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Trattori: altri 7 morti. E invece una buona notizia da…
… dalla Camera dei Deputati: approvato il Patrocinio Gratuito dello Stato per i familiari di chi è ucciso dal lavoro. di Carlo Soricelli (*) Una strage mai vista: la trappola mortale del trattore e il silenzio delle istituzioni Non si tratta di semplici incidenti, ma dell’esito dell’indifferenza e della mancanza di prevenzione. Oggi i funerali di Leonardo Accioli il 15enne che si
October 23, 2026
La Bottega del Barbieri
Il futuro del cibo si costruisce nei territori
LE CRISI CLIMATICHE, ECOLOGICHE E ALIMENTARI PONGONO UNA DOMANDA SEMPRE PIÙ URGENTE: COME POSSONO I TERRITORI TORNARE PROTAGONISTI DEL PROPRIO FUTURO? TRA IL CONFRONTO INTERNAZIONALE SULLA SICUREZZA ALIMENTARE ALLA FAO E LA COP31 SUL CLIMA, L’INCONTRO PROMOSSO DA NAVDANYA INTERNATIONAL IL 24 OTTOBRE A BRACCIANO PORTA AL CENTRO IL RUOLO DELLE COMUNITÀ NELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA. ATTRAVERSO AGROECOLOGIA, BIODIVERSITÀ, EDUCAZIONE E PARTECIPAZIONE, SCUOLE, GIOVANI, AGRICOLTORI E ISTITUZIONI SI CONFRONTANO SU COME TRASFORMARE LE ESPERIENZE LOCALI IN PROCESSI DI CAMBIAMENTO CAPACI DI INCIDERE ANCHE SULLE POLITICHE PUBBLICHE Dal 19 al 23 ottobre, nella sede della FAO a Roma, la 54ª sessione del Comitato per la sicurezza alimentare mondiale (CFS) avrà tra i suoi passaggi centrali le raccomandazioni politiche per la costruzione di sistemi alimentari resilienti. Poche settimane dopo, dal 9 al 20 novembre ad Antalya, la COP31 sul clima tornerà a porre agricoltura e sistemi alimentari dentro il confronto globale su adattamento, biodiversità e sicurezza alimentare. È in questo spazio tra grandi trasformazioni globali e capacità di azione delle comunità che si colloca “Agroecologia e Comunità Rigenerative. Reti di resilienza tra giovani, scuole, agricoltori e istituzioni”, la giornata organizzata da Navdanya International il 24 ottobre al Chiostro degli Agostiniani di Bracciano con la partecipazione anche di alcune realtà e delegati provenienti dal confronto internazionale sulla sicurezza alimentare. Dietro il termine “resilienza” c’è però una questione politica tutt’altro che astratta. Chi produce il cibo? Con quali sementi e con quale accesso alla terra e all’acqua? Quali sistemi agricoli vengono sostenuti dai mercati e dalle politiche pubbliche? Chi possiede le conoscenze e chi partecipa alle decisioni che determinano il futuro di un territorio? Le crisi globali – climatica, ecologica, alimentare – si materializzano infatti sempre in luoghi concreti. Nei campi esposti a condizioni climatiche sempre più instabili, nella perdita di biodiversità, nella fragilità delle filiere, nella difficoltà della piccola agricoltura, nella progressiva separazione tra giovani, produzione del cibo e territori. I sistemi alimentari industriali hanno contribuito a frammentare molte delle relazioni che sostengono la vita: tra chi coltiva e la terra, tra sapere e pratica, tra produzione e consumo, tra i giovani e i luoghi in cui vivono, tra le comunità e le istituzioni chiamate a sostenerle. La transizione ecologica deve partire necessariamente anche dalla ricostruzione di queste relazioni. DAL GLOBALE AL LOCALE, E RITORNO Così, mentre alla FAO il Comitato per la sicurezza alimentare mondiale discute di sistemi alimentari resilienti e la COP31 si prepara a riportare agricoltura, adattamento e sicurezza alimentare al centro dell’agenda climatica, a Bracciano scuole, giovani, agricoltori, ricercatori e istituzioni provano a capire come le grandi transizioni possano diventare processi concreti, partecipati e riproducibili. L’obiettivo è mettere in comunicazione scale che troppo spesso procedono separatamente. Da una parte le sedi internazionali, nelle quali si analizzano le crisi e si definiscono indirizzi e politiche. Dall’altra i territori, dove quelle crisi producono conseguenze concrete ma dove possono anche essere sperimentate risposte. Il passaggio, tuttavia, non può essere