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Dal caporalato nei campi al caporalato metropolitano: il lavoro sfruttato cambia forma, non sostanza
Abbiamo partecipato giovedì 19 febbraio al Tavolo nazionale sul caporalato, portando per la prima volta la necessità di estendere il ragionamento sul caporalato ad altri settori, a partire da quello dei rider e del lavoro tramite piattaforme digitali. Dopo aver denunciato la grave dissipazione di risorse pubbliche legate ai fondi del […] L'articolo Dal caporalato nei campi al caporalato metropolitano: il lavoro sfruttato cambia forma, non sostanza su Contropiano.
February 22, 2026
Contropiano
Palestina, resistere sulla terra. Intervista a Mauro Van Aken. Seconda parte
Link alla prima parte dell’intervista. L’atteggiamento di cui parlavi poco fa è come chinare il capo per assoggettarsi a qualcosa di più grande. È chinare il capo o anche alzarlo, perché tutte queste fasi segnalano i tipi di freddo e di vento che annunciano la fase dopo o i tipi di prestito da una fase all’altra. Anche noi abbiamo avuto queste modalità di calendario agricolo che ci permettevano di leggere altri attori, di leggere i venti, la terra, i tipi di acqua, leggere cosa fanno uccelli e insetti perché anticipano cose che noi non sappiamo e sentiamo. Allora ci si rende conto che parlare di quei semi vuol dire parlare di saperi, di sapere come si è coinvolti nel cambiamento atmosferico – cosa molto interessante per una società come la nostra, coinvolta nei cambiamenti climatici, dove ci chiediamo che senso ha il tempo oggi. Noi giochiamo più su una cosmologia, su una linea di mondo dove la terra è distaccata dal cielo e se serve abbiamo il Meteo, ma non abbiamo più quella facilità di riconoscere le relazioni ecologiche locali. Una cosa tipica della Palestina, certificata a livello scientifico, è l’incredibile variabilità e imprevedibilità delle piogge anche tra valle e valle. Il calendario al-murba’nia era addomesticato di valle in valle e di esposizione in esposizione. Era un modo per orientare i lavori da fare e soprattutto per stoccare più acqua possibile; ci sono fino a tre arature in questi orti, per alcune colture fino a quattro, sono arature fatte in senso contrario, in piccole balze di terra, dove si ara per stoccare in profondità più acqua possibile. I semi baali erano quelli che crescevano anche se poi non pioveva più; le piante di pomodoro, ad esempio, continuano a crescere senz’acqua fino a giugno. Questo ci racconta cosa hanno fatto gli agricoltori palestinesi per navigare le incertezze piovane e selezionando semi che potessero dare sicurezza alimentare anche con poca acqua. Tutte le forme agricole locali sapevano che dovevano familiarizzare una serie di attori, di agenti, un vivente che è attorno, con i suoi ritmi, le sue familiarità, abitudini, i suoi rischi e le sue imprevedibilità. In un contesto come quello palestinese, la cultura contadina e agro-pastorale ha molto a che fare con il saper navigare l’incertezza – cosa di cui noi abbiamo tantissimo bisogno. Anche noi abbiamo subìto un processo di colonizzazione economica, morale e sociale, solo che anziché resistere abbiamo ceduto e ora, di fronte alle grandi incertezze contemporanee, siamo spaesati. Sono temi con cui l’antropologia ha familiarità, nell’osservare soprattutto le forme di common in altri contesti e la difficoltà di mantenere la loro autonomia. Le forme comunitarie sono forme di protezione e adattabilità al cambiamento molto importanti. C’è una specificità però che mi colpisce sempre: vedere come giovani attivisti o giovani studiosi colleghino le questioni ecologiche alla questione coloniale. Mi colpisce vedere come colgono qualcosa che tanto mondo adulto non coglie. Un aspetto centrale, che mostrano anche alcuni studiosi dissidenti israeliani, tra cui Weizman, è la modalità con cui il modello stesso di sviluppo, agro-business e gestione del territorio, sperimentazione, inventarsi e far fiorire il deserto, mostra molto bene il contesto israeliano coloniale che passa attraverso l’idea di una natura a disposizione, una fede messianica nelle tecnologie e nell’uomo come unico attore eccezionale e sempre più suprematista. Mostra anche l’incapacità di leggere le relazioni ambientali in un contesto dove la linea dell’aridità sta salendo. Le forme di gestione ambientale, che fosse agricoltura o forestazione, hanno talmente indebolito quei territori rispetto ai cambiamenti ambientali in corso da fare della questione ecologica un elemento centrale. C’è un processo di desertificazione che va avanti e sarebbe la prima lotta a cui pensare per un Paese come Israele e per tutti i suoi vicini, ma in nome del fossile con cui si può desalinizzare l’acqua si continua con lo stesso modello prevaricante. Quell’amplificazione dei processi di desertificazione che lì si sta mostrando accomuna grossa parte dell’area in cui avanza la linea della desertificazione che va dalla Mauritania fino all’India e sale proprio per i processi modernisti agricoli che non riescono a rendersi flessibili. La linea dell’aridità coincide anche con la linea di tutti i contesti migranti, di contrabbando di migranti, di collassi statali, di profonda instabilità e accentuazione delle ineguaglianze, tutte profondamente correlate. Weizmann, a partire dal caso del Negev in Israele, dice che al di là dello spettacolo modernista, delle serre agricole e dell’invenzione della micro irrigazione, s’è costruita la desertificazione a partire da un modello di agricoltura incapace di leggere il vivente. A me ha parlato molto questa correlazione esplicita, perché il mito di far fiorire il deserto si è costruito immettendo un’idea di natura che ha espropriato altri saperi e altri indigeni, li ha completamente invisibilizzati, mentre anche solo un secolo fa, Vulcani poteva dire qualcosa di completamente diverso e dedicare un libro a quei saperi. Pensando a quello che è ancora possibile, mentre ero a Battir, una cosa che mi colpiva era vedere