Le bambine in una scuola elementare, un sabato mattinaLA DOMANDA CHE DOVREBBE DISTURBARCI IL SONNO NON È SOLO “ERA GIUSTO O SBAGLIATO?
MA ”CHI PAGA IL CONTO DEI BOMBARDAMENTI IN IRAN? LO PAGANO LE BAMBINE IN UNA
SCUOLA ELEMENTARE UN SABATO MATTINA. LO PAGANO LE GENERAZIONI FUTURE DI UN PAESE
CHE ORA SARÀ PIÙ POVERO, PIÙ ARRABBIATO, PIÙ RADICALE DI PRIMA, PRODUCENDO, CON
OGNI PROBABILITÀ, NUOVI ESTREMISMI CHE RICHIEDERANNO NUOVI INTERVENTI
“PREVENTIVI”. CHI BOMBARDA NON STA LIBERANDO NESSUNO. CHI BOMBARDA STA
UCCIDENDO. L’OCCIDENTE CHE IERI IGNORAVA LE DONNE IRANIANE IN PIAZZA E OGGI LE
USA COME ARGOMENTO RETORICO PER GIUSTIFICARE LE BOMBE NON STA DIFENDENDO LA LORO
LIBERTÀ: STA STRUMENTALIZZANDO LA LORO SOFFERENZA. È UNA FORMA DI VIOLENZA ANCHE
QUESTA
Disegno di Gianluca Costantini (che ringraziamo)
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Khamenei aveva 85 anni. Trump ne ha 79. Putin 73. Netanyahu 75. Sono loro che
decidono chi vive e chi muore. Sono loro — uomini che hanno già consumato la
quasi totalità della loro esistenza, che non vedranno le conseguenze a lungo
termine di ciò che fanno, che non manderanno i propri nipoti a combattere — a
spostare truppe, a ordinare bombardamenti, a firmare operazioni con nomi epici e
roboanti. Come se la Storia fosse ancora un film western e loro i protagonisti
immortali. Come se il potere fosse un diritto di nascita che non scade mai,
nemmeno davanti all’evidenza del tempo che passa.
Non è nostalgia per la giovinezza dei leader. Non è ageismo. È qualcosa di più
preciso: è la constatazione che questi uomini governano come se il mondo
appartenesse a loro, come se le nazioni fossero proprietà personali da difendere
o attaccare secondo il proprio umore, la propria paura, la propria grandiosità.
Ed è in questo che risiede il problema più profondo della politica
contemporanea: non nella cattiveria dei singoli, ma nel sistema che permette a
pochi individui di trasformare la propria visione soggettiva della realtà in
destino collettivo per milioni di persone.
Il diritto internazionale sull’uso della forza è scritto in modo abbastanza
chiaro, anche se spesso viene evocato solo quando fa comodo. L’art. 51 della
Carta delle Nazioni Unite prevede il principio della legittima difesa,
invocabile solo dallo Stato aggredito illecitamente e soltanto fintantoché non
intervenga il Consiglio di Sicurezza dell’ONU a ristabilire la pace e la
sicurezza internazionale. Non è una norma elastica. Non è un principio
interpretabile a seconda delle circostanze. È una regola precisa, costruita dopo
i disastri della Seconda guerra mondiale per evitare che ogni potente si senta
autorizzato a colpire chiunque ritenga una minaccia. La legittima difesa, anche
nella sua versione più discussa e controversa — quella “preventiva” — è ammessa
solo di fronte a un attacco militare certo, imminente e non ancora sferrato. Non
basta la percezione del pericolo. Non basta l’impressione soggettiva che il
nemico stia per fare qualcosa. Occorrono prove verificabili, condivise,
sufficienti a convincere la comunità internazionale dell’esistenza di una
minaccia reale. L’azione militare deve poi rispettare i parametri della
necessità — non esistono alternative? — e della proporzionalità: la risposta non
può essere sproporzionata rispetto alla minaccia. Nel caso dell’attacco
all’Iran, nessuno di questi requisiti era soddisfatto. Nessun attacco in corso.
Nessuna prova di un attacco imminente e accertato. Solo valutazioni soggettive,
intelligence selettiva, narrazione politica costruita per giustificare una
decisione già presa. L’art. 51 è stato invocato come scudo retorico, come si fa
ormai da decenni ogni volta che una grande potenza vuole colpire qualcuno senza
passare per il Consiglio di Sicurezza. Il problema è che questo uso distorto
della norma non è neutro: ogni volta che avviene, si erode un po’ di più
l’architettura giuridica internazionale. Ogni volta che un grande paese dice “ho
il diritto di difendermi” senza prove, senza controllo, senza responsabilità,
sta dicendo in realtà: “il diritto sono io.”
