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Bombe, dazi e nucleare. Una ricetta quasi perfetta…
Tre notizie diverse nella stessa giornata – tutte generate dall’amministrazione Trump – mostrano che alla Casa Bianca le capacità di controllo sono pressoché esaurite, vista l’assenza di una strategia globale fondata su elementi razionali – ancorché orrendi – invece che sui “desideri” di una leadership lunatica alla guida di una […] L'articolo Bombe, dazi e nucleare. Una ricetta quasi perfetta… su Contropiano.
July 24, 2026
Contropiano
#war #iran Basi militari e #Mezzogiorno. La #militarizzazione del Sud Italia #sigonella #napoli Antonio Mazzeo - 2026, Su la testa. Nel Mezzogiorno d’Italia proliferano le installazioni militari USA e NATO di rilevanza strategica mondiale. Le basi e i centri di telecomunicazione sono in prima linea nei conflitti che insanguinano l’Europa orientale e il Medio Oriente.https://www.academia.edu/168385987/Basi_militari_e_Mezzogiorno_La_militarizzazione_del_Sud_Italia
July 24, 2026
Antonio Mazzeo
Si allarga il mosaico nucleare in Medio Oriente. Israele, Iran e ora l’Arabia Saudita
Al mosaico della questione nucleare in Medio Oriente si sta aggiungendo una nuova tessera: l’Arabia Saudita. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Stati Uniti e l’Arabia Saudita, avrebbero concluso un accordo triennale per potenziare la cooperazione in materia di energia nucleare. L’accordo prevederebbe condivisione e trasferimenti tecnologici in materia […] L'articolo Si allarga il mosaico nucleare in Medio Oriente. Israele, Iran e ora l’Arabia Saudita su Contropiano.
July 24, 2026
Contropiano
L’industria della narrazione e le persone invisibili: perché il mondo vede l’Iran, ma non gli iraniani – 2
La prima parte dell’articolo è disponibile qui >>> ATTIVISMO, CAMPISMO E IRAN Gli attivisti politici perseguono un obiettivo diverso. Non cercano semplicemente di spiegare o narrare il mondo; cercano di cambiarlo. Questa differenza fa sì che l’attivismo rimanga in costante tensione con la complessità. Per mobilitare le persone e attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, i messaggi devono essere chiari, diretti e facilmente comprensibili. Nessun movimento sociale può comunicare ogni complessità di un problema. Di conseguenza, deve enfatizzare determinati aspetti della realtà mettendone da parte altri. Nel caso dell’Iran, molti attivisti pacifisti e antimperialisti si concentrano principalmente sui pericoli dell’intervento straniero e delle sanzioni. Questa preoccupazione è sia legittima sia difendibile. Tuttavia, la conseguenza è spesso che la repressione interna, i prigionieri politici e le aspirazioni democratiche del popolo iraniano vengono spinti in secondo piano. Al contrario, parti del movimento per i diritti umani si muovono talvolta verso l’estremo opposto. Un focus esclusivo sulle violazioni dei diritti umani rischia di trascurare il più ampio contesto sociale, materiale ed economico, producendo un’immagine unidimensionale dell’Iran che riduce la società a una terra abitata solo da vittime passive e carnefici spietati. Forse la situazione più complessa si osserva all’interno della diaspora iraniana. Negli ultimi anni, l’opposizione di estrema destra e i gruppi monarchici hanno ottenuto una visibilità mediatica sproporzionata. Per molti osservatori esterni, l’opposizione alla Repubblica Islamica è gradualmente diventata sinonimo di sostegno a queste correnti impopolari ed estremiste. Di conseguenza, molti studiosi, giornalisti e attivisti politici si sono accostati alle narrazioni contrarie alla Repubblica Islamica con crescente cautela, scetticismo e riserva. La situazione diventa ancora più complicata con l’emergere dell’“attivismo basato su progetti” (project-based activism). Questa forma di attivismo, a causa della sua dipendenza dai finanziamenti dei governi occidentali o dall’attività di lobbying all’interno dei centri di potere stranieri, si trova spesso obbligata ad allineare le proprie prospettive con gli interessi delle istituzioni finanziatrici, producendo narrazioni sterilizzate e accettabili per tali istituzioni. Questo meccanismo ha creato una falsa polarizzazione all’interno della diaspora iraniana: da un lato vi sono i lobbisti pacifisti accusati