Tag - macchina

L’Intelligenza Artificiale come «Macchina», «Iperindustrializzazione» e «Combinazione Attiva» alla luce della teoria della mercificazione dell’esperienza di Romano Alquati – di Emiliana Armano
Abstract Il presente articolo propone una rilettura critica dello sviluppo dell'Intelligenza Artificiale attraverso alcune categorie analitiche elaborate da Romano Alquati (1935-2010), sociologo e intellettuale italiano tra i più originali del secondo Novecento. Alquati si autodefiniva «marxiano» — e non marxista — per distinguersi dai marxismi ortodossi e per indicare un rapporto diretto, critico e [...]
June 1, 2026
Effimera
Marx e le macchine / La macchina è l’uomo stesso / II parte
Ma, facile l’obiezione, interessa oggi a qualcuno sapere del mulino a pilastro e a torre o delle laniere tedesche con le loro cardatrici meccaniche? Certo, Marx attribuisce grande importanza ai fattori tecnologici, ma non è un determinista. È proprio questo il punto. Nelle pagine del Manoscritto l’andamento del progresso tecnico non è mai letto come sviluppo autonomo della macchina, ma sempre in chiave storica o se si preferisce, di dialettica storica[1]. Spogliato delle sue connotazioni evoluzionistiche, il progresso tecnico è ricondotto al suo ruolo reale di variabile dipendente dal modo storico di produzione. A questo Marx pensava probabilmente Gilles Deleuze quando, in Pourparler (Quodlibet, 2019), scriveva che a ogni tipo di società corrisponde un tipo di macchina: le macchine semplici/dinamiche delle società di sovranità, le macchine energetiche delle società disciplinari, il computer delle società di controllo. Ma la macchina, aggiungeva, considerando l’eterogeneità degli elementi che la compongono — umani, macchinici, segnici, naturali — di per sé non spiega nulla. Il punto resta dunque quello indicato da Marx: non la macchina in sé, ma il sistema di rapporti che la rende possibile, la organizza, la mette al lavoro. Deleuze consente però di spostare più avanti la domanda: se ogni società ha le sue macchine, quali sono le macchine della nostra? E soprattutto: quale forma di vita stanno producendo? L’innovazione tecnica continua infatti a evolvere sotto i nostri occhi, mentre un nuovo nomos tecnologico prende forma su scala planetaria. Questo non significa che il capitalismo sia scomparso, né che sia stato sostituito da qualcos’altro. Significa piuttosto che il sistema delle macchine ha acquisito quella «elasticità» e quella «capacità di espansione a grandi balzi» che Marx aveva già intravisto ne Il Capitale, fino a trovare limiti soltanto nella materia stessa e nel mercato di “smercio”[2]. Il problema, però, non è aggiungere computer, internet, microprocessori, fibre ottiche, satelliti, algoritmi e intelligenza artificiale alla vecchia lista marxiana delle macchine. Sarebbe solo una genealogia lineare del capitale fisso, dal mulino al data center, un perfezionamento ad infinitum del macchinario o, se si preferisce, del capitale fisso. Il punto è un altro: capire come il capitale fisso abbia cessato di presentarsi soltanto nella forma della macchina esterna al lavoratore e tenda oggi a incorporarsi nei saperi, nei gesti, nei dispositivi, nelle abitudini, nelle forme stesse della cooperazione sociale. È vero che nel Frammento sulle macchine Marx, parlando del sapere scientifico accumulato nelle forze produttive generali — il cosiddetto general intellect — lo vede materializzato nelle macchine e separato dal capitale variabile, altro nome del lavoratore. Ed è altrettanto vero che colloca quest’ultimo «accanto al processo di produzione, anziché esserne l’agente principale». Ma sarebbe ingenuo leggerlo come un profeta dell’intelligenza artificiale. Marx non prevede il futuro: conosce fin troppo bene la fabbrica del suo tempo e le potenzialità già inscritte nel suo sistema di macchine. A sottrarre questa lettura a ogni determinismo provvede anche il concetto marxiano di natura. Il lavoro è, per Marx, un processo fra uomo e natura: l’uomo, attraverso la propria azione, media, regola e controlla il ricambio