“Yiddish blues”, il nuovo disco di Moni Ovadia, Giovanna Famulari e Michel Gazich
E’ uscito il nuovo disco di Moni Ovadia, Giovanna Famulari e Michel Gazich,
“Yiddish blues”, una rivisitazione di brani della tradizione yiddish e nuovi
brani originali.
“IL PICCOLO ALì” è il primo brano del nuovo disco di Moni Ovadia “Yiddish
Blues”.
Una canzone dedicata alle migliaia di bambini/bambine vittime del conflitto. Si
può ascoltare e vedere il video a questo link
https://www.facebook.com/reel/2015968112343468
Parole Moni Ovadia
Musiche Giovanna Famulari e MIchele Gazich
Video Elisa Savi
“PALESTINA TERRA DI DOLORE” è un’altro brano del nuovo disco.
È un inno ispirato allo storico “Inno del Ghetto di Varsavia” che parla della
tragedia del popolo palestinese. Si può ascoltare e vedere il video a questo
link https://www.facebook.com/reel/2086550475525877
Parole e musiche Moni Ovadia, Giovanna Famulari, Michele Gazich.
Video Elisa Savi
“MALTAMè” è un brano del nuovo album, che racconta in giudaico/veneziano, la
lingua parlata nel ghetto di Venezia e ormai perduta, uno stato d’animo di
angoscia incontrollabile attraverso una filastrocca per bambini che è un
presagio e una minaccia.
Si può ascoltare e vedere il video a questo link
https://www.facebook.com/reel/1507661707574455
Parole e musica di Michele Gazich
Voce Moni Ovadia
Video Elisa Savi
Il critico musicale, Gaetano Lauritano, in merito a questo nuovo album, ha
dichiarato:
“Lo sappiamo tutti che la musica non salverà il mondo, ma almeno potrà renderlo
più vivibile e ci aiuterà a non spegnere la coscienza e se anche una sola
persona nell’angolo più remoto del pianeta non si tapperà le orecchie, allora,
forse, ci sarà ancora speranza.
…sono solo una foto che vi guarda e vi accusa, siete tutti senza cuore, siete
tutti assassini.
Basterebbe solo questa frase per farci capire come la società civile, per come
la intendono i più, ha fallito. Ha fallito in Ucraina, in Sudan, in Afghanistan
e a Cuba e, soprattutto, ha fallito in Palestina. Ha fallito in ogni posto dove
venne, e viene negata, la libertà, la vita, la dignità, in favore dell’interesse
personale e dell’assoggettamento di un popolo.
La retorica, ormai, serve a poco, le parole si sono spese e si spendono, ma
restano mute davanti a immagini che ci mostrano qual è il prezzo pagato dagli
altri per la nostra “temporanea” felicità.
Come cantavano i Negrita, “Se io prendo, chi è che dà?”.
Il silenzio, davanti a questo scempio, diventa assordante, così forte al punto
da coprirsi le orecchie, perché gli occhi li abbiamo già chiusi, ma le urla di
dolore, il pianto delle madri, la voce della disperazione, quelli, non si
riescono a spegnere.
“Yiddish Blues” non è solo un disco, ma un documento, una testimonianza, una
prova che tutto questo è esistito, esiste e non verrà dimenticato. Moni Ovadia,
Giovanna Famulari, Michele Gazich, un trio improbabile, ma proprio per questo
vero, sincero, unito nella musica per dare armonia a tutto questo dolore.
Il piccolo Alì, che con le sue braccia dilaniate dalla barbarie sionista diventa
un simbolo di questo fallimento, apre un disco carico di emozioni che si
alternano tra la disperazione e la rabbia, tra il senso di colpa per non aver
fatto abbastanza e lo sconforto, provando quel senso di nausea per appartenere
allo stesso gruppo di chi ha compiuto e perpetrato questo dolore.
Il violoncello di Giovanna Famulari ci strappa il cuore dal petto mentre il
violino di Michele Gazich diffonde una melodia straziante che simula il pianto
di dolore dei bambini morti.
Non è più musica, è la consapevolezza che per essere assassini non è necessario
premere il grilletto, basta girarsi dall’altra parte.
Paolo era un anarchico ebreo, molto anarchico e molto ebreo. C’è contraddizione
in tutto questo? No: la Bibbia, la Torah, è piena di spunti di relazione fra la
scrittura ebraica e il pensiero anarchico.
Le parole di Ovadia nel brano Materiali sonori per una descrizione dell’anima di
Paolo F. scritto da Gazich e dedicato all’amico Paolo Finzi, il fondatore della
rivista A. Rivista Anarchica, suonano come una sentenza contro chi, utilizzando
ancora la religione come spauracchio, utilizza un testo sacro per giustificare
la propria perfidia.
Es brent (sta bruciando) è una canzone yiddish del 1938 di Mordechai Gebirtig,
trucidato dai nazisti il 4 giugno 1942. Dona Dona racconta delle vittime portate
alla morte, cantata anche da Joan Baez.
Le delicate note del pianoforte fanno da accompagnamento alla dolcezza del
violoncello di Famulari e le parole si fanno spazio in uno spiraglio di
speranza. La voce di questi tre grandi artisti si intrecciano, si avvolgono, si
aiutano e si danno forza, perché è proprio con l’unione che si combatte il
male.
Non puoi comprare la mia speranza, Non puoi comprarla, non te la vendo
Costa poco la tua violenza, Non ha prezzo la mia speranza.
Sono le parole de Il Mattino, brano conclusivo dell’album.
Lo sappiamo tutti che la musica non salverà il mondo, ma almeno potrà renderlo
più vivibile e ci aiuterà a non spegnere la coscienza e se anche una sola
persona nell’angolo più remoto del pianeta non si tapperà le orecchie, allora,
forse, ci sarà ancora speranza.
La speranza è che questa musica e queste parole arrivino a più persone
possibili: non bisogna lasciare che l’abitudine, l’assuefazione e il “non ci
posso fare nulla” ci atrofizzi. Forse è proprio questo l’intento di questi tre
artisti che hanno investito la propria anima e il proprio cuore per portare, a
chi un cuore ancora ce l’ha, un messaggio che smuova la coscienza.
Moni Ovadia è un attore, un cantautore, uno scrittore, nato in Bulgaria e
milanese di adozione, proviene da una famiglia ebrea sefardita, persona di
altissimo spessore culturale e umano. Michele Gazich, violinista, tra gli
artisti italiani più colti e interessanti, ha collaborato con Massimo Bubola,
Mark Olson, Eric Andersen, Massimo Priviero. Il suo stile musicale fonde
cantautorato, musica rock e folk. Giovanna Famulari, violoncellista, pianista,
arrangiatrice e produttrice artistica, con uno stile che va dal pop al jazz,
dalla musica world alla musica contemporanea passando dal teatro ai concerti e
alle colonne sonore.
La musica riempie l’aria e rende il silenzio più sopportabile”.
Non credo che serva aggiungere altro alle parole di Gaetano Lauritano.
Andrea Vitello