unidirezionale. Non si tratta semplicemente di tradurre localmente decisioni prese altrove. Le esperienze territoriali possono produrre conoscenze, pratiche ed evidenze che devono poter risalire verso i luoghi nei quali si costruiscono le politiche nazionali e internazionali. Il locale può essere un laboratorio della transizione se ciò che viene sperimentato entra in dialogo effettivo con i vari livelli istituzionali. IL TERRITORIO COME LABORATORIO È con questa prospettiva che dal 2023 Navdanya International porta avanti attorno al Lago di Bracciano il programma Terrae Vivae, un insieme di progetti pilota attraverso i quali mettere in relazione scuole, agricoltori, giovani, istituzioni, ricerca e cittadinanza e verificare sul campo quali condizioni possano rafforzare la resilienza di una comunità. Uno dei principali terreni di sperimentazione sono state le scuole. Attraverso percorsi di ecoliteracy, agroecologia e Formazione Scuola Lavoro, ragazze e ragazzi sono stati chiamati non soltanto a studiare biodiversità, suolo, sistemi alimentari e cambiamento climatico, ma a osservare il territorio nel quale vivono, incontrare chi lo coltiva, riconoscerne criticità e risorse e formulare proposte. Comprendere le possibilità di advocacy per difendere i diritti dell’ambiente e di tutte le forme di vita che lo abitano. Una parte di questo lavoro prosegue con “RiGenerAzione Ecologica – Cittadinanza e Partecipazione”, progetto cofinanziato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica nell’ambito della Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile. La collaborazione con il MASE assume in questo senso un valore che va oltre il singolo progetto: mette alla prova la possibilità di collegare politiche nazionali, sperimentazione territoriale e partecipazione delle nuove generazioni. La questione educativa diventa così immediatamente politica. Non basta aumentare le informazioni disponibili sulla crisi ecologica. Occorre chiedersi di quali conoscenze, esperienze, strumenti e spazi decisionali abbiano bisogno i giovani per diventare protagonisti della transizione. Anche le Officine Municipali di Bracciano, spazio civico gestito in collaborazione con il Comune, stanno diventando uno degli hub di questo processo: un luogo nel quale studenti, cittadini, produttori, associazioni e istituzioni possono incontrarsi, formarsi e progettare insieme. DALLE BUONE PRATICHE ALLE CONDIZIONI PER IL CAMBIAMENTO È anche questo il senso dell’incontro del 24 ottobre. Al mattino le organizzazioni e le reti giovanili, comprese quelle promosse a livello nazionale dal MASE, si confronteranno sul ruolo delle nuove generazioni nella rigenerazione dei territori, costruendo domande e proposte da portare al successivo dialogo con le istituzioni. Nel pomeriggio il confronto si allargherà ad agricoltori, ricercatori, scuole, amministratori e comunità agroecologiche provenienti da diversi territori attraverso tre conversazioni: educazione alla rigenerazione ed ecoliteracy; biodiversità e resilienza di fronte alla crisi climatica; processi di transizione ecologica guidati dalle comunità. Il punto non sarà soltanto individuare buone pratiche. Le buone pratiche esistono già. Più difficile è capire perché alcune riescano a consolidarsi mentre altre rimangano esperienze isolate. Significa interrogarsi sulle condizioni nelle quali operano gli agricoltori, sui mercati, sull’accesso alle risorse, sui sistemi sementieri, sulle politiche di sostegno, sugli spazi di governance e sulla possibilità reale dei cittadini di partecipare alle decisioni. Dentro questa riflessione si inserisce anche l’intervento di Salvatore Ceccarelli. Il suo lavoro sulle popolazioni evolutive di cereali – fondate sulla diversità genetica e sulla capacità delle colture di adattarsi progressivamente agli ambienti nei quali vengono coltivate – offre un esempio concreto di come biodiversità, autonomia sementiera e adattamento climatico possano concorrere alla resilienza agricola di un territorio. Ma anche in