#war Conflitto all’#Iran. L'Aeronautica militare italiana vola in Medio Oriente
#italianairforce
Sette volte avanti e indietro dalla grande base di Pratica di Mare (Roma) alle
infrastrutture aeroportuali di Riyadh (Arabia Saudita), Dubai e Abu Dhabi
(Emirati Arabi Uniti).
Da mercoledì 4 ad oggi 7 marzo, l’Aeronautica Militare italiana ha effettuato
diverse missioni nell’area del Golfo,
https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2026/03/conflitto-alliran-laeronautica-militare.html
Tag - iran
IRAN: UNA SETTIMANA DI BOMBARDAMENTI, “CHI PENSAVA DI CAMBIARE IL REGIME FACILMENTE NON CONOSCE IL PAESE”
A una settimana dall’inizio dei bombardamenti di Stati Uniti e Israele
sull’Iran, secondo Antonello Sacchetti, curatore dell’omonimo canale youtube e
autore di diversi libri sull’Iran, “il paese è pronto a una guerra di lunga
durata”.
“In questo momento nella sua risposta contro gli altri paesi del Golfo e Israele
l’Iran sta usando armi che sono ‘fondi di magazzino’, facili da intercettare, ma
lo sta facendo apposta: il rapporto economico è di 20mila euro per un drone,
2milioni di euro quelli che invece devono essere spesi per intercettarlo”.
L’autore intervistato ai microfoni di Radio Onda d’Urto sottolinea che si parla
poco di quanto sia “martellante” la risposta dell’Iran su Israele, e che l’Iran
abbia gli strumenti per continuare per mesi. “Solo chi non conosce il paese, chi
pensa che i paesi siano tutti uguali, dal Venezuela all’Iraq, poteva immaginare
di rovesciare la Repubblica Islamica in pochi giorni”. Ascolta l’intervista ad
Antonello Sacchetti, curatore dell’omonimo canale youtube, autore di diversi
libri sull’Iran. Ascolta o scarica
La politica curda in questo momento
Con una compagna che si trova nel Curdistan iracheno e con un compagno di Uiki
in studio commentiamo le dichiarazioni di Trump e del Corriere della sera
riguardo ad una imminente alleanza dei partiti politici curdi con gli US per
entrare via terra dall'Iraq in Iran. Notizie che vengono totalmente smentite.
Ricostruiamo le trattative di pace tra Ocalan e Erdogan e la nascita
dell'alleanza del partiti curdi iraniani dopo decenni di conflitti interni anche
abbracciando parte del confedaralismo democratico.
Viene richiesto un cambiamento politico in Iran ma non attraverso le bombe, anzi
quel cambiamento che stava provando ad avere una spinta in avanti dal basso con
i bombardamenti si è quasi completamente fermato.
Il prossimo 21 marzo Newroz a Roma al Centro socio culturale Ararat.
USA: IL SENATO BOCCIA LA RISOLUZIONE PER FERMARE LA GUERRA IN IRAN, MA NEL PAESE REALE I CONTRARI SONO LA NETTA MAGGIORANZA
La risoluzione sostenuta dai democratici per fermare la campagna militare
americana contro l’Iran è stata bocciata dal Senato degli Stati Uniti. In base a
quanto riferito dai media Usa, l’iniziativa è stata respinta con 53 voti
contrari e 43 favorevoli. Numeri più larghi del previsto, dato che almeno un
senatore dem ha votato con i repubblicani.
Nel paese reale, però, soltanto uno statunitense su quattro si dichiara
favorevole alla guerra di aggressione portata dal proprio governo in Iran. A
dirlo un sondaggio Reuters-Ipsos, uscito la sera del 1 marzo e condotto su 1.282
intervistati. Di questi, solo il 27% è a favore dell’operazione bellica, mentre
il 43% è contrario e un 29% è indeciso. Il 45% degli intervistati ha inoltre
affermato che sarebbe meno propenso a sostenere la guerra se i prezzi del gas e
del petrolio aumentassero negli Stati Uniti.
Secondo un altro sondaggio, del Washington Post, più della metà (52%) dei 1.003
intervistati ha dichiarato di essere contraria, mentre il 39% ha dichiarato di
sostenerla, mentre per il sondaggio della CNN il 59% disapprova la decisione di
Trump di iniziare una guerra con l’Iran. Il 60% ha affermato di non credere che
Trump abbia un piano chiaro e il 62% ha affermato che ha bisogno
dell’approvazione del Congresso per qualsiasi ulteriore azione militare.
Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, l’intervista a Luca Celada, giornalista e
corrispondente da Los Angeles per Il Manifesto. Ascolta o scarica.
