Palestina, resistere sulla terra. Intervista a Mauro Van Aken. Prima partePossiamo scegliere chi boicottare e limitare la nostra partecipazione alla
società dei consumi, ma non possiamo smettere di dipendere dal miglior offerente
nel procurarci la nostra razione di cibo quotidiano. Dal momento in cui abbiamo
abbandonato l’agri-cultura locale, abbiamo anche rinunciato a esercitare il
nostro diritto di sovranità alimentare. Completamente assorti nella ricerca di
realizzazione della nostra individualità, ci siamo estraniati dal nostro
ecosistema naturale fatto di terra, aria, uomini e animali. Nel frattempo, in
altri luoghi intere comunità hanno fatto della resistenza agricola una questione
non solo di sopravvivenza, ma anche di sovranità, ne hanno fatto una questione
politica.
È partendo da qui che ho voluto incontrare Mauro Van Aken, ricercatore in
antropologia culturale presso l’Università Milano-Bicocca. Mauro ha fatto
ricerca sul campo nel nord del Pakistan, in Giordania e nei Territori
Palestinesi, in Egitto e in Italia sulle relazioni tra culture e ambienti e io,
come molti, vorrei capire come si fa a resistere sulla Terra.
Mauro, ho l’impressione che aver abbandonato il lavoro agricolo ci abbia
impoveriti, abbia impoverito la nostra identità e la nostra forza. Partiamo da
qui? Mi spiego, lavorare la terra richiede la partecipazione di una famiglia o
di una collettività che realizza il raccolto. Le patate, ad esempio, si seminano
e raccolgono insieme perché altrimenti non si riesce a produrne una quantità
sufficiente per provvedere alla famiglia.
Tutte le dimensioni ambientali, che si abbia a che fare con l’acqua, con i semi,
o con la terra, sono sempre state sistemi di gestione comune, sistemi sociali e
giuridici molto flessibili ai cambiamenti. Ti faccio l’esempio dei due grossi
sistemi nel modo di pensare quelli che noi chiamiamo beni comuni attorno
all’agricoltura e alla pastorizia in Palestina. La terra era legata a una
funzione politica della comunità, che era la tribù e ogni cinque anni, a volte
sei, i terreni venivano ridistribuiti affinché ognuno potesse godere delle
diverse qualità della terra e della diversa vicinanza all’acqua. Il sistema
musha era un sistema classico per ridistribuire l’ineguaglianza e non permettere
individualizzazioni, privatizzazioni – benché fossero compresenti – in un
contesto arido dove la produzione agricola era legata ad un’economia morale, al
sapere che solo insieme si potevano unire le risorse, distribuirle e ridurre i
rischi.
Ci sono ancora delle tracce di musha in Cisgiordania e in Giordania, ma
rimangono nella gestione dell’acqua. A Battir, per esempio, nella regione di
Betlemme dove ho lavorato, la settimana per irrigare è di otto giorni perché
otto sono le tribù e di otto è la struttura di distribuzione della gestione
comune che fa capo a un mediatore dell’acqua.
Un mediatore dell’acqua?
Una sorta di sindaco dell’acqua. In quel caso è rimasto, tanto più con gli
sconvolgimenti dell’occupazione, come legame fondamentale nel dire: dove c’è una
sorgente, l’acqua è comune. Essendo otto le tribù che posseggono ancora terreni
che non sono stati sottratti è rimasta la distribuzione in otto giorni; a sua
volta ogni tribù la suddivide all’interno dei propri lignaggi o famiglie estese.
Questo permette forme di scambio, mutualismo, autogestione, rafforza le
dimensioni comunitarie e nello stesso tempo è un modo per risolvere i conflitti
comunitari.
E questo vale anche per la terra?
Il sistema musha di gestione della terra è stato il grande nemico del mandato
britannico prima e del sistema di modernizzazione poi, così come negli altri
sistemi mediorientali.
Perché?
Perché si voleva inserire la proprietà privata, che era il sistema idealizzato
per incrementare la produttività su modello industriale, e lì c’è un altro
scarto, cioè l’idea che introduce la natura come qualcosa di separato, tutto
d’un tratto diventa natura da sfruttare. È un processo nato soprattutto nelle
frontiere coloniali, nato nell’incontro, nell’accumulazione e nell’estrazione
altrui, distruggendo altri sistemi di sapere e di forme di relazione ambientale.
Gli orti in cui ho lavorato, habbala, cioè i terreni per produrre soprattutto il
cibo per la famiglia, in un contesto dove la terra è diventata esproprio
continuo diventano centrali per la sussistenza di chi è rimasto.
