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Carta dell’impegno per un mondo disarmato
Il prossimo 8 giugno, presso la Sala Stampa della Camera dei deputati, alle ore 13, insieme Moni Ovadia, presenteremo la Carta dell’impegno per un mondo disarmato, documento nato dall’incontro e dal confronto tra donne di molte città italiane, impegnate nei movimenti per la pace, il disarmo, la giustizia sociale e ambientale. Una presa di parola collettiva per contrastare la cultura della guerra e costruire pratiche di pace, responsabilità e futuro condiviso. L’incontro sarà anche occasione per presentare la manifestazione nazionale “ Tessere la pace – custodire il futuro ”, che si terrà a Roma il 21 giugno, in continuità con il percorso delle 10, 100, 1000 Piazze di Donne per la Pace: un’iniziativa pubblica e collettiva che intreccia relazioni, presenza e azione comune per affermare, nello spazio pubblico, una cultura della pace e del disarmo. Oltre a Luana Zanella, capogruppo di AVS, che ospita l’incontro, interverrà Valentina D’Orso, deputata M5s, coordina Daniela Dioguardi del Coordinamento 10, 100, 1000 Piazze di Donne per la Pace. Per accedere è necessario accreditarsi all’indirizzo avs.eventi@camera.it, fino ad esaurimento posti. Specificare in oggetto: conferenza stampa. Redazione Italia
June 4, 2026
Pressenza
“Yiddish blues”, il nuovo disco di Moni Ovadia, Giovanna Famulari e Michel Gazich
E’ uscito il nuovo disco di Moni Ovadia, Giovanna Famulari e Michel Gazich, “Yiddish blues”, una rivisitazione di brani della tradizione yiddish e nuovi brani originali. “IL PICCOLO ALì” è il primo brano del nuovo disco di Moni Ovadia “Yiddish Blues”.  Una canzone dedicata alle migliaia di bambini/bambine vittime del conflitto. Si può ascoltare e vedere il video a questo link https://www.facebook.com/reel/2015968112343468 Parole Moni Ovadia Musiche Giovanna Famulari e MIchele Gazich Video Elisa Savi “PALESTINA TERRA DI DOLORE” è un’altro brano del nuovo disco.  È un inno ispirato allo storico “Inno del Ghetto di Varsavia” che parla della tragedia del popolo palestinese. Si può ascoltare e vedere il video a questo link https://www.facebook.com/reel/2086550475525877 Parole e musiche Moni Ovadia, Giovanna Famulari, Michele Gazich.  Video Elisa Savi “MALTAMè” è un brano del nuovo album, che racconta in giudaico/veneziano, la lingua parlata nel ghetto di Venezia e ormai perduta, uno stato d’animo di angoscia incontrollabile attraverso una filastrocca per bambini che è un presagio e una minaccia. Si può ascoltare e vedere il video a questo link  https://www.facebook.com/reel/1507661707574455 Parole e musica di Michele Gazich Voce Moni Ovadia Video Elisa Savi Il critico musicale, Gaetano Lauritano, in merito a questo nuovo album, ha dichiarato: “Lo sappiamo tutti che la musica non salverà il mondo, ma almeno potrà renderlo più vivibile e ci aiuterà a non spegnere la coscienza e se anche una sola persona nell’angolo più remoto del pianeta non si tapperà le orecchie, allora, forse, ci sarà ancora speranza. …sono solo una foto che vi guarda e vi accusa, siete tutti senza cuore, siete tutti assassini. Basterebbe solo questa frase per farci capire come la società civile, per come la intendono i più, ha fallito. Ha fallito in Ucraina, in Sudan, in Afghanistan e a Cuba e, soprattutto, ha fallito in Palestina. Ha fallito in ogni posto dove venne, e viene negata, la libertà, la vita, la dignità, in favore dell’interesse personale e dell’assoggettamento di un popolo. La retorica, ormai, serve a poco, le parole si sono spese e si spendono, ma restano mute davanti a immagini che ci mostrano qual è il prezzo pagato dagli altri per la nostra “temporanea” felicità. Come cantavano i Negrita, “Se io prendo, chi è che dà?”. Il silenzio, davanti a questo scempio, diventa assordante, così forte al punto da coprirsi le orecchie, perché gli occhi li abbiamo già chiusi, ma le urla di dolore, il pianto delle madri, la voce della disperazione, quelli, non si riescono a spegnere. “Yiddish Blues” non è solo un disco, ma un documento, una testimonianza, una prova che tutto questo è esistito, esiste e non verrà dimenticato. Moni Ovadia, Giovanna Famulari, Michele Gazich, un trio improbabile, ma proprio per questo vero, sincero, unito nella musica per dare armonia a tutto questo dolore. Il piccolo Alì, che con le sue braccia dilaniate dalla barbarie sionista diventa un simbolo di questo fallimento, apre un disco carico di emozioni che si alternano tra la disperazione e la rabbia, tra il senso di colpa per non aver fatto abbastanza e lo sconforto, provando quel senso di nausea per appartenere allo stesso gruppo di chi ha compiuto e perpetrato questo dolore. Il violoncello di Giovanna Famulari ci strappa il cuore dal petto mentre il violino di Michele Gazich diffonde una melodia straziante che simula il pianto di dolore dei bambini morti.  