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La posta in gioco agli ex mercati generali di Roma
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- È alta, molto alta, la posta in gioco agli ex mercati generali del quartiere Ostiense, a Roma. Qui interessi finanziari transnazionali sempre più invadenti in tutte le città del mondo e bisogni della popolazione sempre più urgenti sono messi in netta contrapposizione senza nessuna volontà politica di mediare e di comporre il conflitto in una nuova visione di città: più democratica, più equa e resiliente ai cambiamenti climatici, alle diseguaglianze sociali, alla crisi abitativa, ovvero adeguata alle sfide epocali che la città deve oggi affrontare. Sembra proprio che l’intenzione sia lasciare agli interessi finanziari carta bianca e mettere a tacere desideri e bisogni della popolazione opponendo un muro di gomma, fatto di silenzi e omissioni, e a buon bisogno ricorrendo all’uso della forza, come si è fatto con l’abbattimento d’urgenza del giovane ed esteso bosco di salici e pioppi bianchi e la gratuita devastazione della vasta zona umida nata nello scavo del cantiere dismesso e sviluppatasi grazie a venti anni di abbandono dei mercati. Si è distrutta, d’urgenza e senza le dovute tutele e verifiche ambientali, l’area umida, evocando il degrado, mentre nulla si è fatto per tutelare dal degrado le strutture architettoniche in vent’anni, lasciando che un ennesimo e vasto crollo avesse luogo all’interno del pregiatissimo padiglione del pesce solo alcuni giorni fa. Il conflitto che si è aperto tra cittadinanza e amministrazione e che ha portato a promuovere la manifestazione cittadina di sabato 28 febbraio (vedi in coda all’articolo) è infatti incardinato intorno al tema dell’interesse pubblico del progetto, di se e come il capitale privato possa contribuire a determinarlo. Di se e come una trasformazione urbana su suolo pubblico possa contribuire a disegnare un pezzo di città in grado di rispondere ai desideri e ai bisogni di chi la abita, e non solo a soddisfare interessi privati, che comunque vanno mantenuti entro un perimetro di legittimità. Con il progetto dei mercati generali il grande capitale finanziario internazionale entra nella gestione diretta di uno spazio pubblico a Roma e ne determina usi e funzioni. Una delega che la convenzione firmata dal Comune fa apparire come una resa, una preoccupante rinuncia a inserire i cospicui finanziamenti internazionali che si stanno riversando sulla città in una visione d’insieme a tutela dell’interesse pubblico. Una rinuncia a governare processi che se non governati non possono che diventare pure operazioni speculative a danno della città e di chi la abita. Assegnare il privilegio di intervenire su spazi pubblici garantendo una equa redditività dei capitali investiti può non costituire un problema sociale solo se questo avviene in un quadro di miglioramento della qualità della vita di tutt* e contribuisca a rispondere a quelli che sono i bisogni inderogabili della città. La lunga sequela di errori commessi ai mercati generali negli ultimi vent’anni (sarebbe utile comprendere appieno in che misura sono responsabilità dell’Amministrazione o dei soggetti attuatori e come mai questo conclamato fallimento non abbia portato alla rescissione della convenzione pubblico privato che ne è alla base) non può diventare la giustificazione con cui si rinuncia a uno spazio pubblico e si offre una delega in bianco all’interesse privato al solo scopo di liberarsi definitivamente di una questione annosa e onerosa. La revoca, o la radicale rimodulazione della concessione qualora fosse praticabile, può essere l’occasione per rimettere al centro la questione urbanistica, ovvero la capacità di mediare attraverso regole e progetti la distribuzione della ricchezza prodotta dal fare città. Per ritrovare una visione d’insieme che tenga dritta la barra sull’interesse pubblico e sulla produzione di “qualità urbana” condividendo con le parti sociali rischi e prospettive, vincoli e possibilità. A questo compito l’amministrazione non può rinunciare, a questo ruolo è richiamata a viva voce dalla cittadinanza, deve fare la sua parte, ritornare sui suoi passi invece di lavarsene le mani. L’amministrazione ha l’occasione oggi di dimostrare che è capace di incrociare diversi obiettivi, interessi e bisogni, tutti importanti e di saperli comporre in un disegno che tratteggi una nuova visione della città, in grado di rispondere a quelle immense sfide che le città di tutto il mondo sono oggi chiamate ad affrontare. Ciò non può aver luogo con l’attuale concessione, vera e propria delega a un fondo privato della progettazione di un pezzo di città, senza neanche imporre regole e obiettivi di interesse pubblico e negando alla cittadinanza qualsiasi partecipazione al progetto. I diversi interessi, bisogni, desideri e vincoli andrebbero portati a un unico tavolo di coprogettazione piuttosto che giocati sopra e sotto tavoli diversi dove invece di comporre un disegno unitario vengono frammentati e negoziati secondo una logica di “compensazioni” che trasforma il disegno della città in astratto calcolo dislocato di interessi vari, uccidendo la possibilità di comporre prospettive diverse in un progetto di qualità che disegni soluzioni urbane d’eccellenza, e non pasticci i cui costi nel tempo saranno sempre più insostenibili. Questo necessario cambio di paradigma richiede una nuova governance, dove interessi privati, interessi pubblici e pratiche sociali e culturali di riuso e reinvenzione intelligente, solidale ed ecologica degli spazi dismessi trovino la possibilità di comporsi in progetti innovativi. Vanno in questa direzione l’istituzione dei poli civici, la normativa sulla gestione condivisa degli spazi pubblici e il piano casa, ma non possono rimanere astratti principi strozzati da lacci e grovigli burocratici. Se il comune ritiene di non riuscire a gestire da solo la città, non si rivolga solamente al grande capitale finanziario, ma cerchi supporto nelle sempre più competenti realtà di cittadinanza attiva, portatori dell’interesse collettivo, instancabili attivatori e gestori di processi di rigenerazione urbana dal basso che costituiscono un patrimonio cittadino che altre città ci invidiano[1]. Che il comune dia a queste realtà sociali almeno lo stesso ruolo e peso che viene dato ai portatori di interessi privati. Insomma quella dei mercati è una partita molto rischiosa per tutt* , ma potrebbe rappresentare l’occasione per una inedita e fruttuosa collaborazione tra quelle che sono oggi le parti sociali in gioco. E visto che accompagnerà la campagna elettorale potrebbe aiutare a delineare una nuova prospettiva per le politiche urbane a Roma, che non ripeta gli errori di Milano e che collochi la città con chiarezza tra quelle che a livello mondiale hanno iniziato a ridurre le disuguaglianze sociali e ad affrontare i cambiamenti climatici, direzionando e gestendo l’afflusso di capitali privati con efficacia e responsabilità, ascoltando e coinvolgendo la popolazione attiva nei processi decisionali. Al comune e ai suoi rappresentanti è chiesto oggi da una cittadinanza sempre più consapevole e responsabile di difendere la città, dagli abusi di un potere nazionale sempre più autocratico come sta avvenendo a Minneapolis, e qui da noi al Quarticciolo, dai pericoli dei cambiamenti climatici, come fanno sempre più città del nord Europa e a Roma il Forum Territoriale Parco delle Energie, dalle disuguaglianze e dagli abusi del capitale finanziario come ha sempre fatto Vienna e ora tornano a fare addirittura le capitali della finanza internazionale come Londra e New York e come a Roma sta cercando di fare Spin Time, solo per citare alcuni esempi. Questo per dire che se non possiamo impedire e negare l’interesse del capitale finanziario internazionale a diventare una nuova “parte sociale” nel fare città, sta all’Amministrazione cittadina di dare altrettanto peso e riconoscimento a un’altra “parte sociale”, quella costituita dalla cittadinanza attiva e competente, dai comitati cittadini ai movimenti sociali, che