
Oh capitano, mio capitano!
Progetto Melting Pot Europa - Tuesday, April 14, 2026
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.
Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.
Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.
Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale
Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026
Roberta Derosas
12 Febbraio 2026
Capitain
Per chi parte dalle coste a sud, è guida e scommessa.
Per chi soccorre, è funzione e responsabilità.
Per chi controlla, è crimine.
Sta al timone, ma è anche passeggero.
Talvolta è esperto, altre improvvisa. Capita anche che di navigazione e motori non sappia nulla e che sia stato costretto. Accanto a lui, il bussoliere, che indica la rotta.
All’arrivo, talvolta scompare, nascosto tra i compagni che attraversano e che lui ha guidato fino alle acque più profonde.
Talvolta viene preso.
Il suo viaggio senza moneta non è gratuito: ha il prezzo del rischio.
Capitano
Parola a cura di Luca Queirolo Palmas, Università di Genova e Roberta Derosas, Progetto MeltingPot
I viaggiatori senza documenti, i solidali della flotta civile, ma anche i funzionari delle istituzioni che presidiano la Fortezza Europa usano tutti la parola capitain, capitano. Ma in ognuno di questi mondi il termine è associato a conseguenze, opportunità, dibattiti, attese, azioni e significati diversi.
Per chi vuole attraversare il mare per raggiungere Lampedusa, così come per gli organizzatori dei viaggi, avere un capitano è fondamentale. Su questa figura ricadono le aspettative e la speranza, ma anche la diffidenza, dei passeggeri. «Sarà un buon capitano? Avrà già condotto una barca? Quanti viaggi ha fatto? Quante volte ha fallito?». A lui in ogni caso bisogna affidarsi.
Spesso gli organizzatori del viaggio verificano che il capitano abbia le giuste competenze attraverso quello che viene chiamato il «test».
Egli è parte di un’aristocrazia del viaggio; non paga il biglietto per l’Europa e ha diritto ad alcuni posti gratis per persone di sua fiducia, posti che a volte rivende sul mercato delle partenze.
Ma può essere anche un millantatore, privo di esperienza, senza un passato con una qualche prossimità al mare e alla pesca; oppure, come raccontato per la Libia nel film Io Capitano di Matteo Garrone, una persona obbligata a prendere il timone in mano per assicurarsi la libertà da una situazione di prigionia o schiavitù. In tutti i casi il capitano resta un aventurier, un passeggero lui stesso.
Il capitano dei tobà cerca di arrivare all’acqua-blu (si veda Eau-bleue) per essere soccorso; anche i capitani e gli equipaggi della flotta civile si dirigono verso le stesse acque – la «zona delle operazioni», la chiamano – per soccorrere quanti sono in difficoltà.
Su queste navi solidali, i capitani costituiscono la principale autorità a bordo; alcuni fra loro contestano il termine per una eccessiva prossimità a un mondo autoritario e militare, provando viceversa ad animare una leadership più condivisa.
Molti capitani ed equipaggi nella flotta civile non solo sono consapevoli dell’ingiusto rischio di criminalizzazione che i loro omologhi dei tobà dovranno affrontare, ma anche immaginano modi di azione e comunicazione per ridurre tale rischio.
Per le istituzioni, viceversa, il capitano è solo un trafficante, uno «scafista», e in quanto tale deve essere punito dalle leggi sulla migrazione. Per ogni barca che arriva a Lampedusa, polizie nazionali ed europee cercano segni e indizi per arrestarne capitani e aiutanti: fra tutti il bussolier, o compass-man, che ha il compito di tracciare la rotta.
In Tunisia come in Italia, basta una chiave inglese, una candela del motore o la semplice presenza al timone perché un passeggero diventi il «responsabile» da arrestare e deportare. La criminalizzazione del capitain mostra come le logiche repressive europee si riproducono sull’altra sponda del Mediterraneo: esperienze lavorative pregresse o gesti contingenti diventano prove di colpevolezza.
Per questo una volta che le barche sono in vista del soccorso i capitani tornano a confondersi nell’equipaggio, protetti spesso dai passeggeri. Il viaggio gratuito per loro è la contropartita per l’assunzione di un rischio penale.
«Captains Support», recita un flyer che si diffonde in mare e a terra, «è una piattaforma in solidarietà con coloro che sono accusati di aver guidato una barca verso l’Europa, mettendoli in relazione con avvocati e gruppi locali di sostegno»; in un gioco di specchi, capitani ed equipaggi nel mondo della solidarietà (bianca) aiutano altri capitani ed equipaggi nel mondo black degli aventurier (si veda Black). Nel film Io Capitano c’è sicuramente una scena finale mancante: quella di un’aula di tribunale o di una prigione, per un tempo che in Italia può raggiungere e superare formalmente i trent’anni di detenzione.
Esempi dal campo
Così mi racconta Moussa: «Il capitano? Spesso fra noi passeggeri non si sa chi è sino a quando si parte. Per proteggerlo, perché an che in Tunisia sono criminalizzati…». È notte e siamo in un bunker in mezzo agli uliveti con l’equipaggio di una barca in partenza. Ripenso alle parole di un altro passeggero: «È una cattiveria rivelare chi è il capitano alla polizia. Noi diciamo sempre… Che siamo tutti capitani. È una questione di solidarietà».
Estratto dai diari di campo, dicembre 2024
Charles ci viene presentato come un capitano […] Lo chiamano «capitano» perché prima di partire, quando era in Camerun, lavorava nell’estrazione della sabbia dal mare, sabbia che poi viene utilizzata nell’edilizia […]. In Tunisia, quando Charles stava preparando con altri passeggeri la propria partenza, c’è stata un’irruzione della polizia nel bunker. Charles è stato trovato con uno zaino con dentro delle candele del motore e con una chiave inglese e una persona l’ha denunciato additandolo come il capitano del viaggio in preparazione. A quel punto è stato arrestato e processato: gli hanno dato otto mesi di galera che si è fatto nella prigione di Sfax. Non appena è stato rilasciato per avere scontato la sua pena, è stato preso e portato al porto di Sfax, dove l’hanno caricato su un autobus e portato in Libia, con tanta altra gente, dove è stato venduto ai libici e imprigionato di nuovo.
Estratto dai diari di campo, gennaio 2024
È un mestiere fare il capitano. È pagato in altro modo. Fa viaggiare gli amici gratis, o la propria donna. In Libia e Tunisia è uguale. Possono anche rivendere i posti che hanno a un prezzo ridotto. È una giusta ricompensa, perché ci vuole un gran coraggio per fare il loro lavoro.
Intervista con il testimone numero 13 del rapporto State Trafficking
I capitani vengono dai paesi dell’Africa dove c’è il mare o il fiume. Dopo il salvataggio è difficile riconoscere un capitano. Quando il convoi parte, si dice ai passeggeri di non dire chi è il capitano, per paura delle rappresaglie. Quando si vede una barca di soccorso, il capitano lascia il suo posto e i passeggeri magari dicono che il capitano è morto, che è caduto in acqua, che era un libico che è tornato indietro e che sono stati obbligati a condurre la barca. È sempre una farsa, obbligata, perché sappiamo che i capitani vengono arrestati in Europa.
Intervista con il testimone numero 1 del rapporto State Trafficking