
La posta in gioco agli ex mercati generali di Roma
Comune-info - Thursday, February 26, 2026
È alta, molto alta, la posta in gioco agli ex mercati generali del quartiere Ostiense, a Roma. Qui interessi finanziari transnazionali sempre più invadenti in tutte le città del mondo e bisogni della popolazione sempre più urgenti sono messi in netta contrapposizione senza nessuna volontà politica di mediare e di comporre il conflitto in una nuova visione di città: più democratica, più equa e resiliente ai cambiamenti climatici, alle diseguaglianze sociali, alla crisi abitativa, ovvero adeguata alle sfide epocali che la città deve oggi affrontare. Sembra proprio che l’intenzione sia lasciare agli interessi finanziari carta bianca e mettere a tacere desideri e bisogni della popolazione opponendo un muro di gomma, fatto di silenzi e omissioni, e a buon bisogno ricorrendo all’uso della forza, come si è fatto con l’abbattimento d’urgenza del giovane ed esteso bosco di salici e pioppi bianchi e la gratuita devastazione della vasta zona umida nata nello scavo del cantiere dismesso e sviluppatasi grazie a venti anni di abbandono dei mercati. Si è distrutta, d’urgenza e senza le dovute tutele e verifiche ambientali, l’area umida, evocando il degrado, mentre nulla si è fatto per tutelare dal degrado le strutture architettoniche in vent’anni, lasciando che un ennesimo e vasto crollo avesse luogo all’interno del pregiatissimo padiglione del pesce solo alcuni giorni fa.
Il conflitto che si è aperto tra cittadinanza e amministrazione e che ha portato a promuovere la manifestazione cittadina di sabato 28 febbraio (vedi in coda all’articolo) è infatti incardinato intorno al tema dell’interesse pubblico del progetto, di se e come il capitale privato possa contribuire a determinarlo. Di se e come una trasformazione urbana su suolo pubblico possa contribuire a disegnare un pezzo di città in grado di rispondere ai desideri e ai bisogni di chi la abita, e non solo a soddisfare interessi privati, che comunque vanno mantenuti entro un perimetro di legittimità.

Con il progetto dei mercati generali il grande capitale finanziario internazionale entra nella gestione diretta di uno spazio pubblico a Roma e ne determina usi e funzioni. Una delega che la convenzione firmata dal Comune fa apparire come una resa, una preoccupante rinuncia a inserire i cospicui finanziamenti internazionali che si stanno riversando sulla città in una visione d’insieme a tutela dell’interesse pubblico. Una rinuncia a governare processi che se non governati non possono che diventare pure operazioni speculative a danno della città e di chi la abita. Assegnare il privilegio di intervenire su spazi pubblici garantendo una equa redditività dei capitali investiti può non costituire un problema sociale solo se questo avviene in un quadro di miglioramento della qualità della vita di tutt* e contribuisca a rispondere a quelli che sono i bisogni inderogabili della città.
La lunga sequela di errori commessi ai mercati generali negli ultimi vent’anni (sarebbe utile comprendere appieno in che misura sono responsabilità dell’Amministrazione o dei soggetti attuatori e come mai questo conclamato fallimento non abbia portato alla rescissione della convenzione pubblico privato che ne è alla base) non può diventare la giustificazione con cui si rinuncia a uno spazio pubblico e si offre una delega in bianco all’interesse privato al solo scopo di liberarsi definitivamente di una questione annosa e onerosa.
