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Epstein Fury e pedomachia
-------------------------------------------------------------------------------- Un angolo di via Mascarella, Bologna -------------------------------------------------------------------------------- Pedomachia è il nome dello sterminio dei bambini che Israele sta compiendo a Gaza. Mi dicono che la parola “pedomachia” sarà perseguibile quando l’onorevolissimo Gasparri sarà riuscito a far passare la sua legge che accusa di antisemitismo chiunque denunci la spietatezza propriamente nazista di uno stato che sembra nato dalla fantasia di Josep Mengele, e si chiama Israele. Mi dicono che il parlamento italiano stia votando una legge che vieta di scrivere che Israele è uno stato colonialista, fondato sull’apartheid ed intrinsecamente genocidario, e dunque non ha diritto all’esistenza. Poiché io l’ho scritto nel libro Pensare dopo Gaza che torna in libreria fra qualche giorno, avrei qualche ragione di preoccuparmi. Sequestreranno il libro, le autorità italiane, mentre inizia la più pericolosa delle guerre, quella in cui si scontrano i cristiano-sionisti dell’apocalisse Israelo-americana e i fanatici sciiti duodecimani che attendono il ritorno del Mahdi in premio del sacrificio finale? Sequestreranno il libro mentre nel Mediterraneo petroliere gigantesche sanguinano il loro liquido nero davanti alle coste libiche e a quelle kuwaitiane? Sequestreranno il libro mentre cadaveri galleggiano sulle acque che costeggiano il mar Mediterraneo? Saprei come rispondere. Risponderei che l’odio per gli ebrei che da millenni cova nel mondo cristiano sta riemergendo, ma non ha niente a che vedere con le parole contro cui legiferano gli eredi meloniani delle leggi razziali di Benito Mussolini. Non odia gli ebrei chi denuncia Israele come stato genocida. L’odio per gli ebrei risorge tra i nazionalisti bianchi, nelle file dei cappellini rossi con su scritto Make America Great Again, risorge nella destra cristiana degli Stati Uniti d’America. I padroni del mondo si sono serviti del finanziere sionista Jeffrey Epstein per le loro orge a base di bambine tredicenni. Non dovrebbe sorprenderci il fatto che per i cristiani del Ku Klux Klan questa è la prova di una voce che circola da millenni: gli assassini di Cristo mangiano bambini. Questo è l’antisemitismo che sta risorgendo, mentre esplode la resa dei conti, la guerra che oppone cristiano-sionisti e islamico-sciiti sullo sfondo delle fiamme che incendiano il mare e la terra. In questa guerra c’è un mistero che non riesco a spiegarmi: perché Trump ha deciso di imbarcarsi in questa guerra apocalittica invisa alla sua base e destinata a provocare conseguenze imprevedibili? All’infame Frederick Merz, Trump ha detto: “Stavamo trattando con questi lunatici, e mi son convinto che avrebbero attaccato per prima. Forse abbiamo forzato la mano di Israele…”. La domanda è: “Chi ha forzato la mano a chi?”. Il miracolo di Trump è stato mettere insieme nel MAGA due anime: quella dei cristiano sionisti, e quella dei cristiani antisemiti di ispirazione apertamente nazista. Trump ha vinto le elezioni perché Tucker Carlson, Nick Fuentes, e Marjorie Taylor Green hanno accettato di votare insieme ai sionisti e ai frequentatori dell’isola di Epstein. Ma adesso l’attacco all’Iran sta provocando la rottura fra queste due anime: Marjorie Taylor Green ha detto che il gruppo trumpista è un bunch of sick fucking liars (mucchio di fottuti malati bugiardi). Nick Fuentes, influencer nazionalista bianco ha scritto: “Trump said on Friday, ‘Soldiers are going to die.’ Okay, but who are they dying for? Who’s telling them to die? For what? Who’s decision is that? Is it the President elected by the people of the United States of America? Or is it the Prime minister of Israel?” Tucker Carlson, ispiratore di milioni di razzisti trumpisti ha dichiarato che l’attacco all’Iran: “Is “absolutely disgusting and evil” e ha suggerito che questa guerra avrà un effetto devastante sul movimento che sostiene Trump. Era prevedibile che la guerra avrebbe spaccato il fronte MAGA. Trump non poteva non saperlo. Allora perché ha deciso di seguire Israele nella missione apocalittica denominata Epic Fury che i nazi-americani hanno già ribattezzato Epstein Fury? Di quali informazioni dispone Israele per ricattare Donald Trump? Non è difficile immaginarlo. La rete Epstein non si limitava a fornire carne fresca agli orchi della finanza e della politica occidentale, ma accumulava informazioni utili per ricattare e costringere il presidente statunitense a partecipare a una guerra che, se non mi sbaglio, è destinata a trascinare il pianeta nella guerra terminale. Ma c’è ancora qualcuno che crede che Epstein si sia suicidato? Il medico legale che fece l’autopsia disse che le fratture alla base del collo non suffragano l’ipotesi del suicidio. E allora: chi ha ucciso Jeffrey Epstein? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Epstein Fury e pedomachia proviene da Comune-info.
March 6, 2026
Comune-info
I movimenti e il no di Sánchez
-------------------------------------------------------------------------------- Poche volte le grandi manifestazioni hanno cambiato il mondo. Non ci riuscirono nell’immediato quelle del 15 febbraio 2003 contro la guerra in Iraq. Tuttavia, quella data resta importante per i movimenti sociali per ciò che ha seminato in profondità: mai nella storia dell’umanità milioni di persone hanno manifestato contro la guerra contemporaneamente in tutto il mondo. L’elenco delle città – 793 – che hanno partecipato a quella straordinaria protesta è ancora archiviato qui. Nella foto, la maglietta diffusa dal settimanale Carta (un anno dopo quell’evento) con il disegno di Pablo Eucharren -------------------------------------------------------------------------------- Pedro Sánchez riassume il suo gesto di sfida all’amministrazione Trump in quattro parole: “No a la guerra“. È prima di tutto uno schiaffo al Partido Popular, in ricordo di Aznar sull’isola delle Azzorre, frangetta al vento, tramando con Bush e Blair la guerra che sarebbe tornata con un terribile boomerang l’11 marzo 2004 a Madrid (quel giorno alcuni attentati terroristici coordinati hanno devastato il sistema ferroviario locale durante l’ora di punta mattutina provocando la morte di 193 persone, ndr). Ma per me significa anche un’altra cosa: il dono lasciato dalle mobilitazioni del 2003 nella società spagnola e in molti altri paesi, le prime che ho vissuto che hanno straripato ampiamente e felicemente i nuclei di militanza radicale autonoma e di sinistra dove io partecipavo. Un dono, un’impronta, uno “spirito”. È un luogo comune screditare la politica di strada perché “è effimera” e “non tocca il potere“, eppure ventitré anni dopo ricordiamo il no alla guerra perché ha fatto un segno sulla sensibilità collettiva, tra ciò che è tollerato e ciò che non lo è. Una marca che dura ancora. Di fronte ai “realisti della politica” che pensano, in sintesi, che l’unica cosa che ha reale esistenza è il potere, contestarlo, prenderlo, esercitarlo e difenderlo, c’è una politica di strada che pensa con un’altra logica: fare ostacolo, essere ostacolo, ostacolare. E non si tratta di un gesto puramente negativo, perché creare ostacolo muove i corpi, attiva gli affetti, innamora gli immaginari, e lascia nel corpo collettivo segni che si riaprono nel momento meno pensato. Dire no alla guerra dalla presidenza del governo non è la stessa cosa che dirlo dalla strada. Ma la politica di strada deve essere astuta, non purista o moralista. Se qualche “principe” vuole brandire i suoi slogan, va bene, ma che se la giochi e faccia qualcosa – e questo vale sia per Pedro Sanchez che per Podemos. La questione è “non credere” nel potere, continuare a distanza, pensando con un’altra logica, quella dell’ostacolo, affidandoci alla potenza della strada per imporre limiti, cambiare atmosfere, lasciare impronte e segni. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I movimenti e il no di Sánchez proviene da Comune-info.