gruppi di pacifisti israeliani che cercavano cibo baladii palestinese perché lo ritenevano migliore rispetto alla produzione dell’agro-business israeliano, oltre a farlo come sostegno politico agli agricoltori locali a rischio di esproprio. Gli attivisti aiutavano a lavorare quei terreni, andavano come forze di interposizione, ad esempio a costruire recinti. Costruire recinti era una questione centrale perché secondo una tecnica antica utilizzata da tanti colonialismi e ora riattivata in nome del Green, si rilascia il selvatico, cinghiali e caprioli, che si mangiano tutti i germogli. Questi gruppi di attivisti rischiavano una multa, niente di più – perché secondo la legge israeliana non potevano comprare cibo nei territori occupati – ma erano presenti in rapporti di amicizia ed erano proprio quelli che superavano dei ponti e che sono stati i più censurati, dato che tutta l’occupazione giocava sul rendere l’altro invisibile. Questo è importante, ci mostra come il cibo sia non solo un connettore ma quanto sia politico per i palestinesi e apra tantissime altre porte. Il cibo è ripensare relazioni ecologiche che mettono assieme quel territorio, molto piccolo, in cui la questione centrale da affrontare è quella della vulnerabilità comune ai cambiamenti ambientali e all’ingiustizie, ma che viene sorvolata completamente. Sembra un nuovo possibile paradigma, una società basata sul valore della sovranità alimentare. Certo, però lì dire sovranità alimentare pone la questione di chi è sovrano e dove, perché è proprio il cibo che ha permesso la non sovranità. Le filiere del cibo sono cibo, terra, acqua, saperi e anche economie morali di quei saperi, forme di common. Come per la Palestina, tante esperienze di colonialismo hanno mostrato che ci si mette molto poco a distruggere le forme di gestione comune locali, ma molto più difficile è ricostruirle, perché si creano profonde gerarchie e si perdono i saperi. In tanti casi puoi ritrovare le culture, puoi ritrovare un vecchio tipo di patata, ma non per forza trovi i saperi e non per forza trovi la filiera. Allo stesso tempo, nei contesti contadini c’è profonda resilienza, rimangono le cose che hanno una loro storia sensata, che abbassano i rischi, familiari in contesti locali. La melanzana Battir ad esempio. Battir è il nome del paese e anche della melanzana, prodotta da semenze baali e riconosciuta come una rarità di melanzane tra le migliori per essere fatte ripiene, tanto che quella melanzana, quando ha possibilità di esportazione e non ci sono blocchi commerciali di Israele, è esportata in tutta la diaspora fino agli Stati Uniti. Viaggiano, perché sono sapori unici che raccontano storie. Melanzana battir. Foto di Mauro Van Aken In questo momento mi sembra fondamentale preservare i saperi locali. Tutto ci sta portando verso uno scontro globale, ma non abbiamo la forza per affrontarlo se non sappiamo nemmeno produrre cibo in autonomia. Si, ma abbiamo anche bisogno dei pensieri relazionali perché la realtà, gli ecosistemi, la società, sono relazionali. Adesso sembra tutto costruito in blocchi ed è per questo che è così centrale un contesto come quello palestinese, perché nella trasmissione di tanti saperi non è di natura che si sta parlando ma di relazioni, di soggetti ambientali ed è lì il passaggio cruciale, sapere che non siamo indipendenti, ma interdipendenti. L’ultimo libro di Edward Said, “Sotto lo stesso cielo”, mi parla molto come metafora, perché quando penso a sotto lo stesso cielo in quelle terre lì, penso a sotto lo stesso cambiamento ambientale, atmosferico, penso a Baal. Sotto lo stesso Baal dei tempi nostri, quello che rimane nelle semenze, che ha trattenuto il suo senso lì e che è ancora pensato in relazione all’essere interdipendenti riguardo alle incertezze del tempo atmosferico in un contesto dove le incertezze politiche sono tante. Gli agricoltori locali palestinesi sono grandi navigatori di incertezze.             Giada Caracristi
February 13, 2026
Pressenza
Palestina, resistere sulla terra. Intervista a Mauro Van Aken. Prima parte
Possiamo scegliere chi boicottare e limitare la nostra partecipazione alla società dei consumi, ma non possiamo smettere di dipendere dal miglior offerente nel procurarci la nostra razione di cibo quotidiano. Dal momento in cui abbiamo abbandonato l’agri-cultura locale, abbiamo anche rinunciato a esercitare il nostro diritto di sovranità alimentare. Completamente assorti nella ricerca di realizzazione della nostra individualità, ci siamo estraniati dal nostro ecosistema naturale fatto di terra, aria, uomini e animali. Nel frattempo, in altri luoghi intere comunità hanno fatto della resistenza agricola una questione non solo di sopravvivenza, ma anche di sovranità, ne hanno fatto una questione politica. È partendo da qui che ho voluto incontrare Mauro Van Aken, ricercatore in antropologia culturale presso l’Università Milano-Bicocca. Mauro ha fatto ricerca sul campo nel nord del Pakistan, in Giordania e nei Territori Palestinesi, in Egitto e in Italia sulle relazioni tra culture e ambienti e io, come molti, vorrei capire come si fa a resistere sulla Terra. Mauro, ho l’impressione che aver abbandonato il lavoro agricolo ci abbia impoveriti, abbia impoverito la nostra identità e la nostra forza. Partiamo da qui? Mi spiego, lavorare la terra richiede la partecipazione di una famiglia o di una collettività che realizza il raccolto. Le patate, ad esempio, si seminano e raccolgono insieme perché altrimenti non si riesce a produrne una quantità sufficiente per provvedere alla famiglia. Tutte le dimensioni ambientali, che si abbia a che fare con l’acqua, con i semi, o con la terra, sono sempre state sistemi di gestione comune, sistemi sociali e giuridici molto flessibili ai cambiamenti. Ti faccio l’esempio dei due grossi sistemi nel modo di pensare quelli che noi chiamiamo beni comuni attorno all’agricoltura e alla pastorizia in Palestina. La terra era legata a una funzione politica della comunità, che