IRAN: IL PJAK LANCIA L’APPELLO AD “AUTOGOVERNO E AUTODIFESA” NEL KURDISTAN ORIENTALE. “FALSA LA NOTIZIA SU UN’OFFENSIVA DI TERRA CURDA A FIANCO DEGLI USA”
Nell’ambito dell’aggressione israelo-statunitense che da sabato 28 febbraio ha
portato guerra e bombardamenti in tutto l’Iran, nelle ultime ore diverse agenzie
di stampa, tutte legate alla destra trumpiana Usa o alla destra israeliana,
hanno riportato la notizia di una presunta offensiva via terra, contro
l’esercito iraniano, di “migliaia di combattenti curdi” che sarebbero stati
“armati dalla CIA” allo scopo. Anche alcune testate italiane hanno ripreso la
notizia. Il Corriere della Sera l’ha addirittura scelta come notizia di apertura
della sua edizione cartacea uscita stamattina, 5 marzo 2026, nelle edicole.
Tutte le organizzazioni politiche del Rojhelat (Kurdistan iraniano) – alcune
delle quali da fine febbraio hanno formato una coalizione – hanno smentito la
notizia. “Lavoriamo all’interno di una coalizione formata da forze del Rojhelat.
Qualsiasi movimento sarà annunciato da questa coalizione e nessuna forza può
scavalcarla”, riferisce per esempio una fonte del Partito per la Libertà del
Kurdistan (PAK), legato ai partiti conservatori e nazionalisti curdi della
regione del Kurdistan in Iraq, da sempre vicini politicamente agli Usa. Non
solo, anche il ministro della Guerra di Trumo, Pete Hegseth, e la portavoce
della Casa Bianca, Karoline Leavitt, hanno negato di aver armato gruppi armati
curdi e organizzato offensive via terra.
“Finora nessuno dei partiti curdi iraniani ha accettato di essere il proxy di
terra per l’attacco israelo-statunitense”, commenta su Radio Onda d’Urto Mattia
Berera dell’Accadema della modernità democratica. “Non è detto che questo non
avverrà in futuro dal momento che tra loro ci sono diversi alleati storici degli
Stati Uniti, ma ad oggi questa è una notizia falsa”, specifica Berera.
Quel che è vero, invece, è che il Partito per la vita libera in Kurdistan, il
Pjak (che fa parte del movimento di liberazione e confederalista curdo ispirato
alle idee di Abdullah Öcalan) ha diffuso un appello alla popolazione del
Kurdistan iraniano. Il Pjak – che riveste un ruolo trainante all’interno della
Coalizione di recente formazione – invita gli abitanti delle aree a maggioranza
curda dell’Iran a “istituire l’autogoverno e l’autodifesa”. L’appello invita i
giovani a prendere le armi e la popolazione a formare comitati di autodifesa per
proteggersi dagli attacchi, anche da quelli israelo-statunitensi, che in
Rojhelat hanno fatto centinaia di vittime. L’appello chiama poi all’istituzione
di comitati di autogoverno locali e invita i soldati del regime presenti sul
territorio a disertare e unirsi alla popolazione.
“Questo appello va nella direzione del volersi costituire come una terza via
contro i piani di Israele e Stati Uniti di ristrutturazione del Medio oriente, e
anche contro la Repubblica Islamica, che da sempre attacca, arresta, uccide i
curdi in Iran, in particolare i militanti del Pjak”, spiega Mattia Berera
nell’intervista. “Si tratta di non soccombere alle guerre imposte sulla testa
del proprio popolo e rafforzare le proprie autodifese sociali in tutti i sensi:
dai servizi, all’autodifesa locale, alla gestione delle proprie comunità”,
aggiunge.
L’approccio del Pjak, i cui dirigenti hanno più volte ribadito di essere a
favore di una sollevazione contro il regime di Teheran che parta dalla società
curda e iraniana, ma di essere contrari all’intervento militare delle potenze
egemoniche dall’esterno, si rifà alla lettura dell’attuale fase imperialista e
di escalation bellica nel capitalismo del movimento di liberazione curdo e al
paradigma elaborato da Abdullah Öcalan, in particolare rispetto al ruolo che un
movimento socialista, internazionalista e anti-capitalista dovrebbe avere
rispetto a questo scenario.
“È importante cogliere il fatto che questa non è più la Guerra fredda. Nessuno
stato al mondo oggi rappresenta, come l’Unione Sovietica in passato, l’afflato e
il desiderio di miliardi di persone per la libertà e l’uguaglianza. Oggi ogni
scontro tra stati è in realtà solo una contrattazione all’interno di un sistema
unico per chi deve pesare di più e chi di meno”, afferma l’esponente
dell’Accademia della modernità democratica ai nostri microfoni. Quello che sta
facendo il Pjak è di “non scegliere l’uno o l’altro stato ma scegliere se stessi
come popolo, come struttura e come società“.
Secondo Mattia Berera, quella tra lo “schierarsi con la Repubblica Islamica o
con gli Stati Uniti e Israele non è, in realtà, una vera scelta: se si sta in
questa polarizzazione si sta da un’unica parte, quella della ristrutturazione
capitalista e imperialista”.