Vicino a Betlemme, a Battir, hanno ancora il controllo della terra, ci sono
tantissimi terreni che fanno parte di un bacino riconosciuto dall’UNESCO perché
ha una rete idrica risalente agli antichi romani. È un paesaggio immateriale
antichissimo, immateriale perché una rete irrigua si costruisce anche come
saperi. Ma un terzo è in via di esproprio, eppure, nonostante questo, un anziano
agricoltore mi diceva: “Io qua sono libero”. Era l’unico luogo in cui si sentiva
libero nonostante a 200 metri ci fosse una telecamera israeliana fissa.
I territori occupati sono obbligati a importare cibo israeliano e i palestinesi
sono stati i primi consumatori, in termini di fatturato, di cibo, semenze,
tecnologie israeliane e via dicendo. Ma allo stesso tempo, quella libertà di cui
parlava l’anziano agricoltore di Battir è il poter avere l’autonomia dei propri
gusti, di ciò che è importante mangiare, di ciò di cui ci si nutre e dei saperi
che resistono sulla terra. Questo è cruciale: resistere sulla terra vuol dire
tante cose, ma lì ha a che fare con quel tipo di colonialismo che, soprattutto
negli ultimi trent’anni e in forme molto high-tech, ha giustificato la violenza
in nome del Green, in nome della protezione ecologica. Se vuoi ti faccio alcuni
esempi.
Sì, certo.
Nella costruzione di Israele, soprattutto nell’occupazione del ’67, tanto si è
giocato sulla dimensione totemica degli alberi.
Ovvero?
Nel ’48 tutto l’apparato forestale è stato cruciale per Israele, a livello
politico, di costruzione di memorie e di identità, perché permetteva a una
popolazione che aveva pochi contadini di radicarsi in un contesto nuovo
riproducendo un ambiente conosciuto, che era quello europeo, in un contesto semi
arido. È stato centrale in tutte le ritualità, anche in quelle diventate poi
sioniste, cioè di costruzione di uno Stato nazionale, all’interno di due miti,
due classici coloniali: “una terra senza popolo per un popolo senza terra”
(invece il popolo c’era, con i suoi saperi) e “far fiorire un deserto” –
un’invenzione del deserto, in una visione tipicamente occidentale che vede nel
deserto un vuoto. Ma non c’era deserto, c’erano aree che potremmo definire
ecologicamente desertiche, ma la maggior parte erano zone aride e semi aride
vicino a dove è nata l’agricoltura 12.000 anni fa e dove si è mangiato e dato da
mangiare a tutti i monoteismi, politeismi, religioni, pellegrini e commercianti
che sono passati da quelle parti. Lì si è fatto tanto da mangiare e c’è tanta
esperienza di cibo.
La pineta è totemica perché permetteva di nascondere il paesaggio palestinese, i
villaggi distrutti, l’architettura ottomana, di coprire proprietà o di
impossessarsene. Inoltre la pineta non permette pascolo, acidifica il suolo e
toglie spazio di pascolo a chi si muove liberamente – perché i palestinesi sono
agro-pastorali di origine. È per questo che l’ulivo, che è sempre stato cruciale
lì come in tutta l’area mediterranea, diventa totemico per i palestinesi.
L’unica cosa che Israele riconosce in caso di esproprio di terra è una legge
ottomana che stabilisce che se nella proprietà c’è un albero di ulivo di almeno
otto anni, il contadino espropriato può fare appello alla Corte militare,
altrimenti non può fare neanche appello. E questa è la ragione per cui in questi
orti, in mezzo alle melanzane, ci sono spesso degli ulivi messi lì come ancore
giuridiche.
Agricoltura difensiva: piantumazione di giovane ulivo tra le melanzane. Foto di
Mauro Van Aken
La pineta permette di naturalizzare il contesto, un contesto di incredibile
violenza ed esproprio continuo, lo naturalizza nel nome del Green. Mi ricordo
un’intervista a Prodi di un anno fa, in cui diceva: “Che belle le foreste quando
andavamo a visitare i kibbutzim!” Mostra molto bene l’effetto, permette di dire:
“Ah che bel bosco, che bella foresta di pini, stanno effettivamente
verdizzando.” In realtà è un esproprio di terra, un esproprio violento del
contesto locale ed è per questo che l’agricoltura diventa così politica. Ma non
è sempre stato così. Fui molto stupito e affascinato nello scoprire il testo di
un agronomo polacco, El Ezari Vulcani, poi diventato un’icona nazionale
israeliana.