era la tribù e ogni cinque anni, a volte sei, i terreni venivano ridistribuiti affinché ognuno potesse godere delle diverse qualità della terra e della diversa vicinanza all’acqua. Il sistema musha era un sistema classico per ridistribuire l’ineguaglianza e non permettere individualizzazioni, privatizzazioni – benché fossero compresenti – in un contesto arido dove la produzione agricola era legata ad un’economia morale, al sapere che solo insieme si potevano unire le risorse, distribuirle e ridurre i rischi. Ci sono ancora delle tracce di musha in Cisgiordania e in Giordania, ma rimangono nella gestione dell’acqua. A Battir, per esempio, nella regione di Betlemme dove ho lavorato, la settimana per irrigare è di otto giorni perché otto sono le tribù e di otto è la struttura di distribuzione della gestione comune che fa capo a un mediatore dell’acqua. Un mediatore dell’acqua? Una sorta di sindaco dell’acqua. In quel caso è rimasto, tanto più con gli sconvolgimenti dell’occupazione, come legame fondamentale nel dire: dove c’è una sorgente, l’acqua è comune. Essendo otto le tribù che posseggono ancora terreni che non sono stati sottratti è rimasta la distribuzione in otto giorni; a sua volta ogni tribù la suddivide all’interno dei propri lignaggi o famiglie estese. Questo permette forme di scambio, mutualismo, autogestione, rafforza le dimensioni comunitarie e nello stesso tempo è un modo per risolvere i conflitti comunitari. E questo vale anche per la terra? Il sistema musha di gestione della terra è stato il grande nemico del mandato britannico prima e del sistema di modernizzazione poi, così come negli altri sistemi mediorientali. Perché? Perché si voleva inserire la proprietà privata, che era il sistema idealizzato per incrementare la produttività su modello industriale, e lì c’è un altro scarto, cioè l’idea che introduce la natura come qualcosa di separato, tutto d’un tratto diventa natura da sfruttare. È un processo nato soprattutto nelle frontiere coloniali, nato nell’incontro, nell’accumulazione e nell’estrazione altrui, distruggendo altri sistemi di sapere e di forme di relazione ambientale. Gli orti in cui ho lavorato, habbala, cioè i terreni per produrre soprattutto il cibo per la famiglia, in un contesto dove la terra è diventata esproprio continuo diventano centrali per la sussistenza di chi è rimasto. Vicino a Betlemme, a Battir, hanno ancora il controllo della terra, ci sono tantissimi terreni che fanno parte di un bacino riconosciuto dall’UNESCO perché ha una rete idrica risalente agli antichi romani. È un paesaggio immateriale antichissimo, immateriale perché una rete irrigua si costruisce anche come saperi. Ma un terzo è in via di esproprio, eppure, nonostante questo, un anziano agricoltore mi diceva: “Io qua sono libero”. Era l’unico luogo in cui si sentiva libero nonostante a 200 metri ci fosse una telecamera israeliana fissa. I territori occupati sono obbligati a importare cibo israeliano e i palestinesi sono stati i primi consumatori, in termini di fatturato, di cibo, semenze, tecnologie israeliane e via dicendo. Ma allo stesso tempo, quella libertà di cui parlava l’anziano agricoltore di Battir è il poter avere l’autonomia dei propri gusti, di ciò che è importante mangiare, di ciò di cui ci si nutre e dei saperi che resistono sulla terra. Questo è cruciale: resistere sulla terra vuol dire tante cose, ma lì ha a che fare con quel tipo di colonialismo che, soprattutto negli ultimi trent’anni e in forme molto high-tech, ha giustificato la violenza in nome del Green, in nome della protezione ecologica. Se vuoi ti faccio alcuni esempi. Sì, certo. Nella costruzione di Israele, soprattutto nell’occupazione del ’67, tanto si è giocato sulla dimensione totemica degli alberi. Ovvero? Nel ’48 tutto l’apparato forestale è stato cruciale per Israele, a livello politico, di costruzione di memorie e di identità, perché permetteva a una popolazione che aveva pochi contadini di radicarsi in un contesto nuovo riproducendo un ambiente conosciuto, che era quello europeo, in un contesto semi arido. È stato centrale in tutte le ritualità, anche in quelle diventate poi sioniste, cioè di costruzione di uno Stato nazionale, all’interno di due miti, due classici coloniali: “una terra senza popolo per un popolo senza terra” (invece il popolo c’era, con i suoi saperi) e “far fiorire un deserto” – un’invenzione del deserto, in una visione tipicamente occidentale che vede nel deserto un vuoto. Ma non c’era deserto, c’erano aree che potremmo definire ecologicamente desertiche, ma la maggior parte erano zone aride e semi aride vicino a dove è nata l’agricoltura 12.000 anni fa e dove si è mangiato e dato da mangiare a tutti i monoteismi, politeismi, religioni, pellegrini e commercianti che sono passati da quelle parti. Lì si è fatto tanto da mangiare e c’è tanta esperienza di cibo. La pineta è totemica perché permetteva di nascondere il paesaggio palestinese, i villaggi distrutti, l’architettura ottomana, di coprire proprietà o di impossessarsene. Inoltre la pineta non permette pascolo, acidifica il suolo e toglie spazio di pascolo a chi si muove liberamente – perché i palestinesi sono agro-pastorali di origine. È per questo che l’ulivo, che è sempre stato cruciale lì come in tutta l’area mediterranea, diventa totemico per i palestinesi. L’unica cosa che Israele riconosce in caso di esproprio di terra è una legge ottomana che stabilisce che se nella proprietà c’è un albero di ulivo di almeno otto anni, il contadino espropriato può fare appello alla Corte militare, altrimenti non può fare neanche appello. E questa è la ragione per cui in questi orti, in mezzo alle melanzane, ci sono spesso degli ulivi messi lì come ancore giuridiche. Agricoltura difensiva: piantumazione di giovane ulivo tra le melanzane. Foto di Mauro Van Aken La pineta permette di naturalizzare il contesto, un contesto di incredibile violenza ed esproprio continuo, lo naturalizza nel nome del Green. Mi ricordo un’intervista