Tunisia, Avocats Sans Frontières sospesa per 30 giorni

Progetto Melting Pot Europa - Wednesday, May 13, 2026

Avocats Sans Frontières (ASF), organizzazione internazionale impegnata nella difesa dei diritti umani e dell’accesso alla giustizia che opera in oltre 10 paesi, ha ricevuto martedì 5 maggio un provvedimento di sospensione delle proprie attività in Tunisia per un periodo di 30 giorni. La misura è stata adottata ai sensi dell’articolo 45 del Decreto Legge 88-2011 sulle associazioni.

Secondo quanto comunicato dall’organizzazione, il provvedimento fa seguito a una diffida formale inviata nell’ottobre 2024 e a una richiesta di integrazione documentale nel febbraio 2026, a entrambe le quali ASF ha risposto integralmente e nei termini previsti.

L’organizzazione, con una nota stampa, respinge con fermezza la legittimità della decisione: «ASF considera che questa decisione non sia giuridicamente fondata e non rientri in alcun controllo legittimo e democratico del lavoro associativo, ma costituisca al contrario un attacco manifesto alla libertà di associazione».

ASF inquadra la sospensione in «una serie di misure restrittive che colpiscono lo spazio civico in Tunisia», simile ai provvedimenti che hanno recentemente interessato altre organizzazioni della società civile, tra cui la Lega Tunisina per i Diritti Umani, il Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali e l’Associazione Tunisina delle Donne Democratiche.

Da oltre 15 anni presente nel paese, ASF era arrivata in Tunisia nel 2012, sull’onda della destituzione del regime di Ben Ali. Da allora, l’organizzazione ha operato in partnership con istituzioni nazionali – tra cui l’Ordine degli Avvocati, i Ministeri della Giustizia, della Salute e degli Affari Sociali – costruendo un meccanismo di assistenza legale gratuita che ha supportato migliaia di persone vulnerabili.

Ma dal 25 luglio 2021, data del giro di vite politico in Tunisia del presidente Kaïs Saïed, il clima è progressivamente deteriorato: «ASF ha osservato con profonda preoccupazione gli sviluppi politici in Tunisia e le loro conseguenze su diritti e libertà. Lo spazio civico si è gradualmente ristretto, mentre attacchi crescenti prendono di mira difensori dei diritti umani, giornalisti, attori associativi, oppositori politici e cittadini impegnati».

Al di là dell’impatto istituzionale, ASF sottolinea le ricadute concrete sulle persone più fragili: la sospensione «tocca direttamente i team impegnati sul campo, i partner locali, ma soprattutto le centinaia di persone per le quali l’assistenza legale rappresenta talvolta l’ultimo ricorso». L’organizzazione non nasconde la difficoltà del momento per i propri collaboratori: il provvedimento «colpisce direttamente il morale e la sicurezza del suo team in Tunisia, che lavora in un contesto sempre più vincolato».

ASF ha annunciato che intende «esercitare il proprio diritto di appello per contestare questa decisione, con il sostegno degli avvocati che si sono offerti volontari per assicurarne la difesa». L’organizzazione ha già ricevuto messaggi di solidarietà da centinaia di personalità, associazioni, beneficiari e cittadini: «I vostri messaggi ci danno forza e conforto in questo periodo di dubbio e incertezza».

Il comunicato si chiude con una dichiarazione di determinazione: «Di fronte alla pressione, la nostra determinazione rimane intatta: ASF continuerà, instancabilmente, a difendere la giustizia e lo stato di diritto».

La vicenda di Avocats Sans Frontières è l’ultima di una serie di misure repressive contro attivisti, intellettuali e organizzazioni e si deve leggere anche all’interno del dibattito europeo e italiano sul tema delle migrazioni. Numerose organizzazioni per i diritti umani, esprimendo solidarietà ad ASF, hanno ricordato come questi fatti – la messa a tacere della società civile indipendente, la persecuzione di avvocati e giornalisti, ossia complessivamente la sistematica erosione dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani fondamentali – rendano ancora una volta insostenibile la definizione della Tunisia come «paese sicuro».

Una qualifica che diversi governi europei continuano ad applicare per giustificare rimpatri forzati e accordi di esternalizzazione delle frontiere, ignorando inoltre una realtà documentata da numerosi report, ultimo in ordine di tempo la denuncia della tratta di Stato tra Tunisia e Libia di Woman State Trafficking.