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Il figlio che non muore
Lutto digitale, consenso e la menzogna che paghiamo a rate C’è un’anziana signora di ottant’anni, cardiopatica, che vive in una provincia dello Shandong, in Cina. Ogni giorno squilla il videotelefono. Suo figlio la saluta nel dialetto di casa, le dice che è tutto a posto, che è ancora troppo occupato per tornare, ma che le vuole bene. Lei aspetta. Lui promette. Suo figlio è morto in un incidente stradale all’inizio del 2025. Quello che parla è un clone costruito dall’intelligenza artificiale, commissionato dal nipote a un’azienda che si chiama Superbrain. Centinaia di foto, video, registrazioni audio del padre defunto, elaborate per ricostruirne la voce, il volto, il modo di parlare. Il fondatore dell’azienda, Zanguei, ha spiegato il modello di business con una franchezza che lascia senza parole: deceiving people’s emotion, ingannare le emozioni delle persone. Aggiunge che, in fondo, è quello che fanno dalla mattina alla sera: consolare chi resta. La storia l’ha raccontata il South China Morning Post nell’aprile del 2026, ripresa e analizzata da Matteo Flora nel suo Ciao Internet. Vale la pena fermarsi, perché questa non è una distopia futura. È già adesso. UN’INDUSTRIA, NON UN CASO ISOLATO In Cina esiste da anni una piccola — ma non troppo — industria del lutto digitale, documentata già nel 2024 dall’MIT Technology Review. Aziende come Silicon Intelligence, Superbrain e FushU ricreano voci, volti, conversazioni dei defunti. I prezzi vanno dai cinquanta dollari per un’app di base ai millequattrocento per il pacchetto premium, completo di tablet dedicato. Silicon Intelligence dichiara circa mille clienti attivi. Un’altra piattaforma, su Douyin — il TikTok cinese — ha raggiunto duemila abbonati a sette dollari al mese in pochi mesi, così in fretta che la piattaforma stessa ha dovuto emettere avvisi contro le ricreazioni non autorizzate di persone morte. Non è una stranezza orientale. Nel 2020 Joshua Barbeau, uno scrittore canadese, parlò per dieci ore consecutive con un clone GPT-3 della sua fidanzata morta, finché la storia sul San Francisco Chronicle costrinse OpenAI a restringere l’uso del modello. Nello stesso anno Kanye West regalò a Kim Kardashian un ologramma del padre Robert, morto nel 2003, che pronunciava parole costruite ad arte. Negli Stati Uniti operano già HereAfter AI, StoryFile, Project December: versioni più edulcorate dello stesso servizio. Un paper del maggio 2024 del Centre for the Future of Intelligence di Cambridge, pubblicato su Philosophy & Technology, ha identificato cinque rischi concreti che nessuno sta ancora regolando: * il deadbot che inserisce pubblicità nella voce del defunto; * il digital stalking con notifiche spam al sopravvissuto; * il danno psicologico da interazioni quotidiane troppo intense; * l’impossibilità per i sopravvissuti di spegnere il clone; * la manipolazione di bambini attraverso simulazioni dei genitori morti. Cinque rischi concreti. Zero risposte normative strutturate. LA GABBIA PIENA DI CUSCINI Prima ancora delle questioni giuridiche, c’è una questione umana che vale la pena guardare in faccia. Il lutto ha una funzione biologica e sociale. Gli esseri umani hanno passato centomila anni a ritualizzarlo: le veglie funebri, i riti di sepoltura, le lettere di condoglianze, i racconti sul nonno davanti al camino. Non sono convenzioni sentimentali: sono il modo in cui la specie ha imparato a elaborare la perdita, a integrare l’assenza, a continuare a vivere sapendo che qualcuno non c’è