nel tempo hanno sviluppato pratiche, strumenti, competenze e ruolo nella trasformazione urbana oltre a esprimere diritti, bisogni e desideri legittimi e irrinunciabili se si intende costruire davvero una città più felice e giusta. Serve un nuovo municipalismo democratico che a livello urbano resiste alle derive autoritarie e pervasive intraprese tanto dallo stato nazione quanto dal neoliberalismo transnazionale. Questo non può che restituire ruolo e centralità all’amministrazione cittadina, ma anche una enorme responsabilità a cui questa non può sottrarsi continuando a trattare i cittadini come consumatori di prodotti da conquistarsi con un sorriso e uno slogan di successo o peggio pregiudicandone il diritto all’abitare e alla partecipazione democratica in città, contribuendo così alla ghettizzazione e alla repressione del legittimo e sempre più diffuso dissenso popolare. Abbiamo un anno di tempo, da ora alle prossime elezioni, per marcare l’agenda della campagna elettorale e riportare l’amministrazione pubblica a un confronto di merito con le tante e diverse realtà cittadine in lotta a tutela dell’abitare, dell’ambiente e dei beni comuni. Tutte vertenze che richiedono urgenti e innovative politiche urbane, decisioni coraggiose e intelligenti e non le solite promesse elettorali. C’è da convocare una assemblea cittadina permanente che funga da raccordo tra le tante assemblee popolari indette in città. Va raccolto l’invito a federare le pratiche, le lotte e le competenze lanciato oggi dal comitato per i Mercati Generali che si aggiunge a quanto già proposti da diverse altre realtà cittadine, solo nell’ultimo anno: a partire dal corteo cittadino indetto un anno fa dal Quarticciolo, passando per quello indetto dal Forum Territoriale Parco delle Energie lo scorso 19 ottobre, fino al recente appello lanciato nell’assemblea cittadina convocata da Spin Time il 10 gennaio. Serve una Urbanistica della Riparazione che disegni strumenti, pratiche e strategiedi unariparazione urbana (urban repair)[2] che deve informare tutti i processi di rigenerazione urbana in atto e da intraprendere, con cui iniziare a offrire un risarcimento alla città e alla cittadinanza per 150 anni di devastazioni urbanistiche. Risarcimento che è divenuto oggi inderogabile e irrinunciabile davanti alle grandi sfide cui lo città è sottoposta dalla transizione che stiamo vivendo e che richiedono il contributo di tutt*. -------------------------------------------------------------------------------- [1] Il tema è stato affrontato e ha avuto riscontro internazionale nel confronto tra pianificazione viennnese e autorganizzazione romana realizzato con il progetto Agency for Better Living, curato da Sabine Pollak, Micheal Obrist e me per il Padiglione Austria alla Biennale di Architettura di Venezia2025 ed è stato sviluppato, per quanto riguarda Roma, nella mostra Abitare le Rovine del Presente, a cura di Giulia Fiocca e me, visibile al museo Macro di via Nizza fino al prossimo 22 marzo. [2] L’urban repair (riparazione urbana) è un approccio concettuale e pratico che mira a sanare i divari socio-ecologici causati dalla modernizzazione, integrando restauro storico, sostenibilità e partecipazione comunitaria. Si concentra sul riutilizzo adattivo degli spazi, migliorando la qualità della vita urbana attraverso interventi mirati su infrastrutture e ambienti costruiti, spesso valorizzando il riuso invece della nuova costruzione. In sintesi, la riparazione urbana rappresenta un cambio di paradigma verso una gestione più responsabile e sostenibile delle città, trasformando il concetto di “aggiustare” in un motore di rigenerazione urbana. L’idea di “società della riparazione”, introdotta da Wilfried Lipp nel 1993, vede la riparazione non solo come soluzione tecnica, ma come strategia culturale per ripristinare l’equilibrio e preservare la continuità storica. Approccio Architettonico: Si concentra sul “riutilizzo adattivo” (adaptive reuse), trasformando spazi esistenti (es. uffici/abitazioni) in contesti più funzionali, sostenibili e accoglienti. Azione Comunitaria: Coinvolge iniziative DIY (fai-da-te) e movimenti comunitari che promuovono la manutenzione attiva del tessuto urbano. (nota sviluppata con il contributo dell’Intelligenza Artificiale AI) -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La posta in gioco agli ex mercati generali di Roma proviene da Comune-info.
February 26, 2026
Comune-info
Quella capacità di decidere insieme sulle condizioni di vita
DI FRONTE ALLA RISPOSTA AUTORITARIA E CENTRALIZZATA DEL GOVERNO FEDERALE, A MINNEAPOLIS DECINE DI MIGLIAIA DI PERSONE SONO SCESE IN PIAZZA, ORGANIZZANDO INASPETTATE FORME DIFFUSE DI AUTODIFESA COLLETTIVA. DOPO IL PASSAGGIO DEL CICLONE HARRY, COME GIÀ ACCADUTO IN ALTRE EMERGENZE, RETI DI SOLIDARIETÀ LOCALI SI SONO ATTIVATE LONTANO DAI RIFLETTORI DEI GRANDI MEDIA PER SOSTENERE LE PERSONE ISOLATE. POCHI MESI FA LA GLOBAL SUMUD FLOTILLA IN POCO TEMPO HA COINVOLTO CENTINAIA DI IMBARCAZIONI E DECINE DI MIGLIAIA DI PARTECIPANTI DA DIVERSI PAESI, TRASFORMANDO UNA PROTESTA SIMBOLICA IN UN’AZIONE TRANSNAZIONALE DI SOLIDARIETÀ CONCRETA. SECONDO MASSIMO DE ANGELIS, QUESTE ESPERIENZE MOSTRANO COME, DI FRONTE A CRISI CHE LE ISTITUZIONI TRADIZIONALI NON RIESCONO O NON VOGLIONO GOVERNARE, EMERGANO DAL BASSO RETI DI DECISIONE COLLETTIVA: I COMMONS. NON UN “TERZO SETTORE” ACCANTO A STATO E MERCATO, MA UN’ALTRA FORMA DI COOPERAZIONE SOCIALE CHE NASCE NEI PUNTI DI FRATTURA, NE RIVELA I LIMITI E APRE SPAZI DI PARTECIPAZIONE. ANCHE LA COSIDDETTA AMMINISTRAZIONE CONDIVISA, PIÙ CHE UNA TECNICA GIURIDICA, DIVENTA COSÌ UN PROCESSO POLITICO. NON È CERTO UN CASO, OSSERVA DE ANGELIS, SE LE ISTITUZIONI RISPONDONO SEMPRE PIÙ SPESSO CON SGOMBERI E RICHIAMI ALLA “LEGALITÀ” CONTRO CHI PROVA AD APRIRE NUOVI SPAZI DI PARTECIPAZIONE Nella Riserva di Monte Bonifato di Alcamo (Trapani) è nato da un servizio autogestito di guardiania antincendio che ha contribuito a far sì che, dopo molti anni, nessun incendio abbia devastato quell’angolo della Sicilia. Nella foto un cerchio maieutico del gruppo Muschio Ribelle di Alcamo: si tratta di uno strumento di indagine popolare, ispirato alle esperienze promosse da Danilo Dolci, che utilizza il confronto e l’ascolto per far emergere l’intelligenza collettiva e sviluppare consapevolezza, saperi e organizzazione dal basso -------------------------------------------------------------------------------- Policrisi e danza macabra dei contrari Prendiamo il grandangolo per mappare la nostra situazione nel mondo. Viviamo in tempi di policrisi croniche: crisi ecologica, guerre, instabilità geopolitica ed energetica, crisi della riproduzione sociale. Croniche non perché immobili, ma perché auto-riprodotte. I grandi apparati, le istituzioni e i sistemi che regolano la vita collettiva e le forme della cooperazione sociale – in particolare quelli che strutturano l’azione dello Stato e del mercato – non solo non sembrano equipaggiati per affrontare queste crisi, ma sono parte integrante del vortice, della danza macabra dei contrari che le produce e le intensifica. Uragani, alluvioni e incendi si susseguono con crescente intensità, mentre le emissioni globali continuano ad aumentare e, nello stesso tempo, si moltiplicano le dichiarazioni di emergenza climatica. Si parla di transizione ecologica mentre si espandono le trivellazioni, si cercano nuovi giacimenti di gas e petrolio, e si riaprono centrali a carbone in nome della sicurezza energetica. Si moltiplicano i conflitti armati e le spese militari crescono a ritmi record, mentre si invocano la pace e la stabilità come obiettivi astratti; si rafforzano confini, muri e dispositivi di respingimento, mentre le migrazioni forzate aumentano proprio a causa delle guerre, delle crisi climatiche e della devastazione economica. Si proclama la centralità della cura, del welfare e della coesione sociale, mentre si precarizzano il lavoro, la sanità e l’istruzione, e si scaricano i costi della riproduzione sociale su famiglie, comunità e territori già sotto pressione. Si invoca la sicurezza, mentre si restringono