Nelle Marche prosegue la lotta dei lavoratori Electrolux
Il 3 giugno i lavoratori dell’Electrolux di Cerreto D’Esi nelle Marche sono di
nuovo scesi in strada dopo aver dichiarato 2 ore di sciopero improvvisato. Dopo
il primo incontro che si svolto il 25 maggio, la crisi Electrolux tornerà sul
tavolo del MIMIT il prossimo 15 giugno. A partire dal Ministro Adolfo Urso,
tutte le istituzioni compatte hanno chiesto all’azienda il ritiro del piano
industriale, che prevede 1700 esuberi in tutta Italia e la chiusura dello
stabilimento di Cerreto D’Esi. Ma nel mentre, unilateralmente, Electrolux ha
iniziato a spostare le produzioni di Cerreto D’Esi in Polonia. Proseguiamo il
nostro approfondimento sulla vicenda, con una lente che guarda all’intera
regione Marche. Ne abbiamo parlato con Marco Giovagnoli, docente di Sociologia
dell’innovazione sociale per le aree fragili e Responsabile del Corso di laurea
in Scienze giuridiche per il governo dei territori, Scuola di Giurisprudenza,
Università di Camerino.
La vicenda Electrolux arriva a quasi vent’anni dalla prima grande crisi
aziendale dell’ARDO del 2008. In mezzo a questa forbice temporale che Marche ci
sono?
Dal 2008 il mondo è cambiato, e la velocità del cambiamento in questa seconda
modernizzazione è esponenziale, coi suoi pro e i suoi contro. Le Marche ci sono
semplicemente in mezzo. I segnali della crisi del ‘modello Marche’ erano ben
presenti anche prima del 2008. Un modello che ha portato benessere diffuso, ma
non ha preso in carico i costi sociali ed ambientali che erano chiari a chi solo
avesse voluto vederli.
Vanno aggiunti anche i costi territoriali, perché il dualismo dello sviluppo
italiano, la polpa e l’osso secondo la splendida e attuale metafora di Rossi
Doria, qui si è visto con particolare ferocia, nel progressivo abbandono di
tutto ciò che non fosse costa o interstizio vallivo.
In questo, certo, qualche responsabilità locale sembra evidente, perché pur
travolti da eventi globali, o si attuano misure di mitigazione, o almeno si
avvia una riflessione di scenario.
Ma qui si guarda ancora agli zero virgola della controtendenza marchigiana sulla
produzione manifatturiera, al ribasso, proprio nei settori dei gloriosi decenni
passati, moda e mobile in primis, e le richieste sembrano sempre di
aggiustamento, mai di prospettiva. Tirano turismo e ristorazione, il ‘nuovo
modello Marche’, e non saprei dire se ci si può tranquillizzare.
Nelle Marche solo il 6,3% delle richieste occupazionali delle imprese
territoriali è rivolto a laureati. Il limite sta nella presenza di quattro
università autonome in Regione, o nell’offerta occupazionale?
Sento sempre più neolaureati, spesso in area STEM, che prendono la via
dell’emigrazione verso il Nord o verso l’estero; e sento anche molti diplomandi
che prevedono un futuro sia formativo che lavorativo fuori regione, con
prospettive incertissime di ritorno.
Il territorio non ha bisogno di laureati, o ne ha poco. Non è semplice dire se
sia più responsabilità delle classi dirigenti politico-amministrative, del ceto
imprenditoriale, delle conformazioni urbane, o della tanto declamata ‘medietà’
marchigiana.
I giovani vengono pagati poco, qui come altrove, e dove scegliere di subire
questa costrizione forse dipende dalla presenza di una struttura delle
opportunità, e di qualità diffusa della vita, percepita come maggiore da altre
parti.
Si va dove si pensa ve ne siano di più, ecco perché l’estero è sempre
appetibile, oltre al fatto che il lavoro qualificato è più remunerato. In
passato la formazione professionale non ha sempre brillato per lungimiranza e
forse in molti casi ha beneficiato soprattutto chi la erogava, piuttosto che i
formandi.
Forse un dibattito all’interno del mondo imprenditoriale dovrebbe nascere, sul
messaggio circa i profili professionali e retributivi richiesti, che è stato
veicolato all’esterno, salvo luminose eccezioni.
Altro tema è il dibattito sulle Università. Premetto che ho molto rispetto delle
idee e delle proposte che nascono in maniera ragionata dall’interno della
comunità accademica, indipendentemente dalla loro condivisibilità, come ho
specularmente il massimo disprezzo per chi le utilizza, dal di fuori, in maniera
strumentale per scopi che nulla hanno a che fare con l’efficacia del sistema
formativo, e con argomentazioni a dir poco disinformate e ridicole.
