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MARCHE: L’ASSEMBLEA LEGISLATIVA APPROVA LA “LEGGE ANTI KEBAB” VOLUTA DALLA DESTRA
L’Assemblea legislativa delle Marche ha approvato nella seduta di ieri, martedì 21 luglio 2026, la proposta di legge avanzata dalla Giunta regionale e nota con il nome di “Legge anti kebab”. L’intenzione del provvedimento, votato con la procedura d’urgenza come richiesto dalla maggioranza, era e resta quella di favorire l’apertura nei centri storici di negozi e locali tipici dell’Italia, meglio ancora se del territorio, a scapito di quelli considerati etnici. Adesso spetterà applicarla a ogni sindaco in carica nella regione. Modalita’ e tempi per ora non sono noti. Il capogruppo di Alleanza Verdi Sinistra Andrea Nobili  ha detto “ci è stato imposto di discutere una proposta di legge che di urgente non ha nulla, quella sulla cosiddetta qualificazione dei centri storici, che si regge solo sulla propaganda e che non stanzia fondi né propone un’idea vera per intercettare nuove forze commerciali nelle nostre città, la proposta di legge voluta dalla Giunta Acquaroli è utile soltanto ad alimentare un certo racconto contro le attività imprenditoriali gestite da stranieri”. Andrea Nobili ai nostri microfoni Ascolta o scarica   
July 22, 2026
Radio Onda d`Urto
Piccola storia della piccola “feccia” di provincia
Nella mia città, a San Benedetto del Tronto, contea di Twin Peaks, vive un avanzo di freak show che ha passato anni e anni a inviare ai giornali locali comunicati autoprodotti in cui si esaltavano le sue imprese sentimentali, i suoi successi sportivi e la sua abilità nel mondo degli […] L'articolo Piccola storia della piccola “feccia” di provincia su Contropiano.
July 13, 2026
Contropiano
All’IIS “Savoia-Benincasa” di Ancona una vetrina della Polizia di Stato
Con la fine dell’anno scolastico si è chiuso anche il quarto anno del progetto “Educhiamo Insieme alla Legalità” della Questura di Ancona, una campagna realizzata in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale rivolta agli istituti scolastici di ogni ordine e grado della provincia. È nell’ambito di questo progetto che, il 5 giugno scorso, alcuni istruttori della Polizia di Stato hanno tenuto una lezione di difesa personale per circa cinquanta studenti e studentesse dell’IIS Savoia Benincasa di Ancona. Al termine della lezione è intervenuto il questore in persona per un saluto. Pare che lo stesso istituto abbia ospitato, lo scorso 10 aprile, le celebrazioni per il 174° Anniversario della Fondazione della Polizia di Stato. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ribadisce il proprio dissenso riguardo ai percorsi di cittadinanza e legalità pensati come istruzioni pronte all’uso, e in modo particolare quando impartiti dalle forze dell’ordine perché sono organizzati con il fine principale di avvicinare le giovani generazioni al sistema culturale della Difesa, diametralmente opposto al sistema culturale ideale di una democrazia, della partecipazione e dell’educazione. Come Osservatorio sappiamo che l’educazione civica, il pieno sviluppo della persona umana, e la cittadinanza critica non possono derivare da sistemi educativi rigidi che emanano ordini senza possibilità di discussione e contrattazione. Solo la relazione con gli adulti di riferimento dentro e fuori le mura scolastiche, il confronto con la realtà, e lunghi tempi di messa in discussione e apprendimento possono mettere i ragazzi e le ragazze nella posizione di piena cittadinanza. Invece, quello che viene proposto in maniera diffusa in tutta Italia nelle scuole di ogni ordine e grado, dal Ministero dell’Istruzione e del Merito in accordo con le questure, ad Ancona con il progetto Educhiamo Insieme alla Legalità, è inaccettabile propaganda securitaria. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Legge anti kebab nelle Marche
“E’ una proposta in linea con la strategia di valorizzazione dei borghi e dei nostri centri storici e vogliamo dare non solo il recupero urbanistico, ma il recupero identitario. Noi pensiamo che la nostra cultura gastronomica, la nostra grande cultura dell’artigianato artistico, possa e debba trovare all’interno dei borghi dei luoghi che hanno fatto la storia della nostra civiltà, e che oggi devono riaffermarsi. Vogliamo aiutare i borghi a mantenere la propria identità e a diventare bandiera della nostra civiltà, della nostra storia e del nostro grande patrimonio. Pensiamo alla cucina italiana che diventa patrimonio immateriale dell’Unesco, pensiamo alle Marche che hanno tanti piatti che rappresentano un punto di riferimento per la cucina italiana, pensiamo al grande marketing, ma soprattutto al grande export che caratterizza la nostra manifattura, e ci piace continuare a pensare che questo grande patrimonio resti centrale all’interno dei nostri borghi e dei nostri centri storici, e all’interno delle aree urbanistiche delle nostre città. Quindi non solo il recupero del monumento, non solo la riapertura della pinacoteca, il recupero del sisma, ma anche guardare con attenzione a quella che è la, tradizione, l’identità e il valore patrimoniale, manifatturiero, artistico e enogastronomico”. Spiega così il presidente della Regione Francesco Acquaroli, la proposta di legge a sua firma che, se approvata dall’assemblea legislativa, passerà alla storia delle Marche come la ‘legge anti kebab”. Con la delibera n. 793 del 22 giugno 2026, la Giunta Regionale ha inviato