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L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta: un ponte fotografico tra Gaza e Napoli
Ci sono immagini che non chiedono di essere guardate in fretta. Chiedono attenzione. Presenza. Responsabilità. Between Gaza and Naples. A Childhood Story è una di queste. Il progetto nasce dall’incontro tra due fotografi e due luoghi lontani: Gaza e Napoli. A realizzarlo sono Mahmoud Abu Al-Qaraya, fotografo di Gaza, e Raffaele Annunziata, fotografo e artista napoletano. Attraverso fotografie parallele raccontano la quotidianità di due bambine: Soso, che cresce sotto assedio a Gaza, e Dede, che vive la sua infanzia a Napoli. Le immagini non cercano l’eccezionale, ma l’ordinario. I gesti semplici, i tempi lenti, la vita che scorre. Ed è proprio in questa semplicità che il progetto trova la sua forza. Fare colazione, giocare, stare in casa, affacciarsi, dormire. Azioni che altrove appaiono naturali e che, sotto assedio, diventano fragili. Precari equilibri. Diritti messi in discussione. La guerra non è quasi mai mostrata direttamente, ma è ovunque. Sta negli spazi, nei corpi, nei silenzi, nella luce. Sta soprattutto in ciò che può venire meno da un momento all’altro. Le fotografie non cercano lo shock visivo. Lavorano piuttosto su un piano più profondo, mostrando ciò che resiste: la normalità come atto di coraggio, l’infanzia come spazio violato ma non cancellato, la vita quotidiana come luogo in cui i diritti umani dovrebbero essere più evidenti e risultano invece più drammaticamente negati. Napoli e Gaza non vengono poste in contrapposizione, ma in relazione. Due città di mare, due infanzie immerse in condizioni radicalmente diverse, unite però dagli stessi bisogni fondamentali: protezione, cura, gioco, futuro. Between Gaza and Naples. A Childhood Story non è solo un progetto fotografico. È un ponte narrativo ed etico. Un tentativo di restituire volto e tempo a ciò che rischia di essere ridotto a cronaca. Le immagini non chiedono di essere consumate, ma attraversate. Accanto al lavoro artistico, il progetto sostiene anche una campagna concreta a supporto di Mahmoud Abu Al-Qaraya e della sua famiglia, oggi sfollati a Gaza. Un elemento che rafforza ulteriormente il senso di questo lavoro: non raccontare da lontano, ma restare in relazione. È in questo spazio che abbiamo incontrato Raffaele Annunziata e, attraverso di lui, Mahmoud Abu Al-Qaraya. Nell’intervista che segue, le loro voci si incontrano per raccontare dall’interno la nascita e il senso di Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Guardando oggi queste immagini, viene naturale pensare che, se fossero scattate adesso, sarebbero forse più scure, più invernali, più fragili. Non sappiamo se in questo momento Soso abbia un tetto, se abbia freddo, dove dorma. Sappiamo invece che Dede è nella sua casa, dentro una quotidianità protetta. È in questa distanza concreta che le fotografie continuano a parlarci. E ci ricordano che ogni infanzia, oggi, non chiede solo di essere raccontata. Chiede di essere difesa. Abbiamo raccolto le voci di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya in un’intervista a due voci, lasciando che il dialogo tra Napoli e Gaza proseguisse anche nelle parole. Ne emerge un racconto che parla di fotografia, ma soprattutto di relazione, responsabilità e infanzia. Come è nato Between Gaza and Naples. A Childhood Story e come si è costruito l’incontro e il dialogo tra voi? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto è nato da un desiderio autentico di creare un dialogo umano che andasse oltre la geografia, l’assedio e i confini. Non è iniziato come un progetto pianificato, ma piuttosto come un bisogno di connettersi e di comprendere. Attraverso immagini, conversazioni e momenti condivisi, ha lentamente preso forma un ponte tra due luoghi molto diversi, uniti dall’infanzia come linguaggio comune. Il dialogo non è stato solo artistico o tecnico, ma profondamente umano. Raffaele Annunziata: Mi sono imbattuto per la prima volta nelle foto di Mahmoud a fine agosto, quando già stavo collaborando con altri ragazzi palestinesi. Sono rimasto impressionato dalla bellezza delle sue foto e gli ho scritto per dirgli che ammiravo il suo lavoro. Di lì è partito un dialogo, prima tra fotografi e poi tra amici, quali siamo diventati, che ci ha portato a elaborare il nostro primo progetto fotografico Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Che cosa rappresenta oggi per voi questo progetto, dopo il percorso che ha già compiuto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi questo progetto rappresenta molto più di una serie di fotografie. È la prova che la connessione umana è ancora possibile, anche nelle condizioni più dure. È diventato parte della mia memoria personale e della mia vita quotidiana, uno spazio sicuro in cui torno per ricordarmi perché continuo a credere nelle immagini e nel loro potere di avvicinare le persone, invece di separarle. Raffaele Annunziata: La dimostrazione che singole persone possono dare un aiuto concreto ad altre singole persone, nei momenti di bisogno. Senza intermediari, senza interessi, senza secondi fini. La restituzione alla fotografia di una valenza politica, umanitaria e concreta. Che responsabilità sentite quando scegliete di raccontare l’infanzia attraverso le vostre immagini? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Sento una responsabilità molto profonda, perché l’infanzia non è solo un soggetto visivo, ma vite reali. Cerco sempre di essere onesto e di non sfruttare mai il dolore o l’innocenza. La mia responsabilità è proteggere queste storie dalla semplificazione o dalla distorsione e presentare l’infanzia con dignità e complessità, esattamente per ciò che è, non per come il mondo si aspetta o vuole vederla. Raffaele Annunziata: Io ho scelto di fotografare direttamente mia figlia Dede, per restituire un racconto quanto più reale possibile. Un modello non avrebbe mai avuto la stessa spontaneità di mia figlia quando si sveglia al mattino. Questo mi ha fatto sentire la responsabilità di un padre che sceglie di pubblicare delle foto di sua figlia, di renderla protagonista di una storia che poi è diventata pubblica. Dede è stata ben felice di aiutarci in questa storia e siamo felici di averlo fatto. Mahmoud, puoi raccontarci in che condizioni stai vivendo oggi e cosa significa continuare a fotografare a Gaza in questo momento? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi vivo a Gaza in condizioni estremamente difficili e instabili, dove non esiste una vera sicurezza e non esiste una vita normale. Ho perso la mia casa e gran parte della mia attrezzatura di lavoro, ma non ho perso il desiderio di raccontare la nostra storia. Continuare a fotografare qui non è solo una scelta professionale, è un atto di sopravvivenza e di resistenza. La macchina fotografica è diventata il mio modo di dire: siamo qui, e siamo ancora vivi, continuiamo a sognare, nonostante tutto. Quali sono state le difficoltà più grandi che hai affrontato nella realizzazione delle immagini di questo progetto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: La parte più difficile è stata fotografare nella paura costante: paura per me stesso, per i bambini che fotografo e per i loro momenti fragili. Ci sono state anche forti limitazioni negli spostamenti, mancanza di elettricità, blackout di internet e la perdita dell’attrezzatura. Ma la sfida più grande è sempre stata il peso psicologico: documentare l’infanzia sapendo che in ogni momento tutto può essere portato via. Cosa significa per te fotografare Soso e l’infanzia mentre distruzione e instabilità circondano tutto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Fotografare Soso è un tentativo di proteggere l’infanzia dall’essere dimenticata. Lei non è solo un simbolo, ma una bambina reale che vive le sue giornate tra il gioco e la paura, tra le risate e domande difficili. Quando la fotografo, sento di aggrapparmi a un frammento puro di vita, cercando di dire che l’infanzia a Gaza non è solo vittimismo, ma uno spirito che continua a resistere e a respirare. Qual è oggi il tuo rapporto con questo progetto? È solo un lavoro o è diventato qualcos’altro? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto non è più solo un lavoro artistico. È diventato una relazione umana e una responsabilità morale. Fa parte della mia vita quotidiana e della mia memoria personale. Mi sento legato a questo progetto prima come essere umano che come fotografo, perché porta con sé storie reali di bambini che conosco e tra i quali vivo. Cosa vorresti che il mondo capisse guardando le tue fotografie? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Vorrei che il mondo vedesse oltre la distruzione e oltre i titoli politici, per vedere l’essere umano, il bambino e la piccola vita quotidiana che lotta per continuare. Le mie immagini non chiedono pietà, ma comprensione e riconoscimento della nostra umanità e del nostro diritto a una vita normale e sicura. Per quanto puoi dirci, come sta oggi Soso e quanto è importante per te continuare a seguirla e a raccontare la sua infanzia? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Soso è ancora una bambina che cerca di vivere la sua infanzia in condizioni dure, crescendo più in fretta di quanto dovrebbe. Seguirla è estremamente importante per me, perché è un promemoria costante che l’infanzia non è un momento fugace, ma un percorso che deve essere protetto. Continuare a raccontare la sua storia è un impegno per fare in modo che la sua vita non venga ridotta a una sola immagine o a un momento di dolore, ma venga narrata come una vita piena e in continuo divenire. In che modo questo progetto si inserisce nel tuo percorso personale e artistico, e cosa ha aggiunto al tuo modo di intendere la fotografia? Raffaele Annunziata: Between Gaza and Naples. A Childhood Story per me rappresenta un continuo di ciò che ho sempre fatto: raccontare attraverso la fotografia semplicemente la realtà, senza mezzi termini, senza finzione. Ho realizzato documentari e reportage fotografici da quando avevo diciotto anni e gli studi di cinema mi hanno portato ad approfondire questi ambiti. Per me la fotografia ha valore solo se ha un impatto concreto sulla realtà, altrimenti è un mero esercizio estetico, che rispetto ma non mi interessa. Com’è stato lavorare in relazione con un fotografo che vive sotto assedio, e cosa ha cambiato in te, come autore e come persona? Raffaele Annunziata: Quello che accade a Gaza da due anni è per me moralmente inaccettabile. In quanto essere umano ho scelto di non restare indifferente di fronte a un genocidio compiuto sotto i nostri occhi, che si è materializzato in tempo reale sui nostri schermi, attraverso i racconti dei palestinesi. Loro sono degli eroi. Mahmoud e Soso sono degli eroi. Guardando Gaza da Napoli, hai scoperto qualcosa di nuovo sulla tua città o sul modo in cui racconti l’infanzia? Raffaele Annunziata: Guardare Soso costretta ad abbandonare la sua casa e fuggire verso il sud di Gaza è stata per me un’esperienza tristissima. Eppure quella bimba continuava a sorridere, a vivere ogni giorno la sua infanzia fatta di bombardamenti, piedi scalzi, traslochi forzati, giornate senza mangiare, tende che volano via, freddo che non si può riscaldare in nessun modo. Chi cresce nel nostro ovattato Occidente capitalista, i nostri bambini, ignora cosa siano la fame, la sofferenza, il desiderio di un pasto caldo, la felicità per un giocattolo nuovo. Guardare i palestinesi dovrebbe insegnarci a rispettare la vita privilegiata che viviamo ogni giorno, in quanto persone fortunate. Che tipo di cammino immagini per questo progetto? In quali spazi, contesti o luoghi senti che questo lavoro dovrebbe arrivare? Raffaele Annunziata: Ad oggi abbiamo portato il progetto in spazi che riflettono il senso profondo di ciò che abbiamo fatto, come l’ex OPG Je so’ pazzo a Napoli, Can Batlló a Barcellona, Scomodo a Milano, l’Asilo a Napoli e tanti altri. Vorremmo continuare a raccontare questa storia e contiamo di farlo in altre realtà importanti nei prossimi mesi. Nel frattempo stiamo sviluppando altri due reportage fotografici, sempre Between Gaza and Naples. Cosa speri che resti a chi guarda queste fotografie? Raffaele Annunziata: Ho visto alcune persone guardare le foto e iniziare a piangere d’istinto. Ho visto altre persone passarci accanto disinteressate. Le foto provocano qualcosa soltanto in chi è disposto a guardarle, in chi riesce a decifrarne i codici, che nel nostro caso non sono così espliciti, perché non abbiamo voluto spettacolarizzare in nessun modo l’infanzia delle protagoniste. Cerchiamo sguardi disposti a capire cosa c’è dietro, cosa c’era prima e cosa non c’è ora. Se lo capisci, dovrebbe restarti addosso una profonda tristezza. E la voglia di cambiare l’attuale stato delle cose. Se doveste racchiudere questo progetto in una sola frase, quale sarebbe? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Tra Gaza e Napoli c’è una storia di infanzia che si racconta da due città. Un’infanzia sotto la guerra e un’infanzia nella pace, unite da un solo cuore umano. Raffaele Annunziata: Un giorno Soso e Dede si incontreranno. Ringraziamo Mahmoud Abu Al-Qaraya e Raffaele Annunziata per il tempo, le parole e le immagini che ci hanno affidato. Between Gaza and Naples. A Childhood Story Reportage fotografico di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya Una selezione di immagini dal progetto fotografico. Video del progetto Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Due sguardi, due città, due infanzie in dialogo:  https://drive.google.com/file/d/1o6wKkB3PfRFiGDHB_mG2XRcBfDKx5YuO/view?usp=sharing   Lucia Montanaro
Anita, memoria viva: la nostra lotta è per la vita
Ana en la memoria Ana en las calles Ana en la dignidad Ana en la resistencia Ana en la vida Ana en el corazón Ana María Cuesta León, sociologa, muralista e militante per la memoria e i diritti umani in Colombia, ci ha lasciati poco più di sei mesi fa, lo scorso 11 giugno, all’età di 39 anni. Per chi scrive, Anita è stata una cara amica: la sua mancanza è un dolore immenso, così come è stata importante la condivisione di momenti di vita. Scrivere di Anita però non è solo una questione personale, ricordare Anita significa ripercorrere una lunga traiettoria di impegno e di lotta per la memoria e i diritti umani, ed al tempo stesso, dare voce alla sua lotta per il diritto alla salute negato dalle logiche del profitto a tutti i costi, da un sistema di salute neoliberista e privatizzato, e dalla scarsità delle medicine di cui aveva bisogno per vivere. Ricordare la sua vita, la sua militanza di lungo periodo contro l’impunità della violenza di Stato e i crimini di guerra, significa raccontare le lotte e i percorsi collettivi di cui è stata parte come muralista, sociologa, militante, ed infine direttrice del Centro per la Memoria, la Pace e la Riconciliazione di Bogotá. Ana María lavorava da ormai dieci anni in questa istituzione pubblica del distretto della capitale colombiana, e ne era diventata direttrice due anni fa, nel novembre del 2023. Ha contribuito nel tempo a trasformare una istituzione statale in uno spazio di accoglienza per le vittime del conflitto, per le madri dei desaparecidos e dei falsos positivos, per le organizzazioni sociali dei quartieri popolari, sperimentando pratiche di pedagogia popolare e cura collettiva contro l’orrore della guerra e della violenza nella storia e nel presente del suo paese e non solo. Una etica della cura, scrivono di lei, che ha sostenuto anche quando diventava difficile per lei anche solo respirare. Nata il 5 giugno del 1986 nei quartieri popolari di Ciudad Kennedy a Bogotá, Ana María è cresciuta accompagnata dalla nonna, dalla madre e dal padre e dalla sorella, da un profondo percorso religioso, familiare ed interiore, che si è poi incontrato con la sociologia, con i diritti umani, con il muralismo e le lotte sociali, le controculture e la militanza politica. Condividendo percorsi di ricerca di giustizia, cura e amore in una epoca devastata dalla violenza di Stato e dalla guerra, denunciando l’impunità del potere e dando voce e protagonismo alle vittime delle persecuzioni e dei massacri, “senza mai perdere la tenerezza” – come diceva il Che – Anita ha attraversato con la sua vita anni di lotte per la memoria e la giustizia, dipingendo con il suo collettivo sulle strade, sui muri, sugli adesivi e sulle magliette quella frase con cui oggi la ricordiamo: “Nuestra lucha es por la vida”. “NUESTRA LUCHA ES POR LA VIDA” Quando aveva diciannove anni, poco dopo aver iniziato gli studi in sociologia all’università Santo Tomás, scoprì di soffrire di ipertensione polmonare, e poi di lupus; in un momento delicato, giovanissima, affrontò con grande forza entrambe le malattie, e nonostante i medici le avevano dato al massimo due anni di vita, ne ha vissuti pienamente ed intensamente altri venti. Prendeva ogni giorno delle medicine vitali, che le permettevano di vivere degnamente, e di non soffrire troppo i dolori e i problemi respiratori con cui conviveva, ma tra dicembre ed aprile l’assicurazione sanitaria Famisanar non le ha più consegnate. L’ultima sua lotta, titola il giornale colombiano El Espectador, raccogliendo le testimonianze della madre e della sorella, è stata una lotta per il diritto alla cura, alla salute, ad una vita degna, che i processi di privatizzazione della salute in Colombia le hanno negato, così come li hanno negati a migliaia di persone, che lottano per ricevere medicine fondamentali per poter vivere e affrontare dignitosamente le malattie con cui convivono. Perché in un sistema neoliberista, la salute è prima di tutto un affare per pochi, e non un diritto dei molti. Non è un caso che proprio la riforma della