organico fra sé e la materialità naturale. La natura, dunque, non è un mondo separato dalla storia umana, una materia muta e disponibile fuori dai rapporti sociali. È sempre presa dentro la produzione sociale. Anche qui la macchina non è mai soltanto macchina, ma forma storica di un rapporto fra lavoro, natura e capitale. È in questo punto che la frase dei Grundrisse — «la macchina è l’uomo stesso» — smette di essere una suggestione e diventa qualcosa di più di una metafora. Non significa che Marx immagini il cyborg, né che anticipi letteralmente il nostro presente digitale. Nomina la tendenza del capitale a incorporare, spostare, assorbire e riorganizzare continuamente saperi, forze e dispositivi. La separazione fra capitale fisso e capitale variabile, fra macchina e lavoratore, fra sapere incorporato nel macchinario e lavoro vivo, diventa così sempre meno stabile. Il problema resta il come. Quale forma assume oggi l’appropriazione del capitale fisso da parte del lavoratore?  Evidentemente non si tratta solo di una questione di diploma o di laurea. La formazione scolastica continua certamente ad avere il suo peso, ma non come in epoca fordista, quando la scuola funzionava come la fabbrica di forza lavoro in formazione. Oggi quella formazione si dà per altre vie: attraverso dispositivi, piattaforme, automatismi, apprendimenti informali, pratiche quotidiane. Se non capiamo quali siano queste vie, la forza lavoro veramente rischia di restare il lato oscuro della rivoluzione digitale in atto[3]. Il pensiero corre, naturalmente, alla filosofia cyborg di Haraway e Braidotti, e all’immaginario cinematografico da Blade Runner in avanti. Ma il divenire deleuziano è un’altra cosa perché non è “un’evoluzione per discendenza o filiazione [e] non produce nulla per filiazione. […] . È alleanza [grassetto nostro]”[4] . L’esempio di Deleuze è quello della vespa e dell’orchidea, del divenire orchidea della vespa e del divenire vespa dell’orchidea attraverso il processo di impollinazione; “una doppia cattura […] poiché ‘ciò che’ ciascuno diviene cambia tanto quanto ‘colui che diviene’. La vespa diventa parte dell’apparato di riproduzione dell’orchidea nello stesso momento in cui l’orchidea diventa organo sessuale della vespa”[5]. Le cose non cambiano passando dal mondo dei colori, delle voci e dei suoni del mondo vegetale e animale al mondo disincantato e per qualcuno inautentico della tecnica. È questo mondo la nostra orchidea e noi le sue vespe. È esso che ci se-duce con le sue macchine che impariamo a usare fin dalla terza poppata e alla quarta non possiamo più farne a meno. Essere esse per noi ed essere noi per esse. Un’alleanza – mai dimenticare la valenza biblica della parola – che sta plasmando la nostra forma di vita e che, considerando l’impossibilità di sottrarci ai suoi apparati di cattura, difficilmente potrà essere spezzata. Governata, forse. Note [1] Ivi pp. 491-492: “Come nel caso delle trasformazioni consecutive di diverse formazioni geologiche, anche nel caso della formazione dei diversi sistemi economico-sociale non bisogna credere a periodi apparsi improvvisamente e nettamente separati l’uno dall’altro. In seno all’artigianato si svilupparono i principi della manifattura e sporadicamente, per eseguire singoli processi, si faceva già ricorso alle macchine […] La legge generale che scaturisce da quanto sopra esposto consiste nel fatto che le basi materiali di ogni successiva forma di produzione – sia le condizioni tecnologiche, sia la struttura economica dell’atelier ad esse corrispondente – sono create nella forma immediatamente precedente”. [2] K. Marx, Il Capitale I, Editori Riuniti, Roma 1968, p. 496 [3] R. Ciccarelli, Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale, DeriveApprodi, Roma 2018 [4] G. Deleuze-F. Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, I, Bibliotheca Biographica, Roma 1987, p. 345 [5] G. Deleuze, Frammenti di un’opera in abecedario, DeriveApprodi, Roma 2005, p. 18 L'articolo Marx e le macchine / La macchina è l’uomo stesso / II parte proviene da Pulp Magazine.