gli spazi democratici, si criminalizza il dissenso e gli Stati assumono tratti sempre più autoritari, spesso proprio in nome della gestione dell’emergenza. In questo scenario, ogni risposta sembra produrre il suo contrario: più crisi genera più controllo; più instabilità legittima più concentrazione di potere; più disordine giustifica più comando. È questa la danza macabra dei contrari in cui siamo immersi: un movimento incessante che non risolve le crisi, ma le usa come carburante per la loro stessa riproduzione. In questo vortice noi, soggetti singoli o collettivi, sperimentiamo un senso diffuso di impotenza. La scala dei problemi sembra eccedere continuamente la direzione e il senso della nostra prassi di intervento. Siamo come ipnotizzati dal vortice, dalla danza macabra di contrari. Tra questi contrari, ce n’è uno particolarmente pervasivo e ingannevole: Stato e mercato, e nelle sue altre declinazioni, diritto ed economia, pubblico e privato, sovranità e proprietà. Questa dicotomia viene presentata come naturale e inevitabile, come se l’alternativa fosse sempre e solo scegliere da che parte stare dei due poli. Ricchezza, oligopoli, sovranità Nel lungo ciclo neoliberale, Stato e mercato sono stati narrati come opposti a somma zero: più mercato significava meno Stato; più proprietà privata significava meno sovranità pubblica. Ma questa narrazione non ha mai corrisposto alla realtà. Al contrario, l’intervento dello Stato è stato essenziale all’espansione del mercato: privatizzazioni, deregolamentazione, sostegno finanziario, gestione autoritaria delle crisi, repressione dei conflitti sociali. Lo Stato non è arretrato: si è sempre più riconfigurato come dispositivo funzionale alla concentrazione della proprietà. Oggi il risultato di questo processo è reso evidente da alcune statistiche ormai note (si veda l’ultimo rapporto di Oxfam), ma che vale la pena ricordare perché dicono molto più di quanto sembri. Circa 3.000 miliardari detengono oggi una ricchezza equivalente a quella di metà della popolazione mondiale, circa 4 miliardi di persone. Solo nel 2025 la loro ricchezza è aumentata del 16%, di circa 2.500 miliardi di dollari, una cifra che sarebbe sufficiente a eradicare la povertà estrema globale per decine di volte (Oxfam, 2025). E non si tratta solo di ricchezza: lo 0,1% più ricco del pianeta ha emissioni pro capite così elevate che in un solo giorno produce più CO₂ di quanta ne emetta in un anno una persona appartenente al 50% più povero della popolazione mondiale. L’1% più ricco, in diversi studi, produce una quota complessiva di emissioni paragonabile o superiore a quella di metà – o più – dell’umanità. Ma questa divaricazione di ricchezza è solo la punta dell’iceberg. Essa riflette un dominio strutturale di pochi grandi oligopoli sulla cooperazione sociale, cioè sulla capacità collettiva di produrre, riprodurre e organizzare la vita. Piattaforme digitali che controllano infrastrutture comunicative e dati; multinazionali dell’energia e dell’agroindustria che decidono cosa estrarre, coltivare e distruggere; complessi militari-industriali che orientano spesa pubblica e priorità politiche; grandi gruppi finanziari che disciplinano Stati e territori attraverso debito, rating e flussi di capitale. In tutti questi casi, la concentrazione della ricchezza è l’effetto visibile di una concentrazione molto più profonda del potere di decisione. Questi dati, dunque, non descrivono solo una disuguaglianza economica o un’ingiustizia ambientale. Descrivono una concentrazione estrema di potere decisionale sul presente e sul futuro. Concentrazione di ricchezza, dominio oligopolistico e concentrazione delle emissioni corrispondono a regimi di proprietà che consentono a pochissimi di decidere come produrre, cosa estrarre, quanto inquinare e quali costi scaricare su altri. Ma questa concentrazione non sarebbe possibile senza una parallela concentrazione di sovranità, cioè della capacità di definire le regole, sospenderle in nome dell’emergenza, proteggere alcuni interessi e sacrificarne altri. Governare il futuro forzando il presente Oggi, con l’accelerazione delle policrisi, questa dinamica ci porta a un’impasse ulteriore. Le grandi crisi della riproduzione sociale – ecologica, della cura, delle migrazioni, delle guerre – non vengono più riconosciute come problemi da risolvere, ma come condizioni da governare in modo emergenziale e sempre più autoritario. Dal punto di vista funzionale al governo del capitalismo contemporaneo nelle crescenti policrisi, proprietà e sovranità non appaiono più come opposti, ma marciano all’unisono. Si presentano nel loro carattere nudo come due declinazioni di una stessa funzione fondamentale: ciò che possiamo chiamare la presa. La presa è il tentativo di governare il futuro orientando forzatamente il presente. In quale direzione? Nella direzione di preservare – e se possibile rafforzare – l’egemonia del capitalismo sulla cooperazione sociale a fronte delle policrisi create dal capitalismo stesso nel suo complesso. In questo senso, la presa non mira a risolvere le contraddizioni che attraversano le policrisi della riproduzione sociale, ma al contrario tende a mantenerle, ricomporle e ridistribuirle, e accentuarle, rendendole funzionali alla continuità dei rapporti di proprietà, alle gerarchie di comando e ai processi di accumulazione. Le crisi non vengono superate, ma amministrate, trasformate in dispositivi di selezione, esclusione e disciplinamento. Il futuro non è aperto come spazio di possibilità collettive, ma interiorizzato come riserva di decisione strategica per pochi. La lezione della Groenlandia Per capire immediatamente cosa significhi questa idea di presa, prendiamo un esempio concreto: il caso della Groenlandia. In un intervista al New York Times del 10 gennaio, Donald Trump dice che la sovranità statunitense sulla Groenlandia – quella che lui identifica con la proprietà, ownership – sarebbe “psicologicamente necessaria”, perché darebbe cose che un trattato non può dare. Eppure gli Stati Uniti dispongono già di basi militari, accordi e accesso strategico. Perché allora voler “possedere” la Groenlandia? Perché, nella logica della proprietà intesa come bundle of rights, la proprietà non assegna solo diritti specifici di uso o di accesso, ma concentra il diritto residuo, cioè il potere di decidere su ciò che non è ancora stato previsto o regolato. È questo residuo – usi futuri, soglie, eccezioni – che un trattato non può garantire. In un mondo attraversato da crisi croniche della riproduzione sociale che si intensificano, poter determinare gli usi futuri diventa decisivo. Trump non è un’anomalia, ma un sintomo della fase: nella policrisi, il comando non si accontenta più di accordi e mediazioni, ma cerca una presa diretta sul futuro, a fronte delle turbolenze sociali che le grandi crisi possono innescare (e che stanno già provocando in maniera crescente a livello mondiale). A questo punto possiamo tornare alla definizione più precisa di presa. La presa non è semplicemente il controllo funzionale di qualcosa, né un atto puntuale di appropriazione. È la capacità o volontà di stabilizzare un rapporto asimmetrico di disponibilità ed esclusione su un dominio di realtà e di cooperazione sociale: trattenerlo, renderlo disponibile a decisione propria, sottrarlo alla contingenza delle relazioni negoziali. La presa è ciò che permette a un soggetto o a un dispositivo di potere di “tenere” un campo, di farlo valere come proprio spazio operativo e costituente. Ma soprattutto, la presa non riguarda solo ciò che è già dato. Essa consiste nella capacità di catturare il residuo, cioè di trasformare l’indeterminazione futura in uno spazio interno di decisione. Per residuo non si intende semplicemente ciò che resta non assegnato dopo una distribuzione di diritti, ma il campo strutturale dell’indeterminazione: l’insieme delle possibilità future, degli usi non previsti, delle crisi, delle trasformazioni e delle soglie non ancora formalizzate. Controllare il residuo equivale a controllare la capacità di decidere su ciò che non è ancora