più. Ogni chiamata del clone alla signora di Shandong conferma una possibilità alternativa: il figlio è lontano, non è morto. Il processo di elaborazione viene sospeso indefinitamente. Flora richiama in questo contesto la learned helplessness, l’impotenza appresa teorizzata da Seligman nel 1975: quando il controllo sulla realtà viene sistematicamente sottratto, il soggetto smette di cercare risposte autonome. La tenerezza della famiglia che vuole proteggere la nonna dal dolore si trasforma, senza volerlo, in una gabbia piena di cuscini. C’è poi un secondo livello, più sottile. Un clone costruito per consolare non dirà mai nulla che disturbi. Non farà domande scomode. Non porterà conflitto, né crescita. La macchina premia la versione di chi resta che non deve fare i conti con la perdita, perché è quella versione che continua a pagare l’abbonamento. Il clone del figlio non è un sostituto imperfetto: è un sostituto ottimizzato per non far guarire. CHI HA CHIESTO IL PERMESSO? Arriviamo al punto che più dovrebbe preoccupare chi si occupa di diritto, di etica, di politica. In Italia, la materia è sfiorata dall’articolo 2-terdecies del Codice della Privacy, che riconosce ai familiari alcuni diritti sul trattamento dei dati del defunto. Ma non esiste ancora una cornice specifica per l’addestramento di modelli generativi sulla voce, sul volto, sulla gestualità di una persona morta. Il GDPR non si occupa dei morti. L’AI Act europeo non affronta il tema del consenso post mortem in modo diretto. Il risultato è una lacuna enorme. Chi ha autorizzato la clonazione? Chi detiene i server su cui gira il clone? Cosa succede quando scade l’abbonamento? Chi decide quando spegnere il sistema? Nessun ordinamento giuridico europeo ha una risposta strutturata. LA VERITÀ CONDIVISA COME BENE COMUNE «La verità condivisa è la base della dignità delle persone, anche quando fa male.» Non si tratta di demonizzare ogni forma di lutto digitale. Conservare la voce di una persona amata può essere legittimo. La questione è un’altra: cosa succede quando il clone diventa più presente del morto nella memoria di chi resta? Zanguei dice che il suo lavoro è consolare chi resta. Tecnica­mente è vero. Ma queste tecnologie non sono neutrali: sono progettate per trattenere, non per lasciare andare. L’ultima volta che la signora di Shandong ha sentito davvero la voce di suo figlio, lui era vivo. La prossima volta che crederà di sentirlo, quella voce girerà su un server gestito da un estraneo. Qualcuno parla al posto di suo figlio, a sua madre. E nessuno gli ha chiesto il permesso. South China Morning Post, aprile 2026 https://www.scmp.com/news/people-culture/trending-china/article/3349344/china-family-creates-ai-clone-comfort-elderly-mum-after-only-son-dies-car-accident Matteo Flora, Ciao Internet, ep. 1549, aprile 2026 https://www.youtube.com/watch?v=bUnfFGuo9O4 Centre for the Future of Intelligence, University of Cambridge, “Deadbots and the Right to Rest in Peace”, Philosophy & Technology, maggio 2024 https://link.springer.com/article/10.1007/s13347-024-00761-4 Francesco Russo
April 22, 2026
Pressenza
L’atto rivoluzionario e la morale borghese del potere
In un’intervista rilasciata alcuni anni fa al Corriere di Romagna, in occasione della presentazione del suo ultimo romanzo “Lascia che il mare entri”, Barbara Balzerani – scrittrice ed ex militante delle Brigate Rosse: scelta che le costò trent’anni di carcere senza mai pentirsi – disse: «Il vincitore, oltre alla resa, […] L'articolo L’atto rivoluzionario e la morale borghese del potere su Contropiano.
