarsi alle condizioni di questa vendita e di lottare contro di esse 11 S. Mezzadra, B. Neilson, cit.; cfr. anche le conclusioni di M.A. Pirrone, Guerra ai migranti, cit. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI AMADOR FERNANDEZ SAVATER: > Il chiodo a cui aggrapparsi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Capire Ceuta proviene da Comune-info.
August 3, 2026
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Restituire ruolo e valore ai migranti
-------------------------------------------------------------------------------- Tra le attività di Edicola Equa, gestita nel quartiere Oltretorrente di Parma dal Ciac (centro noto per il suo impegno sui temi dell’accoglienza diffusa), c’è anche la cura di un’aiuola -------------------------------------------------------------------------------- Le destre avanzano in tutto il mondo. I loro successi sono quasi tutti legati al rigetto o a misure persecutorie nei confronti dei migranti, a una narrazione che indica in essi la principale minaccia per la sicurezza della nazione: l’idea mitologica di una identità inesistente. Le forze politiche che si oppongono a quest’onda montante dagli indubbi connotati razziali hanno fatto bancarotta, e non da ora. Condannano le campagne antimigranti che fanno la fortuna delle destre, ma non hanno niente di sostanziale da opporvi, se non la solidarietà – spesso solo di facciata – per le attività e le organizzazioni impegnate a sostenere il “cammino della speranza” dei migranti. Manca su questo nodo cruciale del nostro tempo una visione alternativa e una prospettiva che faccia dei migranti non una minaccia da sventare ma una leva per cambiare la società. Alla base di quel sentire diffuso che fa le fortune delle forze politiche anti-migranti c’è la sensazione che in questo mondo non ci sia più spazio per tutti: mors tua vita mea. Una percezione che lega ineludibilmente il rigetto dei migranti alla crisi climatica e ambientale. In altri tempi, quando gli spazi a disposizione erano considerati abbondanti o addirittura “vuoti”, l’arrivo dei migranti era incoraggiato, anche se il razzismo nei loro confronti non mancava. Tenere separate crisi climatica e migrazioni ha permesso di costruire la narrazione di una “fortezza Europa”, e di molte altre “fortezze”, per tener lontane tutte quelle “genti in cammino”; e di rispedire nei loro paesi, o anche altrove, quelle già inserite da anni o generazioni nei paesi di arrivo, come se si trattasse di una emergenza temporanea. Ma per contrastare quell’allarme si ripete spesso che in fin dei conti si tratta di “piccoli numeri” che l’Europa è perfettamente in grado di assorbire. Il che è vero, ma non fa i conti con il fatto che quei numeri cresceranno inesorabilmente con l’avanzare della crisi climatica. Così, contro la favola della “remigrazione” non viene prospettata alcuna vera politica di inclusione e valorizzazione dei nuovi arrivati. Ma quelle “fortezze” – feroci quanto inefficaci – non sono in grado di difendere quegli stessi territori dall’avanzare della crisi climatica che, anzi, li sta trasformando nel proprio epicentro; senza nessuna possibilità che le cose non peggiorino, e molto, con il passare del tempo. Gli scienziati lo sanno, ma governi, partiti, media e intellighenzia varia continuano a fingere che le cose non stiano così, vellicando elettori e pubblico riluttanti a cambiare abitudini. O dissociando completamente l’ossequio formale alle previsioni degli scienziati dai propri obiettivi programmatici; spesso solo frasi vuote… Il risultato è l’assoluta impreparazione ad affrontare i primi vistosi effetti della crisi climatica, come le tempeste, gli incendi, la siccità e ora il grande caldo di queste settimane, fatti passare dai media come curiosi eventi meteorologici. Nota il Guardian che solo il 20 per cento degli articoli sul caldo insopportabile di questi giorni faceva qualche riferimento alla crisi climatica… Una visione che rovesci la narrazione oggi vincente sulla “minaccia” rappresentata dai migranti può nascere solo affrontando insieme i problemi posti dalla loro presenza e dal loro arrivo e quelli imposti dall’aggravarsi del clima e dalle sue conseguenze. Ma non c’è da aspettarsi che se ne facciano carico le forze politiche che non l’hanno fatto finora. Ci hanno provato invece, con qualche successo sia sul fronte accoglienza e inclusione che su quello dell’adattamento