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Il ddl che normalizza la repressione prima ancora di essere votato
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Bruno Santoro -------------------------------------------------------------------------------- “Prima vennero per i socialisti, e io non dissi niente, perché non ero socialista. Poi vennero per i sindacalisti, e io non dissi niente, perché non ero un sindacalista. Poi vennero per gli ebrei, e io non dissi niente, perché non ero ebreo. Poi vennero a prendere me, e non c’era più nessuno a protestare per me” (sermone del pastore Martin Niemöller) Negli ultimi anni le mobilitazioni in solidarietà con la Palestina e in difesa dell’ambiente sono state sempre più represse e criminalizzate. Arresti, denunce, fermi e procedimenti giudiziari hanno colpito studenti e cittadini, mentre alcuni palestinesi — come l’imam Mohamed Shahin, trattenuto in un CPR e poi rilasciato — sono detenuti nelle carceri italiane per ordine di Israele, senza aver commesso reati, solo per aver espresso la loro libertà di parola denunciando il genocidio in corso. La recente condanna di Anan Yaeesh a cinque anni e sei mesi segna un punto di rottura: tribunali italiani che chiamano funzionari israeliani a testimoniare¹. La violenza e la discriminazione colpiscono stranieri, seconde generazioni e cittadini italiani. Dalla scuola alle piazze fino ai tribunali, la repressione si normalizza attraverso razzismo sistemico e doppio standard. La rilevazione sugli studenti palestinesi nelle scuole, definita dal ministro Valditara un “piano per l’integrazione”, rimane sotto vigile osservazione: sarà davvero accoglienza o un precedente ambiguo di controllo? Siamo tornati alle leggi razziali fasciste antisemite del 1938?² Episodi come quelli di Extinction Rebellion a Brescia e Bologna³, con spogliamento forzato delle ragazze, fermi arbitrari e fogli di via, mostrano la sistematicità di questa logica repressiva. Ribaltare il concetto di “sicurezza” Il linguaggio non è neutro. Chiamare ambientalisti o persone impegnate nella solidarietà “terroristi” e accusarli di “associazione a delinquere” prepara uno stato d’eccezione a disposizione di lobby economiche e interessi politici. Non è un fenomeno nuovo: già nel 2023, tra Riace, Piacenza e Padova, questa pratica si stava diffondendo⁴. In questa direzione si colloca anche il dibattito parlamentare in corso su diversi disegni di legge che, adottando la definizione di antisemitismo proposta dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), rischiano di equiparare le critiche allo Stato di Israele all’antisemitismo, arrivando a ipotizzare conseguenze penali. Non è ancora chiaro se tali disegni di legge verranno unificati, ma la discussione è imminente e il rischio di approvazione concreto. Una simile estensione del perimetro penale solleva interrogativi seri sulla libertà di espressione e sul diritto di critica politica, soprattutto in un contesto in cui la solidarietà con la popolazione palestinese viene sempre più spesso criminalizzata. Tutto questo sotto lo slogan “ordine e sicurezza”, ma la vera sicurezza nasce da istruzione, sanità, welfare comunitario e giustizia sociale, non dalla repressione. Quando i lauti stipendi dei politici finanziano leggi che tutelano interessi stranieri o lobby economiche a scapito della salute e del benessere della popolazione, dobbiamo chiederci: quali interessi vogliamo davvero proteggere? Una democrazia svuotata dall’alto L’esperienza delle assemblee cittadine di Bologna⁵ dimostra che pratiche di coinvolgimento dal basso possono funzionare, ma anche quanto possano essere soffocate quando producono decisioni scomode a chi non vuole perdere i propri privilegi. Lo abbiamo già visto con il referendum sull’acqua del 2011: più di 25 milioni di cittadini hanno votato e le istituzioni tuttora ne ignorano l’esito⁶. A questo quadro si aggiungono situazioni locali che mostrano come la crisi democratica non sia astratta, ma concreta. A Ravenna, a differenza di quanto avvenuto in altre città, la democrazia appare oggi arenata: la Procura non ha ancora aperto le indagini relative alla denuncia presentata dall’avvocato Andrea Maestri e dalla giornalista Linda Maggiori in merito alle armi che circolano nel Porto. Un silenzio istituzionale che solleva interrogativi sulla tenuta delle garanzie democratiche e sull’effettivo accesso alla giustizia. Come scrive Luciano Nicolini su Cenerentola, la differenza cruciale è nel potere decisionale: partecipare non basta, conta decidere davvero. A cosa serve votare, a cosa servono gli strumenti democratici se chi governa è il primo a non rispettarli?⁷ Viviamo in una democrazia svuotata dall’alto, mentre la distanza tra istituzioni e società cresce, così come le diseguaglianze economiche, aumentando disagio e povertà. La classe dirigente italiana, segnata da una forte gerontocrazia — da destra a sinistra — concentra sempre più potere e privilegi. In questo contesto, frantumazione dei movimenti e polarizzazione sociale distraggono la società come durante il lockdown: molti, invece di guardare all’operato dei politici, si sono divisi e odiati, tra chi si vaccinava e chi no. Come i quattro capponi di Renzo nei Promessi Sposi di Manzoni: pur nella loro condizione disperata, si beccano l’un l’altro e fanno tutti la stessa fine, incapaci di guardare oltre. Dall’altra parte, durante il lockdown erano nate reti di vaccinati e non contro il greenpass⁸, denunciando malapolitica, violazioni dei diritti