March 22, 2026
Contropiano
A Scampia una strada per Ilaria Alpi, nel nome della verità e della libera informazione
Nel trentaduesimo anniversario dell’uccisione della giornalista del Tg3 e del cineoperatore Miran Hrovatin, Napoli dedica a Ilaria Alpi una via nel quartiere di Scampia. Un omaggio che lega memoria, diritto all’informazione e impegno civile. Ci sono memorie che non possono restare confinate nelle cerimonie. Per continuare a parlare hanno bisogno di entrare nei luoghi della vita quotidiana, di farsi nome visibile nello spazio pubblico, di incontrare ogni giorno gli sguardi di chi passa. È anche per questo che l’intitolazione di una strada a Ilaria Alpi, a Scampia, assume un significato che va oltre l’omaggio formale. Nel giorno del trentaduesimo anniversario della sua uccisione, Napoli ha dedicato una via alla giornalista del Tg3 assassinata a Mogadiscio il 20 marzo 1994 insieme al cineoperatore Miran Hrovatin. I due stavano lavorando a un’inchiesta sui traffici illeciti di armi e rifiuti tossici tra l’Italia e la Somalia, una vicenda ancora oggi legata a molte domande irrisolte e a una richiesta di verità che non si è mai spenta. La nuova area di circolazione, parallela a via Bakù e viale della Resistenza, si colloca nel cuore di Scampia, un quartiere che negli anni ha legato il proprio percorso di trasformazione urbana anche a una forte domanda di memoria, dignità e riscatto. La scelta del luogo non è secondaria: affidare proprio qui il nome di Ilaria Alpi significa legare il suo ricordo a un territorio che continua a cercare futuro attraverso presìdi concreti di legalità e coscienza civile. Nel corso della cerimonia, la vicesindaca e assessora con delega alla toponomastica Laura Lieto ha sottolineato il valore di una giornata che richiama la memoria, il rispetto e l’affetto della città per Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Ma il senso dell’iniziativa, ha ricordato, riguarda anche il presente: il sostegno alla libera stampa, il diritto dei cittadini a essere informati, la vicinanza a chi continua a fare inchiesta in tempi difficili, spesso dentro scenari di guerra e di violenza. Napoli non è stata sola in questo ricordo. Nello stesso giorno iniziative e momenti commemorativi si sono svolti anche in altre città italiane, tra cui Roma e Trieste, a conferma di una memoria che continua a coinvolgere giornalisti, istituzioni e cittadini. Un segno che la vicenda di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin non appartiene soltanto al passato, ma resta una ferita aperta della coscienza democratica del Paese. Ed è proprio qui il punto più profondo. Ricordare Ilaria Alpi non significa soltanto rendere omaggio a una giornalista coraggiosa, ma riconoscere il valore del giornalismo d’inchiesta e il prezzo che, ancora oggi, molti cronisti pagano quando cercano verità scomode su fatti di interesse pubblico. Per questo la memoria non può ridursi a una ricorrenza: deve continuare a vivere come responsabilità civile, come domanda di verità, come difesa quotidiana del diritto all’informazione. Da oggi, a Scampia, il nome di Ilaria Alpi sarà anche questo: non solo un ricordo inciso su una targa, ma un segno affidato alla città e soprattutto alle nuove generazioni. Lucia Montanaro
March 20, 2026
Pressenza
Le vite che la guerra attraversa – Viola Ardone racconta Tanta ancora vita
Un’intervista alla scrittrice Viola Ardone sul romanzo Tanta ancora vita, tra guerra in Ucraina, infanzia, migrazione e memoria. Le guerre attraversano oggi molte parti del mondo. Si sovrappongono nelle cronache quotidiane, scorrono nelle immagini dei notiziari, rischiano perfino di diventare un rumore di fondo a cui, poco alla volta, ci si abitua. Eppure dietro i numeri che scorrono nelle statistiche ci sono vite interrotte, famiglie divise, infanzie costrette a cambiare direzione troppo presto. Il rischio di assuefarsi è ogni giorno più alto. Per questo il dovere della memoria non dovrebbe mai essere accantonato. A volte, quando le immagini dei telegiornali scorrono davanti ai nostri occhi rese familiari dalla ripetizione quotidiana, anche la scelta di una lettura può fare la differenza e assumere un ruolo decisivo nella memoria. La guerra in Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022 con l’invasione russa, continua a produrre distruzione, sfollamenti e vite sospese. Sono molti i libri che negli ultimi anni hanno affrontato questi temi. Oggi abbiamo incontrato il libro della scrittrice e amica Viola Ardone, Tanta ancora vita, che riporta l’attenzione su una guerra che continua a