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Nelle Marche prosegue la lotta dei lavoratori Electrolux
Il 3 giugno i lavoratori dell’Electrolux di Cerreto D’Esi nelle Marche sono di nuovo scesi in strada dopo aver dichiarato 2 ore di sciopero improvvisato. Dopo il primo incontro che si svolto il 25 maggio, la crisi Electrolux tornerà sul tavolo del MIMIT il prossimo 15 giugno. A partire dal Ministro Adolfo Urso, tutte le istituzioni compatte hanno chiesto all’azienda il ritiro del piano industriale, che prevede 1700 esuberi in tutta Italia e la chiusura dello stabilimento di Cerreto D’Esi. Ma nel mentre, unilateralmente, Electrolux ha iniziato a spostare le produzioni di Cerreto D’Esi in Polonia. Proseguiamo il nostro approfondimento sulla vicenda, con una lente che guarda all’intera regione Marche. Ne abbiamo parlato con Marco Giovagnoli, docente di Sociologia dell’innovazione sociale per le aree fragili e Responsabile del Corso di laurea in Scienze giuridiche per il governo dei territori, Scuola di Giurisprudenza, Università di Camerino. La vicenda Electrolux arriva a quasi vent’anni dalla prima grande crisi aziendale dell’ARDO del 2008. In mezzo a questa forbice temporale che Marche ci sono? Dal 2008 il mondo è cambiato, e la velocità del cambiamento in questa seconda modernizzazione è esponenziale, coi suoi pro e i suoi contro. Le Marche ci sono semplicemente in mezzo. I segnali della crisi del ‘modello Marche’ erano ben presenti anche prima del 2008. Un modello che ha portato benessere diffuso, ma non ha preso in carico i costi sociali ed ambientali che erano chiari a chi solo avesse voluto vederli. Vanno aggiunti anche i costi territoriali, perché il dualismo dello sviluppo italiano, la polpa e l’osso secondo la splendida e attuale metafora di Rossi Doria, qui si è visto con particolare ferocia, nel progressivo abbandono di tutto ciò che non fosse costa o interstizio vallivo. In questo, certo, qualche responsabilità locale sembra evidente, perché pur travolti da eventi globali, o si attuano misure di mitigazione, o almeno si avvia una riflessione di scenario. Ma qui si guarda ancora agli zero virgola della controtendenza marchigiana sulla produzione manifatturiera, al ribasso, proprio nei settori dei gloriosi decenni passati, moda e mobile in primis, e le richieste sembrano sempre di aggiustamento, mai di prospettiva. Tirano turismo e ristorazione, il ‘nuovo modello Marche’, e non saprei dire se ci si può tranquillizzare. Nelle Marche solo il 6,3% delle richieste occupazionali delle imprese territoriali è rivolto a laureati. Il limite sta nella presenza di quattro università autonome in Regione, o nell’offerta occupazionale? Sento sempre più neolaureati, spesso in area STEM, che prendono la via dell’emigrazione verso il Nord o verso l’estero; e sento anche molti diplomandi che prevedono un futuro sia formativo che lavorativo fuori regione, con prospettive incertissime di ritorno. Il territorio non ha bisogno di laureati, o ne ha poco. Non è semplice dire se sia più responsabilità delle classi dirigenti politico-amministrative, del ceto imprenditoriale, delle conformazioni urbane, o della tanto declamata ‘medietà’ marchigiana. I giovani vengono pagati poco, qui come altrove, e dove scegliere di subire questa costrizione forse dipende dalla presenza di una struttura delle opportunità, e di qualità diffusa della vita, percepita come maggiore da altre parti. Si va dove si pensa ve ne siano di più, ecco perché l’estero è sempre appetibile, oltre al fatto che il lavoro qualificato è più remunerato. In passato la formazione professionale non ha sempre brillato per lungimiranza e forse in molti casi ha beneficiato soprattutto chi la erogava, piuttosto che i formandi. Forse un dibattito all’interno del mondo imprenditoriale dovrebbe nascere, sul messaggio circa i profili professionali e retributivi richiesti, che è stato veicolato all’esterno, salvo luminose eccezioni. Altro tema è il dibattito sulle Università. Premetto che ho molto rispetto delle idee e delle proposte che nascono in maniera ragionata dall’interno della comunità accademica, indipendentemente dalla loro condivisibilità, come ho specularmente il massimo disprezzo per chi le utilizza, dal di fuori, in maniera strumentale per scopi che nulla hanno a che fare con l’efficacia del sistema formativo, e con argomentazioni a dir poco disinformate e ridicole. Il livello delle nostre quattro Università (Ancona, Camerino, Macerata, Urbino, ndr) mi sembra più che buono, e non guardo ai ricorrenti ranking mondiali coi quali le si colloca in purgatorio, e soprattutto svolgono un ottimo lavoro di presidio dei territori. Ragione per la quale sono un forte sostenitore dell’Università diffusa, vicina alle comunità e ai loro bisogni; non ultimo quello di non dissanguare le famiglie che non possono permettersi i costi dei figli fuorisede. La retorica dei ‘poli di eccellenza’ credo nasconda soprattutto un progetto di smantellamento della formazione pubblica come esito del dettato costituzionale, che passa dalla drastica riduzione delle risorse economiche e dall’ingessatura burocratico-valutativa. La qualità dell’alta formazione pubblica non è comparabile con quella delle ‘università’ telematiche, che sono società private a scopo di lucro. Dovremmo riflettere sul significato della penetrazione dei privati nella nostra regione, quella che non cerca laureati, piuttosto che cercare di ridimensionare l’offerta universitaria pubblica. In quali settori dovrebbero investire le imprese marchigiane, molte delle quali condotte dalla ‘seconda generazione’? Più che indicare settori, mi vengono in mente indicazioni metodologiche: la prima è investire sulla transizione ecologica, quella ‘vera’ che non sia greenwashing, e dunque innovazioni di processo e di prodotto che abbiano al centro la drastica riduzione dell’impatto ambientale sia nel come si produce che nel cosa, e ciò vale dal primario al terziario avanzato. La seconda è riflettere sulla esiguità delle retribuzioni, in qualunque settore: il lavoro deve essere giustamente remunerato, per essere attrattivo, e nel passato l’ossessione per il mantenimento degli alti margini di profitto si è a volte tramutata in politica economica dello sfruttamento. Ad esempio il capofila dell’inversione di tendenza potrebbe essere il settore pubblico, quando in un appalto imponga come premiante una clausola sociale di equo compenso delle prestazioni lavorative, piuttosto che il massimo ribasso. Altra proposta è rivedere il ruolo che il settore rurale può avere in una regione dove esiste anche una urgenza di produzione di servizi ecosistemici di alto livello, sostenendo nella misura massima possibile i ‘nuovi agricoltori’ polifunzionali, che fanno coltura e cultura assieme. Riguardo il passaggio generazionale, c’è un paradosso per cui oggi viviamo il dramma di aziende acquisite dalle