a Prodi di un anno fa, in cui diceva: “Che belle le foreste quando andavamo a visitare i kibbutzim!” Mostra molto bene l’effetto, permette di dire: “Ah che bel bosco, che bella foresta di pini, stanno effettivamente verdizzando.” In realtà è un esproprio di terra, un esproprio violento del contesto locale ed è per questo che l’agricoltura diventa così politica. Ma non è sempre stato così. Fui molto stupito e affascinato nello scoprire il testo di un agronomo polacco, El Ezari Vulcani, poi diventato un’icona nazionale israeliana. La cosa interessante è che Vulcani già negli anni ’20 del secolo scorso lavorava con i fellahin, con i contadini palestinesi a sud di Tel Aviv. Per lui erano primitivi e in quanto tali meno sapienti, i loro saperi andavano sostituiti, ma comunque restavano i discendenti della popolazione biblica. La cosa curiosa è che a un certo punto si sente obbligato a scrivere un libro, The Fellah Farm (Vulcani, 1930), sulla modalità contadina dei fellahin, ed è tutto dedicato a questo, da un lato a dire che non hanno questo e non hanno quello, un classico che si gioca in contrapposizione, dall’altro allo scoprire con termini antichi tutta l’agro-ecologia contemporanea. Il discorso era improntato sul come produrre cibo in un contesto con così poca acqua ed è tutto un dettaglio e un elogio della incredibile conoscenza locale: hanno poco, ma rendono il massimo, riciclano, fanno circolare tutto. E molto chiaramente scriveva: “Non possiamo perdere questi saperi” – ma non riferendosi ai saperi e basta, intendeva proprio: non possiamo perdere loro. Anche se in modo gerarchico, Vulcani vedeva dei saperi, anzi, ne era stupito. Poi tutto ciò che ai tempi era interconnessione, conoscenza dell’altro, verrà censurato, l’altro non va conosciuto. Questa è stata l’architettura dell’occupazione che ha permesso di disumanizzare l’altro e soprattutto di non riconoscere i saperi che l’altro ha raccolto. È un esempio che faccio per dire che quei saperi sono giocati su acqua e semenze, semenze baali (antiche semenze irrigue) che ho riscoperto nella loro capacità di esserci e di farsi filiere informali, tanto che già quindici anni fa c’era un risveglio locale: queste semenze tornavano sul mercato e nelle banche dei semi, tornava l’idea di preservarle perché sono semenze soprattutto non irrigue, diventate icone del fare agricoltura di resistenza, in una forma di resistenza sumud (resistenza nonviolenta) giocata sui saperi locali, sul permanere sulla terra, che non è semplicemente stare sulla terra, ma che è giocata su antiche tecniche. Sono semenze piovane selezionate con saperi specifici su come piantarle, come ararle, come abbeverarle, come trattenere l’umidità. Sono chiamate semenze baali e tutto ciò che è baali si rifà all’antica divinità politeista Baal, che era il dio della tempesta e significava saper leggere il tempo oltre che una forza che arrivava, una forza sperata. Lì si sa che la pioggia arriva, ma che poi se ne va e non arriva più e arriva in un periodo invernale che non a caso, in palestinese, si dice shitta, che vuol dire tanto inverno quanto pioggia, perché è il periodo centrale. Centrale per fare cosa? Se si fa cibo, per raccogliere più acqua possibile e per avere semenze che si abbeverano innanzitutto di quella pioggia, semenze piovane – tutto ciò che in tutto il mondo è stato sostituito dall’agricoltura industriale irrigua, pensata con un’idea di acqua infinita. Quelle sono le semenze che ho ritrovato, le tenevano in saccoccia o a casa. Sono chiamate anche semenze baladii, il termine è polisemico e ha un significato molto forte, tanto più in quel contesto. Balad vuole dire il mio villaggio, balad però diventa patria in un contesto dove è impossibile avere una patria, vuol dire locale. I semi baladii sono quindi spesso semi baali, esposti a qualcosa – anche i terreni si chiamano baali – è come se guardassero Baal, guardano un’attività, un agente che bisogna saper leggere bene. Attaccato a quelle semenze c’è un antico calendario atmosferico che si chiama al-murba’nia, una calendarizzazione in quattro fasi degli ultimi 50 giorni dell’inverno/pioggia, il periodo cruciale. E cruciale è saper leggere quando parte per farsi trovare pronti, aver già lavorato il terreno, aver già seminato. In questo modo l’agricoltore non si pensa unico autore del proprio fare campo imprenditoriale, ma sa che si è esposti all’atmosfera, ad altri agenti. Questo è tipico di tantissime modalità di acclimatarsi, di rendere familiare il tempo atmosferico e le incertezze, qualcosa che non è una nostra forza, di cui non siamo noi gli attori.   Giada Caracristi
February 12, 2026
Pressenza
La ribellione gentile della campagna profonda
di Gianluca Ricciato Da un po’ di anni parlare del Salento, soprattutto in certi ambienti, significa parlare di desertificazione, di turismo, di xylella, di aumento dei prezzi, di coppie di anziani ricchi che comprano masserie, e litigare su tutto questo. A volte mi faccio trascinare da questa inutile litania funebre della società del terzo millennio in terra meridiana, a volta
January 23, 2026
La Bottega del Barbieri
UE, via libera all’accordo MERCOSUR e deregolamentazione degli OGM