devastare vite e territori ma che, a tratti, sembra scivolare ai margini dell’attenzione pubblica. Il protagonista è Kostya, un bambino ucraino di dieci anni che lascia il suo paese appena invaso per raggiungere la nonna Irina, che lavora a Napoli come domestica. Nello zaino porta poche cose: vestiti di ricambio, la foto di una madre mai conosciuta e un indirizzo scritto su un foglio. Suo padre lo accompagna all’inizio di questo viaggio e lo affida alla strada mentre la guerra entra nella vita del paese. Non sappiamo con certezza quale sarà il suo destino. Nel romanzo si parla della possibilità che sia partito per il fronte, ma la sua sorte resta incerta, sospesa come accade a tante vite nelle guerre contemporanee. Il viaggio di Kostya è lungo e difficile. Attraversa frontiere, incontra soldati, sconosciuti che a volte lo ostacolano e altre volte lo aiutano, finché riesce ad arrivare a Napoli. Una mattina Vita, la donna per cui lavora la nonna, apre la porta di casa e lo trova addormentato sullo zerbino. Anche Vita è una figura segnata dalla perdita. Quattro anni prima ha perso suo figlio in un incidente e da allora vive una vita sospesa. Le sue giornate scorrono tra silenzi, ricordi e una depressione che nel romanzo assume persino un nome proprio: Orietta. Non è solo una malattia, ma quasi una presenza con cui la protagonista ha imparato a convivere, qualcosa che entra nelle pieghe della sua vita e che a volte prende spazio nei pensieri e nei gesti quotidiani. Accanto a lei vive e lavora Irina, la nonna di Kostya. È una donna ucraina emigrata da anni in Italia, una domestica che nel romanzo assume una profondità sorprendente. Porta dentro di sé la storia di tante donne dell’Est Europa che hanno lasciato la propria terra per sostenere le famiglie rimaste a casa. È una donna colta, legge Dante e parla italiano con una lingua quasi letteraria, ma sceglie di non sciogliere completamente la distanza linguistica con il paese in cui vive, come se quella distanza fosse anche un modo per custodire la propria identità. Anche Irina è attraversata dalla perdita. A un certo punto della storia decide di tornare in Ucraina per cercare il figlio, dato per disperso nella guerra. È una scelta che riporta improvvisamente il conflitto dentro la vita di tutti i personaggi e che mette in movimento anche Vita, spingendola a uscire dalla sua immobilità. Viola Ardone sceglie però una strada diversa: non racconta la guerra solo attraverso i fatti. Fa camminare il suo libro in avanti attraverso i sentimenti. La storia procede quasi a colpi di emozioni, di fragilità condivise, di momenti intimi che rivelano poco alla volta la vita dei personaggi. Attraverso il viaggio di Kostya il lettore incontra la guerra dal punto di vista di chi la subisce. Il bambino la racconta con una lingua piena di ironia e invenzioni, ma anche con una lucidità sorprendente. A un certo punto dice una frase che colpisce per la sua semplicità: la guerra non dovrebbe uscire mai dai videogiochi. Accanto alla guerra, il libro racconta anche altri temi profondamente contemporanei: la solitudine, la depressione, la migrazione, l’incontro tra vite ferite che può aprire una possibilità di trasformazione. La relazione tra Vita e Kostya non cancella il dolore, ma riapre uno spazio inatteso. In un passaggio del romanzo è la protagonista stessa a riconoscere che avere una speranza è un regalo che non si faceva da anni. C’è anche un altro aspetto che rende questo romanzo particolarmente significativo. In un tempo in cui l’attenzione del mondo sembra spostarsi rapidamente da un conflitto all’altro, la guerra in Ucraina rischia a volte di scivolare ai margini dell’attenzione pubblica pur continuando a produrre distruzione e sofferenza. Raccontarla attraverso una storia significa anche restituirle memoria, riportarla dentro il discorso umano e non solo geopolitico. Ho chiesto a Viola Ardone di condividere alcune riflessioni su questo libro e sui temi che lo attraversano. 1) Raccontare una guerra ancora in corso non è una scelta scontata e forse nemmeno commerciale. C’è voluto coraggio per scrivere questo libro? Raccontare una guerra mentre la guerra sta ancora accadendo significa scrivere in un terreno instabile, dove le parole arrivano sempre un attimo dopo i fatti e spesso sembrano insufficienti. Non so se serva coraggio; forse serve piuttosto una certa ostinazione a non voltarsi dall’altra parte. La letteratura non ha il compito di aspettare che la storia diventi polvere da archivio: può provare a stare nel presente, anche quando il presente è doloroso e contraddittorio. Non mi interessava fare un libro “sulla guerra”, ma un libro sulle vite che la guerra attraversa. E quelle vite non smettono di esistere solo perché il conflitto è ancora in corso. 