La liberazione delle donne a colpi di bomba
E poi c’è l’ipocrisia più stucchevole, quella che merita di essere smontata con
cura: quella di chi dice di volere la libertà delle donne iraniane e le
bombarda.
Il regime di Khamenei era indifendibile. L’oppressione delle donne in Iran — il
velo obbligatorio, le galere, le esecuzioni, la violenza di Stato sistematica
contro chi osa ribellarsi… — è una realtà documentata, brutale, che non richiede
minimizzazioni né giustificazioni. Le donne iraniane hanno subito decenni di
umiliazione istituzionale. Le manifestanti di “Donna, Vita, Libertà” hanno
rischiato la vita in piazza, alcune l’hanno persa, molte sono ancora in carcere.
Erano — sono — il simbolo più autentico di una resistenza reale, interna, che
nasce dalla carne viva di quella società.
Ma che cosa hanno fatto i governi occidentali, e in particolare quello
statunitense, quando queste donne erano in piazza? Poco o niente. Qualche
dichiarazione di solidarietà. Qualche sanzione. Nessun cambiamento strutturale
nella politica verso Teheran. E adesso, mentre le bombe Usa cadono sull’Iran,
ecco tornare il lessico della liberazione: il popolo iraniano merita la libertà,
le donne iraniane devono essere libere, il regime degli ayatollah è il male
assoluto.
Tutto vero. Ma chi bombarda non sta liberando nessuno. Chi bombarda sta
uccidendo. Tra le vittime, 148 bambine in una scuola elementare colpita nel sud
del paese, bambine che non diventeranno mai donne, al pari dei 20.000 bambini
uccisi a Gaza da Israele.
La liberazione — se ha un senso — non arriva dall’esterno. Non arriva con
l’uranio impoverito. Non arriva dai B-2 che decollano da basi nel Pacifico.
Arriva, quando arriva, attraverso i movimenti interni, attraverso le generazioni
che si ribellano, attraverso la lenta e dolorosa trasformazione di una società.
L’Occidente che ieri ignorava le donne iraniane in piazza e oggi le usa come
argomento retorico per giustificare i bombardamenti non sta difendendo la loro
libertà: sta strumentalizzando la loro sofferenza. Ed è una forma di violenza
anche questa, più sottile ma non meno reale.
Il nuovo soggettivismo
C’è una parola che descrive bene ciò che stiamo vivendo: soggettivismo. In
filosofia il termine indica quella tendenza a fare della propria percezione
individuale la misura di ogni verità, a dissolvere la realtà oggettiva
nell’esperienza del soggetto che la osserva. Applicato alla politica
internazionale, il soggettivismo significa qualcosa di molto concreto e molto
pericoloso: che le decisioni più gravi — la guerra, la pace, la vita e la morte
di migliaia di persone — vengono prese non sulla base di fatti oggettivi, di
norme condivise, di istituzioni terze e indipendenti, ma sulla base di ciò che
un singolo leader crede, percepisce, vuole che sia vero. L’Iran era una
minaccia? Per chi? Verificata come? Da chi? Sulla base di quali prove condivise
con la comunità internazionale? Chi ha deciso che il pericolo fosse abbastanza
reale, abbastanza imminente, abbastanza grave da giustificare decine di
bombardamenti? Un uomo solo — o un piccolo cerchio di consiglieri — filtrato
dalla propria visione del mondo, dai propri calcoli elettorali, dalla propria
storia personale, dai propri interessi politici interni. Non un tribunale. Non
il Consiglio di Sicurezza. Non un meccanismo di verifica indipendente. Lui. La
sua percezione. Il suo “sentire” che qualcosa debba essere fatto. Questo è il
soggettivismo politico: la sostituzione del diritto con l’arbitrio,
dell’istituzione con il capo, della norma condivisa con l’istinto del potente.
Non è una novità assoluta nella storia, il potere ha sempre avuto questa
tentazione totalizzante.