salute, proposta e voluta dal governo Petro per trasformare la salute in un diritto e modificare quel modello perverso che genera milioni di profitti per le imprese, definite come Enti Prestatori del servizio sanitario, pregiudicando il diritto a ricevere una degna cura, sia stata bloccata dal Senato in mano all’opposizione di destra (mentre molti senatori o familiari di esponenti politici sono azionisti delle stesse EPS). * Nonostante una sentenza giudiziaria che obbligava Famisanar, l’ente prestatore di servizi sanitari a cui era affiliata Ana María, di consegnare entro 48 ore quelle medicine di vitale importanza, costosissime e non facilmente reperibili in Colombia, ad Anita non sono mai più arrivate. Fino al giorno in cui, meno di una settimana dopo il suo trentanovesimo compleanno, si è recata per l’ultima volta all’ospedale, sfinita dal dolore e dalla stanchezza causate dai suoi problemi cardiaci e polmonari, aspettando per due giorni e due notti su una sedia a rotelle, senza che l’ospedale le trovasse un stanza con un letto, nonostante la gravità delle sue condizioni di salute. Anita ha sperato fino all’ultimo di ricevere quelle medicine che le avrebbero salvato la vita e che, ancora una volta, non sono arrivate. Proprio in quei giorni doveva intervenire alla Conferenza Latinoamericana delle Scienze Sociali di Clacso condividendo il suo lavoro sulla “memoria viva”. Presentare il nuovo libro, “Ni Arte Ni Panfleto: Memoria, Color y Dignidad” (Colectivo Dexpierte 2024). che avevano pubblicato pochi mesi prima con il collettivo Dexpierte. Continuare a festeggiare la vita, con l’occasione del trentanovesimo compleanno, con amiche e amici, compagni e compagne. Continuare la sua lotta per la memoria. Continuare a dipingere sulle strade e sui muri nei fine settimana, quando aveva sempre un appuntamento o una attività da qualche parte, frutto di quella passione che la portava a dipingere murales per la memoria nelle strade e sui muri più diversi del paese, senza sosta, una passione che animava e coniugava con il suo impegno umano e politico. > Ogni momento di questi venti anni è stato conquistato alla vita, strappato > alla morte, tanto che ormai a tutti noi sembrava che Anita potesse vivere per > sempre con noi, quella vita che Anita amava e che ha dedicato alla costruzione > di tanti percorsi collettivi di memoria. Una vita vissuta inseguendo la felicità e cercando di lasciare qualcosa di eterno di questa sua esperienza terrena: “Me ne potrei andare domani, con i problemi di salute che ho e che molti di voi conoscono, ma me ne andrei tranquilla, sapendo tutto quello che abbiamo fatto assieme, che è tanto, credetemi” disse Anita il giorno del suo trentanovesimo compleanno, una settimana prima di quella notte in ospedale in cui il suo cuore ha smesso di battere. “Anita era più energia che corpo” afferma un caro amico comune, il giorno dei funerali. Là fuori, il fumo grigio dei petardi e dei fuochi d’artificio si disperde sulla via Caracas, sullo sfondo la Cordigliera orientale delle Ande che sembra partecipare al rituale per salutare Anita. Poco dopo, si ripeterà ancora una volta, al cimitero, un verde giardino del riposo alle porte della sua città. Decine e decine di persone abbracciano la famiglia, la madre che, accompagnata da tanto amore nel suo immenso dolore, ricorda commossa sua figlia che le assomigliava così tanto nello sguardo, il padre, così composto nella sua dignità sofferente, e la sorella, che accoglie gli abbracci davanti alla camera ardente. Le lacrime delle amiche e degli amici che si prendono cura di Tango, il bassotto che Anita aveva adottato in Messico (dove era andata a studiare, un master in Studi Politici) e che l’ha accompagnata per tutta la vita, fino all’ultimo momento. * * * Il presidente Gustavo Petro la ricorda con una dichiarazione pubblica, così come decine di organizzazioni, movimenti sociali, università, istituzioni, collettivi, amici e amiche, le cui parole e i cui ricordi pubblicati sulle reti sociali non possono che commuovere, testimoniando nel dolore tutto quello che di bello e potente Anita ha seminato durante la sua vita. Anche le Madri di Soacha, che in Anita hanno incontrato un sostegno e una forza per continuare a cercare i figli desaparecidos e denunciare il terrorismo di Stato dei governi dell’estrema destra colombiana, sono presenti al suo funerale. Così come tanti compagni e compagne, amici e amiche, con le loro lacrime accanto al suo volto sorridente stampato su un poster che accompagnerà queste giornate di lutto. “Con il tuo sorriso come bandiera, continueremo a lottare”: mai fu più appropriata questa frase.   Arriva anche il sindaco di Bogotá, Galan – oppositore di Petro, figlio di un noto politico liberale candidato alla presidenza ed assassinato dai narcotrafficanti poco prima delle elezioni nel 1989 – che la settimana dopo consegnerà alla famiglia una medaglia di riconoscimento postumo alla sua memoria. Poi un venditore ambulante, che Anita aiutava nelle sue cure odontologiche, il viceministro della Gioventù, la docente universitaria del corso di sociologia della memoria, con cui rimase in contatto per tanti anni, gruppi di musica punk della scena contro culturale, e ancora tanti e tante che accompagnano la famiglia nella camera ardente adornata con le sue amate orchidee, la sciarpa antifascista della sua squadra del cuore, i Millonarios (pochi giorni dopo, durante il derby, la curva esporrà una striscione per ricordarla), dai colori dei suoi poster, delle foto del suo sorriso così potente da sembrare ancora più vero, quel volto e quel sorriso che adesso compaiono dipinti sui muri della città che Anita ha vissuto, amato e dipinto. “PUEBLO CANTA TU DOLOR, GRITA TU INDIGNACIÓN” E’ questo uno degli slogan che il Collettivo Dexpierte ha scritto e riprodotto su dei celebri e bellissimi manifesti, sugli stencil, sulle strade, sui murales in giro per la Colombia e non solo. Assieme a “La nostra lotta è per la vita”, uno slogan che forse mai come adesso mostra la dimensione intima, personale, di quella lotta che Ana María ha portato avanti personalmente per affrontare giorno dopo giorno le sue condizioni di salute, per oltre metà della sua vita. Nell’ultimo libro pubblicato dal Collettivo, pochi mesi prima della scomparsa di Anita, si raccolgono quattordici anni di lavori artistici e politici, costruiti con reti ed esperienze di lotta comunitaria e popolare in diverse città e territori della Colombia, ma anche in Messico e Venezuela. * * * Nato nel 2011, il collettivo Dexpierte si è proposto di contribuire a risvegliare le coscienze a partire dalla rivendicazione della memoria del conflitto armato nel paese, e di connettere le lotte a partire dalle immagini, dai volti e dalle immagini, dalle parole e dagli slogan dipinti sui muri di Bogotá, ma anche di Cali, nei quartieri popolari di Siloé, nel Cauca, nel Putumayo, nel Catatumbo. L’arte grafica, raccontava Anita, con il suo nome d’arte di Ana Renata, è stata storicamente uno strumento di lotta e di resistenza, è stata utilizzata nelle università pubbliche, dai sindacati, da molte esperienze e in molti modi in Colombia. > I volti di persone desaparecide o assassinate dalla violenza di Stato e dai > paramilitari, le frasi in difesa della vita e della memoria, contro la guerra > e il terrorismo di Stato, sono comparsi su decine di muri in diverse città, > con la stessa firma e lo stesso impegno sociale e politico: colectivo > Dexpierte. “Crediamo che la memoria è resistenza, è lotta contro l’oblio, e che l’arte sia una forma di comunicazione, per far parlare di una serie di questioni in altri spazi, in modalità molto più accessibili al grande pubblico. Per noi significa sperimentare con l’arte, non siamo artisti ma lavoriamo con tecniche artistiche su carta e su muro perché ci siamo resi conto che questo è uno strumento per veicolare la memoria, perché non sappiamo a quanta gente può arrivare un messaggio su un muro per strada, ma crediamo che possa arrivare a moltissima gente, e che apre la possibilità di discutere, di dibattere, di aprire scenari di contesa per la memoria che ci sembra super importante si dia nello spazio pubblico” racconta Anita. “Lo spazio pubblico diventa così uno spazio politico, per la gente comune, che così può cominciare a costruire memoria, a partire dalle persone colpite dal conflitto, è la memoria che irrompe nello spazio quotidiano, può durare un giorno, una settimana, un mese, non importa quanto dura il murales che facciamo, quello che importa è l’azione, e piuttosto, se non dura tanto, siamo obbligati a tornare a dipingerlo, a fare ancora memoria, e ancora e ancora, e allora tanto meglio” racconta Ana Maria in una video intervista sull’esperienza del collettivo Dexpierte. Tra i primi interventi murali, il volto di Jaime Garzón, giornalista assassinato dai paramilitari per le sue denunce contro la corruzione e la violenza