e la necessità di tutelare il benessere psicofisico⁹. Oggi serve la stessa capacità di analisi e riflessione a tutti i livelli: chi è pro o contro Venezuela, chi è credente o ateo, chi è pro o contro Iran, tutti noi dobbiamo capire il gioco che i politicanti di mestiere stanno facendo. A chi deride i “gretini” sarebbe utile chiedere di ascoltare il messaggio degli ambientalisti che propongono di “tassare i ricchi, fermare il collasso climatico” o che bloccano il traffico per dare voce alle vittime della crisi climatica¹⁰, come le vittime dell’alluvione o la biodiversità e le specie in via d’estinzione, perché stiamo lasciando alle future generazioni un paese e un pianeta sempre più inquinato e insalubre. Necessità di vigilanza e dissenso attivo Un popolo che ogni anno va sempre meno alle urne non può continuare a pagare le tasse e restare inerme mentre vengono tagliati servizi pubblici essenziali come ospedali, scuole e welfare. Libertà di parola e protesta nonviolenta devono rimanere legittime, anche per chi non la pensa come noi, soprattutto per chi lotta per giustizia climatica, sociale e per i diritti. Mentre le forze dell’ordine e i tribunali diventano sempre più braccio armato di una minoranza che non tutela i diritti né il territorio, difendere il dissenso e la solidarietà non è più un’opzione: è una necessità urgente. La democrazia non si salva da sola, è il momento di agire, prima che sia troppo tardi. È possibile andare d’amore e non d’accordo, è possibile creare confluenze, anche se è difficile, ricordando quale è il vero pericolo. Prima che norme emergenziali diventino permanenti e il ddl venga votato, è fondamentale aprire un dibattito pubblico reale, nei movimenti, nelle reti, nelle associazioni, e agire insieme. -------------------------------------------------------------------------------- Note 1. Palestina, resistenza e repressione: come lo Stato italiano criminalizza la solidarietà: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-palestina_resistenza_e_repressione_come_lo_stato_italiano_criminalizza_la_solidariet/45289_64804 2. (v. Link sopra) 3. SPOGLIATA IN QUESTURA: Bologna come Brescia, Extinction Rebellion si oppone all’archiviazione https://extinctionrebellion.it/press/2025/01/17/opposizione-archiviazione-bologna/ 4. Riace, Piacenza, Padova. Associazioni a delinquere ovunque? https://www.questionegiustizia.it/articolo/riace-piacenza-padova-associazioni-a-delinquere-ovunque 5. Assemblea cittadina per il Clima di Bologna 2023: Rapporto Finale consegnato al Consiglio comunale: https://www.comune.bologna.it/myportal/C_A944/api/content/download?id=6564c859e8dbf0009a1a5170 6. Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua: https://www.acquabenecomune.org/ – Il referendum tradito: otto anni dopo, l’acqua è ancora una fonte di profitto. Ecco perché https://altreconomia.it/inchiesta-acqua-pubblica/ Articolo 10 anni dopo il referendum: https://economiacircolare.com/10-anni-fa-il-referendum-che-ha-fermato-finora-il-nucleare-e-provato-ad-estromettere-privati-e-profitti-dalla-gestione-dellacqua/ 7. Democrazia partecipativa  o democrazia diretta?, di Luciano Nicolini, Cenerentola: https://www.pressenza.com/it/2026/01/democrazia-partecipativa-o-democrazia-diretta/ 8. Per un cammino ecopacifista, Quanto è libera una stampa non indipendente?: https://peruncamminoecopax.blogspot.com/search?q=stampa 9. Brigata Basaglia: Assistenza psicologica dal basso durante il lockdown: «La salute mentale è una questione politica»: https://www.dinamopress.it/news/assistenza-psicologica-dal-basso-lockdown-la-salute-mentale-questione-politica/ – La Q di Qomplotto, di Wu Ming 1, https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/12/la-q-di-qomplotto/ 10. Intervista realizzata da Lucio Maniscalco per Pressenza con la portavoce di Ultima generazione Miriam Falco: https://www.youtube.com/watch?v=eC2TK85ZLf8 Altre fonti di approfondimento * I costi della politica. Perché gli stipendi dei deputati italiani sono i più alti d’Europa: https://europa.today.it/fake-fact/perche-stipendi-deputati-italiani-piu-alti-europa.html * La solidarietà non è un reato – sugli arresti di Genova, BDS Italia: https://bdsitalia.org/index.php/comunicati-sul-bds/2987-la-solidarieta-non-e-un-reato-sugli-arresti-di-genova – Comunicato BDS Italia: No alla criminalizzazione della solidarietà con la Palestina: https://www.facebook.com/BDSItalia/posts/pfbid02hsfnDPjkk7tH3LEukrqZDhWJmF8dALa5h5To4EYrKnaSYhoFrPyKf34zBH5yDthyl * Con il DDL sicurezza il governo reprime il dissenso e la resistenza passiva, di Greenpeace: https://www.greenpeace.org/italy/storia/24892/con-il-ddl-sicurezza-il-governo-reprime-il-dissenso-e-la-resistenza-passiva/ * Inneschi di pace in un tempo di guerra. Nonviolenza, diritti umani ed educazione al conflitto: https://www.pressenza.com/it/2025/12/inneschi-di-pace-in-un-tempo-di-guerra/ * Corpi estranei: il razzismo rimosso in Italia, del festival internazionale del giornalismo. Perugia 2026: https://www.festivaldelgiornalismo.com/programme/2022/foreign-bodies-racism-removed-in-italy * La «Generazione Palestina» tra razza, classe e protagonismo conflittuale di Kamo Modena: https://infoaut.org/conflitti-globali/la-generazione-palestina-tra-razza-classe-e-protagonismo-conflittuale -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > C’è una parola per tutto questo, autoritarismo -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il ddl che normalizza la repressione prima ancora di essere votato proviene da Comune-info.
