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Ricordare il naufragio di Cutro
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione della comunità educante e dell’opinione pubblica su una memoria che non può scolorire nel tempo: il naufragio di Cutro. Non una ricorrenza tra le altre, ma una soglia morale che continua a interrogare la coscienza civile, il linguaggio pubblico e la funzione educativa della scuola. La notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, a poche decine di metri dalla riva di Steccato di Cutro, il mare ha reso visibile una contraddizione profonda del nostro tempo: la distanza minima tra salvezza e perdita. Un caicco partito dalla Turchia, con a bordo — secondo le testimonianze — almeno 180 migranti, si arenò su una secca e venne distrutto dalla violenza delle onde, trasformando l’approdo atteso in luogo di tragedia. Quella notte non racconta soltanto un disastro marittimo. Racconta gesti — il rumore del legno che si spezza, le grida nel buio, i pescatori che corrono verso l’acqua, la comunità che si mobilita — e racconta responsabilità. È da questa intersezione tra umanità immediata e interrogativi collettivi che deve partire ogni commemorazione autentica. Il bilancio — 94 vittime accertate, tra cui 34 minori — rappresenta una ferita che supera i confini geografici. Tra le vite spezzate, quelle di Shahida Raza, atleta pakistana, e della giornalista afgana Torpekai Amarkhel, attivista per i diritti umani, ricordano che le migrazioni non sono flussi anonimi ma storie, identità e diritti. A tre anni dal naufragio, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani invita scuole e società civile a trasformare la memoria in pratica educativa, capace di generare consapevolezza critica e cittadinanza globale. Commemorare significa contrastare la disumanizzazione del linguaggio pubblico, promuovere percorsi didattici interdisciplinari sulle migrazioni e sul diritto alla vita, valorizzare le testimonianze come strumenti pedagogici ed educare alla cittadinanza globale affinché i diritti umani diventino esperienza vissuta. Il CNDDU invita le istituzioni scolastiche a dedicare momenti di riflessione, laboratori di memoria e spazi di dialogo con studenti e studentesse, affinché il ricordo non resti simbolico ma produca coscienza. Cutro consegna una domanda che riguarda il presente: quale posto assegniamo alla dignità umana quando essa attraversa confini e vulnerabilità? La risposta passa anche dalla scuola, luogo in cui la memoria diventa competenza civica. Nella prospettiva di andare oltre le pratiche commemorative già diffuse — spesso centrate su momenti simbolici, letture pubbliche o ricostruzioni cronologiche — il Coordinamento propone l’avvio di un dispositivo didattico innovativo, pensato per restituire continuità narrativa alle vite interrotte e per collegare Cutro ad altre tragedie del Mediterraneo. L’idea è quella di costruire nelle scuole un “Archivio delle vite possibili”, uno spazio educativo permanente in cui studenti e studentesse lavorino su micro-biografie documentate delle vittime, ricostruendo non solo ciò che è accaduto ma ciò che avrebbe potuto accadere: percorsi di studio, aspirazioni professionali, contesti culturali, reti familiari, contributi sociali potenziali. Questa pratica, diversa dalle esperienze più diffuse sul web che privilegiano la memoria statica o la narrazione commemorativa, introduce una dimensione progettuale: la memoria diventa esercizio di immaginazione civile fondata sui diritti. Attraverso fonti, testimonianze, dati e ricerca interdisciplinare, la scuola trasforma la vittima da figura simbolica a soggetto storico, collegando Cutro ad altre vittime delle migrazioni forzate e costruendo una mappa educativa delle responsabilità contemporanee. In questo modo la commemorazione non resta confinata a una data, ma diventa processo didattico continuo, capace di generare empatia informata, pensiero critico e consapevolezza delle interdipendenze globali. La memoria si sposta dal passato al futuro, interrogando gli studenti non solo su ciò che è accaduto, ma su quale società intendono contribuire a costruire. Il CNDDU rinnova così il proprio impegno a promuovere pratiche educative che rendano la memoria uno spazio attivo di cittadinanza e responsabilità, affinché Cutro non sia soltanto ricordata, ma compresa come passaggio educativo decisivo per leggere tutte le altre vite spezzate lungo le rotte migratorie. Perché educare alla memoria significa restituire possibilità dove la storia ha lasciato assenza. prof. Romano Pesavento presidente CNDDU Redazione Italia
February 23, 2026
Pressenza
Come resistere al sistema: la memoria e la politica. Un dibattito a Calenzano
“Come resistere al sistema”: La memoria e la politica. Possiamo ancora proporre umanità e prospettive di pace in questo tempo? Lorenzo Guadagnucci ha presentato il 19 Febbraio a Calenzano  il suo libro “Un’altra memoria” in una serata in cui  Donatella Della Porta e Micaela Frulli hanno dialogato con Cristiano Lucchi, che apre domandando come passare dall’analisi alla memoria dei fatti narrati. Lorenzo Guadagnucci sottolinea quanto il senso della memoria debba essere rapportato alle politiche della memoria; ricostruendo gli eventi di celebrazione di Sant’Anna si militarizza l’occasione del ricordo, ad esempio, si è scelto quindi di creare un cammino Monte Sole Marzabotto Sant’Anna che potesse restituire qualcosa di diverso, partendo dal posizionarsi davanti ad una installazione “Alla memoria dei fratelli morti nel mediterraneo”, rivolgendosi verso Gerusalemme, parlando di genocidio del Mediterraneo, associato ai fatti accaduti alla Vaccareccia; nel 2024, ci si è chiesti come fosse possibile celebrare Sant’Anna senza pensare a Gaza, dove avviene una partecipazione delle potenze mondiali, compresa l’Italia, che non sembrerebbe essere compatibile con le attuali politiche della memoria, come se ci fosse una “impressionante normalizzazione” rispetto a Gaza. Quali le vite che contano? Le vite dei palestinesi sembrano non contare. Come si raccontano i fatti, se liberati quattro ostaggi i quattrocento morti diventano un danno collaterale. A che cosa serve la memoria quindi, se poi esistono i fatti di Gaza? La memoria non sembra essere di reale ispirazione delle scelte politiche: sono binari che corrono separati. C’è invece bisogno di ricostruire, tocca alla società civile ed ai movimenti agire per cambiare; abbiamo abbandonato la storia di noi come carnefici; i movimenti hanno bisogno di una memoria che vada oltre le due guerre mondiali, che preservi un patrimonio anche di fatti recenti, che ricolleghi Genova e Torino; dobbiamo ricostruire una memoria, rielaborandola ed arricchendola di nuovi dati, perché la memoria deve essere politicizzata. Donatella Dell Porta parla di memoria “malleabile”, che si ricostruisce di volta in volta; i movimenti stanno producendo tanto, ma non archiviano; producono fatti simbolici, cercano di rileggere il cambiamento di significato, ad esempio del Sessantotto anche nelle ricorrenze di questo; è necessario parlare di “memoria dinamica”, per cui nei fatti ad esempio i figli dei migranti nei luoghi della memoria tendono a identificarsi nelle vittime, in un “ricordo combinato”; i custodi della memoria non deviano rispetto a quel percorso. Eppure in Italia la memoria della resistenza è da tempo utilizzata in maniera viva, ha un aspetto dinamico, come si scorge dentro le iniziative proposte da ANPI, riattualizzando e collegando la resistenza con le resistenze. I movimenti stessi del resto hanno prodotto una accelerazione, facendo proposte in cui portare l’attenzione sul genocidio attraverso azioni quali digiuno per Gaza, i sudari, i cortei diversi dentro cui si sono viste tante bandiere palestinesi. Micaela Frulli sottolinea l’importanza di attualizzare la memoria; la strada del diritto internazionale risente degli stessi problemi della memoria, mettendo a processo l’idea simbolica e pedagogica. Il doppio standard ha caratterizzato la giustizia internazionale fino alla corte penale internazionale. L’invasione dell’Ucraina e poi Gaza hanno fatto venire fuori tutti i nodi al pettine, hanno sottolineato l’urgenza di fare pressione sui nostri governi perché la stessa Unione Europea ha tradito, fare pressione forte coinvolgendo la gente, perché la gente è presente, ad esempio nell’Urlo per Gaza, nelle iniziative e nelle piazze, dobbiamo saper salvaguardare quello che abbiamo. Da Calenzano un appello alla coerenza dei posizionamenti, all’intelligenza delle idee e degli strumenti che abbiamo per interpretarle e metterle in prassi, per una memoria dinamica, viva, connessa. Emanuela Bavazzano
February 21, 2026
Pressenza
La caduta dell’Occidente
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- La parola «Occidente», con cui definiamo la nostra cultura, deriva etimologicamente dal verbo cadere e significa alla lettera: «ciò che sta cadendo, che non cessa di cadere». Connessi con questo verbo sono anche i termini caso e casuale. Ciò che non cessa di cadere e tramontare (occasus è in latino il tramonto) è per questo anche in preda al caso, a una incessante casualità. Non sorprende, pertanto, che il governo degli uomini e delle cose abbia oggi la forma di protocolli di intervento, indipendenti da risultati certi, su un mondo concepito come disponibile e calcolabile proprio in quanto casuale. L’Occidente esiste e si governa solo nel tempo della sua fine e della sua assidua caduta e, come il suo Dio, è ininterrottamente in atto di morire. Ma proprio in questo consiste la sua forza: una morte incessante è propriamente senza fine, una caducità o casualità infinita si vuole propriamente inarrestabile. Una strategia che cerchi di far fronte a questa perpetua caduta deve trovare in essa un interstizio o un’interruzione in cui l’Occidente smarrisca la sua continuità e sprofondi una volta per tutte. Questa cesura abissale è la memoria. L’Occidente, in quanto casuale e caduco, non ha memoria di sé, non conosce un varco e uno spazio in cui qualcosa come un ricordo possa per un attimo irrompere e affiorare. Esso può certamente costruire, come fa, archivi e registri in cui disporre continuativamente gli eventi – i casi – della sua storia, ma manca della capacità di esperire veramente un passato, di aprirsi a qualcosa che spezzi il tessuto uniforme delle sue rappresentazioni. L’anamnesi, il ricordo ha, invece, la forma di un interstizio in cui la caduta – il caso – per un istante si arresta e lascia apparire come mai stato un passato eterogeneo e irrappresentabile. «O passato, abisso del pensiero» (Schelling): solo il pensiero che si cala risolutamente in questo abisso può condurre l’Occidente una volta per tutte alla sua fine. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La caduta dell’Occidente proviene da Comune-info.