di Stato, poi la madre indigena con il bambino sulle spalle, i passamontagna zapatisti, le frasi stampate, “Odio su guerra”, “Somos semillas”, “La dignidad no tiene precio”, “Resistir no es aguantar”, “No nacimos para la guerra”, il giaguaro in difesa della terra, contro l’estrattivismo, e ancora colori, parole, ore passate a dipingere, a disegnare, a contendere metro per metro all’oblio e all’impunità i muri delle città. DALL’UNIVERSITÀ ALLE STRADE, FINO AL CENTRO PER LA MEMORIA A partire dagli studi in Sociologia, all’Università Santo Tomás di Bogotá, la sua fede religiosa, l’incontro con il muralismo, l’arte e il punk, Ana María attraversa e connette mondi, amicizie, esperienze di intimità politica e umana, traiettorie artistica e militante. Con il collettivo Dexpierte e poi al Centro per la Memoria, la Pace e la Riconciliazione, dopo le esperienze nei territori del Catatumbo e del Cauca, tra le terre più colpite dalla violenza del conflitto armato fino ad oggi, Ana María lavora con la memoria viva, come amava chiamare quel progetto di dare voce e protagonismo politico alla possibilità di trasformazione sociale in Colombia. > “La memoria non è qualcosa del passato, la memoria è quello che ognuno di noi > fa ogni giorno con quello che ha vissuto nella propria vita” racconta Ana > María. Lo scorso febbraio, in occasione dell’organizzazione di un seminario alla Universidad Nacional de Colombia, siamo andati a trovarla al Centro per la Memoria, la Pace e la Riconciliazione: Anita ci ha accompagnati per una visita dello spazio, condividendo e raccontando le attività portate avanti dal Centro, con l’orgoglio e la passione politica che la spingeva avanti nonostante le mancasse il respiro e il battito del cuore la sfiniva. Un processo politico interessante e all’avanguardia, una istituzione statale che indaga, denuncia e costruisce processi di riparazione e memoria a fronte del conflitto armato e delle responsabilità dello Stato colombiano, sia storicamente che nell’attualità, rispetto ai massacri, alle fosse comuni, alla spoliazione sistematica di terra, diritti, vite umane e non umane. Ma soprattutto, condividendo quella sensibilità umana e politica capace di trasformare l’orrore della violenza e della guerra, il dolore e il terrore in strumenti collettivi di trasformazione, di cura, di amore e di non ripetizione. Ana María ci accoglie calorosamente all’ingresso dello spazio, ci offre un caffè, per oltre due ore ci accompagna per le sale, i giardini e gli spazi del Centro, ci racconta dell’istallazione che si trova all’entrata del Centro per la memoria, dove vento, luce, acqua e terra provenienti da diverse regioni e territori del paese compongono una variabile combinazione di suoni, luci, colori e correnti d’aria che connettono la memoria e la possibilità di un presente e un futuro diverso, che si sta costruendo in Colombia in questi ultimi anni. Passiamo poi dalla sala con la mappa della memoria delle vittime del conflitto armato, della violenza di Stato e delle persecuzioni di militari e paramilitari contro sindacalisti, studenti, attivisti e attiviste sociali, militanti della Unión Patriótica, organizzazione politica sterminata negli anni ottanta, raccontando dei luoghi, i volti, le storie di tanti uomini e donne che compaiono sulla mappa, con le luci che si accendono e si spengono costruendo geometrie variabili che connettono le origini e le motivazioni, le responsabilità e le traiettorie di vita, di lotta e di morte di decine di uomini e donne. Volti e storie che non dimentichiamo, che grazie al Centro per la Memoria vivono nelle lezioni con le scuole, in chi visita il Centro, nelle attività nei territori con le famiglie e le vittime del conflitto armato e delle violenze di Stato. Nella sala della biblioteca del Centro, seduti di fronte a una mostra temporanea sulle resistenze indigene nel Cauca, Anita ci offre caffè e aromatica, discutiamo di questa esperienza così intensa e particolare del suo lavoro al Centro per la Memoria. Così la ricorda Sandro Mezzadra, docente dell’Università di Bologna, che quel giorno era con noi: “Ho conosciuto Anita in un giorno di febbraio di quest’anno, mentre ero a Bogotá insieme a Michael per una serie di attività e di incontri. Con Alioscia e Nati, siamo andati al Centro de Memoria Paz y Reconciliación, diretto da Anita. Ci ha accolti e accompagnati, in una visita che non ha avuto nulla di formale. Si percepiva l’amicizia profonda tra Anita e Nati, che in qualche modo ci coinvolgeva e ci rendeva ospiti speciali (o almeno questo ho pensato). > Mi ha colpito la passione con cui Anita ci raccontava del Centro, delle sue > attività e del loro significato dal suo punto di vista: una memoria che è > parte del presente, che motiva a lottare contro una violenza che non cessa di > essere tra noi. Mi è rimasto in mente il modo in cui Anita ha definito il > Centro, un archivio vivente, quasi una voluta contraddizione in termini per > affrontare le concrete contraddizioni della storia. Ricordo di avere pensato che mi sarebbe piaciuto rivederla, ascoltarla ancora: il fatto che non sia possibile mi riempie di tristezza. E pensare che la sua morte dipenda dalla negligenza di un’assicurazione sanitaria mi riempie di rabbia”. Assieme a Sandro, anche Michael Hardt ha partecipato alla visita, e la ricorda con queste parole: “Il Centro por la Memoria Paz y Reconciliación è un’istituzione straordinaria e, chiaramente, Anita ne era il cuore pulsante. Si riconosceva immediatamente il suo talento nel coinvolgere nel Centro diverse popolazioni, compresi i bambini, nonostante la natura oggettivamente difficile della violenza raccontata nelle mostre. Ciò era dovuto, in parte, senza dubbio, al modo in cui la sua sensibilità artistica e le sue esperienze riuscivano a coinvolgere le persone. Ciò che mi ha colpito di più di Anita è stato il modo in cui coniugava una serena generosità d’animo con un implacabile impegno per la giustizia.” * * Despideme de la lluvia valiente de cuando sale el sol Despiedeme de la lluvia, y del caracol despideme de la calle despideme del guetto de los murales que en la noche dibujamos Skalariak, Despídeme HASTA SIEMPRE ANITA, MEMORIA VIVA Nel giardino del Centro per la Memoria, costruito su un’area del vecchio cimitero monumentale di Bogotá, che guarda sulle Ande, sulla panoramica Monserrate, sulle torri e i grattacieli della zona finanziaria, a pochi metri dall’Università Nacional, dall’altro lato dell’immensa arteria metropolitana della Avenida 26, sotto la pioggia infinita di quei mesi, centinaia di persone si sono raccolte, dopo la notizia della sua morte, per renderle omaggio. Nel luogo dove da dieci anni tesseva reti, relazioni, memorie, lotte e conflitti, è stato piantato un albero, con una targa dedicata ad “Ana María Cuesta León, memoria viva”. Accompagnata ancora un’ultima volta con cura e amore, quella cura e quell’amore che lei aveva regalato negli anni della sua vita, in tanti e tante hanno costruito collettivamente un sacro altare laico colmo di foto, affetto, ricordi, parole, foto, immagini, che con centinaia di bigliettini la accompagnano nel suo viaggio oltre la vita. Anita eterna, risuona dappertutto. > “La memoria vince sulla morte” è la frase che accompagna il suo volto > sorridente sui poster stampati dagli amici e dalle amiche di una vita, assieme > ad una performance che costruisce con la terra, la sabbia, le parole e i > colori il ricordo, il nome e la memoria viva di chi ha dedicato alla memoria > la sua vita e la sua lotta. “Chi mi conosce sa che non parlo mai a nome mio, spesso parlo in plurale perché sono cresciuta in un collettivo e sono cresciuta con voi in questo lavoro, questo è di tutti e tutte, grazie per celebrare la vita con me, per me la vita è… è qualcosa che mi affascina, mi piace vivere, amo vivere… e poco tempo fa un amico mi diceva questo, abbiamo avuto la morte così vicina a volte, e nonostante sappiamo che un giorno vincerà, abbiamo ancora la possibilità di giocare, e vogliamo giocarci questa partita fino all’ultimo minuto, per vincerla… e sono felice che voi mi stiate accompagnando in questa partita, salute!”: risuonano queste sue parole di pochi giorni prima, durante il brindisi del suo ultimo compleanno, mentre sulla facciata del palazzo scorre un videomapping in omaggio ad Anita, accompagnato dalla musica, dai suoi disegni, dal suo volto e dal suo sorriso. E con queste sue parole commoventi vogliamo ricordarla, ora e per sempre, eterna Anita. E, per ricordarla e omaggiarla, continuare ad impegnarci in quelle lotte che tanto devono anche a lei, Anita, memoria viva.  Immagine di copertina e nell’articolo tratte dal videomapping proiettato al Centro per la Memoria. Le altre immagini sono del Collettivo Dexpierte, o grafiche di ricordo e commemorazione di Ana María Cuesta León. L'articolo Anita, memoria viva: la nostra lotta è per la vita proviene da DINAMOpress.