La lunga marcia del movimento-flotilla
-------------------------------------------------------------------------------- Milano, 10 gennaio 2026. Foto di Milano in movimento -------------------------------------------------------------------------------- Il movimento-flotilla, sempre più esteso e sempre più forte perché inizia il suo radicarsi, più o meno lungo, più o meno difficile, nei territori, dopo le mobilitazioni che hanno scandito il no alla guerra e al genocidio dell’anno scorso, si rimette in navigazione. Questo è il punto di attacco che l’assemblea degli “equipaggi di terra” ha sancito a Roma, a Esc Atelier, giovedì 15 febbraio. Il primo incontro dell’anno nella disastrosa accelerazione delle politiche imperiali di guerra, rapina, guerra civile inter e intra-statale e repressione, ha visto una partecipazione grande e plurale che continua nello spazio cittadino di San Lorenzo, esperienza unica di costruzione di “qualcosa di diverso”; qualcosa che ha in buona parte determinato, con l’adesione libera di reti, spazi, singoli e associazioni, il “blocchiamo tutto!” di ottobre-novembre 2025. Spazio non-identitario da curare e salvaguardare dunque, così come è stato rilevato nel ragionamento collettivo. La bella invenzione degli “equipaggi di terra” è infatti stata riconosciuta come un modo di mettersi contro la guerra. É stato ed è importante il metodo: fare coordinamento e alimentare connessioni mantenendo aperto lo spazio dell’assemblea; e magari (piccola proposta) passare dall’intersezionalità a pronunciare di nuovo la parola “comune”… Dal contrasto al capitalismo che distrugge la vita è urgente ripartire. Le flotille si preparano, gli eventi cruciali arrivano: l’assemblea “No Kings” al TPO di Bologna, il 24 e 25 gennaio. L’incontro a Colonia il 28 febbraio della Transnational Social Strike con un lucido invito (su Connessioni Precarie la traduzione) di apertura delle analisi e delle pratiche dei mesi scorsi. Contro l’economia di guerra, razzista e sessista, contro l’aggressione ai movimenti di protesta in Iran, e contro il neocolonialismo omicida statunitense, servono nei diversi luoghi, terre e paesi, strumenti di informazione, di connessione e di formazione. Agire le piazze si può, con una lingua semplice, coordinando le 1.000 iniziative davanti ai supermercati, nei presidi e nei banchetti e ovunque si esprime un gigantesco No alla guerra, al suprematismo, al sovranismo e alla repressione, sempre più intensa nella provincia italiana con i nuovi decreti sicurezza perché qui forse più che altrove si teme l’intensificarsi del “laboratorio” sociale e collettivo, indotto dalla distruzione finale dello stato sociale e dall’intensificarsi delle povertà, dell’esclusione e della desertificazione dei territori, prede della grande speculazione immobiliare. Per questo è necessario dotarsi di strumenti di informazione organizzati. Il regime di guerra esteso al Venezuela, all’Iran, alla Siria, dove Stati Uniti, Israele, Turchia e governo di Al-Shara stanno distruggendo il Rojava, e alla Groenlandia, produce la spartizione della terra in zone di influenza in cui si avvierà il controllo capillare e la repressione delle popolazioni. La gestione del territorio sempre più soffocante, la compressione del dissenso nei luoghi pubblici e di lavoro, oltre che nelle piazze, impone l’organizzazione di strumenti strutturati di comunicazione social, cartacea e in qualunque formato che demoliscano l’infame discorso del riarmo. Valga per tutti la testimonianza iraniana di chi è oggi in Italia e ha vissuto le proteste del 2009 e la costituzione di “donna, vita, libertà”, e oggi denuncia le fetide manovre di infiltrazione che Stati Uniti e Israele stanno facendo con l’eventuale ritorno dello Scià a cui si oppone la maggioranza della popolazione e che invece un’informazione complice propone come possibile alternativa all’autodeterminazione. Continuare a promuovere e a mantenere aperta la connessione tra le miriadi di spazi sociali, sindacati, associazioni, Ong, è essenziale per “fare” movimento, per creare e ricreare immaginario, discorso e convivialità che non è secondaria se si crede che solo una soggettività plurale, non identitaria e intergenerazionale è in grado di penetrare all’esterno, in società sempre più impoverite ma consapevoli delle conseguenze del riarmo e dei poteri di guerra (spacciati per “difesa” degli stati). Demolire il discorso della guerra e produrre invece la sollevazione per il disarmo, per la “buona vita”, per i conflitti ambientali e per la ricrescita dell’intero mondo, oggi in transizione brutale verso l’uso di idrocarburi fossili, gas e petrolio che sono più facili da estrarre se in Groenlandia si sciolgono i ghiacci; questa è la prospettiva da considerare e da praticare nei prossimi mesi. Augurando che sia buona la navigazione! -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Siamo dentro una lunga tempesta -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La lunga marcia del movimento-flotilla proviene da Comune-info.
Compravendite
C’È CHI VUOLE COMPRARE LA GROENLANDIA. C’È CHI VENDE AL MIGLIOR OFFERENTE, NATURALMENTE UN POTENTE, IL PROPRIO PREMIO NOBEL. C’È ANCHE CHI FA SELFIE CON LA PARI GRADO GIAPPONESE ILLUDENDOSI DI POTER MASCHERARE LA RECIPROCA COMPRAVENDITA IN NOME DI UN FANTOMATICO “ORDINE MONDIALE GIUSTO, LIBERO E APERTO”. E POI C’È CHI DA TEMPO SI ARRICCHISCE VENDENDO TRAGEDIE SUI MEDIA, DISSEZIONANDOLE PEZZO A PEZZO, E CHI LE COMPRA SEGUENDOLE COME SE FOSSERO SERIE TV. E SE SMETTESSIMO DI COMPRARE E VENDERE QUALSIASI COSA? Leggi anche: Vita contro denaro. Elogio delle follie necessarie [J.H.] unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Troppe persone spendono i soldi guadagnati per comprare cose che non vogliono e per impressionare persone che non gli piacciono. Will Rogers C’era una volta il pianeta chiamato Mercato. Dove si compra e si vende. Tutto. O quasi. C’è ovviamente chi vorrebbe comprare la Groenlandia, e con essa arricchire il presente e il futuro della nazione che governa, ovvero possiede nei fatti, la quale fa tutto ciò da 250 anni in ogni luogo raggiungibile dalle sue armi, qualora non decida di prenderselo giustappunto con la forza. Eppure, c’è ancora qualcuno che si sorprende come se fosse una novità. Una persona saggia dovrebbe avere i soldi nella testa, ma non nel cuore. (Jonathan Swift) C’è invece chi come María Corina Machado vende al miglior offerente, ovvero potente, il proprio premio Nobel, e al contempo fa lo stesso con la dignità di un riconoscimento ormai svilito dall’evidenza e con il presente e il futuro del popolo che vorrebbe governare, o meglio possedere per conto di qualcun altro, Tu sai chi come in Harry Potter. La ricchezza non consiste nell’avere grandi beni, ma nell’avere pochi bisogni (Epitteto) C’è chi a Gaza ha addirittura acquistato e chi a sua volta ha svenduto una guerra lunga secoli come se fosse una terra fertile da coltivare, resa tale in modo perverso quanto orribile dal sangue di migliaia di vite innocenti. E ora che il rumore degli spari e delle urla di costoro è stato