February 19, 2026
Comune-info
In dialogo con Alberta Basaglia
LA PREVENZIONE COME ANTIDOTO ALL’INFELICITÀ E IN DIFESA DELLA SALUTE MENTALE Alberta Basaglia è psicologa e da anni lavora sulle tematiche legate al contrasto della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, proponendone anche una lettura per l’infanzia. In particolare, per il Comune di Venezia ha dato vita al Centro Donna/Centro Antiviolenza e ha promosso gli interventi della stessa amministrazione in ambito di politiche giovanili e di pace. È presidente dell’Archivio Basaglia, la cui sede è presso l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Figlia di Franco Basaglia e Franca Ongaro. L’incontro con Alberta Basaglia inizia con molta emozione e curiosità perché il suo spirito pronto, innovativo e libero mi conquista e rimanda qualcosa di preziosamente nuovo e originale. Il pensiero basagliano attraversa il nostro incontro per come utilizziamo le parole e il linguaggio, e nel modo stesso di sentirci vicine: non ci abbandona mai, nemmeno per un attimo, l’idea che sia necessario lottare per i diritti della persona e della collettività. Apriamo così l’intervista, parte di un progetto di ricerca indipendente che tenta di riflettere sul pensiero collettivo e sull’azione che da esso deriva. Ci interroghiamo, in particolare, sugli effetti dell’azione umana e della sua capacità trasformativa. Ci chiediamo se il pensiero-in-azione, fonte di cambiamento, possa agire sulle relazioni e sugli affetti garantendo il bene dell’individuo e dell’intera comunità. Una riflessione, insomma, sullo stato dell’arte dei sentimenti dell’essere umano e del legame sociale. Gentile Alberta Basaglia, vorrei pensare insieme a lei il livello di sofferenza che vivono i giovani nella nostra contemporaneità. Credo che in loro s’incarni, potenzialmente e malgrado tutto, l’eredità del mondo e che abbiano delle responsabilità, di dovere e di diritto, verso un impegno con la vita. I ragazzi e le ragazze, probabilmente, percepiscono la difficoltà di un investimento emotivo su loro stessi e, perciò, la fatica del cambiamento e della crescita diventa, a volte, insostenibile. Il processo trasformativo e lo sviluppo personale, però, sono il fondamento per affrontare il passaggio dalla solitudine e dall’isolamento verso lo stare insieme proprio di una comunità. Mi chiedo, quindi, come avere cura dei giovani e del loro disagio — parola così tanto utilizzata attualmente. Come possono traghettare dal loro mondo interno a quello esterno (e viceversa) senza perdersi troppo oppure sprecare il tempo e la vita? Qual è la strada affinché l’adulto se ne possa occupare in modo preventivo, intraprendendo una via che contrasti l’insidioso timore che pure fa parte della gioventù? Esiste, insomma, la possibilità che l’adulto, e la comunità tutta, possano diventare capaci di contenere il vuoto emotivo e psichico che il ragazzo e la ragazza in crescita vivono e che permea, in qualche modo, l’intera società? Alberta Basaglia è seduta sul divano del suo studio, assume una posizione confortevole e mi rivolge uno sguardo attento e disponibile. Si parla molto di disagio giovanile, ma non assocerei propriamente ai giovani la parola disagio. Soprattutto dopo l’epidemia da Covid si è pensato che fossero venuti alla luce tanti malesseri e problematiche significative prima nascoste e sopite. In realtà credo che lo stare in solitudine abbia fatto sì che i ragazzi si trovassero per la prima volta in contatto con il proprio sé. Fino ad allora, probabilmente, avevano avuto poca esperienza di una relazione intima con se stessi. La clausura e l’isolamento forzato è come se avessero fatto scoprire a tutti noi, all’improvviso, un atteggiamento diverso nei confronti delle cose e del mondo. È come se avessimo scoperto che esiste davvero un bisogno indispensabile di comunità in ciascuno e che questa esigenza, alla fine di quel lungo periodo, come per incanto, sia tornata invisibile. Sembra essere stato un desiderio mai incontrato. Gli adulti se ne sono subito dimenticati assieme a quella volontà di trovare nell’altro speranza per costruire rapporti migliori basati sull’ascolto e sull’empatia. I giovani ricordano di più, dimenticano meno. Il problema può nascere se, durante il nuovo incontro con il proprio sé da parte dei ragazzi, l’ambiente non risponde e il sé dell’adolescente o del giovane non trova così risposta. Rifletterei, perciò, sulla necessità di creare e costruire luoghi di confronto e relazione, dove ragazzi e ragazze possano inventare un modo nuovo di stare insieme e una modalità diversa di convivenza. Piuttosto che parlare di disagio — che, come un’etichetta, rischia di sviluppare nuove malattie — parlerei di volontà di rompere l’ottusità. Il mondo esterno, inteso come l’ambiente che circonda il giovane e la giovane, pare essere basato su una posizione adultocentrica. Viviamo in una società organizzata soprattutto sugli adulti, solitamente maschi, per cui gli altri — bambini, adolescenti e donne — restano soli e senza un canale di sopravvivenza e di possibilità di comunicazione. È una comunità societaria che certamente non rispecchia l’altro nella sua differenza e potenzialità, ma addirittura lo respinge e non lo riconosce. La società e l’ambiente vivono dell’altro-che-non-ascolta e che-non-è-ascoltato. L’altro non incuriosisce e può diventare un ostacolo insormontabile che spinge l’individuo ad atti di rottura reattivi, per annientarlo. Questa violenza aggressiva sembra essere per un giovane un segnale molto forte. Potrebbe essere l’unico modo per poter dimostrare la sua sofferenza e la distanza dal mondo degli adulti. Un mondo che non ascolta e che solamente si aspetta che il giovane sia la sua stessa immagine. Il rischio, altrimenti, è di essere allontanato, abbandonato e “fatto fuori”: è qui che l’atto di violenza tra i giovani può diventare un gesto estremo e profondo di disobbedienza che non ha altro modo, né luogo per essere espressa. Insisto, perciò, che sarebbe significativo e indispensabile avere spazi di incontro di corpi tra corpi, luoghi di aggregazione in cui la realtà reale non si sovrapponga a quella virtuale che ha perso fantasia e immaginazione. Cara Alberta, a questo punto potremmo parlare per un tempo sconfinato grazie ai tanti temi e ai molti stimoli emersi. Mi soffermerei, però, su un argomento molto sentito, quale è la disabilità fisica e mentale e, in particolare, la fragilità psichica delle persone con neurodivergenza in ambito psicologico e sociale, anche psichiatrico. Incontro molti adolescenti e giovani adulti, donne e uomini, con i quali proviamo a confrontarci parlando delle difficoltà dell’assenza di una rete sociale che tenga dentro, in modo da sostenerlo, un pensiero diverso, plurale ed eterogeneo. Mi chiedo come costruire, quindi, una collettività che ha in sé i luoghi dell’avere cura come profondamente inclusivi, in cui l’ambiente non è spaventato dalla diversità e può offrire una possibilità di vita viva a chi è più debole. In questo senso, ricordo con forza e stima la legge 180 del 13 maggio 1978, per cui suo padre ha molto combattuto e per la quale ha lottato fino ad ottenere l’approvazione in Parlamento: una conquista rivoluzionaria. La politica, a volte, sembra abbandonare la speranza e lasciare da solo chi si occupa di questioni così importanti e delicate come la salute mentale ed è difficile, perciò, prendersi cura in modo pieno e completo delle diversità e della sofferenza delle malattie. Il problema è che, molto spesso, si crea uno stigma a causa della tendenza continua a produrre diagnosi, un modo di fare che diventa un segnale di quanto c’è ancora tanto da conquistare nella pratica dei diritti della persona. L’etichetta diagnostica che usiamo verso una persona con la quale non siamo abituati a relazionarci e che non conosciamo ancora nel profondo cancella la possibilità di costruire