al deterioramento dell’ambiente, decine e decine di comitati, associazioni e persino (piccoli) comuni. Salvataggio delle persone e riparazione e ripristino dei territori e dei beni danneggiati da un evento estremo sollecitano solidarietà e collaborazione tra le persone coinvolte, cioè la costituzione, anche se spesso solo temporanea, di altrettante comunità. Ed è nella dimensione comunitaria e locale dei rapporti di mutuo appoggio che la narrativa antimigranti che appesta grandi media, social network e discorsi da bar può trovare il contrasto più valido. Si tratta allora di valorizzare quelle esperienze facendone il riferimento di una prospettiva, e poi di un programma e di una visione di livello generale. Tutti si lamentano del calore insopportabile: è un’occasione straordinaria per parlare a persone che in genere non riusciamo a raggiungere. Riscaldamento e deterioramento del pianeta non daranno tregua; ci attende uno sconvolgimento senza precedenti tanto delle abitudini personali e collettive, quanto degli assetti sociali e produttivi. In quel rimescolamento generale delle priorità si dovranno riposizionare tutti i grandi obiettivi sociali – reddito, occupazione, sanità, istruzione, giustizia, ecc. – per cui ci si è battuti finora; e si potranno trovare o inventare nuovi ruoli per tutti. Una prospettiva in cui ai migranti, “vecchi” e “nuovi”, liberi di attraversare i confini, spetterà di fare da ponte tra i paesi di arrivo e quelli di origine come vettori e presìdi umani indispensabili di soluzioni tecniche, organizzative, sociali e culturali condivise: quelle in grado di contrastare le devastazioni indotte dalla crisi climatica e dalle guerre, come risanamento di suoli desertificati, piantumazione di deserti e terre incolte, recupero e risparmio delle acque, agricoltura di prossimità, sistemi di mobilità condivisa e, ovviamente, comunità energetiche. Sono gli interventi propri di una cooperazione dal basso da cui dipende il futuro di tutto il pianeta. Le risorse per farlo non mancano: sono quelle oggi destinate alle armi, ai fossili e alle guerre; anche a quella contro i migranti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Restituire ruolo e valore ai migranti proviene da Comune-info.
July 25, 2026
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Che cos’è, oggi, la cittadinanza?
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Può sembrare una domanda astratta, ma non lo è affatto: cos’è, oggi, la cittadinanza? È una domanda che riguarda il futuro della nostra democrazia. L’8 luglio la Camera ha approvato, con 148 voti favorevoli e 99 contrari, l’iter d’urgenza per una proposta di legge che introduce nuove ipotesi di revoca della cittadinanza e nuovi ostacoli per chi la sta acquisendo. Non si tratta di un episodio isolato. Negli ultimi mesi si sono susseguiti interventi che rendono più restrittivi i requisiti per ottenere la cittadinanza, ampliano i casi in cui può essere revocata e, più in generale, ridefiniscono il rapporto tra appartenenza, identità nazionale e sicurezza. Temi diversi, che sembrano però muoversi nella stessa direzione. Non è soltanto una questione di immigrazione. È il modo stesso di concepire la cittadinanza che sembra cambiare. Nella nostra Costituzione e nella tradizione delle democrazie costituzionali, la cittadinanza non è un privilegio né una ricompensa. È il fondamento dell’uguaglianza giuridica. Una volta cittadini, tutti sono uguali davanti alla legge. Lo Stato giudica le azioni delle persone, non la loro origine, la religione che professano o la storia della loro famiglia. Oggi, invece, sembra affermarsi un’altra idea. Un ragazzo nato e cresciuto in Italia da genitori stranieri, che oggi può diventare cittadino dichiarando la propria volontà entro un anno dal compimento della maggiore età, con la nuova legge dovrebbe superare anche un esame di integrazione. Una richiesta che nessun suo coetaneo nato da genitori italiani dovrà mai affrontare. La cittadinanza non appare più come il luogo dell’uguaglianza, ma come un confine da presidiare: un bene da concedere con maggiore cautela, da limitare o rendere più fragile per alcuni. Matteo Salvini lo ha espresso con un’immagine molto esplicita: la cittadinanza dovrebbe funzionare come una “patente a punti”, e chi delinque dopo aver ricevuto le chiavi di casa dovrebbe vedersi ritirare quelle chiavi. È una metafora che