Marx e le macchine / La macchina è l’uomo stesso / II parteMa, facile l’obiezione, interessa oggi a qualcuno sapere del mulino a pilastro e
a torre o delle laniere tedesche con le loro cardatrici meccaniche? Certo, Marx
attribuisce grande importanza ai fattori tecnologici, ma non è un determinista.
È proprio questo il punto. Nelle pagine del Manoscritto l’andamento del
progresso tecnico non è mai letto come sviluppo autonomo della macchina, ma
sempre in chiave storica o se si preferisce, di dialettica storica[1]. Spogliato
delle sue connotazioni evoluzionistiche, il progresso tecnico è ricondotto al
suo ruolo reale di variabile dipendente dal modo storico di produzione.
A questo Marx pensava probabilmente Gilles Deleuze quando, in Pourparler
(Quodlibet, 2019), scriveva che a ogni tipo di società corrisponde un tipo di
macchina: le macchine semplici/dinamiche delle società di sovranità, le macchine
energetiche delle società disciplinari, il computer delle società di controllo.
Ma la macchina, aggiungeva, considerando l’eterogeneità degli elementi che la
compongono — umani, macchinici, segnici, naturali — di per sé non spiega nulla.
Il punto resta dunque quello indicato da Marx: non la macchina in sé, ma il
sistema di rapporti che la rende possibile, la organizza, la mette al lavoro.
Deleuze consente però di spostare più avanti la domanda: se ogni società ha le
sue macchine, quali sono le macchine della nostra? E soprattutto: quale forma di
vita stanno producendo?
L’innovazione tecnica continua infatti a evolvere sotto i nostri occhi, mentre
un nuovo nomos tecnologico prende forma su scala planetaria. Questo non
significa che il capitalismo sia scomparso, né che sia stato sostituito da
qualcos’altro. Significa piuttosto che il sistema delle macchine ha acquisito
quella «elasticità» e quella «capacità di espansione a grandi balzi» che Marx
aveva già intravisto ne Il Capitale, fino a trovare limiti soltanto nella
materia stessa e nel mercato di “smercio”[2].
Il problema, però, non è aggiungere computer, internet, microprocessori, fibre
ottiche, satelliti, algoritmi e intelligenza artificiale alla vecchia lista
marxiana delle macchine. Sarebbe solo una genealogia lineare del capitale fisso,
dal mulino al data center, un perfezionamento ad infinitum del macchinario o, se
si preferisce, del capitale fisso. Il punto è un altro: capire come il capitale
fisso abbia cessato di presentarsi soltanto nella forma della macchina esterna
al lavoratore e tenda oggi a incorporarsi nei saperi, nei gesti, nei
dispositivi, nelle abitudini, nelle forme stesse della cooperazione sociale.
È vero che nel Frammento sulle macchine Marx, parlando del sapere scientifico
accumulato nelle forze produttive generali — il cosiddetto general intellect —
lo vede materializzato nelle macchine e separato dal capitale variabile, altro
nome del lavoratore. Ed è altrettanto vero che colloca quest’ultimo «accanto al
processo di produzione, anziché esserne l’agente principale». Ma sarebbe ingenuo
leggerlo come un profeta dell’intelligenza artificiale. Marx non prevede il
futuro: conosce fin troppo bene la fabbrica del suo tempo e le potenzialità già
inscritte nel suo sistema di macchine.
A sottrarre questa lettura a ogni determinismo provvede anche il concetto
marxiano di natura. Il lavoro è, per Marx, un processo fra uomo e natura:
l’uomo, attraverso la propria azione, media, regola e controlla il ricambio
organico fra sé e la materialità naturale. La natura, dunque, non è un mondo
separato dalla storia umana, una materia muta e disponibile fuori dai rapporti
sociali. È sempre presa dentro la produzione sociale.