un vero legame di fiducia con l’altro e con il mondo. Attraverso le categorie diventa difficile chiedersi che cos’è l’aspetto umano che abita ognuno di noi e poter riflettere se è davvero accolta la diversità nelle sue varie forme e come è curata la disabilità quando richiede un’assistenza specifica. Oggi bisognerebbe rifondare un pensiero che sappia stimolare un’azione collettiva che preveda la capacità, da parte di ogni soggetto coinvolto, di mettere in discussione le proprie certezze. Neutralizzare la paura che nutriamo verso la nostra interiorità è il primo passo per rialfabetizzarci a una forma di reale reciprocità, elemento indispensabile per modificare davvero la realtà. CONCLUSIONI Il messaggio di Alberta Basaglia mi attraversa come un auspicio realistico che va verso un senso della cura che si muove per l’umanità dell’uomo e che, a conti fatti, è la capacità stessa dell’essere umano di sognare il proprio sogno, desiderandolo. Poter avanzare, quindi, con coraggio e vitalità nel mondo ci permetterebbe di pensare il dolore elaborandolo e renderebbe inevitabile il superare le perdite, le separazioni e la stanchezza del vivere comune. Durante l’incontro con la Basaglia mi è tornato in mente, più volte, il legame tra pensiero, azione e libertà di Hannah Arendt: “Gli uomini sono liberi nel momento in cui agiscono: essere liberi e agire sono la stessa cosa.” Tante suggestioni sono nate dialogando con Alberta Basaglia e sarebbe necessario approfondirle ancora. Se vorrà, ci vedremo presto. Grazie. Alberta Basaglia nel suo  studio. Antonella Musella
February 13, 2026
Pressenza
Diecifebbraio.info: Un ricordo senza contraddittorio. Scuola, Giorno del ricordo il doppio standard della memoria
DI ROSANNA RIZZI SU DIECIFEBBRAIO.INFO DELL’8 FEBBRAIO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Rosanna Rizzi, pubblicato sul sito della Diecifebbraio.info l’8 febbraio 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in occasione del Giorno del ricordo. «Qui interessa soprattutto un elemento: la parola “contraddittorio” usata come grimaldello per impedire la parola a uno storico antifascista. Un uso tanto più significativo se confrontato con ciò che accade nel resto del Paese, dove – spesso nelle stesse scuole –iniziative chiaramente sbilanciate sul Giorno del Ricordo si svolgono senza che nessuno sehttps://osservatorionomilscuola.com/2026/02/06/proposito-censura-eric-gobetti-parlare-iis-rapisardi-paterno/nta il bisogno di pretendere una voce diversa...continua a leggere su www.diecifebbraio.info. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
E allora, le foibe?
Quando ero giovane i fascisti erano soliti rispondere ad ogni parola di ricordo dei crimini e delle stragi del nazifascismo con: “e allora le foibe?” Era un loro mantra e veniva ripetuto aggressivamente, non solo per giustificare i delitti di chi stava con Hitler e Mussolini, ma soprattutto per infangare […] L'articolo E allora, le foibe? su Contropiano.
February 9, 2026
Contropiano
“Affinché non accada mai più?” Napoli si interroga sul senso della Giornata della Memoria
Giornata della Memoria 2026. Tra cerimonie, scuole e testimonianze, Napoli vive il 27 gennaio dentro una frattura che interroga il valore stesso del ricordare. La legge 211 del 2000, che istituisce il Giorno della Memoria, non parla solo di celebrazioni. Parla di narrazione, di riflessione, di scuole. E indica uno scopo preciso: “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico periodo della nostra storia affinché simili eventi non possano mai più accadere.” È questa frase, affinché non accada mai più, che oggi pesa più di tutte. Perché a cosa serve ricordare i genocidi di ieri se non siamo capaci di riconoscere le disumanizzazioni di oggi? A cosa serve pronunciare “mai più” se resta una formula e non diventa responsabilità? È dentro questa domanda che Napoli ha attraversato il 27 gennaio. Una giornata fatta di fiori, letture, musica, studenti. Ma anche segnata da un’assenza che ha pesato più di molte parole: per la prima volta la Comunità ebraica non ha partecipato alle iniziative organizzate dal Comune. Una scelta resa pubblica attraverso dichiarazioni riportate da diversi organi di stampa locali e nazionali, che ha attraversato l’intera giornata e che impone una riflessione sul senso stesso del ricordare. La mattina si è aperta a Borgo Orefici, nella strada intitolata a Luciana Pacifici, la più piccola vittima napoletana della Shoah: una bambina di pochi mesi morta sul convoglio diretto ad Auschwitz. Alla deposizione della corona di fiori erano presenti il sindaco Gaetano Manfredi, il prefetto di Napoli Michele di Bari, le autorità civili e militari e il vicepresidente del Consiglio regionale Luca Trapanese. In quell’occasione il prefetto ha sottolineato come “questi momenti servono soprattutto a fare memoria perché ciò che è accaduto è stata la rottura del patto di civiltà in cui l’uomo ha smarrito il senso dell’umano. Noi dobbiamo doverosamente fare memoria perché sia monito affinché non accada in futuro”. Poco dopo, altri fiori sono stati deposti in piazza Bovio, davanti alle pietre d’inciampo che restituiscono identità a chi fu cancellato. Nei teatri e nei luoghi della cultura la memoria ha assunto forme diverse. Al Teatro Mercadante si è svolta una maratona di lettura integrale di “Se questo è un uomo” di Primo Levi, affidata agli studenti di numerosi istituti cittadini. Al Teatro San Carlo la commemorazione istituzionale è stata accompagnata dalla musica di Verdi, mentre in altri spazi, come la Certosa di San Martino, i protagonisti sono stati ancora una volta i giovani. Durante un incontro promosso dalla Fondazione Valenzi, centinaia di ragazzi hanno partecipato alle iniziative della Giornata della Memoria, in un confronto che ha ribadito il valore educativo del ricordare. In diversi momenti della giornata, la memoria è passata anche attraverso le testimonianze. Tra queste, quella di Mario De Simone, fratello di Sergio, il bambino napoletano deportato e ucciso dai nazisti, che ha restituito volti, affetti e famiglie ai numeri dello sterminio. Accanto alle iniziative istituzionali e culturali, la Giornata della Memoria ha attraversato anche i territori. In occasione di un incontro con gli studenti alla Municipalità 5 del Vomero, nella sala consiliare, Margherita Siniscalchi ha definito la memoria “un atto di giustizia”, sottolineando il dovere di coltivarla soprattutto nelle nuove generazioni e ringraziando il mondo della scuola per essere presidio quotidiano di valori democratici. All’incontro erano presenti, tra gli altri, la scrittrice e giornalista Titti Marrone e la presidente della Municipalità Clementina Cozzolino. Un richiamo netto al fatto che dietro i numeri dello sterminio c’erano persone, volti, sogni, famiglie, e che la memoria ha senso solo se resta ancorata all’umano. Sempre oggi, anche Lucia Fortini, assessora all’istruzione della Regione Campania, ha affidato a un intervento pubblico una domanda semplice e radicale: a che serve? A che serve parlare, spiegare, raccontare, se non riusciamo a fermare la barbarie del presente, se “mai più” rischia di restare soltanto uno slogan. Fortini ha legato questa domanda all’esperienza di anni di viaggi ad Auschwitz con gli studenti. La risposta che si è data è netta: serve a formare coscienze. Perché nei volti dei ragazzi, davanti ai campi di sterminio, qualcosa cambia. Nasce una consapevolezza della barbarie umana. E forse è proprio questo il compito più profondo della memoria: provare a fare in modo che chi ha visto, chi ha capito, chi ha sentito, fuori faccia la differenza. La memoria ha parlato anche attraverso gesti simbolici. A Napoli, l’ospedale pediatrico Santobono Pausilipon ha illuminato la propria facciata e piantato fiori bianchi nei giardini, richiamando in particolare le vittime più giovani della Shoah e la figura di