
Chi lascia fare e s’accontenta
Comune-info - Saturday, April 25, 2026
Roma, 25 Aprile 2025: mille papaveri rossi all’uncinetto di “Tessiture di pace” abbracciano Piazza Vittorio. Foto Nilde GuiducciLa Resistenza non è solo un fatto storico, ma una scelta morale. Un esercizio quotidiano di coscienza.
«Non sei mica fascista» mi disse. Era seria, ma rideva. Le presi la mano e sbuffai. «Lo siamo tutti, cara Cate» dissi piano. «Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista».
Quanti ancora scelgono di restare ai margini, di osservare senza agire, proprio come Corrado, il protagonista de La casa in collina di Cesare Pavese. Prevaricazioni e guerre gli scorrono accanto, feroci e disumane, mentre lui si illude di poterne restare fuori. La sua passività è il riflesso di un’intera collettività che abdica alla propria responsabilità, che si illude di poter vivere in sospeso, senza scegliere.
Ma davvero si può essere spettatori quando il mondo brucia?
Eppure, essere uomini significa essere responsabili dell’esistenza, significa assumersi il peso del bene e del male. Ed è questo che conferisce senso alla vita. E l’indifferenza non è mai un “rifugio”. È un atto di complicità. Corrado lo capirà troppo tardi, quando Cate e i suoi amici verranno arrestati dai tedeschi… La guerra, che fino a quel momento gli sembrava lontana, ora gli si impone con tutto il suo peso. L’orrore non è più un’eco distante, ma una ferita che lo riguarda. E lo inchioda a confrontarsi con una domanda che lo tormenta:
«Ora che ho visto cos’è la guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: “E dei caduti che facciamo? Perché sono morti?” Io non saprei cosa rispondere. Non adesso almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero».
Perché la guerra non finisce mai davvero per chi resta. Continua a bruciare. Sopravvive come una presenza muta, un’ombra che si allunga sul futuro. Pesa come una ferita che non smette di sanguinare. Non è solo il sangue versato a gridare giustizia, ma l’assordante silenzio di chi ha lasciato accadere. Rompere quel silenzio è un atto di coraggio. È prendersi cura di chi non c’è più. È proteggere la verità e custodirne la memoria. È restituire dignità a chi è rimasto. Perché ricordare non è guardare indietro: è scegliere da che parte della storia stare, ogni giorno. Perché la libertà non è mai definitiva, ma una scelta continua. È stata la voce dei partigiani e oggi è la voce di chi si oppone all’oppressione e alle prevaricazioni e sceglie la dignità e la giustizia. L’umanità e la pace.
Alessandra Sanna, insegnante
25 Aprile ogni giorno: Ascanio Celestini
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