infatti all’aula consiliare la Proposta di legge a iniziativa della Giunta regionale concernente: “Disposizioni per la valorizzazione e la riqualificazione dei centri storici, dei luoghi del commercio di particolare interesse e delle attività economiche che concorrono alla salvaguardia delle caratteristiche storico-culturali dei luoghi“. L’obiettivo è quello di contrastare i fenomeni di desertificazione commerciale e di omologazione dell’offerta, promuovendo uno sviluppo equilibrato tra dimensioni economiche, sociali e culturali. Si vuole anche valorizzare e tutelare le identità territoriali e le produzioni locali, e sostenere la qualità urbana e la coesione sociale. Particolare attenzione è dedicata alle aree a rischio di degrado o desertificazione commerciale, attraverso strumenti di promozione di servizi di prossimità e la valorizzazione delle produzioni agroalimentari e artigianali del territorio. L’art. 4 chiama in causa il ruolo dei Comuni, che devono favorire “l’insediamento di esercizi di vicinato e di botteghe artigiane tipizzati sotto il profilo storico-culturale o commerciale che contribuiscono alla valorizzazione delle caratteristiche identitarie dei luoghi”. Non solo niente kebab take away nei centri urbani, ma anche ristoranti etnici, compresi anche sushi bar e tex mex. Ma anche i vincisgrassi, il coniglio in potacchio alla marchigiana e olive all’ascolana sono piatti etnici. Esultano le categorie economiche regionali, sempre con le vele spiegate verso il vento politico che tira al momento. “Una legge attesa da anni per tutelare i territori. Rischiavamo di perdere – dice il direttore di Confcommercio Massimiliano Polacco – la stessa anima dei nostri centri urbani, e per questo serviva una legge quadro per invertire la rotta e restituire identità ai luoghi”. Ad andar per centri storici marchigiani, dalle città più grandi ai paesi più piccoli, la passeggiata si rivela spesso desolante; sono spesso più le vetrine con i cartelli ‘affittasi’ o ‘vendesi’ che quelle aperte e in attività. “Apprezzamento per la strategia avviata dalla Regione. I centri storici rappresentano luoghi ideali per custodire, tramandare e condividere saperi, tradizioni e cultura dei nostri territori. Una comunità vive attraverso le persone, le imprese e le relazioni, non attraverso spazi senza identità”, è il parere di Confartigianato. Come se i piccoli imprenditori che aprono esercizi, pur provenendo da altre culture, anche se magari spesso sono nati in Italia, non fossero persone, imprese, che stimolano relazioni nelle comunità. E’ sempre Confcommercio a spiegare che in dieci anni le Marche hanno perso oltre il 25% delle attività commerciali e per il prossimo decennio si teme un ulteriore 30% di chiusure. Ancona e Pesaro sono addirittura tra i comuni italiani con i cali più pesanti. A pagare il prezzo più alto di questa situazione sono soprattutto le edicole con un calo del -47,1% nei centri storici, l’abbigliamento (-37,9%), i carburanti (-38,5), gli ambulanti (-29,2%). In controtendenza i ristoranti, che invece crescono del +46,1%, così come aumentano anche gli alloggi (+290,6%) e gli e-commerce, porta a porta, distributori automatici (+123,1%). In crescita anche le attività straniere (+67,1%). Le Marche sono una Regione in cui dal 2020 la destra governa sotto la supervisione costante della famiglia Meloni. Al di là del martellante mainstream, la terra di Raffaello e Sanzio e Giacomo Leopardi, si è omologata rapidamente agli standard delle regioni del Mezzogiorno, tanto da aver ottenuto l’anno scorso il riconoscimento di Zona Economica Speciale, provvedimento legislativo che viene rivolto da sempre al sud della Penisola. Crisi demografica, spopolamento, giovani in fuga, sanità a pezzi, migliaia di terremotati del 2016 ancora alloggiati nelle strutture abitative di emergenza, crisi occupazionali che si avvicendano costantemente sul tavolo ministeriale, economia e produttività in stallo dopo anni di flessione. Di fronte a questo, la ‘legge Acquaroli’, è l’ennesimo provvedimento mainstream, che calcia la palla fuoricampo, andando a solleticare quella malcelata cultura discriminatoria e razzista che sedimenta da tempo anche nelle Marche. Entrando palesemente in conflitto con l’art. 41 della Costituzione che recita all’inizio “l’iniziativa economica privata è libera“. “Chi non passa alla storia, passa alla geografia”, era lo slogan impresso anni fa sulle t-shirt prodotte, a seguito di un progetto di reinserimento sociale, dai detenuti del carcere di Rebibbia. Con questa iniziativa legislativa, il presidente delle Marche ha magari l’ambizione di cimentarsi con la storia, ma nei fatti, rivela di avere molte lacune anche con la geografia.   Leonardo Animali
June 25, 2026
Pressenza
Dalla cattedra alla piazza: ad Ancona la Polizia di Stato festeggia la fine dell’anno scolastico