L’intervista di Radio Onda d’Urto a Mattia Berera, esponente dell’Accademia
della modernità democratica, struttura internazionale nata su impulso del
movimento curdo e si occupa di diffondere la proposta politica e il paradigma
del movimento curdo nel mondo. Ascolta o scarica.
Iran, Russia e non solo: l’architettura della repressione digitale
Immagine in evidenza rielaborata con AI
Mentre il conflitto si estende in Iran, dal 28 febbraio le autorità della
nazione mediorientale hanno attuato una nuova chiusura di internet, che segue
quella avvenuta durante le proteste di gennaio e che sta lasciando circa 90
milioni di persone senza accesso alle comunicazioni. Secondo quanto riporta
l’associazione di giornalismo investigativo Netblocks, il giorno in cui è
scoppiata la guerra la connettività Internet in Iran è scesa al 4%, segnando
l’inizio di un blackout che persiste tuttora e che ha ormai superato le 100 ore.
Situazione blackout internet in Iran fino al 5 marzo: fonte Netblocks.org
Questo blocco si sta verificando nel bel mezzo di un conflitto armato, rendendo
estremamente difficoltosa la raccolta di informazioni da parte dei giornalisti
all’estero e delle organizzazioni per i diritti umani. Ad oggi i dati mostrano
che l’Iran sta attraversando una sospensione totale di Internet, con la
connettività che si aggira intorno all’1%.
Il blocco digitale di gennaio rimane però, al momento, il più sofisticato e
devastante nella storia dell’Iran, superando anche quello del 2019, che
all’epoca era stato descritto dagli esperti come il più grave mai affrontato dal
paese. L’8 gennaio le persone si sono ritrovate nel giro di pochi minuti
impossibilitate a chiamare o inviare messaggi, sia all’interno che all’esterno
dell’Iran, con Internet e le linee telefoniche completamente interrotte. Questa
misura è stata adottata dalle autorità iraniane per impedire la diffusione delle
notizie sul massacro compiuto dalle forze di sicurezza in risposta alle numerose
proteste contro il regime e per bloccare la possibilità di coordinamento delle
rivolte (secondo il Time, solo tra l’8 e il 9 gennaio potrebbe essere state
uccise dalle forze di sicurezza oltre 30mila persone).
Questo shutdown ha segnato una svolta radicale nel livello di censura imposto
dal governo iraniano. Secondo il report IRAN: 2026 Shutdown Technical Analysis,
pubblicato da FilterWach, la disconnessione di gennaio non si è limitata a
bloccare l’accesso ai siti stranieri e ai social media – com’era invece successo
durante la sospensione digitale del 2022, nel corso delle manifestazioni di
“Donna – Vita – Libertà” – ma ha interessato anche l’intranet nazionale iraniana
NIN (National Information Network: una intranet statale ispirata al Great
Firewall cinese e al RuNet russo, progettata per separare l’internet nazionale
dalla rete globale), le SIM bianche (linee di telecomunicazione che eludono il
sistema di filtraggio nazionale) e le linee telefoniche fisse.
Ciò ha impedito l’accesso a servizi essenziali come pagamenti, trasferimenti di
denaro, piattaforme di lavoro, logistica e coordinamento sanitario, che erano
invece rimasti attivi nel 2022. Questo blackout dunque è stato totale e ha
interessato anche Starlink, colpito dal tentativo delle autorità iraniane di
disabilitarlo, utilizzando disturbi di tipo militare diretti contro i satelliti.
L’innalzamento di questo muro di censura riflette la paranoia e il timore del
regime, convinto che il sistema della Repubblica islamica possa essere
minacciato dalle comunicazioni tra i cittadini; di conseguenza persino delle
semplici app di ridesharing o di shopping vengono considerate una potenziale
minaccia.
Questa misura non è però stata priva di conseguenze per l’economia iraniana. Il
26 gennaio, il ministro delle Tecnologie dell’Informazione e della
Comunicazione, Sattar Hashemi, ha comunicato che il blackout totale è costato
all’economia nazionale circa 5mila miliardi di Toman al giorno. Per questo
motivo, informa FilterWatch, verso metà gennaio le autorità iraniane hanno
optato per l’attuazione del sistema di whitelist.
DAL BLACKOUT ALLA WHITELIST
Prima del blackout, i cittadini iraniani avevano bisogno di una VPN per accedere
ad alcune piattaforme, siti web e app vietati e inseriti in una lista nera. Ora,
con le “liste bianche”, l’approccio alla censura sembra capovolgersi, limitando
ulteriormente ciò che può essere visibile e fruibile.
La whitelist è infatti un ambiente digitale restrittivo in cui l’accesso è
consentito esclusivamente a un elenco predefinito e approvato di siti web,
indirizzi IP o applicazioni. Tutto ciò che non è esplicitamente incluso nella
lista viene bloccato. Tra le piattaforme e servizi internazionali che a metà
gennaio sono stati “whitelisted”, ossia ripristinati, figurano: Google, Bing,
Google Meet, Gmail, Outlook, Play Store, App Store, Apple, ChatGPT, GitHub e
Google Maps. È bene però precisare che il segnale Internet non è uniforme in
tutto il territorio iraniano e varia a seconda del fornitore. Per quanto
riguarda i social media e le piattaforme di messaggistica, invece, Instagram,
Telegram, YouTube, WhatsApp e X erano accessibili solo attraverso strumenti di
elusione, presentando comunque caratteri di instabilità.