Non è più musica, è la consapevolezza che per essere assassini non è necessario premere il grilletto, basta girarsi dall’altra parte. Paolo era un anarchico ebreo, molto anarchico e molto ebreo. C’è contraddizione in tutto questo? No: la Bibbia, la Torah, è piena di spunti di relazione fra la scrittura ebraica e il pensiero anarchico. Le parole di Ovadia nel brano Materiali sonori per una descrizione dell’anima di Paolo F. scritto da Gazich e dedicato all’amico Paolo Finzi, il fondatore della rivista A. Rivista Anarchica, suonano come una sentenza contro chi, utilizzando ancora la religione come spauracchio, utilizza un testo sacro per giustificare la propria perfidia. Es brent (sta bruciando) è una canzone yiddish del 1938 di Mordechai Gebirtig, trucidato dai nazisti il 4 giugno 1942. Dona Dona racconta delle vittime portate alla morte, cantata anche da Joan Baez. Le delicate note del pianoforte fanno da accompagnamento alla dolcezza del violoncello di Famulari e le parole si fanno spazio in uno spiraglio di speranza. La voce di questi tre grandi artisti si intrecciano, si avvolgono, si aiutano e si danno forza, perché è proprio con l’unione che si combatte il male.  Non puoi comprare la mia speranza, Non puoi comprarla, non te la vendo Costa poco la tua violenza, Non ha prezzo la mia speranza. Sono le parole de Il Mattino, brano conclusivo dell’album. Lo sappiamo tutti che la musica non salverà il mondo, ma almeno potrà renderlo più vivibile e ci aiuterà a non spegnere la coscienza e se anche una sola persona nell’angolo più remoto del pianeta non si tapperà le orecchie, allora, forse, ci sarà ancora speranza. La speranza è che questa musica e queste parole arrivino a più persone possibili: non bisogna lasciare che l’abitudine, l’assuefazione e il “non ci posso fare nulla” ci atrofizzi. Forse è proprio questo l’intento di questi tre artisti che hanno investito la propria anima e il proprio cuore per portare, a chi un cuore ancora ce l’ha, un messaggio che smuova la coscienza. Moni Ovadia è un attore, un cantautore, uno scrittore, nato in Bulgaria e milanese di adozione, proviene da una famiglia ebrea sefardita, persona di altissimo spessore culturale e umano. Michele Gazich, violinista, tra gli artisti italiani più colti e interessanti, ha collaborato con Massimo Bubola, Mark Olson, Eric Andersen, Massimo Priviero. Il suo stile musicale fonde cantautorato, musica rock e folk. Giovanna Famulari, violoncellista, pianista, arrangiatrice e produttrice artistica, con uno stile che va dal pop al jazz, dalla musica world alla musica contemporanea passando dal teatro ai concerti e alle colonne sonore. La musica riempie l’aria e rende il silenzio più sopportabile”. Non credo che serva aggiungere altro alle parole di Gaetano Lauritano.     Andrea Vitello
May 6, 2026
Pressenza
Arte e attivismo per Gaza si incontrano. Intervista a Giovanni Gaggia
“Com’è il cielo in Palestina?” è un’opera collettiva che ha già conosciuto diverse tappe. Come si è sviluppata nel tempo? “Com’è il cielo in Palestina?” è un progetto che nasce nell’autunno 2023 da una domanda semplice e diretta, come tale profondamente politica e nel contempo poetica. Mi interessava  superare la narrazione dominante senza essere didascalico: come artista non volevo riportare un disegno o una fotografia di Gaza, ma provare a costruire uno spazio di relazione attraverso lo scambio di scritti. Il cielo è un elemento universale e condiviso e rispecchia anche uno spazio di desideri: alzare lo sguardo su di esso con l’intenzione  di superare le limitazioni e attraversare confini. Con il passare del tempo il progetto è cresciuto evolvendosi. È passato dall’essere un gesto intimo a divenire un processo collettivo e politico, fatto di corrispondenze, fotografie, ricordi, ricami,  incontri, parole e azioni pubbliche. Ogni tappa ha lasciato una traccia ed essendo un momento a sé stante, spesso time e site specific, grazie alla costruzione comunitaria ha aperto nuove possibilità di relazione. Non è un progetto chiuso, ma un organismo vivo e pulsante, che si modifica con le persone che lo attraversano. Significa rinunciare al controllo totale dell’opera lasciando spazio all’altro e accettare l’imprevisto, pur muovendosi all’interno di uno scheletro che io ho progettato e che mi garantisce l’estetica desiderata.  