May 18, 2026
Pulp Magazine
Marx e le macchine / La tecnica come chiodo fisso / I parte
“Inserisco qualche cosa nel capitolo sul macchinario. Vi sono qui alcune questioni curiose, che io nella prima stesura ignoravo. Per venire in chiaro di esse, mi sono riletto da cima a fondo i miei quaderni (sunti) di tecnologia, per le stesse ragioni seguo un corso pratico (soltanto sperimentale) per operai del professor Willis (in Jermyn Street, l’istituto di geologia, dove anche Huxley tiene le sue lezioni). Mi succede per la meccanica come per le lingue. Capisco le leggi matematiche, ma la più semplice realtà tecnica, che richiede intuizione, mi riesce difficile come ai più gran tangheri”. [1] È almeno dal 1845 (Miseria della filosofia) che Marx è interessato al problema e non è la prima volta che si rivolge all’amico per chiarimenti. Nei «Grundrisse», scritti tra il 1857 e il 1858, il tema, pure svolto qua e là in ordine sparso in più di un centinaio di pagine, trova il suo compendio risolutivo nel cosiddetto capitolo sulle macchine [2]. Altri cenni ritornano nel cosiddetto Capitolo VI inedito, scritto tra il giugno 1863 e il dicembre 1866[3] per concludersi nel capitolo tredicesimo della quarta sezione del primo libro del Capitale, dal titolo emblematico Macchine e grande industria. La tecnica è il problema di Marx, e anche il suo chiodo fisso. Pensiamo solo al momento in cui ha scritto la lettera di cui sopra ad Engels, un momento sventurato per entrambi. Engels ha appena perso la sua Mary nel mentre sulla famiglia di Marx incombe il disastro. Trattasi di una vecchia storia, in verità, che principia con l’arrivo a Londra nell’estate del ’49. Una lunga, lunghissima notte senza sonno che si protrarrà tra sofferenze indicibili, umiliazioni, miseria, fame e malattie per tutto il tempo dell’esilio londinese. Ora, nel gennaio del 1863, gli pare di aver toccato il fondo. È vero, non riceve più niente a credito, le bambine non possono uscire di casa perché vestiti e scarpe hanno preso la via del Monte di Pietà e tutti i tentativi di racimolare qualche spicciolo sono falliti. Tutte cose brutte, “horreurs” che gli fanno dimenticare la disgrazia dell’amico al quale si rivolge con il più trito “au bout du compte, che cosa debbo fare?” , per concludere maldestramente: “non avrebbe potuto, in luogo della Mary, morire mia madre, che è ormai piena di acciacchi e che ha vissuto quanto doveva…? ” [4]. Un’uscita a dir poco infelice, una reazione, si giustificherà più tardi Marx, al particolare momento per fronteggiare il quale il solo toccasana rimastogli è una buona dose di cinismo. Che Engels almeno sul momento si guarderà bene dall’ apprezzare[5]. A ricomporre l’amicizia tra i due e a rimettere a posto la testa di Marx, per l’appunto “qualche cosa che non ha nulla a che vedere con quanto sopra”, vale a dire con iatture e quant’altro. Devi aiutarmi a capire, scrive Marx all’amico, “come i self-actors [filatoi automatici] mutassero la filatura o piuttosto, dato che la forza vapore era impiegata già in precedenza, come mai il filatore, nonostante la forza vapore, dovesse intervenire con la sua forza motrice”. Un problema non secondario nel dibattito del tempo quello del ruolo delle macchine nel processo produttivo e della loro funzione rispetto al lavoro. Protagonisti ne erano stati allora il matematico londinese, esperto di meccanica e delle sue applicazioni al calcolo computazionale, Charles Babbage, e lo scozzese Andrew Ure, studioso della tecnologia e del sistema di fabbrica. Un interesse, quello di Marx per le macchine, conosciuto in Italia solo a spizzichi e bocconi. Sono i «Quaderni Rossi» a pubblicare per la prima volta nel ’64 il Frammento sulle macchine tratto dai Grundrisse. Non è un caso: siamo nel vivo di un nuovo ciclo di lotte operaie e di un rinnovato interesse per il Marx della fabbrica. A seguire, la pubblicazione nel 1976 dell’Inedito sulle macchine in «Marxiana 2», tratto questa volta dai quaderni preparatori a Per la critica dell’economia politica pubblicato da Marx nel 1859, otto anni prima della pubblicazione del primo libro del Capitale, risalenti al 1861-1863 e successivi al manoscritto dei Grundrisse del 1857-1858. Anche in questo caso il momento appare cruciale. Alla crisi del sistema di fabbrica giunto a maturità in Italia nel ’73, la risposta padronale è ancora quella del ricorso alla ristrutturazione tecnologica che per la sua radicalità s’impone questa volta come un vero e proprio passaggio d’epoca. Che per l’occasione Marx potesse tornare di nuovo utile, erano in molti a sinistra del Pci a crederlo. Un Marx, per tutti costoro, poco propenso a concedere fiducia al progresso tecnologico e alla scienza. Nel 1980 gli Editori Riuniti, la casa editrice del partito, riedita l’Inedito sulle macchine senza trascurare questa volta la pubblicazione di altri quaderni preparatori. Non tutti, però[6].  