definito. Riletto in questa chiave, l’enunciato di Trump perde parte della sua eccentricità e acquista una coerenza più profonda. Ciò che è in gioco non è semplicemente l’efficienza militare o l’accesso a risorse, ma il passaggio da una presa mediata, relazionale e negoziata – quella dei trattati – a una presa diretta, residuale e costituente – quella dell’ownership. In una fase di crisi egemonica e di instabilità dell’ordine internazionale, la tentazione non è tanto di aumentare le capacità operative, quanto di rafforzare la presa sulle condizioni stesse della possibilità di comando. In questo senso, proprietà sempre più accentrata e sovranità sempre più autoritaria condividono una stessa funzione di fondo. La proprietà è una forma di presa sugli oggetti e sugli usi: decide non solo chi può usare una risorsa oggi, ma chi potrà trasformarla, estrarla o riconvertirla domani. La sovranità è una forma di presa sull’ordine normativo e territoriale: decide quando le regole valgono, quando possono essere sospese, ricalibrate o ridefinite. Entrambe sono modalità storiche e istituzionali di una stessa funzione: la costruzione di un dominio relativamente chiuso di decisione, capace di ridurre la dipendenza dall’esterno e di incorporare il futuro come risorsa interna. Commons: oltre pubblico/privato, contro la presa sul residuo Ė da queste considerazioni sulla presa nel contesto delle policrisi che dobbiamo partire per ripensare la questione dei beni comuni: non come una tecnica di gestione, ma come un’alternativa politica alla presa della proprietà centralizzata e della sovranità di tipo autoritario sulle sorti presenti e future della cooperazione sociale, della vita collettiva. È per questo che la questione dei beni comuni acquista oggi una centralità politica nuova. Quando parliamo di beni comuni, il primo equivoco da sciogliere è pensare che si tratti semplicemente di “beni” particolari, da affiancare a quelli pubblici e privati. Nel mio libro Omnia Sunt Communia (recensito in questo articolo di Peter Linebaugh) il punto di partenza è diverso e più radicale: un bene comune non è una cosa, ma un elemento di un commons; e il commons non è un oggetto, bensì un sistema sociale. Un commons esiste solo quando tre elementi sono tenuti insieme: una risorsa, una comunità che dipende da quella risorsa, e un insieme di pratiche, regole e relazioni – ciò che chiamiamo commoning – che ne rendono possibile l’uso e la riproduzione nel tempo. Senza queste pratiche, una risorsa non è un bene comune: è semplicemente una risorsa disponibile alla privatizzazione, alla mercificazione o alla gestione statale. In questo senso, il bene comune non preesiste alle relazioni sociali, ma emerge da esse, come esito di un processo storico e politico. Altrimenti una risorsa è bene comune solo nelle aspirazioni di chi la rivendica come tale. L’acqua, ad esempio, è un bene comune solo se esistono forme di gestione dell’acqua aperte alla partecipazione e alla negoziazione della comunità di utenti. Questo modo di intendere i beni comuni è profondamente diverso da quello dell’economia neoclassica. Nell’economia standard, i beni vengono classificati in base a caratteristiche considerate “oggettive”: rivalità, escludibilità, scarsità. Da qui derivano le note categorie di beni privati, pubblici o common-pool resources. Ma questa tassonomia presuppone che i beni abbiano proprietà intrinseche, quasi naturali. L’approccio dei commons come sistema sociale ribalta questa prospettiva: un bene non è definito da ciò che è, ma da come è socialmente organizzato. Rivalità ed escludibilità non sono dati naturali, ma il risultato di decisioni politiche, giuridiche e istituzionali. La domanda centrale non è quindi “che tipo di bene è questo?”, ma quali rapporti sociali lo producono, lo governano e ne decidono il futuro. Questa impostazione ci porta a riconsiderare in modo critico la distinzione tra privato, pubblico e commons. Nel regime privato, il bene è separato dalla comunità che ne dipende: è controllato tramite diritti esclusivi ed è orientato alla valorizzazione e allo scambio. Nel regime pubblico, il bene è formalmente sottratto al mercato, ma viene gestito in modo verticale, attraverso apparati amministrativi che spesso mantengono una distanza strutturale tra decisori e comunità. In entrambi i casi, il potere decisionale tende a concentrarsi, sia pure in forme diverse. Il commons introduce una logica differente. Qui il bene non è né semplicemente posseduto né soltanto amministrato: è governato attraverso pratiche collettive e situate, che distribuiscono la capacità di decidere sugli usi, sulle regole e sulle trasformazioni future. Il commons non elimina le regole; al contrario, le produce come parte integrante della riproduzione sociale, dei bisogni dei co-partecipanti e delle loro soggettività. E soprattutto, se il commons si vuole fare strumento di cambiamento sociale, non concentra la presa sul residuo, ma tende a mantenerlo aperto, condiviso e negoziabile, entro i limiti posti dal mantenimento delle condizioni per la vita. Per questo il commons non è un “terzo settore” accanto a Stato e mercato, ma un’altra forma di organizzazione della cooperazione sociale, orientata a mettere la risoluzione delle policrisi della riproduzione sociale al centro, anche quando ciò entra in tensione con la preservazione dell’egemonia capitalistica. L’impasse di diritto ed economia e la nuova centralità dei commons È qui che emerge con chiarezza l’impasse del diritto e dell’economia. Il diritto moderno, costruito attorno alla dicotomia pubblico/privato, fatica a riconoscere forme di governo che non rientrino stabilmente in uno di questi poli. L’economia dominante, a sua volta, fatica a pensare sistemi cooperativi orientati alla riproduzione della vita, perché riduce l’azione sociale a individui isolati, incentivi, competizione e allocazione. I commons appaiono così come eccezioni da regolare o tollerare, non come forme sociali a pieno titolo, dotate di una propria razionalità. Nella policrisi, questo limite diventa evidente. Le crisi producono incertezza, mettono sotto stress le regole esistenti e aprono spazi di decisione che non possono essere gestiti né dal mercato né dallo Stato in modo verticale e centralizzato. È qui che i commons riacquistano una centralità politica decisiva: non perché siano semplicemente più efficienti, ma perché mettono in questione chi decide sul futuro e come, cioè chi esercita la presa sul residuo. Questa centralità politica dei commons non va però fraintesa. Non si tratta di idealizzare singole esperienze, né di presentare i commons come soluzioni locali autosufficienti a problemi globali. Al contrario, i commons emergono precisamente nei punti di frattura, là dove Stato e mercato falliscono in modo strutturale nel garantire la riproduzione sociale: sicurezza materiale, cura, accesso alle risorse, protezione della vita. Dal punto di vista macro, questi fallimenti sono enormi, sistemici, planetari; ed è proprio per questo che anche le potenzialità politiche dei commons sono oggi di scala molto più ampia di quanto suggerisca la loro apparente località. Le pratiche di commoning che osserviamo non nascono in un vuoto istituzionale, ma dentro e contro l’impasse delle forme dominanti di governo. Esse non sostituiscono automaticamente Stato e mercato, ma ne rivelano i limiti, aprendo spazi di decisione collettiva là dove le risposte verticali si mostrano incapaci di governare l’incertezza, la complessità e l’urgenza delle crisi della riproduzione sociale. Le illustrazioni che seguono vanno lette esattamente in questo senso: non come modelli da replicare, ma come segnali concreti di come, nelle policrisi, i commons tendano a emergere come risposta politica ai fallimenti sistemici del comando. Quando il commoning si accende Per capire cosa significa tutto questo nella pratica, basta spostare lo sguardo su alcune situazioni recenti, in cui la policrisi costringe le persone a organizzarsi direttamente, fuori dai canali ordinari di Stato e mercato. A Minneapolis e nel resto del Minnesota, l’intensificazione