temporaneamente allontanato dalle prime pagine – giammai cancellato -, si può tranquillamente cominciare a seminare. Vi svelerò il segreto per diventare ricchi a Wall Street. Cerchi di essere avido quando gli altri hanno paura. E cerchi di avere paura quando gli altri sono avidi (Warren Buffett) E c’è chi come la Ford che conta di comprarsi la benevolenza del tiranno punendo il solito dipendente – chiamalo pure operaio se ne possiedi la memoria e non l’hai ancora venduta alla stregua di tanti – che ha osato chiamarlo “protettore di pedofili” sulla pubblica piazza, malgrado sia la logica dei fatti a produrre tale definizione. Reddito annuo venti sterline, spesa annua diciannove e sei, risultato felicità. Reddito annuo venti sterline, spesa annua venti sterline e sei, risultato miseria (Charles Dickens) C’è chi come Giorgia Meloni che fa selfie con la pari grado giapponese illudendosi di poter mascherare la reciproca compravendita con la fantomatica difesa di “un ordine mondiale giusto, libero e aperto”. Mentre senza alcuna sorpresa anche stavolta, alle spalle dei fantocci governativi, ovvero a tirarne i fili, ci sono ancora le multinazionali come l’Eni, la quale al momento opportuno piazzerà alla luce del Sol levante il gas naturale che continua imperterrito a rubare in Africa. Ovvero, ai suoi abitanti. L’Italia ai nostrani e l’Africa a tutti tranne gli africani, la monotona quanto amara strofa con rima. Il denaro non ha mai reso felice un uomo, né lo farà. Più un uomo ha, più desidera. Invece di riempire un vuoto, lo crea (Benjamin Franklin) E c’è chi come il Garante della privacy finito nel fango dell’ennesimo scandalo per le solite accuse: l’aver speso e comprato a destra e a manca, tra case in affitto, macellerie e parrucchieri con denaro dello Stato. Dei contribuenti. Di te che leggi e del sottoscritto, se sei tra coloro che in questo strano Paese si ostinano a pagare le tasse dovute. La ricchezza è la capacità di vivere appieno la vita (Henry David Thoreau) C’è chi – lo ripeto da un pezzo – si arricchisce vendendo tragedie sui giornali, dissezionandole pezzo a pezzo ogni giorno, e chi le compra in ogni istante seguendole come se fossero sceneggiati, serie tv, ovvero reality show. Un mercimonio di tristi disgrazie e dolore di chi resta, macellati e divorati nei monitor dei molti che guardano e dei pochi che alla fine dell’ennesima abbuffata contano i proventi dei click. Il mercato azionario è pieno di individui che conoscono il prezzo di tutto, ma il valore di niente (Phillip Fisher) C’è chi al timone dell’Italia si accinge a vendere una ulteriore versione deteriorata e abusata di un concetto da tempo immemore caro ai dittatori – la famigerata sicurezza – togliendo ulteriori occasioni e diritti di dissenso alla popolazione, al netto di altrettanti alibi e protezioni per le forze dell’ordine, le quali vanno interpretate sempre all’opposto. L’ordine della e con la forza al servizio del potere, già. E nel mentre, Casapound sta ancora lì, illegalmente, nel cuore della capitale. Non tutto ciò che può essere contato conta, e non tutto ciò che conta può essere contato (Albert Einstein) E c’è chi come l’ennesimo Agnelli che ha comprato tanto, troppo, non solo un giornale come Repubblica, che è solo l’ultimo degli affari andati in porto. C’è un intero Paese nelle tasche della sua famiglia ormai da un secolo. Una dinastia degli acquisti e delle svendite più o meno alla luce di ‘O sole mio, stavolta. Con la complicità di almeno due, se non tre, generazioni di governi e istituzioni, faccendieri e portaborse, e il silenzio assenso di una moltitudine di gente colpevolmente distratta o indifferente. Vorrei vivere come un uomo povero con un sacco di soldi (Pablo Picasso) C’era quindi una volta e c’è ancora un pianeta di nome Mercato. Dove si può smerciare in ogni luogo e istante. Qualsiasi cosa. O quasi, esatto. E se ciò che hai, a cui tieni maggiormente – compreso te stesso -, appartiene a quest’ultima minoritaria categoria, ti prego, uniamoci e lottiamo assieme per difenderla con le nostre unghie e i nostri sogni. -------------------------------------------------------------------------------- Per ricevere la Newsletter di Alessandro Ghebreigziabiher -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Vita contro denaro. Elogio delle follie necessarie -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Compravendite proviene da Comune-info.
C’è una parola per tutto questo, autoritarismo
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- «Quando la sicurezza diventa il valore supremo, lo Stato di diritto è già in crisi» (Luigi Ferrajoli) C’è un momento, nelle democrazie, in cui la paura smette di essere un’emozione e diventa un metodo di governo. Quel momento è arrivato anche in Italia. Le bozze del nuovo pacchetto sicurezza del governo Meloni parlano chiaro: fino a 20mila euro di multa per chi devia dal percorso di una manifestazione. Dodici ore di fermo preventivo per chi è solo sospettato di poter disturbare un corteo. Nessun reato commesso, nessun giudice interpellato: basta il sospetto. È la deriva di un potere che, come scriveva Michel Foucault, non punisce tanto ciò che è stato fatto, quanto ciò che potrebbe accadere. L’auto confiscata per chi ha “qualche canna in tasca”. Ragazzi stranieri buttati fuori dall’accoglienza a 19 anni invece che a 21. Il gratuito patrocinio negato ai migranti che vogliono opporsi all’espulsione. Non sono misure contro il crimine. Sono misure contro la precarietà, contro la giovinezza, contro il dissenso. Contro chi non ha i soldi per un avvocato, contro chi manifesta, contro chi è nato altrove. Il governo lo chiama sicurezza. Ma di quale sicurezza parliamo? Quella di una ragazza che torna a casa la sera? Quella di un anziano che vive solo? O quella di uno Stato che non vuole più essere disturbato, che considera ogni forma di protesta una minaccia? La verità è semplice e nota quanto scomoda: non esiste sicurezza senza giustizia sociale. Puoi riempire le strade di telecamere e moltiplicare i divieti, ma se un ragazzo non ha futuro, la repressione non risolve nulla. Sposta soltanto il problema, lo nasconde, lo incattivisce. E intanto si normalizza l’inaccettabile. Le zone rosse non sono più un’emergenza, ma una prassi. Il questore può ammonire bambini di 12 anni. Gli agenti non finiscono più automaticamente nel registro degli indagati quando sparano. Due pesi, due misure: protezione per chi ha la divisa, punizione preventiva per chi scende in piazza. Questo non è uno Stato che si difende. È uno Stato che ha paura dei suoi cittadini. C’è una parola per tutto questo, ed è autoritarismo. Non quello dei colpi di stato, ma quello strisciante, fatto di diritti compressi un pezzetto alla volta, di una democrazia che si svuota mentre tutti guardano altrove. Dovremmo ricordarcene ora, prima che sia tardi: perché, come ci ha insegnato Walter Benjamin, «lo stato di emergenza in cui viviamo non è l’eccezione, ma la regola». -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo C’è una parola per tutto questo, autoritarismo proviene da Comune-info.
