Marx e le macchine / La tecnica come chiodo fisso / I parte“Inserisco qualche cosa nel capitolo sul macchinario. Vi sono qui alcune
questioni curiose, che io nella prima stesura ignoravo. Per venire in chiaro di
esse, mi sono riletto da cima a fondo i miei quaderni (sunti) di tecnologia, per
le stesse ragioni seguo un corso pratico (soltanto sperimentale) per operai del
professor Willis (in Jermyn Street, l’istituto di geologia, dove anche Huxley
tiene le sue lezioni). Mi succede per la meccanica come per le lingue. Capisco
le leggi matematiche, ma la più semplice realtà tecnica, che richiede
intuizione, mi riesce difficile come ai più gran tangheri”. [1]
È almeno dal 1845 (Miseria della filosofia) che Marx è interessato al problema e
non è la prima volta che si rivolge all’amico per chiarimenti. Nei «Grundrisse»,
scritti tra il 1857 e il 1858, il tema, pure svolto qua e là in ordine sparso in
più di un centinaio di pagine, trova il suo compendio risolutivo nel cosiddetto
capitolo sulle macchine [2]. Altri cenni ritornano nel cosiddetto Capitolo VI
inedito, scritto tra il giugno 1863 e il dicembre 1866[3] per concludersi nel
capitolo tredicesimo della quarta sezione del primo libro del Capitale, dal
titolo emblematico Macchine e grande industria.
La tecnica è il problema di Marx, e anche il suo chiodo fisso. Pensiamo solo al
momento in cui ha scritto la lettera di cui sopra ad Engels, un momento
sventurato per entrambi. Engels ha appena perso la sua Mary nel mentre sulla
famiglia di Marx incombe il disastro. Trattasi di una vecchia storia, in verità,
che principia con l’arrivo a Londra nell’estate del ’49. Una lunga, lunghissima
notte senza sonno che si protrarrà tra sofferenze indicibili, umiliazioni,
miseria, fame e malattie per tutto il tempo dell’esilio londinese. Ora, nel
gennaio del 1863, gli pare di aver toccato il fondo. È vero, non riceve più
niente a credito, le bambine non possono uscire di casa perché vestiti e scarpe
hanno preso la via del Monte di Pietà e tutti i tentativi di racimolare qualche
spicciolo sono falliti. Tutte cose brutte, “horreurs” che gli fanno dimenticare
la disgrazia dell’amico al quale si rivolge con il più trito “au bout du compte,
che cosa debbo fare?” , per concludere maldestramente: “non avrebbe potuto, in
luogo della Mary, morire mia madre, che è ormai piena di acciacchi e che ha
vissuto quanto doveva…? ” [4]. Un’uscita a dir poco infelice, una reazione, si
giustificherà più tardi Marx, al particolare momento per fronteggiare il quale
il solo toccasana rimastogli è una buona dose di cinismo. Che Engels almeno sul
momento si guarderà bene dall’ apprezzare[5].
A ricomporre l’amicizia tra i due e a rimettere a posto la testa di Marx, per
l’appunto “qualche cosa che non ha nulla a che vedere con quanto sopra”, vale a
dire con iatture e quant’altro. Devi aiutarmi a capire, scrive Marx all’amico,
“come i self-actors [filatoi automatici] mutassero la filatura o piuttosto, dato
che la forza vapore era impiegata già in precedenza, come mai il filatore,
nonostante la forza vapore, dovesse intervenire con la sua forza motrice”. Un
problema non secondario nel dibattito del tempo quello del ruolo delle macchine
nel processo produttivo e della loro funzione rispetto al lavoro. Protagonisti
ne erano stati allora il matematico londinese, esperto di meccanica e delle sue
applicazioni al calcolo computazionale, Charles Babbage, e lo scozzese Andrew
Ure, studioso della tecnologia e del sistema di fabbrica.