Anche qui la macchina non è mai soltanto macchina, ma forma storica di un
rapporto fra lavoro, natura e capitale. È in questo punto che la frase dei
Grundrisse — «la macchina è l’uomo stesso» — smette di essere una suggestione e
diventa qualcosa di più di una metafora. Non significa che Marx immagini il
cyborg, né che anticipi letteralmente il nostro presente digitale. Nomina la
tendenza del capitale a incorporare, spostare, assorbire e riorganizzare
continuamente saperi, forze e dispositivi. La separazione fra capitale fisso e
capitale variabile, fra macchina e lavoratore, fra sapere incorporato nel
macchinario e lavoro vivo, diventa così sempre meno stabile.
Il problema resta il come. Quale forma assume oggi l’appropriazione del capitale
fisso da parte del lavoratore? Evidentemente non si tratta solo di una
questione di diploma o di laurea. La formazione scolastica continua certamente
ad avere il suo peso, ma non come in epoca fordista, quando la scuola funzionava
come la fabbrica di forza lavoro in formazione. Oggi quella formazione si dà per
altre vie: attraverso dispositivi, piattaforme, automatismi, apprendimenti
informali, pratiche quotidiane. Se non capiamo quali siano queste vie, la forza
lavoro veramente rischia di restare il lato oscuro della rivoluzione digitale in
atto[3].
Il pensiero corre, naturalmente, alla filosofia cyborg di Haraway e Braidotti, e
all’immaginario cinematografico da Blade Runner in avanti. Ma il divenire
deleuziano è un’altra cosa perché non è “un’evoluzione per discendenza o
filiazione [e] non produce nulla per filiazione. […] . È alleanza [grassetto
nostro]”[4] . L’esempio di Deleuze è quello della vespa e dell’orchidea, del
divenire orchidea della vespa e del divenire vespa dell’orchidea attraverso il
processo di impollinazione; “una doppia cattura […] poiché ‘ciò che’ ciascuno
diviene cambia tanto quanto ‘colui che diviene’. La vespa diventa parte
dell’apparato di riproduzione dell’orchidea nello stesso momento in cui
l’orchidea diventa organo sessuale della vespa”[5].
Le cose non cambiano passando dal mondo dei colori, delle voci e dei suoni del
mondo vegetale e animale al mondo disincantato e per qualcuno inautentico della
tecnica. È questo mondo la nostra orchidea e noi le sue vespe. È esso che ci
se-duce con le sue macchine che impariamo a usare fin dalla terza poppata e alla
quarta non possiamo più farne a meno. Essere esse per noi ed essere noi per
esse. Un’alleanza – mai dimenticare la valenza biblica della parola – che sta
plasmando la nostra forma di vita e che, considerando l’impossibilità di
sottrarci ai suoi apparati di cattura, difficilmente potrà essere spezzata.
Governata, forse.
Note
[1] Ivi pp. 491-492: “Come nel caso delle trasformazioni consecutive di diverse
formazioni geologiche, anche nel caso della formazione dei diversi sistemi
economico-sociale non bisogna credere a periodi apparsi improvvisamente e
nettamente separati l’uno dall’altro. In seno all’artigianato si svilupparono i
principi della manifattura e sporadicamente, per eseguire singoli processi, si
faceva già ricorso alle macchine […] La legge generale che scaturisce da quanto
sopra esposto consiste nel fatto che le basi materiali di ogni successiva forma
di produzione – sia le condizioni tecnologiche, sia la struttura economica
dell’atelier ad esse corrispondente – sono create nella forma immediatamente
precedente”.
[2] K. Marx, Il Capitale I, Editori Riuniti, Roma 1968, p. 496
[3] R. Ciccarelli, Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale,
DeriveApprodi, Roma 2018
[4] G. Deleuze-F. Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, I,
Bibliotheca Biographica, Roma 1987, p. 345
[5] G. Deleuze, Frammenti di un’opera in abecedario, DeriveApprodi, Roma 2005,
p. 18
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