La revoca, o la radicale rimodulazione della concessione qualora fosse praticabile, può essere l’occasione per rimettere al centro la questione urbanistica, ovvero la capacità di mediare attraverso regole e progetti la distribuzione della ricchezza prodotta dal fare città. Per ritrovare una visione d’insieme che tenga dritta la barra sull’interesse pubblico e sulla produzione di “qualità urbana” condividendo con le parti sociali rischi e prospettive, vincoli e possibilità. A questo compito l’amministrazione non può rinunciare, a questo ruolo è richiamata a viva voce dalla cittadinanza, deve fare la sua parte, ritornare sui suoi passi invece di lavarsene le mani. L’amministrazione ha l’occasione oggi di dimostrare che è capace di incrociare diversi obiettivi, interessi e bisogni, tutti importanti e di saperli comporre in un disegno che tratteggi una nuova visione della città, in grado di rispondere a quelle immense sfide che le città di tutto il mondo sono oggi chiamate ad affrontare. Ciò non può aver luogo con l’attuale concessione, vera e propria delega a un fondo privato della progettazione di un pezzo di città, senza neanche imporre regole e obiettivi di interesse pubblico e negando alla cittadinanza qualsiasi partecipazione al progetto. I diversi interessi, bisogni, desideri e vincoli andrebbero portati a un unico tavolo di coprogettazione piuttosto che giocati sopra e sotto tavoli diversi dove invece di comporre un disegno unitario vengono frammentati e negoziati secondo una logica di “compensazioni” che trasforma il disegno della città in astratto calcolo dislocato di interessi vari, uccidendo la possibilità di comporre prospettive diverse in un progetto di qualità che disegni soluzioni urbane d’eccellenza, e non pasticci i cui costi nel tempo saranno sempre più insostenibili.
Questo necessario cambio di paradigma richiede una nuova governance, dove interessi privati, interessi pubblici e pratiche sociali e culturali di riuso e reinvenzione intelligente, solidale ed ecologica degli spazi dismessi trovino la possibilità di comporsi in progetti innovativi. Vanno in questa direzione l’istituzione dei poli civici, la normativa sulla gestione condivisa degli spazi pubblici e il piano casa, ma non possono rimanere astratti principi strozzati da lacci e grovigli burocratici.
Se il comune ritiene di non riuscire a gestire da solo la città, non si rivolga solamente al grande capitale finanziario, ma cerchi supporto nelle sempre più competenti realtà di cittadinanza attiva, portatori dell’interesse collettivo, instancabili attivatori e gestori di processi di rigenerazione urbana dal basso che costituiscono un patrimonio cittadino che altre città ci invidiano[1]. Che il comune dia a queste realtà sociali almeno lo stesso ruolo e peso che viene dato ai portatori di interessi privati.
Insomma quella dei mercati è una partita molto rischiosa per tutt* , ma potrebbe rappresentare l’occasione per una inedita e fruttuosa collaborazione tra quelle che sono oggi le parti sociali in gioco.
E visto che accompagnerà la campagna elettorale potrebbe aiutare a delineare una nuova prospettiva per le politiche urbane a Roma, che non ripeta gli errori di Milano e che collochi la città con chiarezza tra quelle che a livello mondiale hanno iniziato a ridurre le disuguaglianze sociali e ad affrontare i cambiamenti climatici, direzionando e gestendo l’afflusso di capitali privati con efficacia e responsabilità, ascoltando e coinvolgendo la popolazione attiva nei processi decisionali.
Al comune e ai suoi rappresentanti è chiesto oggi da una cittadinanza sempre più consapevole e responsabile di difendere la città, dagli abusi di un potere nazionale sempre più autocratico come sta avvenendo a Minneapolis, e qui da noi al Quarticciolo, dai pericoli dei cambiamenti climatici, come fanno sempre più città del nord Europa e a Roma il Forum Territoriale Parco delle Energie, dalle disuguaglianze e dagli abusi del capitale finanziario come ha sempre fatto Vienna e ora tornano a fare addirittura le capitali della finanza internazionale come Londra e New York e come a Roma sta cercando di fare Spin Time, solo per citare alcuni esempi. Questo per dire che se non possiamo impedire e negare l’interesse del capitale finanziario internazionale a diventare una nuova “parte sociale” nel fare città, sta all’Amministrazione cittadina di dare altrettanto peso e riconoscimento a un’altra “parte sociale”, quella costituita dalla cittadinanza attiva e competente, dai comitati cittadini ai movimenti sociali, che nel tempo hanno sviluppato pratiche, strumenti, competenze e ruolo nella trasformazione urbana oltre a esprimere diritti, bisogni e desideri legittimi e irrinunciabili se si intende costruire davvero una città più felice e giusta.