delle operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) ha scatenato una mobilitazione sociale massiccia contro retate, arresti e violenze, inclusi casi di due persone uccise da agenti federali. Davanti alla risposta autoritaria e centralizzata del governo federale, decine di migliaia di persone hanno occupato le strade, hanno promosso forme estese di autodifesa collettiva, stanno indicendo uno sciopero generale statale a livello nazionale. In questo quadro, la risposta collettiva non è stata solo opposizione alla repressione, ma ha costituito forme di organizzazione distribuita e coordinata che vanno oltre la logica Stato/mercato, evidenziando spazi di decisione e sovranità sociale non controllati verticalmente dalle istituzioni federali. Il ciclone “Harry” ha colpito duramente il Sud Italia, devastando ampie zone di Sicilia, Calabria e Sardegna con onde alte, precipitazioni eccezionali e danni stimati in miliardi di euro, rompendo infrastrutture, abitazioni e territori che convivono già con vulnerabilità climatiche crescenti. In una situazione in cui la gestione dell’evento tende a essere condotta come emergenza da tamponare, si attivano spesso risposte della società civile – reti di solidarietà locali, gruppi di volontari, associazioni territoriali, cooperative – che supportano persone isolate, alluvionate o impossibilitate ad accedere a servizi pubblici. Queste reti si configurano come commons praticati in tempo reale: cooperazione diretta per la sopravvivenza e la ricostruzione, capacità di decidere insieme sui bisogni immediati, di redistribuire risorse e di sostenere la riproduzione sociale in un contesto in cui le istituzioni centralizzate faticano a governare la complessità e l’incertezza di un evento climatico estremo. In un altro contesto di crisi internazionale, la Global Sumud Flotilla ha visto la mobilitazione di centinaia di imbarcazioni e decine di migliaia di persone da decine di Paesi con l’obiettivo di rompere il blocco navale e portare aiuti umanitari a Gaza, opponendosi a una lunga condizione di violenza e inerzia politica. Questa iniziativa non è stata semplicemente una protesta simbolica: ha rappresentato uno sforzo collettivo transnazionale di solidarietà che si è organizzato al di fuori delle logiche istituzionali standard, coinvolgendo persone, associazioni civili, comunità locali e reti internazionali. In un contesto in cui le istituzioni nazionali e internazionali spesso tardano o falliscono nel fornire risposte adeguate, la flotilla ha articolato pratiche di cooperazione e azione diretta, mostrando che reti di senso e di decisione collettiva possono emergere come risposta alle crisi sistemiche stesse che le istituzioni tradizionali non sanno governare. Amministrazione condivisa Queste tre esemplificazioni mostrano come, nelle policrisi, i limiti delle risposte verticali di Stato e mercato si trasformino in spazi di iniziativa collettiva, in cui emergono pratiche e forme di decisione che ricordano ciò che intendiamo per commons: non semplici meccanismi di efficienza o supplenza emergenziale, ma risposte politiche e sociali che rimettono al centro la capacità di decidere insieme sulle condizioni di vita e di futuro. In questo senso, il bene comune non è una risorsa da “proteggere”, ma una relazione da coltivare; non un oggetto giuridico residuale, ma un principio di organizzazione sociale. Parlare oggi di beni comuni significa interrogare radicalmente proprietà e sovranità, e chiedersi se, in un mondo instabile, il futuro debba essere catturato da pochi o governato collettivamente, attraverso forme di cooperazione che tengano insieme responsabilità pubblica e autorganizzazione sociale. Questo passaggio è cruciale perché consente di aprire una distinzione interna allo Stato stesso. Non si tratta di essere contro lo Stato in quanto tale, ma contro uno Stato ridotto a dispositivo di presa, che governa la crisi dall’alto e scarica i costi della riproduzione sociale verso il basso. La sfida, piuttosto, è ricostruire un pubblico – spesso a partire dai territori – capace di prendersi cura, insieme ai commons, dei problemi concreti della riproduzione sociale. È dentro questo quadro che va collocata la questione dell’amministrazione condivisa. Non come semplice tecnica giuridica o procedurale, ma come campo di tensione politica, in cui si giocano alleanze, conflitti e trasformazioni all’interno del pubblico stesso. L’amministrazione condivisa può limitarsi a includere pratiche sociali in un quadro decisionale che resta centralizzato, lasciando intatta la logica della presa; oppure può diventare uno strumento di apertura, capace di trasformare il pubblico dall’interno, rafforzandone la capacità di prendersi cura dei problemi della riproduzione sociale insieme alle comunità coinvolte. In questo secondo caso, il pubblico non è un apparato che delega o scarica costi, ma un soggetto istituzionale in trasformazione, che riconosce i commons come parte costitutiva dell’interesse generale. L’amministrazione condivisa può allora diventare uno spazio in cui lo Stato – o meglio, il pubblico territoriale – non si ritrae, ma cambia forma, mettendo in comune capacità, risorse e poteri decisionali, e redistribuendo la capacità di decidere sul residuo. Al contrario, può anche essere utilizzata in modo opportunistico, come strumento attraverso cui un potere centrale continua a governare dall’alto, trasferendo sulle comunità “autogestite” i costi materiali, sociali ed ecologici della crisi. Un dettaglio recente, tutto italiano, illumina bene questa posta in gioco. Negli ultimi mesi, mentre alcuni spazi sociali storici — come il Leoncavallo a Milano e Askatasuna a Torino — stavano attraversando percorsi di interlocuzione e negoziazione con le autorità locali in vista di forme di riconoscimento, è arrivato l’intervento dall’alto: sgomberi e chiusure decisi e rivendicati come “ripristino della legalità”. Non è solo la repressione di un luogo: è un gesto di ri-centralizzazione della decisione, un modo di interrompere sul nascere un possibile cambio di forma del pubblico nei territori. Letto attraverso la lente della presa, il punto diventa ancora più netto: ciò che appare intollerabile, per una destra di governo orientata alla presa, non è semplicemente l’esistenza di spazi autogestiti, ma la possibilità che questi diventino snodi legittimati di cooperazione sociale dentro un rapporto trasformativo con il pubblico locale — cioè che si istituzionalizzi (senza normalizzare) una pratica di amministrazione condivisa capace di spostare poteri, risorse e “residuo” decisionale. In altre parole: il pericolo, per la presa, non è lo “spazio” in sé; è l’alleanza che rende quello spazio un precedente politico-amministrativo, un modello di riconoscimento del commoning come parte dell’interesse generale. La domanda decisiva, quindi, non è se l’amministrazione condivisa funzioni meglio o peggio, se sia più o meno efficiente, ma che tipo di presa rafforza o disinnesca, e quale idea di pubblico contribuisce a costruire: un pubblico ridotto a dispositivo di comando o un pubblico alleato dei commons nella riproduzione della vita. Ed è qui che diritto e politica dei beni comuni si incontrano davvero: nella possibilità di trasformare la policrisi non in un’occasione per rafforzare il comando, ma in uno spazio di decisione collettiva sul futuro, in cui istituzioni pubbliche territoriali e pratiche di commoning possano convergere nella cura e nella trasformazione della cooperazione sociale. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Create due, tre, molte arche -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PASQUALE BONASORA: > Il tempo della condivisione -------------------------------------------------------------------------------- Testo preparato per l’incontro Diritto e politica dei beni comuni (Napoli, 5 febbraio), nell’ambito del ciclo di seminari “Beni comuni / Valori comuni” promosso da CNR-IRISS. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quella capacità di decidere insieme sulle condizioni di vita proviene da Comune-info.