di ripulire l’immagine del regime (whitewashing); dall’altro i sostenitori di sanzioni paralizzanti e dell’intervento militare. Questa polarizzazione mette a tacere le voci di insegnanti, lavoratori, pensionati e forze indipendenti di sinistra all’interno dell’Iran, che costituiscono i motori principali della resistenza. Gran parte del dibattito sull’Iran negli ultimi anni è ruotato anche attorno al “campismo”. Il campismo può essere inteso come una visione politica del mondo che divide il pianeta in campi geopolitici contrapposti e valuta i governi principalmente in base alla loro posizione all’interno dell’ordine globale. In un simile approccio, i paesi in conflitto con gli Stati Uniti o con le potenze occidentali vengono giudicati secondo standard diversi. Ciò diventa particolarmente significativo nel caso della Repubblica Islamica. In gran parte dello spazio antimperialista globale, la preoccupazione principale si concentra sui pericoli della guerra, delle sanzioni e dell’intervento straniero. Tali preoccupazioni sono non solo legittime, ma necessarie. Le esperienze di Iraq, Afghanistan e Libia hanno dimostrato che gli interventi militari possono produrre catastrofi umanitarie disastrose. Il problema sorge, tuttavia, quando questa preoccupazione diventa l’unico criterio di giudizio. In tali condizioni, alla repressione interna, ai prigionieri politici, alle esecuzioni e alla discriminazione strutturale viene attribuita un’importanza secondaria. Di conseguenza, la sofferenza del popolo iraniano diventa una questione subordinata all’interno di rivalità geopolitiche più ampie, mentre gli esseri umani stessi sono ridotti a pedine su una scacchiera geopolitica. Al tempo stesso, criticare questo approccio non deve significare ignorare i pericoli della guerra o delle sanzioni. Uno dei problemi centrali nei dibattiti sull’Iran è il presupposto diffuso che si debba scegliere tra due posizioni mutuamente esclusive: o opporsi all’imperialismo e parlare dei pericoli della guerra, oppure difendere le libertà interne e le aspirazioni democratiche del popolo iraniano. In realtà, queste posizioni non sono intrinsecamente contraddittorie. Si può contemporaneamente opporsi alla guerra, opporsi a sanzioni che danneggiano la gente comune, opporsi alla Repubblica Islamica e difendere la libertà politica. CIÒ CHE TUTTE E TRE LE NARRAZIONI NASCONDONO * Gli accademici hanno bisogno della teoria per spiegare il mondo. * I giornalisti hanno bisogno di storie per narrare il mondo. * Gli attivisti politici hanno bisogno della mobilitazione per cambiare il mondo. Eppure, teoria, storie e mobilitazione si basano tutte sulla selezione. Ogni selezione illumina una parte della realtà nascondendone un’altra. Se riassumiamo questo processo selettivo come una matrice di daltonismo sistematico, il quadro appare come segue: * L’accademia perde di vista la società all’interno di grandi teorie geopolitiche e di un orientalismo al contrario. * I media riducono le persone a immagini simboliche di crisi, a violenza spettacolare e alla logica dell’industria della narrazione istantanea. * L’attivismo riduce le persone a progetti politici o alle false polarizzazioni della diaspora iraniana. Nel caso dell’Iran, il risultato è straordinariamente simile. Lo Stato, la crisi, l’ideologia e la geopolitica diventano più visibili delle persone stesse. La società iraniana viene ripetutamente spinta ai margini, anche quando, apparentemente, tutti ne parlano. Il problema centrale non è necessariamente che gli accademici, i giornalisti o gli attivisti politici siano disonesti o in malafede. Piuttosto, sono i meccanismi stessi attraverso cui vengono prodotte le narrazioni a tendere a rendere lo Stato, le crisi e le rivalità politiche molto più visibili della vita quotidiana delle persone comuni. CONCLUSIONE: RITORNO ALLE VOCI DEGLI IRANIANI Ridurre una società viva, dinamica e plurale a rigidi schemi geopolitici o all’immaginario istantaneo della crisi è più di un errore analitico; è una forma di cancellazione strutturale. L’Iran non è un paese che è stato ignorato. Al contrario, pochi paesi sono stati oggetto di una copertura mediatica, di un’analisi accademica e di un attivismo politico così costanti. Eppure, questa straordinaria visibilità è arrivata