Serve un nuovo municipalismo democratico che a livello urbano resiste alle derive autoritarie e pervasive intraprese tanto dallo stato nazione quanto dal neoliberalismo transnazionale. Questo non può che restituire ruolo e centralità all’amministrazione cittadina, ma anche una enorme responsabilità a cui questa non può sottrarsi continuando a trattare i cittadini come consumatori di prodotti da conquistarsi con un sorriso e uno slogan di successo o peggio pregiudicandone il diritto all’abitare e alla partecipazione democratica in città, contribuendo così alla ghettizzazione e alla repressione del legittimo e sempre più diffuso dissenso popolare.
Abbiamo un anno di tempo, da ora alle prossime elezioni, per marcare l’agenda della campagna elettorale e riportare l’amministrazione pubblica a un confronto di merito con le tante e diverse realtà cittadine in lotta a tutela dell’abitare, dell’ambiente e dei beni comuni. Tutte vertenze che richiedono urgenti e innovative politiche urbane, decisioni coraggiose e intelligenti e non le solite promesse elettorali. C’è da convocare una assemblea cittadina permanente che funga da raccordo tra le tante assemblee popolari indette in città. Va raccolto l’invito a federare le pratiche, le lotte e le competenze lanciato oggi dal comitato per i Mercati Generali che si aggiunge a quanto già proposti da diverse altre realtà cittadine, solo nell’ultimo anno: a partire dal corteo cittadino indetto un anno fa dal Quarticciolo, passando per quello indetto dal Forum Territoriale Parco delle Energie lo scorso 19 ottobre, fino al recente appello lanciato nell’assemblea cittadina convocata da Spin Time il 10 gennaio.
Serve una Urbanistica della Riparazione che disegni strumenti, pratiche e strategiedi unariparazione urbana (urban repair)[2] che deve informare tutti i processi di rigenerazione urbana in atto e da intraprendere, con cui iniziare a offrire un risarcimento alla città e alla cittadinanza per 150 anni di devastazioni urbanistiche. Risarcimento che è divenuto oggi inderogabile e irrinunciabile davanti alle grandi sfide cui lo città è sottoposta dalla transizione che stiamo vivendo e che richiedono il contributo di tutt*.

[1] Il tema è stato affrontato e ha avuto riscontro internazionale nel confronto tra pianificazione viennnese e autorganizzazione romana realizzato con il progetto Agency for Better Living, curato da Sabine Pollak, Micheal Obrist e me per il Padiglione Austria alla Biennale di Architettura di Venezia2025 ed è stato sviluppato, per quanto riguarda Roma, nella mostra Abitare le Rovine del Presente, a cura di Giulia Fiocca e me, visibile al museo Macro di via Nizza fino al prossimo 22 marzo.
[2] L’urban repair (riparazione urbana) è un approccio concettuale e pratico che mira a sanare i divari socio-ecologici causati dalla modernizzazione, integrando restauro storico, sostenibilità e partecipazione comunitaria. Si concentra sul riutilizzo adattivo degli spazi, migliorando la qualità della vita urbana attraverso interventi mirati su infrastrutture e ambienti costruiti, spesso valorizzando il riuso invece della nuova costruzione. In sintesi, la riparazione urbana rappresenta un cambio di paradigma verso una gestione più responsabile e sostenibile delle città, trasformando il concetto di “aggiustare” in un motore di rigenerazione urbana. L’idea di “società della riparazione”, introdotta da Wilfried Lipp nel 1993, vede la riparazione non solo come soluzione tecnica, ma come strategia culturale per ripristinare l’equilibrio e preservare la continuità storica. Approccio Architettonico: Si concentra sul “riutilizzo adattivo” (adaptive reuse), trasformando spazi esistenti (es. uffici/abitazioni) in contesti più funzionali, sostenibili e accoglienti. Azione Comunitaria: Coinvolge iniziative DIY (fai-da-te) e movimenti comunitari che promuovono la manutenzione attiva del tessuto urbano. (nota sviluppata con il contributo dell’Intelligenza Artificiale AI)

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