February 16, 2026
Comune-info
L’irresistibile escalation delle guerre
IL CAPITALISMO STA MOLTIPLICANDO LE GUERRE PERCHÉ È L’UNICO MODO IN CUI PUÒ SOPRAVVIVERE. ANCORA UNA VOLTA, LA DOMANDA È COSA FAREMO NOI, QUELLI DI NOI CHE SI DEFINISCONO ANTICAPITALISTI, SCRIVE RAÚL ZIBECHI. POSSIAMO AD ESEMPIO ADOTTARE, IN OGNI LUOGO A MODO SUO, LA PROPOSTA ZAPATISTA DI RESISTERE E CREARE QUALCOSA DI NUOVO, COME I BENI COMUNI, CHE RAPPRESENTANO UNA SFIDA ENORME PERCHÉ IMPLICANO PERCORSI COMPLETAMENTE NUOVI, PERCORSI CHE NESSUNA RIVOLUZIONE AL MONDO HA MAI PERCORSO FINO AD ORA Roma, 4 ottobre. Foto e bandiera di Raffaella Rossano, Tessiture di pace -------------------------------------------------------------------------------- Il capitalismo reale sta moltiplicando le guerre perché è l’unico modo in cui può sopravvivere. Guerre tra stati, guerre interne mascherate da lotta al narcotraffico o difesa della democrazia, guerre non dichiarate per accaparrarsi beni comuni, guerre imperialiste sempre più spietate. La prossima sarà probabilmente contro il Venezuela, poiché la fragile tregua a Gaza, che chiamano la “fine della guerra”, consente loro di scegliere altri scenari per continuare l’escalation militarista. Secondo l’analista Rafael Poch, l’espansione della guerra in Ucraina è imminente e potrebbe coinvolgere tutta l’Europa, minacciando di sfociare in una guerra tra le tre grandi potenze militari (La ampliación de la guerra de Ucrania está servida y bien anunciada). Dice che le élite europee mancano di storia, “non capiscono di cosa stiamo parlando e mancano sia delle conoscenze di base che della vitalità intellettuale per cercare di comprenderlo”. L’incapacità di comprendere o accettare la realtà è la strada verso il disastro. Il milionario Ray Dalio lancia da mesi l’allarme sui problemi dell’enorme e in crescita esponenziale debito degli Stati Uniti, che lui definisce la “bomba del deficit e del debito”, che rappresenterebbe una minaccia per l’ordine monetario. Ora aggiunge che “diverse guerre civili si stanno preparando in diverse parti del mondo”, in particolare nel cuore dell’Impero (Ray Dalio anticipa la economía que viene: varias guerras civiles, mucha deuda y “diferencias irreconciliables). Il mega-speculatore sostiene che si stia iniziando a percepire “un clima molto simile a quello degli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale”. Solo che coinvolgerà le armi nucleari. Gli economisti dell’establishment ammettono che la Cina sia già la più grande economia mondiale, rappresentando il 20% del PIL globale misurato a parità di potere d’acquisto, mentre quello degli Stati Uniti è sceso al 14%. Il 2014 è stato l’anno in cui la Cina ha superato l’Impero, ma il divario continua a crescere e aumenterà ulteriormente con le nuove politiche di Trump che si stanno rivelando controproducenti. Il rifiuto dell’immigrazione è un duro colpo per l’innovazione tecnologica, poiché è responsabile di una parte significativa delle nuove imprese del settore. “Il 29% degli imprenditori sono immigrati (sebbene rappresentino solo il 15% della popolazione); il 44% dei fondatori delle attuali aziende unicorno sono immigrati; e il 26% degli immigrati lavora nei campi della scienza, della tecnologia, dell’ingegneria e della matematica”, secondo la National Science Foundation. Cosa fai quando tutto è perduto, quando non hai più la possibilità di affrontare il tuo avversario con la minima possibilità di batterlo? Nel calcio, diciamo “infangare il campo”, sperando di prolungare il fischio finale dell’arbitro che sancirebbe la sconfitta. Le classi dominanti stanno facendo proprio questo. In questo caso, la sopravvivenza del capitalismo è genocidio, più guerre e una strategia di confusione che mira a intorbidire le acque, a confondere le persone per rimanere… le classi dominanti, al di là del nome del nuovo sistema. Parte di questa strategia di confusione è la presunta firma del trattato di pace a Gaza. Sappiamo tutti che la guerra è iniziata con la Nakba nel 1948, l’espulsione forzata di quasi un milione di palestinesi, la distruzione di centinaia di villaggi e della stessa società palestinese. Non c’è mai stata pace. Ciò che è iniziato due anni prima è stato un genocidio, una fase superiore della guerra contro quel popolo. La presunta fine della guerra è stata decisa per continuare a saccheggiare la Palestina senza troppa attenzione mediatica, lasciando le mani libere per iniziare una nuova guerra. L’enorme mobilitazione globale a sostegno del popolo palestinese, che ha dovuto essere riflessa anche dai media mainstream, ha portato i responsabili a fare ciò che fanno sempre: mascherare il dominio con nuove modalità, cambiando semplicemente la veste grafica per mantenere tutto uguale. Questo è il cuore del cosiddetto progressismo, solo che questa volta la manovra è stata orchestrata dall’estrema destra di Trump. Ancora una volta, la domanda è cosa faremo noi, quelli di noi che si definiscono anticapitalisti e antimperialisti. Potremmo soccombere a questa manovra allentando la nostra resistenza e solidarietà, il che rappresenterebbe una grave sconfitta. Possiamo affrontare direttamente la guerra del sistema con la nostra guerra, il che ci porterebbe a facilitare un nuovo genocidio. Possiamo adottare, in ogni luogo a modo suo, la proposta zapatista di resistere e creare qualcosa di nuovo, come i Beni Comuni, che rappresentano una sfida enorme perché implicano percorsi completamente nuovi, percorsi che nessuna rivoluzione al mondo ha mai percorso fino ad ora. A poco a poco, stiamo arrivando a capire che i Beni Comuni sono una nuova strategia o forma di lotta e resistenza. Se ho capito qualcosa, credo che sia un modo per rafforzare la resistenza e, allo stesso tempo, un percorso verso la costruzione di un mondo nuovo. Una sorta di cardine che dobbiamo esplorare, trapiantare in ogni realtà, testare, fallire e così via. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MASSIMO DE ANGELIS. > La risonanza vitale e il potere incrinato dalla piazza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’irresistibile escalation delle guerre proviene da Comune-info.
October 17, 2025
Comune-info
Il cerchio e la saetta. Storia dei centri sociali romani
di Francesco C. Fandango libri, 2025 La stagione delle occupazioni degli spazi sociali a Roma è una storia lunga che parte dagli anni Ottanta e arriva fino a oggi. I centri sociali occupati autogestiti hanno rappresentato una parte vitale del tessuto politico, sociale e culturale di Roma, sono stati spazi di resistenza, inclusione, lotta, cultura e creatività. Fabrizio C., che ha fatto parte dell’assemblea del CSOA La Torre, realtà occupata dagli anni Novanta che dura ancora oggi nel quadrante nord-est di Roma, raccoglie le voci delle e dei militanti di questa stagione e ne ripercorre la storia fra entusiasmi, prospettive, lotte e sgomberi.A partire dal racconto degli scontri avvenuti nel luglio del 1995 per resistere allo sgombero del CSOA La Torre, scontri che l’indomani sarebbero stati commentati dai principali quotidiani nazionali sotto la definizione di “Il Leoncavallo romano”, questo libro restituisce le vicende e le passioni di una storia collettiva collegando ricordi, documenti, controinformazione e aneddoti. Sono storie orali, testimonianze di vita e di militanza, spesso talmente intrecciate da essere inestricabili. Quali sono i percorsi di politicizzazione che hanno caratterizzato le generazioni protagoniste di questa stagione? Quali erano i loro desideri? Cosa è cambiato dalle politiche di contrasto al dissenso che hanno caratterizzato gli anni Settanta e Ottanta alle nuove leggi repressive che sotto l’ombrello della “sicurezza” promuovono uno Stato autoritario e punitivo? Il cerchio e la saetta non è solo un modo per storicizzare un periodo che è stato una delle spine dorsali dei movimenti radicali, incubatore di lotte e sogni, ma anche un invito a tirare fuori dagli armadi ricordi che possano aiutare a riannodare i fili di una memoria espansa ma mai veramente condivisa (scheda editoriale). 
Aprire una biblioteca dal basso
ANTONELLA AGNOLI DICE CHE SE UNA BIBLIOTECA VIENE VISSUTA COME UN BENE COMUNE, DOVE INSIEME ALLA CONSULTAZIONE DI LIBRI C’È SEMPRE QUALCOSA DA FARE, ALLORA DIVENTA “UNO SPAZIO PUBBLICO SORPRENDENTE CAPACE DI SUSCITARE MERAVIGLIA E STIMOLARE L’IMMAGINAZIONE E LA CREATIVITÀ”. IL COMITATO CITTÀ VIVA DI CASERTA, GERMOGLIATO INTORNO ALL’ESPERIENZA DEL CENTRO SOCIALE EX CANAPIFICIO, INSIEME AI FAMILIARI DI TONINO CASOLARO, STORICO CITTADINO DEL QUARTIERE ACQUAVIVA, SI PREPARANO, PER IL SECONDO ANNO, A RIALZARE OGNI GIORNO LE SERRANDE DELLA BIBLIOTECA TONINO CASOLARO (ISCRITTA NEL SISTEMA NAZIONALE DELLE BIBLIOTECHE ITALIANE) ACCOGLIENDO NUMEROSE INIZIATIVE PROMOSSE DA COLLETTIVI CHE SI OCCUPANO DI ARTE, ANTIFASCISMO, SPORT COME BENE COMUNE MA ANCHE APPUNTAMENTI DI MUSICA DAL VIVO, PROIEZIONI, IL GRUPPO DI LETTURA SEGNALIBRO, LA SCUOLA DI ITALIANO PER MIGRANTI E LO SPORTELLO AL REDDITO. CHE TUTTO QUESTO SIA NATO DAL BASSO DIMOSTRA CHE È SEMPRE POSSIBILE ORGANIZZARE LA SPERANZA Ce lo diciamo spesso: la decisione di aprire la Biblioteca Tonino Casolaro al Rione Volturno, nel cuore del Quartiere Acquaviva di Caserta, è stata forse la cosa più bella degli ultimi tempi. Il sostegno degli amici di Tonino, una marea di compagni e compagne che da ogni parte stanno supportando questo spazio, insieme alle nuove persone conosciute in questo primo anno di apertura, è una carica di bellezza e speranza in tempi difficili. La biblioteca è una biblioteca vera e propria, iscritta nel Sistema nazionale delle Biblioteche italiane OPAC SBN, con migliaia di libri da poter consultare o prendere in prestito (storia, politica, saggi, narrativa e la sezione per l’infanzia). Insieme a tutto questo, è diventata polo sociale e culturale della città. Grazie a questo spazio è stato possibile organizzare tantissime iniziative, molte delle quali assolutamente inaspettate al momento dell’apertura. Persone giovanissime, studenti e studentesse, vivono questo spazio e qui sono nati alcuni collettivi che raccontano una storia di creatività e partecipazione: gli Artisti di Quartiere, con un laboratorio musicale settimanale diventato in poco tempo punto di riferimento per ragazzi e ragazze di diversi paesi, creando un ambiente di scambio e apprendimento attraverso la musica; il Kask, Kollettivo Antiantifascista studentesco casertano, che ha messo al centro l’impegno politico e la mobilitazione; ma anche il Villarno Fc, la squadra di calcetto della Villetta di via Arno bene comune. La Biblioteca Tonino Casolaro è stata aperta quasi ogni giorno, con le serate di “Biblioteca Chill” che hanno animato i lunedì sera tra di set, Musica dal vivo e Proiezioni, il Gruppo di lettura Segnalibro che raduna decine di persone ogni giovedì, la Scuola di italiano per migranti e lo Sportello al reddito, oltre ad assemblee pubbliche, feste e aperitivi dal mondo, in un quartiere che è un arcobaleno di culture. Portiamo Tonino nel cuore e in quello che facciamo ogni volta che alziamo le serrande di questo spazio in via Volturno 30, cosi come ogni volta che costruiamo solidarietà e cura contro egoismo e abbandono. Ci rivediamo presto, per continuare a vivere insieme questo spazio. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ANTONELLA AGNOLI: > Città e biblioteche -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Aprire una biblioteca dal basso proviene da Comune-info.