dice molto più di quanto sembri. La cittadinanza non viene più pensata come uno status che garantisce uguali diritti e uguali doveri, ma come una licenza sempre revocabile, un’appartenenza che deve essere continuamente dimostrata. Non è tanto il singolo provvedimento a colpire. È il quadro complessivo che emerge. La domanda sembra non essere più: quali diritti spettano a ogni cittadino? Ma piuttosto: chi appartiene davvero alla comunità nazionale? Questa trasformazione riflette anche un’idea di identità nazionale come qualcosa di fisso, omogeneo, da preservare nella sua presunta purezza. Un’identità che guarda al passato con nostalgia e considera ogni cambiamento come una minaccia. Eppure le società non sono mai rimaste immobili. L’Italia, come tutta l’Europa, sta diventando una realtà sempre più plurale. Le migrazioni, i cambiamenti demografici, la mobilità delle persone, le guerre e la crisi climatica stanno trasformando il volto delle nostre comunità. È un processo complesso, che pone problemi reali e richiede politiche serie. Ma è difficile immaginare che possa essere fermato. La storia non procede all’indietro. La vera sfida, allora, non è impedire il cambiamento, ma governarlo senza rinunciare ai principi che rendono democratica una società. Significa passare da un “noi” costruito sull’esclusione a un “noi” fondato sulla condivisione dei diritti e delle responsabilità; da un’identità che si difende alzando confini a una comunità che si riconosce nella forza delle proprie istituzioni e dei propri valori costituzionali. Perché una società diventa davvero più sicura restringendo continuamente il significato della cittadinanza? Oppure rischia di ottenere il risultato opposto? Quando una parte della popolazione viene rappresentata come un problema permanente, quando ragazze e ragazzi nati o cresciuti nel nostro Paese continuano a sentirsi cittadini “con riserva”, il rischio è quello di alimentare proprio quella frattura che si dice di voler combattere. La sicurezza è un bene fondamentale. Ma non nasce soltanto dal controllo e dalla punizione. Nasce anche dalla fiducia reciproca, dal riconoscimento, dalla possibilità di sentirsi parte della stessa comunità politica. Ogni Stato ha il diritto di stabilire le regole per l’acquisizione della cittadinanza e di pretendere il rispetto delle proprie leggi. Ma un conto è definire criteri di accesso; un altro è trasformare la cittadinanza in uno strumento che distingue continuamente tra chi appartiene pienamente alla comunità e chi deve dimostrare, ogni volta, di meritarne l’appartenenza. Forse è proprio questa la domanda che dovremmo porci. Perché il futuro delle nostre società sarà inevitabilmente plurale. Possiamo scegliere se affrontare questa trasformazione alimentando paure e contrapposizioni oppure costruendo una convivenza fondata sul diritto, sulla responsabilità e sull’uguaglianza. La cittadinanza, in fondo, non serve a tracciare nuovi confini tra le persone. Serve a garantire che, una volta riconosciuti come membri della stessa comunità politica, nessuno sia meno cittadino di un altro. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Che cos’è, oggi, la cittadinanza? proviene da Comune-info.
July 10, 2026
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Sotto il cielo di Cerignola
NELLE CAMPAGNE DI CERIGNOLA, NELLA CAPITANATA, IL PIÙ GRANDE BACINO DI PRODUZIONE DI POMODORO DA INDUSTRIA IN EUROPA, VIVE ALÌ: È DA DODICI ANNI IN ITALIA MA ORA NON PUÒ PIÙ ANDARE AL LAVORO PERCHÉ I SUOI OCCHI SONO STATI ACCECATI DAL SOLE, DA ANNI DI SCHIAVITÙ. NELLE CAMPAGNE DI CERIGNOLA MIGLIAIA DI NESSUNO DI ORIGINE AFRICANA SOPRAVVIVONO IN TUGURI SENZA BAGNI E SERVIZI, MOLTE SONO FATISCENTI CASE RIFUGIO DELL’ENTE RIFORMA COSTRUITE NEGLI ANNI CINQUANTA. A CERIGNOLA C’È ANCHE UN PEZZO DI CIMITERO DEI SENZA NOME, SONO PER LO PIÙ QUELLI CHE IL SISTEMA CHIAMA BRACCIANTI. SCRIVE ANTONIO DE LELLIS IN UN REPORTAGE DEDICATO A QUESTO PEZZO DI TERRA DEL TAVOLIERE DELLE PUGLIE: “LE PERSONE INCONTRATE IN QUESTO LAGER A CIELO APERTO SONO VITTIME DEL CAPORALATO? CERTO, MA ANCHE DI UN SISTEMA CHE NON USA SOLO ARMI DA FUOCO, MA QUELLE DELLO SFRUTTAMENTO, DELLA SCHIAVITÙ, DELLA NORMALIZZAZIONE DELLA VIOLENZA ECONOMICA E SOCIALE…”. UNA DOMANDA: MA I LIBRI DI STORIA E I GRANDI MEDIA NON DICONO CHE LA FINE DELLA SCHIAVITÙ È AVVENUTA NEL CORSO DEL XIX