
Un ospedale italiano in Madagascar
Pressenza - Tuesday, May 12, 2026Pochi medici di Bologna fortemente motivati, a cui poi se ne sarebbero aggiunti altri, e nel 2008, in un piccolo e antichissimo villaggio di pescatori nella costa sudoccidentale del Madagascar, Andavadoaka, prende forma una realtà che diventa subito un punto di riferimento, un polo d’attrazione che presto richiama migliaia di persone: un ospedale, l’unico nel raggio di 130 chilometri.
Costituiti nell’associazione Amici di Ampasilava (villaggio vicino ad Andavadoaka) i medici italiani hanno costruito e poi donato al governo malgascio l’ospedale, ma l’associazione continua a farsi carico delle spese di gestione, fornisce il personale che al 70 per cento è formato da volontari, al 20 per cento da dipendenti – sempre pagati dall’associazione -, il 10 per cento da persone a carico del governo malgascio. L’associazione fornisce anche tutti i farmaci, che vengono dall’Italia.
Ne parliamo con il dott. Piermario Palattella, direttore sanitario responsabile del Pronto Soccorso Odontoiatrico dell’Ospedale George Eastman, a Roma, e dell’ambulatorio odontoiatrico dell’Hopitaly Vezo nell’ospedale di Andavadoaka.
Qual è la situazione in quella parte del Madagascar? Quali sono le malattie, i disturbi più comuni?
Purtroppo molte amputazioni di arti, perché i pazienti spesso arrivano a uno stadio avanzato, non essendo a conoscenza della presenza dell’ospedale o avendo preferito rivolgersi prima a uno sciamano. Personalmente ho assistito ad almeno una decina di amputazioni, anche in persone giovani. Una nota positiva: abbiamo avuto la possibilità di mettere protesi. Poi cisti, appendicectomie, tantissimi parti – fino a 200 e oltre all’anno -. Seguiamo la mamma sia prima che dopo il parto. Per gli interventi più importanti, ad esempio al cuore, ci prendiamo carico noi del malato e lo portiamo a Toulear, dove c’è un ospedale con l’attrezzatura necessaria. Gli paghiamo le spese del trasporto, magari gli troviamo anche vitto e alloggio.
Quali reparti avete ad Andavadoaka?
Radiologia, laboratorio per le analisi, farmacia in cui vengono anche creati preparati galenici, ambulatorio odontoiatrico, ambulatorio di fisioterapia, pediatria, ginecologia, medicina generale. A turno vengono oculisti e urologi.
A turno: quindi vi alternate dall’Italia?
Sì, l’impegno è molto vario, siamo circa 120 tra medici e infermieri. Io vado un mese l’anno, sono praticamente le mie vacanze… ma ci sono colleghi e infermieri che restano per periodi più lunghi, ci sono i giovani che effettuano il servizio civile lì e rimangono per quasi un anno. L’ospedale è aperto ogni giorno, per 24 ore al giorno.
Non è facile arrivare ad Andavadoaka…
È un lungo viaggio. Avventuroso, possiamo dire. Si arriva in aereo ad Addis Abeba, poi sempre in areo ad Antananarivo, la capitale del Madagascar, quindi ancora in aereo a Tulear, che si trova a sud ed è la seconda città più importante dopo la capitale. Da Tulear c’è una jeep, per fare 130 km impiega più di dieci ore. Il tragitto in jeep è lungo una strada asfaltata solo per 20 km, il resto è sterrato, chiamato “la pista”: attraversa zone le più diverse, da quella desertica a una di mare, da una boscosa a una simile a una giungla.
Avete anche del personale locale?
Certo, abbiamo formato degli infermieri, capaci di risolvere le situazioni base (per quello che riguarda l’odontoiatria, per esempio, è capace di estrarre un dente, di fare un’otturazione). Abbiamo formato anche ostetriche.
Le persone che si rivolgono a voi non pagano nulla?
Pagano, una tantum, 1 euro. Con questa cifra (bisogna calcolare che lo stipendio base di un lavoratore lì è di 50 euro al mese) si ha diritto a una sorta di tesserino sanitario, che permette di usufruire dei servizi dell’ospedale per tutta la vita, farmaci compresi. E questa è una particolarità che non si trova in altri ospedali africani, perché i farmaci hanno un costo rilevante.
I farmaci arrivano dall’Italia. Come?
Valigie che viaggiano con noi medici, soprattutto. Io porto spazzolini, dentifrici, reagenti per il laboratorio, anestesia, suture, attrezzature. Viaggio con un foglio che mi consente di passare la dogana in qualità di “volontario in missione”.
Cosa vi manca di più in questo momento all’ospedale?
Naturalmente ogni donazione è benvenuta, ci sosteniamo con quelle (basta andare sul sito web Amici di Ampasilava per tutte le informazioni), e poi ci mancano gli oculisti e gli oculisti-chirurghi. Non è facile avere degli oculisti laggiù, perché c’è una grossa richiesta anche in Italia. Ma le cataratte da operare sono moltissime, quindi speriamo davvero che qualcuno risponda all’appello.