L’eventualità di passare alle whitelist non è stata una decisione improvvisa,
ma, al contrario, una scelta calcolata e annunciata con diverse ore di anticipo.
Le analisi degli esperti di Kentik hanno dimostrato che già dalla mattina dell’8
gennaio le nuove rotte IPv6 – ovvero le informazioni che permettono a Internet
di raggiungere gli indirizzi di rete – sono state ritirate, mentre la maggior
parte delle vecchie rotte IPv4 è rimasta visibile all’esterno. Il mantenimento
delle rotte IPv4 indica un cambiamento strategico, volto a esercitare un
controllo più preciso. Questo potrebbe essere stato fatto, appunto, per limitare
l’accesso esclusivamente a determinati servizi governativi selezionati
attraverso whitelisting.
Lo shutdown di gennaio però presenta un’altra caratteristica particolare. Oltre
aver attivato le whitelist, il governo iraniano ha selezionato una serie di
utenti autorizzati (media filogovernativi, università, centri di ricerca e
aziende specifiche) consentendo loro una connettività limitata. A spiegare come
funziona questo modello “di permessi” è stato il report di Zoomit, che ha preso
come riferimento il suo uso all’interno della Camera di Commercio di Teheran.
In pratica, i commercianti sono stati obbligati a registrare fisicamente i loro
biglietti da visita e gli indirizzi IP dei dispositivi, generando una “traccia
digitale” che legava ogni attività a un’identità certificata. Questo processo
consentiva alle autorità di sorvegliare e monitorare continuamente le azioni
online dei commercianti, assicurando la tracciabilità delle operazioni per
evitare attività non autorizzate o illegali. Tuttavia l’accesso a Internet
risultava limitato a determinate aree fisiche dell’edificio. L’identificazione e
il tracciamento presenti in questa pratica rientrano in una forma di
autoritarismo digitale, confermando la natura repressiva del regime iraniano.
OLTRE LA WHITELIST: IL CASO DELLA RUSSIA
Il modello whitelist è diventato un potente strumento in mano ai regimi. Un
altro paese che applica severe restrizioni per l’accesso a internet e dove sono
state introdotte le “liste bianche” è la Russia. Esattamente come in Iran, anche
in Russia le whitelist sono state adottate per limitare perdite economiche,
oltre che per evitare reazioni negative da parte dei cittadini, permettendo alle
persone di continuare ad accedere a piattaforme di shopping e social media.
Tuttavia, il 20 febbraio, il regime russo ha fatto un ulteriore passo in avanti
in termini di censura: è stata infatti approvata una nuova misura legislativa
che consentirebbe al Servizio di sicurezza federale (FSB) di bloccare Internet
all’interno del paese. In pratica questa legge conferisce al presidente Vladimir
Putin il potere di decidere personalmente quando le comunicazioni online
dovrebbero essere interrotte, sia a livello nazionale che in specifiche regioni,
comprese le zone occupate dell’Ucraina, senza dover fornire alcuna motivazione.
La legge elimina inoltre ogni responsabilità per i fornitori di servizi
Internet. Questa è solo l’ultima di una serie di misure che hanno
progressivamente limitato la libertà di informazione e rafforzato il controllo
statale sui contenuti online. Sempre a febbraio, le autorità russe hanno infatti
tentato di bloccare completamente WhatsApp, con l’obiettivo di promuovere il
servizio di messaggistica Max, controllato e sostenuto dallo Stato.
In Russia, come in Iran, per attuare tali provvedimenti si usa la
giustificazione che rientrano all’interno di “misure per garantire la sicurezza
nazionale” dovute a conflitti o minacce esterne. In realtà, dietro questa
censura si cela, in maniera nemmeno troppo implicita, la volontà di eliminare e
contenere il dissenso e allargare il controllo statale.
INTERNET A 2 LIVELLI E APARTHEID DIGITALE
In Iran con il blackout di gennaio l’uso delle whitelist è diventato
preponderante, quasi una via preferenziale. Questo modello è però incluso in un
progetto statale iraniano ben più ampio e complesso, che affonda le sue radici
in politiche di controllo digitale già in atto da tempo: “l’internet a 2
livelli”. Conosciuto con il nome di Internet-e-Tabaqati, appunto “internet a 2
livelli” o internet “basato su classi”, è stato ideato nel 2009, ma
istituzionalizzato lo scorso luglio, quando il Consiglio Supremo del Cyberspazio
dell’Iran lo ha approvato attraverso un regolamento.