Le donne e la lezione iraniana
ALLA FINE DEGLI ANNI SETTANTA, LE DONNE FURONO DECISIVE NELLA LOTTA CONTRO LO SCIÀ. LA RIVOLUZIONE PROMETTEVA LIBERTÀ, MA LA NEONATA REPUBBLICA ISLAMICA COSTRUÌ RAPIDAMENTE UN ORDINE FONDATO SUL CONTROLLO DEI LORO CORPI. TUTTAVIA IL MOVIMENTO FEMMINILE IRANIANO NON SI È FERMATO: LO SLOGAN “DONNA, VITA, LIBERTÀ” È FRUTTO DI QUEL MOVIMENTO CHE OGGI ESPRIME UNA CONSAPEVOLEZZA IMPORTANTE CHE NON RIGUARDA SOLO L’IRAN: NEI MOMENTI DI CRISI, LE DONNE SONO IL MOTORE DEI COMPLESSI E CONTRADDITTORI PROCESSI DI CAMBIAMENTO MA QUANDO QUESTI COMINCIANO A PRENDERE FORMA SONO LE PRIME A ESSERE SACRIFICATE. DI CERTO OGGI IN IRAN, ACCANTO ALLE FIGURE PIÙ NOTE, ESISTE UNA MOLTITUDINE DI DONNE IN LOTTA: È QUESTA DIMENSIONE DIFFUSA A RENDERE IL MOVIMENTO CAPACE DI AGIRE ALLA RADICE DEI PROBLEMI MA ALLO STESSO TEMPO È CIÒ CHE LO ESPONE AL RISCHIO DI ESSERE CAVALCATO E RACCONTATO DA ALTRI C’è una costante nella storia contemporanea dell’Iran che attraversa le generazioni e che oggi torna a interrogare il mondo: nei momenti di crisi, le donne sono il motore del cambiamento; quando però il cambiamento prende forma, sono le prime a essere sacrificate. Non è una deriva accidentale, ma una dinamica politica deliberata che oggi molte iraniane temono possa ripetersi. Alla fine degli anni Settanta, le donne furono decisive nella lotta contro lo Scià. La rivoluzione prometteva libertà, ma la neonata Repubblica Islamica costruì rapidamente un ordine fondato sul controllo dei loro corpi. L’obbligo del velo viene reintrodotto e magistrate come Shirin Ebadi, giudice stimata, vennero estromesse perché una donna non poteva giudicare un uomo. La rivoluzione si era compiuta, ma i diritti delle donne non erano più una priorità. Da allora il movimento femminile iraniano non si è mai fermato. Le donne hanno continuato a sfidare il sistema dall’interno, pagando spesso con la prigione, la censura, l’isolamento. In questo periodo si colloca l’attivismo di Narges Mohammadi, che ha denunciato la repressione e la tortura, trasformando l’esperienza del carcere in testimonianza politica. Con l’uccisione di Mahsa Amini, nel settembre 2022, qualcosa si spezza in modo irreversibile. Il corpo di una giovane donna arrestata per un hijab “indossato male” diventa il punto di non ritorno. Il rifiuto dell’obbligo del velo non è più un gesto simbolico, ma una contestazione dell’intero impianto patriarcale dello Stato. Lo slogan “Donna, Vita, Libertà” esprime una consapevolezza nuova: senza libertà per le donne non esiste una vita degna, e senza vita degna non esiste una società giusta. Le donne guidano le proteste, si espongono in prima persona, trasformano la disobbedienza quotidiana in atto politico. Accanto alle figure più note esiste però una moltitudine di donne senza nome pubblico: è questa dimensione diffusa a rendere il movimento radicale e, allo stesso tempo, esposto al rischio di essere raccontato e deciso da altri. La forza sta nella coralità. Oggi la preoccupazione più profonda non riguarda soltanto la repressione, ma ciò che potrebbe venire dopo. Molte donne iraniane temono che i loro diritti vengano ancora una volta considerati negoziabili o rinviabili. Alcune attiviste iraniane costrette all’anonimato mettono in guardia (in un articolo pubblicato da La Stampa l’11 gennaio 2026) proprio da questo rischio. Una di loro osserva che le donne hanno tenuto aperta la frattura nel sistema per anni, ma che ora, proprio mentre si immagina un “dopo”, quella centralità rischia di scomparire dal discorso pubblico. Non è una sensazione vaga, ma un copione già visto. Questa lezione, però, non si ferma ai confini di Teheran. Parla di un modello di potere che sta riemergendo con forza anche in Occidente: un potere che disprezza il diritto, riduce le istituzioni a un palcoscenico per l’ego del leader e considera i diritti civili come concessioni revocabili o moneta di scambio. L’esempio più emblematico di questa deriva è Donald Trump. Mentre si propone oggi come il “liberatore” pronto a decidere le sorti dell’Iran, la sua storia politica racconta una verità opposta. Non può esserci credibilità nel difendere le donne iraniane quando, in patria, si è lavorato sistematicamente per mettere i diritti femminili ai margini, smantellando garanzie storiche sulla salute riproduttiva e alimentando una retorica che calpesta la dignità delle donne. Il paradosso è brutale: un leader con un passato segnato da ombre profonde nel rapporto con il genere femminile pretende di ergersi a paladino di un movimento che fa dell’autodeterminazione il suo cuore pulsante. Ma il “patriarca” che decide dall’alto, che usa i diritti come strumento di propaganda e che mette la propria morale personale al di sopra della legge, è fatto della stessa sostanza di ciò che le iraniane combattono nelle piazze. Quando il potere assume questo volto, i diritti delle donne diventano la prima moneta di scambio in ogni trattativa. La voce delle iraniane, dunque, riguarda tutti noi: ci avverte che affidare la propria liberazione a chi ha calpestato i diritti in casa propria è un’illusione pericolosa. Perché le donne non sono una parentesi della storia. E ogni democrazia che le tratta come tali — o che delega il loro destino al “patriarca” di turno — ha già sancito il proprio fallimento morale e politico. -------------------------------------------------------------------------------- Leggi anche questo articolo del collettivo femminista e anticapitalista iraniano, curdo e afghano Roja: > Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le donne e la lezione iraniana proviene da Comune-info.