Sergio De Simone, a cui è intitolato il pronto soccorso. Sempre in Campania, a Benevento, un percorso di luci bianche e rosse ha segnato il Centro Operativo della Soprintendenza nell’ex Convento di San Felice, in un’installazione pensata come spazio di silenzio, riflessione e coscienza civile. Luci accese contro il buio dell’oblio, per ricordare che la memoria non è solo parola, ma anche presenza nello spazio pubblico. Alla dimensione della luce si è affiancata quella della scrittura. Alla Biblioteca Universitaria di Napoli è stata inaugurata la mostra “Raccontare la Shoah: tra testimonianze e memoria scritta”, un percorso tra volumi rari, testi contemporanei e riproduzioni di giornali dell’epoca. Un’iniziativa che richiama il valore delle fonti, dei diari, della letteratura e della ricerca storica come strumenti fondamentali per costruire una memoria consapevole, capace di parlare al presente. Eppure, accanto a questo lavoro diffuso, si è aperta una ferita. La Comunità ebraica napoletana ha scelto di non partecipare alle celebrazioni comunali, denunciando una perdita di senso della Giornata della Memoria e una mancanza di dialogo con le istituzioni cittadine. Il sindaco ha richiamato alla necessità del confronto e alla tradizione di tolleranza della città. Ma il dato resta: oggi Napoli ha ricordato senza una parte fondamentale della propria storia viva. Ed è forse proprio questo a rendere questo 27 gennaio diverso dagli altri. Perché la memoria, quando è autentica, non è mai neutra. Non è mai solo commemorazione. Non è mai un gesto pacificato. La memoria viva non consola: interroga. Disturba. Costringe a prendere posizione. Oggi Napoli ha ricordato Luciana Pacifici, morta a pochi mesi su un treno per Auschwitz. In quella immagine c’è già tutto: la Shoah, ma anche ogni infanzia travolta dalle guerre, ogni essere umano ridotto a carico, ogni vita resa trasportabile. Forse è da qui che bisogna ripartire. Non dal rito, ma dalla responsabilità. Non dal passato, ma da ciò che il passato chiede al presente. Perché la memoria non è ciò che ricordiamo. È ciò che facciamo perché non accada di nuovo. Lucia Montanaro
January 27, 2026
Pressenza
L’Angelo della storia e il peso della memoria
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. Per Walter Benjamin, questo angelo incarna la condizione tragica della storia stessa. “L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”. L’immagine è potente e straziante: l’angelo vorrebbe fermarsi, “destare i morti e ricomporre l’infranto”, ma una tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro. Quella tempesta che noi chiamiamo progresso. Le ali, impigliate nel vento che spira dal paradiso, non possono più chiudersi. L’angelo è trascinato via mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. La memoria come trasformazione In questa visione di Benjamin, l’unica forma di redenzione possibile viene dalla memoria. Ma non da una memoria inerte, commemorativa, che si limita a custodire il dolore come una reliquia. Benjamin ci chiede qualcosa di più radicale: ricordare per trasformare il presente. Il passato non è qualcosa di concluso, sepolto dietro di noi. È l’altra faccia del presente stesso. È il presente che genera dal suo interno il proprio passato, e il passato non può sussistere indipendentemente da un presente che lo testimonia e lo redime. Ogni volta che ricordiamo, non stiamo semplicemente recuperando qualcosa di morto e finito: stiamo attivamente costruendo il significato di ciò che è stato, dandogli nuova vita nel nostro presente. Il tradimento della memoria Ma cosa accade quando la memoria diventa solo ripetizione? Quando ricordare il proprio dolore non ci trasforma, ma ci pietrifica in un eterno lamento che giustifica l’inflizione di nuovo dolore? La tragedia della Palestina ci mostra esattamente questo tradimento della memoria. Israele ha ricordato la Shoah, ha custodito la memoria della persecuzione, dell’annientamento, della negazione dell’umanità del popolo ebraico. Eppure questo ricordo non ha impedito che si costruisse un presente in cui è l’altro ad essere annientato, negato, cancellato dalla sua terra e dalla sua storia. La memoria della sofferenza non ha generato empatia per la sofferenza altrui. Ha generato invece la ripetizione della catastrofe, solo con ruoli invertiti. Come se ricordare significasse solo preservare il proprio diritto a non soffrire più, indipendentemente da chi dovrà soffrire al nostro posto. Una distinzione necessaria È fondamentale essere chiari: criticare le politiche dello Stato di Israele, opporsi al governo Netanyahu e ai suoi ministri, denunciare l’occupazione e le violenze contro i palestinesi non è antisemitismo. L’antisemitismo – l’odio razziale contro gli ebrei in quanto tali – va sempre condannato senza esitazioni. Ma criticare uno Stato, le sue scelte politiche, le sue azioni militari è esercizio di democrazia e di coscienza. Soprattutto quando ministri israeliani usano un linguaggio apertamente genocidario, quando propongono deportazioni di massa, quando la distruzione è sistematica e pianificata. Non sono provocazioni gratuite: sono osservazioni necessarie su come i meccanismi della disumanizzazione si ripetano, indipendentemente da chi li mette in atto. Molti ebrei – intellettuali, attivisti, organizzazioni, lo stesso Grossman – si oppongono a queste politiche proprio “in nome” della memoria della Shoah, non contro di essa. Equiparare automaticamente antisionismo e antisemitismo è una strategia retorica che serve solo a silenziare il dissenso e a rendere indicibili certe verità. Ricordare per non ripetere Benjamin ci insegna che la vera redenzione attraverso la memoria non è commemorazione, ma trasformazione. Ricordare le vittime significa riconoscere in ogni vittima del presente l’eco di quelle del passato. Significa che chi ha conosciuto l’abisso della disumanizzazione dovrebbe essere il primo a rifiutarsi di ricrearlo. La memoria sterile è quella che dice: “Non dimenticheremo mai quello che ci hanno fatto”. La memoria redentrice è quella che dice: “Non dimenticheremo mai, e per questo non lo faremo mai a nessun altro”. L’angelo della storia di Benjamin guarda angosciato il cumulo delle rovine. Ma noi, che non siamo angeli trascinati dalla tempesta, abbiamo ancora la possibilità di scegliere. Possiamo scegliere di ricordare per fermarci davvero, per “ricomporre l’infranto”, per costruire un presente in cui la memoria del dolore genera compassione, non vendetta. Vivere il presente senza annientare l’altro Il presente che genera il proprio passato, nella visione di Benjamin, è un presente responsabile. Un presente che sa che ogni azione di oggi diventerà la memoria di domani, e che ogni vittima di oggi griderà giustizia alle generazioni future. Non basta ricordare. Bisogna lasciare che il ricordo ci cambi, ci trasformi, ci renda incapaci di infliggere agli altri ciò che è stato inflitto a noi. Bisogna che la memoria diventi etica, prassi, scelta quotidiana di riconoscere nell’altro la stessa umanità che esigiamo venga riconosciuta in noi. Altrimenti, la tempesta del progresso continuerà a spingere l’angelo lontano dalle rovine, mentre noi continuiamo ad accumularne di nuove, convinti che le nostre siano diverse, giustificate, necessarie. Convinti che la nostra sofferenza passata ci autorizzi a ignorare quella che infliggiamo oggi. La vera lezione dell’angelo di Klee è questa: o la memoria ci redime tutti, o non redime nessuno. E Primo Levi, che della memoria fece testimonianza e monito, ci ha lasciato parole che dovrebbero bruciare nella coscienza di ogni generazione: “È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”. La memoria, se non diventa trasformazione, è solo l’anticamera della prossima catastrofe. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’Angelo della storia e il peso della memoria proviene da Comune-info.