March 6, 2026
Comune-info
Boicotta i mondiali di calcio
PROBABILMENTE MAI COME IN PASSATO C’È CHI PROPONE DI BOICOTTARE LA PROSSIMA COPPA DEL MONDO DI CALCIO IN PROGRAMMA TRA UNA DECINA DI SETTIMANE IN USA, CANADA E MESSICO. C’È CHI PROTESTA PER LA VIOLENZA DI WASHINGTON CONTRO I MIGRANTI, CHI PER LA QUESTIONE GREONLANDIA, CHI PER LE GUERRE SCATENATE NEL MONDO, MA ANCHE CHI, NEI PIANI PIÙ BASSI DELLA SOCIETÀ, DENUNCIA IL FURTO D’ACQUA E LA GENTRIFICAZIONE INTENSIFICATI IN DIVERSI QUARTIERI DI CITTÀ DEL MESSICO -------------------------------------------------------------------------------- Gli abitanti di Santa Úrsula Coapa hanno organizzato proteste anti-Mondiali di fronte allo Stadio Azteca, denunciando il furto d’acqua e la gentrificazione che, hanno raccontato, si sono intensificati in vista dei Mondiali del 2026 (che si disputeranno in giugno e luglio, per la prima volta in tre paesi: Usa, Canada e Messico, ndt). La protesta è cominciata nelle strade della città con striscioni e slogan come “Boicottaggio totale dei Mondiali” e “Vogliamo una casa, non ci importa niente dei Mondiali”. Durante la manifestazione, i partecipanti hanno invitato altri residenti a unirsi al movimento con frasi come “Il vicino consapevole si unisce al contingente”. Nell’ambito della protesta, si sono tenute delle “Partite di calcio anti-FIFA” sulla Calzada de Tlalpan, dove un campo improvvisato è stato dipinto per piccole partite di calcio di fronte allo stadio. I giocatori hanno detto di usare lo sport come forma di protesta e per difendere il loro territorio. Attraverso il calcio, i partecipanti hanno condannato l’espansione del turismo, che, hanno spiegato, minaccia lo sfollamento delle comunità e la mercificazione dello spazio. “Non permetteremo la continua mercificazione delle terre indigene”, hanno detto. In Messico, lo Stadio Azteca sarà la sede principale della Coppa del Mondo 2026, un evento che ha generato aspettative di aumento del turismo e dello sviluppo immobiliare nella parte meridionale della capitale. I residenti sostengono che queste trasformazioni antepongono gli interessi economici al diritto all’acqua, alla casa e al diritto di rimanere sulla propria terra. Qui il fotoreportage pubblicato da Desinformemonos. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Boicotta i mondiali di calcio proviene da Comune-info.
March 5, 2026
Comune-info
Trump, il glifosato come arma di guerra
UN NUOVO ORDINE ESECUTIVO DI TRUMP – APPROVATO MENTRE VENIVANO LUCIDATE LE BOMBE DA SCAGLIARE CONTRO BAMBINE E BAMBINI IN IRAN – HA DICHIARATO IL PESTICIDA GLIFOSATO E IL FOSFORO ELEMENTI DI SICUREZZA NAZIONALE. IL LORO ACCESSO E LA LORO PRODUZIONE SONO ORA UNA QUESTIONE MILITARE: DI FATTO VIENE GARANTITA LA CONTINUITÀ D’USO, MALGRADO SIANO PROLIFERATI GLI AUTOREVOLI STUDI CHE DIMOSTRANO I NUMEROSI RISCHI E DANNI CAUSATI DAL GLIFOSATO. LA MULTINAZIONALE BAYER RINGRAZIA pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Il 18 febbraio 2026, un nuovo ordine esecutivo di Trump ha dichiarato il pesticida glifosato e il fosforo – un componente cruciale dei fertilizzanti sintetici – elementi di sicurezza nazionale, trasformando così il loro accesso e la loro produzione in una questione militare e mirando a garantirne la continuità d’uso. Questo è un aspetto rilevante anche nel contesto dell’attacco imperialista all’America Latina con la rinnovata Dottrina Monroe. Questo provvedimento è stato concepito principalmente a beneficio della multinazionale Bayer, che ha dovuto affrontare forti critiche per l’uso di questo agrochimico e delle colture geneticamente modificate ad esso associate, fin da quando l’OMS lo ha dichiarato cancerogeno nel 2015. Bayer si è dedicata a denigrare e attaccare gli scienziati dell’OMS che hanno partecipato a quello studio, così come giornalisti e analisti critici, pagando allo stesso tempo scienziati per produrre studi che negassero l’elevato rischio del glifosato. Ciononostante, dal 2015 sono proliferati studi che dimostrano sempre più i rischi e i danni causati dal glifosato, come danni neurologici e danni al microbiota di esseri umani, animali domestici e api. Nel giugno 2025, un progetto che includeva una revisione completa di studi scientifici ha dimostrato che, anche alle dosi consentite da diverse normative, questo agrochimico è stato associato a molteplici forme di cancro (https://tinyurl.com/z7fyhefx). Un’altra battuta d’arresto per Bayer si è verificata nel dicembre 2025, quando è stato rivelato che una prestigiosa rivista scientifica aveva ritirato uno studio sul glifosato ampiamente citato dalle autorità di regolamentazione, a causa della parzialità e della mancanza di rigore degli autori, che erano stati anche pagati da Monsanto (https://tinyurl.com/243m2d5t). Bayer, l’attuale proprietaria di Monsanto, ha dovuto affrontare quasi 200.000 cause legali dal 2018 da parte di vittime di cancro legate all’uso del glifosato in agricoltura e giardinaggio. Le cause sostengono che Monsanto fosse a conoscenza dell’elevato rischio del glifosato, ma abbia nascosto i fatti e non abbia avvisato i consumatori sulle sue etichette, un fatto documentato in tribunale con migliaia di documenti presentati da diversi dei ricorrenti iniziali. Dopo aver perso diverse cause di alto profilo, Bayer ha raggiunto un accordo extragiudiziale con numerosi gruppi di ricorrenti, sostenendo costi per circa 12 miliardi di dollari fino al 2025. Decine di migliaia di cause legali rimangono pendenti e il numero continua a crescere. Nel dicembre 2025, Trump ha sostenuto Bayer davanti alla Corte Superiore di Giustizia, esortando la corte a sostenere la tesi di Bayer davanti alla Corte Suprema, secondo cui solo la legge federale può disciplinare l’agrochimico e che la possibilità di citare in giudizio le aziende sulla base delle leggi statali dovrebbe essere eliminata. Ciò è avvenuto perché l’agenzia federale EPA (Environmental Protection Agency) aveva dichiarato che i rischi del glifosato non erano gravi, contrariamente alle prove disponibili e grazie a rapporti discutibili con le aziende. Questa parzialità è stata denunciata da diverse organizzazioni, ma l’EPA non ha cambiato posizione. Le cause legali contro Bayer-Monsanto si basavano principalmente sulle normative degli Stati in cui vivono le vittime e sono state regolate dalle prove presentate nel caso. La manovra di Trump mira a impedire che vengano intentate nuove cause legali e a impedire che prove cruciali vengano prese in considerazione, non solo nel caso Bayer, ma potenzialmente in molti altri casi di aziende inquinanti (https://tinyurl.com/ytu7hec2). Il nuovo ordine sul glifosato è inoltre in contrasto con i principi del movimento Make America Healthy Again (MAHA), che include molte madri con famiglie affette da malattie croniche negli Stati Uniti ed è guidato da Robert F. Kennedy Jr., Segretario della Salute e dei Servizi Umani di Trump. L’ordine della scorsa settimana contraddice tutto ciò che MAHA ha dimostrato e quanto lo stesso Kennedy Jr. ha precedentemente affermato, nonostante abbia ora dichiarato il suo sostegno alla nuova politica. Ciò conferma ciò che molti critici hanno sottolineato su MAHA: si tratta di un cavallo di Troia per riconquistare al trumpismo milioni di persone affette da malattie croniche, intossicazione, obesità e altri problemi di salute. Per il Messico e l’America Latina, questo ordine esecutivo rappresenta anche una minaccia volta a bloccare o impedire iniziative volte a limitare e vietare il glifosato. È anche un ordine che impone agli interessi di Bayer e di altre multinazionali agroalimentari di avere la precedenza sulla salute e l’ambiente dei nostri Paesi, poiché sono considerati parte della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Un altro giro di vite per promuovere le palesi imposizioni imperialiste che caratterizzano questa fase del trumpismo. Insieme ad altre azioni violente e forum convocati dall’amministrazione Trump nel 2026 – come il forum sui minerali strategici e l’accordo Pax Silica (https://tinyurl.com/38wzu8p2) – Trump chiarisce che utilizzerà tutti i mezzi dello Stato, inclusa la forza militare, per promuovere gli interessi delle grandi aziende e degli individui più ricchi, che sono coloro che governano il suo Paese. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Trump, il glifosato come arma di guerra proviene da Comune-info.
March 5, 2026
Comune-info
Gaza nel silenzio del mondo
-------------------------------------------------------------------------------- Una cucina popolare della Striscia di Gaza (sostieni il progetto) -------------------------------------------------------------------------------- Mentre il Medio Oriente brucia, Gaza resta invisibile agli occhi del mondo. La sua popolazione, già assediata da anni, paga il prezzo di guerre che non ha scelto e di politiche di occupazione che rendono la vita quotidiana un inferno costante. La guerra è finita in Palestina dice l’aspirante premio Nobel per la pace. Finita perché non ne sappiamo più nulla. Perché hanno spento i riflettori e l’hanno lasciata in mano al governo di Israele e soprattutto ai suoi coloni. Ed è così che i valichi vengono di nuovo chiusi, gli aiuti sospesi, il passaggio dei civili e delle ambulanze bloccato: due milioni di persone si ritrovano assediate, affamate, isolate. Il diritto internazionale reso carta straccia. Non ci sono sirene, non ci sono rifugi, non ci sono allarmi: ogni missile, ogni detonazione diventa una minaccia diretta per chi non ha mezzi di autodifesa. Negare misure di protezione significa violare il principio fondamentale di tutela della vita dei civili, indipendentemente dalle contingenze belliche. Le conseguenze sono drammatiche. La carestia, la malnutrizione, le morti per fame o freddo sono ancora all’ordine del giorno, mentre raid e violenze continuano a mietere vittime tra uomini, donne e bambini. I neonati muoiono per mancanza di cibo, i villaggi vengono attaccati dai coloni paramilitari, gli ospedali e le strade rimangono isolati dai checkpoint. Anche il diritto alla preghiera viene limitato: la moschea di al-Aqsa resta chiusa, percepita dai fedeli come simbolo di controllo e oppressione. La politica dell’occupazione trasforma il territorio in un recinto di sofferenza, dove la vita dei civili diventa sacrificabile per proteggere altri territori o interessi. Ogni escalation esterna – il duello balistico tra Tel Aviv e Teheran – sposta l’attenzione internazionale, rendendo invisibile la punizione collettiva che prosegue silenziosa. L’ingiustizia non è più straordinaria: è diventata routine. Milioni di persone vivono nella povertà, senza cure, senza casa, esposte alle conseguenze delle scelte di chi detiene il potere. Ciò che succede in Palestina è lo stesso meccanismo che, in scala minore, troviamo ovunque l’indifferenza governa la vita degli altri. È così anche in Italia, ormai lo sappiamo. Forse sarebbe necessario un risveglio collettivo e dovremmo ricordare che la nostra Costituzione non è un testo da ammirare a distanza: ripudia la guerra, tutela la dignità della persona, e richiede responsabilità verso chi è più vulnerabile. Guardare Gaza significa guardare noi stessi e misurare la nostra capacità di agire, di difendere i principi che abbiamo scelto come società. Non possiamo distogliere lo sguardo: ogni volta che lo facciamo, lasciamo che l’ingiustizia continui, e che la dignità dei più deboli venga calpestata. Dobbiamo ricordare all’Europa che per questo era nata. Scrive la poetessa e saggista palestinese Fadwa Tucan) in “Basta che io resti”: “Resterò qui. E nel mio cuore coltiverò il grano della speranza. Anche se il vento urla e la notte si addensa, resterò“. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Gaza nel silenzio del mondo proviene da Comune-info.