al costo di rendere i veri proprietari di quel paese sempre più invisibili. Nessun progetto antimperialista, nessuna analisi strategica, nessuna narrazione mediatica e nessun sforzo di lobbying politico dovrebbe spingere ai margini la sofferenza e l’azione (agency) delle persone stesse che costituiscono il soggetto centrale di tutti questi dibattiti. Il primo passo verso una reale comprensione dell’Iran non si trova né nei corridoi dei parlamenti occidentali né nelle stanze chiuse dei think tank. Comincia dall’ascolto delle voci che emergono dalla povertà, dalle lotte sindacali, dalle campagne civili per la giustizia e dalla vita quotidiana delle persone entro i confini dell’Iran. È giunto il tempo di distinguere tra l’“industria delle narrazioni sull’Iran” e le “voci autentiche degli iraniani”. Perché il più grande paradosso nella rappresentazione dell’Iran è questo: un paese di cui si parla costantemente non è ancora stato sufficientemente ascoltato attraverso le voci del suo stesso popolo. Redazione Torino
July 22, 2026
Pressenza
PAK: L’Iran ha utilizzato fosforo bianco proibito
Il PAK ha affermato che il corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC) ha utilizzato fosforo bianco nell’attacco con droni contro la Regione del Kurdistan. Il Partito per la libertà del Kurdistan (PAK) ha rilasciato una dichiarazione sull’attacco con droni iraniani contro le basi dei Peshmerga nella Regione del Kurdistan. In una dichiarazione pubblicata sulla sua piattaforma social, il PAK ha affermato che il corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC) ha utilizzato armi ed esplosivi proibiti contenenti fosforo bianco nell’attacco con droni. Il comunicato afferma che gli esami medici effettuati su nove combattenti Peshmerga feriti, unitamente a una valutazione dei danni causati dall’attacco avevano evidenziato effetti diffusi, incontrollati e distruttivi. Aggiunge inoltre: “Le prove rinvenute nella vegetazione del sito colpito hanno confermato che i droni suicidi della Repubblica islamica dell’Iran trasportavano la sostanza proibita fosforo bianco”. Il comunicato sottolinea che l’uso di tali esplosivi, che causano danni crudeli, letali e irreversibili alla salute umana e all’ambiente, costituisce una chiara violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale umanitario (le Convenzioni di Ginevra) e del divieto di utilizzo di armi proibite. La dichiarazione invita il Segretario generale delle Nazioni Unite, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) e tutte le organizzazioni competenti per i diritti umani ad avviare immediatamente procedimenti legali decisivi per ritenere l’Iran responsabile. L'articolo PAK: L’Iran ha utilizzato fosforo bianco proibito proviene da Retekurdistan.it.
July 21, 2026
Retekurdistan.it
Visto familiare: il MAECI deve procedere per via telematica e fissare l’appuntamento in un’ambasciata diversa da Teheran
Il Tribunale di Roma ha accertato il diritto del nucleo familiare in Afghanistan (moglie e genitori) a ricongiungersi con il richiedente, rifugiato politico in Italia, ordinando altresì al Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale – e per esso all’Ambasciata d’Italia a Teheran (Iran) – l’immediata fissazione di un appuntamento al fine di poter procedere alla legalizzazione e/o produzione dei documenti apostillati e alla formalizzazione della domanda di visto; contestualmente, autorizzando la formalizzazione della domanda di visto in via telematica e disponendo che il MAECI, accettata la domanda in via telematica, fissi un appuntamento presso ambasciata diversa da Teheran. Il caso riguarda un nucleo familiare afghano che, ottenuto il nulla osta, da gennaio 2025 era in attesa di un appuntamento presso l’ambasciata d’Italia a Teheran per la consegna della documentazione. Adito il Tribunale, il MAECI fissava appuntamento a gennaio 2026, al quale il nucleo non poteva presenziare, in un primo momento per la mancanza di un visto di ingresso in Iran e poi a causa della guerra. Il Tribunale, richiamata la sentenza della Corte di Giustizia dell’UE C-1/23, decideva quindi, in accoglimento delle istanze difensive, stante l’eccessiva difficoltà a recarsi personalmente presso la sede competente e tenuto conto del coinvolgimento di minori, di autorizzare la formalizzazione della domanda in via telematica, posticipando la comparizione personale a una fase successiva. Tribunale di Roma, sentenza del 17 giugno 2026 Si ringrazia l’Avv. Anna Moretti per la segnalazione e il commento. * Consulta altre decisioni sul diritto al ricongiungimento familiare
