
“Yiddish blues”, il nuovo disco di Moni Ovadia, Giovanna Famulari e Michel Gazich
Pressenza - Wednesday, May 6, 2026E’ uscito il nuovo disco di Moni Ovadia, Giovanna Famulari e Michel Gazich, “Yiddish blues”, una rivisitazione di brani della tradizione yiddish e nuovi brani originali.
“IL PICCOLO ALì” è il primo brano del nuovo disco di Moni Ovadia “Yiddish Blues”.
Una canzone dedicata alle migliaia di bambini/bambine vittime del conflitto. Si può ascoltare e vedere il video a questo link https://www.facebook.com/reel/2015968112343468
Parole Moni Ovadia
Musiche Giovanna Famulari e MIchele Gazich
Video Elisa Savi
“PALESTINA TERRA DI DOLORE” è un’altro brano del nuovo disco.
È un inno ispirato allo storico “Inno del Ghetto di Varsavia” che parla della tragedia del popolo palestinese. Si può ascoltare e vedere il video a questo link https://www.facebook.com/reel/2086550475525877
Parole e musiche Moni Ovadia, Giovanna Famulari, Michele Gazich.
Video Elisa Savi
“MALTAMè” è un brano del nuovo album, che racconta in giudaico/veneziano, la lingua parlata nel ghetto di Venezia e ormai perduta, uno stato d’animo di angoscia incontrollabile attraverso una filastrocca per bambini che è un presagio e una minaccia.
Si può ascoltare e vedere il video a questo link
https://www.facebook.com/reel/1507661707574455
Parole e musica di Michele Gazich
Voce Moni Ovadia
Video Elisa Savi
Il critico musicale, Gaetano Lauritano, in merito a questo nuovo album, ha dichiarato:
“Lo sappiamo tutti che la musica non salverà il mondo, ma almeno potrà renderlo più vivibile e ci aiuterà a non spegnere la coscienza e se anche una sola persona nell’angolo più remoto del pianeta non si tapperà le orecchie, allora, forse, ci sarà ancora speranza.
…sono solo una foto che vi guarda e vi accusa, siete tutti senza cuore, siete tutti assassini.
Basterebbe solo questa frase per farci capire come la società civile, per come la intendono i più, ha fallito. Ha fallito in Ucraina, in Sudan, in Afghanistan e a Cuba e, soprattutto, ha fallito in Palestina. Ha fallito in ogni posto dove venne, e viene negata, la libertà, la vita, la dignità, in favore dell’interesse personale e dell’assoggettamento di un popolo.
La retorica, ormai, serve a poco, le parole si sono spese e si spendono, ma restano mute davanti a immagini che ci mostrano qual è il prezzo pagato dagli altri per la nostra “temporanea” felicità.
Come cantavano i Negrita, “Se io prendo, chi è che dà?”.
Il silenzio, davanti a questo scempio, diventa assordante, così forte al punto da coprirsi le orecchie, perché gli occhi li abbiamo già chiusi, ma le urla di dolore, il pianto delle madri, la voce della disperazione, quelli, non si riescono a spegnere.
“Yiddish Blues” non è solo un disco, ma un documento, una testimonianza, una prova che tutto questo è esistito, esiste e non verrà dimenticato. Moni Ovadia, Giovanna Famulari, Michele Gazich, un trio improbabile, ma proprio per questo vero, sincero, unito nella musica per dare armonia a tutto questo dolore.
Il piccolo Alì, che con le sue braccia dilaniate dalla barbarie sionista diventa un simbolo di questo fallimento, apre un disco carico di emozioni che si alternano tra la disperazione e la rabbia, tra il senso di colpa per non aver fatto abbastanza e lo sconforto, provando quel senso di nausea per appartenere allo stesso gruppo di chi ha compiuto e perpetrato questo dolore.
Il violoncello di Giovanna Famulari ci strappa il cuore dal petto mentre il violino di Michele Gazich diffonde una melodia straziante che simula il pianto di dolore dei bambini morti.
Non è più musica, è la consapevolezza che per essere assassini non è necessario premere il grilletto, basta girarsi dall’altra parte.
Paolo era un anarchico ebreo, molto anarchico e molto ebreo. C’è contraddizione in tutto questo? No: la Bibbia, la Torah, è piena di spunti di relazione fra la scrittura ebraica e il pensiero anarchico.
Le parole di Ovadia nel brano Materiali sonori per una descrizione dell’anima di Paolo F. scritto da Gazich e dedicato all’amico Paolo Finzi, il fondatore della rivista A. Rivista Anarchica, suonano come una sentenza contro chi, utilizzando ancora la religione come spauracchio, utilizza un testo sacro per giustificare la propria perfidia.
Es brent (sta bruciando) è una canzone yiddish del 1938 di Mordechai Gebirtig, trucidato dai nazisti il 4 giugno 1942. Dona Dona racconta delle vittime portate alla morte, cantata anche da Joan Baez.
Le delicate note del pianoforte fanno da accompagnamento alla dolcezza del violoncello di Famulari e le parole si fanno spazio in uno spiraglio di speranza. La voce di questi tre grandi artisti si intrecciano, si avvolgono, si aiutano e si danno forza, perché è proprio con l’unione che si combatte il male.
Non puoi comprare la mia speranza, Non puoi comprarla, non te la vendo
Costa poco la tua violenza, Non ha prezzo la mia speranza.
Sono le parole de Il Mattino, brano conclusivo dell’album.
Lo sappiamo tutti che la musica non salverà il mondo, ma almeno potrà renderlo più vivibile e ci aiuterà a non spegnere la coscienza e se anche una sola persona nell’angolo più remoto del pianeta non si tapperà le orecchie, allora, forse, ci sarà ancora speranza.
La speranza è che questa musica e queste parole arrivino a più persone possibili: non bisogna lasciare che l’abitudine, l’assuefazione e il “non ci posso fare nulla” ci atrofizzi. Forse è proprio questo l’intento di questi tre artisti che hanno investito la propria anima e il proprio cuore per portare, a chi un cuore ancora ce l’ha, un messaggio che smuova la coscienza.
Moni Ovadia è un attore, un cantautore, uno scrittore, nato in Bulgaria e milanese di adozione, proviene da una famiglia ebrea sefardita, persona di altissimo spessore culturale e umano. Michele Gazich, violinista, tra gli artisti italiani più colti e interessanti, ha collaborato con Massimo Bubola, Mark Olson, Eric Andersen, Massimo Priviero. Il suo stile musicale fonde cantautorato, musica rock e folk. Giovanna Famulari, violoncellista, pianista, arrangiatrice e produttrice artistica, con uno stile che va dal pop al jazz, dalla musica world alla musica contemporanea passando dal teatro ai concerti e alle colonne sonore.
La musica riempie l’aria e rende il silenzio più sopportabile”.
Non credo che serva aggiungere altro alle parole di Gaetano Lauritano.