multinazionali, che per queste rappresentano un investimento equivalente ad altri, passibile di essere dismesso quando il margine di profitto generato si assottiglia, o quando lo si trova più alto altrove. Piangiamo la fine di una impresa familiare, a forte radicamento territoriale, dunque spazialmente situata e con un legame simbiotico col territorio, come nel caso-scuola del fabrianese. Ma quel mondo familiare è anche quello che ha svolto spesso un ruolo di padre-padrone del territorio, anche con costi socio-ambientali, con figure apicali e autoreferenziate che, al manifestarsi di una sorta di ‘complesso dei Buddenbrook’, hanno via via sbiadito la familiarità in familismo, per poi consegnare i gioielli di famiglia alla finanza; che fa il suo mestiere, spesso di macelleria sociale. Forse la domanda da porsi è che cosa sarebbe potuto esserci tra i padri-padroni e l’absentee ownerwship. La politica marchigiana reagisce a queste situazioni, ha capito cosa è successo in questi vent’anni? Credo ci sia una certa stanchezza progettuale; l’ossessione per la costruzione compulsiva ed infinita di nuove strade, la coazione a ripetere schemi di sviluppo otto-novecenteschi, è forse una delle metafore migliori di questo vuoto culturale: road to nowhere, per citare la musica di livello. Si insiste molto sul cambio generazionale, e sono assolutamente d’accordo nella necessità che i ‘soggetti forti’ per incistamento di potere e anche per anzianità, si mettano a lato senza la tentazione della riproduzione per partenogenesi, anche rischiando l’uscita di scena. Ma da sola la ‘gioventù’ non basta, anche se aiuta molto, poiché la cognizione di causa, qualsiasi significato vogliamo dare a questa espressione, è necessaria; la tragedia dei social è lì a dimostrarlo. Ciò impone alla classe dirigente marchigiana uno sforzo epocale di investimento sulla formazione, a tutti i livelli, a tutti gli ordini e gradi, in tutti i territori, nel campo scientifico come in quello umanistico, e sulla migliore formazione dei giovani, cui va passato il testimone. Temo che le classi dirigenti di questa regione si siano più occupate dall’autoriproduzione, piuttosto che a questa sfida generosa, e il contesto nazionale va in direzione affatto avversa. Leonardo Animali
June 4, 2026
Pressenza
A Macerata una carabiniera insegna la “legalità” ai bambini dai tre ai cinque anni
Nell’Arma dei Carabinieri le donne non arrivano a superare la percentuale dell’8%, ma quando si tratta di fare “pubbliche relazioni”, di presentare l’Arma come la divisa che salva e/o protegge dai cattivi, allora la donna è ben presente, al di là delle statistiche, soprattutto se il target di riferimento sono i bambini e le bambine dai tre ai cinque anni. Ormai siamo tristemente abituati a vedere carabinieri o poliziotti fin dentro le scuole secondarie di primo grado con i loro cani antidroga sempre pronti a scovare lo spinello nascosto, ma vederlo all’interno delle scuole dell’infanzia proprio no! È quanto accaduto nella Scuola dell’Infanzia “Via Cardarelli”, dell’Istituto Comprensivo “E. Mestica” di Macerata proprio in questi giorni, dove un’appuntata scelta, accompagnata da tre colleghi, ha presentato a bambini dai 3 ai 5 anni le gesta eroiche di due pastori tedeschi dai nomi molto americani: Bob e Kevin (clicca qui per la notizia). Genuflesso alla retorica militarista, il giornale locale CentroPagina così presentava l’iniziativa con uno stile espositivo roboante che ricorda quella dei cinegiornali del ventennio: «L’iniziativa, pensata per avvicinare i più piccoli alle istituzioni e promuovere fin dall’infanzia la cultura della sicurezza, ha suscitato grande interesse e partecipazione tra i bambini. Sotto la guida dei loro conduttori, il cane Kevin ha mostrato le proprie abilità operative, simulando un’attività di ricerca che ha attirato l’attenzione e l’ammirazione dei presenti, ricevendo applausi spontanei da parte dei bambini»…i bambini, quindi, avrebbero applaudito spontaneamente a questa vittoria della legalità! La critica però non è né verso i carabinieri né tantomeno verso il cane, che fa il proprio lavoro in cambio della ricompensa, ma verso la progettazione pedagogica di quella scuola, completamente inconsapevole del danno che sta arrecando alle giovani generazioni, addirittura a partire dall’età dell’infanzia, quando dovrebbero essere acquisiti i principi fondamentali della comunicazione nonviolenta, del rispetto del prossimo attraverso la canalizzazione di forme di interrelazione troppo esuberanti o inconsapevolmente prevaricatrici. Non si inculca ad un/a bambino/a di tre anni l’adorazione verso la divisa per di più attraverso la forma del gioco e sfruttando così l’innata predisposizione dei cuccioli di uomo verso gli amici a quattro zampe che giocano come loro in cambio della ricompensa. Se si scambia la formazione e l’educazione con l‘addestramento, si ottiene semmai un appiattimento verso una concezione della legalità che passa attraverso altri due concetti altrettanto deleteri per una sana crescita dell’individuo, se veicolati a questa età, ovvero quelli di deterrenza e repressione. Ma poi ci chiediamo se la rappresentazione giocosa di un’operazione simulata antidroga rivolta a dei bambini dai 3 ai 5 anni sia stata preceduta da un’altrettanto giocosa ed attenta spiegazione di cosa sia una “droga“, di quali siano le droghe a meno che non si assuma che siano tutte uguali e/o ugualmente dannose; o ancora, perché si assume una droga, qual è il giro d’affari e quali le implicazioni geo-strategiche e politiche all’origine del traffico, ma anche del consumo, ecc. ecc. Sospettiamo che nulla di tutto ciò sia stato fatto, non perché sia impossibile, pur trattandosi di bimbi piccoli, ma semplicemente perché, dalle nostre testimonianze di questi ultimi anni non è mai stato fatto. Si preferisce, infatti, la comoda e moderna rappresentazione di un Rin Tin Tin con le stellette che attraverso il gioco veicola inquadramento militaresco fin dalla più tenera età: la scuola, insomma, va alla guerra, come ci suggerisce il titolo del noto libro di Antonio Mazzeo. Suggeriamo quindi a chi lavora nella scuola di leggere questo testo, acquisendo così (forse) un minimo di consapevolezza intorno al periodo storico che stiamo vivendo! Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Fano, 6 giugno: laboratorio politico “La guerra che trasforma”