SECOLO? -------------------------------------------------------------------------------- Quello che abbiamo visto sotto il sole di luglio, a Tre Titoli e a Pozzo Terraneo nel comune di Cerignola (Foggia), insieme agli operatori della cooperativa Oasi 2 di Trani, è qualcosa di drammaticamente incredibile, che forse non si può raccontare appieno, tanto è profonda la ferita e il dolore per l’indignazione che lasciano nell’anima. Dinanzi a noi migliaia di persone segregate in una campagna estesa senza orizzonte e senza riferimenti, vivono in ripari disperati, in tuguri, senza bagni e servizi, con grandi cisterne di acqua, offerte dal comune, in parte bucate, o in tende peggiori dei Pollai. Le case “rifugio” sono quelle dell’Ente Riforma, costruite a metà degli anni cinquanta del secolo scorso. Sono case ormai abbandonate dagli italiani fin dagli anni Settanta, fatiscenti, pericolose. Alcune con tetti crollati, altre bruciate. Sono circondate da rifiuti di plastica, ma anche da bidoni metallici che fanno gola a raccoglitori di ferro locali che con i loro furgoni lucrano sugli schiavi neri senza chiedersi il perché di una simile condizione. Le persone schiave, per lo più africane, del Ghana, del Burkina Faso e della Nigeria, tornano dal lavoro verso le ore 12, altri continuano a lavorare sotto il sole implacabile. Hanno attraversato la Libia e si considerano fortunati per essere sfuggiti alle angherie, sevizie, torture, e poi il mare, padre e patrigno, che li separava dal nostro mondo. Sono arrivati in Italia, sperando in una vita che sapevano dura, ma non così. E oggi vivono in un carcere a cielo aperto, obbligati a spaccarsi la schiena sotto il cielo, per coltivare la terra e raccogliere i frutti che arrivano sulle nostre tavole. Alì, da dodici anni in Italia, non può più andare al lavoro perché i suoi occhi sono accecati dal sole, da anni di schiavitù. Ma Alì ride ascoltando il nostro inatteso slang nigeriano e ci racconta la sua vita in quel dolore. Ci fa vedere come vivono in una casa di muratura annerita da abbandono, incuria e umidità. Ci dice di quante persone ci vivono e proprio in quel momento i suoi amici tornano dal lavoro, cotti dal caldo, sporchi e sudati e tristemente sorridenti, mentre il sole si fa nemico. Abbiamo vissuto ore di accoglienza, ascoltato storie drammatiche, di persone accecate dal sole, dalle ore di duro lavoro in aperta campagna, senza alcuna protezione. Ma vi sono storie che non avremmo mai voluto raccontare, come quella di ragazze minorenni, in compagnia di una giovane donna che si dichiarava la loro madre. Le ragazze non vanno a scuola e una di loro è molto truccata. Vivono in una casa adibita solitamente a persone bulgare e anche loro dichiarano di esserlo. Perché quell’immagine ci resta nel cuore e ci apre ad abissi inconfessabili? Nei racconti degli operatori storie coraggiose di denuncia di schiavi che però sono stati prontamente rimpiazzati da altri, di morti nei campi o sul ciglio della strada impraticabile e sconnessa come la realtà. La storia di un cimitero dei senza nomi a Cerignola, ci lascia come un sinistro e amaro presagio dell’esito probabile di molti di loro. Abbiamo visto come sia drammaticamente vero che il sistema economico sfrutta questi lavoratori al di fuori di ogni diritto e senza alcun rispetto per la dignità umana. Le persone incontrate sono oppresse dalla nostra economia di guerra, perché di questo si tratta, di una vera economia di guerra. La loro condizione disumana ci interroga e ci pone dinanzi a un bivio. Come scrive Francesca Albanese nel suo libro intitolato La luce del risveglio, riprendendo Jason Hickel, “il capitalismo ha bisogno di un assetto imperiale per esistere: lavoro a basso costo e risorse naturali a buon mercato, che si possono ottenere in casa fino a un certo punto, prima che le contraddizioni esplodano. Per questo il capitale ha sempre avuto bisogno di cercare anche una parte esterna da sfruttare, ed è qui che entra in gioco il colonialismo. Ogni Paese del Sud globale che prova a organizzare le sue risorse attorno ai bisogni della propria popolazione viene attaccato, perché la sua sovranità è un ostacolo per i profitti dei potenti del mondo. Lo si bombarda, se ne distrugge l’infrastruttura, lo si rende di nuovo a buon mercato”. Si generano così esodi epocali forzati che sostengono le stesse economie capitaliste/criminali/mafiose. Sì, perché dietro questo sistema c’è la mafia locale