January 27, 2026
Comune-info
L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta: un ponte fotografico tra Gaza e Napoli
Ci sono immagini che non chiedono di essere guardate in fretta. Chiedono attenzione. Presenza. Responsabilità. Between Gaza and Naples. A Childhood Story è una di queste. Il progetto nasce dall’incontro tra due fotografi e due luoghi lontani: Gaza e Napoli. A realizzarlo sono Mahmoud Abu Al-Qaraya, fotografo di Gaza, e Raffaele Annunziata, fotografo e artista napoletano. Attraverso fotografie parallele raccontano la quotidianità di due bambine: Soso, che cresce sotto assedio a Gaza, e Dede, che vive la sua infanzia a Napoli. Le immagini non cercano l’eccezionale, ma l’ordinario. I gesti semplici, i tempi lenti, la vita che scorre. Ed è proprio in questa semplicità che il progetto trova la sua forza. Fare colazione, giocare, stare in casa, affacciarsi, dormire. Azioni che altrove appaiono naturali e che, sotto assedio, diventano fragili. Precari equilibri. Diritti messi in discussione. La guerra non è quasi mai mostrata direttamente, ma è ovunque. Sta negli spazi, nei corpi, nei silenzi, nella luce. Sta soprattutto in ciò che può venire meno da un momento all’altro. Le fotografie non cercano lo shock visivo. Lavorano piuttosto su un piano più profondo, mostrando ciò che resiste: la normalità come atto di coraggio, l’infanzia come spazio violato ma non cancellato, la vita quotidiana come luogo in cui i diritti umani dovrebbero essere più evidenti e risultano invece più drammaticamente negati. Napoli e Gaza non vengono poste in contrapposizione, ma in relazione. Due città di mare, due infanzie immerse in condizioni radicalmente diverse, unite però dagli stessi bisogni fondamentali: protezione, cura, gioco, futuro. Between Gaza and Naples. A Childhood Story non è solo un progetto fotografico. È un ponte narrativo ed etico. Un tentativo di restituire volto e tempo a ciò che rischia di essere ridotto a cronaca. Le immagini non chiedono di essere consumate, ma attraversate. Accanto al lavoro artistico, il progetto sostiene anche una campagna concreta a supporto di Mahmoud Abu Al-Qaraya e della sua famiglia, oggi sfollati a Gaza. Un elemento che rafforza ulteriormente il senso di questo lavoro: non raccontare da lontano, ma restare in relazione. È in questo spazio che abbiamo incontrato Raffaele Annunziata e, attraverso di lui, Mahmoud Abu Al-Qaraya. Nell’intervista che segue, le loro voci si incontrano per raccontare dall’interno la nascita e il senso di Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Guardando oggi queste immagini, viene naturale pensare che, se fossero scattate adesso, sarebbero forse più scure, più invernali, più fragili. Non sappiamo se in questo momento Soso abbia un tetto, se abbia freddo, dove dorma. Sappiamo invece che Dede è nella sua casa, dentro una quotidianità protetta. È in questa distanza concreta che le fotografie continuano a parlarci. E ci ricordano che ogni infanzia, oggi, non chiede solo di essere raccontata. Chiede di essere difesa. Abbiamo raccolto le voci di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya in un’intervista a due voci, lasciando che il dialogo tra Napoli e Gaza proseguisse anche nelle parole. Ne emerge un racconto che parla di fotografia, ma soprattutto di relazione, responsabilità e infanzia. Come è nato Between Gaza and Naples. A Childhood Story e come si è costruito l’incontro e il dialogo tra voi? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto è nato da un desiderio autentico di creare un dialogo umano che andasse oltre la geografia, l’assedio e i confini. Non è iniziato come un progetto pianificato, ma piuttosto come un bisogno di connettersi e di comprendere. Attraverso immagini, conversazioni e momenti condivisi, ha lentamente preso forma un ponte tra due luoghi molto diversi, uniti dall’infanzia come linguaggio comune. Il dialogo non è stato solo artistico o tecnico, ma profondamente umano. Raffaele Annunziata: Mi sono imbattuto per la prima volta nelle foto di Mahmoud a fine agosto, quando già stavo collaborando con altri ragazzi palestinesi. Sono rimasto impressionato dalla bellezza delle sue foto e gli ho scritto per dirgli che ammiravo il suo lavoro. Di lì è partito un dialogo, prima tra fotografi e poi tra amici, quali siamo diventati, che ci ha portato a elaborare il nostro primo progetto fotografico Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Che cosa rappresenta oggi per voi questo progetto, dopo il percorso che ha già compiuto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi questo progetto rappresenta molto più di una serie di fotografie. È la prova che la connessione umana è ancora possibile, anche nelle condizioni più dure. È diventato parte della mia memoria personale e della mia vita quotidiana, uno spazio sicuro in cui torno per ricordarmi perché continuo a credere nelle immagini e nel loro potere di avvicinare le persone, invece di separarle. Raffaele Annunziata: La dimostrazione che singole persone possono dare un aiuto concreto ad altre singole persone, nei momenti di bisogno. Senza intermediari, senza interessi, senza secondi fini. La restituzione alla fotografia di una valenza politica, umanitaria e concreta. Che responsabilità sentite quando scegliete di raccontare l’infanzia attraverso le vostre immagini? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Sento una responsabilità molto profonda, perché l’infanzia non è solo un soggetto visivo, ma vite reali. Cerco sempre di essere onesto e di non sfruttare mai il dolore o l’innocenza. La mia responsabilità è proteggere queste storie dalla semplificazione o dalla distorsione e presentare l’infanzia con dignità e complessità, esattamente per ciò che è, non per come il mondo si aspetta o vuole vederla. Raffaele Annunziata: Io ho scelto di fotografare direttamente mia figlia Dede, per restituire un racconto quanto più reale possibile. Un modello non avrebbe mai avuto la stessa spontaneità di mia figlia quando si sveglia al mattino. Questo mi ha fatto sentire la responsabilità di un padre che sceglie di pubblicare delle foto di sua figlia, di renderla protagonista di una storia che poi è diventata pubblica. Dede è stata ben felice di aiutarci in questa storia e siamo felici di averlo fatto. Mahmoud, puoi raccontarci in che condizioni stai vivendo oggi e cosa significa continuare a fotografare a Gaza in questo momento? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi vivo a Gaza in condizioni estremamente difficili e instabili, dove non esiste una vera sicurezza e non esiste una vita normale. Ho perso la mia casa e gran parte della mia attrezzatura di lavoro, ma non ho perso il desiderio di raccontare la nostra storia. Continuare a fotografare qui non è solo una scelta professionale, è un atto di sopravvivenza e di resistenza. La macchina fotografica è diventata il mio modo di dire: siamo qui, e siamo ancora vivi, continuiamo a sognare, nonostante tutto. Quali sono state le difficoltà più grandi che hai affrontato nella realizzazione delle immagini di questo progetto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: La parte più difficile è stata fotografare nella paura costante: paura per me stesso, per i bambini che fotografo e per i loro momenti fragili. Ci sono state anche forti limitazioni negli spostamenti, mancanza di elettricità, blackout di internet e la perdita dell’attrezzatura. Ma la sfida più grande è sempre stata il peso psicologico: documentare l’infanzia sapendo che in ogni momento tutto può essere portato via. Cosa significa per te fotografare Soso e l’infanzia mentre distruzione e instabilità circondano tutto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Fotografare Soso è un tentativo di proteggere l’infanzia dall’essere dimenticata. Lei non è solo un simbolo, ma una bambina reale che vive le sue giornate tra il gioco e la paura, tra le risate e domande difficili. Quando la fotografo, sento di aggrapparmi a un frammento puro di vita, cercando di dire che l’infanzia a Gaza non è solo vittimismo, ma uno spirito che continua a resistere e a respirare. Qual è oggi il tuo rapporto con questo progetto? È solo un lavoro o è diventato qualcos’altro? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto non è più solo un lavoro artistico. È diventato una relazione umana e una responsabilità morale. Fa parte della mia vita quotidiana e della mia memoria personale. Mi sento legato a questo progetto prima come essere umano che come fotografo, perché porta con sé storie reali di bambini che conosco e tra i quali vivo. Cosa vorresti che il mondo capisse guardando le tue fotografie? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Vorrei che il mondo vedesse oltre la distruzione e oltre i titoli politici, per vedere l’essere umano, il bambino e la piccola vita quotidiana che lotta per continuare. Le mie immagini non chiedono pietà, ma comprensione e riconoscimento della nostra umanità e del nostro diritto a una vita normale e sicura. Per quanto puoi dirci, come sta oggi Soso e quanto è importante per te continuare a seguirla e a raccontare la sua infanzia? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Soso è ancora una bambina che cerca di vivere la sua infanzia in condizioni dure, crescendo più in fretta di quanto dovrebbe. Seguirla è estremamente importante per me, perché è un promemoria costante che l’infanzia non è un momento fugace, ma un percorso che deve essere protetto. Continuare a raccontare la sua storia è un impegno per fare in modo che la sua vita non venga ridotta a una sola immagine o a un momento di dolore, ma venga narrata come una vita piena e in continuo divenire. In che modo questo progetto si inserisce nel tuo percorso personale e artistico, e cosa ha aggiunto al tuo modo di intendere la fotografia? Raffaele Annunziata: Between Gaza and Naples. A Childhood Story per me rappresenta un continuo di ciò che ho sempre fatto: raccontare attraverso la fotografia semplicemente la realtà, senza mezzi termini, senza finzione. Ho realizzato documentari e reportage fotografici da quando avevo diciotto anni e gli studi di cinema mi hanno portato ad approfondire questi ambiti. Per me la fotografia ha valore solo se ha un impatto concreto sulla realtà, altrimenti è un mero esercizio estetico, che rispetto ma non mi interessa. Com’è stato lavorare in relazione con un fotografo che vive sotto assedio, e cosa ha cambiato in te, come autore e come persona? Raffaele Annunziata: Quello che accade a Gaza da due anni è per me moralmente inaccettabile. In quanto essere umano ho scelto di non restare indifferente di fronte a un genocidio compiuto sotto i nostri occhi, che si è materializzato in tempo reale sui nostri schermi, attraverso i racconti dei palestinesi. Loro sono degli eroi. Mahmoud e Soso sono degli eroi. Guardando Gaza da Napoli, hai scoperto qualcosa di nuovo sulla tua città o sul modo in cui racconti l’infanzia? Raffaele Annunziata: Guardare Soso costretta ad abbandonare la sua casa e fuggire verso il sud di Gaza è stata per me un’esperienza tristissima. Eppure quella bimba continuava a sorridere, a vivere ogni giorno la sua infanzia fatta di bombardamenti, piedi scalzi, traslochi forzati, giornate senza mangiare, tende che volano via, freddo che non si può riscaldare in nessun modo. Chi cresce nel nostro ovattato Occidente capitalista, i nostri bambini, ignora cosa siano la fame, la sofferenza, il desiderio di un pasto caldo, la felicità per un giocattolo nuovo. Guardare i palestinesi dovrebbe insegnarci a rispettare la vita privilegiata che viviamo ogni giorno, in quanto persone fortunate. Che tipo di cammino immagini per questo progetto? In quali spazi, contesti o luoghi senti che questo lavoro dovrebbe arrivare? Raffaele Annunziata: Ad oggi abbiamo portato il progetto in spazi che riflettono il senso profondo di ciò che abbiamo fatto, come l’ex OPG Je so’ pazzo a Napoli, Can Batlló a Barcellona, Scomodo a Milano, l’Asilo a Napoli e tanti altri. Vorremmo continuare a raccontare questa storia e contiamo di farlo in altre realtà importanti nei prossimi mesi. Nel frattempo stiamo sviluppando altri due reportage fotografici, sempre Between Gaza and Naples. Cosa speri che resti a chi guarda queste fotografie? Raffaele Annunziata: Ho visto alcune persone guardare le foto e iniziare a piangere d’istinto. Ho visto altre persone passarci accanto disinteressate. Le foto provocano qualcosa soltanto in chi è disposto a guardarle, in chi riesce a decifrarne i codici, che nel nostro caso non sono così espliciti, perché non abbiamo voluto spettacolarizzare in nessun modo l’infanzia delle protagoniste. Cerchiamo sguardi disposti a capire cosa c’è dietro, cosa c’era prima e cosa non c’è ora. Se lo capisci, dovrebbe restarti addosso una profonda tristezza. E la voglia di cambiare l’attuale stato delle cose. Se doveste racchiudere questo progetto in una sola frase, quale sarebbe? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Tra Gaza e Napoli c’è una storia di infanzia che si racconta da due città. Un’infanzia sotto la guerra e un’infanzia nella pace, unite da un solo cuore umano. Raffaele Annunziata: Un giorno Soso e Dede si incontreranno. Ringraziamo Mahmoud Abu Al-Qaraya e Raffaele Annunziata per il tempo, le parole e le immagini che ci hanno affidato. Between Gaza and Naples. A Childhood Story Reportage fotografico di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya Una selezione di immagini dal progetto fotografico. Video del progetto Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Due sguardi, due città, due infanzie in dialogo:  https://drive.google.com/file/d/1o6wKkB3PfRFiGDHB_mG2XRcBfDKx5YuO/view?usp=sharing   Lucia Montanaro
January 16, 2026
Pressenza
Anita, memoria viva: la nostra lotta è per la vita
Ana en la memoria Ana en las calles Ana en la dignidad Ana en la resistencia Ana en la vida Ana en el corazón Ana María Cuesta León, sociologa, muralista e militante per la memoria e i diritti umani in Colombia, ci ha lasciati poco più di sei mesi fa, lo scorso 11 giugno, all’età di 39 anni. Per chi scrive, Anita è stata una cara amica: la sua mancanza è un dolore immenso, così come è stata importante la condivisione di momenti di vita. Scrivere di Anita però non è solo una questione personale, ricordare Anita significa ripercorrere una lunga traiettoria di impegno e di lotta per la memoria e i diritti umani, ed al tempo stesso, dare voce alla sua lotta per il diritto alla salute negato dalle logiche del profitto a tutti i costi, da un sistema di salute neoliberista e privatizzato, e dalla scarsità delle medicine di cui aveva bisogno per vivere. Ricordare la sua vita, la sua militanza di lungo periodo contro l’impunità della violenza di Stato e i crimini di guerra, significa raccontare le lotte e i percorsi collettivi di cui è stata parte come muralista, sociologa, militante, ed infine direttrice del Centro per la Memoria, la Pace e la Riconciliazione di Bogotá. Ana María lavorava da ormai dieci anni in questa istituzione pubblica del distretto della capitale colombiana, e ne era diventata direttrice due anni fa, nel novembre del 2023. Ha contribuito nel tempo a trasformare una istituzione statale in uno spazio di accoglienza per le vittime del conflitto, per le madri dei desaparecidos e dei falsos positivos, per le organizzazioni sociali dei quartieri popolari, sperimentando pratiche di pedagogia popolare e cura collettiva contro l’orrore della guerra e della violenza nella storia e nel presente del suo paese e non solo. Una etica della cura, scrivono di lei, che ha sostenuto anche quando diventava difficile per lei anche solo respirare. Nata il 5 giugno del 1986 nei quartieri popolari di Ciudad Kennedy a Bogotá, Ana María è cresciuta accompagnata dalla nonna, dalla madre e dal padre e dalla sorella, da un profondo percorso religioso, familiare ed interiore, che si è poi incontrato con la sociologia, con i diritti umani, con il muralismo e le lotte sociali, le controculture e la militanza politica. Condividendo percorsi di ricerca di giustizia, cura e amore in una epoca devastata dalla violenza di Stato e dalla guerra, denunciando l’impunità del potere e dando voce e protagonismo alle vittime delle persecuzioni e dei massacri, “senza mai perdere la tenerezza” – come diceva il Che – Anita ha attraversato con la sua vita anni di lotte per la memoria e la giustizia, dipingendo con il suo collettivo sulle strade, sui muri, sugli adesivi e sulle magliette quella frase con cui oggi la ricordiamo: “Nuestra lucha es por la vida”. “NUESTRA LUCHA ES POR LA VIDA” Quando aveva diciannove anni, poco dopo aver iniziato gli studi in sociologia all’università Santo Tomás, scoprì di soffrire di ipertensione polmonare, e poi di lupus; in un momento delicato, giovanissima, affrontò con grande forza entrambe le malattie, e nonostante i medici le avevano dato al massimo due anni di vita, ne ha vissuti pienamente ed intensamente altri venti. Prendeva ogni giorno delle medicine vitali, che le permettevano di vivere degnamente, e di non soffrire troppo i dolori e i problemi respiratori con cui conviveva, ma tra dicembre ed aprile l’assicurazione sanitaria Famisanar non le ha più consegnate. L’ultima sua lotta, titola il giornale colombiano El Espectador, raccogliendo le testimonianze della madre e della sorella, è stata una lotta per il diritto alla cura, alla salute, ad una vita degna, che i processi di privatizzazione della salute in Colombia le hanno negato, così come li hanno negati a migliaia di persone, che lottano per ricevere medicine fondamentali per poter vivere e affrontare dignitosamente le malattie con cui convivono. Perché in un sistema neoliberista, la salute è prima di tutto un affare per pochi, e non un diritto dei molti. Non è un caso che proprio la riforma della salute, proposta e voluta dal governo