Il battito di una Roma che non si arrende
Messaggio di Lucha e Sista e Spin Time Esprimiamo tutto il nostro sostegno, complicità e vicinanza a Spin Time Labs, che costruisce politiche per l’abitare giuste ed eque, che produce possibilità abitative per tant3, che genera esperienze mutualistiche e di welfare all’interno di uno stabile che era stato inutilizzato e abbandonato da  troppo tempo. La minaccia di sgombero che pende su Spin Time è inaccettabile. Non è un atto burocratico, ma un attacco frontale a un’idea di città. Come Lucha y Siesta, sentiamo questa vicenda vibrare sulla nostra pelle: sono esperienze in risonanza, specchi di una necessità che si è fatta carne, desiderio e progetto. Conosciamo bene la storia della comunità di Spin time con la quale abbiamo condiviso alcuni percorsi, oltre che storie e biografie. Lucha y siesta nasce nella lotta per la casa, intuendo prima di altri che la violenza domestica è tale, in primis, per chi non ha una casa sicura in cui vivere lontano dalla violenza. Intuizione che ci spinge a praticare ancora oggi, dopo 18 anni,  percorsi autonomi sul diritto ad una vita libera dalla violenza che significa anche; Casa, Lavoro e Autodeterminazione. L’Urbe Sotto Assedio: Speculazione contro autogoverno Per anni, Lucha y Siesta e Spin Time hanno colmato il vuoto lasciato da una politica istituzionale miope e latitante. Una politica che ha preferito svendere pezzi di Urbe alla speculazione selvaggia per “fare cassa”, invece di investire in utilità pubblica. In questo paradigma distorto, il benessere di chi abita i territori non è mai un investimento, ma sempre e solo una “spesa”. Il cemento perciò ha cannibalizzato i quartieri, soffocando il verde pubblico e abbattendo alberi secolari per moltiplicare palazzine vuote. L’esempio del The Social Hub a San Lorenzo è emblematico: uno studentato di lusso, uno scrigno scintillante per pochi privilegiati, spacciato per “rigenerazione urbana”. È la stessa retorica che ha cancellato l’esperienza di Scup – Sport e cultura popolare, lasciando al suo posto solo le macerie di via della Stazione Tuscolana. La Tirannia del Mattone e l’Espulsione dei Corpi Alle “cattedrali nel deserto” e alle vele incompiute si è sommata la ferocia della gentrificazione. Roma si sta trasformando in un parco giochi per il turismo di massa: Sradicamento sociale: Gli affitti schizzano, le case vacanza proliferano, i dehors invadono ogni centimetro. Svendita del patrimonio: Nonostante il Comune e la Regione posseggano un terzo delle case in affitto, preferiscono venderle, come accade alla Garbatella. Espulsione coatta: Trastevere, San Lorenzo e il Pigneto sono già stati colonizzati. Chi sarà il prossimo? Per chi fugge dalla violenza patriarcale, trovare casa a Roma è diventato un miraggio. Se sei migrante o una soggettività non conforme alle norme eterocis, il miraggio diventa un muro. La Capitale è oggi una metropoli escludente che espelle chi è impoverit3. Mentre si inaugura la stazione metro Colosseo — magnifica, dorata, museale — fuori si consuma il dramma di s/famiglie e individualità che non possono più permettersi di vivere entro il GRA. Riacquistare autonomia dopo un percorso in un Centro Antiviolenza, in una casa rifugio o in una casa di semi-autonomia in questa Città significa troppo spesso essere costrette a lasciare il proprio quartiere, rinunciando spesso ai propri desideri, sradicando sé stesse e i propri figli dal quel tessuto sociale così importante per le reti di supporto amicali, relazionali, di vicinato, essenziali per il benessere e la sicurezza, quella vera fatta di mutualismo e giustizia sociale. Solidarietà a Spin Time significa allora difendere il diritto di abitare la città, rifiutando l’esilio nelle province dell’esistenza. E infine, vogliamo sottolineare l’importanza dello spazio come riappropriazione materiale e simbolica di soggettività politica. Lucha y Siesta si inserisce nel solco della storia dei femminismi che da sempre hanno cercato spazi fisici per radicare le proprie pratiche; luoghi fisici in cui poter sviluppare sperimentazioni organizzative, di pensiero, di attività, spazi che hanno saputo creare forme alternative di economie femministe, innovative rispetto al modello economico neoliberista. Lucha e le altre Case  femministe e transfemministe delle Donne* nel tempo hanno intessuto reti libere dal profitto e lo  sfruttamento risignificando de facto le parole Democrazia e Istituzione. Spazi materiali diventati beni comuni perché gestiti da comunità che mettono al centro le relazionalità e i desideri di chi se ne prende cura. Il materiale diventa simbolico e costruisce immaginari possibili. Verso la Città Femminista: Un’Alternativa al Dominio e alla solitudine Oggi, mentre lo scenario internazionale è scosso da venti di guerra e le tensioni geopolitiche rimettono al centro la legge del più forte, diventa urgente e vitale produrre uno scarto. Non possiamo permettere che la logica del conflitto e del profitto di pochi diventi l’unico alfabeto possibile della politica. La città femminista non è un’utopia estetica, ma una pratica materiale: è lo spazio che smette di essere merce per tornare a essere bene comune. È il luogo dove la politica sceglie deliberatamente di privilegiare la cura al posto del profitto, la prossimità al posto della gerarchia, il benessere collettivo al posto dell’accumulazione estrattiva. Mentre il mondo parla il linguaggio della sopraffazione, la città femminista risponde con il mutualismo. Rivendicare spazi come Lucha y Siesta e Spin Time significa affermare che la giustizia sociale è l’unica vera forma di sicurezza. Abbiamo bisogno di istituzioni che non si limitino ad amministrare l’esistente, ma che abbiano il coraggio di invertire la rotta: smantellare la tirannia del profitto per rimettere al centro i desideri e i corpi di chi la città la vive davvero. La città che vogliamo è quella che non espelle, ma trattiene; che non isola, ma connette. Una città dove la vita delle persone vale più del valore di mercato delle mura che le ospitano. Oggi, più che mai, la cura è un atto rivoluzionario. Desideriamo immaginare un altro modo di stare in città che permetta comunità vive e autodeterminate, libere dalla violenza e dal ricatto dell’esclusione > Assembela spin time L'articolo Il battito di una Roma che non si arrende proviene da Comune-info.