March 4, 2026
Comune-info
Si scagliano contro un carnevale popolare
CHISSÀ COSA AVREBBE PENSATO UN MARZIANO ATTERRATO SULLA TERRA IL 2 MARZO, DANDO UN’OCCHIATA AL SITO DEL PRINCIPALE PARTITO DI GOVERNO. TRA I TRE ARTICOLI APPARSI NELLA HOMEPAGE DI FRATELLI D’ITALIA QUEL GIORNO, UNO ERA DEDICATO AD ALCUNE MASCHERE COLORATE CON LE TEMPERE. NON UNA CRISI INTERNAZIONALE, NON UN DOSSIER ECONOMICO, NEANCHE SANREMO: MASCHERE DI CARNEVALE. LA DESTRA HA URLATO CONTRO GLI SPAZI SOCIALI DI REGGIO EMILIA, COLPEVOLI DI AVER PROMOSSO UN CORTEO DI CARNEVALE IN CUI È COMPARSA UNA “GHIGLIOTTINA” – SIMBOLO DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE E DELLA POSSIBILITÀ STORICA DI METTERE FINE AL POTERE ASSOLUTO DEI RICCHI SUI POVERI – CHE SE LA PRENDEVA CON I VOLTI DISEGNATI DEI “RE” ATTUALI CHE METTONO A RISCHIO LE VITA DI MILIONI DI PERSONE, DA TRUMP A NETHANYAU, PASSANDO PER ORBAN, PUTIN E MELONI. DAL PARTITO DELLA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO SONO ARRIVATE ACCUSE E CONDANNE, COME SE TRA CORIANDOLI E STELLE FILANTI SI FOSSE CONSUMATO UN ATTENTATO ISTITUZIONALE. E COSÌ, IN UN’ITALIA ATTRAVERSATA DA TENSIONI SOCIALI, GUERRE ALLE PORTE DELL’EUROPA E CRESCITA DELLA POVERTÀ, IL DIBATTITO POLITICO SI È RITROVATO A RUOTARE ATTORNO AD ALCUNE SAGOME DI CARTONE. “QUANDO SI PARLA DI VIOLENZA BISOGNA RECUPERARE IL SENSO DELLA MISURA, DISCERNERE DA CIÒ CHE È FINTO E CIÒ CHE È REALE – SI LEGGE NEL BLOG DEGLI SPAZI SOCIALI DI REGGIO EMILIA – DA UNA PARTE UN PARTITO DI GOVERNO E VARI PROGETTI DI GOVERNO, VERI E REALI, DALL’ALTRA UNA MASCHERA COLORATA CON LE TEMPERE, PORTATA DA PERSONE CON PASSAMONTAGNA FATTE ALL’UNCINETTO…” -------------------------------------------------------------------------------- Il 28 febbraio più di mille persone si sono trovate nei parchi e per le vie della prima periferia di Reggio Emilia in occasione del Carnevale Popolare; una grande giornata di festa capace di sprigionare la primavera attraverso musica, danza e creatività collettiva. Fratelli d’Italia dalla pagina nazionale, ha deciso di attaccare la società reggiana e gli Spazi sociali di Reggio Emilia che sono scesi in strada, con una polemica ridicola e strumentale a partire da una delle attrazioni simboliche della mascherata di quest’anno: la ghigliottina, simbolo della rivoluzione francese e della possibilità storica di mettere fine al potere assoluto dei ricchi sui poveri. Questo partito e la destra che governa trova più comoda una polemica fumosa, che dover rispondere della carneficina sociale prodotta dalle sue politiche su casa, sanità, lavoro e sicurezza. Il carnevale è culturalmente e tradizionalmente ribaltamento dei rapporti sociali, è esagerato e caricaturale perché mostra il rovesciamento dei rapporti di forza. È finto, laddove invece autoritarismo, povertà, sfruttamento e bombe sono invece drammaticamente vere. Alla ghigliottina abbiamo messi i volti dei “Re” che in questo momento stanno mettendo a rischio le nostre vite, il Governo Meloni, Trump, Nethanyau Orban, Putin ecc. Abbiamo reciso idealmente il potere di tutti coloro che stanno sottraendo ciò che è rimasto della democrazia con un progetto di società sempre più autoritario, gettandoci in un contesto di guerra globale. Quando si parla di violenza bisogna recuperare il senso della misura, discernere da ciò che è finto e ciò che è reale. Da una parte un partito di governo e vari progetti di governo, veri e reali, dall’altra una maschera colorata con le tempere, portata da persone con passamontagna fatte all’uncinetto, per denunciare i governi che stanno compiendo genocidi, con armi che non sono fatte con la cartapesta. Questa ghigliottina si inserisce anche in un contesto più ampio, di una parte di società che si sta organizzando verso e oltre il 28 marzo, quando si svolgerà una grande mobilitazione internazionale che prende spunto dal movimento “No Kings” negli stati uniti e che vedrà una grande manifestazione a Roma contro i Re e le loro guerre, in contemporanea con città come Londra e Minneapolis. Un percorso a cui i spazi sociali di Reggio Emilia partecipano e a cui invitano tutte e tutti a costruire insieme. Lungo il colorato e rumuroso corteo di carnevale c’erano anche tante altre maschere come una grande testa di Medusa, che con il suo sguardo austero dice “Blocchiamo tutto!” come hanno affermato i due scioperi generali dell’autunno in cui milioni di persone hanno bloccato la circolazione per fermare il genocidio in corso; un bruco lungo diversi metri dei colori della Palestina, in cerca della sua metamorfosi in farfalla; un grande fuoco di cartapesta che scioglie un cubo di ghiaccio, portato dalla principessa Elsa, per dare risonanza alla mobilitazione contro le violenze di ICE negli USA. Come si legge in Storia della gioia collettiva della femminista Barbara Ehrenreich: “Quale fosse la categoria sociale in cui eri stato inquadrato – maschio o femmina, ricco o povero – il Carnevale ti offriva l’occasione di evaderne”. Così è stato anche in questa quinta edizione del Carnevale popolare di Reggio Emilia, in cui abbiamo per un attimo respirato, ribaltando per un attimo il mondo. Citando Shakespeare: “Oh gentiluomini, il tempo della vita è breve! Trascorrere questa brevità nella bassezza sarebbe cosa troppo lunga. Se viviamo è per camminare sulla testa dei Re”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Si scagliano contro un carnevale popolare proviene da Comune-info.