Il 4 giugno scorso si è tenuta in piazza Pertini ad Ancona la Festa della Legalità di fine anno scolastico organizzata dalla Polizia di Stato in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale delle Marche. Più di 150 studenti e studentesse si sono ritrovati per assistere al solito copione con Squadra Cinofili, Nucleo Artificieri, Polizia Stradale e Polizia Scientifica. All’evento erano presenti il Questore, una delegata del Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale e l’Assessora alle Politiche educative, agli Affari generali e legali, ai Servizi informatici e ai Servizi demografici.Insomma, una copiosa presenza istituzionale per promuovere un’idea di legalità di tipo securitario, basata sulla presenza costante delle Forze dell’Ordine, intesa come elemento imprescindibile per il rispetto della legge. Questa visione viene rafforzata dal fatto che la festa in piazza Pertini è soltanto l’epilogo di un anno scolastico in cui la Polizia di Stato ha dato lezioni di legalità a tutta la provincia di Ancona coinvolgendo più di 5000 studenti e studentesse. Come al solito i temi sono stati dei più vari, dal cyberbullismo all’uso consapevole dei social media, dalla violenza di genere all’abuso di alcol e droghe. Tutto racchiuso sotto il cappello della legalità. Noi dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sappiamo bene, invece, quanto dietro a bullismo, violenza di genere e abuso di sostanze ci siano ragioni culturali e sociali che vanno ben al di là della dimensione legale, sicuramente importante ma non esaustiva di fronte alla complessità della realtà quotidiana. Per tale ragione ci domandiamo perché un tale percorso di sensibilizzazione non venga affidato alla miriade di enti e associazioni che si battono ogni giorno per contrastare questi fenomeni a partire da un punto di vista che vuole una condivisione della norma perché figlia di un processo condiviso e non perché soggetta alla sanzione. Solo così si può auspicare ad un miglioramento della società civile. Fonte: https://www.centropagina.it/attualita/ancona-festa-legalita-polizia-di-stato-incontra-studenti-piazza-pertini/ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Nelle Marche prosegue la lotta dei lavoratori Electrolux
Il 3 giugno i lavoratori dell’Electrolux di Cerreto D’Esi nelle Marche sono di nuovo scesi in strada dopo aver dichiarato 2 ore di sciopero improvvisato. Dopo il primo incontro che si svolto il 25 maggio, la crisi Electrolux tornerà sul tavolo del MIMIT il prossimo 15 giugno. A partire dal Ministro Adolfo Urso, tutte le istituzioni compatte hanno chiesto all’azienda il ritiro del piano industriale, che prevede 1700 esuberi in tutta Italia e la chiusura dello stabilimento di Cerreto D’Esi. Ma nel mentre, unilateralmente, Electrolux ha iniziato a spostare le produzioni di Cerreto D’Esi in Polonia. Proseguiamo il nostro approfondimento sulla vicenda, con una lente che guarda all’intera regione Marche. Ne abbiamo parlato con Marco Giovagnoli, docente di Sociologia dell’innovazione sociale per le aree fragili e Responsabile del Corso di laurea in Scienze giuridiche per il governo dei territori, Scuola di Giurisprudenza, Università di Camerino. La vicenda Electrolux arriva a quasi vent’anni dalla prima grande crisi aziendale dell’ARDO del 2008. In mezzo a questa forbice temporale che Marche ci sono? Dal 2008 il mondo è cambiato, e la velocità del cambiamento in questa seconda modernizzazione è esponenziale, coi suoi pro e i suoi contro. Le Marche ci sono semplicemente in mezzo. I segnali della crisi del ‘modello Marche’ erano ben presenti anche prima del 2008. Un modello che ha portato benessere diffuso, ma non ha preso in carico i costi sociali ed ambientali che erano chiari a chi solo avesse voluto vederli. Vanno aggiunti anche i costi territoriali, perché il dualismo dello sviluppo italiano, la polpa e l’osso secondo la splendida e attuale metafora di Rossi Doria, qui si è visto con particolare ferocia, nel progressivo abbandono di tutto ciò che non fosse costa o interstizio vallivo. In questo, certo, qualche responsabilità locale sembra evidente, perché pur travolti da eventi globali, o si attuano misure di mitigazione, o almeno si avvia una riflessione di scenario. Ma qui si guarda ancora agli zero virgola della controtendenza marchigiana sulla produzione manifatturiera, al ribasso, proprio nei settori dei gloriosi decenni passati, moda e mobile in primis, e le richieste sembrano sempre di aggiustamento, mai di prospettiva. Tirano turismo e ristorazione, il ‘nuovo modello Marche’, e non saprei dire se ci si può tranquillizzare. Nelle Marche solo il 6,3% delle richieste occupazionali delle imprese territoriali è rivolto a laureati. Il limite sta nella presenza di quattro università autonome in Regione, o nell’offerta occupazionale? Sento sempre più neolaureati, spesso in area STEM, che prendono la via dell’emigrazione verso il Nord o verso l’estero; e sento anche molti diplomandi che prevedono un futuro sia formativo che lavorativo fuori regione, con prospettive incertissime di ritorno. Il territorio non ha bisogno di laureati, o ne ha poco. Non è semplice dire se sia più responsabilità delle classi dirigenti politico-amministrative, del ceto imprenditoriale, delle conformazioni urbane, o della tanto declamata ‘medietà’ marchigiana. I giovani vengono pagati poco, qui come altrove, e dove scegliere di subire questa costrizione forse dipende dalla presenza di una struttura delle opportunità, e di qualità diffusa della vita, percepita come maggiore da altre parti. Si va dove si pensa ve ne siano di più, ecco perché l’estero è sempre appetibile, oltre al fatto che il lavoro qualificato è più remunerato. In passato la formazione professionale non ha sempre brillato per lungimiranza e forse in molti casi ha beneficiato soprattutto chi la erogava, piuttosto che i formandi. Forse un dibattito all’interno del mondo imprenditoriale dovrebbe nascere, sul messaggio circa i profili professionali e retributivi richiesti, che è stato veicolato