parassitaria, pronta a lucrare sul mercato della schiavitù. Questo è il contesto nel quale maturano le migrazioni illegali e programmate che alimentano la fabbrica del consenso della re-migrazione. Come si può parlare di sicurezza se non ci sono le sicurezze? Come si può parlare di sicurezza se non ci sono le sicurezze di un lavoro dignitoso, se non ci sono sicurezze sui luoghi di lavoro, se non ci sono le sicurezze dell’istruzione, della sanità? Siamo andati lì pensando di affrontare in modo diverso il tema della pace e per capire se legata ai temi del lavoro e delle sicurezze e non della sicurezza propaganda e rassicurante, falsa e omicida su cui alcuni lucrano politicamente con il rischio di una egemonia culturale del rifiuto del diverso. E abbiamo notato come i tre temi siano intimamente legati. Come si può parlare di pace se queste sono le condizioni di lavoro e di vita? Le sicurezze, invece non sono mai “contro”, ma “per”, sono quelle fondamentali, quelle che ci aiutano a vivere una vita dignitosa. Ma ritornando ad una apparente realtà, ci chiediamo: le persone incontrate in quel lager a cielo aperto sono vittime del caporalato? Certo, ma anche di un sistema che non usa solo armi da fuoco, ma quelle dello sfruttamento, della schiavitù, della normalizzazione della violenza economica e sociale. Leone XIV, durante la sua visita a Lampedusa, ha sottolineato l’importanza di non “passare oltre” e di prendere decisioni per aiutare i migranti. Ha detto che “i morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate”. Ha anche chiesto all’Europa di affrontare la crisi migratoria con politiche condivise e organiche, evitando la logica della forza e promuovendo la pace e la compassione. L’avere introdotto leggi ancora più restrittive e oppressive peggiora e perpetua questa schiavitù senza un’apparente uscita, che non sia quella di abolire di nuovo questo insopportabile sistema della schiavitù che ancora oggi esiste e persiste. La schiavitù è una guerra all’umanità, ed è qui sotto i nostri occhi, e sotto il cielo non solo di Cerignola. Mentre scriviamo queste drammatiche righe, e guardiano il mare bello sotto il sole amico, ci tornano alla mente quei racconti in cui il mare e il sole diventano nemici. Non vogliamo dimenticare quello che abbiamo visto e desideriamo che ne abbiate memoria perché anche voi proviate il pianto in gola e il coraggio di lottare nella speranza che sia abolita la schiavitù oggi in Italia. -------------------------------------------------------------------------------- Antonio De Lellis (Pax Christi e Attac) (con il contributo di idee di Fabrizio Aroldi, Luigi Muzio e Rosetta Placido, Pigi, Alessandra e Luisa) -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Basta ghetti: occupata la basilica di San Nicola di Bari -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sotto il cielo di Cerignola proviene da Comune-info.
July 10, 2026
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Sui costi nascosti dei centri in Albania
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Jarrod Erbe su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI) lancia la campagna “RENDITI CONTO – Centri in Albania. Il costo non è solo economico”, focalizzata sui costi umani e democratici dei centri per persone migranti costruiti dal governo Meloni in Albania. La campagna prende forma sui canali digitali simulando l’alert di un inatteso addebito di ben 74 milioni di euro per la costruzione dei centri in Albania – la sola spesa pienamente documentabile del Protocollo Italia-Albania – e mette in luce alcuni aspetti del cosiddetto “modello Albania” rimasti sempre in ombra. Al di là del costo economico esorbitante di questo progetto che ha sottratto fondi alla collettività, “Renditi conto” punta un faro su ciò che troppo spesso resta invisibile: i costi umani, sociali e democratici del modello Albania. Il costo più alto di questi centri lo pagano proprio le persone trattenute: isolate, private della libertà personale, spostate senza informazioni su destinazione e ragioni del trasferimento; persone che vedono i propri diritti alla salute e alla cura ostacolati, con accesso limitato alla tutela legale e per le quali anche la comunicazione con i familiari risulta estremamente difficile. Molte delle persone trattenute sperimentano una situazione di grave sofferenza psicologica, che porta a un’ampia somministrazione di psicofarmaci così come a ripetuti atti di autolesionismo, tentativi di suicidio compresi. “Sono sempre solo, ho paura” oppure “Appena qualcuno mi dice qualcosa, io piango” o ancora “Volevo il contratto, ma nessuno me lo ha fatto”: sono alcune delle eloquenti testimonianze delle persone trattenute raccolte durante le visite ai centri effettuate dal TAI.  