Sant’Anastasia ricorda i Caduti della Flobert: nasce una borsa di studio per la sicurezza sul lavoro
Cinquant’anni dopo la tragedia il sacrificio che insegna: presentato il bando “Caduti della Flobert”, un impegno per la memoria e il futuro. Il prossimo lunedì 17 novembre, alle ore 18.00, presso la Biblioteca Comunale di Sant’Anastasia, verrà ufficialmente presentato il primo bando di concorso per l’assegnazione di borse di studio destinate agli studenti delle scuole superiori del territorio che si distinguono per il loro impegno sul tema della sicurezza sul lavoro. L’iniziativa, fortemente voluta e promossa dall’Associazione “Caduti della Flobert” in collaborazione con l’ANPI – sezione di Sant’Anastasia, bandisce il concorso dal titolo: “La sicurezza sul lavoro: valori e norme per costruire un futuro più sicuro.” Ricordare non è solo un atto simbolico, ma un gesto che trasmette valori alle nuove generazioni. Con questa borsa di studio si desidera che il lascito dei caduti della Flobert non resti confinato nei monumenti o nelle cerimonie, ma trovi un riflesso concreto nella formazione e nell’impegno dei giovani. Il sacrificio non deve restare solo un simbolo, ma diventare motore di nuove opportunità. La memoria diventa così progetto per il futuro. Il bando è rivolto agli studenti del triennio di alcune scuole superiori del territorio e mira a costruire un ponte tra memoria e futuro, tra ricordo del passato e fiducia nel domani. Un’iniziativa che unisce ricordo collettivo, valori civici e sostegno ai giovani, come spiega il presidente dell’Associazione, Ciro Liguoro. Gli studenti dovranno valorizzare i temi della memoria, del servizio e della cittadinanza attiva attraverso la produzione di un elaboratore scritto o multimediale, video o documentario, o una presentazione in PowerPoint o Canva del progetto grafico. Le borse di studio saranno tre: il primo premio di 2000 euro, il secondo di 1000 e il terzo di 500. L’iniziativa vuole rendere omaggio ai caduti della Flobert, ma anche a quanti hanno perso la vita in circostanze legate alla mancanza di sicurezza sul lavoro, sostenendo concretamente i giovani nel loro percorso formativo. Nei mesi precedenti, il concorso è stato preceduto da un percorso di formazione sui temi del lavoro, con laboratori e attività condotti da docenti, esperti e volontari. Un modo attivo per trasformare la memoria di una tragedia in un’occasione di formazione, riflessione e impegno civile, diffondendo la cultura della sicurezza, della dignità del lavoro e del diritto alla vita. Sono coinvolti istituzioni, scuole, università, archivi e centri di ricerca storica, impegnati nella documentazione e nel riconoscimento delle vittime attraverso atti concreti: intitolazioni, targhe, spazi pubblici, ma anche eventi e performance teatrali, come lo spettacolo “Vite Infrante”, che intreccia memoria storica, denuncia e formazione dei giovani, perché “il silenzio uccide due volte” e “non c’è futuro senza giustizia”. LA MEMORIA DELLA FLOBERT: UNA FERITA CHE PARLA AL PRESENTE Un impegno dal forte valore emotivo, sociale e storico quello che porta avanti il presidente dell’Associazione, nata per volontà dei familiari delle vittime della strage che, l’11 aprile 1975, cancellò la vita di tredici lavoratori, tutti tra i 20 ei 40 anni. Un gesto che trasmette valori alle nuove generazioni: i caduti rappresentano il sacrificio di chi ha perso la vita sul lavoro, ma anche la speranza di un futuro più giusto. La borsa di studio “Caduti della Flobert” si pone come ponte tra passato e futuro, un segno di rispetto per chi ha perso la vita sul lavoro, ma anche un investimento sui protagonisti di domani. Tramandare la memoria significa, oltre che onorare gli operai caduti, contrastare ogni forma di oblio, mantenendo viva l’attenzione per una cittadinanza attiva, consapevole e ispirata ai valori costituzionali. COS’ERA LA FLOBERT La Flobert era una fabbrica di Sant’Anastasia, a pochi chilometri da Napoli, che produceva proiettili per pistole giocattolo, lanciarazzi e munizioni con polvere pirica. Le condizioni di lavoro erano precarie: lavoratori in nero, grandi quantità di polvere da sparo e cartucce stoccate in modo pericoloso. Il nome richiamava Flobert, inventore francese della cartuccia a percussione anulare. L’11 aprile 1975 l’evento tragico che sconvolse la comunità locale, aprendo una ferita mai rimarginata. Una scintilla innescò la prima deflagrazione, seguita da una seconda, ancora più distruttiva. La fabbrica esplose, causando una devastazione che si estese oltre lo stabilimento, nella campagna vesuviana. Tredici le vittime, tra i 20 ei 40 anni, un solo superstite: Ciro Liguoro, che riportò gravi lesioni. Oggi, Liguoro – allora ventiquattrenne – ha trasformato il dolore in un impegno civile costante, affinché “tragedie come quella della Flobert non si ripetano mai più”. Ogni anno si rinnova la Giornata della Memoria, un monitor sociale per sensibilizzare sul tema della sicurezza sul lavoro, della tutela dei lavoratori e della loro dignità. Sono trascorsi cinquant’anni da quella tragedia: il luogo ei nomi delle vittime sono diventati simboli, non solo di quell’evento, ma di una riflessione più ampia e dolorosa sulla sicurezza, sugli incidenti e sulla dignità del lavoro. Cinquanta anni rappresentano un’enorme distanza in termini di progresso, evoluzione e sviluppo tecnologico. Quella tragedia dovrebbe apparire alla “preistoria” della consapevolezza dei diritti sul lavoro, eppure ancora oggi, nel 2025, la persistenza di incidenti e morti sul lavoro rappresenta una grave e inaccettabile contraddizione della società contemporanea. Nell’epoca in cui la tecnologia, la normativa e la consapevolezza sociale dovrebbero garantire livelli sempre più alti di tutela, la mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro ei numeri drammaticamente alti dei morti sul lavoro di fatto ridurre quella distanza temporale e negano uno dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali: il diritto alla vita e alla dignità del lavoratore. Dietro ad ogni “infortunio” c’è spesso molto più di una fatalità: c’è una catena di responsabilità, scelte economiche sbagliate, carenza di controlli, cultura del profitto ad ogni costo. La sicurezza spesso viene percepita come una spesa superflua. Si aggiunge poi la rete di responsabilità frammentata: appalti e subappalti che diluiscono i doveri e rendono difficile l’individuazione delle responsabilità. Non basta l’indignazione all’indomani dell’ennesima tragedia: servire controlli capillari, formazione continua, cultura diffusa della prevenzione, visione etica del lavoro. La morte di un lavoratore non è solo statistica ma è il fallimento di un intero sistema, perché la sicurezza non è un lusso ma un diritto in un Paese civile. ALCUNI DATI Secondo la International Labour Organization (ILO) ogni anno muoiono nel mondo quasi tre milioni di persone per cause legate al lavoro, incidenti e malattie professionali. Nel contesto dell’Unione Europea i dati registrati al 2023 sono di 3298 morti per incidenti sul lavoro, numero che diventa significativamente più alto se si includono le malattie professionali e le condizioni legate al lavoro come causa di morte. In Italia ogni settimana si contano nuove vittime sul lavoro. Nel 2024 (gennaio–dicembre) l’INAIL ha registrato 797 morti per infortuni sul lavoro (accidenti mortali). Sempre nel 2024, considerando anche il tragitto casa-lavoro, in itinere, il totale supera le 1000 vittime. Nel 2025, nei primi quattro mesi, l’INAIL registra 286 denunce di casi mortali da lavoro. Di queste, 207 in occasione di lavoro (+1,5% rispetto allo stesso periodo del 2024) e 79 in itinere (+29,5%). Sempre nel 2025, da gennaio ad agosto, i casi mortali denunciati sono stati 674, di cui 488 “in occasione di lavoro” (-3% rispetto allo stesso periodo del 2024) e 186 “in itinere” (+8,8%). Per le malattie professionali, per lo stesso periodo del 2025, l’INAIL segnala un incremento delle denunce dell’8,9% rispetto allo stesso periodo del 2024. In particolare, al giugno 2025, i dati indicano che la regione con più vittime “in occasione di lavoro” è la Lombardia con 56 casi. Seguono il Veneto (36), la Sicilia (31), il Piemonte (29) e la Puglia (27). La Campania, da gennaio a oggi, registra 64 casi mortali nei luoghi di lavoro. I dati sono sottostimati perché molte morti non sono registrate come morti sul lavoro e, nei Paesi con sistemi di monitoraggio più deboli, la copertura è più limitata. I settori più a rischio includono agricoltura, costruzioni, industria estrattiva. Una vera emergenza. Nonostante i progressi, quella della sicurezza sul lavoro è un dramma che si ripete con una regolarità intollerabile. La sicurezza sul lavoro non può essere una questione burocratica, ma deve essere un diritto fondamentale. Gina Esposito
Camposanto fantasma. Il Cimitero dei Colerosi e la memoria dimenticata di Napoli
