Un laissez passer selettivo: Buco

Progetto Melting Pot Europa - Tuesday, March 24, 2026

Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar

Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni. 

Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.

Notizie

Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale

Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026

Roberta Derosas 12 Febbraio 2026

A Lampedusa, attorno all’hotspot, c’è una rete bucata. Il buco, vuoto del limine, non è solo un’apertura nella rete metallica, ma un dispositivo informale di regolazione. Attraverso, si intravede il funzionamento concreto del regime di frontiera, che proclama il divieto assoluto ma che, al contempo, si regge su eccezioni, sospensioni e accomodamenti discrezionali.

È una forma minima e precaria di mobilità che non rompe il controllo, ma lo rende più flessibile e sostenibile. In contesti di sovraffollamento cronico e di gestione emergenziale degli arrivi, la rigidità formale del dispositivo di confinamento si è spesso rivelata impraticabile.

E in questa frizione tra norma e realtà il buco prende forma: una feritoia che permette di alleggerire le tensioni interne, un margine minimo di movimento, porosità temporanea tra l’hotspot e l’isola. Non si tratta di un semplice atto di disobbedienza o una trasgressione individuale; piuttosto, si configura come una pratica tacitamente riconosciuta, tollerata a intermittenza dalle autorità.

Buco

parola a cura di Luca Giliberti, Università di Parma

Figura nota nei resoconti etnografici e giornalistici di una Lampedusa di qualche tempo fa – con la pandemia e la gestione dell’emergenza sanitaria, seguite da un inasprimento securitario, a fare da spartiacque -, il buco nella recinzione dell’hotspot ha rappresentato per anni una necessaria valvola di sfogo per una struttura ai limiti del collasso.

Quando nel centro, a causa dei continui arrivi ma anche dei trasferimenti ritardati, si superava il numero di presenze previsto – come spesso succedeva – finendo per duplicarlo o triplicarlo, si generava al suo interno una situazione di insostenibile degrado.  

Permettere alle persone di uscire, prendere una boccata d’aria, comprare le sigarette, incontrare qualche abitante – generando un minimo spazio di porosità tra isola e migranti – facilitava l’alleggerimento di possibili conflitti all’interno dell’hotspot, spesso attraversato da rivolte e a più riprese dato alle fiamme dagli ospiti lì detenuti.

Tale permesso, però, non ha mai previsto una dimensione ufficiale, prendeva forma attraverso una pratica informale, un escamotage. Le autorità addette al controllo, all’occorrenza, chiudevano un occhio e permettevano il movimento in entrata e in uscita, in modo variabile, discrezionale.

La selettività del buco emerge anche in relazione alle tipologie di soggetti che possono permettersi di usarlo: giovani, uomini, temerari, sani, ma non, per esempio, una donna con un bambino. Il buco, figura reale e al tempo stesso metaforica, si configura come un laissez passer selettivo, localizzato e temporalmente flessibile, in un’isola da cui, in ogni caso, non si esce se non attraverso canali istituzionali. 

L’hotspot quindi, formalmente chiuso, può al contempo risultare informalmente aperto; il buco si configura allora come parte di una sorta di guinzaglio, che permette di allentare la stretta in modo flessibile, ovvero consente uno strappo ma non la perdita del controllo.

In questo senso il buco può essere letto come metafora del bluff che caratterizza il proibizionismo migratorio che – inefficace nelle sue promesse – proibisce retoricamente pratiche che prendono forma in modo informale, con l’accettazione occulta e discrezionale dell’istituzione.

La recente gestione dell’hotspot da parte della Croce Rossa, che prevede un dispositivo di trasferimenti rapidi e frequenti, nel contesto attuale ha ridotto del tutto l’utilità e quindi la funzionalità del buco, che non si esclude però possa tornare a ricomparire in contingenze future, se ce ne sarà bisogno. 

Esempi dal campo

Dopo l’identificazione – quindi, in linea di massima due-tre giorni – tu dall’hotspot potresti uscire… ma ufficialmente non te lo fanno fare… E allora c’è il buco. Ora nel contesto covid i migranti quasi non escono più, ma prima l’uscita dal buco era consentita.

L’istituzione non si è mai presa la responsabilità, non escono mai dalla porta principale… C’è anche un aspetto psicologico: uscire dal buco e non in una maniera formale li tiene al coltello… Dipendendo dai momenti e dalle situazioni contestuali, c’è maggiore o minore tollerabilità alla possibilità di uscita.

Un aspetto importante è legato al periodo di trattenimento delle persone: se vengono trasferiti rapidamente non ci sono tensioni interne. Se invece c’è tensione devi permettere alla gente di uscire… come fai altrimenti? 
Intervista a un avvocato delle reti solidali 

Ufficialmente non glielo permettono, ma tutti sappiamo che devono uscire. Non è una prigione il centro, non è un Cie. Allora il buco è un escamotage. Tutti sanno che è così. 
Intervista con l’ex sindaca di Lampedusa 

Il buco è per una élite. Giovani, uomini, temerari, sani. La donna con il bambino non riesce a uscire dal buco. Il buco è la rappresentazione dell’ipocrisia di questo paese e dalla porta principale dell’hotspot di Lampedusa non è mai uscito nessuno. 
Intervista con un’operatrice Mediterranean Hope