
Nelle Marche prosegue la lotta dei lavoratori Electrolux
Pressenza - Thursday, June 4, 2026Il 3 giugno i lavoratori dell’Electrolux di Cerreto D’Esi nelle Marche sono di nuovo scesi in strada dopo aver dichiarato 2 ore di sciopero improvvisato. Dopo il primo incontro che si svolto il 25 maggio, la crisi Electrolux tornerà sul tavolo del MIMIT il prossimo 15 giugno. A partire dal Ministro Adolfo Urso, tutte le istituzioni compatte hanno chiesto all’azienda il ritiro del piano industriale, che prevede 1700 esuberi in tutta Italia e la chiusura dello stabilimento di Cerreto D’Esi. Ma nel mentre, unilateralmente, Electrolux ha iniziato a spostare le produzioni di Cerreto D’Esi in Polonia. Proseguiamo il nostro approfondimento sulla vicenda, con una lente che guarda all’intera regione Marche. Ne abbiamo parlato con Marco Giovagnoli, docente di Sociologia dell’innovazione sociale per le aree fragili e Responsabile del Corso di laurea in Scienze giuridiche per il governo dei territori, Scuola di Giurisprudenza, Università di Camerino.
La vicenda Electrolux arriva a quasi vent’anni dalla prima grande crisi aziendale dell’ARDO del 2008. In mezzo a questa forbice temporale che Marche ci sono?
Dal 2008 il mondo è cambiato, e la velocità del cambiamento in questa seconda modernizzazione è esponenziale, coi suoi pro e i suoi contro. Le Marche ci sono semplicemente in mezzo. I segnali della crisi del ‘modello Marche’ erano ben presenti anche prima del 2008. Un modello che ha portato benessere diffuso, ma non ha preso in carico i costi sociali ed ambientali che erano chiari a chi solo avesse voluto vederli.
Vanno aggiunti anche i costi territoriali, perché il dualismo dello sviluppo italiano, la polpa e l’osso secondo la splendida e attuale metafora di Rossi Doria, qui si è visto con particolare ferocia, nel progressivo abbandono di tutto ciò che non fosse costa o interstizio vallivo.
In questo, certo, qualche responsabilità locale sembra evidente, perché pur travolti da eventi globali, o si attuano misure di mitigazione, o almeno si avvia una riflessione di scenario.
Ma qui si guarda ancora agli zero virgola della controtendenza marchigiana sulla produzione manifatturiera, al ribasso, proprio nei settori dei gloriosi decenni passati, moda e mobile in primis, e le richieste sembrano sempre di aggiustamento, mai di prospettiva. Tirano turismo e ristorazione, il ‘nuovo modello Marche’, e non saprei dire se ci si può tranquillizzare.
Nelle Marche solo il 6,3% delle richieste occupazionali delle imprese territoriali è rivolto a laureati. Il limite sta nella presenza di quattro università autonome in Regione, o nell’offerta occupazionale?
Sento sempre più neolaureati, spesso in area STEM, che prendono la via dell’emigrazione verso il Nord o verso l’estero; e sento anche molti diplomandi che prevedono un futuro sia formativo che lavorativo fuori regione, con prospettive incertissime di ritorno.
Il territorio non ha bisogno di laureati, o ne ha poco. Non è semplice dire se sia più responsabilità delle classi dirigenti politico-amministrative, del ceto imprenditoriale, delle conformazioni urbane, o della tanto declamata ‘medietà’ marchigiana.
I giovani vengono pagati poco, qui come altrove, e dove scegliere di subire questa costrizione forse dipende dalla presenza di una struttura delle opportunità, e di qualità diffusa della vita, percepita come maggiore da altre parti.
Si va dove si pensa ve ne siano di più, ecco perché l’estero è sempre appetibile, oltre al fatto che il lavoro qualificato è più remunerato. In passato la formazione professionale non ha sempre brillato per lungimiranza e forse in molti casi ha beneficiato soprattutto chi la erogava, piuttosto che i formandi.
Forse un dibattito all’interno del mondo imprenditoriale dovrebbe nascere, sul messaggio circa i profili professionali e retributivi richiesti, che è stato veicolato all’esterno, salvo luminose eccezioni.
Altro tema è il dibattito sulle Università. Premetto che ho molto rispetto delle idee e delle proposte che nascono in maniera ragionata dall’interno della comunità accademica, indipendentemente dalla loro condivisibilità, come ho specularmente il massimo disprezzo per chi le utilizza, dal di fuori, in maniera strumentale per scopi che nulla hanno a che fare con l’efficacia del sistema formativo, e con argomentazioni a dir poco disinformate e ridicole.