LABORATORIO POLITICO A CURA DI GLOMEDIA.ORG 6 GIUGNO, ORE 10, SPAZIO AUTOGESTITO GRIZZLY – FANO Programma: 10.00 – Accoglienza 11.00 – Inizio lavori 13.00 – Pausa pranzo 14.30 – Ripresa lavori LA GUERRA CHE TRASFORMA Per una prospettiva politica autonoma, dentro e contro il regime di guerra La guerra non è e non è mai stata solo un fatto militare, sia essa “tradizionale”, ibrida o cibernetica, sia essa asimmetrica o boots on the ground. La guerra è un dispositivo molto più complesso rispetto alla sua “semplice” dimensione bellica, che investe profondamente l’agire sociale e le sue relazioni, così come le forme di vita. La guerra, o meglio, il “regime di guerra” nel quale a livello globale siamo pienamente immersi, è un apparato totalizzante, un meccanismo totale innescato dalle singole vicende militari, che sta ridefinendo complessivamente la forma del vivere sociale. Una ridefinizione radicale che sta travolgendo, con intensità diverse ed effetti differenti a seconda delle latitudini, il mondo per come lo conoscevamo fino a pochi anni fa. La guerra non è un Moloch, è prima di tutto un articolato di rapporti di forza, rapporti di produzione e relazioni sociali, che segue linee di sviluppo imposte dal capitale, dove la posta in palio non è primariamente la distruzione del nemico, ma la produzione, singolare e collettiva, di soggettività disposte ad obbedire passivamente e ad accettare “naturalmente” la sua inevitabilità. Dove l’obiettivo è la trasformazione di ogni rapporto, politico, economico e culturale che il dispositivo della guerra impone, ottemperando alle strategie di riassetto globale dettate dal capitale. La guerra che cambia, trasforma in profondità e, contestualmente, consente di contrarre al massimo livello il tempo dei cambiamenti. Nel volgere di una finestra temporale estremamente ridotta l’intero impianto istituzionale internazionale è stato travolto, violato dall’interno, segnato irrimediabilmente da una frattura esercitata dall’alto, nel tentativo di riaffermare il dominio occidentale sui processi di accumulazione capitalistica. La crisi climatica è stata cancellata dalle agende, l’establishment fossile è tornato ad affermare la sua centralità, sussumendo nelle sue logiche estrattiviste e predatorie su larga scala anche le potenzialità della cosiddetta transizione energetica, che in via complementare e sussidiaria alimentano la stessa macchina bellica energivora. La “democrazia liberale” così come l’abbiamo conosciuta è stata intaccata nei suoi assi portanti, in primis quello dell’intermediazione del diritto, soppiantata, in forma diretta e rivendicata, dall’uso della forza militare e della potenza economica, esercitate stracciando il dogma ideologico del libero mercato. Ridurre il processo innescato dalla guerra diffusa e costituente che ci sta risucchiando alla problematica di una “svolta autoritaria” indotta dai governi di destra, significa ignorare la vastità dei cambiamenti in atto e l’evidente corresponsabilità, scelta o subita poco importa, che in essi svolgono i governi, a prescindere dalla matrice politica della loro compagine. Guerra e capitale, nel loro binomio inscindibile e nella loro relazione di continua reciprocità: un rapporto non sempre lineare e unilaterale, ma ciononostante “sistemico”, all’interno del quale la guerra, in un contesto complesso caratterizzato dalla scarsità di risorse disponibili e dalla parabola discendente del dominio occidentale, rappresenta la soluzione più immediata per rompere e ricomporre nuovi equilibri, quindi nuovi margini di profitto, cioè di potere, economico e politico insieme. Da questo punto di vista il ruolo delle big tech nel modello attuale di guerra diffusa è esemplare: la loro capacità infrastrutturale è irrinunciabile e spazia senza soluzione di continuità dalla guerra all’economia, dalla propaganda al controllo sociale. Al di là di possibili scenari futuribili, quello che è il paradigma della nostra contemporaneità, qui ed ora, è il tentativo antropologico, prima che sociale, dell’imposizione della forma della guerra come modalità di costruzione del nostro mondo, delle nostre vite e dei nostri pensieri. Un’imposizione violenta, diretta e brutale, ma al contempo sfumata e silenziosa nella ricerca consensuale della sua accettazione. “Siamo in guerra”, ci dicono, fatevene una ragione e adeguatevi. Allo stesso tempo ce ne persuadono e ci invitano ad arruolarci e ad arruolare. Proprio in questo scenario di condizionamento profondo, sorge l’urgenza di rivendicare un posizionamento politico e culturale autonomo rispetto allo scenario bellico attuale. È necessario sottrarsi attivamente alla trappola della narrazione dominante che risolve la complessità dei processi in atto riducendola a una rappresentazione di opposizioni binarie che, mistificando il terreno reale di contesa della conflittualità, prova a riassorbire anch’essa dentro a un quadro di compatibilità all’arruolamento. Dicotomie che forzando una semplificazione interessata, definiscono solo in superficie parti in causa e attori coinvolti, dicotomie che se mai abbiano avuto una funzione interpretativa, oggi appaiono del tutto inservibili e puramente strumentali a soffocare ogni pensiero critico, a restringere ogni agibilità al dissenso. Affermare una postura autonoma non vuol dire rifugiarsi in una neutralità astratta, ma al contrario significa dotarsi di una presa di parola chiara e netta, che sia riconoscibile nella sua radicale incompatibilità, che sfidi l’indicibile e sia capace di misurarsi con la cruda materialità dei conflitti globali in corso e delle conseguenze da questi indotte. L’individuazione delle traiettorie asimmetriche nella ridefinizione del potere globale; il rifiuto di un’equidistanza acritica che equipara l’opzione imperiale in declino alle polarità consolidate di nuova dominanza mondiale e alle potenze emergenti; l’assunzione di una prospettiva conflittuale, dal fronte interno al campo occidentale; la distinzione inequivocabile tra aggressione israelo-statunitense e difesa legittima nei paesi aggrediti come l’Iran; il riconoscimento dell’esperienza dei movimenti di resistenza e liberazione post-coloniale in Asia occidentale. Questi nodi centrali non possono più essere elusi o semplificati, ma devono costituire la base da cui tracciare un discorso politico autonomo sulla guerra e nella guerra. Solo attraverso questa intellegibilità politica è possibile aprire spazi di possibilità e di reale alternativa che la logica dell’obbedienza bellica vorrebbe precluderci. All’inizio ricordavamo come nella ridefinizione operata dal regime di guerra, il suo impatto presente sia molto diversificato a seconda delle latitudini, una frase forse banale e scontata. Evidentemente non viviamo sulla nostra pelle morte e distruzione, bombardamenti, pulizia etnica e genocidi. Se questo è senza dubbio vero, sappiamo bene come tutta la macchina bellica parta esattamente dai nostri territori. Una macchina integrata nella sua dimensione economica e politica, che agisce sul piano della propaganda di guerra, che opera nella produzione di sistemi d’arma e tecnologie d’intelligence, che segue catene logistiche di forniture e approvvigionamenti. Dentro la dimensione globale ed infrastrutturale delle guerre, è impossibile non comprendere la natura logistica e “organica” di un complesso militare industriale diffuso, proprio perché specializzato e diversificato