L’influenza di Israele sulla politica americana è già nei documenti ufficiali
L’intervista di JD Vance riporta al centro un tema documentato da anni: tra lobbying, campagne di comunicazione e atti pubblici depositati ai sensi del FARA, l’influenza israeliana sulla politica statunitense emerge da documenti ufficiali, non da teorie del complotto. Quando si parla di potere israeliano sulla politica statunitense, la tentazione più forte è quasi sempre quella di cercare la prova nascosta, l’email trapelata, il legame occulto con i servizi segreti. È la stessa tentazione che ha attraversato l’intervista di mercoledì scorso tra il vicepresidente JD Vance e Joe Rogan, quando Vance ha detto di ritenere che Jeffrey Epstein avesse «chiaramente collegamenti con i livelli più alti dell’intelligence israeliana», pur ammettendo di non avere alcuna prova documentale a sostegno. Ma proprio in quella stessa intervista, quasi in secondo piano rispetto al titolo su Epstein, Vance ha raccontato qualcos’altro: un caso di influenza israeliana sulla politica americana che non ha bisogno di essere ipotizzato, perché è già scritto nei documenti depositati per legge presso il governo degli Stati Uniti. Il caso riguarda Brad Parscale, l’uomo che ha diretto la campagna elettorale di Trump nel 2020, e la sua società Clock Tower X. Secondo un’inchiesta di Time pubblicata la settimana scorsa, basata su verbali depositati ai sensi del Foreign Agents Registration Act, la legge che obbliga chi lavora per governi stranieri sul suolo americano a dichiararlo pubblicamente, Clock Tower X ha firmato a settembre un contratto con l’agenzia Havas Media per conto del governo israeliano, ricevendo un compenso mensile di circa un milione e mezzo di dollari. Lo scopo dichiarato nei documenti era combattere l’antisemitismo online e rafforzare l’immagine di Israele tra i giovani conservatori americani. Ma secondo Time, dopo la firma dell’intesa USA-Iran di giugno, funzionari dell’amministrazione hanno notato una raffica di post quasi identici, pubblicati nello stesso momento da influencer vicini al mondo MAGA, che attaccavano proprio quell’accordo, un pattern che un alto funzionario ha giudicato tutt’altro che spontaneo. Vance non ha usato mezzi termini per commentarlo: «Quando apro le pagine di Time e vedo che c’è una campagna di influenza straniera letteralmente finanziata per affossare l’accordo che stavo perseguendo, e molte delle persone che ricevevano quei soldi mi attaccavano in modi completamente disonesti, la mia risposta è: andate all’inferno». Parscale ha respinto l’accusa di aver lavorato contro i negoziati, sostenendo di aver avviato la sua attività già tre anni fa per contrastare quello che descrive come un aumento dell’odio antiebraico, non su mandato politico israeliano. Anche il ministero degli Esteri israeliano ha replicato pubblicamente, sostenendo che ogni sua attività è trasparente e pienamente conforme alla legge americana. Al netto delle smentite, resta un fatto che nessuna delle parti in causa nega: un governo straniero ha pagato, attraverso canali legalmente dichiarati, una macchina di comunicazione digitale capace di orientare il dibattito pubblico americano su una delle decisioni di politica estera più delicate del momento, la guerra e la pace con l’Iran. Non è un’ipotesi, non è un’email di dubbia provenienza, non è la ricostruzione di un informatore confidenziale: è un contratto, con un importo, un cliente e un’agenzia esecutrice, reso pubblico perché la legge americana lo impone a chiunque lavori in questo modo per un governo estero. Ed è qui che la vicenda smette di essere un episodio isolato e diventa la fotografia di qualcosa di strutturale. Il meccanismo con cui Israele prova a orientare l’opinione pubblica e il Congresso americani non nasce con Clock Tower X: è lo stesso meccanismo, rodato da decenni, di cui l’AIPAC, la lobby filoisraeliana più potente di Washington, è l’espressione più istituzionalizzata. Per