Il livello delle nostre quattro Università (Ancona, Camerino, Macerata, Urbino, ndr) mi sembra più che buono, e non guardo ai ricorrenti ranking mondiali coi quali le si colloca in purgatorio, e soprattutto svolgono un ottimo lavoro di presidio dei territori. Ragione per la quale sono un forte sostenitore dell’Università diffusa, vicina alle comunità e ai loro bisogni; non ultimo quello di non dissanguare le famiglie che non possono permettersi i costi dei figli fuorisede.
La retorica dei ‘poli di eccellenza’ credo nasconda soprattutto un progetto di smantellamento della formazione pubblica come esito del dettato costituzionale, che passa dalla drastica riduzione delle risorse economiche e dall’ingessatura burocratico-valutativa. La qualità dell’alta formazione pubblica non è comparabile con quella delle ‘università’ telematiche, che sono società private a scopo di lucro. Dovremmo riflettere sul significato della penetrazione dei privati nella nostra regione, quella che non cerca laureati, piuttosto che cercare di ridimensionare l’offerta universitaria pubblica.
In quali settori dovrebbero investire le imprese marchigiane, molte delle quali condotte dalla ‘seconda generazione’?
Più che indicare settori, mi vengono in mente indicazioni metodologiche: la prima è investire sulla transizione ecologica, quella ‘vera’ che non sia greenwashing, e dunque innovazioni di processo e di prodotto che abbiano al centro la drastica riduzione dell’impatto ambientale sia nel come si produce che nel cosa, e ciò vale dal primario al terziario avanzato.
La seconda è riflettere sulla esiguità delle retribuzioni, in qualunque settore: il lavoro deve essere giustamente remunerato, per essere attrattivo, e nel passato l’ossessione per il mantenimento degli alti margini di profitto si è a volte tramutata in politica economica dello sfruttamento.
Ad esempio il capofila dell’inversione di tendenza potrebbe essere il settore pubblico, quando in un appalto imponga come premiante una clausola sociale di equo compenso delle prestazioni lavorative, piuttosto che il massimo ribasso.
Altra proposta è rivedere il ruolo che il settore rurale può avere in una regione dove esiste anche una urgenza di produzione di servizi ecosistemici di alto livello, sostenendo nella misura massima possibile i ‘nuovi agricoltori’ polifunzionali, che fanno coltura e cultura assieme.
Riguardo il passaggio generazionale, c’è un paradosso per cui oggi viviamo il dramma di aziende acquisite dalle multinazionali, che per queste rappresentano un investimento equivalente ad altri, passibile di essere dismesso quando il margine di profitto generato si assottiglia, o quando lo si trova più alto altrove.
Piangiamo la fine di una impresa familiare, a forte radicamento territoriale, dunque spazialmente situata e con un legame simbiotico col territorio, come nel caso-scuola del fabrianese.
Ma quel mondo familiare è anche quello che ha svolto spesso un ruolo di padre-padrone del territorio, anche con costi socio-ambientali, con figure apicali e autoreferenziate che, al manifestarsi di una sorta di ‘complesso dei Buddenbrook’, hanno via via sbiadito la familiarità in familismo, per poi consegnare i gioielli di famiglia alla finanza; che fa il suo mestiere, spesso di macelleria sociale. Forse la domanda da porsi è che cosa sarebbe potuto esserci tra i padri-padroni e l’absentee ownerwship.
La politica marchigiana reagisce a queste situazioni, ha capito cosa è successo in questi vent’anni?
Credo ci sia una certa stanchezza progettuale; l’ossessione per la costruzione compulsiva ed infinita di nuove strade, la coazione a ripetere schemi di sviluppo otto-novecenteschi, è forse una delle metafore migliori di questo vuoto culturale: road to nowhere, per citare la musica di livello. Si insiste molto sul cambio generazionale, e sono assolutamente d’accordo nella necessità che i ‘soggetti forti’ per incistamento di potere e anche per anzianità, si mettano a lato senza la tentazione della riproduzione per partenogenesi, anche rischiando l’uscita di scena. Ma da sola la ‘gioventù’ non basta, anche se aiuta molto, poiché la cognizione di causa, qualsiasi significato vogliamo dare a questa espressione, è necessaria; la tragedia dei social è lì a dimostrarlo. Ciò impone alla classe dirigente marchigiana uno sforzo epocale di investimento sulla formazione, a tutti i livelli, a tutti gli ordini e gradi, in tutti i territori, nel campo scientifico come in quello umanistico, e sulla migliore formazione dei giovani, cui va passato il testimone. Temo che le classi dirigenti di questa regione si siano più occupate dall’autoriproduzione, piuttosto che a questa sfida generosa, e il contesto nazionale va in direzione affatto avversa.