Solo per rispettare l’ordine e i tempi di pubblicazione dell’opera omnia intrapresa da appena un decennio o per un disegno politico ben preciso, ad esempio di una diversa gestione della ristrutturazione tecnologica in corso d’opera nelle fabbriche fordiste del Paese? Reimporre nella nuova fabbrica il ruolo egemone del Movimento Operaio (Pci+Sindacato) era indubbiamente il sogno di quanti nel partito teorizzavano l‘autonomia del politico. Secondo Massimo Cacciari, allora parlamentare del Pci, si trattava del leninismo che era mancato a Panzieri e che continuava a mancare negli anni Settanta agli operaisti della seconda generazione ancora legati all’idea dell’autonomia di classe. L’analisi marxiana del sistema di fabbrica appariva ai suoi occhi ormai superata perché “inficiata da evidenti tratti di «macchinismo»”, legata all’“universo ottocentesco della precisione”, “visione ingenua del sistema delle macchine”. A completare l’anello mancante di questa preistoria del Capitale – perché è di essa che si tratta parlando di questi scritti economici di Marx – ha provveduto recentemente il partito di Lotta Comunista con la pubblicazione in due volumi di tutti i quaderni del periodo londinese 1861-1863, quelli editi e quelli inediti[7]. Con un avviso ai naviganti: di un Marx filologicamente “ritrovato” poco ci cale. Piuttosto una lettura mirata com’era già accaduto negli anni Sessanta e Settanta. Pensando alla scienza e alla tecnica, e al modo di produrre di oggi, rispetto a quegli anni la discontinuità appare fortissima, forse ancor più radicale di quella vissuta da Marx in qualità di osservatore attento della prima rivoluzione industriale. Finché il regime di fabbrica ha funzionato come centro visibile della produzione, i conti sembravano tornare. Ma oggi, quando quella meccanizzazione del lavoro umano si è disseminata ben oltre le mura della fabbrica, che valore può ancora avere l’invito di Marx a seguirlo “nel segreto laboratorio della produzione”? Di cui il primo tomo del Manoscritto ci restituisce il fascino del tempo che fu in pagine che potrebbero tranquillamente figurare in un dotto libro di archeologia industriale. Per non parlare poi della pignoleria del Nostro nel descrivere le macchine utensili, non senza aver prima chiarito che la macchina non è lo strumento e che la differenza la fa la natura della forza motrice, umana e meccanizzata. Che a sua volta c’entra poco o niente con la rivoluzione industriale in sé che invece è prodotta dalla macchina utensile che sostituisce l’operaio, in una parola da quella parte del macchinario che gli inglesi chiamano working machine e che Marx traduce con “la parte operatrice della macchina”. Di essa in queste pagine del Manoscritto leggiamo la storia: la storia del mulino, della macchina utensile, del passaggio dallo strumento al sistema automatico di macchine. Ma che cosa resta oggi di quella storia, quando il laboratorio della produzione non coincide più con la fabbrica e il capitale fisso sembra essersi disseminato nei dispositivi, nei saperi, nei corpi stessi della forza lavoro? [1] K. Marx, Carteggio, Marx-Engels IV (1861-1866), Edizioni Rinascita, Roma 1951, 28 gennaio 1863, p. 158 [2] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 1857-1858, vol. II, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1970, pp. 388-411. [3] K. Marx, ll Capitale: Libro I, capitolo VI inedito, La Nuova Italia, Firenze 1969 [4] Carteggio, cit., Lettera 8 gennaio 1863, p. 152. Per la morte della madre dovrà aspettare la fine del mese di novembre e l’eredità tanto agognata sarà comunque di poco conto. [5] Ivi, Lettera del 13 gennaio 1863, p. 153: “Tutti i miei amici, inclusi i conoscenti filistei, in questa circostanza, che a dire il vero mi ha colpito abbastanza da vicino, dimostrarono maggiore partecipazione e amicizia di quanto potessi aspettarmi. Tu trovasti che il momento era opportuno per far prevalere il tuo gelido modo di pensare. Soit!”. Nella minuta della lettera leggiamo anche: Godi del tuo trionfo, non ti verrà contestato. [6]  K. Marx, Manoscritti del 1861-1863, Editori Riuniti, Roma 1980 [7] K. Marx, Manoscritto economico 1861-1863. Complementi, I-2, Edizioni Lotta Comunista, Milano 2023 L'articolo Marx e le macchine / La tecnica come chiodo fisso / I parte proviene da Pulp Magazine.
May 16, 2026
Pulp Magazine