La cosa interessante è che Vulcani già negli anni ’20 del secolo scorso lavorava
con i fellahin, con i contadini palestinesi a sud di Tel Aviv. Per lui erano
primitivi e in quanto tali meno sapienti, i loro saperi andavano sostituiti, ma
comunque restavano i discendenti della popolazione biblica. La cosa curiosa è
che a un certo punto si sente obbligato a scrivere un libro, The Fellah Farm
(Vulcani, 1930), sulla modalità contadina dei fellahin, ed è tutto dedicato a
questo, da un lato a dire che non hanno questo e non hanno quello, un classico
che si gioca in contrapposizione, dall’altro allo scoprire con termini antichi
tutta l’agro-ecologia contemporanea. Il discorso era improntato sul come
produrre cibo in un contesto con così poca acqua ed è tutto un dettaglio e un
elogio della incredibile conoscenza locale: hanno poco, ma rendono il massimo,
riciclano, fanno circolare tutto. E molto chiaramente scriveva: “Non possiamo
perdere questi saperi” – ma non riferendosi ai saperi e basta, intendeva
proprio: non possiamo perdere loro. Anche se in modo gerarchico, Vulcani vedeva
dei saperi, anzi, ne era stupito. Poi tutto ciò che ai tempi era
interconnessione, conoscenza dell’altro, verrà censurato, l’altro non va
conosciuto. Questa è stata l’architettura dell’occupazione che ha permesso di
disumanizzare l’altro e soprattutto di non riconoscere i saperi che l’altro ha
raccolto.
È un esempio che faccio per dire che quei saperi sono giocati su acqua e
semenze, semenze baali (antiche semenze irrigue) che ho riscoperto nella loro
capacità di esserci e di farsi filiere informali, tanto che già quindici anni fa
c’era un risveglio locale: queste semenze tornavano sul mercato e nelle banche
dei semi, tornava l’idea di preservarle perché sono semenze soprattutto non
irrigue, diventate icone del fare agricoltura di resistenza, in una forma di
resistenza sumud (resistenza nonviolenta) giocata sui saperi locali, sul
permanere sulla terra, che non è semplicemente stare sulla terra, ma che è
giocata su antiche tecniche. Sono semenze piovane selezionate con saperi
specifici su come piantarle, come ararle, come abbeverarle, come trattenere
l’umidità. Sono chiamate semenze baali e tutto ciò che è baali si rifà
all’antica divinità politeista Baal, che era il dio della tempesta e significava
saper leggere il tempo oltre che una forza che arrivava, una forza sperata. Lì
si sa che la pioggia arriva, ma che poi se ne va e non arriva più e arriva in un
periodo invernale che non a caso, in palestinese, si dice shitta, che vuol dire
tanto inverno quanto pioggia, perché è il periodo centrale.
Centrale per fare cosa?
Se si fa cibo, per raccogliere più acqua possibile e per avere semenze che si
abbeverano innanzitutto di quella pioggia, semenze piovane – tutto ciò che in
tutto il mondo è stato sostituito dall’agricoltura industriale irrigua, pensata
con un’idea di acqua infinita.
Quelle sono le semenze che ho ritrovato, le tenevano in saccoccia o a casa. Sono
chiamate anche semenze baladii, il termine è polisemico e ha un significato
molto forte, tanto più in quel contesto. Balad vuole dire il mio villaggio,
balad però diventa patria in un contesto dove è impossibile avere una patria,
vuol dire locale. I semi baladii sono quindi spesso semi baali, esposti a
qualcosa – anche i terreni si chiamano baali – è come se guardassero Baal,
guardano un’attività, un agente che bisogna saper leggere bene. Attaccato a
quelle semenze c’è un antico calendario atmosferico che si chiama al-murba’nia,
una calendarizzazione in quattro fasi degli ultimi 50 giorni
dell’inverno/pioggia, il periodo cruciale. E cruciale è saper leggere quando
parte per farsi trovare pronti, aver già lavorato il terreno, aver già seminato.
In questo modo l’agricoltore non si pensa unico autore del proprio fare campo
imprenditoriale, ma sa che si è esposti all’atmosfera, ad altri agenti. Questo è
tipico di tantissime modalità di acclimatarsi, di rendere familiare il tempo
atmosferico e le incertezze, qualcosa che non è una nostra forza, di cui non
siamo noi gli attori.
Giada Caracristi