all’esterno, salvo luminose eccezioni. Altro tema è il dibattito sulle Università. Premetto che ho molto rispetto delle idee e delle proposte che nascono in maniera ragionata dall’interno della comunità accademica, indipendentemente dalla loro condivisibilità, come ho specularmente il massimo disprezzo per chi le utilizza, dal di fuori, in maniera strumentale per scopi che nulla hanno a che fare con l’efficacia del sistema formativo, e con argomentazioni a dir poco disinformate e ridicole. Il livello delle nostre quattro Università (Ancona, Camerino, Macerata, Urbino, ndr) mi sembra più che buono, e non guardo ai ricorrenti ranking mondiali coi quali le si colloca in purgatorio, e soprattutto svolgono un ottimo lavoro di presidio dei territori. Ragione per la quale sono un forte sostenitore dell’Università diffusa, vicina alle comunità e ai loro bisogni; non ultimo quello di non dissanguare le famiglie che non possono permettersi i costi dei figli fuorisede. La retorica dei ‘poli di eccellenza’ credo nasconda soprattutto un progetto di smantellamento della formazione pubblica come esito del dettato costituzionale, che passa dalla drastica riduzione delle risorse economiche e dall’ingessatura burocratico-valutativa. La qualità dell’alta formazione pubblica non è comparabile con quella delle ‘università’ telematiche, che sono società private a scopo di lucro. Dovremmo riflettere sul significato della penetrazione dei privati nella nostra regione, quella che non cerca laureati, piuttosto che cercare di ridimensionare l’offerta universitaria pubblica. In quali settori dovrebbero investire le imprese marchigiane, molte delle quali condotte dalla ‘seconda generazione’? Più che indicare settori, mi vengono in mente indicazioni metodologiche: la prima è investire sulla transizione ecologica, quella ‘vera’ che non sia greenwashing, e dunque innovazioni di processo e di prodotto che abbiano al centro la drastica riduzione dell’impatto ambientale sia nel come si produce che nel cosa, e ciò vale dal primario al terziario avanzato. La seconda è riflettere sulla esiguità delle retribuzioni, in qualunque settore: il lavoro deve essere giustamente remunerato, per essere attrattivo, e nel passato l’ossessione per il mantenimento degli alti margini di profitto si è a volte tramutata in politica economica dello sfruttamento. Ad esempio il capofila dell’inversione di tendenza potrebbe essere il settore pubblico, quando in un appalto imponga come premiante una clausola sociale di equo compenso delle prestazioni lavorative, piuttosto che il massimo ribasso. Altra proposta è rivedere il ruolo che il settore rurale può avere in una regione dove esiste anche una urgenza di produzione di servizi ecosistemici di alto livello, sostenendo nella misura massima possibile i ‘nuovi agricoltori’ polifunzionali, che fanno coltura e cultura assieme. Riguardo il passaggio generazionale, c’è un paradosso per cui oggi viviamo il dramma di aziende acquisite dalle multinazionali, che per queste rappresentano un investimento equivalente ad altri, passibile di essere dismesso quando il margine di profitto generato si assottiglia, o quando lo si trova più alto altrove. Piangiamo la fine di una impresa familiare, a forte radicamento territoriale, dunque spazialmente situata e con un legame simbiotico col territorio, come nel caso-scuola del fabrianese. Ma quel mondo familiare è anche quello che ha svolto spesso un ruolo di padre-padrone del territorio, anche con costi socio-ambientali, con figure apicali e autoreferenziate che, al manifestarsi di una sorta di ‘complesso dei Buddenbrook’, hanno via via sbiadito la familiarità in familismo, per poi consegnare i gioielli di famiglia alla finanza; che fa il suo mestiere, spesso di macelleria sociale. Forse la domanda da porsi è che cosa sarebbe potuto esserci tra i padri-padroni e l’absentee ownerwship. La politica marchigiana reagisce a queste situazioni, ha capito cosa è successo in questi vent’anni? Credo ci sia una certa stanchezza progettuale; l’ossessione per la costruzione compulsiva ed infinita di nuove strade, la coazione a ripetere schemi di sviluppo otto-novecenteschi, è forse una delle metafore migliori di questo vuoto culturale: road to nowhere, per citare la musica di livello. Si insiste molto sul cambio generazionale, e sono assolutamente d’accordo nella necessità che i ‘soggetti forti’ per incistamento di potere e anche per anzianità, si mettano a lato senza la tentazione della riproduzione per partenogenesi, anche rischiando l’uscita di scena. Ma da sola la ‘gioventù’ non basta, anche se aiuta molto, poiché la cognizione di causa, qualsiasi significato vogliamo dare a questa espressione, è necessaria; la tragedia dei social è lì a dimostrarlo. Ciò impone alla classe dirigente marchigiana uno sforzo epocale di investimento sulla formazione, a tutti i livelli, a tutti gli ordini e gradi, in tutti i territori, nel campo scientifico come in quello umanistico, e sulla migliore formazione dei giovani, cui va passato il testimone. Temo che le classi dirigenti di questa regione si siano più occupate dall’autoriproduzione, piuttosto che a questa sfida generosa, e il contesto nazionale va in direzione affatto avversa. Leonardo Animali
June 4, 2026
Pressenza
A Macerata una carabiniera insegna la “legalità” ai bambini dai tre ai cinque anni