sessant’anni l’AIPAC ha lavorato prevalentemente dietro le quinte, facendo pressione su parlamentari e loro staff senza esporsi direttamente nelle campagne elettorali. Poi, in vista delle elezioni di metà mandato del 2022, qualcosa è cambiato: l’organizzazione ha deciso per la prima volta di spendere direttamente per eleggere o sconfiggere singoli candidati, trasformandosi da gruppo di pressione classico in un attore elettorale a tutti gli effetti. I numeri di quella trasformazione, oggi, sono pubblici e verificabili attraverso i verbali della Federal Election Commission. Nel solo ciclo elettorale 2023-2024, tra contributi diretti del comitato AIPAC e spese indipendenti del suo braccio armato, lo United Democracy Project, la lobby ha immesso nel sistema politico americano circa 127 milioni di dollari, contribuendo all’elezione di 318 candidati al Congresso. Quel denaro non è stato distribuito a caso: è servito, tra l’altro, a finanziare le campagne che hanno sconfitto alle primarie democratiche i deputati Jamaal Bowman e Cori Bush, due tra le voci più critiche verso la condotta israeliana a Gaza allora presenti al Congresso. Non era un segreto da scoprire: era, ed è, un piano dichiarato pubblicamente dalla stessa organizzazione prima ancora di essere eseguito. Per essere onesti fino in fondo, va detto che quello di Israele non è un caso isolato nel panorama dell’influenza straniera sulla politica americana. Lo stesso servizio di Time che ha rivelato il contratto di Clock Tower X ricordava che anche Russia, Iran e Cina conducono da tempo operazioni di influenza digitale rivolte al pubblico statunitense, con obiettivi e metodi diversi ma con la stessa logica di fondo: usare gli strumenti della comunicazione online per orientare un dibattito pubblico che dovrebbe restare, almeno in teoria, appannaggio dei soli cittadini americani. La differenza, nel caso israeliano, sta nella profondità storica del canale di accesso: non un’operazione isolata condotta da un servizio di intelligence ostile, ma una rete di relazioni istituzionali, finanziarie ed elettorali costruita nell’arco di decenni da un alleato che gli Stati Uniti considerano, ufficialmente, tra i più stretti al mondo. È significativo, allora, che sia proprio il vicepresidente di un’amministrazione storicamente allineata a Israele a mettere pubblicamente in fila questi elementi, arrivando a dire che «Israele sta perdendo la battaglia dell’opinione pubblica negli Stati Uniti» e a rivendicare il proprio dovere di «rappresentare prima di tutto gli americani». Vance, però, prova anche a contenere la portata di quanto ammette: sostiene che tentare di influenzare la politica americana sia normale prassi diplomatica, praticata da alleati e avversari allo stesso modo, e che il problema sorga solo quando quell’influenza arriva a condizionare il giudizio della leadership statunitense. È una distinzione comoda, che gli permette di denunciare il singolo episodio senza rimettere in discussione l’impianto complessivo del rapporto tra i due Paesi, un impianto fatto di finanziamenti militari pluriennali garantiti per legge, di una rete di lobbying che ha imparato a muovere direttamente le leve elettorali, e ora anche di campagne digitali dichiarate ai sensi del FARA. C’è un altro nome che aiuta a capire quanto questo meccanismo sia già entrato nel linguaggio comune di Washington, ben prima dell’intervista di Vance: quello del deputato repubblicano del Kentucky Thomas Massie, uno dei pochissimi esponenti del suo partito ad aver criticato pubblicamente la condotta di Israele e, non a caso, uno dei bersagli della spesa elettorale dell’AIPAC e di altri gruppi filoisraeliani nelle ultime tornate elettorali. È stato lo stesso Massie, in un’intervista televisiva, a sintetizzare con un’immagine diventata poi ricorrente il modo in cui i membri del Congresso vivono quella pressione quotidiana, dicendo che ogni parlamentare ha, di fatto, una sorta di «tutore AIPAC» che ne sorveglia le posizioni. Non è un’espressione neutra, ed è indicativa proprio perché arriva da un membro dello stesso establishment repubblicano che oggi, con Vance, sembra iniziare a interrogarsi pubblicamente sui limiti di quella sorveglianza. L’effetto più duraturo di un sistema costruito così non si