La lunga marcia del movimento-flotilla
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Milano, 10 gennaio 2026. Foto di Milano in movimento
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Il movimento-flotilla, sempre più esteso e sempre più forte perché inizia il suo
radicarsi, più o meno lungo, più o meno difficile, nei territori, dopo le
mobilitazioni che hanno scandito il no alla guerra e al genocidio dell’anno
scorso, si rimette in navigazione. Questo è il punto di attacco che l’assemblea
degli “equipaggi di terra” ha sancito a Roma, a Esc Atelier, giovedì 15
febbraio.
Il primo incontro dell’anno nella disastrosa accelerazione delle politiche
imperiali di guerra, rapina, guerra civile inter e intra-statale e repressione,
ha visto una partecipazione grande e plurale che continua nello spazio cittadino
di San Lorenzo, esperienza unica di costruzione di “qualcosa di diverso”;
qualcosa che ha in buona parte determinato, con l’adesione libera di reti,
spazi, singoli e associazioni, il “blocchiamo tutto!” di ottobre-novembre 2025.
Spazio non-identitario da curare e salvaguardare dunque, così come è stato
rilevato nel ragionamento collettivo.
La bella invenzione degli “equipaggi di terra” è infatti stata riconosciuta come
un modo di mettersi contro la guerra. É stato ed è importante il metodo: fare
coordinamento e alimentare connessioni mantenendo aperto lo spazio
dell’assemblea; e magari (piccola proposta) passare dall’intersezionalità a
pronunciare di nuovo la parola “comune”…
Dal contrasto al capitalismo che distrugge la vita è urgente ripartire. Le
flotille si preparano, gli eventi cruciali arrivano: l’assemblea “No Kings” al
TPO di Bologna, il 24 e 25 gennaio. L’incontro a Colonia il 28 febbraio della
Transnational Social Strike con un lucido invito (su Connessioni Precarie la
traduzione) di apertura delle analisi e delle pratiche dei mesi scorsi.
Contro l’economia di guerra, razzista e sessista, contro l’aggressione ai
movimenti di protesta in Iran, e contro il neocolonialismo omicida statunitense,
servono nei diversi luoghi, terre e paesi, strumenti di informazione, di
connessione e di formazione. Agire le piazze si può, con una lingua semplice,
coordinando le 1.000 iniziative davanti ai supermercati, nei presidi e nei
banchetti e ovunque si esprime un gigantesco No alla guerra, al suprematismo, al
sovranismo e alla repressione, sempre più intensa nella provincia italiana con i
nuovi decreti sicurezza perché qui forse più che altrove si teme
l’intensificarsi del “laboratorio” sociale e collettivo, indotto dalla
distruzione finale dello stato sociale e dall’intensificarsi delle povertà,
dell’esclusione e della desertificazione dei territori, prede della grande
speculazione immobiliare.
Per questo è necessario dotarsi di strumenti di informazione organizzati.
Il regime di guerra esteso al Venezuela, all’Iran, alla Siria, dove Stati Uniti,
Israele, Turchia e governo di Al-Shara stanno distruggendo il Rojava, e alla
Groenlandia, produce la spartizione della terra in zone di influenza in cui si
avvierà il controllo capillare e la repressione delle popolazioni.
La gestione del territorio sempre più soffocante, la compressione del dissenso
nei luoghi pubblici e di lavoro, oltre che nelle piazze, impone l’organizzazione
di strumenti strutturati di comunicazione social, cartacea e in qualunque
formato che demoliscano l’infame discorso del riarmo.
Valga per tutti la testimonianza iraniana di chi è oggi in Italia e ha vissuto
le proteste del 2009 e la costituzione di “donna, vita, libertà”, e oggi
denuncia le fetide manovre di infiltrazione che Stati Uniti e Israele stanno
facendo con l’eventuale ritorno dello Scià a cui si oppone la maggioranza della
popolazione e che invece un’informazione complice propone come possibile
alternativa all’autodeterminazione.
Continuare a promuovere e a mantenere aperta la connessione tra le miriadi di
spazi sociali, sindacati, associazioni, Ong, è essenziale per “fare” movimento,
per creare e ricreare immaginario, discorso e convivialità che non è secondaria
se si crede che solo una soggettività plurale, non identitaria e
intergenerazionale è in grado di penetrare all’esterno, in società sempre più
impoverite ma consapevoli delle conseguenze del riarmo e dei poteri di guerra
(spacciati per “difesa” degli stati).
Demolire il discorso della guerra e produrre invece la sollevazione per il
disarmo, per la “buona vita”, per i conflitti ambientali e per la ricrescita
dell’intero mondo, oggi in transizione brutale verso l’uso di idrocarburi
fossili, gas e petrolio che sono più facili da estrarre se in Groenlandia si
sciolgono i ghiacci; questa è la prospettiva da considerare e da praticare nei
prossimi mesi. Augurando che sia buona la navigazione!
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