Migliaia di agricoltorx europex negli ultimi mesi sono scesx in piazza per protestare contro l’accordo commerciale tra l’Unione Europea e il blocco sudamericano Mercosur. L’accordo tra Ue e Mercosur – il mercato di libero scambio sudamericano che comprende Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay – è stato fortemente voluto dalla commissione targata von der Leyen. Nonostante il no di Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda, l’intesa tra i due mercati continentali ha passato il vaglio dell’Ue e verrà ratificata tra una manciata di giorni. L’accordo ha l’obiettivo di facilitare lo scambio tra Ue e Mercosur, cancellando i dazi sulla grande maggioranza degli scambi commerciali. L’approvazione dell’accordo ha scatenato le proteste degli agricoltori. Alle imprese agricole italiane ed europee viene richiesto il rispetto di standard elevati, le stesse regole non sono attuate per le importazioni dai Paesi del Mercosur, che potrebbero dunque riversarsi in Europa a prezzi molto più bassi dei costi di produzione europei. Per questo l‘Italia, essendo un Paese agricolo, si era schierata tra gli Stati contrari. Eppure, con un voltafaccia, Meloni ha deciso di dare parere positivo all’accordo commerciale, con la maggioranza degli Stati europei e Ursula von der Leyen si recherà in Paraguay sabato 17 gennaio per firmare l’accordo. Meloni si è fatta convincere dall’industria agroalimentare italiana, che d’ora in avanti trasformerà le materie prime importate dal blocco Mercosur a prezzi ridotti, a scapito di chi lavora la terra, e di chi si nutre dei prodotti di tale industria (pasta, mozzarella, sugo di pomodoro, etc). A guadagnarci sarà anche l’industria chimica tedesca, produttrice di fitofarmaci vietati severamente in Europa, che esporta anche nei paesi del Mercosur (e che torneranno nei nostri piatti attraverso i cibi), e in generale le industrie europee che hanno mercato nei latinoamericani aderenti al Mercosur. Non solo, 19 dicembre 2025, gli Stati membri dell’UE hanno votato a favore dell’accordo di trilogo sugli OGM ottenuti mediante nuove tecniche genomiche (OGM-NGT o TEA). In breve, hanno dato il via libera alla deregolamentazione degli OGM-TEA, con un accordo finale che non contiene alcuna disposizione per tutelare ilx agricoltorx e lx consumatorx dai rischi ad essi associati: nessuna tracciabilità, nessuna etichettatura dei prodotti, nessun metodo di rilevamento/identificazione, nessuna possibilità per gli Stati membri di vietare la coltivazione, nessuna modifica al diritto dei brevetti. Con il brevetto, si lascia mano libera alle multinazionali per il controllo delle sementi e la possibilità di ingannare i consumatori, inserendo OGM nei prodotti, non dichiarando nulla in etichetta Con Antonio, membro di ARI, del Coordinamento Europeo della Via campesina e di diversi suoi gruppi di lavoro, abbiamo parlato dell’accordo commerciale UE MERCOSUR e dei prossimi step per quanto riguarda la deregolamentazione degli OGM-TEA. Ascolta o scarica l’approfondimento.
January 12, 2026
Radio Blackout - Info
In Perù, alle api vengono riconosciuti diritti propri
> Le api senza pungiglione autoctone del Perù sono i primi insetti al mondo a > godere di una protezione speciale come soggetti giuridici. Gli indigeni Asháninka le chiamano «Shinkenka» o, in spagnolo, «Angelitos» (angioletti). Appartengono al genere Melipona e sono la prima specie di insetti al mondo a non essere considerata un oggetto, ma ad avere un diritto «personale» all’esistenza, alla rigenerazione e alla protezione. Nell’ottobre 2025, la provincia peruviana di Satipo ha dichiarato le api amazzoniche senza pungiglione soggetti giuridici. L’ape senza pungiglione è un importante impollinatore locale e fa parte dell’ecosistema tropicale da milioni di anni. Il suo miele ha proprietà antibatteriche, antivirali e antinfiammatorie ed è utilizzato nella medicina tradizionale. La legge, che si applica nella biosfera UNESCO di Avireri-Vraem, ha lo scopo di proteggere la popolazione di api, che negli ultimi anni ha subito un forte calo. L’aumento delle temperature dovuto alla crisi climatica, la deforestazione, la coltivazione di droghe, i pesticidi e le specie invasive minacciano la loro sopravvivenza. LE API MELLIFERE CHE PUNGONO SONO ARRIVATE SOLO CON LA COLONIZZAZIONE Le Meliponini non possono pungere, ma possono mordere. Ne esistono circa 600 specie in tutto il mondo, di cui almeno 175 vivono in Perù. Le api mellifere pungenti conosciute in Europa sono arrivate in Sudamerica solo con gli europei. Alla fine degli anni ’50 è stato introdotto un incrocio tra specie di api africane ed europee, che da allora si è rapidamente diffuso e rappresenta una minaccia per le api autoctone. La nuova legge è essenzialmente un successo della biochimica Rosa Vásquez Espinoza, che insieme ad altri scienziati e alle comunità indigene degli Asháninka ha promosso la protezione delle api e, di conseguenza, anche la protezione della regione amazzonica. La maggior parte delle piante importanti per l’agricoltura viene impollinata dalle api selvatiche. TUTTE LE PARTI COINVOLTE PIANIFICANO INSIEME MISURE DI PROTEZIONE L’organizzazione Amazon Research International di Espinoza è stata sostenuta, tra gli altri, dall’organizzazione statunitense Earth Law Center e dalla biologa marina Callie Veelenturf, secondo quanto riportato dal media statunitense «Inside Climate News». Veelenturf è diventata famosa quando ha ottenuto diritti specifici per una specie di tartaruga marina a Panama. Rosa Vásquez Espinoza durante un workshop in una comunità Asháninka. Espinoza, premiata dall’UNESCO per il suo impegno, con l’aiuto di abitanti indigeni, ricercatori e funzionari governativi locali ha mappato in una spedizione dove si trovano le api minacciate e cosa si può fare per preservarle. Le popolazioni si sono fortemente ridotte, ha dichiarato a «Inside Climate News». Mentre prima bastava mezz’ora per trovare un alveare, oggi a volte non se ne trova nemmeno uno in un’intera giornata. LE SPECIE DI API AUTOCTONE SPESSO SOCCOMBONO ALLE MISURE DI PROTEZIONE In un workshop, rappresentanti del governo, ricercatori e indigeni hanno discusso misure pratiche per scongiurare le minacce alle api selvatiche, promuovere la biodiversità e preservare le conoscenze indigene. Ad esempio, le colonie di api possono essere insediate in modo mirato in aree disboscate per ripristinare la biodiversità. Espinoza e i suoi colleghi promuovono l’allevamento di api senza pungiglione come fonte di reddito in una zona prevalentemente dipendente dall’agricoltura di sussistenza e come misura di protezione. Donne come l’apicoltrice Asháninka Micaela Huaman Fernandez insegnano ad altri come allevare api senza pungiglione e come estrarre il miele in modo delicato. Huaman vende il miele come ingrediente di prodotti medicinali tradizionali. Il progetto è esemplare di un movimento internazionale in crescita che attribuisce diritti giuridici alla natura. Gli attivisti criticano il fatto che la protezione delle api spesso riguarda solo la loro funzione di impollinazione o esclusivamente l’ape mellifera Apis mellifera. Le api autoctone, il loro diritto all’esistenza e il loro ruolo nella società e nell’ecosistema vengono spesso trascurati. Gli attivisti vorrebbero che la legge sulla protezione delle api senza pungiglione fosse applicata in tutto il Perù. Le possibilità che ciò avvenga non sono male: in questo Paese sudamericano, il fiume Marañón e il famoso lago Titicaca sono già riconosciuti come soggetti giuridici. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal tedesco di Thomas Schmid con l’ausilio di traduttore automatico. INFOsperber