Accanto al costo umano c’è un costo democratico: l’accesso alle informazioni è limitato anche per i parlamentari, una mancanza di trasparenza che diventa opacità diffusa per i cittadini e sottrazione al controllo dell’opinione pubblica. Organizzazioni della società civile, operatori e operatrici dell’informazione e persino delegazioni parlamentari in visita ai centri hanno incontrato diverse difficoltà nell’ottenere dati essenziali sul numero delle persone trattenute, sulle procedure applicate e sulle condizioni di permanenza nei centri. Come se i centri italiani in Albania fossero luoghi in cui non vige lo stato di diritto.  Infine, esiste un costo economico che ricade sull’intera collettività: oltre 670 milioni di euro fino al 2028 stando a quanto preventivato dal governo. Risorse sottratte a servizi davvero essenziali  che andrebbero a beneficio di tutta la società: asili nido, scuole, ospedali, posti in terapia intensiva, borse di specializzazione per il personale sanitario, potenziamento dei servizi socio-sanitari, assistenziali e di welfare.    Nati per trattenere persone migranti soccorse in mare e gestirne le procedure accelerate di asilo lontano dal nostro territorio e poi trasformati in luoghi di detenzione amministrativa per persone già trattenute nei CPR italiani, i centri italiani di Shëngjin e Gjadër sono apparsi da subito problematici e resta irrisolta la questione della compatibilità di questo modello con il diritto europeo. Grazie alla collaborazione con alcuni parlamentari italiani ed europei il TAI ha avuto accesso ai centri e condotto un monitoraggio indipendente, con cui ha denunciato gravi criticità sul piano dei diritti, della trasparenza e delle garanzie sia nella fase iniziale del progetto, sia nella sua successiva estensione al trattenimento delle persone provenienti dai CPR italiani. Quanto accade in Albania non riguarda soltanto le persone trattenute, ma l’intera società italiana: a Shëngjin e Gjadër vengono attuate pratiche che ledono la tutela dei diritti e la qualità della democrazia, in Italia e in Europa. Per questo il TAI da tempo chiede la chiusura dei centri in Albania, in quanto luoghi di sofferenza non riformabili. Lungi dall’essere una risposta efficace a esigenze reali, con i centri oltre Adriatico il governo italiano sta sperimentando una forma inedita di delocalizzazione, che sposta la frontiera oltre i confini nazionali e normalizza l’idea che sia possibile comprimere diritti e garanzie in spazi sempre più distanti dagli occhi dei cittadini e dal controllo pubblico. Un preoccupate salto di qualità nelle politiche di esternalizzazione, in atto da diversi anni anche a livello europeo, che non può essere corretto, ma che deve solo essere eliminato. Per tutti questi motivi il TAI torna a chiedere con forza la chiusura dei centri e l’abbandono definitivo del modello Albania. -------------------------------------------------------------------------------- Fanno parte del Tavolo Asilo e Immigrazione: A Buon Diritto, ACLI, ActionAid, Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo, Amnesty International Italia, ARCI, ASGI, Avvocato di strada ONLUS, Caritas Italiana, Casa dei diritti, sociali, Centro Astalli, CGIL, CIES, CIR, CNCA, Commissione migranti e GPIC Missionari Comboniani Italia, Comunità di Sant’Egidio, Comunità Papa Giovanni XXIII, CONNGI, Emergency, Ero Straniero, Europasilo, FCEI, Fondazione Migrantes, Forum per cambiare l’ordine delle cose, International Rescue Committee Italia, Intersos,  Legambiente, Medici del Mondo Italia, Medici per i Diritti Umani, Movimento italiani senza cittadinanza, Medici Senza Frontiere Italia, Oxfam Italia, Re.Co.Sol, Red Nova, Refugees Welcome Italia, Salesiani per il sociale, Save the Children, Senza confine, SIMM (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni), UIL, UNIRE -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su comunitasolidali.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sui costi nascosti dei centri in Albania proviene da Comune-info.
