Marjane Satrapi, l’Iran e il potere della parola

Comune-info - Thursday, June 4, 2026
Disegno (2023) di Gianluca Costantini

Ci sono libri che raccontano una storia. E ci sono libri che aprono una finestra sul mondo. Per molti Persepolis è stato questo: non solo il racconto dell’infanzia e della giovinezza di Marjane Satrapi nell’Iran della rivoluzione islamica, ma uno sguardo capace di restituire umanità a ciò che troppo spesso viene ridotto a cronaca, geopolitica, stereotipo.

Con il linguaggio del fumetto, apparentemente semplice e immediato, Satrapi ha raccontato la paura, l’esilio, la libertà, l’oppressione, la forza delle donne e il dolore di sentirsi divisi tra più mondi. Ha dato un volto alle persone che la storia tende a trasformare in numeri.

Oggi apprendiamo della sua morte, a soli cinquantasei anni. I suoi familiari hanno raccontato che se n’è andata «di tristezza», poco più di un anno dopo la scomparsa del marito Mattias Ripa, l’amore della sua vita.

C’è qualcosa di profondamente commovente in questa notizia. Perché Satrapi aveva attraversato rivoluzioni, repressioni, esilio e battaglie civili senza mai smettere di credere nel potere della parola e dell’arte. Fino agli ultimi anni aveva continuato a sostenere le donne iraniane e la loro richiesta di libertà.

Ma forse la sua eredità più preziosa è questa: non ha mai lasciato che la storia diventasse una favola.

C’è una scena in Persepolis nella quale la piccola Marjane scopre che anche la rivoluzione islamica — quella che aveva rovesciato il regime dello Shah — tortura e uccide. Sua madre glielo spiega con una semplicità devastante. Non ci sono buoni e cattivi definitivi, solo potere che cambia mano e corpi che pagano. Quella bambina disegnata in bianco e nero stava imparando qualcosa che molti adulti in Occidente rifiutano ancora di comprendere: che l’Iran non è un’icona, né del male né della resistenza romantica. È un paese con una storia lunga e contraddittoria, popolato da persone che amano, temono, scelgono, sbagliano.

Quando nel 2022 Mahsa Amini è morta in custodia della polizia morale per non aver indossato correttamente il velo, e le donne iraniane sono scese in piazza gridando “Zan, Zendegi, Azadi” — Donna, Vita, Libertà — Satrapi era lì, ancora. Non come simbolo da esibire, ma come testimone che conosceva quella storia dall’interno. Ha coordinato Femme, vie, libertà, un libro collettivo con artisti e studiosi iraniani e internazionali, perché sapeva che anche quel movimento rischiava di essere consumato dall’Occidente come immagine — le donne coraggiose, il regime crudele — senza capire la profondità di ciò che stava accadendo.

Dietro ogni popolo e ogni evento storico esistono vite concrete. Lo aveva scritto a fumetti trent’anni prima. Lo ripeteva ancora.

In un tempo in cui si torna a ridurre l’altro a etichette, appartenenze e schieramenti, Persepolis continua a ricordarci che comprendere è più difficile che giudicare, ma infinitamente più umano.

Resta la sua opera. Resta quella ragazza disegnata in bianco e nero che, raccontando se stessa, ha insegnato a milioni di lettori a guardare il mondo con meno pregiudizi e più curiosità.

E resta la lezione più importante: raccontare le persone nella loro complessità è già una forma di libertà. E forse anche una forma di resistenza.

L'articolo Marjane Satrapi, l’Iran e il potere della parola proviene da Comune-info.