Ma ciò che rende la situazione attuale così pericolosa e così storicamente
significativa è che questo soggettivismo viene praticato con disinvoltura
proprio da chi aveva costruito, o almeno promesso, un ordine alternativo. Gli
Stati Uniti non sono la Russia di Putin, che del soggettivismo ha fatto
apertamente la propria dottrina, che non ha mai finto di rispettare il diritto
internazionale mentre lo calpestava. Gli Stati Uniti sono il paese che ha
fondato la Corte Penale Internazionale — e poi si è rifiutato di aderirvi. Sono
il paese che ha scritto la Carta ONU — e poi ha invaso l’Iraq senza mandato.
Sono il paese che si è presentato per decenni come garante di un ordine “basato
sulle regole” — regole che tuttavia sembrano applicarsi agli altri, non a loro.
Quando è Washington a violare quelle regole invocando percezioni soggettive, il
danno non è solo geopolitico: è sistemico. Si sgretola l’idea stessa che esista
qualcosa al di sopra della volontà del più forte. E quando quella idea si
sgretola, ogni attore internazionale — dalla Russia alla Cina, dall’Iran alla
Corea del Nord — può legittimamente dire: perché no? Perché a voi sì e a noi no?
Marx non ha usato il termine “soggettivismo politico” in modo esplicito, ma il
concetto attraversa tutta la sua analisi del potere. Nell’Ideologia Tedesca e
altrove, egli critica con durezza chi scambia gli interessi di classe
particolari per interessi universali: la borghesia che presenta la propria
visione del mondo come “naturale”, “razionale”, “necessaria”, mentre in realtà
serve interessi storicamente determinati e storicamente contingenti. È il
meccanismo dell’ideologia come mistificazione: il potere che si traveste da
verità, l’interesse che si maschera da principio, la volontà che si spaccia per
legge.
Marx era anche scettico nei confronti di chi attribuisce alla volontà dei
“grandi uomini” il corso della storia. Si tratta di un errore idealistico e
mistificante: travestire da scelta individuale eroica ciò che è in realtà il
prodotto di forze sociali, contraddizioni strutturali, rapporti di produzione.
Il grande uomo che decide le sorti del mondo è già, in questa lettura, una
finzione — uno schermo che nasconde i meccanismi profondi del potere.
Il soggettivismo politico di oggi ne è una versione aggiornata e, per certi
versi, ancora più scoperta. Non più la provvidenza o la ragione della Storia a
legittimare la guerra — queste grandi narrazioni sono logorate. Non più la
necessità storica o l’interesse di classe. Semplicemente il “sentire” del
leader, la sua valutazione personale del pericolo, il suo istinto, la sua
percezione. Una legittimazione ridotta al minimo, quasi nuda. Cambia il
vocabolario: resta la mistificazione. Resta il meccanismo per cui chi ha il
potere trasforma il proprio interesse particolare — geopolitico, elettorale,
personale — in interesse universale, in necessità, in difesa della civiltà.
Il conto lo pagano le bambine in una scuola elementare
La domanda finale, quella che dovrebbe disturbarci il sonno, non è solo “era
giusto o sbagliato?” La domanda è: chi paga il conto di questa concezione del
mondo ?
Non i vecchi che firmano le carte nei loro bunker protetti. Non i consiglieri
che costruiscono le narrazioni giustificative. Non i commentatori televisivi che
spiegano la necessità strategica dell’operazione. Il conto lo pagano le bambine
e i bambini in una scuola elementare un sabato mattina. Lo pagano le famiglie
che perdono una casa, un lavoro, una vita in una guerra che non hanno scelto. Lo
pagano le generazioni future di un paese che uscirà da questo conflitto più
povero, più arrabbiato, più radicale di prima — producendo, con ogni
probabilità, nuovi estremismi che richiederanno nuovi interventi “preventivi”
tra vent’anni o meno.
L’Occidente che tace, che approva timidamente, che si limita a chiedere
“de-escalation” senza nominare le responsabilità, non è neutro. È complice di un
sistema in cui il diritto internazionale conta solo quando è conveniente, in cui
la vita umana vale in proporzione inversa alla distanza geografica e culturale
da chi detiene il potere, in cui la libertà delle donne è un argomento retorico
da usare quando serve e da dimenticare quando non conviene. Questo dovremmo
dire, ad alta voce, con chiarezza. Non per amore dell’Iran o del suo regime, che
era — ripetiamo — indifendibile. Ma per amore di qualcosa che rischiamo di
perdere definitivamente: l’idea che esistano regole valide per tutti,
istituzioni al di sopra dei singoli, un principio di responsabilità che non si
ferma ai confini del potente di turno. Quella idea vale ancora la pena
difenderla. Anche — soprattutto — quando è scomoda.
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