Il livello delle nostre quattro Università (Ancona, Camerino, Macerata, Urbino,
ndr) mi sembra più che buono, e non guardo ai ricorrenti ranking mondiali coi
quali le si colloca in purgatorio, e soprattutto svolgono un ottimo lavoro di
presidio dei territori. Ragione per la quale sono un forte sostenitore
dell’Università diffusa, vicina alle comunità e ai loro bisogni; non ultimo
quello di non dissanguare le famiglie che non possono permettersi i costi dei
figli fuorisede.
La retorica dei ‘poli di eccellenza’ credo nasconda soprattutto un progetto di
smantellamento della formazione pubblica come esito del dettato costituzionale,
che passa dalla drastica riduzione delle risorse economiche e dall’ingessatura
burocratico-valutativa. La qualità dell’alta formazione pubblica non è
comparabile con quella delle ‘università’ telematiche, che sono società private
a scopo di lucro. Dovremmo riflettere sul significato della penetrazione dei
privati nella nostra regione, quella che non cerca laureati, piuttosto che
cercare di ridimensionare l’offerta universitaria pubblica.
In quali settori dovrebbero investire le imprese marchigiane, molte delle quali
condotte dalla ‘seconda generazione’?
Più che indicare settori, mi vengono in mente indicazioni metodologiche: la
prima è investire sulla transizione ecologica, quella ‘vera’ che non sia
greenwashing, e dunque innovazioni di processo e di prodotto che abbiano al
centro la drastica riduzione dell’impatto ambientale sia nel come si produce che
nel cosa, e ciò vale dal primario al terziario avanzato.
La seconda è riflettere sulla esiguità delle retribuzioni, in qualunque settore:
il lavoro deve essere giustamente remunerato, per essere attrattivo, e nel
passato l’ossessione per il mantenimento degli alti margini di profitto si è a
volte tramutata in politica economica dello sfruttamento.
Ad esempio il capofila dell’inversione di tendenza potrebbe essere il settore
pubblico, quando in un appalto imponga come premiante una clausola sociale di
equo compenso delle prestazioni lavorative, piuttosto che il massimo ribasso.
Altra proposta è rivedere il ruolo che il settore rurale può avere in una
regione dove esiste anche una urgenza di produzione di servizi ecosistemici di
alto livello, sostenendo nella misura massima possibile i ‘nuovi agricoltori’
polifunzionali, che fanno coltura e cultura assieme.
Riguardo il passaggio generazionale, c’è un paradosso per cui oggi viviamo il
dramma di aziende acquisite dalle multinazionali, che per queste rappresentano
un investimento equivalente ad altri, passibile di essere dismesso quando il
margine di profitto generato si assottiglia, o quando lo si trova più alto
altrove.
Piangiamo la fine di una impresa familiare, a forte radicamento territoriale,
dunque spazialmente situata e con un legame simbiotico col territorio, come nel
caso-scuola del fabrianese.
Ma quel mondo familiare è anche quello che ha svolto spesso un ruolo di
padre-padrone del territorio, anche con costi socio-ambientali, con figure
apicali e autoreferenziate che, al manifestarsi di una sorta di ‘complesso dei
Buddenbrook’, hanno via via sbiadito la familiarità in familismo, per poi
consegnare i gioielli di famiglia alla finanza; che fa il suo mestiere, spesso
di macelleria sociale. Forse la domanda da porsi è che cosa sarebbe potuto
esserci tra i padri-padroni e l’absentee ownerwship.
La politica marchigiana reagisce a queste situazioni, ha capito cosa è successo
in questi vent’anni?
Credo ci sia una certa stanchezza progettuale; l’ossessione per la costruzione
compulsiva ed infinita di nuove strade, la coazione a ripetere schemi di
sviluppo otto-novecenteschi, è forse una delle metafore migliori di questo vuoto
culturale: road to nowhere, per citare la musica di livello. Si insiste molto
sul cambio generazionale, e sono assolutamente d’accordo nella necessità che i
‘soggetti forti’ per incistamento di potere e anche per anzianità, si mettano a
lato senza la tentazione della riproduzione per partenogenesi, anche rischiando
l’uscita di scena. Ma da sola la ‘gioventù’ non basta, anche se aiuta molto,
poiché la cognizione di causa, qualsiasi significato vogliamo dare a questa
espressione, è necessaria; la tragedia dei social è lì a dimostrarlo. Ciò impone
alla classe dirigente marchigiana uno sforzo epocale di investimento sulla
formazione, a tutti i livelli, a tutti gli ordini e gradi, in tutti i territori,
nel campo scientifico come in quello umanistico, e sulla migliore formazione dei
giovani, cui va passato il testimone. Temo che le classi dirigenti di questa
regione si siano più occupate dall’autoriproduzione, piuttosto che a questa
sfida generosa, e il contesto nazionale va in direzione affatto avversa.
Leonardo Animali