March 4, 2026
Comune-info
Violenza epistemica
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- La massima potenza militare sul pianeta è concentrata nelle mani di un uomo che l’8 gennaio scorso ha dichiarato al New York Times, senza alcun pudore o ipocrisia, di non aver bisogno del diritto internazionale perché i suoi poteri sono limitati solo dalla sua morale personale e dalla sua mente. Per quanto riguarda la moralità di Donald Trump, al netto dei 34 capi di imputazione per i quali è stato giudicato colpevole nel proprio Paese che ne fanno formalmente un presidente criminale, i confini interni sono definiti dalla melma che eruttano i files di Epstein che lo coinvolgono; i confini esterni dalla complicità attiva con il criminale di guerra e contro l’umanità Benjamin Netanyahu. Per quanto riguarda la sua mente, rimando all’ottima ricognizione delle diagnosi che ne ha fatto Oliviero Ponte di Pino su Doppiozero (Trump e gli psichiatri). A quattro giorni dall’anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, nel quale tra i governi europei si sono sprecate le formule di rito su “l’aggressore e l’aggredito” che sostiene armi e sanzioni contro il primo, Netanyahu e Trump hanno aggredito militarmente e congiuntamente l’Iran, un paese sovrano, uccidendo anche la massima autorità politico-religiosa, producendo una “violazione clamorosa della norma fondamentale della Carta delle Nazioni unite” – come scrive il giurista Luigi Ferrajoli (il manifesto, Il crollo della ragione e del diritto) – che ci pone “di fronte al crollo del diritto internazionale”. Sostituito dalla logica brutale della violenza, senza alcuna mediazione. Si tratta della torsione mafiosa delle relazioni internazionali, come avevamo visto anche poche settimane fa con l’aggressione Usa al Venezuela e il rapimento del suo presidente, e confermato con il comitato d’affari per la razzia delle terre palestinesi, radunato sotto il nome di copertura di Board of peace. Ma rispetto alla nuova catastrofe della guerra all’Iran, la reazione dell’Unione e dei governi europei è stata afasica, incapace – tranne il governo spagnolo – di esprimere la minima condanna, ma ingaggiata nell’eterna retorica della lotta del bene (i “nostri”, a prescindere) contro il male (tutti gli “altri”, a prescindere), a qualunque costo e contro qualsiasi evidenza. Fino a condannare piuttosto la risposta iraniana, mentre i governi inglese, tedesco e francese sono pronti a collaborare all’aggressione. Un esempio da manuale di “violenza epistemica” – come definita dalla filosofa Roberta De Monticelli in Umanità violata, in riferimento alla complicità con il genocidio israeliano dei palestinesi – contro le opinioni pubbliche: “Una violenza che non uccide la vita del corpo, ma quella della mente: spegne la luce delle ragioni, strozza l’ansia di verità, riduce il linguaggio a una orwelliana amministrazione di conformismi e tabù e decapita il polo dell’idealità, ghigliottinando la mente delle persone”. La violenza epistemica ripete oggi il mantra della “guerra preventiva” – rispolverata dalle aggressioni di George W. Bush all’Afghanistan e all’Iraq, che hanno generato catastrofi umanitarie e terrorismi dilaganti – nei confronti del programma nucleare iraniano, che ricorda le inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, ingannando il tavolo di trattative in corso a Ginevra. Come ha evidenziato l’Ican (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons), “questi attacchi sono del tutto irresponsabili e rischiano di provocare un’ulteriore escalation, aumentando il pericolo di proliferazione nucleare e l’uso di armi nucleari. L’azione militare non è una soluzione praticabile né duratura per prevenire la proliferazione nucleare”. Ma la prevenzione della proliferazione non è l’obiettivo degli Usa né di Israele, che non vogliono minimamente rinunciare alle proprie testate nucleari, tanto meno aderire al Trattato che le rende illegali, solo non avere nuovi concorrenti nella cupola atomica. L’altra narrazione ricorrente nella violenza epistemica giustificatrice della violenza delle bombe, se sganciate dai “buoni”, è quella della guerra per la liberazione delle donne iraniane, che – oltre ad essere un ossimoro, sia in sé che in relazione ai due soggetti “liberatori” – si è subito infranta nel bombardamento della scuola primaria femminile Shajaba Tayyiba nella città di Minab, nel sud dell’Iran, avvenuto già nella mattina di sabato 28 febbraio, dove si contano ad oggi almeno 165 giovanissime vittime e 96 feriti (fonte: Il Sole 24 Ore), nel sito verificato dalla Cnn. Un’interpretazione quantomeno distorta del principio “Donna, vita e libertà” del movimento di lotta iraniano. Le ragioni storiche dell’aggressione militare per Trump stanno, invece, nella ricchezza petrolifera dell’Iran – terzo al mondo per quantità di riserve, dopo il Venezuela, appunto, e l’alleata Arabia saudita – e per il governo israeliano nell’essere il vero ostacolo alla realizzazione della Grande Israele, dal Nilo all’Eufrate, più volte rivendicata da Netanyahu. Le ragioni prossime sono i rispettivi sondaggi elettorali che hanno bisogno, per entrambi i criminali, di una vittoria militare per provare a cambiare di segno e allontanare il carcere. La violenza epistemica contro di noi è solo la fornitura delle coperture ideologiche per nascondere le verità dietro la violenza esplicita contro i “nemici”. Per questo Gandhi chiamava la nonviolenza “forza della verità”, ossia fermezza nel disvelamento della menzogna: ma già questo richiede coraggio, che di questi tempi è virtù assai rara. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su un blog del fattoquotidiano.it e qui con l’autorizzazione dell’autore -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Violenza epistemica proviene da Comune-info.
March 2, 2026
Comune-info
Abbiamo già visto dove porta questa strada
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Dove l’abbiamo già vista questa guerra? L’escalation militare di queste ore tra Iran, Israele e Stati Uniti riapre una ferita che conosciamo fin troppo bene. Il parallelo con il 2003 e l’invasione dell’Iraq non è solo retorica. Ancora una volta si parla di “attacco preventivo”, ancora una volta si evoca – più o meno esplicitamente – il cambio di regime come soluzione. E ancora una volta si mette in moto una spirale che rischia di incendiare un’intera regione. La guerra regionale non è una fatalità, è una scelta politica. Una scelta che affonda le sue radici in una visione di potenza e dominio che, nel nome della sicurezza (di chi?) produce instabilità permanente. Lo abbiamo già visto in Iraq, in Siria, in Libia, in Afghanistan. Interventi esterni che hanno distrutto interi paesi e popolazioni, indebolito i processi civili, soffocato le trasformazioni dal basso. Oggi assistiamo a contraddizioni drammatiche: in Iran e nelle diaspore c’è chi esulta per la morte della Guida Suprema, chi la piange, chi resta attonito. Ma eliminare figure apicali non significa smantellare un sistema politico pervasivo che dura da quasi cinquant’anni. Significa esporre milioni di persone a sofferenze imprevedibili oltre a negarne completamente l’autodeterminazione. Come organizzazione che lavora nella regione da oltre trent’anni, condanniamo con forza questa nuova avventura militare promossa dall’asse Usa-Israele. È una scelta che indebolisce drammaticamente i percorsi di emancipazione e cambiamento dal basso, gli stessi che nel 2011 e nel 