Alle porte di Napoli, tra i quartieri Barra e San Giovanni a Teduccio (Napoli) San Giorgio a Cremano e Portici, si trova un luogo che il tempo e l’indifferenza hanno quasi cancellato: il Cimitero dei Colerosi, costruito nel 1836 per accogliere le vittime dell’epidemia di colera che travolse la città e i paesi vesuviani. Da allora, in quella terra di confine, riposano migliaia di uomini, donne e bambini, testimoni silenziosi di una tragedia che segnò profondamente la storia del territorio e la memoria delle sue comunità. Nel corso degli anni, quello che era nato come segno di pietà e di necessità si è trasformato in un simbolo di abbandono. L’erba alta, i cancelli arrugginiti, i monumenti funerari ormai instabili parlano di un degrado che non è solo materiale, ma anche morale. Eppure, dietro quei muri dimenticati, si custodisce un frammento di identità collettiva: un luogo che ricorda la fragilità umana e la forza di una città capace di rialzarsi anche nei momenti più duri. Il 2 novembre, nel giorno dedicato ai defunti, cittadini e associazioni si sono ritrovati davanti ai cancelli chiusi del Camposanto dei Colerosi, in Cupa Sant’Aniello, per una messa celebrata all’aperto. Entrare era impossibile, le condizioni di degrado dell’area lo impedivano. La funzione si è trasformata in un gesto di civiltà e di resistenza, un modo per riaffermare il diritto alla memoria e chiedere alle istituzioni di intervenire con urgenza. Le famiglie dei defunti che riposano in quel luogo, insieme a volontari e rappresentanti delle comunità locali, hanno espresso il desiderio di restituire dignità a uno spazio che appartiene alla storia di tutti. La cerimonia è stata promossa da un ampio gruppo di realtà civiche e sociali impegnate nella difesa e nel recupero del sito. Tra le associazioni aderenti figurano “Voce nel Deserto”, il Comitato Civico di San Giovanni a Teduccio, la Società Operaia di Mutuo Soccorso di Barra, “Barra R-Esiste”, la Biblioteca sociale “La Casa di Francesca”, le ACLI di San Giovanni a Teduccio – Beni Culturali, il Comitato No Inceneritore e “Il Mondo che vorrei”. Alla celebrazione hanno preso parte anche sacerdoti e rappresentanti delle parrocchie dei comuni dell’antico consorzio ottocentesco che realizzò il camposanto, a testimonianza del legame profondo tra fede popolare, territorio e memoria storica. Tra le organizzatrici anche Maria Rosaria De Matteo, membro del comitato promotore e attivista impegnata nel sociale e nella difesa della memoria collettiva, che ha voluto lanciare un appello alla coscienza della città: «Noi dovremmo scuotere le coscienze di un’intera collettività e dovremmo far ricordare che in questa città c’è il culto dei defunti, il culto delle anime pezzentelle, dove i napoletani hanno avuto sempre a cuore i cimiteri, dove le persone si recano sempre a portare un fiore, un lumino, una preghiera, e quindi dovremmo cercare di metterci in un tavolo comune e trovare un equilibrio che possa rendere rispetto, giustizia e omaggio ai defunti che sono seppelliti in questo cimitero.» L’iniziativa non è stata solo un atto di commemorazione, ma un invito a riflettere su come le città si prendano cura, o smettano di prendersi cura, dei propri luoghi della memoria. Prendersi cura di un cimitero dimenticato significa prendersi cura del passato e del senso di comunità che lo attraversa. Napoli, che da sempre vive un rapporto speciale con i morti, dall’antico culto delle anime pezzentelle alla tradizione dei lumini accesi nei vicoli, non può permettere che un luogo come il Cimitero dei Colerosi resti sepolto nell’incuria. Ogni pietra che si sgretola, ogni croce dimenticata, rappresenta un frammento di storia che si perde. Restituire dignità al Cimitero dei Colerosi non è soltanto un dovere civile, ma un gesto di umanità. Significa riconoscere che la memoria non appartiene solo al passato, ma è parte viva del presente. E che ricordare non è un atto di nostalgia, ma una forma di resistenza. Perché ricordare, sempre, è il modo più semplice e più profondo per rimanere umani. Quando cala la sera, tra le mura di Cupa Sant’Aniello, la luce dei ceri e delle preghiere sembra ancora disegnare i passi di quelle antiche processioni che un tempo attraversavano i villaggi per chiedere la fine del contagio. Oggi, quella stessa luce torna a brillare tra le erbacce e le lapidi spezzate, come un filo di speranza che continua a legare i vivi ai morti e la memoria al futuro. Lucia Montanaro
L’amore mio non muore: la scrittura invadente di Saviano e la memoria delle vittime dimenticate
DAL PALCOSCENICO DEL TEATRO AUGUSTEO DI NAPOLI, ROBERTO SAVIANO INTRECCIA POESIA E CRONACA PER RESTITUIRE VOCE A ROSSELLA CASINI, GIOVANE UCCISA DALLA CAMORRA. UN MONOLOGO CHE DIVENTA RIFLESSIONE CIVILE SULLA MEMORIA E SUL NUMERO ANCORA DRAMMATICO DELLE VITTIME DELLE MAFIE. Un teatro gremito, un silenzio sospeso, la voce di Roberto Saviano che scende lenta, come un respiro trattenuto. Così è iniziato L’amore mio non muore , in scena al Teatro Augusteo di Napoli: un monologo che unisce fatti reali, poesia e memoria, restituendo presenza a una giovane donna di cui si è parlato troppo poco. Sul grande schermo compare il volto della protagonista, Rossella Casini , venticinque anni, studentessa fiorentina uccisa dalla camorra. Saviano racconta che l’unica immagine rimasta di lei proviene da un vecchio documento universitario, ritrovato molti anni dopo negli archivi dell’ateneo dove studiava. Un volto neutro, senza sorriso, come si usava all’epoca per le foto ufficiali. Proprio per questo colpisce: è privo di posa e di difesa, e diventa un simbolo di assenza, il ritratto di un giovane che la società ha dimenticato. La sua storia è ricostruita attraverso frammenti, testimonianze, memorie spezzate: il racconto di un cugino, le parole di un pentito, i pochi documenti rimasti. Saviano non ne fa un personaggio, ma una presenza viva. Dove i fatti non bastano, chiede aiuto alla poesia. Cita Apollinaire, Pavese, Rilke, Szymborska. A loro affidano le parti mancanti, le domande senza risposta, le ferite che non hanno trovato voce. All’inizio dello spettacolo, spiega con lucidità: «Non ho una scrittura evasiva, ma invadente. Non voglio far evadere chi mi legge, voglio invaderlo di domande, di dubbi, di inquietudini.» È una definizione che rovescia l’idea di letteratura come fuga. Saviano non cerca rifugio nella parola: la usa per entrare nella realtà, per costringere lo spettatore a guardarla senza difese. Sul palco alterna toni lirici e passaggi di analisi più dura. Racconta la logica delle faide, la violenza come regola, la paura come linguaggio. E dentro quella spirale chiusa, Rossella appare come un gesto di libertà: una giovane che credeva nell’amore più della vendetta, nella possibilità di rompere le catene del potere criminale. « Ho deciso di scrivere questo romanzo per raccontare la storia d’amore più drammatica e potente in cui mi sia imbattuto. Raccoglie tutti i colori dell’umano sentire: l’ingenuità e lo slancio, la devozione e l’ossessione, l’amicizia, il desiderio, il coraggio, la delusione, il fraintendimento, il tradimento e la tragedia. Eppure la certezza che proprio nell’amare risieda l’unica possibilità di verità e di senso non viene mai meno. L’amore non muore. » — Roberto Saviano , L’amore mio non muore (Einaudi, 2025) Queste parole, lette o evocate sul palco, danno corpo al senso profondo dell’opera: l’amore come atto di verità, come ultimo spazio di libertà possibile. Ma L’amore mio non muore non è soltanto una storia individuale. È un invito a guardare più in profondità, a interrogarsi su quante altre vite siano rimaste nell’ombra. Secondo l’ Osservatorio Vittime Innocenti di Mafia , in Italia sono migliaia le persone uccise dalla criminalità organizzata, spesso nel silenzio. Molti erano cittadini comuni, giovani, donne, migranti, lavoratori. Vite cancellate come se la loro morte non avesse peso, come se la violenza fosse ormai una componente accettata del paesaggio sociale. Saviano, con la sua “scrittura invadente”, riporta in superficie queste assenze. Non come cronista, ma come testimone. E nel farlo rinnova un gesto di resistenza che appartiene non solo al teatro, ma alla coscienza civile di un Paese intero: opporsi alla normalità della violenza, al tempo che cancella, al sonno delle coscienze. Il messaggio che arriva da questo spettacolo supera i confini di una città o di una nazione. In ogni parte del mondo, la lotta contro l’indifferenza è la stessa: ridare voce a chi l’ha perduta, riaccendere una memoria collettiva che unisca e non divida. Perché l’amore, quello che resiste alla paura e alla morte, non muore davvero. Muore solo il silenzio, quando qualcuno trova il coraggio di parlare. Lucia Montanaro
“E tu risplendi, invece”: riflessioni sulla pace da Ponticelli, Napoli