Petro per trasformare la salute in un diritto e modificare quel modello perverso che genera milioni di profitti per le imprese, definite come Enti Prestatori del servizio sanitario, pregiudicando il diritto a ricevere una degna cura, sia stata bloccata dal Senato in mano all’opposizione di destra (mentre molti senatori o familiari di esponenti politici sono azionisti delle stesse EPS). * Nonostante una sentenza giudiziaria che obbligava Famisanar, l’ente prestatore di servizi sanitari a cui era affiliata Ana María, di consegnare entro 48 ore quelle medicine di vitale importanza, costosissime e non facilmente reperibili in Colombia, ad Anita non sono mai più arrivate. Fino al giorno in cui, meno di una settimana dopo il suo trentanovesimo compleanno, si è recata per l’ultima volta all’ospedale, sfinita dal dolore e dalla stanchezza causate dai suoi problemi cardiaci e polmonari, aspettando per due giorni e due notti su una sedia a rotelle, senza che l’ospedale le trovasse un stanza con un letto, nonostante la gravità delle sue condizioni di salute. Anita ha sperato fino all’ultimo di ricevere quelle medicine che le avrebbero salvato la vita e che, ancora una volta, non sono arrivate. Proprio in quei giorni doveva intervenire alla Conferenza Latinoamericana delle Scienze Sociali di Clacso condividendo il suo lavoro sulla “memoria viva”. Presentare il nuovo libro, “Ni Arte Ni Panfleto: Memoria, Color y Dignidad” (Colectivo Dexpierte 2024). che avevano pubblicato pochi mesi prima con il collettivo Dexpierte. Continuare a festeggiare la vita, con l’occasione del trentanovesimo compleanno, con amiche e amici, compagni e compagne. Continuare la sua lotta per la memoria. Continuare a dipingere sulle strade e sui muri nei fine settimana, quando aveva sempre un appuntamento o una attività da qualche parte, frutto di quella passione che la portava a dipingere murales per la memoria nelle strade e sui muri più diversi del paese, senza sosta, una passione che animava e coniugava con il suo impegno umano e politico. > Ogni momento di questi venti anni è stato conquistato alla vita, strappato > alla morte, tanto che ormai a tutti noi sembrava che Anita potesse vivere per > sempre con noi, quella vita che Anita amava e che ha dedicato alla costruzione > di tanti percorsi collettivi di memoria. Una vita vissuta inseguendo la felicità e cercando di lasciare qualcosa di eterno di questa sua esperienza terrena: “Me ne potrei andare domani, con i problemi di salute che ho e che molti di voi conoscono, ma me ne andrei tranquilla, sapendo tutto quello che abbiamo fatto assieme, che è tanto, credetemi” disse Anita il giorno del suo trentanovesimo compleanno, una settimana prima di quella notte in ospedale in cui il suo cuore ha smesso di battere. “Anita era più energia che corpo” afferma un caro amico comune, il giorno dei funerali. Là fuori, il fumo grigio dei petardi e dei fuochi d’artificio si disperde sulla via Caracas, sullo sfondo la Cordigliera orientale delle Ande che sembra partecipare al rituale per salutare Anita. Poco dopo, si ripeterà ancora una volta, al cimitero, un verde giardino del riposo alle porte della sua città. Decine e decine di persone abbracciano la famiglia, la madre che, accompagnata da tanto amore nel suo immenso dolore, ricorda commossa sua figlia che le assomigliava così tanto nello sguardo, il padre, così composto nella sua dignità sofferente, e la sorella, che accoglie gli abbracci davanti alla camera ardente. Le lacrime delle amiche e degli amici che si prendono cura di Tango, il bassotto che Anita aveva adottato in Messico (dove era andata a studiare, un master in Studi Politici) e che l’ha accompagnata per tutta la vita, fino all’ultimo momento. * * * Il presidente Gustavo Petro la ricorda con una dichiarazione pubblica, così come decine di organizzazioni, movimenti sociali, università, istituzioni, collettivi, amici e amiche, le cui parole e i cui ricordi pubblicati sulle reti sociali non possono che commuovere, testimoniando nel dolore tutto quello che di bello e potente Anita ha seminato durante la sua vita. Anche le Madri di Soacha, che in Anita hanno incontrato un sostegno e una forza per continuare a cercare i figli desaparecidos e denunciare il terrorismo di Stato dei governi dell’estrema destra colombiana, sono presenti al suo funerale. Così come tanti compagni e compagne, amici e amiche, con le loro lacrime accanto al suo volto sorridente stampato su un poster che accompagnerà queste giornate di lutto. “Con il tuo sorriso come bandiera, continueremo a lottare”: mai fu più appropriata questa frase.   Arriva anche il sindaco di Bogotá, Galan – oppositore di Petro, figlio di un noto politico liberale candidato alla presidenza ed assassinato dai narcotrafficanti poco prima delle elezioni nel 1989 – che la settimana dopo consegnerà alla famiglia una medaglia di riconoscimento postumo alla sua memoria. Poi un venditore ambulante, che Anita aiutava nelle sue cure odontologiche, il viceministro della Gioventù, la docente universitaria del corso di sociologia della memoria, con cui rimase in contatto per tanti anni, gruppi di musica punk della scena contro culturale, e ancora tanti e tante che accompagnano la famiglia nella camera ardente adornata con le sue amate orchidee, la sciarpa antifascista della sua squadra del cuore, i Millonarios (pochi giorni dopo, durante il derby, la curva esporrà una striscione per ricordarla), dai colori dei suoi poster, delle foto del suo sorriso così potente da sembrare ancora più vero, quel volto e quel sorriso che adesso compaiono dipinti sui muri della città che Anita ha vissuto, amato e dipinto. “PUEBLO CANTA TU DOLOR, GRITA TU INDIGNACIÓN” E’ questo uno degli slogan che il Collettivo Dexpierte ha scritto e riprodotto su dei celebri e bellissimi manifesti, sugli stencil, sulle strade, sui murales in giro per la Colombia e non solo. Assieme a “La nostra lotta è per la vita”, uno slogan che forse mai come adesso mostra la dimensione intima, personale, di quella lotta che Ana María ha portato avanti personalmente per affrontare giorno dopo giorno le sue condizioni di salute, per oltre metà della sua vita. Nell’ultimo libro pubblicato dal Collettivo, pochi mesi prima della scomparsa di Anita, si raccolgono quattordici anni di lavori artistici e politici, costruiti con reti ed esperienze di lotta comunitaria e popolare in diverse città e territori della Colombia, ma anche in Messico e Venezuela. * * * Nato nel 2011, il collettivo Dexpierte si è proposto di contribuire a risvegliare le coscienze a partire dalla rivendicazione della memoria del conflitto armato nel paese, e di connettere le lotte a partire dalle immagini, dai volti e dalle immagini, dalle parole e dagli slogan dipinti sui muri di Bogotá, ma anche di Cali, nei quartieri popolari di Siloé, nel Cauca, nel Putumayo, nel Catatumbo. L’arte grafica, raccontava Anita, con il suo nome d’arte di Ana Renata, è stata storicamente uno strumento di lotta e di resistenza, è stata utilizzata nelle università pubbliche, dai sindacati, da molte esperienze e in molti modi in Colombia. > I volti di persone desaparecide o assassinate dalla violenza di Stato e dai > paramilitari, le frasi in difesa della vita e della memoria, contro la guerra > e il terrorismo di Stato, sono comparsi su decine di muri in diverse città, > con la stessa firma e lo stesso impegno sociale e politico: colectivo > Dexpierte. “Crediamo che la memoria è resistenza, è lotta contro l’oblio, e che l’arte sia una forma di comunicazione, per far parlare di una serie di questioni in altri spazi, in modalità molto più accessibili al grande pubblico. Per noi significa sperimentare con l’arte, non siamo artisti ma lavoriamo con tecniche artistiche su carta e su muro perché ci siamo resi conto che questo è uno strumento per veicolare la memoria, perché non sappiamo a quanta gente può arrivare un messaggio su un muro per strada, ma crediamo che possa arrivare a moltissima gente, e che apre la possibilità di discutere, di dibattere, di aprire scenari di contesa per la memoria che ci sembra super importante si dia nello spazio pubblico” racconta Anita. “Lo spazio pubblico diventa così uno spazio politico, per la gente comune, che così può cominciare a costruire memoria, a partire dalle persone colpite dal conflitto, è la memoria che irrompe nello spazio quotidiano, può durare un giorno, una settimana, un mese, non importa quanto dura il murales che facciamo, quello che importa è l’azione, e piuttosto, se non dura tanto, siamo obbligati a tornare a dipingerlo, a fare ancora memoria, e ancora e ancora, e allora tanto meglio” racconta Ana Maria in una video intervista sull’esperienza del collettivo Dexpierte. Tra i primi interventi murali, il volto di Jaime Garzón, giornalista assassinato dai paramilitari per le sue denunce contro la corruzione e la violenza di Stato, poi la madre indigena con il bambino sulle