Nell’Arma dei Carabinieri le donne non arrivano a superare la percentuale dell’8%, ma quando si tratta di fare “pubbliche relazioni”, di presentare l’Arma come la divisa che salva e/o protegge dai cattivi, allora la donna è ben presente, al di là delle statistiche, soprattutto se il target di riferimento sono i bambini e le bambine dai tre ai cinque anni. Ormai siamo tristemente abituati a vedere carabinieri o poliziotti fin dentro le scuole secondarie di primo grado con i loro cani antidroga sempre pronti a scovare lo spinello nascosto, ma vederlo all’interno delle scuole dell’infanzia proprio no! È quanto accaduto nella Scuola dell’Infanzia “Via Cardarelli”, dell’Istituto Comprensivo “E. Mestica” di Macerata proprio in questi giorni, dove un’appuntata scelta, accompagnata da tre colleghi, ha presentato a bambini dai 3 ai 5 anni le gesta eroiche di due pastori tedeschi dai nomi molto americani: Bob e Kevin (clicca qui per la notizia). Genuflesso alla retorica militarista, il giornale locale CentroPagina così presentava l’iniziativa con uno stile espositivo roboante che ricorda quella dei cinegiornali del ventennio: «L’iniziativa, pensata per avvicinare i più piccoli alle istituzioni e promuovere fin dall’infanzia la cultura della sicurezza, ha suscitato grande interesse e partecipazione tra i bambini. Sotto la guida dei loro conduttori, il cane Kevin ha mostrato le proprie abilità operative, simulando un’attività di ricerca che ha attirato l’attenzione e l’ammirazione dei presenti, ricevendo applausi spontanei da parte dei bambini»…i bambini, quindi, avrebbero applaudito spontaneamente a questa vittoria della legalità! La critica però non è né verso i carabinieri né tantomeno verso il cane, che fa il proprio lavoro in cambio della ricompensa, ma verso la progettazione pedagogica di quella scuola, completamente inconsapevole del danno che sta arrecando alle giovani generazioni, addirittura a partire dall’età dell’infanzia, quando dovrebbero essere acquisiti i principi fondamentali della comunicazione nonviolenta, del rispetto del prossimo attraverso la canalizzazione di forme di interrelazione troppo esuberanti o inconsapevolmente prevaricatrici. Non si inculca ad un/a bambino/a di tre anni l’adorazione verso la divisa per di più attraverso la forma del gioco e sfruttando così l’innata predisposizione dei cuccioli di uomo verso gli amici a quattro zampe che giocano come loro in cambio della ricompensa. Se si scambia la formazione e l’educazione con l‘addestramento, si ottiene semmai un appiattimento verso una concezione della legalità che passa attraverso altri due concetti altrettanto deleteri per una sana crescita dell’individuo, se veicolati a questa età, ovvero quelli di deterrenza e repressione. Ma poi ci chiediamo se la rappresentazione giocosa di un’operazione simulata antidroga rivolta a dei bambini dai 3 ai 5 anni sia stata preceduta da un’altrettanto giocosa ed attenta spiegazione di cosa sia una “droga“, di quali siano le droghe a meno che non si assuma che siano tutte uguali e/o ugualmente dannose; o ancora, perché si assume una droga, qual è il giro d’affari e quali le implicazioni geo-strategiche e politiche all’origine del traffico, ma anche del consumo, ecc. ecc. Sospettiamo che nulla di tutto ciò sia stato fatto, non perché sia impossibile, pur trattandosi di bimbi piccoli, ma semplicemente perché, dalle nostre testimonianze di questi ultimi anni non è mai stato fatto. Si preferisce, infatti, la comoda e moderna rappresentazione di un Rin Tin Tin con le stellette che attraverso il gioco veicola inquadramento militaresco fin dalla più tenera età: la scuola, insomma, va alla guerra, come ci suggerisce il titolo del noto libro di Antonio Mazzeo. Suggeriamo quindi a chi lavora nella scuola di leggere questo testo, acquisendo così (forse) un minimo di consapevolezza intorno al periodo storico che stiamo vivendo! Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Fano, 6 giugno: laboratorio politico “La guerra che trasforma”
LABORATORIO POLITICO A CURA DI GLOMEDIA.ORG 6 GIUGNO, ORE 10, SPAZIO AUTOGESTITO GRIZZLY – FANO Programma: 10.00 – Accoglienza 11.00 – Inizio lavori 13.00 – Pausa pranzo 14.30 – Ripresa lavori LA GUERRA CHE TRASFORMA Per una prospettiva politica autonoma, dentro e contro il regime di guerra La guerra non è e non è mai stata solo un fatto militare, sia essa “tradizionale”, ibrida o cibernetica, sia essa asimmetrica o boots on the ground. La guerra è un dispositivo molto più complesso rispetto alla sua “semplice” dimensione bellica, che investe profondamente l’agire sociale e le sue relazioni, così come le forme di vita. La guerra, o meglio, il “regime di guerra” nel quale a livello globale siamo pienamente immersi, è un apparato totalizzante, un meccanismo totale innescato dalle singole vicende militari, che sta ridefinendo complessivamente la forma del vivere sociale. Una ridefinizione radicale che sta travolgendo, con intensità diverse ed effetti differenti a seconda delle latitudini, il mondo per come lo conoscevamo fino a pochi anni fa. La guerra non è un Moloch, è prima di tutto un articolato di rapporti di forza, rapporti di produzione e relazioni sociali, che segue linee di sviluppo imposte dal capitale, dove la posta in palio non è primariamente la distruzione del nemico, ma la produzione, singolare e collettiva, di soggettività disposte ad obbedire passivamente e ad accettare “naturalmente” la sua inevitabilità. Dove l’obiettivo è la trasformazione di ogni rapporto, politico, economico e culturale