2) Nel romanzo la guerra non è raccontata dal fronte ma attraverso la vita delle persone. Perché hai scelto questa prospettiva così quotidiana e intima? Le guerre ci arrivano quasi sempre attraverso le immagini del fronte: carri armati, macerie, mappe, confini. Ma la guerra vera – quella che cambia le persone – accade spesso lontano dalle linee di combattimento. Accade nelle cucine, nei corridoi delle case, nelle telefonate interrotte, nei silenzi. Ho scelto una prospettiva quotidiana perché è lì che la guerra mostra il suo effetto più radicale: non solo distrugge città, ma incrina la trama invisibile delle relazioni, della fiducia, della memoria. Raccontare quella dimensione intima mi sembrava un modo per restituire alla guerra il suo volto più umano e, proprio per questo, più inquietante. 3) Il romanzo nasce dall’incontro tra tre solitudini: Vita, Kostya e Irina. Alla fine di questo percorso narrativo hai trovato le risposte che immaginavi quando hai iniziato a scriverlo? Vita, Kostya e Irina sono tre solitudini che si sfiorano in un momento in cui ciascuno di loro è in qualche modo sospeso: tra passato e futuro, tra perdita e possibilità. Scrivendo ho capito che le risposte, se arrivano, non sono mai definitive. Piuttosto accade qualcosa di diverso: i personaggi imparano a stare dentro le proprie domande senza esserne schiacciati. E forse è questo il vero movimento del romanzo: non la soluzione dei problemi, ma la possibilità di condividere il peso delle proprie fragilità. 4) Il personaggio di Irina restituisce identità e profondità a una figura spesso invisibile: quella delle donne straniere che lavorano nelle nostre case. Nelle tue intenzioni c’era anche il desiderio di restituire umanità e complessità a queste vite troppo spesso ridotte al solo ruolo che ricoprono? Le donne che lavorano nelle nostre case – badanti, colf, assistenti familiari – sono presenze fondamentali e allo stesso tempo quasi invisibili. Abitano l’intimità delle famiglie, ma raramente entrano nella narrazione pubblica con una loro complessità. Irina nasce proprio da questa contraddizione: è una donna che attraversa la vita degli altri mentre la sua storia rimane spesso in ombra. Restituirle una voce significava ricordare che ogni persona porta con sé un passato, una lingua, una nostalgia, un progetto. Nessuno è mai soltanto il ruolo che svolge. 5) A un certo punto Vita riconosce che avere una speranza è un regalo che non si faceva da anni. Quanto era importante raccontare questo ritorno della speranza dopo il lutto e la depressione? Il ritorno della speranza era per me un passaggio essenziale. Non una speranza ingenua o salvifica, ma una speranza fragile, quasi timida. Dopo un lutto o una depressione la speranza non arriva come una rivelazione luminosa: arriva spesso come un piccolo gesto, una possibilità che all’inizio fa quasi paura. Per Vita riconoscere di poter sperare di nuovo è un momento decisivo, perché significa ammettere che la vita – nonostante tutto – può ancora sorprendere. 6) Oggi l’attenzione del mondo sembra spostarsi rapidamente da una guerra all’altra. Che ruolo può avere la letteratura nel mantenere viva la memoria delle vite coinvolte nei conflitti? La letteratura non può fermare le guerre, ma può fare qualcosa che spesso la cronaca non riesce a fare: restituire durata alle vite. Le notizie scorrono velocissime, le tragedie si accavallano, l’attenzione collettiva si sposta continuamente. Un romanzo invece rallenta il tempo. Permette di abitare una storia, di conoscere i volti, le paure, le contraddizioni delle persone coinvolte. In questo senso la letteratura può diventare una forma di memoria emotiva: non conserva solo i fatti, ma l’esperienza umana che quei fatti hanno prodotto. 7) Molti tuoi romanzi hanno avuto una grande diffusione e Il treno dei bambini è diventato anche un film. Ti immagini Tanta ancora vita trasformato in un film o in una serie? E se accadesse, che cosa ti piacerebbe che il cinema riuscisse a restituire di questa storia? Quando scrivo non penso mai al cinema, perché il linguaggio del romanzo e quello delle immagini sono molto diversi. Però è vero che le storie, a volte, trovano nuove forme. Se Tanta ancora vita diventasse un film o una serie, mi piacerebbe che il cinema riuscisse a restituire soprattutto il ritmo silenzioso della storia: gli spazi domestici, le pause, gli sguardi, quella dimensione quasi sospesa in cui tre persone molto diverse iniziano lentamente a riconoscersi. Perché, in fondo, il cuore del romanzo non è la guerra, ma ciò che continua a resistere dentro le persone nonostante la guerra. Viola Ardone, Tanta ancora vita, Einaudi Stile Libero. Un ringraziamento sincero a Viola Ardone per la generosità delle sue risposte e per la bellezza delle parole con cui ha voluto accompagnare questa conversazione. Lucia Montanaro