November 12, 2025
Pressenza
Lo stato di salute della green economy in Italia registra luci e ombre
Nel 2024 le emissioni di gas serra diminuiscono troppo poco; aumentano i consumi finali di energia per edifici e trasporti e si importa troppa energia dall’estero; il consumo di suolo non si arresta; la mobilità sostenibile si scontra con 701 auto ogni 1.000 abitanti, il numero più alto d’Europa. Dall’altro lato, la produzione di energia elettrica da rinnovabili è arrivata al 49% di tutta la generazione nazionale di elettricità, l’Italia mantiene il suo primato europeo in economia circolare, l’agricoltura biologica cresce del 24% nel 2024 e le città italiane mostrano vivacità nella transizione ecologica. È questa la fotografia dell’Italia delle green economy contenuta nella Relazione sullo Stato della Green Economy 2025 presentata in occasione degli Stati Generali della Green Economy, il recente summit verde promosso dal Consiglio Nazionale della Green Economy e dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Per quanto riguarda le emissioni e il clima, dal 1990 al 2024 sono state ridotte complessivamente del 28%, ma nel solo 2024 il taglio delle emissioni di gas serra è stato di poco più di 7 milioni di tonnellate, neanche un meno 2% su base annua: un quarto della diminuzione registrata nel 2023. Per raggiungere l’obiettivo assegnato all’Italia nell’ambito del burden sharing europeo del 43% al 2030, occorre tagliarle di un altro 15% nei rimanenti 6 anni. In Italia il 2024 è stato l’anno più caldo di sempre, con oltre 3.600 eventi climatici estremi, quattro volte quelli del 2018. Quanto all’energia, dal 2005 al 2024, in Italia i consumi di energia per unità di ricchezza prodotta si sono ridotti del 28% (meno della media europea del 35%). L’Italia rimane inoltre fra i Paesi europei con la più alta dipendenza energetica dall’estero. Per i consumi finali di energia, le stime per il 2024 non sono positive: i consumi registrano un aumento di circa l’1,5%, da ricondursi interamente ai settori degli edifici e dei trasporti, che si confermano i veri settori “hard to abate” per l’Italia. Nel 2024 la produzione di elettricità da rinnovabili ha superato i 130 miliardi di kWh, al 49% della generazione di elettricità, in traiettoria col target del PNIEC, del 70% al 2030. Purtroppo, i dati del primo semestre del 2025 mostrano un nuovo possibile rallentamento – del 17% per le nuove installazioni di eolico e fotovoltaico rispetto al primo semestre del 2024 – probabilmente per la fine del superbonus del 110% e per la frenata attivata da alcune Regioni. Più efficienza, maggiore risparmio energetico e un forte sviluppo delle rinnovabili sono essenziali non solo per la decarbonizzazione, ma anche per ridurre in Italia i costi dell’energia e aumentare la competitività. In merito all’economia circolare, invece, l’Italia primeggia in Europa. La transizione verso una maggiore circolarità dell’economia è particolarmente importante per l’Italia, che utilizza grandi quantità di materiali che importa per il 46,6%. L’Italia ha le migliori performance di circolarità fra i grandi Paesi europei per la produttività delle risorse, cresciuta dal 2020 al 2024 del 32%, da 3,6 a 4,7 €/kg; per il tasso di utilizzo circolare dei materiali, che nel 2023 ha raggiunto il 20,8; per-il tasso di riciclo dell’86% del totale dei rifiuti e per il 75,6% di riciclo degli imballaggi. Attenzione però al mercato delle MPS (materiale recuperato da scarti di lavorazione che può essere riutilizzato in una nuova produzione), in particolare quello della plastica riciclata, precipitato in una forte crisi che, se non risolta, potrebbe produrre ricadute negative anche sugli sbocchi delle raccolte differenziate. Più criticità, invece, si riscontrano sulla mobilità. In Italia, benché nel 2024 abbiamo raggiunto il record europeo di 701 auto ogni 1.000 abitanti (571 la media UE di 571), la produzione è scesa ai minimi storici, a 310 mila unità, con una quota, ormai marginale, del 2,1%, della produzione di auto in Europa. Dopo aver perso il treno dell’industria automobilistica tradizionale, si stanno accumulando ritardi anche nell’industria automobilistica del futuro, quella delle auto elettriche, calate del 13% nel 2024, con una quota di mercato in diminuzione dall’8,6% al 7,6%, un terzo della media UE che è al 22,7%. Benzina e diesel alimentano ancora l’82,5% del parco e il parco auto invecchia ogni anno di più, è arrivato a una media di 12,8 anni. Al contrario, il nostro Paese si muove bene in agricoltura, con il biologico che cresce. Tra il 1980 e il 2023 in Italia i danni causati all’agricoltura da eventi atmosferici estremi sono stati pari a 135 miliardi di euro, il più elevato in Europa. È essenziale che l’agricoltura italiana sia più coinvolta nella transizione climatica, con misure di adattamento e mitigazione. L’Italia è il Paese europeo con il più elevato numero di prodotti DOP, IGP, STG: nel 2023 sono stati 856. Cresce ormai ogni anno l’agricoltura biologica. Nel 2024 la somma delle aree certificate e in conversione è stata di 2.514.596 con un incremento del 2,4% rispetto