questo caso una soluzione agronomica ha bisogno di agricoltori, ricerca, accesso ai semi, mercati, politiche pubbliche e comunità capaci di sostenerla. Parlare di esperienze territoriali non significa dunque cercare una formula da replicare meccanicamente altrove. Non esiste un unico modello di comunità resiliente esportabile da un luogo all’altro. Possono invece essere condivisi processi e principi: mettere in relazione attori diversi, costruire fiducia, riconoscere gli squilibri di potere, distribuire responsabilità, custodire biodiversità e beni comuni, creare spazi reali di partecipazione e restituire alle comunità capacità di incidere sulle decisioni. La relazione tra Bracciano e Tubas, che sarà esposta durante la giornata, introduce un’ulteriore dimensione di questo approccio: mettere in relazione territori differenti attraverso il rapporto con la terra, l’acqua, l’agricoltura, il cibo e la continuità delle culture rurali per costruire relazioni tra comunità che affrontano, in contesti diversi, alcune delle grandi questioni che attraversano oggi i sistemi alimentari. DAI TERRITORI ALLE POLITICHE Il valore dell’incontro di Bracciano si misurerà  nella capacità di portare le esperienze territoriali dentro un confronto politico più ampio. Le istituzioni presenti saranno per questo chiamate non soltanto a intervenire, ma ad ascoltare e a rispondere alle domande emerse nel corso della giornata. Le urgenze globali devono trovare risposte nei territori; i territori devono poter sperimentare soluzioni; quelle esperienze devono produrre conoscenze e proposte; e politiche nazionali e internazionali devono creare le condizioni perché ciò che funziona possa consolidarsi e diffondersi. In questa circolarità tra locale e globale si colloca il lavoro sull’agroecologia comunitaria. La transizione ecologica non può essere lasciata esclusivamente alla buona volontà delle comunità, così come non può essere realizzata soltanto attraverso decisioni istituzionali prese dall’alto. Richiede entrambe le dimensioni: rafforzare la capacità collettiva dei territori di agire e, contemporaneamente, trasformare le condizioni economiche, politiche e istituzionali entro cui quell’azione diventa possibile. 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October 20, 2026
Comune-info
Il settore agricolo in crisi: voci da Campania e Piemonte
Da diversi giorni gli agricoltori sono tornati a mobilitarsi. Come ribadiscono con forza dal 2024, il settore primario è in crisi: costi di produzione che eccedono il guadagno, indebitamento, squilibri di potere lungo le filiere della GDO, difficoltà climatiche, politiche agricole inadeguate ai più, assenza di ricambio intergenerazionale. Oggi, il lievitare del costo del carburante si inserisce in un contesto di aumento dei costi di produzione (es. fertilizzanti e concime), mettendo particolarmente in crisi il settore cerealicolo, determinato dai conflitti in corso. Le risposte di questi giorni consistono in blocchi stradali  e di autocisterne di carburante (in particolare in Calabria e Sicilia, dove sono coinvolti anche i pescatori), latte versato sulla Via Aurelia (Lazio), cortei di trattori, presidi (in Puglia, dove si denuncia l’olivicoltura in crisi)  e sit-in a Roma, in piazza Santi Apostoli. Non mancano i tavoli di confronto con le autorità (come in Calabria), ma le misure promesse vengono generalmente giudicate insufficienti.  Come sottolineano spesso le organizzazioni nate dalle proteste dei trattori del 2024, che cercano di interfacciarsi direttamente con l’opinione pubblica, mentre il margine degli agricoltori è ridotto all’osso, i prezzi dei prodotti sugli scaffali continuano a salire. Più in generale, nelle mobilitazioni si parla tanto di carovita, e questo sta portando altre categorie di lavoratori e lavoratrici ad unirsi. Ne parliamo con Gabriele Forte, agricoltore in Campania e membro di Agricoltori Italiani, e Ivo Pittorini, allevatore in Piemonte. Ivo fa parte della realtà Agricoltori Autonomi Italiani Piemonte.
