“No Kings” o barbarie

Comune-info - Sunday, March 1, 2026
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“Non si può lasciare il destino dell’Iran a dei criminali di guerra”, dice Parisa Nazari, donna iraniana che insieme alle donne, agli studenti e alla società civile ha lottato contro il regime degli ayathollah e con il suo e con milioni di corpi oggi demolisce le politiche di morte di Trump e Netanyhau. Domenica nella sede ARCI di Roma, reti, associazioni, sindacati, spazi sociali hanno animato una forte e importante assemblea “No Kings” con cento interventi contro l’attacco all’Iran, proseguendo nella costruzione della giornata di mobilitazione del 28 marzo con un’alleanza ampia, popolare, internazionale, generale come quelle che hanno accompagnato l’impresa d’autunno della Global Sumud Flotilla.

Perché è evidente che guerra e genocidio stanno conflagrando in una guerra regionale dagli esiti imprevedibili. Ed è altrettanto evidente, dice ancora Parisa, che le bombe non hanno mai portato la democrazia; che il mondo ha dato legittimità alla Repubblica Islamica che non è la roccaforte dell’antimperialismo ma una dittatura religiosa che ha represso, torturato e messo a morte; che la rivoluzione laica del 1979 è stata sequestrata, se oggi ci sono giovani che invocano il ritorno dello Scià. Ma, come ha ricordato Luciana Castellina, la realtà di Teheran è complessa, attraversata da una spaccatura netta tra le zone borghesi e aristocratiche, critiche degli ayathollah, e le zone popolari, solidali con il regime. Ed è altrettanto evidente che in Iran e non solo, esiste una società civile che lotta per l’autodeterminazione senza l’intervento militare.

Come ha scritto Alberto Negri, lo scoppio dell’ennesima guerra grande in Medio Oriente, dopo quelle tra Iran e Iraq, la prima guerra del golfo e l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, ha l’unico scopo di distruggere interi popoli, gli stessi che insieme ai palestinesi già si trovano nel Board of Peace di Trump e dei suoi miserabili accoliti.

Dunque, bisogna chiedersi cosa sta accadendo dal momento che il diritto internazionale “vale fino ad un certo punto”, che il Medio Oriente è l’area più armata al mondo, che l’Unione Europea ha deciso di spendere 6.800 miliardi in armi nei prossimi dieci anni tagliando salari e stato sociale e i governi prevedono la leva obbligatoria, contro la quale il 5 marzo ci sarà una importante mobilitazione studentesca. Accade che una nuova forma di fascismo planetario alimenta una guerra sociale transnazionale, fatta di ordini esecutivi, militarizzazione e pogrom nelle città, politiche securitarie, guerra ai migranti e distruzione del diritto pubblico.

Per questo, in questo tempo accelerato, è importante non solo resistere ma avere convergenze e allearsi per esistere. Il che significa, oggi più di ieri, fare in modo che un mondo sia ancora possibile. Anzitutto facendo paura, “redistribuendo il panico” verso chi, come il capo della NATO, ha dichiarato che il problema è che i cittadini continuano a preferire alle armi, istruzione, sanità e servizi pubblici; creando spazi di discussione perché la società esiste ed esprime un forte sapere critico, resiste al modello securitario, alla criminalizzazione di un’intera generazione, alle politiche migratorie che sono la leva per restringere i diritti.

In questa fase di transizione l’economia di guerra produce lavoro povero, i contratti non sono rinnovati e quando lo sono, sono contratti da fame. Per questo è urgente e necessario non solo “fare rete” ma costruire tessuti, alleanze, responsabilità collettive, desideri condivisi. È necessario che ci siano convergenze indipendenti, non identitarie, che vadano al di là delle cerchie dell’attivismo e penetrino gli sguardi delle popolazioni. È necessaria un’immaginazione per ripensare la scuola, l’università, il lavoro, il welfare, le relazioni e gli affetti, perché c’è una generazione giovane che, come è stato detto in più interventi, è il soggetto determinato a incidere sulla realtà attuale.

Si contrastano i re estendendo sempre più le alleanze, parlando un altro linguaggio, quello della fragilità e della debolezza, che è quello delle tantissime vite, dei tantissimi corpi detenuti, violati, deportati e di cui si ha la responsabilità collettiva che può disinnescare il dispositivo stercorario dei “social” e dell’informazione asservita attraverso la pratica della verità. Verità contro le menzogne quotidiane, contro le immagini trasmesse per fare “auditel”; verità contro ceffi da propaganda che improvvisano analisi geopolitiche blaterando di “valori dell’occidente” e libertà minacciate. Dunque, è urgente creare anche uno spazio di informazione e di comunicazione libero, che sia una specie di network indipendente che inventi una lingua che sappia restituire alle parole la verità dei corpi.

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