al suo interno. Questo processo che in prima battuta può risultare astratto e distante da noi, lo possiamo osservare in atto e in costante e continua esecuzione nelle città che abitiamo. La guerra cambia anche le nostre città. La guerra trasforma i nostri territori. La guerra rompe e stravolge le relazioni economiche ed i legami sociali dei luoghi in cui viviamo. La guerra “arruola” le nostre vite, seppur senza farci indossare le divise: arruola il nostro lavoro, le risorse che produciamo, l’economia dei nostri territori, l’informazione e la cultura che ci circondano. I luoghi del sapere e della formazione, le università come le scuole, dai gradi inferiori a quelli superiori, sono attraversati senza distinzione da una propaganda di guerra sempre più spinta. Gli snodi ferroviari, come quelli portuali e aereo-portuali sono sempre più parte integrante del sistema logistico nella macchina bellica. A fronte di un’industria convenzionale sempre più abbandonata a sé stessa ed in perenne crisi, orfana di piani credibili d’investimento, la produzione civile di interi distretti viene riconvertita in produzione bellica. Quelle aree di sacrificio che hanno pagato il prezzo del dogma della crescita comandato dagli apparati nazionali dell’oil&gas, della chimica come del siderurgico, sono riadattate in aree di servitù multinazionali ad esclusione strutturale, con logiche ancora più brutali e restie ad ogni mediazione politica, aggravando la nocività del disastro ambientale sofferto dai nostri territori. Le basi militari NATO o ad uso esclusivo statunitense, dal Nord al Sud fino alle Isole, funzionano a pieno ritmo nel sostenere la macchina bellica, trasformando quei territori in veri e propri hub militari a sovranità limitata e condizionata agli interessi della guerra. A fronte di tutto ciò – e gli esempi potrebbero essere tanti altri – quello che sempre più di frequente si sta verificando negli ultimi mesi è la messa in campo, da parte dei movimenti sociali radicati in quei territori, di strumenti di lotta per opporsi all’«arruolamento», per rifiutare la propaganda di guerra e insieme rallentare e inceppare, attraverso blocchi, scioperi e azioni dirette, la filiera di trasporto e approvvigionamento di forniture di armi e componentistica militare. Se la guerra parte dalle nostre latitudini, allora è qui che noi dobbiamo provare a sabotarla e a combatterla. Se la guerra sta cambiando i nostri territori, allo stesso modo le lotte, producendo un accumulo capace di sedimentare un’opposizione sociale reale, possono cambiare di segno alle trasformazioni di quegli stessi territori, rendendoli ostili ed insubordinati alla logica di obbedienza e sudditanza alle guerre imposte e ai genocidi, facendone luoghi di rinnovata resistenza e di liberazione. Glomeda.org Fonte: https://www.glomeda.org/index.php/2026/05/14/la-guerra-che-trasforma/ -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La propaganda militare prende quota con la Rete dei Musei Aeronautici
Nel 2015 in Italia, su iniziativa dell’Aeronautica Militare, è nata la Rete dei Musei Aeronautici che, con il sostegno di attori pubblici e privati, ha l’obiettivo dichiarato di promuovere la storia e la cultura tecnica dell’aviazione italiana. Notiamo che le otto realtà museali inserite in questa rete espongono un patrimonio a forte connotazione militare. La loro narrazione associa il fascino della tecnica del volo alle imprese di guerra, ma non viene neppure accennata l’annosa questione della libertà scientifica piegata dalla guerra a scopi distruttivi e di morte e, dunque, il ripudio della guerra stessa. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università vediamo nella Rete dei Musei Aeronautici uno strumento della cultura nazionalista e di normalizzazione della guerra. Ci chiediamo, inoltre, in quale misura questa venga finanziata dalle casse dello Stato e in quale dall’iniziativa privata. E da entrambe le parti, pubblico e privato, perché foraggiare la celebrazione della guerra quando, invece, in ogni angolo del mondo le persone chiedono in tutti i modi possibili di fermarla? Il MUSAM (Museo Storico dell’Aeronautica Militare) di Vigna di Valle, costruito all’interno del Parco Naturale Bracciano-Martignano, è stato completamente ristrutturato e ampliato in occasione del centenario dell’Aeronautica Militare (2023). Non possiamo provare a quanto ammonti la spesa sostenuta, ma possiamo immaginare si tratti di una quota molto alta. Il Museo Francesco Baracca di Lugo, a Ravenna, compie cento anni nel mese di giugno di quest’anno e attualmente è in fase di restauro: 300 mila euro drenate dalle casse comunali. Evidentemente il museo è considerato un patrimonio storico irrinunciabile per Lugo; infatti Baracca è nato in quella città. L’immobile che oggi ospita il museo apparteneva alla sua famiglia ed è stato ceduto al Comune con l’impegno di ricordare il pilota che firmava la carlinga dei suoi velivoli con un cavallino rampante nero, insegna del 4° Stormo dal 1933, e di alcuni caccia Eurofighter; simbolo che Enzo Ferrari ha scelto per la sua casa automobilistica. La famosa Ferrari, appunto.  Di recente sul canale YouTube dell’Aeronautica Militare si è festeggiato questo lungo connubio con la Ferrari sotto l’insegna di Francesco Baracca e il Tricolore. Il Museo “Gianni Caproni” a Trento è intitolato all’omonimo ingegnere che con il fratello Federico progettava e produceva aeroplani per la prima guerra mondiale. Nel periodo del fascismo e dell’espansione militare la loro azienda si è ingrandita aprendo numerosi nuovi stabilimenti in Italia e all’estero. Il Museo Storico dei Motori e dei Meccanismi dell’UniPa ha con l’Aeronautica Militare un solido rapporto di collaborazione. Così sarebbe possibile proseguire per tutti gli altri musei della Rete. La loro storia è strettamente legata al mondo militare del nostro Paese, e la promozione che di essi si sta facendo come centri culturali, in questi ultimi anni, ricalca i termini della vecchia propaganda: Patria, sacrificio, gloria con l’intenzione di riaffermarli. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università crediamo che questa offerta sovrabbondante in Italia nasconda delle insidie, soprattutto perché questi musei sono aperti a visite scolastiche guidate, spesso anche per le scuole dell’infanzia. La narrazione suggestiva e promozionale dell’Aeronautica Militare non si concilia con l’impegno per la coesistenza pacifica internazionale che dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni. Ma c’è dell’altro. Il sistema Difesa se, da un lato, sta rafforzando la propria prestazione militare, dall’altro ha iniziato a organizzarsi come brand commerciale, una veste che gli permette di entrare con la massima facilità nei contesti ricreativi popolati dalla società civile. È prova di questo il parco aeronautico Volandia di Somma Lombardo (Varese) che, con oltre 100 velivoli civili e militari di varie nazioni a fare da sfondo, mette a disposizione una vasta area giochi esterna per bambini, disponibile anche per feste di compleanno e pic nic. Altro esempio è il Parco dell’Aviazione di Rimini, 75.000 mq di superficie, che non rientra ancora nella Rete degli otto Musei Aeronautici, ma che, immerso nel verde delle colline che furono teatro di importanti azioni belliche della Seconda guerra mondiale, oggi espone decine di velivoli militari e in un grande caveau sotterraneo centinaia di decorazioni e onorificenze, molte delle quali conferite a Gabriele d’Annunzio, Aldo Finzi, Benito Mussolini, Italo Balbo. Nel 2019 il Comune di Rimini ha approvato nel suo piano RUE/PSC la costruzione di bungalows, un centro benessere e una sala convegni all’interno del Parco dell’Aviazione per aumentarne la fruibilità a residenti e turisti. Questo museo di guerra sarà così integrato a pieno titolo nei servizi per il turismo enogastronomico, l’escursionismo, le città d’arte e l’outlet di marchi di lusso che dista da lì solo 5 Km. Interessante la nota mistica sul museo storico aeronautico di Loreto. Come il Parco di Rimini anch’esso non fa parte della Rete ma è un centro di potere e di influenza militare sul territorio. Papa Benedetto XV (1914-1922) dichiarò la Madonna patrona degli aeronauti per quel volo prodigioso che avrebbe fatto su ali angeliche la casetta della Beata Vergine sui continenti, da Nazareth nella città di Loreto. Nel 2008 il museo ha omaggiato la patrona della città, la Madonna di Loreto, con un velivolo Aermacchi MB-339 PAN.  IL SISTEMA DIFESA VUOLE AVVICINARE A SÉ IL PUBBLICO E NON LASCIA NULLA AL CASO. FA LEVA SUL MADE IN ITALY E SUL FURORE DEI NOSTALGICI, ASSEGNA CREDITI FORMATIVI A CHI SEGUE LE SUE CONFERENZE, GONFIA PALLONCINI COLORATI PER LE FESTE DI COMPLEANNO DEI BAMBINI, CONVERTE LE SUE COMPETENZE DAL MILITARE AL TURISTICO IN UNO SCHIOCCO DI DITA. PECCATO CHE CONTINUI ANCHE A FARE LA GUERRA! Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Dalle Marche un “equipaggio di terra” scende in piazza a Senigallia
La popolazione di Gaza è sotto il fuoco genocida dello stato israeliano. La pulizia etnica agita dall’IDF si è estesa alla Cisgiordania e al Libano. La guerra che il sionismo ha mosso all’Iran sta incendiando il Medioriente. La questione palestinese, la sua resistenza, resta il baricentro di questo scenario della guerra globale a pezzi. Per infrangere l’ordine della guerra e portare aiuti umanitari, la Global Sumud Flotilla sta navigando verso la Striscia con un duplice obiettivo: aprire un corridoio sicuro per i rifornimenti e ridestare l’attenzione della comunità internazionale sulla crisi palestinese. In queste ore la flottiglia si trova in Grecia. Nei prossimi giorni, dopo lo scalo in Turchia, punterà verso le acque antistanti Gaza. A bordo ci sono anche tre attivisti marchigiani: Vittorio e Maurizio di Senigallia, Marco di Ancona. La missione comporta rischi concreti. In passato, l’esercito israeliano ha già fermato iniziative analoghe in acque internazionali, sequestrando imbarcazioni e arrestando gli attivisti. Anche per questo, un “equipaggio di terra” si mobilita nelle Marche. L’appuntamento è per sabato 9 maggio alle ore 17.00 in piazza a Senigallia, dove si terrà una manifestazione di sostegno alla Flotilla e al popolo palestinese. Come Spazio Comune Autogestito Arvultura scenderemo in piazza ed invitiamo la cittadinanza a partecipare a questa presa collettiva di parola. La solidarietà è un’arma. Usiamola! Redazione Italia
May 8, 2026
Pressenza
Ancona: l’anniversario della nascita della Polizia ora si festeggia a scuola
«La mafia – ha detto, presso l’I.I.S. Savoia Benincasa di Ancona, il questore Cesare Capocasa, citando le parole del magistrato del pool antimafia di Palermo, Antonino Caponnetto – teme la scuola più della giustizia e toglie erba sotto i piedi alla cultura mafiosa, formando cittadini consapevoli». L’occasione, purtroppo una delle tante, è stato il 174esimo anniversario della nascita della Polizia di Stato svoltosi addirittura all’interno di un istituto superiore scolastico pubblico (leggi qui la notizia). Ciò che dimentica in maniera dolosa il questore Capocasa, non nuovo a queste performance in una regione che misteriosamente sembra al centro di una militarizzazione che statisticamente non ha eguali in altre regioni, è che Caponnetto non ha mai interpretato questo come un lascia-passare delle divise o dei militari all’interno delle scuole: ancora una volta si confonde prevenzione con deterrenza. Ampliando gli orizzonti culturali, non solo a beneficio del questore Capocasa, ma anche di chi vuole portare in classe e fuori di queste degli esempi pratici, degli “ausili” didattici, rispetto al ruolo della scuola in termini preventivi, potremmo citare ad esempio il film in quattro puntate di Vittorio De Seta, “Diario di un maestro” ispirato al libro del maestro Albino Bernardini che nel 1960 si trasferisce a Bagni di Tivoli, in provincia di Roma, e comincia a insegnare in una scuola elementare nella borgata romana di Pietralata. Il film è girato nell’attuale Istituto superiore Enzo Rossi sulla Tiburtina. Da quella esperienza nasce il romanzo-diario “Un anno a Pietralata”, dove narra delle sue vicissitudini alle prese con una classe a dir poco impegnativa. Il maestro D’Angelo interpretato egregiamente da Bruno Cirino (fratello del ben noto pilitico Pomicino) fa opera di prevenzione senza necessità di una divisa o di un’arma nella fondina, ma mettendosi alla prova sul campo, andando a casa per casa a cercare i propri alunni assenti dai banchi ma intenti, chi in un modo chi in un altro, ad operare nell’anticamera della devianza minorile che porta dritto dritto al carcere. Ci sono poi molti altri esempi edificanti anche sul versante della Chiesa impegnata nel sociale che possono essere portati in classe come il film “Alla luce del sole“, del 2005 di Roberto Faenza, con Luca Zingaretti nel ruolo di Don Pino Puglisi che nella Palermo del quartiere Brancaccio gomito a gomito con mafiosi o apprendisti mafiosi attraverso il calcio e appunto l’istruzione, proponeva un’alternativa certamente non ispirata ad una sorts di “religione della legalità” tanto astratta quanto palese sinonimo di semplice obbedienza all’autorità. Ritorni pure in strada a fare il proprio mestiere, potremmo suggerire al questore, sebbene i tassi di criminalità siano talmente in decrescita da oltre 30 anni da spingerlo, in mancanza d’altro, a fare propaganda legalitaria proprio nelle scuole: ciò che invece balza agli occhi, perché di converso è aumentato di quasi il 60% secondo i dati del Ministero dell’Interno, è il livello di repressione che travalica lo Stato di diritto ovvero le norme conseguenti all'”ex-DDL Sicurezza” e al “decreto Caivano”. Si tratta di un apparato repressivo, appunto alternativo al percorso giudiziario che ha aumentato la propria virulenza in termini direttamente proporzionali all’aumento del conflitto sociale legato alla crisi economica, alla disoccupazione giovanile, all’assenza di servizi di welfare sanitari e al nuovo fenomeno dei “working-poors” cioè lavoratori che pur non avendo un minuto di tempo libero hanno difficoltà a pagarsi di che vivere. Si può fare riferimento, in proposito, al commento a caldo, su questi recentissimi dati ufficiali, di Italo di Sabato, di Osservatorio Repressione (clicca qui) che sottolinea ancora una volta come il fattore deterrente sia diametralmente opposto da un approccio, appunto, preventivo. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università --------------------------------------------------------------------------------