2019 avevano animato le primavere arabe contro autoritarismi e ingiustizie. I diritti non si esportano con i bombardamenti. Le democrazie non nascono dalle macerie. Allo stesso tempo stigmatizziamo la narrazione mediatica dominante, che ripete acriticamente la formula dell’“attacco preventivo” e fatica a pronunciare parole semplici e necessarie: bambine, civili, famiglie. In queste ore si parla genericamente di “vittime” in una scuola femminile colpita in Iran, ma il bilancio terribile racconta di oltre cento bambine uccise. Le parole contano. Denunciamo anche l’irrilevanza politica dell’Italia in questo scenario, ridotta a strumento logistico di una guerra non discussa né deliberata pubblicamente. Le basi sul territorio italiano, come Sigonella, non possono e non devono essere utilizzate per alimentare il conflitto regionale. La nostra preoccupazione è massima per i Paesi in cui operiamo e con cui lavoriamo ogni giorno: oltre l’Iran e le monarchie del Golfo, la crisi sta già coinvolgendo il Libano e l’Iraq. E mentre l’attenzione internazionale si concentra su questo nuovo fronte, a Gaza e in Cisgiordania si intensificano le violenze dei coloni israeliani e le operazioni militari. Il rischio è che una guerra oscuri l’altra, moltiplicando l’impunità. Condividiamo alcune testimonianze raccolte in queste ore. IRAN Una nostra attivista iraniana della diaspora, da sempre critica verso il regime di Teheran, ci racconta la complessità di queste ore: «Sto vivendo sentimenti contrastanti. La società iraniana è molto più complessa di come viene descritta in Occidente. C’è chi festeggia, chi è in lutto, chi ha paura. Ma non è “eliminando” le alte cariche religiose e militari che si smantella un sistema radicato in cinquant’anni. Il rischio è di precipitare in uno scenario di instabilità senza fine, come in Iraq o in Siria. E intanto le vittime sono civili. Sono già tantissime. Sono bambine.» IRAQ Un nostro collega iracheno racconta: «Ero seduto in un bar quando due razzi sono passati sopra le nostre teste. Tutti nel panico. Mia moglie mi ha chiamato, terrorizzata. La guerra porterà solo morte e collasso. In Iraq non vogliamo assolutamente un altro conflitto. Quello che sta accadendo è una violazione del diritto internazionale: distruzione di infrastrutture, intimidazione dei civili. A tutte le parti coinvolte: fermate immediatamente i bombardamenti. Dobbiamo imparare dalle guerre che abbiamo già sopportato. L’Iraq e il suo popolo meritano pace». LIBANO Dal Libano ci arrivano notizie drammatiche. Dopo il lancio di razzi dal sud verso Israele, la risposta dell’esercito israeliano ha colpito il sud del Paese e i quartieri meridionali di Beirut. Decine di civili sono rimasti uccisi insieme a esponenti di Hezbollah. Le autostrade sono state immediatamente prese d’assalto da famiglie in fuga. La nostra collega Zaynab, che vive nel sud, è scappata nella notte sotto shock, impiegando ore per raggiungere un’area più sicura nel Monte Libano. I partner locali, come l’organizzazione Amel, hanno parte dello staff bloccato nel sud in attesa di evacuazione. Un comunicato israeliano ha intimato l’evacuazione totale di 53 villaggi (!) nel sud, mentre i bombardamenti continuano. A Beirut e in altre aree del Paese sono stati riaperti rifugi per accogliere le famiglie sfollate. Lo scenario evoca quello del 2024, con il timore di un’operazione israeliana di terra. Una delle scuole sostenute dal nostro progetto Qalam è stata dichiarata rifugio per sfollati. Stiamo conducendo valutazioni rapide per rispondere all’emergenza. Un Ponte Per condanna con fermezza l’escalation militare in atto e ogni strategia di guerra volta a ridisegnare equilibri politici con la forza. Condanniamo inoltre il disinteresse totale verso il diritto internazionale, ormai ridotto a carta straccia. Avevamo costruito gli strumenti giuridici per evitare l’onnipotenza della legge del più forte e oggi questi strumenti sono quanto mai calpestati. Chiediamo la fine dell’uso strumentale dei territori e delle popolazioni come teatri di guerra per interessi imperialistici e coloniali. Le persone con cui lavoriamo – attiviste, insegnanti, operatori sanitari, comunità locali – chiedono una cosa semplice: vivere in pace, senza essere pedine di conflitti che non hanno scelto. Abbiamo già visto dove porta questa strada. Non possiamo accettare che la storia si ripeta, ancora una volta. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Le bambine in una scuola elementare, un sabato mattina -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Abbiamo già visto dove porta questa strada proviene da Comune-info.
March 2, 2026
Comune-info
Le bambine in una scuola elementare, un sabato mattina
LA DOMANDA CHE DOVREBBE DISTURBARCI IL SONNO NON È SOLO “ERA GIUSTO O SBAGLIATO? MA ”CHI PAGA IL CONTO DEI BOMBARDAMENTI IN IRAN? LO PAGANO LE BAMBINE IN UNA SCUOLA ELEMENTARE UN SABATO MATTINA. LO PAGANO LE GENERAZIONI FUTURE DI UN PAESE CHE ORA SARÀ PIÙ POVERO, PIÙ ARRABBIATO, PIÙ RADICALE DI PRIMA, PRODUCENDO, CON OGNI PROBABILITÀ, NUOVI ESTREMISMI CHE RICHIEDERANNO NUOVI INTERVENTI “PREVENTIVI”. CHI BOMBARDA NON STA LIBERANDO NESSUNO. CHI BOMBARDA STA UCCIDENDO. L’OCCIDENTE CHE IERI IGNORAVA LE DONNE IRANIANE IN PIAZZA E OGGI LE USA COME ARGOMENTO RETORICO PER GIUSTIFICARE LE BOMBE NON STA DIFENDENDO LA LORO LIBERTÀ: STA STRUMENTALIZZANDO LA LORO SOFFERENZA. È UNA FORMA DI VIOLENZA ANCHE QUESTA Disegno di Gianluca Costantini (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Khamenei aveva 85 anni. Trump ne ha 79. Putin 73. Netanyahu 75. Sono loro che decidono chi vive e chi muore. Sono loro — uomini che hanno già consumato la quasi totalità della loro esistenza, che non vedranno le conseguenze a lungo termine di ciò che fanno, che non manderanno i propri nipoti a combattere — a spostare truppe, a ordinare bombardamenti, a firmare operazioni con nomi epici e roboanti. Come se la Storia fosse ancora un film western e loro i protagonisti immortali. Come se il potere fosse un diritto di nascita che non scade mai, nemmeno davanti all’evidenza del tempo che passa. Non è nostalgia per la giovinezza dei leader. Non è ageismo. È qualcosa di più preciso: è la constatazione che questi uomini governano come se il mondo appartenesse a loro, come se le nazioni fossero proprietà personali da difendere o attaccare secondo il proprio umore, la propria paura, la propria grandiosità. Ed è in questo che risiede il problema più profondo della politica contemporanea: non nella cattiveria dei singoli, ma nel sistema che permette a pochi individui di trasformare la propria visione soggettiva della realtà in destino collettivo per milioni di persone. Il diritto internazionale sull’uso della forza è scritto in modo abbastanza chiaro, anche se spesso viene evocato solo quando fa comodo. L’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite prevede il principio della legittima difesa, invocabile solo dallo Stato aggredito illecitamente e soltanto fintantoché non intervenga il Consiglio di Sicurezza dell’ONU a ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. Non è una norma elastica. Non è un principio interpretabile a seconda delle circostanze. È una regola precisa, costruita dopo i disastri della Seconda guerra mondiale per evitare che ogni potente si senta autorizzato a colpire chiunque ritenga una minaccia. La legittima difesa, anche nella sua versione più discussa e controversa — quella “preventiva” — è ammessa solo di fronte a un