October 8, 2026
Radio Blackout - Info
COSENZA: LA POPOLAZIONE E GLI AGRICOLTORI SI MOBILITANO CONTRO IL CAROVITA E IL CARO CARBURANTE@1
Da una settimana in Calabria si susseguono blocchi autostradali, pichetti e mobilitazioni: gli agricoltori chiedono certezze da parte del governo per affrontare il caro gasolio. Anche in campania, Sicilia e Piemonte sono avvenute mobilitazioni e blocchi dei “trattori”. La misura tetto del governo, che ha già preso 2,5 miliardi dalle casse dello stato è irrisoria a fronte di un aumento del carburante che è già costato alla popolazione Italiana 4,7 miliardi in più in rifornimento, dall’aggressione statunitenste all’Iran. Basti pensare che il pieno giornaliero di una macchina agricola ora costa 1.500 euro.  I trattori, ci racconta Gianluca di “Agricoltori brutti”, sono già fermi e il danno dai campi fino al prezzo sugli scaffali è già reale.  Il caro dei carburanti è particolarmente impattante a fronte dell’inflazione, che in Calabria si aggiunge a salati cronicamente bassi, part-time involontari che dimezzano gli stipendi e all’alta disoccupazione. Secondo i dati istat del 2025 sono 300 mila le persone, ovvero il 20% della popolazione, in Calabria che vivono in condizione di grave deprivazione materiale e sociale, mentre tra i 20-65 anni il tasso di occupazione è sotto al 48,5%.  Venerdì 9 ottobre a Cosenza, ore 14:00 – Piazza Europa, la popolazione scende in piazza a fianco degli agricoltori per dire “Ora basta: Non riusciamo più a campare […] Non vogliamo pagare il prezzo delle guerre del governo e dei suoi sporchi affari!” Ne parliamo con Federico de La Base di Cosenza: E con Gianluca del gruppo Agricoltori Brutti:
October 7, 2026
Radio Blackout - Info
COSENZA: LA POPOLAZIONE E GLI AGRICOLTORI SI MOBILITANO CONTRO IL CAROVITA E IL CARO CARBURANTE@0
Da una settimana in Calabria si susseguono blocchi autostradali, pichetti e mobilitazioni: gli agricoltori chiedono certezze da parte del governo per affrontare il caro gasolio. Anche in campania, Sicilia e Piemonte sono avvenute mobilitazioni e blocchi dei “trattori”. La misura tetto del governo, che ha già preso 2,5 miliardi dalle casse dello stato è irrisoria a fronte di un aumento del carburante che è già costato alla popolazione Italiana 4,7 miliardi in più in rifornimento, dall’aggressione statunitenste all’Iran. Basti pensare che il pieno giornaliero di una macchina agricola ora costa 1.500 euro.  I trattori, ci racconta Gianluca di “Agricoltori brutti”, sono già fermi e il danno dai campi fino al prezzo sugli scaffali è già reale.  Il caro dei carburanti è particolarmente impattante a fronte dell’inflazione, che in Calabria si aggiunge a salati cronicamente bassi, part-time involontari che dimezzano gli stipendi e all’alta disoccupazione. Secondo i dati istat del 2025 sono 300 mila le persone, ovvero il 20% della popolazione, in Calabria che vivono in condizione di grave deprivazione materiale e sociale, mentre tra i 20-65 anni il tasso di occupazione è sotto al 48,5%.  Venerdì 9 ottobre a Cosenza, ore 14:00 – Piazza Europa, la popolazione scende in piazza a fianco degli agricoltori per dire “Ora basta: Non riusciamo più a campare […] Non vogliamo pagare il prezzo delle guerre del governo e dei suoi sporchi affari!” Ne parliamo con Federico de La Base di Cosenza: E con Gianluca del gruppo Agricoltori Brutti:
October 7, 2026
Radio Blackout - Info
KLICK: raccontare il lavoro migrante attraverso le relazioni