La repressione poliziesca di Piantedosi colpisce anche nelle Marche: denunciati 8 manifestanti proPal
Dello Stato securitario, poliziesco e sempre più post democratico, che lascerà in eredità Piantedosi e l’intero governo, resteranno anche le otto denunce a carico dei manifestanti che, assieme ad altre centinaia di attivisti, si erano avvicendati lo scorso 28 novembre davanti ai cancelli della Civitanavi System Honeywell di Porto S. Elpidio. I capi di imputazione riguardano il codice penale, per l’uso di fumogeni (art. 703 “accensioni ed esplosioni pericolose”) e per violenza privata (art. 610). Il 28 novembre 2025 è stato anche il giorno dello sciopero generale indetto da USB. “Con nostra grande sorpresa – racconta una delle persone denunciate – in quanto la manifestazione si era svolta in maniera totalmente pacifica. Sono gli effetti della stagione dei nuovi decreti sicurezza, che attraverso l’intimidazione e la repressione di chi scende in piazza intendono sigillare gli spazi di dissenso e di aggregazione. Le ragioni politiche e sociali di chi protesta vengono derubricate a problemi di ordine pubblico o addirittura non hanno diritto di cittadinanza, tanto che il Sindaco di Porto S. Elpidio è arrivato a negarci una sala comunale per un dibattito pubblico. Non saranno queste misure autoritarie a fermare un movimento che in tutta Italia sta contestando il regime di guerra in cui siamo coinvolti e le complicità, a vari livelli, dei nostri territori”. Proprio in risposta di questo atto, gli attivisti giovedì 2 aprile si sono dati appuntamento per un nuovo presidio davanti ai cancelli di Civitanavi per denunciare la ricerca, la progettazione e la produzione di componenti ad uso militare e dire NO all’economia di guerra. E per continuare a interloquire con i lavoratori di Civitanavi e la RSU in essa presente sui temi della riconversione al civile e dell’obiezione alla produzione militare. Il Coordinamento Marche per la Palestina denuncia, oltre all’azienda di Porto S. Elpidio, l’attività di tutte le aziende presenti nel territorio marchigiano che contribuiscono all’economia di guerra e del genocidio. Civitanavi System è stata acquistata nel 2024 da Honeywell, gigante americano che produce armi nucleari, sistemi di puntamento, guida e rilevamento per missili e droni, i cui componenti sono stati ritrovati nelle macerie di una scuola di Gaza. Honeywell Civitanavi attualmente produce e commercializza unità di navigazione e puntamento inerziale utilizzabili in jet militari, carri armati e missili e non ha mai risposto alle richieste di chiarimento riguardo allo loro esportazione verso Israele o altri Paesi che violano i diritti umani e come ciò si concili con il codice etico aziendale. “Condivido la vostra lotta – ha detto lo scrittore Angelo Ferracuti – e l’idea che certe aziende del territorio dove vivo non devono essere complici del genocidio perpetuato da Israele verso il popolo palestinese” Inoltre il recente sequestro al porto di Ancona di un imponente carico di munizioni e detonatori, ha messo in luce un traffico di armamenti sotto falsa documentazione che viola la L. 185/90 alla pari delle aziende che continuano a esportare in Israele e in altri teatri di guerre attraverso la copertura di forniture indirette o dual use. Sono ormai migliaia in tutta Italia le attiviste e gli attivisti colpiti in questi ultimi mesi da provvedimenti penali e amministrativi che mirano a criminalizzare il dissenso, in violazione dei principi costituzionali di libertà di pensiero e di riunione, configurando un progetto complessivo di trasformazione dallo stato di diritto allo stato di polizia. “Non saranno queste misure liberticide – hanno spiegato i manifestanti – a intimidirci e a fermare la protesta contro il legame tra guerre, produzione e commercio di armi, scelte economiche e responsabilità istituzionali. Ci opponiamo ad una deriva bellicista che sta comportando anche nei nostri territori una vasta riconversione della produzione dal civile al militare e che sposta gigantesche risorse dal welfare alla macchina militare attraverso politiche di macelleria sociale. Ribadiremo la necessità di una produzione per il solo impiego civile e di tracciare le destinazioni finali della produzione, continuando nel cercare una interlocuzione con i lavoratori e le lavoratrici di Civitanavi e con la rappresentanza sindacale ivi presente, affinché non disgiungano la tutela e la dignità del proprio lavoro dall’imperativo di prendere posizione dalla parte della vita e contro le logiche della guerra e di chi le alimenta”. Nonostante la pioggia sferzante, effetto del cambiamento climatico che insieme a Puglia e Molise ha colpito dannosamente anche le Marche, durante il presidio di giovedì hanno messo in scena un vero e proprio flash mob evocante la via crucis dei bambini di Gaza, che ancora, ma ormai fuori dai riflettori del mainstream, continuano a morire quotidianamente per mano genocida dei militari israeliani. Al presidio anche il sostegno dell’attore marchigiano Giorgio Montanini: “Tantissime aziende italiane, nascondendolo, partecipano all’economia di guerra. Solidarietà gli attivisti colpiti dalle denunce”.   Leonardo Animali
April 3, 2026
Pressenza
Le Marche prime in Italia per lupi morti a causa del bracconaggio