Brevi riflessioni sulla pace. È il 22 settembre 2025. Siamo a Napoli, presso Nureco Cooperativa Sociale (Ponticelli, Centro Polifunzionale Ciro Colonna). Un gruppo di operatori – psicologi, educatori e insegnanti – attivi in istituti scolastici diversi, si ritrova riunito durante lo sciopero nazionale per la pace. Nel mentre di una protesta collettiva contro guerre e deprivazioni nel mondo, si confrontano e dialogano per promuovere una prospettiva di nonviolenza civile e democratica: aspetti sensibili che sembrano ormai andare in caduta libera. Nella periferia orientale di Napoli, come in molte periferie del mondo, ci si sente sempre un po’ sotto assedio, sull’orlo della paura di un agguato possibile. La sensazione è quella di essere costantemente a rischio di un’imboscata. L’essere colti alla sprovvista, senza preavviso, da eventi inaspettati e imprevedibili, si realizza quasi quotidianamente. Lì, dietro l’angolo, si incontra il rischio di una minaccia di morte: la crudeltà, da parte di un altro essere umano, appare all’orizzonte molte volte sicura come l’alba. Il gruppo riflette quindi sul vissuto precario di chi vive ai margini della società e conosce l’esperienza del terrore: una potenziale e imminente catastrofe umana fatta di armi che distruggono e di sguardi morenti prima ancora che la morte concreta sopraggiunga. È la guerra attuale, che sembra una lunga e infinita agonia. È il nostro silenzio, rimasto tale per troppo tempo, che ha lasciato in solitudine i popoli oggi in guerra. È il nostro buonismo che ha creduto si potesse convivere con una pace momentanea e illusoria e che, invece, ha soffocato dolore e rabbia. Probabilmente l’indifferenza e il disinteresse verso conflitti armati protratti da tempo immemore, in forma latente, sono stati da sempre ingredienti velenosi di una violenza insidiosa, sotterranea, invisibile. Una violenza dalla quale ci crediamo immuni e lontani, pensando che riguardi gli altri e non noi. Forse per questo abbiamo rivolto attenzione e sgomento soltanto negli ultimi mesi, nei giorni più tragici di guerre e morti nel mondo, quando l’uomo sembra aver davvero smarrito la strada dell’umanità. Ma prima, noi dove eravamo? Una parte del gruppo ricorda che l’odio è un sentimento umano e, come tale, può incontrare la ragione e il senso di giustizia. Diverso è invece il vuoto che attraversa gli individui delle guerre contemporanee: l’essere inebetito di chi dice di combattere e che, nel suo lottare, distrugge e svilisce se stesso. Un vivere che svuota l’essenza dell’uomo e la sua esistenza nel mondo. In questo non c’è nulla di eroico. Le guerre a cui oggi assistiamo come eruzioni esplosive causate da un tempo lungo di incuria, con radici in un antico passato di cecità. Questo vissuto si presenta come un pericoloso automatismo dell’individuo, che va avanti nel mondo come fosse copia di qualcun altro, un replicante. Assistiamo a conflitti tra esseri senza corpo e senza anima, persone quasi irreali, la cui mente appare spesa. Una non-vita che aspira a cancellare se stessa e l’altro senza pietà. Chi distrugge sente di essere già stato distrutto: lo è il suo mondo interno, ridotto ad avanzo, a niente, a un non-desiderato. “Se io non posso esistere e vivere, nessun altro può.” Lo sterminio si ripete: l’altro è il sintomo da annientare. Le “nuove guerre” non hanno più soldati né civili: sono anticipo di guerre robotiche, se già non lo sono. La discussione alza un grido di allarme e resistenza contro la tentazione del potere attrattivo della distruttività, imponendo uno sguardo rivolto alla vita per sostenerla e celebrarla. Circolano parole poetiche che mettono in contatto l’animo umano con speranza e gioia come forme di resistenza. La precarietà, l’inafferrabile, l’impotenza diventano risorse necessarie da cui far partire una reale trasformabilità dell’essere. Il titolo, attraverso il prefisso ri- , vuole manifestare e reclamare il bisogno infantile di tornare al “prima”, dimenticando angosce e tormenti delle ingiustizie. Per noi diventa invece richiamo al senso di responsabilità e alla funzione del ricordo come contenitore di un dolore traumatico. Un contenitore inteso come nido e non come rifugio, da cui poter ripartire e vivere, finalmente. Ci chiediamo come mai siamo spesi e assuefatti alle barbarie, addormentati e anestetizzati da un antropocentrismo che non lascia spazio alla vita e non sa stare con l’altro; come mai, da sempre spaventati, non siamo mai davvero indignati e arrabbiati. Intanto, qui e adesso, abbiamo scoperto che è possibile la lotta nonviolenta: una lotta con criteri radicalmente diversi da quella armata, che non lascia feriti in fin di vita, e che risveglia – con uno sguardo “vigile e selvatico” – la cultura della libertà e della giustizia, dell’essere giusti al di là del buono e del cattivo. > “Adesso mi trovo faccia a faccia con la morte, ma non ho ancora concluso con > la vita.” > —Oliver Sacks Antonella Musella
Dugo e le stelle: memoria e giustizia per il popolo Rom
All’Eirenefest Napoli, ospitato dal Presidio Permanente di Pace della libreria IoCiSto, sabato 20 settembre si è chiusa la rassegna con la presentazione dell’ultimo romanzo di Francesco Troccoli, Nel romanzo, Troccoli racconta una storia che parte dal presente, da un Nord Italia segnato dalla paura e dall’odio razziale: un campo rom in fiamme, bambini spaventati, adulti invisibili che lottano per sopravvivere. Questo presente si intreccia con la memoria più profonda della persecuzione, della deportazione, dello sterminio. Ferdi, un bambino di sette anni, sopravvive al rogo che devasta il suo campo, fugge, si nasconde, attraversa quaranta paure. Non è solo la sua vicenda individuale a emergere, ma un ritratto collettivo: di chi ha vissuto, resistito, ricordato. Durante la presentazione, Valentina Ripa ha guidato Troccoli in un dialogo che non si è limitato alla trama, ma ha aperto la riflessione sulla storia e sulle responsabilità di un Paese che ha troppo a lungo dimenticato. Dal palco sono emerse ricostruzioni di giustizia: il riconoscimento del Porrajmos, lo sterminio dei Rom e dei Sinti, ancora poco presente nel discorso pubblico; la consapevolezza che la Resistenza antifascista italiana non fu solo “bianchi e rossi”, ma anche altre voci, marginalizzate nei libri di storia. Nel corso della serata, l’autore ha ricordato come le comunità rom abbiano spesso scelto una resistenza non armata, fondata sulla nonviolenza. Ha citato racconti tramandati secondo cui alcuni fascisti catturati avrebbero chiesto di arrendersi solo in mano loro, per avere certezza di sopravvivere. Una memoria scomoda, che rompe la narrazione ufficiale e che restituisce dignità a chi è stato doppiamente escluso: perseguitato e poi dimenticato. Il Porrajmos è il termine che designa la persecuzione e lo sterminio dei Rom e dei Sinti sotto il nazismo e nei territori controllati dall’Asse. Si stima che circa 500.000 persone furono uccise nei lager, bruciate nei forni crematori, vittime delle stesse dinamiche che colpirono gli ebrei: ghettizzazione, internamento, lavoro coatto, fama, malattia, disumanità. In Italia, sotto il fascismo e durante l’occupazione, Rom e Sinti furono internati in campi di detenzione, spesso cancellati dai documenti ufficiali. Usciti “formalmente” indenni dalla guerra, persero tutto: la casa, le carovane, la dignità. La memoria di queste perdite è rimasta in gran parte inascoltata. Uno dei momenti più toccanti della serata è stato il confronto sul presente: il popolo Rom è cittadino italiano, ha passaporto e diritti formali, ma è ancora oggi relegato in “campi”, spesso non ufficiali, a margini sociali che si trasformano in invisibilità. L’Italia è stata più volte richiamata e sanzionata dall’Europa per questa situazione, che contrasta con i principi stessi di cittadinanza e democrazia. Francesco Troccoli Valentina Ripa e Francesco Troccoli   Stefania De Giovanni
“Nel ricordo di Giancarlo Siani” Una serata per la verità e l’impegno civile
Il Comune di Napoli onora la memoria del giovane cronista con la prima proiezione pubblica del docufilm “Quaranta anni senza Giancarlo Siani, regia di Filippo Soldi . In programma anche la presentazione del cortometraggio “Il compleanno di Ciro” dedicato a un’altra vittima innocente della camorra: Ciro Colonna Martedì 23 settembre – Ore 20.00 – Complesso Monumentale di San Domenico Maggiore – Ingresso libero fino a esaurimento posti disponibili Era il 23 settembre 1985, quando la camorra spiezzò la vita di un giovane cronista napoletano: Giancarlo Siani. Aveva solo 26 anni, ma in quei tempi precari e difficili aveva già lasciato un segno indelebile nel giornalismo d’inchiesta, raccontando con coraggio le trame di potere e criminalità che avvelenavano la sua terra. In occasione del 40esimo anniversario della sua scomparsa, il Comune di Napoli ne onora la memoria con una serata speciale dedicata alla verità e all’impegno civile. Martedì 23 settembre alle ore 20.00, presso il Complesso monumentale di San Domenico Maggiore, si terrà una doppia prima proiezione pubblica a Napoli: quella del docufilm “Quaranta anni senza Giancarlo Siani”, prodotto da Combo International in collaborazione con Rai Documentari, per la regia di Filippo Soldi e con la partecipazione di Toni Servillo, e quella del cortometraggio “ Il compleanno di Ciro ”, dedicato a un’altra giovane vittima innocente della camorra, Ciro Colonna, ucciso per uno scambio di persona nel 2016, all’età di 19 anni, nel quartiere di Ponticelli. La serata, con ingresso libero fino all’esaurimento dei posti disponibili, è promossa dal Comune di Napoli con Fondazione Giancarlo Siani e Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Interverranno: Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli; Ferdinando