KLICK è un progetto editoriale nato dopo anni di ricerca sui rapporti di lavoro nella raccolta della frutta nel Saluzzese. Al centro ci sono i lavoratori africani impiegati come braccianti, la parte più debole di un’agricoltura profondamente inserita nelle dinamiche della globalizzazione. «I primi tre numeri di KLICK sono dedicati alla stagione della raccolta in corso», spiega il curatore Marco Buttino. Tre numeri, quindi, dedicati ad altrettanti aspetti della vita e del lavoro dei braccianti stagionali. Il primo numero pubblicato nel mese di agosto, ha affrontato la ricerca di una casa da parte dei lavoratori stagionali, soffermandosi sulla progressiva privatizzazione dell’accoglienza: una situazione nella quale quasi tutti i braccianti finiscono per lavorare e dormire nelle aziende agricole. Il secondo uscito ad ottobre, si concentra invece sui rapporti di fiducia interni alla società migrante, osservando le relazioni di solidarietà ma anche i rapporti di potere e le forme di sfruttamento che attraversano la comunità migrante. Il terzo sarà infine una piccola inchiesta di bilancio della stagione della raccolta. Buttino raccoglierà le testimonianze di diversi braccianti africani per capire come sono stati pagati, quali erano le loro aspettative, quanto denaro riescono a inviare alle famiglie e quali sono i loro obiettivi. Il percorso di Buttino parte dal lavoro accademico. «Ho lavorato per decenni all’Università di Torino come professore di Storia contemporanea. Il mio lavoro principale, e i miei libri, riguardano la storia dell’Asia centrale», racconta. Accanto a questo percorso, ogni anno teneva un corso di Storia delle città e delle migrazioni. È da qui che nasce l’interesse per le vicende dei migranti africani nel Saluzzese. Oggi Buttino conduce anche una ricerca in Senegal sull’uso delle rimesse e sull’economia circolare dei migranti. Nel Saluzzese, dopo aver pubblicato un libro sui braccianti, continua a frequentare e intervistare i lavoratori agricoli e collabora con l’ostello sociale Dambe So, sostenuto dalla Chiesa valdese. «Da questo è nato KLICK». Il progetto non vuole però limitarsi alla produzione di singoli numeri. Nell’ultimo numero, KLICK si presenta come uno spazio aperto al confronto con chi lavora quotidianamente nel territorio – amministratori, cooperative sociali, sindacati e realtà che operano con i migranti – e invita a mettere in comune esperienze e conoscenze. Tra gli obiettivi dichiarati c’è anche quello di costruire, attorno all’ostello sociale Dambe So di Revello, uno spazio di discussione e riflessione. E soprattutto di arrivare, nel tempo, a una redazione composta dagli stessi migranti: «Il sogno di KLICK è una redazione formata da persone migranti». Questa, forse, è la direzione più interessante del progetto: non parlare semplicemente dei lavoratori migranti, ma costruire le condizioni perché possano essere loro stessi a prendere parola e contribuire alla produzione del racconto.
Saluzzo: bilancio di un’altra stagione di sfruttamento in agricoltura
In queste settimane termina la stagione ad alta intensità di manodopera per la raccolta della frutta in Piemonte. Per molti braccianti questo coincide con un momento di partenza verso altre regioni del sud Italia, dove poter trovare altri lavori in agricoltura. Anche questo anno, a Saluzzo, le condizioni di vita e lavoro in questo ambito sono state caratterizzate dall’assenza di tutele, da disuguaglianze e razzismo. Particolarmente visibile la crisi abitativa: la mancanza di strutture ha portato i lavoratori a dover trovare da soli soluzioni di emergenza. Il parco Gullino è diventato un luogo dove cercare riparo. In queste settimane, la morte di alcuni lavoratori (sul posto di lavoro e nel tragitto verso i campi) senza che le istituzioni prendano parola in merito conferma il silenzio assordante che circonda l’invisibilizzazione di queste vite. Ne parliamo con Raccolti Resistenti, un movimento dal basso per la dignità di persone, lavoro e terra nei campi del saluzzese. Continua a crescere il loro lavoro al fianco dei lavoratori, così come l’organizzazione autonoma e le tante forme di resistenza e solidarietà dei lavoratori stessi.