attacco militare certo, imminente e non ancora sferrato. Non basta la percezione del pericolo. Non basta l’impressione soggettiva che il nemico stia per fare qualcosa. Occorrono prove verificabili, condivise, sufficienti a convincere la comunità internazionale dell’esistenza di una minaccia reale. L’azione militare deve poi rispettare i parametri della necessità — non esistono alternative? — e della proporzionalità: la risposta non può essere sproporzionata rispetto alla minaccia. Nel caso dell’attacco all’Iran, nessuno di questi requisiti era soddisfatto. Nessun attacco in corso. Nessuna prova di un attacco imminente e accertato. Solo valutazioni soggettive, intelligence selettiva, narrazione politica costruita per giustificare una decisione già presa. L’art. 51 è stato invocato come scudo retorico, come si fa ormai da decenni ogni volta che una grande potenza vuole colpire qualcuno senza passare per il Consiglio di Sicurezza. Il problema è che questo uso distorto della norma non è neutro: ogni volta che avviene, si erode un po’ di più l’architettura giuridica internazionale. Ogni volta che un grande paese dice “ho il diritto di difendermi” senza prove, senza controllo, senza responsabilità, sta dicendo in realtà: “il diritto sono io.” La liberazione delle donne a colpi di bomba E poi c’è l’ipocrisia più stucchevole, quella che merita di essere smontata con cura: quella di chi dice di volere la libertà delle donne iraniane e le bombarda. Il regime di Khamenei era indifendibile. L’oppressione delle donne in Iran — il velo obbligatorio, le galere, le esecuzioni, la violenza di Stato sistematica contro chi osa ribellarsi… — è una realtà documentata, brutale, che non richiede minimizzazioni né giustificazioni. Le donne iraniane hanno subito decenni di umiliazione istituzionale. Le manifestanti di “Donna, Vita, Libertà” hanno rischiato la vita in piazza, alcune l’hanno persa, molte sono ancora in carcere. Erano — sono — il simbolo più autentico di una resistenza reale, interna, che nasce dalla carne viva di quella società. Ma che cosa hanno fatto i governi occidentali, e in particolare quello statunitense, quando queste donne erano in piazza? Poco o niente. Qualche dichiarazione di solidarietà. Qualche sanzione. Nessun cambiamento strutturale nella politica verso Teheran. E adesso, mentre le bombe Usa cadono sull’Iran, ecco tornare il lessico della liberazione: il popolo iraniano merita la libertà, le donne iraniane devono essere libere, il regime degli ayatollah è il male assoluto. Tutto vero. Ma chi bombarda non sta liberando nessuno. Chi bombarda sta uccidendo. Tra le vittime, 148 bambine in una scuola elementare colpita nel sud del paese, bambine che non diventeranno mai donne, al pari dei 20.000 bambini uccisi a Gaza da Israele. La liberazione — se ha un senso — non arriva dall’esterno. Non arriva con l’uranio impoverito. Non arriva dai B-2 che decollano da basi nel Pacifico. Arriva, quando arriva, attraverso i movimenti interni, attraverso le generazioni che si ribellano, attraverso la lenta e dolorosa trasformazione di una società. L’Occidente che ieri ignorava le donne iraniane in piazza e oggi le usa come argomento retorico per giustificare i bombardamenti non sta difendendo la loro libertà: sta strumentalizzando la loro sofferenza. Ed è una forma di violenza anche questa, più sottile ma non meno reale. Il nuovo soggettivismo C’è una parola che descrive bene ciò che stiamo vivendo: soggettivismo. In filosofia il termine indica quella tendenza a fare della propria percezione individuale la misura di ogni verità, a dissolvere la realtà oggettiva nell’esperienza del soggetto che la osserva. Applicato alla politica internazionale, il soggettivismo significa qualcosa di molto concreto e molto pericoloso: che le decisioni più gravi — la guerra, la pace, la vita e la morte di migliaia di persone — vengono prese non sulla base di fatti oggettivi, di norme condivise, di istituzioni terze e indipendenti, ma sulla base di ciò che un singolo leader crede, percepisce, vuole che sia vero. L’Iran era una minaccia? Per chi? Verificata come? Da chi? Sulla base di quali prove condivise con la comunità internazionale? Chi ha deciso che il pericolo fosse abbastanza reale, abbastanza imminente, abbastanza grave da giustificare decine di bombardamenti? Un uomo solo — o un piccolo cerchio di consiglieri — filtrato dalla propria visione del mondo, dai propri calcoli elettorali, dalla propria storia personale, dai propri interessi politici interni. Non un tribunale. Non il Consiglio di Sicurezza. Non un meccanismo di verifica indipendente. Lui. La sua percezione. Il suo “sentire” che qualcosa debba essere fatto. Questo è il soggettivismo politico: la sostituzione del diritto con l’arbitrio, dell’istituzione con il capo, della norma condivisa con l’istinto del potente. Non è una novità assoluta nella storia, il potere ha sempre avuto questa tentazione totalizzante. Ma ciò che rende la situazione attuale così pericolosa e così storicamente significativa è che questo soggettivismo viene praticato con disinvoltura proprio da chi aveva costruito, o almeno promesso, un ordine alternativo. Gli Stati Uniti non sono la Russia di Putin, che del soggettivismo ha fatto apertamente la propria dottrina, che non ha mai finto di rispettare il diritto internazionale mentre lo calpestava. Gli Stati Uniti sono il paese che ha fondato la Corte Penale Internazionale — e poi si è rifiutato di aderirvi. Sono il paese che ha scritto la Carta ONU — e poi ha invaso l’Iraq senza mandato. Sono il paese che si è presentato per decenni come garante di un ordine “basato sulle regole” — regole che tuttavia sembrano applicarsi agli altri, non a loro. Quando è Washington a violare quelle regole invocando percezioni soggettive, il danno non è solo geopolitico: è sistemico. Si sgretola l’idea stessa che esista qualcosa al di sopra della volontà del più forte. E quando quella idea si sgretola, ogni attore internazionale — dalla Russia alla Cina, dall’Iran alla Corea del Nord — può legittimamente dire: perché no? Perché a voi sì e a noi no? Marx non ha usato il termine “soggettivismo politico” in modo esplicito, ma il concetto attraversa tutta la sua analisi del potere. Nell’Ideologia Tedesca e altrove, egli critica con durezza chi scambia gli interessi di classe particolari per interessi universali: la borghesia che presenta la propria visione del mondo come “naturale”, “razionale”, “necessaria”, mentre in realtà serve interessi storicamente determinati e storicamente contingenti. È il meccanismo dell’ideologia come mistificazione: il potere che si traveste da verità, l’interesse che si maschera da principio, la volontà che si spaccia per legge. Marx era anche scettico nei confronti di chi attribuisce alla volontà dei “grandi uomini” il corso della storia. Si tratta di un errore idealistico e mistificante: travestire da scelta individuale eroica ciò che è in realtà il prodotto di forze sociali, contraddizioni strutturali, rapporti di produzione. Il grande uomo che decide le sorti del mondo è già, in questa lettura, una finzione — uno schermo che nasconde i meccanismi profondi del potere. Il soggettivismo politico di oggi ne è una versione aggiornata e, per certi versi, ancora più scoperta. Non più la provvidenza o la ragione della Storia a legittimare la guerra — queste grandi narrazioni sono logorate. Non più la necessità storica o l’interesse di classe. Semplicemente il “sentire” del leader, la