In un paese come l’Iran, dove i diritti umani sono frequentemente violati, non
sorprende che l’accesso a Internet sia stato quindi organizzato su base
gerarchica, con il privilegio di connettersi riservato a chi appartiene a
determinate classi sociali e/o professionali. Mentre la maggioranza dei
cittadini viene confinata in una intranet controllata, la già citata NIN,
l’accesso alla rete globale viene riservata esclusivamente a un’élite
ristretta.
Senza mezzi termini si può dire che in Iran l’accesso a Internet non sia più
considerato un diritto, ma un privilegio concesso dal governo. È all’interno di
questa struttura che, da alcuni anni, agenzie di intelligence, operatori dei
media statali, funzionari governativi, forze di sicurezza e un gruppo
selezionato di individui favoriti dal regime, possono utilizzare le cosiddette
“SIM bianche”, aggirando così la censura statale e accedendo a piattaforme
altrimenti bloccate, quali Instagram, Telegram o WhatsApp. Questo meccanismo non
solo amplifica la disuguaglianza, ma crea anche un sistema a due livelli di
cittadinanza digitale, o per meglio dire di apartheid digitale.
UGANDA E AFGHANISTAN, GLI ALTRI SHUTDOWN DIGITALI
Mentre in Iran era in corso uno tra i più drammatici shutdown della storia, i
cittadini ugandesi, pochi giorni dopo, il 13 gennaio, hanno iniziato a vivere
un’esperienza simile di isolamento digitale. L’Uganda è un paese in cui,
esattamente come in Iran, vige una forte repressione del dissenso; non stupisce
quindi che, in concomitanza con le elezioni generali del 15 gennaio, la
Commissione per le comunicazioni del governo ugandese abbia ordinato a tutti gli
operatori di rete mobile e ai fornitori di servizi Internet di interrompere
l’accesso pubblico alla rete nazionale, oltre che di disattivare le VPN,
bloccare le chiamate internazionali in uscita dal paese e impedire l’attivazione
di nuove SIM card.
Le autorità ugandesi hanno giustificato la censura citando il rischio di
“disinformazione online”, “frodi elettorali” e la necessità di salvaguardare la
stabilità nazionale. Oltre alla militarizzazione dei seggi, i cittadini
ugandesi sono stati impossibilitati a informarsi, comunicare e a lavorare. Il
blocco digitale ha interrotto l’accesso a social media, navigazione web,
streaming video, email e messaggistica, ma a differenza del blackout in Iran, i
servizi essenziali come quelli sanitari, bancari, fiscali, pubblici e il portale
elettorale sono rimasti attivi.
Sul piano pratico questa misura ha causato enormi disagi, colpendo in
particolare venditori e commercianti che utilizzano i social per promuoversi; ma
anche giornalisti e insegnanti hanno subito danni: i primi non hanno potuto
svolgere il loro lavoro, mentre i secondi non sono nemmeno riusciti a inviare
appunti o compiti agli studenti, i quali a loro volta non hanno potuto
partecipare alle lezioni online. Il blocco inoltre ha comportato un cambiamento
radicale nello stile di vita di molte famiglie, che sono tornate a guardare la
televisione per passare il tempo, seguendo programmi in diretta o acquistando
vecchi film nei negozi. Lo shutdown è durato 5 giorni, nonostante ciò le
metriche diffuse da Netblocks il 18 gennaio mostravano che l’accesso a numerose
piattaforme di social media e messaggistica apparivano ancora inaccessibili.
Da quando i talebani sono ritornati al potere in Afghanistan, alle bambine con
più di 12 anni è vietato ricevere qualsiasi tipo di istruzione e le lezioni
online risultano perciò indispensabili. Per questo, il blackout di internet del
29 settembre 2025, e terminato il 1° ottobre, ha suscitato gravi preoccupazioni,
poiché per le donne e le ragazze afghane ha comportato un ulteriore e drammatico
isolamento. Già costrette a vivere ai margini della vita pubblica, con questa
misura le donne e bambine hanno subito una doppia esclusione, sia fisica che
digitale.
I talebani non hanno spiegato ufficialmente la loro decisione, ma la chiusura è
avvenuta poche settimane dopo che il gruppo islamista estremista aveva bloccato
l’accesso alla rete in fibra ottica in diverse province, giustificando la misura
con timori riguardo “all’immoralità”. Mentre dunque il paese cercava di
risollevarsi da un devastante terremoto di magnitudo 6, il regime dei talebani
ha deciso di attuare un blocco di internet: le conseguenze sono state devastanti
con le comunicazioni di emergenza interrotte, i voli bloccati, il sistema
bancario paralizzato e l’impossibilità di accedere a siti di e-commerce e
d’istruzione online, creando enormi difficoltà per tutta la popolazione.
L'articolo Iran, Russia e non solo: l’architettura della repressione digitale
proviene da Guerre di Rete.
MEDIO ORIENTE: GUERRA TOTALE IN TUTTA LA REGIONE. NUOVA ONDATA DI MISSILI SULL’ IRAN. BLACKOUT TOTALE IN IRAQ.