È un modo di fare arte che mette al centro la relazione, non l’oggetto. E sì, credo abbia un valore profondamente politico, perché analizza le comunità in cui opero, crea legami,  costruendone così altre temporanee, in grado di realizzare qualcosa di nuovo anche nel momento in cui l’artista se ne sarà andato, mette in discussione le gerarchie tra artista e pubblico. È una pratica che si oppone all’isolamento e all’individualismo. A un certo punto il tuo progetto si è incontrato con quello della Global Sumud Flotilla. In che modo avete collaborato? L’incontro con la Global Sumud Flotilla è avvenuto grazie a Maria Elena Delia. La chiamai ad agosto 2025 e le raccontai il progetto: rimase colpita e mi chiese dove fossero le arti visive rispetto alle altre forme d’arte che si erano già espresse con forza. Mi invitò quindi a essere presente a Catania durante la manifestazione che accompagnava il primo viaggio verso Gaza. In quell’occasione ricamammo su coperte donate dalla Caritas parole che raccontavano di un cielo senza uccelli a causa del passaggio degli aerei militari. Quei ricami sono rimasti a Catania e sono stati poi completati all’interno di un liceo artistico. Nei mesi successivi le trame delle relazioni si sono infittite; durante un incontro pubblico, ho conosciuto Silvia Severini e Moni Ovadia, che, in modi diversi, sono entrati entrambi in questo lungo cammino. Tra tutti i ricami realizzati intorno al tema in questi tre anni, arrivati attraverso una corrispondenza con gli abitanti di Gaza, soltanto due riportano parole che non provengono direttamente da loro: uno con la risposta di Moni alla domanda “Com’è il cielo in Palestina?”, ossia “Sospeso” e l’altro con la famosa frase di Vittorio Arrigoni “Restiamo umani.” Il ricamo ispirato alla risposta di Moni Ovadia è stato creato a Matera e resterà là come parte della collezione permanente del Museo della scultura contemporanea Matera. L’elemento che mi ha poi portato fisicamente dentro la flotta di terra è stato l’incontro con Silvia Severini, attivista anconetana che ha preso parte alla precedente spedizione umanitaria. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda, condividiamo la medesima filosofia: creare connessioni reali e non restare in silenzio. Dal dialogo siamo passati all’azione, iniziando a collaborare e intrecciando così attivismo e pratica artistica. Il progetto si è evoluto ulteriormente, diventando prima di tutto uno spazio di testimonianza e, di riflesso, di azione concreta. L’arte, in questo caso, non illustra, non descrive: è parte integrante di un movimento più ampio, che accompagna e sostiene. In aprile partirà una nuova missione della flotilla. Puoi spiegarci il contributo che darai insieme a tante altre persone? Per la missione di aprile il mio contributo, insieme a quello di tante altre persone, sarà proprio quello di portare questa dimensione relazionale all’interno dell’opera d’arte che salperà su tutte le imbarcazioni della flotta. Sarà uno dei modi per rendere visibile ciò che spesso viene oscurato, ma anche per costruire una memoria condivisa, base della Storia. Molteplici sono le città in cui si stanno svolgendo azioni di ricamo collettivo: Torino, Verbania (VB), Mondovì (CN) Venezia, Milano, Varese, Cremona Sondrio, Ancona, Urbino (PU), San Benedetto del Tronto (AP), Pescara, Teramo e Roma.   Abbiamo iniziato a issare le bandiere palestinesi il 22 marzo ad Ancona con la partenza della Zeineddin. La mia bandiera con la frase di Vittorio Arrigoni “Restiamo umani”, salperà con l’ammiraglia. Tutte le 100 bandiere ricamate confluiranno nella partenza ufficiale prevista ad Augusta.  Bandiera palestinese ricamata sulla barca Zeineddin. Foto di Simona Bueffelli Anna Polo
March 31, 2026
Pressenza
Moby Dick
susanna sinigaglia Moby Dick Herman Melville con Moni Ovadia Regia Guglielmo Ferro È sempre attuale la figura del capitano Achab e in particolare in questo momento, quando i “capitani” che governano il mondo sembrano preda dei propri fantasmi e follie, manie di grandezza, invece che condottieri responsabili, consapevoli del ruolo che ricoprono. Così il capitano Achab insegue la sua balena