July 10, 2026
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L’accusa di Prevost colpisce due continenti
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Roberta Ferruti -------------------------------------------------------------------------------- Ognuno qui negli Stati uniti ha il suo 4 luglio. Trump con un ridicolo discorso dei suoi trasforma il giorno dell’Indipendenza in una «festa contro il comunismo». Nella Central Valley, California rurale dei campesinos, si celebra messa tra le casette di legno dei braccianti stagionali senza green card che raccolgono frutta e mandorle. L’Indipendenza qui, tra cittadini non riconosciuti e braccati dall’Ice, paradossalmente è quella più vicina all’idea di libertà che animava i rivoluzionari americani del 1776. Nasce dalla carne viva di popolazioni sfruttate fino all’osso per mantenere alta la competizione nel mercato globale, governate dal sistema del terrore. Questo di certo è il 4 luglio dei mondiali di calcio, i caroselli con le bandiere messicane che riempiono le strade della California lo rendono evidente. D’altronde su una popolazione di 39 milioni di abitanti, 15 milioni sono di origine ispanica: nessuno tifa contro la sua «patria» di origine. Papa Leone, con un uno-due formidabile, tra il breve discorso del 2 luglio per la consegna della Liberty medal e l’omelia pronunciata sabato da Lampedusa, ha demolito l’idea di una «indipendenza» della disumanità, basata sul potere di un «manipolo di tiranni», come ebbe già a dire, da tutto il resto del mondo. Già la decisione del pontefice di non accogliere l’invito ufficiale della Casa bianca di partecipare alla cerimonia governativa e di essere invece a Lampedusa sulle orme del suo predecessore, è sembrata una risposta diretta, inequivocabile, alle deportazioni, alle catture, alle uccisioni di migranti in America. Alle cerimonia per la Liberty medal il papa ha parlato da «figlio della nazione». Che rivendica il suo diritto di americano, prima che capo della Chiesa universale, di dire quella verità che il potere tecnoplutocratico ha paura di ammettere: «Sono i migranti ad aver plasmato il futuro della nazione». Per Papa Leone «la grandezza morale di una nazione si manifesta soprattutto nella sua capacità di proteggere ed apprezzare la vita di tutti, specialmente dei più vulnerabili e di coloro il cui valore è messo in discussione». L’America è Great again solo se accetta la sua verità: è stato ed è un paese che è diventato «grande» aprendo le sue porte a ondate successive di immigrati, che lo hanno letteralmente costruito insieme alle loro famiglie. Il discorso sarà di ispirazione potente per tutte le parrocchie che con la società civile stanno animando le «Reti di Risposta Rapida» contro catture e deportazioni. Un sistema di autodifesa dalle retate, di cura e protezione solidale per le famiglie, di luoghi sicuri per bambini e famiglie a rischio di arresto, di mutuo aiuto per chi deve stare nascosto. Ma è con il discorso rivolto principalmente all’Europa, da Lampedusa, che il papa ha spiegato che quello che sta accadendo è un fenomeno globale, non ascrivibile alla sola follia di un isolato dittatore. «I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese che di decisioni mancate». Ancora verità, sferzante, diretta, senza giri di parole. Non è la fatalità, non è il mare il responsabile. Lo sono coloro che prendono decisioni politiche, come il recente Migration Pact dell’Unione europea sulle deportazioni e sui lager che chiamano Cpr. E quelli che non le prendono, come coloro che fanno finta di non vedere ciò che accade in Libia o in Tunisia, e continuano a finanziare con soldi pubblici sistemi criminali di respingimento e internamento di donne, uomini e bambini, tutti nostri fratelli e sorelle, figli nostri. Il discorso di papa Leone è ben più ampio, in tutta la sua radicalità. La concretezza delle cose si mescola alla spiritualità della parola evangelica. È teologia disarmata e disarmante. Il Samaritano, uno che per definizione non aveva nemmeno diritto di parola, un «illegale», difronte alla morte e alla sofferenza di un essere umano, fa quello che né il sacerdote né il levita fanno. Cioè vede e si ferma, agisce, presta soccorso. Per chi ha deciso di sfidare le volontà dei governi in questi anni e ha continuato a soccorrere in mare, ad accogliere, a mettere al centro i diritti umani e non la facile retorica delle propagande politiche, è un grande riconoscimento e un invito a continuare. «Siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore. L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata». L’Europa, dice papa Leone, ha i numeri per farlo. Dall’alto non lo potrà fare se non attraverso una propria indipendenza innanzitutto da Trump e dal suprematismo tecnocratico della guerra e della disumanizzazione. Dal basso lo sta già facendo, praticando la solidarietà in mare e in terra, costi quel che costi. «Come il Samaritano, possiamo cambiare programma e direzione». -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su il manifesto -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’accusa di Prevost colpisce due continenti proviene da Comune-info.