sua valutazione personale del pericolo, il suo istinto, la sua percezione. Una legittimazione ridotta al minimo, quasi nuda. Cambia il vocabolario: resta la mistificazione. Resta il meccanismo per cui chi ha il potere trasforma il proprio interesse particolare — geopolitico, elettorale, personale — in interesse universale, in necessità, in difesa della civiltà. Il conto lo pagano le bambine in una scuola elementare La domanda finale, quella che dovrebbe disturbarci il sonno, non è solo “era giusto o sbagliato?” La domanda è: chi paga il conto di questa concezione del mondo ? Non i vecchi che firmano le carte nei loro bunker protetti. Non i consiglieri che costruiscono le narrazioni giustificative. Non i commentatori televisivi che spiegano la necessità strategica dell’operazione. Il conto lo pagano le bambine e i bambini in una scuola elementare un sabato mattina. Lo pagano le famiglie che perdono una casa, un lavoro, una vita in una guerra che non hanno scelto. Lo pagano le generazioni future di un paese che uscirà da questo conflitto più povero, più arrabbiato, più radicale di prima — producendo, con ogni probabilità, nuovi estremismi che richiederanno nuovi interventi “preventivi” tra vent’anni o meno. L’Occidente che tace, che approva timidamente, che si limita a chiedere “de-escalation” senza nominare le responsabilità, non è neutro. È complice di un sistema in cui il diritto internazionale conta solo quando è conveniente, in cui la vita umana vale in proporzione inversa alla distanza geografica e culturale da chi detiene il potere, in cui la libertà delle donne è un argomento retorico da usare quando serve e da dimenticare quando non conviene. Questo dovremmo dire, ad alta voce, con chiarezza. Non per amore dell’Iran o del suo regime, che era — ripetiamo — indifendibile. Ma per amore di qualcosa che rischiamo di perdere definitivamente: l’idea che esistano regole valide per tutti, istituzioni al di sopra dei singoli, un principio di responsabilità che non si ferma ai confini del potente di turno. Quella idea vale ancora la pena difenderla. Anche — soprattutto — quando è scomoda. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La Palestina e la logica coloniale del diritto -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Si chiama guerra -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le bambine in una scuola elementare, un sabato mattina proviene da Comune-info.
March 2, 2026
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“No Kings” o barbarie
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- “Non si può lasciare il destino dell’Iran a dei criminali di guerra”, dice Parisa Nazari, donna iraniana che insieme alle donne, agli studenti e alla società civile ha lottato contro il regime degli ayathollah e con il suo e con milioni di corpi oggi demolisce le politiche di morte di Trump e Netanyhau. Domenica nella sede ARCI di Roma, reti, associazioni, sindacati, spazi sociali hanno animato una forte e importante assemblea “No Kings” con cento interventi contro l’attacco all’Iran, proseguendo nella costruzione della giornata di mobilitazione del 28 marzo con un’alleanza ampia, popolare, internazionale, generale come quelle che hanno accompagnato l’impresa d’autunno della Global Sumud Flotilla. Perché è evidente che guerra e genocidio stanno conflagrando in una guerra regionale dagli esiti imprevedibili. Ed è altrettanto evidente, dice ancora Parisa, che le bombe non hanno mai portato la democrazia; che il mondo ha dato legittimità alla Repubblica Islamica che non è la roccaforte dell’antimperialismo ma una dittatura religiosa che ha represso, torturato e messo a morte; che la rivoluzione laica del 1979 è stata sequestrata, se oggi ci sono giovani che invocano il ritorno dello Scià. Ma, come ha ricordato Luciana Castellina, la realtà di Teheran è complessa, attraversata da una spaccatura netta tra le zone borghesi e aristocratiche, critiche degli ayathollah, e le zone popolari, solidali con il regime. Ed è altrettanto evidente che in Iran e non solo, esiste una società civile che lotta per l’autodeterminazione senza l’intervento militare. Come ha scritto Alberto Negri, lo scoppio dell’ennesima guerra grande in Medio Oriente, dopo quelle tra Iran e Iraq, la prima guerra del golfo e l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, ha l’unico scopo di distruggere interi popoli, gli stessi che insieme ai palestinesi già si trovano nel Board of Peace di Trump e dei suoi miserabili accoliti. Dunque, bisogna chiedersi cosa sta accadendo dal momento che il diritto internazionale “vale fino ad un certo punto”, che il Medio Oriente è l’area più armata al mondo, che l’Unione Europea ha deciso di spendere 6.800 miliardi in armi nei prossimi dieci anni tagliando salari e stato sociale e i governi prevedono la leva obbligatoria, contro la quale il 5 marzo ci sarà una importante mobilitazione studentesca. Accade che una nuova forma di fascismo planetario alimenta una guerra sociale transnazionale, fatta di ordini esecutivi, militarizzazione e pogrom nelle città, politiche securitarie, guerra ai migranti e distruzione del diritto pubblico. Per questo, in questo tempo accelerato, è importante non solo resistere ma avere convergenze e allearsi per esistere. Il che significa, oggi più di ieri, fare in modo che un mondo sia ancora possibile. Anzitutto facendo paura, “redistribuendo il panico” verso chi, come il capo della NATO, ha dichiarato che il problema è che i cittadini continuano a preferire alle armi, istruzione, sanità e servizi pubblici; creando spazi di discussione perché la società esiste ed esprime un forte sapere critico, resiste al modello securitario, alla criminalizzazione di un’intera generazione, alle politiche migratorie che sono la leva per restringere i diritti. In questa fase di transizione l’economia di guerra produce lavoro povero, i contratti non sono rinnovati e quando lo sono, sono contratti da fame. Per questo è urgente e necessario non solo “fare rete” ma costruire tessuti, alleanze, responsabilità collettive, desideri condivisi. È necessario che ci siano convergenze indipendenti, non identitarie, che vadano al di là delle cerchie dell’attivismo e penetrino gli sguardi delle popolazioni. È necessaria un’immaginazione per ripensare la scuola, l’università, il lavoro, il welfare, le relazioni e gli affetti, perché c’è una generazione giovane che, come è stato detto in più interventi, è il soggetto determinato a incidere sulla realtà attuale. Si contrastano i re estendendo sempre più le alleanze, parlando un altro linguaggio, quello della fragilità e della debolezza, che è quello delle tantissime vite, dei tantissimi corpi detenuti, violati, deportati e di cui si ha la responsabilità collettiva che può disinnescare il dispositivo stercorario dei “social” e dell’informazione asservita attraverso la pratica della verità. Verità contro le menzogne quotidiane, contro le immagini trasmesse per fare “auditel”; verità contro ceffi da propaganda che improvvisano analisi geopolitiche blaterando di “valori dell’occidente” e libertà minacciate. Dunque, è urgente creare anche uno spazio di informazione e di comunicazione libero, che sia una specie di network indipendente che inventi una lingua che sappia restituire alle parole la verità dei corpi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo “No Kings” o barbarie proviene da Comune-info.
March 1, 2026
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