August 25, 2025
Comune-info
La tormenta e la creazione di un altro mondo
LE RELAZIONI SOCIALI SONO OVUNQUE ORIENTATE DAL CAPITALISMO, CHE PERÒ È ENTRATO IN UNA CRISI ACCELERATA FAVORENDO UN’INTENSIFICAZIONE DELLA VIOLENZA DISTRUTTIVA, QUELLA CHE DA TEMPO GLI ZAPATISTI CHIAMANO TORMENTA, COME DIMOSTRANO LA GUERRA IN UCRAINA, IL GENOCIDIO IN PALESTINA O LE REPRESSIONE DEGLI SPOSTAMENTI MIGRATORI. “È QUINDI NECESSARIO CREARE UN ALTRO MONDO, GENERARE UN ALTRO MODO DI ORGANIZZARE LE RELAZIONI TRA LE PERSONE E CON LA NATURA. SAPPIAMO CHE NON BASTA OPPORSI AL CAPITALISMO, E SAPPIAMO ANCHE DA TEMPO CHE LA RIVOLUZIONE NON CONSISTE NEL PRENDERE IL POTERE STATALE – SCRIVE ALEJANDRO OLMO – DOBBIAMO CREARE UN ALTRO STILE DI VITA BASATO SUL RIFIUTO E LA NEGAZIONE DEL MONDO DEL CAPITALE…. CREARE UN ALTRO MONDO, ALTERNATIVO AL CAPITALISMO, A PARTIRE DA ORA, GENERARE BENI COMUNI IN OGNI LUOGO IN CUI VIVIAMO… CON AZIONI CHE POSSONO ESSERE MOLTO DIVERSE, DALL’AUTO-ORGANIZZAZIONE DI QUARTIERE PER TROVARE UNA SOLUZIONE A UN PROBLEMA LOCALE A UN’ASSEMBLEA IN CUI LE PERSONE SI RIUNISCONO PER DISCUTERE SU COME CAMBIARE IL MONDO. O, IN REALTÀ, FARE ENTRAMBE LE COSE…”. INSOMMA, I CAMBIAMENTI PROFONDI DELLA SOCIETÀ PASSANO PRIMA DI TUTTO DALLA CREAZIONE DI SPAZI/AZIONI NON GERARCHICI E AUTO-ORGANIZZATI CHE PROMUOVANO L’AIUTO RECIPROCO, LA SOLIDARIETÀ E L’AMICIZIA Roma, ottobre 2023, un’assemblea spontanea promossa dai cittadini di Quarticciolo. Tra palestra popolare, doposcuola, polo civico, bottega di quartiere… in questo pezzo di città, tra non poche difficoltà, hanno preso molto sul serio l’idea di creare beni comuni -------------------------------------------------------------------------------- Il modo nel quale ci relazioniamo tra noi stessi e con la natura è una forma mercificata e alienante imposta dal capitale al solo scopo di produrre plusvalore. Questa relazione è recentemente entrata in una crisi accelerata, e la “mancanza di controllo” del capitale in crisi genera, in risposta, un’intensificazione della violenza distruttiva che potrebbe persino portare all’estinzione parziale o totale della vita sul pianeta. La tempesta è l’epitome della crisi delle relazioni sociali capitaliste. Guerre come quella tra Russia, Ucraina e NATO, genocidi come quello di Gaza, la distruzione di interi territori per mercificare acqua e terra, gli spostamenti migratori in molte parti del mondo e la pandemia del 2020 sono alcune delle espressioni più eloquenti della tormenta. La tormenta contro cui gli zapatisti ci mettono in guardia da anni. È quindi necessario creare un altro mondo, generare un altro modo di organizzare le relazioni tra le persone e con la natura. Sappiamo che non basta opporsi al capitalismo, e sappiamo anche da tempo che la rivoluzione non consiste nel prendere il potere statale. Dobbiamo creare un altro stile di vita basato sul rifiuto e la negazione del mondo del capitale. La creazione di questo altro mondo implica necessariamente e inevitabilmente la rottura con il capitale, il lavoro e il denaro. Implica simultaneamente la creazione di crepe nei rapporti sociali capitalistici. Creare un altro mondo dall’interno della tormenta e contro di essa, “contro e oltre”, come dice John Holloway. Nel dicembre 2024, durante la “Prima Sessione degli Incontri di Resistenza e Ribellione”, gli zapatisti invitarono a riflettere su “La tormenta e il giorno dopo”. In quell’incontro, lo zapatismo ha dimostrato ancora una volta la sua capacità di rigenerarsi, modificando la propria struttura organizzativa dopo aver capito che non funzionava per loro. Tuttavia, l’appello non era solo per spiegare questa riorganizzazione, ma per stabilire un dialogo con chi non è zapatista, con i “cittadini”, come chiamano noi che viviamo nelle città. Così come hanno descritto l’estensione del “noi” ai “fratelli e sorelle” (popoli indigeni non zapatisti), proposero anche di includere in quel “noi” i movimenti, i gruppi o gli individui ribelli che, in un modo o nell’altro, resistono alla tormenta in diverse aree geografiche (una seconda sessione di questi incontri è prevista per agosto 2025, a cui saranno invitati anche questi gruppi). In questa prima puntata del dialogo sono emersi due temi che, dal mio punto di vista, costituiscono una sfida e allo stesso tempo un contagio di entusiasmo e speranza ribelle: l’appello a creare un altro mondo, alternativo al capitalismo, a partire da ora, di fronte a una possibile catastrofe causata dalla tormenta, e, direttamente collegato a tale appello, la generazione di ciò che lo zapatismo chiama “I beni comuni”. Per creare un altro mondo, la sfida che propongono è di generare beni comuni in ogni luogo in cui viviamo. Gli zapatisti hanno spiegato che stanno creando beni comuni attraverso la condivisione della terra, che consiste essenzialmente nel lavorarla in comune e nel distribuire equamente tra tutti ciò che se ne ricava. Moisés commenta che, come hanno sentito durante il loro viaggio in Europa in una zona di Cipro, “la terra non appartiene a nessuno, appartiene a tutti”, e che la condivisione della terra rompe con il pensiero individualista della proprietà privata. Dopo aver spiegato questa idea e il processo che stanno intraprendendo, il comandante insorgente Marcos ha esortato coloro che vivono nelle città a generare beni comuni nella propria geografia e in base ad essa. Se pensiamo alle città, quindi, la cosa ovvia che salta subito all’occhio è che non c’è terra da condividere e da cui ricavare cibo, e quindi nessuna terra su cui stabilire legami per un bene comune attorno ad essa. Ma il problema fondamentale è che nelle città (o nelle campagne industrializzate) i legami tra le persone sono più fortemente intersecati dal lavoro, salariato o non retribuito. Il lavoro astratto, che impone il tempo di produzione ed è la grande forza coesiva dei rapporti sociali capitalistici, si presenta a noi come un freno, un ostacolo “invisibile” a qualsiasi ribellione. Almeno nella mia esperienza, insieme a quella di altri compagni, dalla rivolta del 2001 in Argentina fino a oggi, la cosa più difficile è sempre rompere con l’alienazione del lavoro, poiché non è possibile smettere di lavorare da un giorno all’altro e disattivare la sottomissione che genera. Di fronte a questo problema, la sfida è quindi generare azioni che promuovano un’altra comunanza come asse centrale. Forse dovremmo puntare a creare spazi di coesistenza da cui generare queste azioni mentre cerchiamo di liberarci dal lavoro. Spazi di lotta che promuovano relazioni diverse, demercificando i legami, causando a loro volta crepe nelle relazioni sociali prevalenti. E questo implica una lotta per rompere con il lavoro astratto. Queste azioni possono essere molto diverse, dall’auto-organizzazione di quartiere per trovare una soluzione a un problema locale a un’assemblea in cui le persone si riuniscono per discutere su come cambiare il mondo. O, in realtà, fare entrambe le cose, collegando problemi e bisogni particolari a quelli più generali che sono, solo apparentemente, meno immediati. È quindi necessario generare, sulla base di lotte particolari, idee