che il dispositivo della guerra impone, ottemperando alle strategie di riassetto globale dettate dal capitale. La guerra che cambia, trasforma in profondità e, contestualmente, consente di contrarre al massimo livello il tempo dei cambiamenti. Nel volgere di una finestra temporale estremamente ridotta l’intero impianto istituzionale internazionale è stato travolto, violato dall’interno, segnato irrimediabilmente da una frattura esercitata dall’alto, nel tentativo di riaffermare il dominio occidentale sui processi di accumulazione capitalistica. La crisi climatica è stata cancellata dalle agende, l’establishment fossile è tornato ad affermare la sua centralità, sussumendo nelle sue logiche estrattiviste e predatorie su larga scala anche le potenzialità della cosiddetta transizione energetica, che in via complementare e sussidiaria alimentano la stessa macchina bellica energivora. La “democrazia liberale” così come l’abbiamo conosciuta è stata intaccata nei suoi assi portanti, in primis quello dell’intermediazione del diritto, soppiantata, in forma diretta e rivendicata, dall’uso della forza militare e della potenza economica, esercitate stracciando il dogma ideologico del libero mercato. Ridurre il processo innescato dalla guerra diffusa e costituente che ci sta risucchiando alla problematica di una “svolta autoritaria” indotta dai governi di destra, significa ignorare la vastità dei cambiamenti in atto e l’evidente corresponsabilità, scelta o subita poco importa, che in essi svolgono i governi, a prescindere dalla matrice politica della loro compagine. Guerra e capitale, nel loro binomio inscindibile e nella loro relazione di continua reciprocità: un rapporto non sempre lineare e unilaterale, ma ciononostante “sistemico”, all’interno del quale la guerra, in un contesto complesso caratterizzato dalla scarsità di risorse disponibili e dalla parabola discendente del dominio occidentale, rappresenta la soluzione più immediata per rompere e ricomporre nuovi equilibri, quindi nuovi margini di profitto, cioè di potere, economico e politico insieme. Da questo punto di vista il ruolo delle big tech nel modello attuale di guerra diffusa è esemplare: la loro capacità infrastrutturale è irrinunciabile e spazia senza soluzione di continuità dalla guerra all’economia, dalla propaganda al controllo sociale. Al di là di possibili scenari futuribili, quello che è il paradigma della nostra contemporaneità, qui ed ora, è il tentativo antropologico, prima che sociale, dell’imposizione della forma della guerra come modalità di costruzione del nostro mondo, delle nostre vite e dei nostri pensieri. Un’imposizione violenta, diretta e brutale, ma al contempo sfumata e silenziosa nella ricerca consensuale della sua accettazione. “Siamo in guerra”, ci dicono, fatevene una ragione e adeguatevi. Allo stesso tempo ce ne persuadono e ci invitano ad arruolarci e ad arruolare. Proprio in questo scenario di condizionamento profondo, sorge l’urgenza di rivendicare un posizionamento politico e culturale autonomo rispetto allo scenario bellico attuale. È necessario sottrarsi attivamente alla trappola della narrazione dominante che risolve la complessità dei processi in atto riducendola a una rappresentazione di opposizioni binarie che, mistificando il terreno reale di contesa della conflittualità, prova a riassorbire anch’essa dentro a un quadro di compatibilità all’arruolamento. Dicotomie che forzando una semplificazione interessata, definiscono solo in superficie parti in causa e attori coinvolti, dicotomie che se mai abbiano avuto una funzione interpretativa, oggi appaiono del tutto inservibili e puramente strumentali a soffocare ogni pensiero critico, a restringere ogni agibilità al dissenso. Affermare una postura autonoma non vuol dire rifugiarsi in una neutralità astratta, ma al contrario significa dotarsi di una presa di parola chiara e netta, che sia riconoscibile nella sua radicale incompatibilità, che sfidi l’indicibile e sia capace di misurarsi con la cruda materialità dei conflitti globali in corso e delle conseguenze da questi indotte. L’individuazione delle traiettorie asimmetriche nella ridefinizione del potere globale; il rifiuto di un’equidistanza acritica che equipara l’opzione imperiale in declino alle polarità consolidate di nuova dominanza mondiale e alle potenze emergenti; l’assunzione di una prospettiva conflittuale, dal fronte interno al campo occidentale; la distinzione inequivocabile tra aggressione israelo-statunitense e difesa legittima nei paesi aggrediti come l’Iran; il riconoscimento dell’esperienza dei movimenti di resistenza e liberazione post-coloniale in Asia occidentale. Questi nodi centrali non possono più essere elusi o semplificati, ma devono costituire la base da cui tracciare un discorso politico autonomo sulla guerra e nella guerra. Solo attraverso questa intellegibilità politica è possibile aprire spazi di possibilità e di reale alternativa che la logica dell’obbedienza bellica vorrebbe precluderci. All’inizio ricordavamo come nella ridefinizione operata dal regime di guerra, il suo impatto presente sia molto diversificato a seconda delle latitudini, una frase forse banale e scontata. Evidentemente non viviamo sulla nostra pelle morte e distruzione, bombardamenti, pulizia etnica e genocidi. Se questo è senza dubbio vero, sappiamo bene come tutta la macchina bellica parta esattamente dai nostri territori. Una macchina integrata nella sua