Tozzi, delegato del sindaco di Napoli per l’industria musicale e l’audiovisivo; Mariano Di Palma, referente di Libera Campania; Paolo Siani, fratello di Giancarlo Siani; Armando D’Alterio, pubblico ministero che ha condotto le indagini sul caso Siani; Pietro Perone, giornalista e autore del volume “Giancarlo Siani. Terra nemica”; il regista Filippo Soldi; la famiglia Colonna; Marta Esposito, regista, e Marianna Mercurio, attrice del cortometraggio “Il compleanno di Ciro”. Siani non si limitava a riportare i fatti di cronaca: scavava, collegava, denunciava. Fu proprio una sua inchiesta a svelare i legami tra la politica e la camorra, in particolare nel contesto della ricostruzione post terremoto del 1980. Una serie di articoli che decretarono la sua fama, ma anche la sua condanna a morte: il giornalista fu assassinato sotto casa, nel quartiere dell’Arenella, mentre era ancora a bordo della sua Citroën Méhari verde. Da quella terribile giornata, in “Quaranta anni senza Giancarlo Siani” parte il racconto dell’incredibile lavoro investigativo avviato otto anni più tardi, nel 1993, dal cosiddetto “Pool Siani”: un gruppo di giornalisti che, in collaborazione con le forze dell’ordine, è riuscito a far riaprire il caso irrisolto dell’omicidio del cronista, permettendo di consegnare alla giustizia i suoi assassini e mandanti. Sul grande schermo, prima del docufilm di Soldi, scorreranno le immagini del cortometraggio “Il compleanno di Ciro”, scritto e diretto da Marta Esposito e presentato in anteprima al 55esimo Giffoni Film Festival. Lo short movie restituisce con delicatezza e poesia una giornata mai avvenuta nella vita di Ciro Colonna: la madre Adelaide si prepara al ritorno del figlio dopo anni trascorsi all’estero, in un rito che incarna l’essenza del ricordo e l’incolmabile vuoto dell’assenza. Il cortometraggio è nato da un laboratorio che si è svolto nello Spazio Metamorfosi di Ponticelli nell’ambito della terza edizione del progetto “La voce dei giovani”, promosso e finanziato dal Comune di Napoli e curato da Giffoni Innovation Hub. Dieci studenti, di età compresa tra i 13 ei 18 anni, hanno partecipato a un percorso di teoria e pratica del linguaggio audiovisivo, realizzato in collaborazione con il presidio di Libera Ponticelli e con l’Istituto Comprensivo 83° Porchiano Bordiga. “Il compleanno di Ciro” è prodotto da Giffoni Innovation Hub, Mad Entertainment e Gabbianella, con il patrocinio di Libera e con il sostegno attivo del Comune di Napoli, da anni impegnato nella promozione della cultura della legalità tra le nuove generazioni. Redazione Napoli
La memoria cortissima delle comunità ebraiche italiane
Ormai un fatto mi appare acclarato: le comunità ebraiche italiane soffrono di dipendenza patologica da Israele. In particolare, quelle di Roma e Milano si sono distinte per delle dichiarazioni deliranti con cui tacciano di antisemitismo chiunque osi parlare delle sofferenze dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania. Le comunità ebraiche italiane […] L'articolo La memoria cortissima delle comunità ebraiche italiane su Contropiano.
Lenz fumetto: quando le lenzuola raccontano la comunità
A Ome il Festival del Fumetto da Marciapiede diventa un rito collettivo tra memoria, arte e partecipazione – 30/31 Agosto 2025 Ome (BS) — In un’Italia che spesso dimentica le sue piazze, il piccolo comune bresciano di Ome fa l’opposto: la piazza la riempie. Di storie, di volti, di segni. E di lenzuola. No, non è un bucato fuori stagione: sono lenzuola matrimoniali trasformate in tavole da fumetto, stese tra i palazzi e le vie del paese per raccontare vite, sogni, fragilità e desideri. Si chiama LENZ FUMETTO, è il tema e cuore pulsante del Festival del Fumetto da Marciapiede (FFM), e giunge quest’anno alla sua quinta edizione. Ma non è solo una mostra a cielo aperto: è un esperimento sociale, un atto di memoria collettiva e restituzione affettiva che coinvolge l’intera comunità, dai più anziani ai più giovani, dagli artisti affermati agli studenti, dalle famiglie alle cooperative sociali. È un festival che, come pochi, sa intrecciare arte, territorio e persone. Le lenzuola come archivi dell’anima A ideare il progetto è stato il Comune di Ome con una visione ben precisa: restituire valore e voce ai racconti di vita delle persone del posto. Con l’aiuto della storica Debora Masserdotti, sono state raccolte testimonianze orali autentiche, trasformate in fumetti grazie alla direzione artistica di Pietro Arrigoni e al talento di tredici illustratori. Le storie, cucite sulla memoria di sette cittadini di Ome, sono diventate segni su stoffa: lenzuola di dote matrimoniale su cui si intrecciano parole e immagini. Proprio quelle lenzuola che un tempo accoglievano l’intimità di una coppia, oggi diventano veicolo di narrazione sociale, appese in pubblico come bandiere della memoria. “Come Clelia Marchi, che scrisse la sua autobiografia su un lenzuolo matrimoniale, anche noi vogliamo trasformare il tessuto in pagina, in voce visiva”, spiega il direttore artistico Pietro Arrigoni. La comunità come opera d’arte Il Festival si fonda su un’idea semplice e radicale: la comunità è un’opera d’arte vivente. Per questo le lenzuola non stanno nei musei, ma dialogano con l’aria, il sole, la vita di paese. E per questo ogni storia è esposta nel luogo dove è nata: una contrada, una piazza, un vicolo. “In questa edizione rendiamo omaggio a sette straordinarie persone del nostro paese che hanno avuto la generosità e il coraggio di raccontarci le loro vite. Storie intense, autentiche, radicate nella nostra terra e nel nostro tempo”, spiega il sindaco di Ome Alberto Vanoglio. Il progetto è parte di un più ampio Archivio della Memoria Orale di Ome, nato nel 2023 con l’obiettivo di salvare dall’oblio le storie locali, integrando la storia documentale con quella vissuta, emotiva, e a volte contraddittoria, ma sempre vera. Quando il fumetto incontra il sociale LENZ FUMETTO che si terrà sabato 30 agosto e domenica 31 agosto, non è solo testimonianza: è anche relazione, educazione e inclusione. Durante il festival, adulti e bambini sono invitati a disegnare sulle federe, simboli di sogno e protezione, trasformandole in spazi creativi dove elaborare paure, desideri, affetti. In questo senso va letto anche il progetto FED FUMETTO – Attraverso il sonno, che affronta il delicato tema dell’addormentamento nei bambini, offrendo strumenti ai genitori e ai piccoli per dare forma alle emozioni notturne. E ancora, l’anteprima del fumetto “Un giorno questo DENTE ti sarà utile”, realizzato con la cooperativa sociale Il Cardo di Edolo, dà spazio a voci fragili e straordinarie, come quella di Michele Baccanelli, giovane con disabilità che scrive per la rivista Zeus! da quando aveva 12 anni. “Ogni edizione del festival si interroga su cosa voglia dire includere: non basta esporre, bisogna dare spazio e ascolto alle differenze“, afferma Pietro Arrigoni, direttore artistico del festival. Tra vino, gioco e letteratura: il territorio si racconta Il Festival è anche celebrazione del territorio in tutte le sue sfumature. Come quella della Cantina Le Panische, condotta da donne, che produce vino biologico e racconta Ome attraverso le stagioni e le vigne. O la mostra ChiNere, dove il fumetto femminile si fonde con la degustazione dei vini della Cantina Marchisa, in un’esperienza sensoriale e culturale. Anche la letteratura entra in scena: con la Scuola Internazionale di Comics di Brescia, gli studenti hanno trasformato un capitolo del romanzo I giorni di vetro di Nicoletta Verna in un lenzuolo narrativo. Un ponte fra carta stampata e illustrazione, fra romanzo e immaginazione. A completare il quadro, laboratori per bambini, incontri con fumettisti, letture sonorizzate per i più piccoli e due serate di giochi da tavolo con il gruppo sociale Giocatori Malmostosi — perché il gioco è anche un linguaggio culturale, capace di unire, educare e costruire legami. Il tempo dell’oralità, il tempo della festa Il momento forse più potente sarà la grande tavolata popolare della domenica: tavoli da osteria, tovaglie a quadretti, posate portate da casa. È il ritorno alla festa collettiva, quella che unisce, quella che fa comunità. Qui l’oralità torna protagonista. Le anziane del paese, le stesse che hanno regalato le loro storie, siedono accanto ai giovani fumettisti, tra una fetta di torta salata e una battuta. La memoria si fa presente, il presente si fa racconto. Un festival necessario LENZ FUMETTO è un festival necessario. Non solo perché celebra la nona arte — il fumetto — in forme nuove e inedite. Ma perché ricuce strappi, restituisce voce, genera appartenenza. Dimostra che la cultura, quando è radicata nel territorio e nei suoi abitanti, può diventare strumento di rinascita e relazione. A Ome, le lenzuola non coprono: scoprono. E lo fanno con l’umiltà del gesto domestico e la forza del segno artistico. Perché raccontare è un atto d’amore. E farlo insieme, un atto politico.  Ome (BS) | 30–31 agosto 2025 Per maggiori informazioni sul programma del festival si consiglia la visita al sito ufficiale: https://sites.google.com/view/festivalfumettomarciapiede/home Simona Duci