misura soltanto nelle elezioni vinte o perse, ma in quello che non arriva mai a essere detto: posizioni critiche che restano inespresse, candidati che scelgono di non toccare certi temi, giornalisti e funzionari che calibrano le proprie parole sapendo quale genere di attenzione possono attirare. È un effetto difficile da quantificare con un numero, a differenza dei centoventisette milioni di dollari spesi nel 2024, ma è proprio in quello spazio di autocensura diffusa, più che nel singolo contratto o nella singola donazione, che si misura il vero peso di un’influenza strutturale: non la capacità di imporre una decisione dall’esterno, ma quella di rendere certe decisioni politicamente troppo costose perché qualcuno le prenda. È proprio questo impianto, nel suo insieme, a rendere l’influenza israeliana sulla politica statunitense un dato strutturale del sistema, non un’anomalia né tanto meno una teoria da dimostrare nell’ombra. Non serve immaginare un deep state per descriverla, né inseguire email di dubbia autenticità o legami mai provati con i servizi segreti: basta leggere quello che i governi, per legge, sono già costretti a rendere pubblico, e chiedersi perché quella trasparenza formale continui a coesistere, senza apparente contraddizione, con un’influenza reale sulle decisioni di guerra e di pace che riguardano milioni di persone che a quelle decisioni non hanno mai potuto votare. Fonti * ✓ Al Jazeera, “Vance says Epstein had connections to US, Israeli intelligence”, 16 luglio 2026 https://www.aljazeera.com/news/2026/7/16/vance-says-epstein-had-connections-to-us-israeli-intelligence * ✓ Middle East Eye, “JD Vance says Epstein had connections to CIA and Mossad”, 16 luglio 2026 https://www.middleeasteye.net/news/jd-vance-says-epstein-had-connections-cia-and-mossad * ✓ Time, “Brad Parscale’s Israel Influence Operation”, 13 luglio 2026 https://time.com/article/2026/07/13/brad-parscale-israel-influence-operation/ * ✓ Washington Examiner, “Brad Parscale rejects JD Vance claim Israel undermine Iran peace talks”, luglio 2026 https://www.washingtonexaminer.com/policy/foreign-policy/4651470/brad-parscale-rejects-jd-vance-claim-israel-undermine-iran-peace-talks/ * ✓ The Intercept, “How Does AIPAC Shape Washington? We Tracked Every Dollar”, 24 ottobre 2024 https://theintercept.com/2024/10/24/aipac-spending-congress-elections-israel/ * ✓ Sludge, “Here Is All the Money AIPAC Spent on the 2024 Elections”, 24 gennaio 2025 https://readsludge.com/2025/01/24/here-is-all-the-money-aipac-spent-on-the-2024-elections/ * ✓ Mediaite, “House Republican Claims Every GOP Colleague Has an ‘AIPAC Babysitter’ Who Lobbies for Israeli Interests”, giugno 2024 https://www.mediaite.com/politics/house-republican-claims-every-gop-colleague-has-an-aipac-babysitter-who-lobbies-for-israeli-interests/ Francesco Russo
July 20, 2026
Pressenza
Soldati morti e prezzo della benzina in salita, l’incubo di Trump
Ogni tragedia porta con sé dettagli ridicoli e atteggiamenti patetici. Ma l’America trumpiana sembra voler battere tutti i record in materia, rovesciano tonnellate di frasi sconclusionate sulla lava rovente dei bombardamenti. In assenza di una strategia coerente, di obbiettivi credibili (cambiano in continuazione, visto che non vengono raggiunti), ora tocca […] L'articolo Soldati morti e prezzo della benzina in salita, l’incubo di Trump su Contropiano.
July 20, 2026
Contropiano
La #guerra dei mari: #Trump scudo di #Israele? | Antonio Mazzeo #war #iran #ukrainian Lo scenario iraniano accelera verso un punto di non ritorno, con segnali di escalation da parte degli Stati Uniti, mentre Teheran colpisce tutti gli obiettivi militari americani nella regione. Tutti i Paesi, persino Siria e Arabia Saudita, sono bersaglio della balistica iraniana.https://www.youtube.com/watch?v=A0OUCTpWeGY
July 20, 2026
Antonio Mazzeo
Bombardare sperando che serva a qualcosa
Dopo otto notti di bombardamento si può certamente dire che la guerra (israelo-)americana contro l’Iran è ricominciata su grande scala. Del resto era l’unica cosa vera detta da Trump da quando è nato, in una lettera al Congresso per rispettare l’obbligo di legge che fa scattare – di nuovo, dopo […] L'articolo Bombardare sperando che serva a qualcosa su Contropiano.
July 19, 2026
Contropiano