July 5, 2026
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Basta ghetti: occupata la basilica di San Nicola di Bari
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Usb Braccianti Foggia -------------------------------------------------------------------------------- Da questa mattina siamo dentro la basilica di San Nicola a Bari. Siamo un centinaio di braccianti e ci siamo rinchiusi qui, nel cuore di questa città, perché fuori nessuno ci ascolta. Veniamo dalle baracche di Torretta Antonacci (nel foggiano, ndr), arriviamo dai campi dove alle sei del mattino stiamo già curvi sui filari. E da qui non ce ne andiamo finché il presidente della Regione Puglia Decaro e il governo Meloni non daranno un segnale chiaro e concreto: soluzioni vere contro le baracche, subito, e documenti per tutti. Non parole, non tavoli, non promesse. Atti. Perché occupiamo una chiesa? Perché è l’unico luogo di questa città dove la nostra vita vale ancora qualcosa. Per lo Stato non esistiamo: esistono le nostre braccia quando c’è da raccogliere il pomodoro, e spariscono i nostri corpi quando c’è da darci un tetto, un documento, un nome. Il 30 giugno è scaduto il PNRR, e con esso sono morti per sempre i 30 milioni di euro stanziati per il superamento di Torretta Antonacci, il più grande ghetto agricolo della Capitanata, Trenta milioni. Persi. Bruciati. E non è stata la sfortuna, non è stata la burocrazia: siete stati voi. Torretta Antonacci non è arrivata “in ritardo” alla scadenza: l’avete esclusa voi, mentre il vostro commissario straordinario ammetteva davanti alla Corte dei Conti che i tempi non c’erano più. La Corte dei Conti aveva segnalato San Severo tra i casi critici d’Italia: cronoprogrammi impossibili, convenzioni mai firmate, cantieri mai aperti. Quattro anni di riunioni in Prefettura, tavoli tecnici, commissari, passerelle e fotografie. Risultato: zero alloggi, zero dignità, 30 milioni in fumo. Governo, Regione, Prefettura e Comune hanno scelto, ciascuno per la propria parte, di lasciarci nel ghetto. Perché un bracciante senza documenti e senza casa è un bracciante in ginocchio, e un bracciante in ginocchio costa poco. Noi ci spezziamo la schiena a 40 gradi. Moriamo letteralmente di caldo e di fatica sotto il sole, ora dopo ora, cassone dopo cassone, per raccogliere i pomodori, gli ortaggi e la frutta che finiscono sulle vostre tavole. Il cibo che mangiate passa dalle nostre mani. Il made in Italy di cui vi riempite la bocca nei convegni sta in piedi sulle nostre schiene. E noi moriamo come foglie, uno a uno, nei campi e nelle baracche. Ad aprile è morto alagie, a gennaio Mamadou e tanti altri fratelli di estate muoiono per il caldo e di estate per il freddo. E lo diciamo forte: viviamo nelle baracche non perché siamo clandestini, ma perché ci avete resi ostaggi della vostra burocrazia. Abbiamo in tasca i permessi C3, i rinnovi e le richieste di asilo ferme da anni nelle questure e nelle commissioni. Lavoriamo, produciamo, mandiamo avanti l’agricoltura di questo Paese, e ci negate perfino un pezzo di carta. Ora basta: documenti per tutti, perché chi lavora questa terra ha il diritto di viverci da persona libera, non da fantasma ricattabile nelle mani dei caporali. E non provate a raccontarci che i fondi “torneranno in altra forma”. Senza uno stanziamento nazionale immediato, vincolato e verificabile, quei 30 milioni sono spariti per sempre e lo sapete. Noi la nostra proposta l’avevamo già messa sul tavolo: un villaggio progettato insieme agli abitanti, con percorsi di urbanistica partecipata, case vere, spazi comuni, dignità. L’avete ignorata, come avete ignorato noi. Ora ve la riportiamo dentro una cattedrale occupata. La pazienza è finita. L’occupazione della Cattedrale è solo l’inizio. Davanti a noi c’è la stagione della raccolta del pomodoro e noi siamo pronti a fermarla: scioperi nel pieno della raccolta, presidi permanenti sotto i palazzi del potere, blocchi e manifestazioni in tutta la Capitanata. Il cibo arriva sulle vostre tavole grazie alle nostre braccia: ricordatevi che quelle braccia possono fermarsi. Non usciremo da qui a mani vuote. Pretendiamo: lo stanziamento immediato, con fondi nazionali, di risorse pari a quelle perse, vincolate al superamento reale di Torretta Antonacci e decise con noi, non sopra le nostre teste; acqua, luce, servizi igienici e infrastrutture di base da subito nell’insediamento, perché nessuno può sopravvivere un’altra estate così; documenti per tutti: sblocco immediato dei permessi, dei rinnovi e delle richieste di asilo ferme da anni, rilascio di un permesso biennale per ricerca occupazione. Non chiediamo carità: pretendiamo giustizia. Il tempo delle vostre promesse è scaduto il 30 giugno, insieme ai vostri fondi. Il tempo della nostra lotta comincia adesso. [USB Braccianti] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > E se ci provassimo per davvero a cambiare le cose? -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Filiera agricola e ingiustizia climatica -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Basta ghetti: occupata la basilica di San Nicola di Bari proviene da Comune-info.
July 4, 2026
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