generali o universali su come cambiare il mondo. Ricordiamo la metafora zapatista dell’idra capitalista, che si presenta con molte teste. Se ne tagliamo una, ne crescono diverse nuove, quindi la nostra lotta deve distruggere l’idra, piuttosto che le teste. In ogni caso, questi spazi devono essere spazi di dibattito continuo, dove si generano azioni autodeterminate. Spazi/azioni non gerarchici e auto-organizzati che promuovano l’aiuto reciproco, la solidarietà e l’amicizia. Naturalmente, queste sono idee molto generali, e la sfida è come unirci e metterle in pratica. Interpreto i “beni comuni” che gli zapatisti ci propongono non come qualcosa che già esiste e che deve essere scoperto, ma come qualcosa da creare. Partendo dalla negazione, dalla lotta che si ribella al dominio del capitale, dobbiamo creare questo altro mondo. Penso a questi beni comuni più che altro come a un movimento, a una comunizzazione che va oltre il lavoro astratto che costantemente ci contiene e ci determina. Una comunizzazione che implicherebbe la possibilità di autodeterminazione, di liberare la nostra ricchezza, le nostre capacità di creare vita, attualmente alienate nella produzione di merci. Implicherebbe anche la rottura con il tempo del denaro, aprendo la strada a un tempo di creazione. La generazione di spazi/esperienze diversi, di nuovi modi di organizzarsi e relazionarsi, in luoghi diversi, contribuirà probabilmente a mettere in crisi le forme identitarie proprie del capitale. E perché no, pensare a una o più reti di beni comuni diversi che costituiscano la base per la creazione di quest’altro mondo, che vada oltre il mondo capitalista. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato sul numero 3 della Revista Crítica Anticapitalista (intitolato La tormenta, la castastrofe y ahora que) di Comunizar, non-collettivo argentino fratello di Comune. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La tormenta e la creazione di un altro mondo proviene da Comune-info.
June 13, 2025
Comune-info
La giunta di Napoli in cattive acque
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Ferdinando Kaiser -------------------------------------------------------------------------------- Il coordinamento Campano dei comitati per l’acqua pubblica esprime la sua ferma e totale disapprovazione a ogni modifica dello statuto di Abc Napoli azienda speciale e agli aumenti delle tariffe. La prossima estate ci aspetta una siccità devastante che interesserà tutta la Regione causata da una riduzione delle portate di 2.200 litri al secondo delle sorgenti di Cassano Irpino e del Serino. Davanti ai processi di privatizzazione in atto in Italia ci saremmo aspettati il rafforzamento di Abc Napoli, l’unica città metropolitana che ha obbedito al referendum 2011, trasformando l’Arin spa in Acqua Bene Comune azienda speciale. E invece dobbiamo prendere atto di una volontà politica del Consiglio comunale di abbandonare il modello pubblico, efficiente e partecipato, eliminando alcuni degli elementi che lo caratterizzano. Mai ci saremmo aspettati il tradimento del sindaco Gaetano Manfredi che aveva garantito ai comitati e a padre Alex Zanotelli che non avrebbe toccato lo statuto, né tanto meno avremmo creduto che la proposta di delibera provenisse dal consigliere D’Angelo, il quale da Commissario dell’azienda speciale ne aveva sempre sostenuto le caratteristiche. Queste sono le modifiche che attaccano al cuore lo schema dell’azienda speciale. In primo luogo sparisce il bilancio ecologico e partecipato che garantiva la vocazione pubblica di ABC e la natura dell’acqua bene comune. Viene, poi, depotenziato il ruolo di controllo del Comitato di Sorveglianza, trasformato in un fantomatico Comitato di partecipazione, i cui membri passerebbero da 21 a 13, perdendo di fatto la possibilità di sorvegliare sul buon andamento dell’Ente. E infine è previsto che gli organi decidenti possono discostarsi dagli indirizzi espressi dal Comitato, senza nessun obbligo di motivazione. È chiaro che con queste modifiche s’intende mettere il bavaglio alle associazioni ambientaliste, stabilendo la possibilità di decidere qualsiasi cambiamento, senza tener conto degli indirizzi del Comitato. Manfredi imbocca la stessa strada di De Luca che, prima di procedere alla privatizzazione delle fonti regionali, ha l’abrogato l’art. 20 della L.15/2015, eliminando la partecipazione dei cittadini nelle decisioni per la tutela dell’acqua bene comune. Per questi motivi lunedì 5 maggio ci siamo ritrovati in piazza Municipio con cittadini, comitati, associazioni, partiti politici e sindacati – insieme anche a Alex Zanotelli e del professor Alberto Lucarelli – in un’assemblea pubblica per chiedere di non modificare lo Statuto di Abc. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > 25 anni dalla Guerra dell’acqua -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La giunta di Napoli in cattive acque proviene da Comune-info.
May 5, 2025
Comune-info
Le voci della Snia. Storie dalla Cisa Viscosa di Roma
di Ella Baffoni Bordeaux edizioni, 2024 La Snia, una fabbrica di viscosa alla periferia di Roma fondata 100 anni fa, impiegava oltre 1.500 operai, tra cui molte donne e persino bambine. Attingendo all’archivio del personale, scoperto trent’anni fa e oggi liberamente consultabile, i racconti in prima persona degli operai e operaie che qui vissero parte della loro vita restituiscono emozioni, sentimenti, dignità ai protagonisti di lotte dimenticate che idealmente si legano a quelle di oggi. La lotta dei cittadini del quartiere a difesa di questo luogo “unico“, il miracolo di un lago nato da una speculazione edilizia, la battaglia ancora non vinta per trasformare questa area industriale abbandonata in un’oasi naturalistica aperta a tutti (scheda editoriale).
Roma periurbana. Risorse agricole, territorio, realtà sommerse
Autori vari EDUP, 2023 La mostra “ROMA PERIURBANA. Risorse Agricole, Territorio, Realtà sommerse” si è tenuta a Roma su iniziativa dell’Associazione RomaAgricola, una rete di realtà che operano nel campo dell’agricoltura periurbana, a cominciare dalla Cooperativa Agricoltura Nuova di Decima, protagonista dell’occupazione delle terre negli anni ’70 nonché dell’organizzazione della prima conferenza agricola a Roma con il sindaco Argan. Il progetto consiste nel valorizzare e nel recuperare l’agricoltura cittadina e periurbana, assumendone la centralità strategica, in grado di integrare aspetti molteplici: difesa del suolo e dell’ambiente, vivibilità urbana, qualità alimentare, creazione di lavoro qualificato, solidarietà e integrazione sociale, accoglienza degli immigrati, educazione ambientale, sperimentazione e innovazione. L’agricoltura, infatti, rappresenta una straordinaria risorsa territoriale di cui fortunatamente dispone la nostra città, nonostante anni di feroce speculazione edilizia e fondiaria ne abbiano appannato l’evidenza. Le sue effettive potenzialità, unite a una straordinaria consistenza di aree verdi pubbliche, a nostra disposizione, fanno sì che Roma risulti, a tutti gli effetti, capitale europea dell’agricoltura e del verde (scheda editoriale)