Un interesse, quello di Marx per le macchine, conosciuto in Italia solo a
spizzichi e bocconi. Sono i «Quaderni Rossi» a pubblicare per la prima volta nel
’64 il Frammento sulle macchine tratto dai Grundrisse. Non è un caso: siamo nel
vivo di un nuovo ciclo di lotte operaie e di un rinnovato interesse per il Marx
della fabbrica. A seguire, la pubblicazione nel 1976 dell’Inedito sulle macchine
in «Marxiana 2», tratto questa volta dai quaderni preparatori a Per la critica
dell’economia politica pubblicato da Marx nel 1859, otto anni prima della
pubblicazione del primo libro del Capitale, risalenti al 1861-1863 e successivi
al manoscritto dei Grundrisse del 1857-1858. Anche in questo caso il momento
appare cruciale. Alla crisi del sistema di fabbrica giunto a maturità in Italia
nel ’73, la risposta padronale è ancora quella del ricorso alla ristrutturazione
tecnologica che per la sua radicalità s’impone questa volta come un vero e
proprio passaggio d’epoca. Che per l’occasione Marx potesse tornare di nuovo
utile, erano in molti a sinistra del Pci a crederlo. Un Marx, per tutti costoro,
poco propenso a concedere fiducia al progresso tecnologico e alla scienza. Nel
1980 gli Editori Riuniti, la casa editrice del partito, riedita l’Inedito sulle
macchine senza trascurare questa volta la pubblicazione di altri quaderni
preparatori. Non tutti, però[6]. Solo per rispettare l’ordine e i tempi di
pubblicazione dell’opera omnia intrapresa da appena un decennio o per un disegno
politico ben preciso, ad esempio di una diversa gestione della ristrutturazione
tecnologica in corso d’opera nelle fabbriche fordiste del Paese? Reimporre nella
nuova fabbrica il ruolo egemone del Movimento Operaio (Pci+Sindacato) era
indubbiamente il sogno di quanti nel partito teorizzavano l‘autonomia del
politico. Secondo Massimo Cacciari, allora parlamentare del Pci, si trattava del
leninismo che era mancato a Panzieri e che continuava a mancare negli anni
Settanta agli operaisti della seconda generazione ancora legati all’idea
dell’autonomia di classe. L’analisi marxiana del sistema di fabbrica appariva ai
suoi occhi ormai superata perché “inficiata da evidenti tratti di
«macchinismo»”, legata all’“universo ottocentesco della precisione”, “visione
ingenua del sistema delle macchine”. A completare l’anello mancante di questa
preistoria del Capitale – perché è di essa che si tratta parlando di questi
scritti economici di Marx – ha provveduto recentemente il partito di Lotta
Comunista con la pubblicazione in due volumi di tutti i quaderni del periodo
londinese 1861-1863, quelli editi e quelli inediti[7].
Con un avviso ai naviganti: di un Marx filologicamente “ritrovato” poco ci cale.
Piuttosto una lettura mirata com’era già accaduto negli anni Sessanta e
Settanta.
Pensando alla scienza e alla tecnica, e al modo di produrre di oggi, rispetto a
quegli anni la discontinuità appare fortissima, forse ancor più radicale di
quella vissuta da Marx in qualità di osservatore attento della prima rivoluzione
industriale. Finché il regime di fabbrica ha funzionato come centro visibile
della produzione, i conti sembravano tornare. Ma oggi, quando quella
meccanizzazione del lavoro umano si è disseminata ben oltre le mura della
fabbrica, che valore può ancora avere l’invito di Marx a seguirlo “nel segreto
laboratorio della produzione”? Di cui il primo tomo del Manoscritto ci
restituisce il fascino del tempo che fu in pagine che potrebbero tranquillamente
figurare in un dotto libro di archeologia industriale. Per non parlare poi della
pignoleria del Nostro nel descrivere le macchine utensili, non senza aver prima
chiarito che la macchina non è lo strumento e che la differenza la fa la natura
della forza motrice, umana e meccanizzata. Che a sua volta c’entra poco o niente
con la rivoluzione industriale in sé che invece è prodotta dalla macchina
utensile che sostituisce l’operaio, in una parola da quella parte del
macchinario che gli inglesi chiamano working machine e che Marx traduce con “la
parte operatrice della macchina”.
Di essa in queste pagine del Manoscritto leggiamo la storia: la storia del
mulino, della macchina utensile, del passaggio dallo strumento al sistema
automatico di macchine. Ma che cosa resta oggi di quella storia, quando il
laboratorio della produzione non coincide più con la fabbrica e il capitale
fisso sembra essersi disseminato nei dispositivi, nei saperi, nei corpi stessi
della forza lavoro?
[1] K. Marx, Carteggio, Marx-Engels IV (1861-1866), Edizioni Rinascita, Roma
1951, 28 gennaio 1863, p. 158
[2] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica
1857-1858, vol. II, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1970, pp. 388-411.
[3] K. Marx, ll Capitale: Libro I, capitolo VI inedito, La Nuova Italia, Firenze
1969
[4] Carteggio, cit., Lettera 8 gennaio 1863, p. 152. Per la morte della madre
dovrà aspettare la fine del mese di novembre e l’eredità tanto agognata sarà
comunque di poco conto.
[5] Ivi, Lettera del 13 gennaio 1863, p. 153: “Tutti i miei amici, inclusi i
conoscenti filistei, in questa circostanza, che a dire il vero mi ha colpito
abbastanza da vicino, dimostrarono maggiore partecipazione e amicizia di quanto
potessi aspettarmi. Tu trovasti che il momento era opportuno per far prevalere
il tuo gelido modo di pensare. Soit!”. Nella minuta della lettera leggiamo
anche: Godi del tuo trionfo, non ti verrà contestato.
[6] K. Marx, Manoscritti del 1861-1863, Editori Riuniti, Roma 1980
[7] K. Marx, Manoscritto economico 1861-1863. Complementi, I-2, Edizioni Lotta
Comunista, Milano 2023
L'articolo Marx e le macchine / La tecnica come chiodo fisso / I parte proviene
da Pulp Magazine.