Dissonanza cognitiva e orizzonte secolare: pensare con due cervelli
-------------------------------------------------------------------------------- Una foto della mostra “Nel mirino della memoria” (ospitata in diverse città, in ottobre a Bari), con i disegni di Gianluca Costantini dedicati ai giornalisti uccisi a Gaza -------------------------------------------------------------------------------- Tristezza, rabbia, paura hanno segnato l’anno 2025: il genocidio è diventato parte di un panorama sinistro che la maggior parte degli umani segue con orrore senza poter fermare gli assassini sionisti. Il travolgente incalzare dell’onda trump-putinista sommerge la civiltà del diritto, e cancella sprezzante la compassione per il dolore altrui. Una dittatura militare dell’oligarchia razzista bianca, erede diretto del Ku Klux Klan, ha preso il sopravvento e non si vede alcuna forza capace di resisterle. Questo regime oligarchico-razzista si fonda sulla guerra e crollerà con la guerra, ma questa guerra non lascerà che le macerie di quel che fu la civiltà umana. ll diritto internazionale non è mai esistito. Nel 1953 le potenze coloniali europee, con l’aiuto della CIA, impiccarono il primo ministro iraniano, Mohammed Mossadeq, regolarmente eletto, e lo sostituirono con Reza Pahlavi. Quel che è cambiato è che allora, in nome del diritto, esisteva una forza capace di opporsi all’imperialismo occidentale: la forza del movimento anticoloniale, e del movimento operaio internazionalista. Quella forza non esiste più. È questo il punto su cui occorre concentrare l’attenzione, non il diritto internazionale: dov’è la forza, quale soggetto possiede la forza per sottrarsi allo sfruttamento schiavistico che il dominio nazi-liberale ha restaurato? La dittatura oligarchico-mafiosa della razza bianca declinante ha caratteri terminali, perché la razza bianca sta perdendo l’energia espansiva dell’epoca moderna, e non accetta il declino. Muoia Sansone con tutti i filistei è il suo motto. Il veleno biblico prevale sull’antidoto umanistico, illuminista e socialista che in epoca moderna tentò di salvare il genere umano. Mentre la potenza criminale Usa aggredisce il Venezuela, che per quanto ne sappiamo non produce droghe ma petrolio, la Meditomidine, una droga sterminatrice si sta diffondendo da Philadelphia. Gli esperti prevedono che si diffonda in tutto il territorio degli Stati Uniti. Il suicidio di quel popolo è inarrestabile perché la vita è orribile per la grande maggioranza di chi vive in quell’inferno. Ma il suicidio nord-americano ha carattere micidiale. Cominciamo a capire che il destino manifesto di quel popolo miserabile è terminare la vita intelligente sul pianeta terra. Non sappiamo quante decine di migliaia di persone stanno soffrendo nei lager allestiti per la più grande deportazione di tutti i tempi. Sappiamo che quelle misure violano in modo sistematico ogni principio costituzionale, ogni principio del diritto e ogni sentimento umano. Intanto Israele persegue il genocidio con tutti i mezzi: l’espulsione del personale delle ONG fa parte di un piano apertamente genocida. Vogliono ucciderli tutti, a uno a uno, e usano tutte le tecniche utili a questo scopo. Il genocidio sionista ha stabilito che la ferocia è la sola regolatrice dei rapporti interni alla razza umana. Nel 1957 lo psicologo Leo Festinger parlò di dissonanza cognitiva per definire una condizione nella quale l’esperienza smentisce le aspettative morali e le categorie percettive di cui disponiamo. Dissonanza è l’incompatibilità tra l’esperienza che ci aspettiamo di vivere e l’esperienza che stiamo in effetti vivendo. L’orizzonte (umanista, illuminista e socialista) in cui si formarono le nostre categorie interpretative, e soprattutto le nostre aspettative è svanito, e noi brancoliamo nella nebbia, a parlare di diritto, di legge, di futuro. Perciò ogni tentativo di resistenza sembra inadeguato, inefficace, gira a vuoto. Non c’è diritto, non c’è legge, non c’è futuro. C’è la forza scatenata contro l’umanità che non riconosce legge e prepara un futuro disumano dal quale è urgente disertare. Ma come? Dal momento in cui le condizioni materiali per l’espansione si sono esaurite, e l’accumulazione di capitale può continuare soltanto con la devastazione di quel che resta dell’ambiente e del cervello umano, il capitale, dominato dalla pulsione espansiva, ha iniziato a distruggere le condizioni di vivibilità dell’ambiente planetario, e ha sottoposto la mente collettiva a uno stress che l’ha resa incapace di ragionevolezza, di critica e di empatia. Diviene quindi necessario formulare l’ipotesi che l’orizzonte del secolo ventuno sia la terminazione del genere umano. Da questa ipotesi sorge la domanda: é possibile vivere felicemente in un orizzonte di terminazione? In teoria possiamo rispondere di sì: ogni essere umano ha sempre vissuto la sua esistenza in un orizzonte di terminazione, anche se ce lo siamo nascosto rimuovendo in modo sistematico la morte. Ma questo non ci ha impedito comunque di vivere felicemente pur sapendo che il nostro destino è l’estinzione. Senza dimenticare che l’inevitabile per lo più non accade perché l’imprevisto prevale, la domanda da porsi nell’ambito del prevedibile è la seguente: come vivere felicemente nel tempo della (inevitabile) terminazione? Se vogliamo essere abbastanza svegli da saper cogliere l’imprevisto, occorre allora pensare con due cervelli: il cervello dell’inevitabile e il cervello dell’imprevedibile. Il cervello di quello che sappiamo e il cervello di quello che non sappiamo. Il non sapere giudica il sapere: quel che ignoriamo è la potenza di cui disponiamo (quando l’ignoranza è consapevole di sé, e si fa coscienza dell’infinità del possibile). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO INTERVENTO DI RAUL ZIBECHI: > Siamo dentro una lunga tempesta -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dissonanza cognitiva e orizzonte secolare: pensare con due cervelli proviene da Comune-info.
Addio a Nogaro, compagno degli ultimi
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Siamo nella prima metà degli anni Novanta. Un gruppo di giovani sognatori decise di occupare il centro sociale all’Ex Macello di Caserta. E si trovò, al proprio fianco, una figura strana, inaspettata: il vescovo Raffaele Nogaro. Che, da allora, non ci ha più lasciato. Col tempo, Nogaro ci ha insegnato tanto, riassumibile in un unico, grande insegnamento: essere liberi. Aldilà del ruolo che si riveste, aldilà del vestito che si porta. Presente e animatore di mille battaglie in questo territorio, compagno degli ultimi. Ha ispirato le nostre lotte per il Macrico, ha spinto le tante battaglie antirazziste. E ha preso posizioni contro la guerra che hanno fatto storcere il naso a tante gerarchie, dentro e fuori la sua Chiesa. Il suo sorriso e la potenza del suo messaggio resteranno con noi. Sempre. [Centro Sociale Ex Canapificio di Caserta] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Addio a Nogaro, compagno degli ultimi proviene da Comune-info.