October 2, 2026
Radio Blackout - Info
Il futuro dell’agricoltura tra nuovi OGM, droni e IA: perché “Mangiare è un atto di guerra”
L’agricoltura è investita da innovazioni tali da poter trasformare, nel giro di pochi anni, il modo in cui la concepiamo, la struttura delle aziende e del lavoro, i nostri stessi paesaggi rurali. Parliamo delle sementi prodotte tramite editing genomico (NGT; in italiano TEA, Tecniche di Evoluzione Assistita), la cui introduzione nei campi e sul mercato è stata facilitata dal recente voto del Parlamento europeo; e, inscindibilmente, delle tecnologie digitali per l’agricoltura “di precisione”. Entrambe queste innovazioni sono presentate all’opinione pubblica come green, capaci di produrre colture più resistenti e capaci di adattarsi ai cambiamenti climatici, ottimizzando l’utilizzo di acqua e di pesticidi e disinfestanti chimici. Ma davvero è questo il loro scopo? Il collettivo “Alcuni amici di Ludd”, formato da contadine e.contadini che si ostinano a resistere alla mercificazione del cibo, raccontano, in un libro appena pubblicato (Mangiare è un atto di guerra), una storia completamente diversa. Prima smontano, una ad una, le bugie della narrazione green; poi, rovesciano la prospettiva: quelle tecnologie servono piuttosto a giustificare, e a rendere sostenibili sul piano economico, i crescenti investimenti militari. Un contributo prezioso, il loro, anche per capire se manipolazioni genetiche e digitalizzazione possano conciliarsi con gli obiettivi dell’agroecologia. Quella che segue è un’intervista collettiva ad alcuni di loro. Perché avete deciso di cimentarvi con la scrittura di questo libro? «Il libro nasce dall’esperienza che abbiamo fatto in questi due anni nel tentativo di far nascere una mobilitazione più popolare e allargata possibile contro le nuove tecniche genomiche. W. Berry, scrivendo che “mangiare è un atto agricolo”, voleva evidenziare come, nella società industriale, si fosse perso il nesso tra il cibo e l’atto agricolo che lo produce; nella nostra analisi questo discorso si ribalta: proprio perché non è più un atto agricolo, il cibo diventa invece un atto di guerra, per via del legame stretto tra produzione industriale di cibo e industria bellica; alla ricostruzione di questo legame è dedicato il libro, dalla Rivoluzione verde, alle guerre mondiali, fino al presente». «In questi anni abbiamo trovato forti difficoltà, in particolare per un conflitto nella narrazione che coinvolge il campo della sinistra ed ecologista: quindi l’abbiamo scritto perché volevamo portare la discussione all’altezza della posta in gioco, anche superando un certo relativismo assoluto. Abbiamo voluto portare nel dibattito quello che sappiamo, le idee che noi ci siamo fatti: se qualcuno non è d’accordo e ha gli strumenti per controbattere, bene: altrimenti bisognerà che, come movimento ecologista e contadino, ci assumiamo certe responsabilità e cerchiamo un modo di agire che sia coerente con la nostra analisi». Iniziamo da questi conflitti nella narrazione: perché le TEA non sarebbero sostenibili? «Le TEA, ottenute con strumenti di modifica del DNA vegetale come le famose “forbicine” CRISPR/Cas 9, vengono equiparate alle mutazioni che avvengono naturalmente in campo; siccome non c’è inserimento di materiale genetico estraneo, si sostiene che non abbiano nulla a che fare con gli OGM tradizionali. Peccato però che l’equiparazione a fenomeni naturali sia basata su un approccio fortemente riduzionista, che la stessa ricerca in campo epigenetico sta sconfessando, mostrando come le caratteristiche effettive della pianta non dipendano solo dalle informazioni genetiche, tanto meno dalla minima proporzione di quelle “note”. Stiamo quindi abbandonando del tutto il principio di precauzione: al di là delle dichiarazioni, non abbiamo alcuna certezza dei risultati che possono venirne fuori. In realtà, come viene documentato nel libro di S. Mori e F. Panié (Perché fermare i nuovi OGM, TerraNuova 2024, NdI), l’equiparazione delle TEA a fenomeni naturali prende forma in un convegno organizzato da multinazionali chimiche e biotecnologiche, che stavano studiando come dirottare l’opinione pubblica e gli enti preposti alla regolamentazione al fine di introdurre le loro nuove tecnologie». «Poi le TEA vengono giustificate come risposta alla crisi climatica, ma questa si affronta solo con la biodiversità! È l’agricoltura industriale che sta desertificando il pianeta: introdurre le TEA significa trovare palliativi tecnologici