March 12, 2026
Pressenza
Ricordare il naufragio di Cutro
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione della comunità educante e dell’opinione pubblica su una memoria che non può scolorire nel tempo: il naufragio di Cutro. Non una ricorrenza tra le altre, ma una soglia morale che continua a interrogare la coscienza civile, il linguaggio pubblico e la funzione educativa della scuola. La notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, a poche decine di metri dalla riva di Steccato di Cutro, il mare ha reso visibile una contraddizione profonda del nostro tempo: la distanza minima tra salvezza e perdita. Un caicco partito dalla Turchia, con a bordo — secondo le testimonianze — almeno 180 migranti, si arenò su una secca e venne distrutto dalla violenza delle onde, trasformando l’approdo atteso in luogo di tragedia. Quella notte non racconta soltanto un disastro marittimo. Racconta gesti — il rumore del legno che si spezza, le grida nel buio, i pescatori che corrono verso l’acqua, la comunità che si mobilita — e racconta responsabilità. È da questa intersezione tra umanità immediata e interrogativi collettivi che deve partire ogni commemorazione autentica. Il bilancio — 94 vittime accertate, tra cui 34 minori — rappresenta una ferita che supera i confini geografici. Tra le vite spezzate, quelle di Shahida Raza, atleta pakistana, e della giornalista afgana Torpekai Amarkhel, attivista per i diritti umani, ricordano che le migrazioni non sono flussi anonimi ma storie, identità e diritti. A tre anni dal naufragio, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani invita scuole e società civile a trasformare la memoria in pratica educativa, capace di generare consapevolezza critica e cittadinanza globale. Commemorare significa contrastare la disumanizzazione del linguaggio pubblico, promuovere percorsi didattici interdisciplinari sulle migrazioni e sul diritto alla vita, valorizzare le testimonianze come strumenti pedagogici ed educare alla cittadinanza globale affinché i diritti umani diventino esperienza vissuta. Il CNDDU invita le istituzioni scolastiche a dedicare momenti di riflessione, laboratori di memoria e spazi di dialogo con studenti e studentesse, affinché il ricordo non resti simbolico ma produca coscienza. Cutro consegna una domanda che riguarda il presente: quale posto assegniamo alla dignità umana quando essa attraversa confini e vulnerabilità? La risposta passa anche dalla scuola, luogo in cui la memoria diventa competenza civica. Nella prospettiva di andare oltre le pratiche commemorative già diffuse — spesso centrate su momenti simbolici, letture pubbliche o ricostruzioni cronologiche — il Coordinamento propone l’avvio di un dispositivo didattico innovativo, pensato per restituire continuità narrativa alle vite interrotte e per collegare Cutro ad altre tragedie del Mediterraneo. L’idea è quella di costruire nelle scuole un “Archivio delle vite possibili”, uno spazio educativo permanente in cui studenti e studentesse lavorino su micro-biografie documentate delle vittime, ricostruendo non solo ciò che è accaduto ma ciò che avrebbe potuto accadere: percorsi di studio, aspirazioni professionali, contesti culturali, reti familiari, contributi sociali potenziali. Questa pratica, diversa dalle esperienze più diffuse sul web che privilegiano la memoria statica o la narrazione commemorativa, introduce una dimensione progettuale: la memoria diventa esercizio di immaginazione civile fondata sui diritti. Attraverso fonti, testimonianze, dati e ricerca interdisciplinare, la scuola trasforma la vittima da figura simbolica a soggetto storico, collegando Cutro ad altre vittime delle migrazioni forzate e costruendo una mappa educativa delle responsabilità contemporanee. In questo modo la commemorazione non resta confinata a una data, ma diventa processo didattico continuo, capace di generare empatia informata, pensiero critico e consapevolezza delle interdipendenze globali. La memoria si sposta dal passato al futuro, interrogando gli studenti non solo su ciò che è accaduto, ma su quale società intendono contribuire a costruire. Il CNDDU rinnova così il proprio impegno a promuovere pratiche educative che rendano la memoria uno spazio attivo di cittadinanza e responsabilità, affinché Cutro non sia soltanto ricordata, ma compresa come passaggio educativo decisivo per leggere tutte le altre vite spezzate lungo le rotte migratorie. Perché educare alla memoria significa restituire possibilità dove la storia ha lasciato assenza. prof. Romano Pesavento presidente CNDDU Redazione Italia