Sono più di mille le vittime dei bombardamenti cominciati sabato sull’Iran,
secondo quando ha calcolato la “Fondazione iraniana per i martiri e gli affari
dei veterani”, citata dall’agenzia di stampa ufficiale Irna. Tra gli attacchi
con più vittime, potrebbero essere 140 le vittime dell’affondamento causato
(sulla base di quanto ricostruito finora) dall’attacco di un sottomarino
militare statunitense contro una nave militare iraniana al largo dello Sri
Lanka, 32 i marinai feriti recuperati su un equipaggio di circa 180 persone,
mentre i cadaveri sono quasi un centinaio al momento in cui scriviamo. Sono più
di venti le navi affondate, o almeno colpite, dall’inizio degli attacchi da
parte degli USA. 5mila le bombe sganciate, secondo le fonti dell’esercito
israeliano.
Ma il conflitto si allarga sempre di più. Circa un’ora fa sono arrivate le
notizie di un blackout totale dell’Iraq, informazioni confermate dalle autorità
del paese, mentre nella città di Erbil si sentono esplosioni continue.
Nella risposta dell’Iran agli attacchi continua il blocco dello stretto di
Hormuz, centrale snodo di passaggio del commercio petrolifero mondiale. Si
calcola una riduzione del 90% del traffico delle petroliere. Oltre agli attacchi
contro Israele e contro le sedi Usa nel Golfo, l’Iran ha anche lanciato missili
balistici contro la Turchia. Missili bloccati dalle difese della Nato, senza che
ci fossero vittime. Non è certo che la Turchia fosse l’obiettivo: secondo Ankara
il missile sarebbe stato diretto invece sulle basi americane a Cipro.
Nel resto dell’area, invece, a fuoco il consolato Usa a Dubai, missili
sull’ambasciata a Riad, evacuazioni Usa in Oman, Cipro, Bahrein, Giordania e
Kuwait.
Iran e Hezbollah, gruppo sciita filo iraniano in Libano, hanno lanciato
simultaneamente missili e droni su Tel Aviv e il centro di Israele, e subito
dopo l’esercito israeliano ha annunciato nuove ondate di raid sul Libano. In
totale in Libano sono 72 le persone uccise da lunedì, e 437 le ferite.
Sulla situazione generale di conflitto abbiamo sentito Francesco Vignarca della
Rete Pace e Disarmo Ascolta o scarica
Non ci sono ancora conferme ufficiali sulla scelta del figlio dell’ex guida
suprema Ali Khamenei, ucciso in questi giorni, alla sua successione. Mojtaba
Khamenei, 56 anni, avrebbe al suo fianco quel che resta della vecchia guardia
del padre e questa scelta va di pari passo con le dichiarazioni che arrivano dal
regime, tra cui spicca quella dell’influente consigliere politico Mokhbar:
“l’Iran non ha intenzione di negoziare con gli Stati Uniti. Non abbiamo fiducia
negli americani e non abbiamo basi per negoziare con loro. Possiamo continuare
la guerra per tutto il tempo che vogliamo”.
Sulla situazione politica interna al paese sentiamo Samira dell’associazione dei
Giovani Iraniani Residenti in Italia Ascolta o scarica
Il governo italiano dovrebbe riferire sulla situazione alle Camere domani, con i
ministri degli Esteri Tajani e quello della difesa Crosetto.
IRAN: LA COALIZIONE DEI PARTITI CURDI TRA LA REPRESSIONE DI TEHERAN E L’AGGRESSIONE ISRAELO-STATUINTENSE
A fine febbraio 2026 i principali partiti e movimenti politici del Kurdistan
iraniano (Rojhelat) hanno annunciato la fondazione della “Coalizione dei partiti
politici del Kurdistan iraniano”, nota anche come “Kurdistan Alliance”.
L’intesa è il risultato di un lungo percorso di confronto tra organizzazioni
politiche curde iraniane con storie e orientamenti ideologici differenti,
iniziato ai tempi del movimento di massa “Jin, Jyian, Azadi” (nel 2022) con
l’obiettivo di consolidare le forze dell’opposizione curda in Iran e rafforzarne
la collaborazione davanti alla repressione del regime degli Ayatollah da un
lato, all’aggressione e alla guerra portata da potenze esterne come Israele e
Stati Uniti dall’altro.
L’accordo, infatti, è stato siglato alla vigilia dell’inizio della nuova
aggressione israelo-statunitense contro l’Iran – i cui bombardamenti stanno
interessando in maniera importante anche le province del Kurdistan iraniane – da
cinque organizzazioni: il Partito della Vita Libera in Kurdistan (PJAK, che si
ispira al paradigma del confederalismo democratico e alle idee di Abdullah
Öcalan); il Partito della Libertà del Kurdistan (PAK); il Partito Democratico
del Kurdistan – Iran (PDKI); l’organizzazione Xebat e una delle fazioni
dell’organizzazione comunista Komala.