all’anno precedente e dell’81,2% in confronto al 2014. La Sicilia continua a essere la regione con la maggiore estensione in valore assoluto (402.779), seguita da Puglia e Toscana. Queste tre regioni concentrano il 38% di tutta la superficie biologica nazionale. Purtroppo, non si ferma nel nostro Paese il consumo di suolo: tra il 2022 e il 2023 in Italia è stato di 64,4 km2 circa 17,6 ettari al giorno, il terzo valore più alto dal 2012. L’impermeabilizzazione del suolo aumenta il deflusso superficiale e riduce la capacità di assorbimento delle piogge, contribuendo ad aumentare gli impatti degli eventi atmosferici estremi. In termini di impermeabilizzazione, tra i capoluoghi delle Città Metropolitane, segnaliamo che Napoli con il 34,7% e Milano con il 31,8%, hanno i valori più elevati, mentre Messina (6%), Reggio Calabria (5,8%) e Palermo (5,7%) registrano le minori percentuali. Il Rapporto evidenzia come le città italiane siano molto esposte ai rischi della crisi climatica. Nei mesi estivi del 2024, il 90,6% della popolazione residente nelle città italiane è stata esposta a temperature medie superiori a 40°C. Grazie alla partecipazione ad iniziative europee e ai fondi del PNRR, molte città hanno realizzato interventi di mitigazione e di adattamento alla crisi climatica e iniziative dedicate alla transizione ecologica: impianti innovativi per la gestione dei rifiuti urbani, aumento di piste ciclabili e potenziamento del trasporto pubblico, rinnovo delle flotte di bus, tutela e valorizzazione del verde urbano, ecc. Nel 2026, terminati i fondi del PNRR, occorrerà attivare nuove forme di finanziamento per continuare a sostenere la grande vivacità e qualità delle iniziative per la transizione ecologica avviate nelle città. Qui la Relazione 2025: https://www.statigenerali.org/wp-content/uploads/2025/11/Relazione-sullo-stato-della-green-economy-in-Italia-2025.pdf Giovanni Caprio
November 10, 2025
Pressenza
FAO: “a Gaza non c’è più terreno coltivabile”
La Food and Agricolture Organization (FAO), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di questioni alimentari, ha tratteggiato, nel suo rapporto annuale, una situazione di criticità senza precedenti per Gaza: meno del 5% dei terreni rimane coltivabile, con il sistema locale di produzione sostanzialmente collassato. La responsabilità ricade nelle operazioni […] L'articolo FAO: “a Gaza non c’è più terreno coltivabile” su Contropiano.
November 6, 2025
Contropiano
«Questo è morto, dove lo butto?»
Quarta udienza alla Corte d’Assise di Latina per il processo ad Antonello Lovato, accusato di omicidio colposo con dolo eventuale e omissione di soccorso per la morte il 19 giugno 2024 del bracciante indiano Satnam Singh, abbandonato davanti casa con un braccio amputato. Ecco due testimonianze ascoltate in tribunale: un […] L'articolo «Questo è morto, dove lo butto?» su Contropiano.
October 10, 2025
Contropiano
Il cibo come strumento di soprusi e di morte in Palestina
Dallo zaatar vietato ai datteri espropriati: come il colonialismo di insediamento ha colpito l’agricoltura e la cultura gastronomica palestinese. “Perché hai questo sacchetto? Perché se un giorno non potrò comprarmi da mangiare a Londra, avrò il mio cibo: zaatar. E gli ho chiesto: Do you know zaatar? ”. Si sono allontanati e mi hanno lasciato da sola nel mio silenzio e nelle mie perplessità: come hanno occupato il nostro paese per trent’anni e non sanno distinguere il timo macinato (lo zaatar) dalla polvere da sparo? O hanno paura dello zaatar perché fa bene alla memoria e vuole eliminarla totalmente?” ( Viaggio dopo viaggio , Salman Natur). Il cibo è il nostro carburante, ci diciamo spesso. Però, forse, non è una cosa di cui ci occupiamo abbastanza: magari prestiamo più attenzione alla benzina che mettiamo nell’auto. Nelle nostre concitate vite trangugiamo pasti di fretta, troppo spesso e senza riflettere su ciò che abbiamo nel piatto. Eppure produzione e consumo di cibo sono le funzioni principali che gli esseri umani svolgono sulla terra per la propria sopravvivenza. Danno forma alle nostre città, visto che le stesse sono nate, quasi ovunque nel mondo, intorno ai mercati; creare le reti e le connessioni, poiché il trasporto delle risorse alimentari disegna e trasforma le vie di comunicazione; determinano anche conflitti, sin dai tempi dell’antichità. Oggi in Palestina, in quello che ormai è definito, anche in sede giuridica, come genocidio (il 16 settembre 2025 una commissione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite, dopo una lunga indagine, lo afferma come tale in quanto sono stati commessi quattro dei cinque atti che, secondo il diritto internazionale, identificano questo tipo di crimine contro l’umanità), il cibo ha assunto un ruolo terribile: è stato usato per affamare la gente della Striscia di Gaza, per costringerla a evacuare e, purtroppo, per ucciderla in massa, come intento di pulizia etnica. In pratica, come ha più volte ricordato Rula Jebreal, il cibo è diventato un’arma di guerra. La connessione tra l’occupazione della Palestina e il cibo è, però, molto più profonda e antica: già dalla fase iniziale del colonialismo di insediamento, tutto è ruotato intorno alla terra e ai suoi frutti. Una bellissima, quanto tragica, ricostruzione degli avvenimenti la si può trovare nel famoso testo di Ilan Pappe Dieci miti su Israele , pubblicato nel 2022 e tradotto in Italia da Edizioni Tamu, in cui l’autore, attraversando le varie fasi del progetto sionista a partire dalle prime colonie del diciannovesimo secolo fino a oggi, ci rende noto come tutto sia nato ben oltre un secolo fa. D’altra parte, come potrebbe non essere così, se la questione nodale del progetto colonialista israeliano riguarda l’appropriazione di terra? Non tutte le colonizzazioni hanno avuto questo obiettivo: ad esempio, gli stati europei che si sono macchiati di crimini efferati nella cosiddetta tratta atlantica attingevano all’Africa per il commercio degli schiavi da usare come manodopera