dimensione economica e politica, che agisce sul piano della propaganda di guerra, che opera nella produzione di sistemi d’arma e tecnologie d’intelligence, che segue catene logistiche di forniture e approvvigionamenti. Dentro la dimensione globale ed infrastrutturale delle guerre, è impossibile non comprendere la natura logistica e “organica” di un complesso militare industriale diffuso, proprio perché specializzato e diversificato al suo interno. Questo processo che in prima battuta può risultare astratto e distante da noi, lo possiamo osservare in atto e in costante e continua esecuzione nelle città che abitiamo. La guerra cambia anche le nostre città. La guerra trasforma i nostri territori. La guerra rompe e stravolge le relazioni economiche ed i legami sociali dei luoghi in cui viviamo. La guerra “arruola” le nostre vite, seppur senza farci indossare le divise: arruola il nostro lavoro, le risorse che produciamo, l’economia dei nostri territori, l’informazione e la cultura che ci circondano. I luoghi del sapere e della formazione, le università come le scuole, dai gradi inferiori a quelli superiori, sono attraversati senza distinzione da una propaganda di guerra sempre più spinta. Gli snodi ferroviari, come quelli portuali e aereo-portuali sono sempre più parte integrante del sistema logistico nella macchina bellica. A fronte di un’industria convenzionale sempre più abbandonata a sé stessa ed in perenne crisi, orfana di piani credibili d’investimento, la produzione civile di interi distretti viene riconvertita in produzione bellica. Quelle aree di sacrificio che hanno pagato il prezzo del dogma della crescita comandato dagli apparati nazionali dell’oil&gas, della chimica come del siderurgico, sono riadattate in aree di servitù multinazionali ad esclusione strutturale, con logiche ancora più brutali e restie ad ogni mediazione politica, aggravando la nocività del disastro ambientale sofferto dai nostri territori. Le basi militari NATO o ad uso esclusivo statunitense, dal Nord al Sud fino alle Isole, funzionano a pieno ritmo nel sostenere la macchina bellica, trasformando quei territori in veri e propri hub militari a sovranità limitata e condizionata agli interessi della guerra. A fronte di tutto ciò – e gli esempi potrebbero essere tanti altri – quello che sempre più di frequente si sta verificando negli ultimi mesi è la messa in campo, da parte dei movimenti sociali radicati in quei territori, di strumenti di lotta per opporsi all’«arruolamento», per rifiutare la propaganda di guerra e insieme rallentare e inceppare, attraverso blocchi, scioperi e azioni dirette, la filiera di trasporto e approvvigionamento di forniture di armi e componentistica militare. Se la guerra parte dalle nostre latitudini, allora è qui che noi dobbiamo provare a sabotarla e a combatterla. Se la guerra sta cambiando i nostri territori, allo stesso modo le lotte, producendo un accumulo capace di sedimentare un’opposizione sociale reale, possono cambiare di segno alle trasformazioni di quegli stessi territori, rendendoli ostili ed insubordinati alla logica di obbedienza e sudditanza alle guerre imposte e ai genocidi, facendone luoghi di rinnovata resistenza e di liberazione. Glomeda.org Fonte: https://www.glomeda.org/index.php/2026/05/14/la-guerra-che-trasforma/ -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La propaganda militare prende quota con la Rete dei Musei Aeronautici
Nel 2015 in Italia, su iniziativa dell’Aeronautica Militare, è nata la Rete dei Musei Aeronautici che, con il sostegno di attori pubblici e privati, ha l’obiettivo dichiarato di promuovere la storia e la cultura tecnica dell’aviazione italiana. Notiamo che le otto realtà museali inserite in questa rete espongono un patrimonio a forte connotazione militare. La loro narrazione associa il fascino della tecnica del volo alle imprese di guerra, ma non viene neppure accennata l’annosa questione della libertà scientifica piegata dalla guerra a scopi distruttivi e di morte e, dunque, il ripudio della guerra stessa. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università vediamo nella Rete dei Musei Aeronautici uno strumento della cultura nazionalista e di normalizzazione della guerra. Ci chiediamo, inoltre, in quale misura questa venga finanziata dalle casse dello Stato e in quale dall’iniziativa privata. E da entrambe le parti, pubblico e privato, perché foraggiare la celebrazione della guerra quando, invece, in ogni angolo del mondo le persone chiedono in tutti i modi possibili di fermarla? Il MUSAM (Museo Storico dell’Aeronautica Militare) di Vigna di Valle, costruito all’interno del Parco Naturale Bracciano-Martignano, è stato completamente ristrutturato e ampliato in occasione del centenario dell’Aeronautica Militare (2023). Non possiamo provare a quanto ammonti la spesa sostenuta, ma possiamo immaginare si tratti di una quota molto alta. Il Museo Francesco Baracca di Lugo, a Ravenna, compie cento anni nel mese di giugno di quest’anno e attualmente è in fase di restauro: 300 mila euro drenate dalle casse comunali. Evidentemente il museo è considerato un patrimonio storico irrinunciabile per Lugo; infatti Baracca è nato in quella città. L’immobile che oggi ospita il museo apparteneva alla sua famiglia ed è stato ceduto al Comune con l’impegno di ricordare il pilota che firmava la carlinga dei suoi velivoli con un cavallino rampante nero, insegna del 4° Stormo dal 1933, e di alcuni caccia Eurofighter; simbolo che Enzo Ferrari ha scelto per la sua casa automobilistica. La famosa Ferrari, appunto.  