Il testo con cui queste organizzazioni hanno annunciato la nascita della
coalizione è la bozza, ancora molto generica, di un documento programmatico in
quindici punti che parla di autogoverno, autodeterminazione, diritto
all’autodifesa, sostegno alla lotta delle donne e costruzione di istituzioni
democratiche sugli altopiani del Kurdistan iraniano. Secondo la dichiarazione
d’intenti congiunta, questi obiettivi devono essere raggiunti tramite una lotta
congiunta con le altre nazioni e movimenti di opposizione che porti alla
costruzione, in Iran, di un sistema politico “democratico, decentralizzato e
laico che garantisca i diritti di tutte le componenti nazionali, religiose ed
etniche”.
“Non si tratta di separatismo quanto, piuttosto, del progetto di costruzione
dell’autonomia democratica all’interno di uno stato iraniano decentralizzato”,
spiega Tiziano Saccucci ai microfoni di Radio Onda d’Urto. “Parliamo,
fondamentalmente, delle richieste che fa il movimento confederalista. E da
questo possiamo capire il peso che ha il Pjak all’interno di questa coalizione”,
aggiunge Saccucci.
L’alleanza tra organizzazioni curde, tuttavia, non significa alleanza con chi
oggi attacca l’Iran bombardando le città, i villaggi e la popolazione civile,
cioè Stati Uniti e Israele.
“Chi tenta di bollare questa coalizione, o in generale i partiti curdi, come
forza collaborazionista nei confronti dell’aggressione sta facendo un errore
che, devo dire, spesso non viene fatto in buona fede”, commenta ai nostri
microfoni l’esponente dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia.
“I dirigenti del Pjak, per esempio, hanno più volte parlato di sostegno totale
del partito a un movimento di massa che nasca all’interno dell’Iran e dalla
società iraniana, ma hanno ripetuto all’infinito che sono contrari a qualsiasi
mira imperialistica esterna“, aggiunge.
“Dopodiché – conclude Saccucci – è chiaro che la guerra è destinata a
coinvolgere anche i movimenti curdi presenti in Iran, che hanno la
responsabilità di dover studiare una strategia per il periodo della guerra, per
il post e per tutto ciò che una guerra comporta. Non possono restarne fuori, ma
non la stanno appoggiando“.
L’intervista di Radio Onda d’Urto a Tiziano Saccucci, dell’Ufficio di
Informazione del Kurdistan in Italia e autore dell’articolo “Nasce l’alleanza
dei partiti curdo-iraniani, tra repressione e attacco Israele-USA”, pubblicato
su Dinamo Press. Ascolta o scarica.
IRAN: BOMBE SU TEHRAN, ESCALATION MILITARE E FRATTURE NELL’UNIONE EUROPEA. DIECI I PAESI COINVOLTI NEGLI ATTACCHI
Ancora bombe, senza soluzione di continuità, sull’Iran. Decine gli attacchi,
incessanti, condotti sia dagli Stati Uniti sia da Israele. Uno dei raid ha
colpito il palazzo dove era riunita l’Assemblea degli Esperti per eleggere la
nuova Guida Suprema. La scelta, non ufficializzata, sarebbe ricaduta su Mojtaba
Khamenei, 56 anni, figlio dell’ayatollah ucciso. Al suo fianco ciò che resta
della vecchia guardia paterna, tra cui l’influente consigliere politico Mokhbar,
che alla tv di Stato ha dichiarato: «L’Iran non ha intenzione di negoziare con
gli Stati Uniti. Non abbiamo fiducia negli americani e non abbiamo basi per
trattare. Possiamo continuare la guerra per tutto il tempo che vogliamo».
Una linea di chiusura che, seppur specularmente, ricalca quella americana. Dal
Comando Centrale Usa fanno sapere che sarebbero già 50 mila i soldati impegnati
contro Teheran, con ulteriori rinforzi in arrivo. «Operazione senza precedenti:
già 2 mila raid, il doppio rispetto al 2003 in Iraq», afferma il Pentagono. Un
sottomarino statunitense avrebbe inoltre attaccato una nave iraniana al largo
dello Sri Lanka: 78 i feriti soccorsi da Colombo, 101 i dispersi.
Teheran replica bloccando lo Stretto di Hormuz e colpendo obiettivi israeliani e
statunitensi nel Golfo. Dieci i Paesi coinvolti dagli attacchi: a fuoco il
consolato a Dubai, missili sull’ambasciata a Riad, evacuazioni Usa in Oman,
Cipro, Iraq, Bahrein, Giordania e Kuwait. Proprio in Kuwait – a poche decine di
chilometri dall’Iran – una bambina di 11 anni è morta per le schegge di un drone
abbattuto. Decine tra droni e missili iraniani sono caduti nelle ultime ore sul
Paese, dove si trova anche personale dell’Aeronautica italiana nella base di Ali
Al Salem. Il punto della situazione con Achille Lodovisi, ricercatore, studioso
e autore di diversi libri e articoli sul tema bellico e degli armamenti. Ascolta
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Non solo Iran. Le guerre e le aggressioni militari israelo-statunitensi
nell’area, puntano a elevare Israele a unica potenza egemone del Medio oriente.