spalle, i passamontagna zapatisti, le frasi stampate, “Odio su guerra”, “Somos semillas”, “La dignidad no tiene precio”, “Resistir no es aguantar”, “No nacimos para la guerra”, il giaguaro in difesa della terra, contro l’estrattivismo, e ancora colori, parole, ore passate a dipingere, a disegnare, a contendere metro per metro all’oblio e all’impunità i muri delle città. DALL’UNIVERSITÀ ALLE STRADE, FINO AL CENTRO PER LA MEMORIA A partire dagli studi in Sociologia, all’Università Santo Tomás di Bogotá, la sua fede religiosa, l’incontro con il muralismo, l’arte e il punk, Ana María attraversa e connette mondi, amicizie, esperienze di intimità politica e umana, traiettorie artistica e militante. Con il collettivo Dexpierte e poi al Centro per la Memoria, la Pace e la Riconciliazione, dopo le esperienze nei territori del Catatumbo e del Cauca, tra le terre più colpite dalla violenza del conflitto armato fino ad oggi, Ana María lavora con la memoria viva, come amava chiamare quel progetto di dare voce e protagonismo politico alla possibilità di trasformazione sociale in Colombia. > “La memoria non è qualcosa del passato, la memoria è quello che ognuno di noi > fa ogni giorno con quello che ha vissuto nella propria vita” racconta Ana > María. Lo scorso febbraio, in occasione dell’organizzazione di un seminario alla Universidad Nacional de Colombia, siamo andati a trovarla al Centro per la Memoria, la Pace e la Riconciliazione: Anita ci ha accompagnati per una visita dello spazio, condividendo e raccontando le attività portate avanti dal Centro, con l’orgoglio e la passione politica che la spingeva avanti nonostante le mancasse il respiro e il battito del cuore la sfiniva. Un processo politico interessante e all’avanguardia, una istituzione statale che indaga, denuncia e costruisce processi di riparazione e memoria a fronte del conflitto armato e delle responsabilità dello Stato colombiano, sia storicamente che nell’attualità, rispetto ai massacri, alle fosse comuni, alla spoliazione sistematica di terra, diritti, vite umane e non umane. Ma soprattutto, condividendo quella sensibilità umana e politica capace di trasformare l’orrore della violenza e della guerra, il dolore e il terrore in strumenti collettivi di trasformazione, di cura, di amore e di non ripetizione. Ana María ci accoglie calorosamente all’ingresso dello spazio, ci offre un caffè, per oltre due ore ci accompagna per le sale, i giardini e gli spazi del Centro, ci racconta dell’istallazione che si trova all’entrata del Centro per la memoria, dove vento, luce, acqua e terra provenienti da diverse regioni e territori del paese compongono una variabile combinazione di suoni, luci, colori e correnti d’aria che connettono la memoria e la possibilità di un presente e un futuro diverso, che si sta costruendo in Colombia in questi ultimi anni. Passiamo poi dalla sala con la mappa della memoria delle vittime del conflitto armato, della violenza di Stato e delle persecuzioni di militari e paramilitari contro sindacalisti, studenti, attivisti e attiviste sociali, militanti della Unión Patriótica, organizzazione politica sterminata negli anni ottanta, raccontando dei luoghi, i volti, le storie di tanti uomini e donne che compaiono sulla mappa, con le luci che si accendono e si spengono costruendo geometrie variabili che connettono le origini e le motivazioni, le responsabilità e le traiettorie di vita, di lotta e di morte di decine di uomini e donne. Volti e storie che non dimentichiamo, che grazie al Centro per la Memoria vivono nelle lezioni con le scuole, in chi visita il Centro, nelle attività nei territori con le famiglie e le vittime del conflitto armato e delle violenze di Stato. Nella sala della biblioteca del Centro, seduti di fronte a una mostra temporanea sulle resistenze indigene nel Cauca, Anita ci offre caffè e aromatica, discutiamo di questa esperienza così intensa e particolare del suo lavoro al Centro per la Memoria. Così la ricorda Sandro Mezzadra, docente dell’Università di Bologna, che quel giorno era con noi: “Ho conosciuto Anita in un giorno di febbraio di quest’anno, mentre ero a Bogotá insieme a Michael per una serie di attività e di incontri. Con Alioscia e Nati, siamo andati al Centro de Memoria Paz y Reconciliación, diretto da Anita. Ci ha accolti e accompagnati, in una visita che non ha avuto nulla di formale. Si percepiva l’amicizia profonda tra Anita e Nati, che in qualche modo ci coinvolgeva e ci rendeva ospiti speciali (o almeno questo ho pensato). > Mi ha colpito la passione con cui Anita ci raccontava del Centro, delle sue > attività e del loro significato dal suo punto di vista: una memoria che è > parte del presente, che motiva a lottare contro una violenza che non cessa di > essere tra noi. Mi è rimasto in mente il modo in cui Anita ha definito il > Centro, un archivio vivente, quasi una voluta contraddizione in termini per > affrontare le concrete contraddizioni della storia. Ricordo di avere pensato che mi sarebbe piaciuto rivederla, ascoltarla ancora: il fatto che non sia possibile mi riempie di tristezza. E pensare che la sua morte dipenda dalla negligenza di un’assicurazione sanitaria mi riempie di rabbia”. Assieme a Sandro, anche Michael Hardt ha partecipato alla visita, e la ricorda con queste parole: “Il Centro por la Memoria Paz y Reconciliación è un’istituzione straordinaria e, chiaramente, Anita ne era il cuore pulsante. Si riconosceva immediatamente il suo talento nel coinvolgere nel Centro diverse popolazioni, compresi i bambini, nonostante la natura oggettivamente difficile della violenza raccontata nelle mostre. Ciò era dovuto, in parte, senza dubbio, al modo in cui la sua sensibilità artistica e le sue esperienze riuscivano a coinvolgere le persone. Ciò che mi ha colpito di più di Anita è stato il modo in cui coniugava una serena generosità d’animo con un implacabile impegno per la giustizia.” * * Despideme de la lluvia valiente de cuando sale el sol Despiedeme de la lluvia, y del caracol despideme de la calle despideme del guetto de los murales que en la noche dibujamos Skalariak, Despídeme HASTA SIEMPRE ANITA, MEMORIA VIVA Nel giardino del Centro per la Memoria, costruito su un’area del vecchio cimitero monumentale di Bogotá, che guarda sulle Ande, sulla panoramica Monserrate, sulle torri e i grattacieli della zona finanziaria, a pochi metri dall’Università Nacional, dall’altro lato dell’immensa arteria metropolitana della Avenida 26, sotto la pioggia infinita di quei mesi, centinaia di persone si sono raccolte, dopo la notizia della sua morte, per renderle omaggio. Nel luogo dove da dieci anni tesseva reti, relazioni, memorie, lotte e conflitti, è stato piantato un albero, con una targa dedicata ad “Ana María Cuesta León, memoria viva”. Accompagnata ancora un’ultima volta con cura e amore, quella cura e quell’amore che lei aveva regalato negli anni della sua vita, in tanti e tante hanno costruito collettivamente un sacro altare laico colmo di foto, affetto, ricordi, parole, foto, immagini, che con centinaia di bigliettini la accompagnano nel suo viaggio oltre la vita. Anita eterna, risuona dappertutto. > “La memoria vince sulla morte” è la frase che accompagna il suo volto > sorridente sui poster stampati dagli amici e dalle amiche di una vita, assieme > ad una performance che costruisce con la terra, la sabbia, le parole e i > colori il ricordo, il nome e la memoria viva di chi ha dedicato alla memoria > la sua vita e la sua lotta. “Chi mi conosce sa che non parlo mai a nome mio, spesso parlo in plurale perché sono cresciuta in un collettivo e sono cresciuta con voi in questo lavoro, questo è di tutti e tutte, grazie per celebrare la vita con me, per me la vita è… è qualcosa che mi affascina, mi piace vivere, amo vivere… e poco tempo fa un amico mi diceva questo, abbiamo avuto la morte così vicina a volte, e nonostante sappiamo che un giorno vincerà, abbiamo ancora la possibilità di giocare, e vogliamo giocarci questa partita fino all’ultimo minuto, per vincerla… e sono felice che voi mi stiate accompagnando in questa partita, salute!”: risuonano queste sue parole di pochi giorni prima, durante il brindisi del suo ultimo compleanno, mentre sulla facciata del palazzo scorre un videomapping in omaggio ad Anita, accompagnato dalla musica, dai suoi disegni, dal suo volto e dal suo sorriso. E con queste sue parole commoventi vogliamo ricordarla, ora e per sempre, eterna Anita. E, per ricordarla e omaggiarla, continuare ad impegnarci in quelle lotte che tanto devono anche a lei, Anita, memoria viva.  Immagine di copertina e nell’articolo tratte dal videomapping proiettato al Centro per la Memoria. Le altre immagini sono del Collettivo Dexpierte, o grafiche di ricordo e commemorazione di Ana María Cuesta León. L'articolo Anita, memoria viva: la nostra lotta è per la vita proviene da DINAMOpress.
December 23, 2025
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