Nelle Marche, solo nelle prime sei settimane del 2005, la stampa locale ha prodotto oltre 15-20 articoli sul tema “lupi”, tra avvistamenti e gestione, mentre nello stesso periodo di quest’anno, gli articoli dedicati al lupo sono oltre 15. Da questi dati si potrebbe dedurre che la proliferazione del lupo nelle Marche rappresenti indubbiamente il problema, se non addirittura l’emergenza, più seria della regione, tale da prevalere sulle inefficienze della sanità, sulle difficoltà del mondo economico, su gravi problemi ambientali, sull’aumento del 10% della disoccupazione solo nel secondo semestre del 2025. Eppure, il tema lupo tiene banco nel mainstream regionale. Ma solo gli avvistamenti, o presunti tali, di lupi vivi, mentre il tema della mortalità del lupo viene completamente ignorato. Il perché dell’interesse mediatico per questo animale è legato esclusivamente alla logica del clickbait; ovvero alla tecnica editoriale e di web marketing utilizzata per attirare l’attenzione degli utenti e spingerli a cliccare su link, immagini o video. Si basa su titoli sensazionalistici, esagerati o volutamente incompleti che creano curiosità. Ogni click sull’articolo apre banner pubblicitari; più click ci sono su un articolo, più l’inserzionista è stimolato a investire in promozione. E come tutte le cose che attivano le nostre paure o fantasie, il lupo fa notizia; basta un articolo con un presunto, se non finto avvistamento, con una foto scaricata da google di un lupo che magari stava nella tundra, a far impennare i click dei lettori social. Non solo nelle Marche, ma in tutta la Penisola, questo modo di fare informazione, unitamente alla capacità di lobbying di alcune organizzazioni agricole e delle associazioni venatorie, ha portato lo scorso anno a livello prima europeo, e poi nazionale, al declassamento del lupo a livello legislativo. Da “specie rigorosamente protetta” a “specie protetta”, il decreto è stato pubblicato a gennaio 2026. Questo significa che da ora in poi ai lupi si potrà sparare con piani di abbattimento controllati, fissando un “tasso massimo di prelievo” annuo. Le Regioni possono definire i prelievi (modo ipocrita della politica legislativa per definire gli abbattimenti), con un tetto massimo di 160 sull’intero suolo nazionale. Per le Marche il numero fissato è di otto. Al momento, per fortuna, questo iter procedurale si è bloccato, grazie alla Regione Campania che ha espresso parere sfavorevole e ha stoppato lo schema di decreto del Ministero dell’Ambiente. La motivazione, come ha spiegato l’assessora Zabatta, “nasce da una lacuna fondamentale: la mancanza di dati scientifici recenti e rappresentativi. La conservazione della biodiversità richiede gestione, ma non si può stabilire una percentuale di abbattimento senza conoscere il numero reale dei lupi presenti”. Infatti siamo fermi al primo monitoraggio nazionale condotto fra il 2020 e il 2021 e coordinato dall’Istituto per la Protezione dell’Ambiente (ISPRA), che fornisce i dati sui lupi grigi (Canis lupus) attualmente presenti in Italia: circa 3.501 esemplari (valore medio in un intervallo fra 2.949 – 3.945 individui) distribuiti sul territorio nazionale, con circa 952 lupi nell’area alpina, e circa 2.557 lungo l’area peninsulare e la dorsale appenninica, a esclusione della Sardegna, dove il lupo è assente. Indubbiamente negli ultimi anni c’è stato un aumento della popolazione, che lo stesso ISPRA nel 2025 solo per l’arco alpino ha stimato intorno al 18%. Se dessimo però invece dare retta al mainstream marchigiano, solo in questa regione ci dovrebbero essere più lupi della complessiva stima presente in tutto il suolo nazionale. Ma la ragione di questo doping mediatico è riconducibile alle pressioni sulla politica da parte delle associazioni venatorie per prime, preoccupate che la presenza maggiore del lupo abbia portato negli ultimi tempi ad una riduzione drastica del cinghiale, che per i cacciatori rappresenta un importante business. Nell’informazione mainstream delle Marche, invece non viene fatta menzione del numero dei lupi rinvenuti morti negli ultimi anni. Al circo mediatico non interessa certo diffondere i dati dello studio, pubblicato nel novembre 2025, “La mortalità del lupo (Canis lupus) in Italia nel periodo 2019-2023” a cura di “Io non ho paura del lupo APS”, una delle realtà più attive in Italia per la tutela e la convivenza con questo predatore. La relazione fornisce un quadro aggiornato e approfondito sulla mortalità del lupo nel quinquennio, e i dati utilizzati per questa analisi sono stati reperiti presso gli enti competenti a livello nazionale e regionale per la raccolta e la gestione delle informazioni relative alla fauna selvatica. L’obiettivo principale è stato quello di quantificare il numero di esemplari di lupo rinvenuti morti annualmente in Italia e di analizzare le cause di morte, suddividendole per categorie omogenee e riconoscibili, al fine di comprenderne la distribuzione e l’incidenza sul territorio nazionale. In particolare, la relazione distingue tra cause naturali (ad esempio, mortalità intraspecifica, malattie o invecchiamento), cause antropiche dirette (ossia il bracconaggio, che generalmente avviene tramite uccisione con arma da fuoco, trappole o avvelenamento), cause antropiche indirette (soprattutto investimenti stradali e ferroviari) e cause indeterminate, ovvero quei casi in cui non è stato possibile accertare i motivi del decesso. Per quanto riguarda le Marche, i dati sono stati raccolti tramite interlocuzioni tra l’associazione e il settore Forestazione e Politiche Faunistiche Venatorie della Regione, l’Istituto Zooprofilattico Marche e Umbria e l’ISPRA. A fronte di un totale di lupi rinvenuti morti in Italia pari a 1.639 (210 nel 2019, 278 nel 2020, 320 nel 2021, 382 nel 2022, 449 nel 2023), nelle Marche tra il 2019 e il 2023 sono stati rinvenuti morti 173 lupi (25 nel 2019, 23 nel 2020, 31 nel 2021, 52 nel 2022, 42 nel 2023). Il primo dato di confronto che si evidenzia è che la regione si colloca al quarto posto per mortalità dopo il Piemonte, l’Emilia-Romagna e l’Abruzzo. Rispetto alle cause accertate di mortalità, il 64% è dovuto a investimenti, il 21% al bracconaggio, il 12% a cause indeterminate e il 3 % a cause naturali. Considerata l’estensione territoriale della regione, la densità della mortalità è pari a 0,018 (n. individui/kmq di superficie). Un rapporto che pone le Marche al secondo posto dopo l’Abruzzo rispetto a tutte le altre regioni, ma, dato più grave, al primo posto per mortalità dovuta al bracconaggio. I dati dello studio ci forniscono una situazione molto differente dalla narrazione mainstream sul lupo, sia nelle Marche che nel resto d’Italia, che però ha portato a rendere accettabile da parte dell’opinione pubblica il fatto che ora si potranno abbattere i lupi. Farci accettare qualcosa che, fino a poco tempo prima, la nostra sensibilità, razionalità, cultura ed etica avrebbero considerato indicibile: questa è la potenza del mainstream. Cosa questa, per la nostra quotidianità, molto più pericolosa della, seppur remota, possibilità di trovarci davvero faccia a faccia con un lupo. Leonardo Animali
February 17, 2026
Pressenza
I solidi rapporti economici tra imprenditori marchigiani e Israele