Che ruolo ha la Turchia, membro della Nato e alleata di Usa e Ue, in tutto
questo? Ne parliamo con Murat Cinar, giornalista e nostro collaboratore. Ascolta
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In Libano, Tel Aviv colpisce ripetutamente il sud del Paese e l’area orientale
di Baalbek. Undici le vittime e decine i feriti solo dall’alba. Oltre 300 mila i
civili in fuga davanti all’avanzata di F16 e carri armati israeliani, penetrati
fino a sei chilometri oltre il vecchio confine. L’esercito israeliano intima ai
civili di spostarsi a nord del fiume Litani, linea che storicamente rappresenta
un obiettivo strategico per Israele.
Nei Territori palestinesi, a Gaza ha riaperto parzialmente il valico di Kerem
Shalom, mentre la carenza di farmaci, carburante e generi alimentari resta
drammatica, con prezzi alle stelle. In Cisgiordania si moltiplicano raid e
incursioni da Tubas a Salfit, da Jenin a Hebron. A Gerusalemme resta interdetto
ai palestinesi l’accesso alla Moschea di Al Aqsa. A Betlemme decine di persone
sono rimaste intossicate dai lacrimogeni lanciati durante le proteste.
Sul fronte europeo, la Francia ha inviato nel Mediterraneo la portaerei nucleare
Charles de Gaulle e rafforzato i propri assetti a Cipro. A Washington, il
presidente Donald Trump ha incontrato il cancelliere tedesco Friedrich Merz,
considerato tra i leader più allineati alle posizioni statunitensi e israeliane.
Trump si è però scagliato contro Londra e Madrid per il rifiuto di concedere le
basi militari per operazioni in Levante, minacciando di interrompere ogni
relazione commerciale con la Spagna. «Non vogliamo averci nulla a che fare», ha
dichiarato.
La replica del premier spagnolo Pedro Sánchez è stata netta: “La posizione della
Spagna si riassume in poche parole: no alla guerra“. Dal Palazzo della Moncloa,
Sánchez ha rivendicato il rifiuto di autorizzare l’uso delle basi di Morón e
Rota e si è detto «stupito» per quella che considera una mancata solidarietà di
Berlino. Agli Stati Uniti ha rivolto un monito: «Spesso le grandi guerre
scoppiano per una concatenazione di risposte che sfuggono di mano, errori di
calcolo, guasti tecnici, eventi imprevisti. Dobbiamo imparare dalla storia e non
giocare con il destino di milioni di persone».
Trump ha inoltre criticato Madrid per il mancato aumento della spesa militare al
5% del Pil, senza ricordare che il raggiungimento dell’attuale soglia del 2% ha
già comportato negli ultimi anni un raddoppio del bilancio della difesa
spagnola. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Rolando D’Alessandro, compagno
italiano che vive a Barcellona da oltre 40 anni. Ascolta o scarica.
Sul fronte italiano, il governo mantiene un profilo prudente. Il ministro della
Difesa Guido Crosetto, di rientro da Dubai, ha parlato di «aiuto rapido ai Paesi
del Golfo», ipotizzando l’invio di sistemi anti-drone e Samp-T, da definire con
un eventuale decreto legge. Nulla ha detto, invece, sul ruolo strategico della
Sicilia – tra il Muos di Niscemi e la base di Sigonella – nel supporto logistico
alle operazioni statunitensi.
Intanto, mentre le opposizioni chiedono alla premier Giorgia Meloni di riferire
in Aula, governo, vertici militari e grandi gruppi energetici hanno già tenuto
due riunioni d’urgenza: una sui circa 70 mila italiani presenti nell’area di
crisi, l’altra sulla sicurezza energetica, con la partecipazione degli
amministratori delegati di Eni e Snam. Sullo sfondo, i prezzi di petrolio e gas
tornano a salire e l’inflazione – già oltre il 2% a febbraio – minaccia di
aggravarsi sotto la spinta della nuova escalation. Mauro Antonelli, dell’Unione
Nazionale Consumatori. Ascolta o scarica.
Le ragioni della guerra all'Iran
Dietro le ragioni della guerra all'Iran c'è tutto tranne quella "umanitaria".
Gli interessi di Trump e Netanyahu sono abbastanza chiare: dagli interessi sul
petrolio per salvare dal collasso l'economia americana a quella di ridisegnare
completamente il medioriente da parte degli israeliani che mentre attaccano
Iran, attaccano anche il Libano mentre proseguono le operazioni in Cisgiordania.
Ne abbiamo parlato con Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea, di
Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia presso l’Università di
Pisa, nonché collaboratore di Altreconomia.
Durata 20' ca.