Di recente sul canale YouTube dell’Aeronautica Militare si è festeggiato questo lungo connubio con la Ferrari sotto l’insegna di Francesco Baracca e il Tricolore. Il Museo “Gianni Caproni” a Trento è intitolato all’omonimo ingegnere che con il fratello Federico progettava e produceva aeroplani per la prima guerra mondiale. Nel periodo del fascismo e dell’espansione militare la loro azienda si è ingrandita aprendo numerosi nuovi stabilimenti in Italia e all’estero. Il Museo Storico dei Motori e dei Meccanismi dell’UniPa ha con l’Aeronautica Militare un solido rapporto di collaborazione. Così sarebbe possibile proseguire per tutti gli altri musei della Rete. La loro storia è strettamente legata al mondo militare del nostro Paese, e la promozione che di essi si sta facendo come centri culturali, in questi ultimi anni, ricalca i termini della vecchia propaganda: Patria, sacrificio, gloria con l’intenzione di riaffermarli. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università crediamo che questa offerta sovrabbondante in Italia nasconda delle insidie, soprattutto perché questi musei sono aperti a visite scolastiche guidate, spesso anche per le scuole dell’infanzia. La narrazione suggestiva e promozionale dell’Aeronautica Militare non si concilia con l’impegno per la coesistenza pacifica internazionale che dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni. Ma c’è dell’altro. Il sistema Difesa se, da un lato, sta rafforzando la propria prestazione militare, dall’altro ha iniziato a organizzarsi come brand commerciale, una veste che gli permette di entrare con la massima facilità nei contesti ricreativi popolati dalla società civile. È prova di questo il parco aeronautico Volandia di Somma Lombardo (Varese) che, con oltre 100 velivoli civili e militari di varie nazioni a fare da sfondo, mette a disposizione una vasta area giochi esterna per bambini, disponibile anche per feste di compleanno e pic nic. Altro esempio è il Parco dell’Aviazione di Rimini, 75.000 mq di superficie, che non rientra ancora nella Rete degli otto Musei Aeronautici, ma che, immerso nel verde delle colline che furono teatro di importanti azioni belliche della Seconda guerra mondiale, oggi espone decine di velivoli militari e in un grande caveau sotterraneo centinaia di decorazioni e onorificenze, molte delle quali conferite a Gabriele d’Annunzio, Aldo Finzi, Benito Mussolini, Italo Balbo. Nel 2019 il Comune di Rimini ha approvato nel suo piano RUE/PSC la costruzione di bungalows, un centro benessere e una sala convegni all’interno del Parco dell’Aviazione per aumentarne la fruibilità a residenti e turisti. Questo museo di guerra sarà così integrato a pieno titolo nei servizi per il turismo enogastronomico, l’escursionismo, le città d’arte e l’outlet di marchi di lusso che dista da lì solo 5 Km. Interessante la nota mistica sul museo storico aeronautico di Loreto. Come il Parco di Rimini anch’esso non fa parte della Rete ma è un centro di potere e di influenza militare sul territorio. Papa Benedetto XV (1914-1922) dichiarò la Madonna patrona degli aeronauti per quel volo prodigioso che avrebbe fatto su ali angeliche la casetta della Beata Vergine sui continenti, da Nazareth nella città di Loreto. Nel 2008 il museo ha omaggiato la patrona della città, la Madonna di Loreto, con un velivolo Aermacchi MB-339 PAN.  IL SISTEMA DIFESA VUOLE AVVICINARE A SÉ IL PUBBLICO E NON LASCIA NULLA AL CASO. FA LEVA SUL MADE IN ITALY E SUL FURORE DEI NOSTALGICI, ASSEGNA CREDITI FORMATIVI A CHI SEGUE LE SUE CONFERENZE, GONFIA PALLONCINI COLORATI PER LE FESTE DI COMPLEANNO DEI BAMBINI, CONVERTE LE SUE COMPETENZE DAL MILITARE AL TURISTICO IN UNO SCHIOCCO DI DITA. PECCATO CHE CONTINUI ANCHE A FARE LA GUERRA! Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Dalle Marche un “equipaggio di terra” scende in piazza a Senigallia
La popolazione di Gaza è sotto il fuoco genocida dello stato israeliano. La pulizia etnica agita dall’IDF si è estesa alla Cisgiordania e al Libano. La guerra che il sionismo ha mosso all’Iran sta incendiando il Medioriente. La questione palestinese, la sua resistenza, resta il baricentro di questo scenario della guerra globale a pezzi. Per infrangere l’ordine della guerra e portare aiuti umanitari, la Global Sumud Flotilla sta navigando verso la Striscia con un duplice obiettivo: aprire un corridoio sicuro per i rifornimenti e ridestare l’attenzione della comunità internazionale sulla crisi palestinese. In queste ore la flottiglia si trova in Grecia. Nei prossimi giorni, dopo lo scalo in Turchia, punterà verso le acque antistanti Gaza. A bordo ci sono anche tre attivisti marchigiani: Vittorio e Maurizio di Senigallia, Marco di Ancona. La missione comporta rischi concreti. In passato, l’esercito israeliano ha già fermato iniziative analoghe in acque internazionali, sequestrando imbarcazioni e arrestando gli attivisti. Anche per questo, un “equipaggio di terra” si mobilita nelle Marche. L’appuntamento è per sabato 9 maggio alle ore 17.00 in piazza a Senigallia, dove si terrà una manifestazione di sostegno alla Flotilla e al popolo palestinese. Come Spazio Comune Autogestito Arvultura scenderemo in piazza ed invitiamo la cittadinanza a partecipare a questa presa collettiva di parola. La solidarietà è un’arma. Usiamola! Redazione Italia
May 8, 2026
Pressenza