che permettono di non mettere in discussione l’impianto. Poi, se andiamo a vedere: quali TEA si stanno facendo in Italia? Pomodoro, uva… sono le monoculture italiane. Le monoculture devastano i territori e noi introduciamo le TEA, che servono per fare le monoculture “sostenibili”: invece noi come movimento ecologista dobbiamo dire no, la monocultura non si fa.» «In realtà sono innovazioni finalizzate alla privatizzazione del genoma, quindi ad accaparrarsi delle risorse, a privatizzare quello che la natura ha offerto ai contadini per generazioni. Anche in Italia i coltivatori hanno contribuito a creare una banca dati di informazioni genetiche di semi che hanno sviluppato particolari resistenze, che è depositata presso il Crea. Tornando al conflitto nella narrazione, questo regalo della biodiversità nella sua forma digitalizzata alle multinazionali viene spacciato come superdemocratico perché gli archivi sono pubblici, open source – parliamo di mega archivi genetici in cui c’è la rappresentazione informatica del genoma di tutte le piante presenti sulla Terra, ma non sono privati, eh? Chiunque può accedere… Ma nessuno si pone la domanda: sì, ma noi contadini cosa ci facciamo con la rappresentazione informatica dei semi? Non ce ne facciamo niente. Invece chi possiede tecnologia e apparecchiature di altissimo livello necessarie per passare dalla rappresentazione informatica al seme vero e proprio ha a sua completa disposizione questo enorme patrimonio estorto e raccolto con soldi pubblici e messo a disposizione per chi lo può utilizzare per ottenere brevetti.» Corteo contro nuovi OGM. Parma, giugno 2025 Parliamo della digitalizzazione: questa può essere conciliabile o hackerabile per le finalità dell’agroecologia? «L’agroecologia è la disciplina che ha come finalità produrre cibo attraverso agro-ecosistemi sostenibili. Sostenibilità significa che i limiti di produzione di un territorio sono fissati dalla quantità di energia che lì può essere prodotta e da quella di rifiuti che vi possono essere smaltiti. Immaginiamo come questo possa essere attuato attraverso satelliti, sensori, droni e apparecchiature che hanno bisogno di enormi quantità di energia e di acqua, come i Data Center: come può essere sostenibile tutto questo? Poi, se lo ritengono sostenibile perché magari si può limitare un po’ l’uso dei concimi questo può anche essere vero, ma diamo le dimensioni reali alle cose: è una pagliuzza in mezzo a un campo di rotoballe di paglia!» «Quanto sia vero tutto questo lo vediamo nella materialità del nostro quotidiano, perché i progetti di devastazione ambientale legati all’estrazione di energia o di materie prime strategiche si susseguono l’uno dopo l’altro. Dovremmo riuscire a fare uno sforzo di immaginazione e renderci conto che nel giro di pochi anni potremmo trovarci a non avere più una dorsale appenninica ma un centro industriale di produzione di energia eolica; e poi c’è il progetto di riaprire le miniere sulle Alpi, c’è la speculazione sulle rinnovabili in Sardegna, fino al nucleare. Dobbiamo chiederci non solo se una tecnologia possa servire a qualcosa; ma anche fino a quando possiamo accettare tutto questo, e se lo accettiamo dove ci troveremo a vivere, in che condizioni.» «Negli ultimi anni si è consolidata, anche nei nostri ambienti abituali, di sinistra ed ambientalisti, un’ideologia scientista secondo cui la risoluzione ai problemi creati dall’attuale modo di produzione industriale si troverà attraverso la tecnoscienza; quindi è piuttosto diffusa l’idea che il problema non sia la tecnologia, ma l’uso che se ne fa…» Corteo contro nuovi OGM. Parma, giugno 2025 Per quali motivi ritenete necessario superare questa idea della neutralità delle tecnologie? «L’effetto di queste tecnologie è di rendere il lavoro contadino ancora più dipendente: già dipende dalle multinazionali della chimica, dell’energia, del petrolio; in questo modo diventerà dipendente anche dai laboratori di bioingegneria e dai giganti del digitale e dell’IA… Oltre che dall’energia atomica necessaria per alimentarli.» «Di recente è stato firmato l’EU Drone Deal: rilanciamo l’economia europea producendo droni, così che l’Ucraina possa raddoppiare l’attuale produzione di 10 milioni di pezzi l’anno. Cosa c’entra con l’agricoltura? C’entra! Si portano in agricoltura questi oggetti, che sono tra i più importanti e strategici nei campi di battaglia, con due risultati: giustificare la loro presenza – dal satellite al quadricottero che ti vola sul