nelle piantagioni americane e, infatti, per questo motivo, nel 1680 fu istituita la Royal African Company , promuovendo l’arrivo massiccio di schiavi nelle colonie inglesi. Nel colonialismo di insediamento israeliano, invece, la terra è al centro dell’interesse: in quell’area geografica e in nessun’altra si sarebbe mai potuto riprodurre allo stesso modo. Infatti, come noto, il progetto sionista, traendo origine da un’interpretazione, a detta di molti, tra cui Moni Ovadia, assolutamente restrittiva del libro del Levitico , fa coincidere il diritto all’acquisizione della terra promessa con la creazione dello stato-nazione israeliana. Le conseguenze del progetto di insediamento sono state, quindi, da subito di grande impatto, in senso negativo, per l’agricoltura palestinese, ma anche per la cultura culinaria plurimillenaria della Palestina. Il sionismo si è occupato con una certa dedizione della persecuzione delle sue radici culturali. Parliamo del famoso zaatar, considerato un simbolo nazionale palestinese che lega le persone alla propria terra e cultura. Si tratta di una miscela di erbe e spezie composta tradizionalmente da timo, sesamo e sommacco e usata come merenda energetica dagli studenti, dai lavoratori, dai bambini, per lo più nella fase che precede il pranzo, a metà mattinata. Lo zaatar, usato su pane, verdure, carne, pesce e persino nelle insalate, viene consumato da secoli sia in Palestina che in tutto il Medio Oriente, elemento di resistenza culturale, un modo per mantenere viva la connessione con la terra di origine, specialmente per la diaspora palestinese. Nel 1977, con una legge, lo stato di Israele ne ha vietato la raccolta, applicando sanzioni penali ai palestinesi, ma non agli israeliani. Questa politica è vista come un tentativo di tagliare il legame dei palestinesi con la loro terra e la loro cultura. I dati sugli arresti confermano questa supposizione: tra il 2004 e il 2016, tutti i 61 imputati accusati per la raccolta di questa pianta erano palestinesi, secondo un articolo di NenaNews: “Solo un anno dopo la Giornata della terra Israele emanò una legge che vietava la raccolta dello zaatar perché ‘pianta protetta’. Facendo così però, osserva il giornalista Hammud, Tel Aviv non solo ha giustificato il suo furto delle terre dei palestinesi, ma si è anche appropriata dei loro elementi culturali”. akkoub Una sorte analoga è toccata all’akkoub, “una pianta selvatica difficile da raccogliere a causa della sua posizione montanara e delle foglie spinose. Ha un sapore simile al carciofo. Nella cultura araba e palestinese in particolare, viene utilizzata per la preparazione di cibi e per scopi curativi, e queste culture rispettano e si identificano con questa pianta” (dal sito della Fondazione Slow Food per la biodiversità che lo ha inserito nelle piante da preservare). Sempre sullo stesso tema, va citato il bellissimo docufilm Foragers , girato sulle alture del Golan, in Galilea ea Gerusalemme, che, attraverso l’utilizzo della finzione, del documentario e di filmati d’archivio, mostra scene di inseguimenti tra i raccoglitori e le pattuglie israeliane, momenti di difesa nelle aule del tribunale e momenti in cucina. Un caso a parte e molto controverso è rappresentato dai datteri, quelli che noi mangiamo a Natale: accade che i datteri coltivati dai contadini di Jenin, di antica produzione autoctona, a causa della sottrazione delle terre, rischiando di sparire dal patrimonio della biodiversità del pianeta, tant’è che è nata un’impresa sociale, Al Reef, che dal 1993 supporta i piccoli produttori della Cisgiordania costretti ad affrontare le limitazioni delle autorità israeliane e le violenze dei coloni. In Italia, sulle nostre tavole, essi vengono sostituiti dai più famosi datteri della Valle del Giordano; quest’ultima è una varietà introdotta successivamente nel deserto del Negev e nei kibbutz israeliani, cooperative agricole sostenute dal governo israeliano e operanti prevalentemente in territori occupati, cioè aree dove il colonialismo di insediamento israeliano e il controllo militare causano l’espropriazione di terra palestinese, la demolizione delle case e, sempre più spesso, uccisioni indiscriminate. I datteri israeliani sono venduti in Italia attraverso la rete Naturasì che, proprio a causa di critiche provenienti da alcuni consumatori che chiedevano di boicottare tali produzioni, ha ritenuto doveroso pubblicare un chiarimento che riportiamo in calce. Infine, va fatto un breve accenno alla notizia che sta girando molto sul web circa l’intreccio esistente tra il nostro pomodoro “pachino” e l’agroindustria israeliana: tale ortaggio, che la stragrande maggioranza delle persone pensa sia un prodotto tipico di Pachino, Portopalo di Capo Passero, Noto e Ispica, in provincia di Siracusa, viene invece prodotto grazie a semi di proprietà della multinazionale Hazera Genetics, che ha sede centrale nei Paesi Bassi e in Israele, con filiali in 11 paesi, oltre a una rete di distribuzione che serve oltre 130 mercati. Tutto è iniziato nel 1989, quando l’azienda sementiera ha selezionato questa varietà e ha iniziato a fare affari con i contadini siciliani e il consorzio IGP. Sì, si tratta proprio di affari, poiché i frutti ottenuti non sono in grado di riprodurre il seme che, quindi, deve essere sempre riacquistato. Non possiamo affermare, in questo caso, che vi sia un diretto coinvolgimento della multinazionale nelle azioni criminali agite dal governo israeliano. Certo è che il rischio che vi siano complicità in atto andrebbe considerato e verificato per tutte le aziende che hanno sede o investimenti in Israele. In definitiva, se siamo ciò che mangiamo, l’attenzione al cibo deve essere centrale nella lotta alle violazioni documentate che il popolo palestinese subisce costantemente dalla fine dell’Ottocento. La vera origine del pachino – L’Indipendente NenaNews alreeffairtrade.ps RaiNews YouTube Fondazione Slow Food NaturaSì Hazera Genetics Nives Monda
October 6, 2025
Pressenza