February 23, 2026
Pressenza
Come resistere al sistema: la memoria e la politica. Un dibattito a Calenzano
“Come resistere al sistema”: La memoria e la politica. Possiamo ancora proporre umanità e prospettive di pace in questo tempo? Lorenzo Guadagnucci ha presentato il 19 Febbraio a Calenzano  il suo libro “Un’altra memoria” in una serata in cui  Donatella Della Porta e Micaela Frulli hanno dialogato con Cristiano Lucchi, che apre domandando come passare dall’analisi alla memoria dei fatti narrati. Lorenzo Guadagnucci sottolinea quanto il senso della memoria debba essere rapportato alle politiche della memoria; ricostruendo gli eventi di celebrazione di Sant’Anna si militarizza l’occasione del ricordo, ad esempio, si è scelto quindi di creare un cammino Monte Sole Marzabotto Sant’Anna che potesse restituire qualcosa di diverso, partendo dal posizionarsi davanti ad una installazione “Alla memoria dei fratelli morti nel mediterraneo”, rivolgendosi verso Gerusalemme, parlando di genocidio del Mediterraneo, associato ai fatti accaduti alla Vaccareccia; nel 2024, ci si è chiesti come fosse possibile celebrare Sant’Anna senza pensare a Gaza, dove avviene una partecipazione delle potenze mondiali, compresa l’Italia, che non sembrerebbe essere compatibile con le attuali politiche della memoria, come se ci fosse una “impressionante normalizzazione” rispetto a Gaza. Quali le vite che contano? Le vite dei palestinesi sembrano non contare. Come si raccontano i fatti, se liberati quattro ostaggi i quattrocento morti diventano un danno collaterale. A che cosa serve la memoria quindi, se poi esistono i fatti di Gaza? La memoria non sembra essere di reale ispirazione delle scelte politiche: sono binari che corrono separati. C’è invece bisogno di ricostruire, tocca alla società civile ed ai movimenti agire per cambiare; abbiamo abbandonato la storia di noi come carnefici; i movimenti hanno bisogno di una memoria che vada oltre le due guerre mondiali, che preservi un patrimonio anche di fatti recenti, che ricolleghi Genova e Torino; dobbiamo ricostruire una memoria, rielaborandola ed arricchendola di nuovi dati, perché la memoria deve essere politicizzata. Donatella Dell Porta parla di memoria “malleabile”, che si ricostruisce di volta in volta; i movimenti stanno producendo tanto, ma non archiviano; producono fatti simbolici, cercano di rileggere il cambiamento di significato, ad esempio del Sessantotto anche nelle ricorrenze di questo; è necessario parlare di “memoria dinamica”, per cui nei fatti ad esempio i figli dei migranti nei luoghi della memoria tendono a identificarsi nelle vittime, in un “ricordo combinato”; i custodi della memoria non deviano rispetto a quel percorso. Eppure in Italia la memoria della resistenza è da tempo utilizzata in maniera viva, ha un aspetto dinamico, come si scorge dentro le iniziative proposte da ANPI, riattualizzando e collegando la resistenza con le resistenze. I movimenti stessi del resto hanno prodotto una accelerazione, facendo proposte in cui portare l’attenzione sul genocidio attraverso azioni quali digiuno per Gaza, i sudari, i cortei diversi dentro cui si sono viste tante bandiere palestinesi. Micaela Frulli sottolinea l’importanza di attualizzare la memoria; la strada del diritto internazionale risente degli stessi problemi della memoria, mettendo a processo l’idea simbolica e pedagogica. Il doppio standard ha caratterizzato la giustizia internazionale fino alla corte penale internazionale. L’invasione dell’Ucraina e poi Gaza hanno fatto venire fuori tutti i nodi al pettine, hanno sottolineato l’urgenza di fare pressione sui nostri governi perché la stessa Unione Europea ha tradito, fare pressione forte coinvolgendo la gente, perché la gente è presente, ad esempio nell’Urlo per Gaza, nelle iniziative e nelle piazze, dobbiamo saper salvaguardare quello che abbiamo. Da Calenzano un appello alla coerenza dei posizionamenti, all’intelligenza delle idee e degli strumenti che abbiamo per interpretarle e metterle in prassi, per una memoria dinamica, viva, connessa. Emanuela Bavazzano
February 21, 2026
Pressenza