Dalla parte degli Inuit, dei cani, delle slitte
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Prima che ci sbilanciamo nelle fantasmagoriche visioni dei bombardieri statunitensi che colpiscono la Danimarca, facendo attivare l’articolo 5 della Nato e dunque, le contraeree europee contro gli stealth, e innescando così la rivoluzione mondiale (ho letto anche questo ve lo giuro), suggerisco sommessamente di dare un occhio a cos’è e com’è la Groenlandia. Una serie “leggera” su Netflix può essere utile, giusto per capire il “sentiment”: Borgen – il potere. Innanzitutto stiamo parlando di una terra abitata da 56.000 persone. Un normale quartiere di una città medio piccola italiana. Perché è danese nonostante sia geograficamente molto più vicina agli Usa e al Canada che a Copenhagen? Per via del colonialismo. Un lungo processo storico, dai Vichinghi alla colonizzazione norvegese e poi danese dal 1700, fa diventare la Groenlandia parte integrante del Regno di Danimarca nel 1953. Ha ottenuto un elevato grado di autonomia attraverso l’autogoverno (Home Rule) nel 1979 e il Self-Government Act nel 2009, ma la sovranità è danese su difesa e politica estera. Particolare importante, che credo faccia comprendere meglio quale possa essere una delle leve che The Donald potrebbe utilizzare per il successo della sua “negoziazione armata” o, come ho sentito definire per l’operazione militare speciale in Venezuela, per l’ “OPA ostile” (molto calzante secondo me come qualificazione): attraverso referendum nel 1982, i 50.000 cittadini della terra del ghiaccio scelgono l’uscita dalla Comunità economica europea che avverrà nel 1985. Quindi la Groenlandia a differenza della Danimarca, non fa più parte dell’Unione Europea, e ha cambiato il suo status in Territorio Speciale dell’Unione Europea, un territorio dipendente che ha una relazione speciale con uno stato membro dell’UE. Gli Stati Uniti sono stabilmente piazzati in Groenlandia dal 1951. In base al trattato di difesa stipulato con la Danimarca. La Pituffik Space Base (in passato Thule Air Base) è un’enclave amministrativa statunitense nel comune di Avannaata, nella Groenlandia settentrionale. Inizialmente erano censiti ufficialmente 235 militari, oggi sono qualche migliaio, ovviamente in aumento, nel quadro della centralità geostrategica dell’Artico, contesa dagli Usa con le altre due potenze imperiali, Russia e Cina. Quindi a me sembra che non occorra al nuovo Monroe del “baciami il culo”, scatenare guerre (quelle vanno bene se a morire sono soldati e popoli non occidentali) per sostenere “l’acquisizione “ della Groenlandia sotto un quadro “legale”. La lotta al narco-terrorismo qui è inutilizzabile, a meno che Trump non convinca il mondo che tutta quella distesa bianca non è ghiaccio ma coca congelata ( cosa anche possibile visti i tempi ). L’Opa ostile potrebbe essere incardinata a partire da un rinnovato afflato di spinta indipendentista groenlandese trasformato in volontà della maggioranza, bastano due decine di migliaia di persone, di affrancarsi definitivamente dal controllo danese, per poi diventare la 51ma stella sulla bandiera americana. D’altronde cosa ci vuole, pistola alla mano da una parte, e promessa di un reddito pro capite per i 56.000 dall’altra, tale da far vivere da nababbi per generazioni? “La vita è tutto un business” ha detto il Tycoon, quando descriveva la strategia adottata sul Venezuela, per ottenere un “chavismo ad amministrazione controllata”. E certo la ricompensa di 50 milioni di dollari messa sulla testa di Maduro, sembra che abbia contato eccome per organizzare la sua cattura. Tutto si compra, in Trumpworld. E quando mai il “commercio” non ha avuto a che fare con la “pistola”? Nel 1848 con il trattato di Guadalupe Hidalgo, gli Stati Uniti si comprarono, per 15 milioni di dollari di allora, la California dal Messico. E finì la Guerra messicano-americana. Pistola e soldi. E che dire della Louisiana, quarant’anni prima? Comprata dai francesi. Ecco c’è un piccolo particolare, insignificante per The Donald e quelli come lui: che dentro quelle terre, e anche in Groenlandia, ci sono delle persone, dei popoli, delle storie antiche. Gli Stati Uniti nascono dallo sterminio di chi abitava prima quelle terre, di chi ci era nato. L’ostacolo più grande per l’annessione della Groenlandia ad esempio, non sono certo i pusillanimi dell’Ue – un’entità che non esiste secondo Trump che la vuole smembrare attraverso le sue quinte colonne tra cui la proconsole di casa nostra. L’Europa non parla e se parla, come dice Massimo Cacciari, fa danni. Ma quei nativi organizzati per difendere la loro terra dal saccheggio minerario e di devastazione ambientale. Quello che c’è sopra quella terra, quello che è vivo, non interessa a Trump: il morto, ciò che giace sottoterra, è il desiderio necrofilo di questa grande politica del nostro tempo. E se quello che c’è sotto terra fosse vivo, beh si elimina. Si dice che Trump voglia stupire con effetti speciali su questo tema, il 4 di luglio. Indipendence Day, appunto. E noi? Dalla parte di quelli che Trump definisce “della slitta con i cani”. Dalla parte degli Inuit. Dei cani da slitta, delle slitte. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI AMADOR FERNANDEZ SAVATER: > L’impero del racket? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dalla parte degli Inuit, dei cani, delle slitte proviene da Comune-info.
In solidarietà con il popolo venezuelano
-------------------------------------------------------------------------------- Nelle prime ore del 3 gennaio 2026, le truppe degli Stati Uniti d’America (Usa) hanno invaso il territorio venezuelano, hanno bombardato diverse località del Paese e hanno rapirono il presidente e sua moglie. Gli Stati Uniti intendono così impadronirsi di un intero territorio, riavviando le guerre di conquista condotte dal Grande Capitale. Alla luce di questi eventi, condividiamo la nostra dichiarazione: 1. C’è un Paese aggressore, gli Stati Uniti, e un popolo sotto attacco, il Venezuela. 2. Il sistema non rispetta nemmeno le proprie leggi internazionali e i suoi pretesti per l’aggressione sono sempre più ridicoli, nascondendo il vero movente: il profitto. 3. Al di sopra dei governi e dei pregiudizi personali, sosteniamo il popolo venezuelano e offriamo la nostra solidarietà al meglio delle nostre capacità. [Ezln] Per aggiungere la tua firma: apoyo.venezuela.2026@gmail.com [Firme] -------------------------------------------------------------------------------- En solidaridad con el pueblo venuezuelano (Español) Deutsch Übersetzung (Alemán) Traduction en Français (Francés) Ελληνική μετάφραση (Griego) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo In solidarietà con il popolo venezuelano proviene da Comune-info.