Le relazioni sul ‘filo dell’economia del genocidio’ delle aziende regionali con Israele. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza, dall’11 ottobre al 2 novembre, 238 palestinesi sono stati uccisi e 600 feriti, mentre 510 corpi sono stati recuperati da sotto le macerie. Israele continua i suoi attacchi deliberati avanzando ragioni di sicurezza e di anti-terrorismo. Il prossimo 28 novembre, giorno dello sciopero generale proclamato da USB “Contro la Finanziaria di Guerra”, il coordinamento “Marche per la Palestina” chiama i marchigiani a manifestare dalle 5.30 del mattino davanti ai cancelli della Civitanavi Systems di Porto S. Elpidio. Questo invito al presidio prima dell’alba ci riporta al rapporto tra questa regione di poco meno di un milione e mezzo di abitanti, definita a livello elettorale l’Ohio d’Italia, e quella che Francesca Albanese, nel suo report, ha definito come “economia del genocidio”. Su Pressenza nel maggio scorso, Stefano Bertoldi, con uno scoop nazionale, ha raccontato la notizia dei militari israeliani dell’Idf in vacanza nelle Marche, scortati dalla Digos e sotto copertura. Un fatto non sporadico, ma ricorrente nel tempo, che avviene grazie anche a rapporti con l’economia locale (le strutture ricettive e le agenzie di viaggio locali che organizzano e accolgono questi ospiti ‘speciali’). Più in generale, comunque, i rapporti economici dell’imprenditoria delle Marche con Israele sono radicati e consolidati da anni. La regione Marche ha esportato nel 2024 beni per un valore di € 14,1 miliardi di euro. Prendendo in esame i dati fornitici dalla Camera di Commercio delle Marche, il fatturato delle imprese regionali relativo all’export in Israele è stato di 64.994.701 milioni nel 2023 (Ancona la provincia con il dato più elevato) e di 51.594.731 milioni nel 2024 (prima la provincia di Macerata); il dato 2025 relativo al solo primo semestre è di 31,34 milioni. Le attività imprenditoriali, scorrendo i codici Ateco, spaziano su tutti i settori: agroalimentare, manifatturiero tradizionale, abbigliamento, metallurgia, fino all’elettronica di precisione e al sanitario. Sono diverse le grandi aziende marchigiane che hanno relazioni industriali in Israele. Vediamo solo le più importanti. Il gruppo Cucine Lube, a Treia, nel maceratese, già nel settembre 2011 ha inaugurato quattro nuovi monomarca LUBE in Israele: a Karmiel, a Ashdod, a Eilat e Nazareth, per arrivare ad avere nel 2013 quindici negozi dislocati nelle maggiori città. Scavolini, “la cucina più amata dagli italiani”, gruppo pesarese, è presente con un negozio ufficiale, lo “Scavolini Store Saknin”, a circa un’ora da Haifa. Corposo è il rapporto della Ariston Group di Fabriano: dopo l’acquisizione nel 2017 dell’israeliana Atmor, specializzata nella produzione di scaldaacqua elettrici istantanei, a fine 2021 la storica impresa della Famiglia Merloni ha acquisito il 100% delle azioni dell’israeliana Chromagen, possedute dal Kibbutz Shaar Haamakim nel nord del Paese; un’azienda che produce e commercializza soluzioni rinnovabili per il riscaldamento dell’acqua, con un’esperienza distintiva nella tecnologia solare termica. Nella regione del più noto distretto calzaturiero d’Italia, è la Loriblu di Porto S. Elpidio, marchio di lusso, a esportare in Israele, ma anche la mitica Poltrona Frau di Tolentino ha uno store nell’area metropolitana di Tel Aviv, il Tollman’Israel Ldt. Nella farmaceutica troviamo la multinazionale Angelini Industries, fondata ad Ancona nel 1919, presente tutt’oggi nel capoluogo dorico, che tramite la divisione Angelini Ventures dal 2022 investe anche in Israele con particolare attenzione alla salute del cervello e a segmenti di mercato rivolti a donne, bambini e terza età. Particolarissimo è il caso della Tecnografting di Osimo, che dal 2000 opera nel settore vivaistico (produce clip monouso in termoplastica e silicone medicale per l’innesto di piante): nel 2022 è stata acquisita dall’israeliana Paskal Group, leader mondiale nel settore dell’orticoltura protetta, con sede nel territorio di Haifa. Se le inquadrassimo alla stregua di un’azienda, e per dimensione di fatturato lo sono, allora relazioni con Israele le hanno anche le università marchigiane. Quella di Macerata, che a settembre 2025, nonostante l’occupazione studentesca in primavera, manteneva ancora rapporti con università israeliane; quella di Ancona, la Politecnica delle Marche, che a seguito delle proteste studentesche, dal 1 luglio scorso con voto del Senato Accademico ha sospeso gli accordi quadro con le istituzioni israeliane. In controtendenza le Università di Urbino e Camerino, in cui i vertici accademici si sono schierati apertamente contro il genocidio. Poi ci sono le aziende marchigiane che a tutti gli effetti sono riconducibili per le loro produzioni all’”economia del genocidio”, oggetto di denunce e manifestazioni degli attivisti di Marche per la Palestina e della Rete dei Centri Sociali. Civitanavy Systems, sulla costa fermana di Porto S. Elpidio, dal 2024 è stata acquisita dal gruppo Honeywell, multinazionale statunitense, che ha forti legami industriali con Israele e grandi clienti nel settore aerospaziale e militare. Componenti Honeywell sono stati trovati in armamenti impiegati nei bombardamenti su Gaza. Civitanavy Sistem è specializzata nella progettazione e produzione di sistemi di navigazione inerziale, geo-riferimento e stabilizzazione, basati su tecnologie proprietarie FOG (Fiber Optic Gyroscope) e MEMS, adatte a settori aerospaziale, difesa e industriale. I suoi prodotti, in particolare gli IMU (Inertial Measurement Unit), sono definiti “dual-use”, perché utilizzabili sia per applicazioni civili che militari. Poi, nel sud della regione, nel Piceno, a San Benedetto del Tronto e Centobuchi, con due stabilimenti, dal 1977 c’è la Gem Elettronica, che produce apparati radar e sistemi integrati di bordo, nonché sensori inerziali, girobussole a fibra ottica e software dedicati alla navigazione, al controllo costiero, portuale e aeroportuale oltre ad essere attiva anche nel settore della difesa. Dal 2023, il 65% dell’azienda marchigiana è stato acquisita dalla Leonardo s.p.a. Anche se non ci sono informazioni pubbliche di rapporti diretti con Israele, sappiamo benissimo qual è il coinvolgimento della Leonardo s.p.a. nel genocidio, come ha documentato proprio Gianni Alioti su Pressenza. Le aziende marchigiane, così come quelle italiane, a due anni dall’inizio del genocidio non hanno mai smesso di fare affari in Israele. Perché, va ricordato, che a differenza dall’invasione russa dell’Ucraina, né l’UE, né il governo Meloni hanno imposto sanzioni per bloccare l’export nazionale verso Israele.   Leonardo Animali
November 10, 2025
Pressenza
Relax e protezione per i soldati israeliani in vacanza in Sardegna. Una vergogna
Il lussuoso resort Mangias Curio Collections a Santa Reparata, nel comune sardo di Santa Teresa di Gallura, è divenuta sede di “relax” per un centinaio di soldati israeliani, la cui sicurezza viene assicurata da Digos e carabinieri. Già nei giorni scorsi erano circolate le notizie dell’arrivo di “turisti israeliani” in Sardegna da parte degli attivisti sardi solidali con la Palestina Contestazioni che portano avanti anche […] L'articolo Relax e protezione per i soldati israeliani in vacanza in Sardegna. Una vergogna su Contropiano.
September 8, 2025
Contropiano