campo, cosa ci fa tutta ‘sta roba sulla mia testa? Beh, serve per l’agricoltura, serve per fare i video, per la mobilità sostenibile… Però nel frattempo serve a controllare il territorio 24 ore su 24. Inoltre, le società che producono i droni, come quelle che producono i software di IA e i data center necessari per elaborare i dati raccolti, capitalizzano. Tutto questo crea mercato ma crea anche potenza militare. Le guerre contemporanee, industriali, non sono vinte dal più coraggioso, dal generale più geniale, ma dall’apparato industriale più resiliente: quello che riesce a mantenere più attiva la produzione in tempi di guerra come in tempi di pace.» «Il punto è che queste tecnologie forniscono all’élite gli strumenti per attuare politiche di predazione coloniale. Per spiegarlo siamo partiti dal “sistema Israele”, caratterizzato, per la limitata estensione e le caratteristiche del suo territorio, dalla necessità di ampliare al massimo le possibilità umane di trasformazione grazie allo sviluppo tecnologico. Ora, la ricerca di un buon rendimento contraddistingue anche il nostro lavoro di contadini, ma la perseguiamo attraverso tecniche agroecologiche che permettono di coltivare cibo con le nostre mani, sano, senza chissà quali macchinari. Il “sistema Israele” invece parte dall’assunto che sia necessario sviluppare tecnologie per rendere possibile un’agricoltura senza i contadini. In questa logica coloniale, le aziende si muovono dove vi sono migliori possibilità di accaparramento, in termini di manodopera, risorse, e grandi estensioni di terreni. Un esempio che coinvolge l’Italia è il Piano Mattei dove decine di migliaia di ettari in Algeria, o in Kenya, vengono acquisite e coltivate con piante ingegnerizzate e tecnologie digitali che servono sia per scopi agricoli che per controllare la popolazione e sedare eventuali proteste: stiamo andando verso un modo di produzione e di vita totalmente insostenibile anche dal punto di vista umano e sociale, oltre che ecologico.» «Ma l’annichilimento delle piccole aziende che erano l’ossatura di un rapporto diretto tra contadini e consumatori si registra anche in Europa e in Italia. Attraverso una rete di logistica che non paga più il valore del prodotto in maniera decente al contadino, si è arrivati al punto che gli agricoltori sono con l’acqua alla gola; per questo si vogliono sviluppare tecnologie che permettono lo sfruttamento di enormi monoculture con pochissimo lavoro umano: del resto, i costi tecnologici possono essere ammortizzati solo su grande scala. Nel libro approfondiamo lo strapotere di aziende come Bonifiche Ferraresi, oltre che dell’Agritech Center, il Centro nazionale di R&S sviluppato con fondi PNRR e volto alla trasformazione dell’agricoltura in settore high-tech, al cui interno figurano, insieme alla quasi totalità delle università italiane, multinazionali come Leonardo.» «Mi viene in mente quando, durante la Prima guerra mondiale, il Kaiser in persona dà mandato a Fritz Haber di inventare i gas chimici che avrebbero stanato il nemico dalla guerra di trincea, che era in fase di stallo. A Haber viene messa a disposizione un’enorme quantità di tecnici e laboratori, e produce l’iprite (dicloro), poi il gas “Mostarda”, sempre più potenti ed efficaci. Finita la guerra, alla Germania viene impedito di proseguire questa ricerca, e tuttavia Haber continua lo stesso, giustificandola in nome dell’utilizzo di questi stessi prodotti come pesticidi o insetticidi necessari per l’industrializzazione dell’agricoltura. Questo è stato l’alibi per mettere a disposizione fondi e laboratori per prodotti che in tempo di guerra sono utili alla guerra, e in tempo di pace servono per l’agricoltura: lo è stato con i concimi, con i pesticidi, e lo è esattamente per la digitalizzazione oggi…». The post Il futuro dell’agricoltura tra nuovi OGM, droni e IA: perché “Mangiare è un atto di guerra” appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 2, 2026
L'INDIPENDENTE
Abbiategrasso, 27 settembre: (on)Data-Center da fermare
Mercato agricolo e incontro per organizzare la resistenza. Fermiamo i data center nell’hinterland di Milano, in Lombardia e in ogni dove MERCATO AGRICOLO + INCONTRO al Folletto25603, Abbiategrasso (MI) ore 11/17 | MERCATO AGRICOLO Prodotti e agricolture del territorio Partecipano: Agripiccola Telgate BG Apicoltura Pagani Andrea Cassinetta MI Birrificio di Ringhiera Cassinetta MI Cascina Caremma Besate MI L’Orto del Villano
September 25, 2026
La Bottega del Barbieri