Marx e le macchine / La macchina è l’uomo stesso / II parte

Pulp Magazine - Monday, May 18, 2026

Ma, facile l’obiezione, interessa oggi a qualcuno sapere del mulino a pilastro e a torre o delle laniere tedesche con le loro cardatrici meccaniche? Certo, Marx attribuisce grande importanza ai fattori tecnologici, ma non è un determinista. È proprio questo il punto. Nelle pagine del Manoscritto l’andamento del progresso tecnico non è mai letto come sviluppo autonomo della macchina, ma sempre in chiave storica o se si preferisce, di dialettica storica[1]. Spogliato delle sue connotazioni evoluzionistiche, il progresso tecnico è ricondotto al suo ruolo reale di variabile dipendente dal modo storico di produzione.

A questo Marx pensava probabilmente Gilles Deleuze quando, in Pourparler (Quodlibet, 2019), scriveva che a ogni tipo di società corrisponde un tipo di macchina: le macchine semplici/dinamiche delle società di sovranità, le macchine energetiche delle società disciplinari, il computer delle società di controllo. Ma la macchina, aggiungeva, considerando l’eterogeneità degli elementi che la compongono — umani, macchinici, segnici, naturali — di per sé non spiega nulla.

Il punto resta dunque quello indicato da Marx: non la macchina in sé, ma il sistema di rapporti che la rende possibile, la organizza, la mette al lavoro. Deleuze consente però di spostare più avanti la domanda: se ogni società ha le sue macchine, quali sono le macchine della nostra? E soprattutto: quale forma di vita stanno producendo?

L’innovazione tecnica continua infatti a evolvere sotto i nostri occhi, mentre un nuovo nomos tecnologico prende forma su scala planetaria. Questo non significa che il capitalismo sia scomparso, né che sia stato sostituito da qualcos’altro. Significa piuttosto che il sistema delle macchine ha acquisito quella «elasticità» e quella «capacità di espansione a grandi balzi» che Marx aveva già intravisto ne Il Capitale, fino a trovare limiti soltanto nella materia stessa e nel mercato di “smercio”[2].

Il problema, però, non è aggiungere computer, internet, microprocessori, fibre ottiche, satelliti, algoritmi e intelligenza artificiale alla vecchia lista marxiana delle macchine. Sarebbe solo una genealogia lineare del capitale fisso, dal mulino al data center, un perfezionamento ad infinitum del macchinario o, se si preferisce, del capitale fisso. Il punto è un altro: capire come il capitale fisso abbia cessato di presentarsi soltanto nella forma della macchina esterna al lavoratore e tenda oggi a incorporarsi nei saperi, nei gesti, nei dispositivi, nelle abitudini, nelle forme stesse della cooperazione sociale.

È vero che nel Frammento sulle macchine Marx, parlando del sapere scientifico accumulato nelle forze produttive generali — il cosiddetto general intellect — lo vede materializzato nelle macchine e separato dal capitale variabile, altro nome del lavoratore. Ed è altrettanto vero che colloca quest’ultimo «accanto al processo di produzione, anziché esserne l’agente principale». Ma sarebbe ingenuo leggerlo come un profeta dell’intelligenza artificiale. Marx non prevede il futuro: conosce fin troppo bene la fabbrica del suo tempo e le potenzialità già inscritte nel suo sistema di macchine.

A sottrarre questa lettura a ogni determinismo provvede anche il concetto marxiano di natura. Il lavoro è, per Marx, un processo fra uomo e natura: l’uomo, attraverso la propria azione, media, regola e controlla il ricambio organico fra sé e la materialità naturale. La natura, dunque, non è un mondo separato dalla storia umana, una materia muta e disponibile fuori dai rapporti sociali. È sempre presa dentro la produzione sociale.

Anche qui la macchina non è mai soltanto macchina, ma forma storica di un rapporto fra lavoro, natura e capitale. È in questo punto che la frase dei Grundrisse — «la macchina è l’uomo stesso» — smette di essere una suggestione e diventa qualcosa di più di una metafora. Non significa che Marx immagini il cyborg, né che anticipi letteralmente il nostro presente digitale. Nomina la tendenza del capitale a incorporare, spostare, assorbire e riorganizzare continuamente saperi, forze e dispositivi. La separazione fra capitale fisso e capitale variabile, fra macchina e lavoratore, fra sapere incorporato nel macchinario e lavoro vivo, diventa così sempre meno stabile.

Il problema resta il come. Quale forma assume oggi l’appropriazione del capitale fisso da parte del lavoratore?  Evidentemente non si tratta solo di una questione di diploma o di laurea. La formazione scolastica continua certamente ad avere il suo peso, ma non come in epoca fordista, quando la scuola funzionava come la fabbrica di forza lavoro in formazione. Oggi quella formazione si dà per altre vie: attraverso dispositivi, piattaforme, automatismi, apprendimenti informali, pratiche quotidiane. Se non capiamo quali siano queste vie, la forza lavoro veramente rischia di restare il lato oscuro della rivoluzione digitale in atto[3].

Il pensiero corre, naturalmente, alla filosofia cyborg di Haraway e Braidotti, e all’immaginario cinematografico da Blade Runner in avanti. Ma il divenire deleuziano è un’altra cosa perché non è “un’evoluzione per discendenza o filiazione [e] non produce nulla per filiazione. […] . È alleanza [grassetto nostro]”[4] . L’esempio di Deleuze è quello della vespa e dell’orchidea, del divenire orchidea della vespa e del divenire vespa dell’orchidea attraverso il processo di impollinazione; “una doppia cattura […] poiché ‘ciò che’ ciascuno diviene cambia tanto quanto ‘colui che diviene’. La vespa diventa parte dell’apparato di riproduzione dell’orchidea nello stesso momento in cui l’orchidea diventa organo sessuale della vespa”[5].

Le cose non cambiano passando dal mondo dei colori, delle voci e dei suoni del mondo vegetale e animale al mondo disincantato e per qualcuno inautentico della tecnica. È questo mondo la nostra orchidea e noi le sue vespe. È esso che ci se-duce con le sue macchine che impariamo a usare fin dalla terza poppata e alla quarta non possiamo più farne a meno. Essere esse per noi ed essere noi per esse. Un’alleanza – mai dimenticare la valenza biblica della parola – che sta plasmando la nostra forma di vita e che, considerando l’impossibilità di sottrarci ai suoi apparati di cattura, difficilmente potrà essere spezzata. Governata, forse.

Note

[1] Ivi pp. 491-492: “Come nel caso delle trasformazioni consecutive di diverse formazioni geologiche, anche nel caso della formazione dei diversi sistemi economico-sociale non bisogna credere a periodi apparsi improvvisamente e nettamente separati l’uno dall’altro. In seno all’artigianato si svilupparono i principi della manifattura e sporadicamente, per eseguire singoli processi, si faceva già ricorso alle macchine […] La legge generale che scaturisce da quanto sopra esposto consiste nel fatto che le basi materiali di ogni successiva forma di produzione – sia le condizioni tecnologiche, sia la struttura economica dell’atelier ad esse corrispondente – sono create nella forma immediatamente precedente”.

[2] K. Marx, Il Capitale I, Editori Riuniti, Roma 1968, p. 496

[3] R. Ciccarelli, Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale, DeriveApprodi, Roma 2018

[4] G. Deleuze-F. Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, I, Bibliotheca Biographica, Roma 1987, p. 345

[5] G. Deleuze, Frammenti di un’opera in abecedario, DeriveApprodi, Roma 2005, p. 18

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